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Non c'è nessuna 'Primavera araba'

 

Analisi di Daniele Raineri, Paola Peduzzi, Daniel Pipes. Cronaca di Alberto Mucci

Testata:Il Foglio - It.danielpipes.org
Autore: Daniele Raineri - Paola Peduzzi - Alberto Mucci - Daniel Pipes
Titolo: «Amina e la notte - Ma non vogliono la vostra libertà all’occidentale, dice Ramadan - Primavera araba: una definizione non appropriata»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 10/06/2011, a pag. I, l'articolo di Daniele Raineri e Paola Peduzzi dal titolo " Amina e la notte ", l'articolo di Alberto Mucci dal titolo " Ma non vogliono la vostra libertà all’occidentale, dice Ramadan ". Da IT.DANIELPIPES.ORG l'analisi di Daniel Pipes dal titolo "Primavera araba: una definizione non appropriata" .
Ecco i pezzi:

Il FOGLIO - Daniele Raineri - Paola Peduzzi : " Amina e la notte "


Daniele Raineri, Paola Peduzzi

Tutti zitti, c’è Anita. Ieri Anita McNaught, giornalista inglese di al Jazeera, era esterrefatta. Mandata al confine tra Siria e Turchia per intervistare i profughi siriani in fuga da Jisr al Shogour – dove, secondo Damasco, “bande di terroristi travestiti da soldati uccidono civili e altri soldati e mutilano i corpi” – ha scoperto che semplicemente era impossibile. L’idea era buona: se Damasco impedisce ai giornalisti stranieri di andare a vedere che cosa succede, aspettiamo che siano i siriani a venire da noi; ma non ha funzionato. Spostati su torpedoni, e poi tutti rinchiusi in un campo sorvegliato da telecamere, i siriani non sono raggiungibili dall’esterno.
A un fotografo turco dell’Associated Press è stata strappata la fotocamera e la memoria digitale è stata sequestrata. Tutti i siriani feriti – ha notato Anita – sono stati rispediti indietro. La giornalista si chiede: “C’è un patto tra il presidente siriano Bashar el Assad e quello turco Recep Tayyip Erdogan?”. Damasco non riesce a bloccare i profughi, ma può ottenere dal vicino che non parlino. Il risultato è che dopo cinque giorni nessuno ancora ha capito che cosa è successo a Jisr al Shogour. L’opposizione parla di centoventi morti e dice che i servizi di sicurezza hanno sparato addosso ai soldati che rifiutavano di aprire il fuoco contro i civili disarmati. L’agenzia ufficiale di stato, la Sana, insiste: “Gruppi di terroristi si sono vestiti con uniformi militari e si sono filmati durante le atrocità per screditare l’esercito” e hanno persino “scavato una finta fossa comune vicino a una centrale delle forze di sicurezza”. Martin Chulov, l’inarrestabile inviato del Guardian che si è formato professionalmente durante la guerra in Iraq, è riuscito a parlare con qualche ferito. Chulov conferma la versione dell’opposizione.
Quella non sono io. Martedì sera, in un talk show in onda su France 24, all news in lingua francese, l’ambasciatrice siriana a Parigi, Lamia Shakkur, ha detto di volersi dimettere a causa di “quel ciclo di violenze” che sta sconvolgendo la Siria: “Riconosco la legittimità delle richieste del popolo per una maggiore democrazia e libertà”, ha spiegato parlando adagio, la voce limpida. Subito la notizia è rimbalzata in tutto il mondo, la Reuters ha chiamato l’ambasciata siriana in Francia per avere conferma, e l’ha ottenuta. Ecco la prova evidente degli scricchiolii del regime, dopo 14 settimane di repressione. Mercoledì mattina Lamia Shakkur ha convocato una conferenza stampa urgentissima nel suo ufficio, ha smentito di essersi dimessa e anzi ha minacciato di querelare France 24.
“Quella donna non sono io”, ha detto l’ambasciatrice, mentre la tv di stato siriano gridava al falso, al complotto, all’immancabile zampino sionista. Ma chi era allora la signora che ha parlato in tv? Renée Kaplan di France 24 ha spiegato che l’emittente ha seguito la via ufficiale di richiesta di un’intervista e l’ha ottenuta sempre in via ufficiale dall’ambasciata. Ma Lamia Shakkur smentisce, e si fa riprendere di fianco a un grande ritratto del rais siriano Assad. Ambasciatrice dal 2008, ha ereditato il posto direttamente da suo padre e ora minaccia di far giustizia di questo “tremendo atto di disinformazione”. Ancora è un mistero chi fosse realmente la signora andata in onda. Quel che è certo è che France 24 è stata molto dura nel raccontare la repressione siriana, e Damasco non deve aver gradito.
