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La pace in Palestina: basta volerla

 
   
Scritto da Gianni Pardo   
 
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Riguardo al problema palestinese Barack Obama, come tutti, vorrebbe essere il “Salvatore”. Colui che risolve il problema che nessuno prima ha risolto. Solo che  a volte gli altri non ce l’hanno fatta semplicemente perché nessuno poteva farcela.
Per secoli gli studiosi si sono impegnati a risolvere la quadratura del cerchio e il più geniale di loro è stato colui che ad un certo momento dimostrò che il problema era irresolubile.

In Palestina tutti vorremmo “due popoli e due Stati”. E la cosa è facilissima. Basti pensare che S.Marino è indipendente e tuttavia esso convive sulla penisola italiana con uno Stato che potrebbe farne un solo boccone. Ma da un lato la Repubblica Italiana non ha mire aggressive o annessionistiche, dall’altro S.Marino non si propone affatto come una base per attacchi militari o terroristici contro la Repubblica Italiana. In queste condizioni, la coabitazione può durare indefinitamente, perfino quando si tratta di nazioni grandissime come gli Stati Uniti e il Canada, la cui frontiera è largamente inesistente per gran parte del territorio.
La premessa della convivenza di due Stati indipendenti dipende esclusivamente dalle loro intenzioni. Se sono pacifiche, può essere indipendente anche uno Stato perfettamente disarmato (Lo Stato della Città del Vaticano); se non lo sono, lo Stato più forte limita la sovranità dell’altro nella misura che ritiene necessaria.
Israele ha avuto la prova e la riprova (1948, 1967, 1973) che dalla ex Cisgiordania e dalla Siria possono partire attacchi intesi ad annientarla. Perfino col pericolo di un genocidio. Ma gli aggressori hanno perso tutte le guerre e il risultato per gli sconfitti è un’autonomia economico-amministrativa che non somiglia affatto alla piena sovranità. Perché, se ne disponessero, se ne servirebbero per chiamare a raccolta tutti gli alleati arabi e sferrare ancora un attacco. Non si vede proprio perché Gerusalemme dovrebbe permettere che questa aggressione parta da posizioni di grande vantaggio territoriale.
Sui giornali abbiamo letto che, secondo il Presidente degli Stati Uniti, gli israeliani si dovrebbero ritirare da tutti i Territori Occupati, tornando alle frontiere del 1967. E ci siamo subito chiesti: quelli di prima o di dopo la Guerra dei Sei Giorni?
Ma anche se Obama si riferisse al territorio israeliano quale è risultato dopo la guerra del 1967 la proposta rimarrebbe inaccettabile. Israele non può rinunciare alla sua storica capitale in cui gli arabi, quando era sotto il loro potere, non permettevano agli ebrei di andare a pregare. E non possono rinunciare alle alture del Golan. Economicamente quel piccolo territorio non vale niente ma da esso si domina la valle sottostante e la Siria a suo tempo se ne serviva per attaccare Israele con l’artiglieria. In conseguenza della guerra Israele si è annessa Gerusalemme e poco altro, esclusivamente per fini difensivi. E dal momento che questi fini vanno salvaguardati ancora oggi (basterà rileggere i proclami di Hamas) Gerusalemme non porgerà volontariamente il proprio collo al boia.
La soluzione non è quella di un trattato. Anche se il futuro Stato palestinese facesse le migliori promesse e anche se firmasse e controfirmasse i massimi impegni di pace, uno Stato non è tenuto a mantenere la parola. È questa la vera sovranità. L’unica garanzia, per l’aggredito, è che l’aggressione sia impossibile o tecnicamente perdente: cosa che si realizza innanzi tutto impedendo al futuro aggressore di disporre di armi pesanti.
Due popoli due Stati, dunque: ma uno con l’aviazione e uno senza, uno con i carri armati e uno senza, uno con i missili e l’altro senza. Uno con la bomba atomica e uno senza. Uno sovrano e l’altro no.
La pace in Palestina è tuttavia facile, ma partendo dall’altro estremo: non un trattato che realizzi la pace, ma una pace che renda superfluo il trattato. Se i palestinesi smettessero di volere eliminare Israele dalla realtà come l’hanno eliminato dalle loro carte geografiche, la pace sarebbe per domani e la Palestina non sarebbe meno indipendente del Libano o della Giordania. Se invece i palestinesi rimarranno attaccati ai loro bellicosi sogni di rivincita e di sterminio degli israeliani, non hanno avuto l’indipendenza dal 1948 e forse non l’avranno neppure fra cinquant’anni. Quand’anche Obama facesse discorsi tanto belli da indurci tutti al pianto.

giannipardo@libero.it Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo , pardonuovo.myblog.it

Pubblicato il 31/5/2011 alle 7.59 nella rubrica Diario.

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