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Afghanistan, perchè sarebbe un errore ritirarsi ora

 

commenti di Daniele Raineri, Kimberly Kagan, Frederick Kagan, Fausto Biloslavo

Testata: Il Foglio
Data: 09 giugno 2011
Pagina: 8
Autore: Daniele Raineri - Kimberly Kagan - Frederick Kagan - Fausto Biloslavo
Titolo: «Dubbio a Washington. Ce ne andiamo ora che i talebani stanno perdendo? - Non ritiriamoci proprio adesso - I talebani non possono sopportare il gasdotto Tapi»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 09/06/2011, a pag. IV, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " Dubbio a Washington. Ce ne andiamo ora che i talebani stanno perdendo?", l'articolo di Kimberly e Frederick Kagan dal titolo " Non ritiriamoci proprio adesso ", l'articolo di Fausto Biloslavo dal titolo " I talebani non possono sopportare il gasdotto Tapi ".
Ecco i pezzi:

Daniele Raineri : " Dubbio a Washington. Ce ne andiamo ora che i talebani stanno perdendo?"

L’analisi continua sui dati dei combattimenti in Afghanistan indica che qualcosa di strabiliante sta accadendo nella guerra. Dopo due settimane di offensiva di primavera molto intense, a metà maggio gli attacchi dei talebani hanno cominciato a declinare. Tra il 18 e il 22 maggio, in alcune province non è addirittura successo nulla. Eppure questo dovrebbe essere il periodo più violento dell’anno, dovrebbe coincidere con il risveglio della guerriglia dopo i lunghi mesi dell’inattività forzata invernale, quando le strade sono piene di neve e gli spostamenti sono difficili, figurarsi i combattimenti. Nelle province del nord, dove i talebani si sono sforzati durante il 2009 e il 2010 di stabilire una loro presenza fissa, c’è stato un crollo delle attività ostili. Per molti giorni, attorno al 20 maggio, i combattimenti sono calati persino nelle dodici province del sud che formano il cuore della rivoluzione dei pashtun contro Kabul (i pashtun non sono tutti talebani, ma la stragrande maggioranza dei talebani sono pashtun). La quasi tregua afghana sembra coincidere – spiega l’analista John McCreary dell’agenzia KGS, che segue questo tipo di dati per il governo americano – con i rumors sulla morte o la scomparsa del leader carismatico dei talebani, il Mullah Omar. In quei giorni l’intelligence di Kabul ha sostenuto che Omar fosse stato cacciato dal suo rifugio sicuro in Pakistan – gli era fornito dai servizi segreti di Islamabad – a causa del raid americano contro Bin Laden. Una seconda incursione, questa volta per catturare o uccidere il leader talebano, sarebbe stata troppo imbarazzante. L’intelligence afghana sostiene da almeno tre anni di sapere con un buon grado di esattezza dove si trova il proprio nemico numero uno, e che comunque “è sotto la protezione del Pakistan”. Il 23 maggio il portavoce dei talebani ha rassicurato i fedeli che il Mullah Omar è vivo e sta bene, senza però spiegare la misteriosa assenza. Dopo il comunicato, i combattimenti si sono ravvivati per un po’, ma senza l’intensità di prima. Dice McCreary: “I numeri degli scontri dello scorso inverno sono di molto superiori a quelli di questa offensiva di primavera cominciata a maggio”. Si combatte meno adesso rispetto ai mesi freddi. Ed è anche la prima volta che si verifica una pausa da quando i talebani sono tornati in piena attività, nell’estate 2006. Prima di McCreary, anche il veterano corrispondente di guerra del Washington Post, Rajiv Chandrasekaran, inviato in quelle province del sud che hanno generato i talebani e che vedono i capitoli più importanti della lotta, ha scritto la stessa cosa. “Per la prima volta da quando la guerra è cominciata quasi un decennio fa, i talebani stanno iniziando la stagione estiva dei combattimenti con meno controllo e influenza sul territorio nel sud di quanto ne avessero un anno fa”. Chadrasekaran cita esempi incoraggianti, sebbene il numero dei caduti continui a essere alto: “A Sangin, un’area fluviale che era una delle più mortali del paese per le truppe della Coalizione, il viaggio fra due basi durava otto ore per colpa delle mine interrate dai guerriglieri. Ora può essere completato in 18 minuti. A Zhari, un distretto un tempo impenetrabile di Kandahar, la gente del posto ha preso a pietrate i talebani”. Il momento sembra favorevole. Eppure, nel mese di Saratan, che in termini occidentali corrisponde al periodo tra il 22 giugno e il 2 luglio, comincia il passaggio di consegne alle forze di sicurezza afghane in almeno sette aree del paese e a Washington non si parla d’altro che del ritiro, fissato per il 2014, ma che se avvenisse prima – ora che Bin Laden è stato ucciso e le casse dell’America sono in sofferenza per la crisi economica – sarebbe tanto meglio. La pressione politica sta diventando fortissima, e più ci si avvicina alle elezioni e più aumenterà. Non mancano le voci che sostengono il contrario. Un rapporto presentato ieri dal Partito democratico, costato due anni per la preparazione, afferma che l’Afghanistan entrerà in una crisi economica spaventosa quando la Coalizione se ne andrà. L’ambasciatore Ryan Crocker, sobrio risolutore di problemi dai tempi dell’Iraq, spiega, davanti al Senato che ha confermato la sua nomina, che “il lavoro non è finito, non possiamo ancora andarcene perché la minaccia di al Qaida e dei talebani è troppo forte”. Il generale americano che si occupa dell’addestramento degli afghani, William Caldwell, nelle stesse ore ha detto: “Mi serve più tempo, fino al 2017”.