Le confessioni comandate. Il regime siriano ricorre agli stessi strumenti di propaganda già usati senza successo da Ben Ali in Tunisia, Mubarak in Egitto e Gheddafi in Libia: il movimento che chiede più diritti sarebbe in realtà guidato da estremisti salafiti, uomini di al Qaida e infiltrati stranieri. Le confessioni di questi salafiti sono trasmesse sulla televisione di stato, ma l’esule Robin Yassin-Kassab dice: “Ne ho vista una, è l’amico di un mio amico. Non è nemmeno religioso, figurarsi se è un terrorista salafita. Il figlioletto di sette anni è stato arrestato con lui e non se ne hanno più notizie: di sicuro ha a che fare qualcosa con la sua ‘confessione’ in televisione”.
E dire che pochi anni fa la finta confessione di un salafita era persino lo sketch di un programma comico trasmesso in Siria: un irredimibile edonista era costretto da una serie di disavventure a mostrarsi in televisione travestito da durissimo salafita, lui, rammollito da lussi e dissolutezze, in kefiah e lunga barba posticcia, e a confessare la sua ferocia ideologica. Oggi il format che sollazzava i siriani è di nuovo in onda, questa volta sul serio. Il vero volto di Amina.
Forse Amina non esiste neppure, di certo non ha il volto che finora ci ha mostrato, quegli occhi dolci e grandi sono di un’altra ragazza, che Amina non l’ha mai neanche conosciuta: si chiama Jelena Lecic, vive a Londra ed è andata alla Bbc mercoledì sera a spiegare che le foto che sono uscite sui giornali sono sue, erano sul suo profilo di Facebook, ma lei non è Amina. Amina è l’autrice di un blog che si chiama “A gay girl in Damascus” ed è scomparsa, o almeno così ha scritto lunedì quella che si spaccia per sua cugina – ogni tentativo di contattarla si è rivelato inutile. Il blog è bello e coraggioso, racconta di un padre formidabile che difende la figlia dalle maldicenze e dalle botte, racconta di una vita difficile ma piena di speranze.
Ma forse è tutto un falso. The Lede, il meraviglioso blog di attualità del New York Times, ha ricostruito nel dettaglio tutta la vicenda: nessuno ha mai incontrato Amina. Nessuno. Il Guardian l’ha intervistata un mese fa, ma l’ha fatto via email, perché per due volte è stato fissato un appuntamento e per due volte Amina non si è presentata. Però, confermano dal Guardian, le foto da loro pubblicate, che ora si è scoperto essere di un’altra, sono state inviate da Amina. Con il suo stesso nome, Amina Arraf, nel 2007, era stato aperto un altro blog (http://aminaarraf.blogspot.com/) in cui si diceva che quello era materiale autobiografico che sarebbe servito per un romanzo, un misto tra fiction e realtà. In “A gay girl in Damascus” la presentazione è molto più sfumata, l’elemento di fiction non c’è più. Amina dice di avere anche la cittadinanza americana, ma al momento l’ambasciata statunitense a Damasco non è riuscita a incrociare alcun dato con quelli forniti dai siriani.
E nella comunità gay di Damasco – che non è grandissima – nessuno su 40 contattati da The Lede ha mai visto Amina, né parlato con lei. C’è chi ha trovato su Netlog una pagina registrata a suo nome, in cui dice che la sua lingua è l’ebraico. Anche in un post sul blog, Amina aveva detto di aver studiato l’ebraico e di sognare di vivere a Tel Aviv. Il dettaglio naturalmente ha fatto scattare le teorie del complotto e molti hanno pensato che il blog servisse all’intelligence siriana per individuare dissidenti.
Chi c’è allora dietro al blog, bello e realistico, che ha conquistato l’attenzione di tutto il mondo alimentando il movimento “Free Amina” non appena si è saputo che era scomparsa? Nessuno lo sa, ma chi di apprensione vive davvero ricorda all’opinione pubblica mondiale che è normale che una ragazza lesbica a Damasco voglia camuffare la sua identità: Amina forse non esiste, ma di Amine ce ne sono tante. Il prezzo della comparsa. La più grande operazione di disinformatia durante la primavera araba per ora è stata tentata dal governo siriano.
Centinaia di palestinesi sono stati pagati da Damasco per andare al confine con Israele, sulle alture del Golan, a inscenare manifestazioni contro il governo di Gerusalemme, prima in occasione dell’anniversario della Nabka, in arabo “la catastrofe” della nascita dello stato ebraico, e poi per l’anniversario della Naksa, “la sconfitta” nella Guerra dei sei giorni. Voleva essere un tentativo di deviare lo slancio della primavera araba – che a dispetto dei suoi esiti incerti ancora riscuote simpatie in occidente – contro il nemico di sempre. Il calcolo cinico del regime è stato questo: pazienza, anzi meglio, se qualcuno dei manifestanti finisce per essere ammazzato negli scontri con le guardie di frontiera, determinate a non lasciare passare nessuno; ogni morto sarà un atto d’accusa contro Israele e alleggerirà la pressione internazionale sui morti che stiamo facendo noi.
