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Turchia laica, un debole ricordo, 'grazie' all'islamismo di Recep Erdogan

 Mi suicido piuttosto che farmi processare”, aveva detto un anno fa Kenan Evren, il generale del “colpo di stato democratico” del 1980 in Turchia. Lunedì un magistrato si è recato a casa del militare, un tempo icona intoccabile, per la prima udienza che vede Evren sospettato per il golpe assieme ad altri generali. Il caso Evren è emblematico dello scontro fra il primo ministro, Recep Tayyip Erdogan, e l’esercito autore di tre colpi di stato e custode della Repubblica laica di Kemal Atatürk. Evren, novantacinquenne, è semplicemente “il Generale”, figlio di imam che ha dichiarato guerra al fondamentalismo islamico, il golpista che impedì la guerra civile e riconsegnò il paese al suo solitario modello istituzionale demo-liberale nel mondo islamico e che anche il filosofo Lucio Colletti, negli anni della “rivoluzione in occidente”, invocò in Italia al fine di una funzione stabilizzatrice.

Il 12 settembre 1980 Evren assunse il potere, sciolse il Parlamento, sospese le attività politiche e mise al vertice dello stato un Consiglio di sicurezza nazionale. I militari dissero che il regime democratico era arrivato al capolinea, sotto il duplice peso del fondamentalismo islamico e del terrorismo rosso-nero. Il 7 novembre 1982 venne approvata per referendum una Costituzione che dichiarava la Turchia uno stato “democratico, laico e sociale”. Negli anni successivi vennero tolte le residue restrizioni. Il golpe però ebbe conseguenze dure sulla società turca: 650 mila persone arrestate, 230 mila a processo, 517 messe a morte. Fu Evren nel 1987 a bandire il velo islamico dalle università turche, un gesto che Erdogan ha promesso di ribaltare. Con la sua retorica da discepolo di Atatürk, Evren disse: “C’erano una dozzina di veli nel 1980, oggi ce ne sono migliaia, domani decine di migliaia. Devi spezzare il serpente mentre dorme, prima che ti addenti”.

Oggi la Turchia è alleata dell’Iran, con il quale ha trattati economici e politici, mentre negli anni del generale al potere a Teheran si gridava spesso per strada “morte a Evren”. Teorico della “nazione virile” fatta di repubblicanesimo e nazionalismo laico, alfiere dell’alleanza con Stati Uniti e Israele, Evren è stato l’artefice del “sublime isolamento” turco. Diceva ai suoi ufficiali: “Ricordate sempre, siete al di sopra di tutti e tutto, superiori in conoscenza e carattere”. I militari, per Evren, erano “i salvatori supremi”, “i guardiani della democrazia”, in turco “derin devlet”, lo stato forte, sacro e laico che deve difendere il paese da islamici, greci, armeni, iraniani, arabi e curdi. Un esercito che, nella versione ideologica di Evren, crede di non aver ancora portato a termine (dopo novant’anni) la propria missione di modernizzazione kemalista del paese.

A pochi giorni dalle elezioni parlamentari del 12 giugno, intanto, resta serrata la caccia della magistratura turca agli alti ufficiali sospettati di golpe contro il premier Erdogan assieme a industriali, giornalisti e accademici. E’ stato appena arrestato Bilgin Balanli, generale a quattro stelle capo delle Accademie militari e indicato come prossimo comandante dell’Aviazione. E’ l’ufficiale più alto in grado ancora in servizio a essere stato incriminato nell’ambito delle diverse inchieste su complotti antigovernativi. Dei circa 300 generali turchi in servizio, ben 30 sono in carcere, un decimo del totale. Uno dei più celebri scrittori, Bedri Baykam, ha detto che “la democrazia morirà in Turchia se non è intubata con l’ossigeno che le proviene dalla laicità”. Ecco, per metà del paese, il generale golpista, algido e tetragono, è stato quel tubo.

Giulio Meotti Il Foglio

Pubblicato il 10/6/2011 alle 21.41 nella rubrica Diario.

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