Kimberly Kagan - Frederick Kagan : " Non ritiriamoci proprio adesso "


Kimberly Kagan, Frederick Kagan

Sono passati diciotto mesi da quando il presidente Obama ha annunciato il surge delle truppe in Afghanistan, e luglio 2011 – la data che il presidente americano ha fissato per l’inizio del ritiro – è quasi arrivato. Washington non ha ancora deciso se il ritiro sarà “modesto”, come sta chiedendo il segretario alla Difesa Robert Gates, o più sostanziale come, secondo le indiscrezioni trapelate sui media, preferirebbe la Casa Bianca. Ma quel che sta accadendo in Afghanistan spiega chiaramente che nessuna delle condizioni sul campo giustifica il ritiro di truppe americane o delle forze della coalizione. La battaglia sta per raggiungere l’apice, i progressi rimangono fragili, abbiamo bisogno di tutti i soldati a disposizione – americani, della coalizione e afghani – per mantenere il momentum. Il rischio di un piccolo ritiro (diciamo di 5.000 unità) è con ogni probabilità gestibile. Ma qualsiasi ritiro di questo genere sarebbe determinato da ragioni politiche e non da motivi strategici. I miglioramenti della situazione sul campo sono innegabili. Le forze della coalizione hanno spinto i talebani fuori dai loro santuari nel sud dell’Afghanistan e continuano a tenerli sotto pressione. I talebani hanno lanciato una campagna per riconquistare il territorio perduto, ma al momento non hanno avuto successo. Le loro tattiche rivelano la loro debolezza. Da tempo avevano smesso di lanciare attacchi suicidi contro i civili afghani per paura di alienarsi l’appoggio della popolazione, ma ora hanno ricominciato. Questa nuova serie di attentati sta creando un divario tra il nemico e la popolazione, un fenomeno di cui abbiamo già avuto esperienza in Iraq. Ci sono tutte le ragioni per credere che le forze della coalizione e i loro partner afghani – sempre più efficaci – possono mantenere le conquiste nel sud durante questa stagione di combattimenti (che continuerà fino a novembre). Questa situazione permetterebbe alle forze della coalizione per la prima volta dal 2001 di creare zone di sicurezza significative intorno a tutti i maggiori centri urbani del sud. Unica condizione è avere le risorse e il tempo per farlo. Operazioni più aggressive sono riuscite a mantenere un alto livello di sicurezza a Kabul e da lì si stanno lentamente espandendo. Comunque il nemico continua a mantenere paradisi sicuri nell’Afghanistan dell’est, che devono essere ripuliti prima di passare sotto la responsabilità afghana. Anche il network Haqqani – che opera dall’Afghanistan dell’est ed è legato ad al Qaida e altre organizzazioni terroristiche, come Lashkar e Taiba, con aspirazioni internazionali – deve essere sconfitto. Fino a questo momento non è stato possibile portare avanti operazioni di pulizia nell’est perché il surge può contare su non più di 30.000 soldati. Senza il pacchetto completo richiesto dal generale Stanley McChrystal, i comandanti hanno dovuto prima concentrarsi sull’Afghanistan del sud che nel 2009 rischiava di cadere nelle mani dei talebani. La rimozione prematura delle forze americane negherebbe alla coalizione la possibilità di spostare soldati nell’Afghanistan dell’est. Le forze di sicurezza afghane, per quanto riescano a di Kimberly Kagan e Frederick Kagan mantenere il terreno e a combattere in modo efficiente, non sono ancora in grado di affrontare la minaccia talebana da sole. Soprattutto, la popolazione afghana ha bisogno di acquisire fiducia prima di riuscire davvero a impegnarsi a resistere ai talebani e a sostenere il governo. Ma può fidarsi solamente se vede