La messinscena non ha retto: le alture brulle e deserte del Golan non sono un posto dove può nascere sul serio una manifestazione senza la partecipazione attiva del governo, che infatti ha provveduto agli autobus per il trasporto, li ha fatti passare attraverso i checkpoint militari e ha pagato i manifestanti mille dollari ciascuno, diecimila dollari alla famiglia in caso di morte. I morti in effetti ci sono stati – almeno otto palestinesi sono stati uccisi dallo scoppio di una mina siriana, innescata inavvertitamente dalle loro bottiglie molotov.
Ocampo e la traccia di Viagra. Luis Moreno Ocampo, procuratore della Corte internazionale dell’Aja, sta raccogliendo le prove contro il colonnello Gheddafi. Testimonianze, resoconti, numeri. L’impresa non è semplice, verificare le fonti è quasi impossibile, i capi di imputazione sono molto vaghi, e già leggendari. Come la storia del Viagra.
Ocampo ha spiccato il 16 maggio scorso mandati di cattura al colonnello, a suo figlio Seif al Islam (quello con gli occhialetti da intellettuale che piaceva molto in occidente) e al capo dei servizi segreti per crimini contro l’umanità durante la repressione dei ribelli in rivolta. Due giorni fa Ocampo ha detto che esistono le prove che Gheddafi abbia ordinato alle sue truppe di violentare centinaia di donne come arma contro i ribelli dell’est del paese. E per fare il lavoro per bene, il colonnello – secondo alcune testimonianze – ha ordinato Viagra in grande quantità e l’ha poi somministrato (in modo coatto) ai soldati in modo da aumentare le possibilità di stupro. Ocampo ha detto che la storia – che già era stata sollevata dall’ambasciatrice americana all’Onu, Susan Rice, quando si stava decidendo la risoluzione dell’Onu che ha autorizzato le operazioni militari in Libia – “sta avendo conferme nei dettagli dalla polizia, ora bisogna capire chi è coinvolto”.
L’azienda che produce il Viagra ha condannato ogni “uso non conforme” del medicinale, ma intanto ha anche sottolineato che da febbraio non è stato più venduto alcunché a Tripoli, in quanto erano in vigore le sanzioni.
I teatrini del regime libico sotto le bombe. I giornalisti a Tripoli sono portati ogni giorno da una parte all’altra della città per vedere lo scempio combinato dai bombardamenti delle forze dell’Alleanza atlantica – da soli non possono girare. Come racconta Toni Capuozzo su questo giornale quotidianamente, ci sono molte incongruenze, parecchie comparse, molte domande senza risposte. Di certo ci sono le esplosioni, sempre più intense, tutte le notti. Il resto è una messinscena a uso e consumo dei media occidentali. L’inviato del Guardian ha raccontato di essere andato in un ospedale a vedere una bimba che giaceva in un letto, vittima di un bombardamento notturno. Mentre i giornalisti erano lì al capezzale, un medico ha passato un biglietto con scritto: “Ha avuto un incidente stradale”. Capuozzo è stato a vedere il cilindro ammaccato, prova evidente di un “missile della Nato”, che però aveva scritte in cirillico. Il regime non ha saputo dare spiegazioni, o meglio, ne ha date tante – “un cartone animato”, ha scritto Capuozzo –, e alla fine i giornalisti sono rimasti a vegliare su quello che, senza ombra di dubbio, era uno Scud.
Intanto lì intorno si aggirava lo stesso uomo che poche ore prima, in ospedale, si era presentato come lo zio di una bambina ferita in un bombardamento. Se la Nato bombarda i ribelli. Come è noto, la comunità internazionale ha deciso di intervenire in Libia per difendere i ribelli dalle minacce cruente di Gheddafi: “Ratti, vi verremo a prendere zenga zenga”, vicolo per vicolo, disse il colonnello alla viglia dell’attacco a Bengasi, scongiurato con l’arrivo delle forze alleate. Ora, mentre dall’occidente austero ma generosissimo arrivano finanziamenti ai ribelli, come ha annunciato orgoglioso il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, la Nato – secondo fonti britanniche – dice di essere pronta a bombardare i ribelli (sì, i ribelli) se non finiscono i continui resoconti degli attacchi ai civili da parte delle forze dei ribelli dell’est. A testimoniare il lato nero degli intellettualissimi rivoltosi di Bengasi è stato, lunedì, Human Rights Watch, che in un report ha spiegato che i ribelli detengono molti civili sospettati di infedeltà (e di lealtà al regime libico, naturalmente) e che uno di questi sarebbe morto a causa delle torture subite.
