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Le illusioni di un popolo assediato

 

di Melanie Phillips (traduzione sergio HaDaR tezza)

Una delle caratteristiche più dolorose dell'ostilità corrente contro Israele è il ruolo svolto da certi ebrei, sia in Israele sia fuori di essa. Molti si sforzano di spiegare perché scelgono di spargere menzogne e libelli su Israele, allineandosi in tal modo chiaramente al fianco di quelli che odiano il Popolo Ebraico. È difficile esagerare l'importanza del ruolo di certi accademici israeliani in questo processo di demonizzazione e delegittimazione. Il loro valore per coloro che si augurano il male d'Israele è che, per quanto le loro affermazioni siano mendaci ed estreme, non possono essere accusati di pregiudizio contro gli ebrei perché sono essi stessi ebrei. Così forniscono un alibi cruciale a coloro che augurano del male a Israele e agli ebrei, ed hanno condotto all'errore molti altri che sono semplicemente ignoranti. Adesso, tuttavia, un nuovo libro molto imponente, silura il mito che gli ebrei non possono odiare gli ebrei, essere antisemiti. Nel libro "The Oslo Syndrome: Delusions of a People under Siege" (Smith and Kraus), lo psichiatra americano Kenneth Levin dimostra che il fenomeno degli ebrei che stanno dalla parte degli oppressori del loro popolo ha in realtà delle radici molto profonde. Beniamino di Tudela, il viaggiatore ebreo del XII Secolo, scrisse che gli ebrei di Costantinopoli attiravano animosità a causa dei conciatori di pellami che inquinavano le strade con le loro acque sporche. Il terrore psicologico causato dalla costante animosità nei loro confronti e dalle persecuzioni portò lungo i secoli gli ebrei a convertirsi ad altre religioni, forzare altri a convertirsi e a opporre certi marchi di identificazione come l'educazione ebraica. Una volta dopo l'altra nell'Europa del XIX e del XX Secolo, gli ebrei emancipati guardavano dall'alto in basso verso gli ebrei dell'Est che attiravano l'attenzione sulle loro origini in modo molto sconveniente attraverso la loro apparenza e il loro comportamento. Per proteggere se stessi, gli ebrei illuminati - i maskilim - assorbirono i sentimenti anti ebraici che li circondavano e li ridiressero contro gli ebrei osservanti. Il padre fondatore dell'Illuminismo Ebraico e della Riforma, Mosè Mendelssohn [i cui nipoti erano TUTTI batezzati cattolici - ndt], denunciò lo Yiddish come la lingua dei balbuzienti, una lingua corrotta e deformata. Karl Marx, il cui padre si convertì dall'ebraismo al cristianesimo per mescolarsi con la società , era d'accordo con gli antisemiti del tempo che gli ebrei erano immutabilmente materialistici e degenerati e che era questo che li portava ad essere dei corrotti di professione. Per ricevere l'accettazione della società circostante, i maskilim (riformati) non gettarono via solo la pratica religiosa ma anche l'obiettivo del ritorno a Sion. Invece, abbracciarono l'universalismo e l'assimilazione, dichiarando che gli ebrei dovevano diventare cittadini e parte delle nazioni del mondo e promuovere i principi dell'Illuminismo di valore individuale, ragione e libertà. Tra le due guerre, il pregiudizio anti ebraico molto diffuso negli USA risultò in modo simile nella fuga delle classi intellettuali dall'identità ebraica, attraverso conversioni, cambi di nome e - forse la cosa più rivelatrice nell'ottica delle difficoltà di oggi - la tendenza a dar la colpa ad altri ebrei per l'odio diretto verso di loro. Il vero punto del libro di Levin, tuttavia, è mettere in relazione quest'antica patologia storica di un popolo bersagliato e traumatizzato con gli atteggiamenti degli ebrei di oggi verso Israele e i suoi problemi, e in particolare la fuga dalla realtà, dalla logica e dal buon senso durante gli anni del "processo di pace" di Oslo. In modo controverso, pone le radici della ripulsione sentita dalla sinistra laburista di fronte all'elezione di Menachem Begin nel 1977, non tanto nella sua politica espansionista, quanto nell'appoggio che aveva ricevuto dagli ebrei osservanti, dai sefarditi e dalla piccola borghesia (orrore!). La vittoria del pubblico di questi gruppi, disprezzati dalla sinistra, era vista dalla sinistra come una catastrofe nazionale. Rifiutando di solidarizzare verso le discriminazioni sofferte dai sefarditi e dagli ebrei orientali in genere, la sinistra diresse la propria solidarietà e fervore egualitario verso gli arabi. Il governo Likud divenne "l'altro", e così fu spianata la via per la grande inversione morale della sinistra israeliana, in cui Israele - le vittime degli arabi - furono accusati di opprimerli. Ciò che seguì fu "Pace Adesso", la demonizzazione sistematica d'Israele da parte di una fetta significativa degli "intellettuali" e l'orribile illusione che la pace con gli arabi fosse dietro l'angolo, se solo Israele avesse fatto abbbastanza concessioni. Levin inquadra tutto ciò nel contesto dei "Nuovi Storici" - gli israeliani anti-sionisti e post-sionisti che riscrissero e falsificarono la storia d'Israele e dettero in tal modo ai nemici degli ebrei le armi intellettuali con cui stanno ora perseguendo la distruzione della nazionalità ebraica. La parte affascinante e calmante dell'analisi di Levin è il filo conduttore tra gli ebrei odia ebrei dell'antichità e quelli di oggi: lo snobbismo intellettuale, leccare i piedi di patroni potenti, l'internalizzazione dell'odio circostante, il credo che possono diventare invisibili in quanto ebrei, e il dare la colpa ad altri ebrei per la loro stessa persecuzione. Coloro che non sono in tal modo rotti dall'assedio psicologico contro gli ebrei, conclude Levin, sono diventati non solo resistenti ma educatori. "L'alternativa, comunque sia mascherata in pretese di alti principi, è una capitolazione ignobile al bigottismo assassino" e l'eliminazione d'Israele.

http://www.melaniephillips.com/articles/archives/001390.html

Pubblicato il 30/6/2011 alle 7.42 nella rubrica Diario.

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