che la coalizione e le forze afghane respingono l’arrivo del prossimo contrattacco talebano. Una stagione di successo quest’anno permetterebbe operazioni decisive nell’Afghanistan dell’est nel 2012. Le stesse regole dovrebbero essere applicate a quelle operazioni: se la coalizione ripulirà i paradisi talebani dell’est nel 2012, è molto probabile che il nemico contrattacchi nel 2013 e, a quel punto, la coalizione e gli afghani dovranno respingere il contrattacco per dimostrare alla popolazione locale che i fondamentalisti hanno perso e non torneranno più. Le tempistiche delle operazioni sono compatibili con la scadenza del 2014, annunciata l’anno scorso a Lisbona dal presidente Obama e dagli alleati della Nato, per trasferire il controllo della sicurezza agli afghani e ridurre l’apporto degli americani nell’addestramento e nelle operazioni di controterrorismo. Queste tempistiche permetterebbero anche l’inizio del ritiro di forze considerevoli nel 2013, assumendo che il progresso continui nel sud e che si riesca a sconfiggere i contrattacchi nemici nell’est. Le pressioni per il ritiro sono determinate per lo più dalla paura del deficit degli Stati Uniti, dalla frustrazione nei confronti del governo afghano, dalla rabbia nei confronti del Pakistan e l’esuberanza irrazionale causata dall’uccisione di Osama bin Laden. Ma la morte di Bin Laden non è rilevante rispetto alla situazione sul terreno in Afghanistan oggi perché non ha nessun effetto significativo sull’atteggiamento della popolazione rispetto alla possibilità che i fondamentalisti siano battuti o riescano a vincere. Per quanto riguarda gli altri problemi, il ritiro prematuro li aggraverà tutti. Più il governo afghano crederà che l’America non sia seria nella sua volontà di successo, più si comporterà in modo controproducente. E’ molto più probabile che i militari pachistani rafforzino il sostegno ai gruppi in Afghanistan sul loro libro paga se Obama continua a sostenere la sua convinzione decennale secondo cui l’America inevitabilmente finirà per abbandonare la regione. Il fallimento del Pakistan nell’affrontare il problema delle basi terroristiche all’interno del paese andrà di pari passo con la rinascita dei santuari in Afghanistan. Le motivazioni di carattere economico hanno ancora meno senso. Il risparmio marginale del ritiro dall’Afghanistan di 5.000 o 15.000 soldati dodici o diciotto mesi in anticipo è insignificante rispetto al costo del fallimento. Se ci sconfiggiamo da soli in Afghanistan adesso, dovremo scegliere poi se accettare probabili attacchi sul suolo americano o se intervenire militarmente ancora una volta – a un costo molto maggiore di quello che potremmo sperare di ottenere adesso. Se Obama annuncerà il ritiro di tutte le forze del surge dall’Afghanistan nel 2012, la guerra sarà con ogni probabilità persa. Al Qaida, Lashkar e Taiba e altre organizzazioni terroristiche globali ristabiliranno quasi certamente le loro roccaforti in Afghanistan. E’ molto probabile che lo stato afghano collassi e che il paese piombi in una guerra civile. Il risultato di questa politica sarebbe molto peggiore della decisione di Nixon di accettare la sconfitta in Vietnam, perché aumenterebbe contestualmente il rischio di un attacco sul suolo americano. Gli americani possono essere stanchi della guerra, ma la guerra non si è stancata di noi. Migliaia di persone in giro per il mondo si svegliano ogni mattina e pensano a come uccidere cittadini americani e distruggere lo stile di vita americano. Adesso abbiamo il momentum contro questi nemici in Afghanistan. E’ il tempo di insistere con la guerra.