La settimana precedente, un panel delle Nazioni Unite che sta investigando sulla guerra aveva stabilito che entrambe le parti, ribelli e regime, avevano commesso crimini di guerra durante il conflitto. I ribelli non l’hanno presa bene: “Non accettiamo minacce dalla Nato – hanno detto – L’Alleanza partecipa alle azioni militari soltanto perché è stata invitata da noi”. Sono i ribelli che individuano gli obiettivi, sono i ribelli che stanno facendo radere al suolo Tripoli in questa tremendissima caccia all’uomo, sono sempre i ribelli che – come ha raccontato il New York Times – hanno squadroni della morte che vanno a Bengasi e dintorni a prendere tutti quelli che non manifestano eterna fedeltà. Vicolo per vicolo. Le sorti dell’erede di Bin Laden. Un altro pezzo di disinformazione arriva dal Pakistan. Venerdì scorso è stato ucciso in un attacco di droni americani sulle aree tribali il capo militare di al Qaida, forse il successore stesso di Osama bin Laden, il pachistano Ilyas Kashmiri. Ex membro delle forze speciali di Islamabad circondato da un alone di leggenda – si dice abbia decapitato un soldato indiano e abbia portato la testa al suo comandante, il futuro presidente Pervez Musharraf –, Kashmiri era il peggior nemico immaginabile, puro veleno in circolo nel complicato sistema Afghanistan-Pakistan- Kashmir-India.
E’ stato lui a organizzare la strage di Mumbai del 2009. Il giorno dopo l’attacco di venerdì scorso, il commissario politico per il Waziristan del sud a nome del governo ne ha annunciato la morte, anche se le agenzie riferivano di corpi così mal conciati dalle fiamme da essere irriconoscibili (e subito seppelliti). La morte è stata confermata da un portavoce del suo gruppo terroristico, lo Harkat ul Jihad al Islami (Huji), con un breve messaggio scritto a mano, postato su Internet e faxato alle agenzie. Il portavoce è però sconosciuto. E nel messaggio il nome del gruppo è scritto in modo sbagliato. E la foto che mostrerebbe il corpo di Kashmiri è in realtà quella di un terrorista ucciso a Mumbai – un po’ come accadde dopo il raid di Abbottabad, quando subito circolarono finte foto del cadavere di Bin Laden. Gli abitanti di Ghwa Khwa fanno sapere – attraverso un intermediario, le aree tribali sono chiuse ai giornalisti – di avere saputo del bombardamento ma di non avere sentito nulla sulla morte di Kashmiri. Eppure il ministro dell’Interno Rehman Malik quattro giorni fa ha detto a Reuters di essere “sicuro al 98 per cento”.
Il giorno dopo ha detto di esserlo “al cento per cento”. Gli americani non si pronunciano, non sono in grado di confermare. Il super terrorista era già stato dichiarato morto dopo un attacco aereo nel settembre 2009, ma il giornalista pachistano Syed Saleem Shahzad era riuscito ad avere un’intervista con lui – redivivo. Quattro giorni prima della seconda morte di Kashmiri, Syed è stato rapito e ucciso. Essere creduto morto sarebbe indubbiamente di grande aiuto per il successore di Bin Laden, se avesse deciso di allontanare i suoi inseguitori. Sangue, bugie e videotape. Video che contraddicono video che smentiscono altri video ancora. La rivoluzione siriana sta diventando una lotta tra fonti. Come segnala il New York Times, l’opposizione è riuscita a entrare in possesso di alcuni brevi filmati girati da agenti delle forze di sicurezza durante la repressione. Si vedono gli uomini del regime passeggiare sui corpi di civili uccisi sul tetto di una moschea di Daraa, seminando armi e munizioni, per dare credibilità alla versione della tv di stato: non ci sono manifestanti pacifici, ma soltanto gang indefinite di pericolosi “uomini armati”. In realtà, come si capisce dai sacchetti della spesa accanto, si trattava semplicemente di corrieri che portavano acqua e viveri ai quartieri assediati dall’esercito. Un altro di questi video-trofeo mostra gli agenti camminare sui corpi degli arrestati, costretti a cantare canti pro regime. Damasco ha tentato di sostenere che si trattasse di un vecchio video girato anni fa in Iraq, ma è stata smentita dalle testimonianze degli abitanti del posto.