Fausto Biloslavo : "I talebani non possono sopportare il gasdotto Tapi"


Fausto Biloslavo

Ai tempi di Marco Polo lo sviluppo economico correva sulla via della seta: oggi ci sono i gasdotti. Come quello che partirà dal Turkmenistan per raggiungere l’India attraversando Afghanistan e Pakistan, un progetto ideato nel 1995, ma fermo a causa della guerra afghana. Da un anno i soldati italiani conquistano terreno ai talebani attorno a Bala Murghab, in direzione del confine turkmeno. L’obiettivo finale è rendere possibile il progetto che darà lavoro e da mangiare a migliaia di afghani. Il prossimo anno partiranno i lavori del gasdotto lungo 1.680 chilometri – si chiama Tapi, dalle iniziali dei paesi coinvolti (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India). I tubi saranno interrati a fianco della Ring Road, la strada circolare che collega tutto l’Afghanistan, nel tratto da nord di Herat fino a Kandahar, per poi scendere a Quetta, in Pakistan. Per gli afghani il progetto significa: migliaia di posti di lavoro, due miliardi di metri cubi di gas e circa 1,4 miliardi di dollari l’anno di diritti per il passaggio. “Gli obiettivi militari della Nato coincidono con quelli civili dello sviluppo e dell’economia. Per questo considero il progetto un importante elemento di pacificazione”, spiega al Foglio il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto. Saipem, Eni ed Enel sono interessati a mettere in piedi le infrastrutture collegate al gasdotto, che si estenderà soprattutto nell’Afghanistan occidentale, sotto il controllo del contingente italiano. Il 20 maggio i parà della Folgore, con truppe afghane e americane, hanno allargato del 50 per cento la bolla di sicurezza a Bala Murghab in direzione del Turkmenistan. Dal giacimento di Dauletabad saranno pompati 33 miliardi di metri cubi di gas all’anno nelle tubature che arriveranno al confine afghano. Poi proseguiranno sottoterra, per evitare facili sabotaggi, a fianco della Lithium, il nome in codice che la Nato ha dato alla strada che collega il Turkmenistan alla Ring Road, che sarà ben presto asfaltata. Il gasdotto continuerà verso sud lungo l’arteria principale, che nel corso degli anni i soldati italiani hanno liberato dai talebani. Per i talebani il gasdotto sarà un obiettivo prioritario, ma la sicurezza sarà garantita da settemila uomini delle forze di Kabul disposti lungo il tracciato. Il Parlamento afghano ha votato il 30 aprile il via libera al progetto. L’11 dicembre dello scorso anno i rappresentanti dei paesi coinvolti hanno chiuso l’accordo ad Ashgabat. I lavori inizieranno nel 2012 e dovranno concludersi nel 2014. Il progetto era allo studio fin dai tempi dei talebani con il consorzio americano Unocal. Poi naufragò e i soldati americani trovarono i piani del gasdotto sotto il letto del Mullah Omar, quando nel 2001 era appena fuggito da Kandahar. Soltanto nel 2005 la Banca dello sviluppo dell’Asia è tornata a investire nell’impresa, grazie alle pressioni americane. Washington ha così assestato un colpo alla Russia e all’Iran nella sfida per le vie del gas. Il generale David Petraeus, che ora comanda le operazioni in Afghanistan ma è stato nominato capo della Cia, ha capito subito l’impatto socio-economico del progetto e ha fatto pressioni per accelerare i lavori. “Vista l’alta disoccupazione e il basso costo della manodopera più che camion serviranno manovali con pala e piccone, che così sfameranno le loro famiglie”, sottolinea Crosetto. Le aziende italiane parteciperanno all’iniziativa “che servirà da volano per l’intera area, dove prevediamo altri progetti – anticipa il sottosegretario – come il potenziamento dello scalo merci dell’aeroporto di Herat e lo sfruttamento delle risorse naturali nell’Afghanistan occidentale, a cominciare dal litio”. I talebani sanno che lo sviluppo porta lavoro e stabilità e faranno di tutto per fermare questo processo. Entro il 31 luglio i partner di Tapi dovranno firmare l’accordo definitivo sul prezzo del gas, che dal Turkmenistan arriverà fino alla città indiana di Fazilka. Il gasdotto costerà 7,6 miliardi di dollari. Secondo il ministro del Petrolio di Nuova Delhi, S. Jaipal Reddy, questa è la via della seta del XXI secolo”.

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Pubblicato il 11/6/2011 alle 22.17 nella rubrica Diario.

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