Il FOGLIO - Alberto Mucci : " Ma non vogliono la vostra libertà all’occidentale, dice Ramadan "


Tariq Ramadan

Roma. Le donne hanno avuto un ruolo da protagoniste nella primavera araba ma non è la prima volta, segnalano una dopo l’altra le oratrici invitate dal manifesto per il convegno “La speranza scende in piazza”. Cherifa Bouatta, docente dell’Università Alger II, apre l’incontro sottolineando che “le donne sono state protagoniste della rivoluzione d’indipendenza algerina. C’è tuttavia una differenza fondamentale: durante i movimenti di liberazione lottavano per la liberazione del paese senza pensare alla propria”. Nel film “La battaglia di Algeri” Gillo Pontecorvo raffigura perfettamente la donna algerina, vestita da Costa azzurra degli anni 50, come l’unica in grado di portare fuori dalla Casbah (dove gli uomini del Fronte di liberazione nazionale erano nascosti) armi e messaggi. “Anche in Egitto l’attivismo femminile non è una novità”, spiega Lilia Zaouali scrittrice e attivista tunisina, “la figura di Nabawiyya Musa è indicativa: negli anni Venti creò la prima associazione femminile e fu anche a Roma per una manifestazione femminista. Al suo ritorno una folla di donne velate la accolse, Nabawiyya fece scivolare il velo e scoppiò un applauso generale”. Ma, nonostante gli episodi del passato su cui gli interventi insistono, la massiccia partecipazione delle donne ha colto la maggioranza di sorpresa. La donna non ha avuto un ruolo soltanto in Egitto e Tunisia. Indicativo è un episodio in Yemen, il più povero tra i paesi arabi e dove le donne istruite sono meno di un terzo di quelle del Cairo o di Tunisi. Saleh aveva chiamato le donne che manifestavano “non islamiche” a causa della promiscuità della piazza ma, dopo violente proteste, è stato costretto a smentirsi precipitosamente. Adesso, racconta Manan Hassin, una coordinatrice di piazza Tahrir, “le donne non sono solo presenti, hanno un ruolo da protagoniste: siamo state noi a riempire piazza Tahrir, ad allestire l’ospedale provvisorio, a rimanere fino all’ultimo giorno e ad accamparci per settimane”. Le donne presenti in piazza, è innegabile, erano numerose: in Bahrein Ayat al Gormezi, una studentessa di venti anni incarcerata da più di due mesi senza motivo, è diventata il simbolo della rivolta nel paese del Golfo. A smorzare l’entusiasmo della sala è stato l’intervento di Tareq Ramadan (forse perché l’unico uomo invitato), notissimo docente di Oxford, che, come dice Marco d’Eramo, storica firma del manifesto, al Foglio “abbiamo invitato proprio per questo”. Ramadan sposta subito il centro del dibattito: “Non vedo un futuro per la rivoluzione, la chiamerei invece una rivoluzione incompiuta”. Il cinismo di Ramadan però non è legato alla presenza di islamisti o dei Fratelli musulmani (Ramadan è il nipote di uno dei fondatori del movimento), ma dagli interessi geopolitici. “L’occidente non ha problemi a sostenere gli islamisti, basta guardare all’Arabia Saudita”. Il tono di Ramadan si fa più concitato e denuncia la contrapposizione fittizia che l’occidente ha creato: o un governo islamista o la dittatura: “L’islam non è monolitico, ci sono tante forme di islamismo quanti sono i musulmani. Sì, le piazze hanno chiesto giustizia e libertà ma queste non possono essere intese nel senso europeo, bisogna inserirle nel contesto culturale mediorientale che è appunto islamico. Lo stesso si può dire per il secolarismo: con cosa è associato il concetto in medio oriente? Prima con il colonialismo e poi con le dittature imposte dall’occidente”. Per non inimicarsi maggiormente il pubblico Ramadan ammette, “sì ci sono cambiamenti per le donne ma, anche se è presto per trarre conclusioni, la vera rivoluzione arriverà con la volontà dei nuovi governi di avere relazioni con il terzo mondo. Questo causerà uno spostamento dell’ideologia dominante”.

IT.DANIELPIPES.ORG - Daniel Pipes : " Primavera araba: una definizione non appropriata "


Daniel Pipes

Per il pezzo in lingua originale inglese, cliccare qui

Negli ultimi cinque mesi e mezzo si è parlato di "primavera araba" per descrivere impropriamente le turbolenze in Medio Oriente; Google menziona l'espressione 6,2 milioni di volte, contro 660.000 per "rivolta araba" e solo 57.000 per "sconvolgimenti arabi". Ma io non uso mai questa espressione e non lo faccio per tre motivi:

1. È inesatta sul piano della stagione. I disordini sono cominciati in Tunisia il 17 dicembre 2010 sul finire dell'autunno e i principali avvenimenti sono accaduti durante l'inverno – le dimissioni di Ben Ali del 14 gennaio, quelle di Mubarak rassegnate l'11 febbraio, i disordini in Yemen scoppiati il 15 gennaio e in Siria il 26 gennaio e poi le sommosse in Bahrein e in Iran del 14 febbraio e per finire la rivolta libica del 15 febbraio. La primavera è quasi terminata e poco o nulla è accaduto negli ultimi mesi. Quindi, a voler essere precisi, si dovrebbe parlare di "inverno arabo" (espressione che è menzionata 88.000 volte su Google).

2. Questa espressione implica un ottimismo ingiustificato riguardo all'esito. Benché io rilevi l'emergere di un nuovo spirito costruttivo sia in Piazza Tahrir sia altrove, e nonostante apprezzi le sue opportunità a lungo termine, le conseguenze a breve termine sono state un depauperamento e migliaia di vittime, senza poter scartare l'eventualità di una svolta islamista.

3. Le manifestazioni di protesta svoltesi in Iran nel 2011 non riescono per nulla a raggiungere le proporzioni di quelle del 2009, ma esse hanno avuto luogo nel febbraio scorso e rischiano di infiammarsi – in tal caso, la loro importanza sovrasterebbe ogni altra cosa che accade nella regione. Pertanto, è un errore trascurare l'Iran.

Così, a mio avviso, non c'è nessuna "primavera araba". (E non sto qui a dire che questo termine mi evoca l'immagine di un'oasi nel deserto.) Preferisco delle espressioni neutre e appropriate come "sconvolgimenti mediorientali" (87.000 menzioni su Google).

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Pubblicato il 11/6/2011 alle 14.0 nella rubrica Diario.

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