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Stato democratico, Stato ebraico

Si discute molto della richiesta di riconoscimento di Israele come “stato democratico ed ebraico” che si trova nelle richieste negoziali di Netanyahu e nell’emendamento alla legge di cittadinanza di Israele che richiede un giuramento in questo senso a coloro che vogliono prenderne la cittadinanza. C’è chi ha sostenuto che si tratta di un ostacolo alla pace, chi – anche autorevolissimi prelati cattolici – ha confuso questo tema con la richiesta di un’adesione religiosa e l’ha definito antidemocratico.
Se la si considera storicamente, la questione è molto semplice e riguarda un punto centrale della nostra comune esistenza. Si parla spesso nel mondo attuale di “mission”, lo scopo centrale che si assegnano aziende, istituzion i, enti. Naturalmente anche gli stati hanno delle missioni. Quella di Israele è particolarmente chiara, anche perché si tratta del primo stato la cui nascita è stata garantita da una serie di trattati internazionali e di voti della Società delle nazioni e poi dell’Onu. Lo troviamo nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917: “the establishment of a national home for the Jewish people”. Queste stesse parole si ritrovano nel trattato di San Remo del 25 Aprile 1920, come scopo del mandato britannico, poi richiamata dalla mozione dell’Onu che ne stabiliva la divisione in due stati (si sa che i dirigenti delle organizzazioni ebraiche accettarono e proclamarono l’indipendenza di Israele, e gli arabi rifiutarono e fecero la guerra contro il nuovo stato, con quel che ne seguì – ma questa è un’altra storia).
Dunque la missione fondativa di Israele, internazionalmente riconosciuta, egrave; di essere “la casa nazionale [detto in maniera meno goffa: la patria] del popolo ebraico”. Non vi è nulla di strano in questo, non è diverso da ciò che stabiliscono le leggi di tutti gli stati, accettando lo “jus sanguinis” per la loro cittadinanza anche dopo diverse generazioni (così l’Italia, per esempio) o accordandola preferenzialmente ai membri del proprio gruppo etnico o linguistico (così la Germania, ancora per fare un esempio fra i tanti). Applicato a Israele, questo principio non vuol dire escludere i cittadini non ebrei, naturalmente (l’esclusiva religiosa della nazionalità è invece una caratteristica di molti stati arabi, Arabia Saudita in testa), né tantomeno di chiederne la conversione o l’espulsione. Questo è il senso di aggiungere la specificazione di “democratico”.
Vuol dire invece esigere il riconoscimento da parte di tutti del principio che la “missione” di Israele, il senso dell’esistenza dello stato, consiste nell’essere la patria della nazione ebraica. Pensare che gli stati debbano essere strutture neutre rispetto alla cultura e alla nazione, senza identità o valori specifici, non vuol dire realizzare una democrazia più perfetta, ma toglierne il senso politico, ridurli a mera amministrazione, considerare ininfluente il senso di appartenenza dei suoi cittadini. Anche ignorando i precedenti dell’antisemitismo e della Shoà, che impongono agli ebrei una particolare esigenza di rifugio e protezione, Israele non può rinunciare alla sua missione senza tradirsi o distruggersi. Allo stesso modo i paesi europei non potrebbero trasformarsi in stati islamici (se le cose vanno avanti così, per alcuni è questione di decenni), senza distruggere e tradire la propria identità o “missione”. Ora questa identit&a grave; per i cittadini è importante, è stata costruita con sacrifici e lavoro immenso, ha prodotto uno sviluppo culturale specifico, insomma è un valore essenziale per molti. Perché altrimenti ci sarebbero state guerre di indipendenza, “risorgimenti”, “irredentismi”, “resistenza”? Perché creazioni artistiche e culturali consapevolmente ispirate alla propria tradizione linguistica e nazionale? Non sarebbe stato lo stesso per gli italiani di Trento e Trieste far parte dell’Austria, per gli alsaziani essere tedeschi, di recente per i bosniaci essere serbi? Chi pensa che le identità nazionali non contino si condanna a non capire la storia e a ignorare le dinamiche profonde di molti conflitti.
Se la “missione” o l’identità di uno Stato viene attaccata e negata, come per Israele accade da decenni, è logico che se ne richieda il riconoscimento anche formale, ai cittadini e ai vicini. E’ una vecchia nozione filosofica, che risale almeno a Hegel, che il riconoscimento reciproco, in cui l’altro è accettato come altro sia condizione basilare di ogni pace. Qualcosa del genere sta accadendo in Europa, come ha detto di recente anche Angela Merkel: se il multuculturalismo deve significare la fine delle identità nazionali, esso è inaccettabile. Gli immigrati devono accettare di integrarsi nella cultura nazionale: una delle differenze dell’immigrazione islamica rispetto a quelle ebraiche e intra-europee consiste proprio in questo, nel rifiuto di integrarsi (che non vuol dire assimilarsi, naturalmente).
Tornando a Israele, non meraviglia che la chiesa e gli arabi, seguiti dalla maggioranza dei governi e dei media occidentali, non vogliano riconoscerlo come Stato degli ebrei: per motivi diversi ma ugualmente profondi, non sono disposti ad accettare che gli ebrei siano un popolo come gli altri e abbiano diritto al suo stato. E però - lasciando stare qui la teologia della sostituzione e dunque dell’eliminazione del popolo ebraico, che ancora, diciannove secoli dopo Paolo di Tarso, giace sul fondo dell’identità cristiana - arabi e soprattutto palestinesi non possono fare davvero la pace con uno stato che ha l’identità di organizzare la nazione ebraica senza accettare non di “chiamarlo come gli piacerà di darsi nome” secondo la furbastra espressione di Abbas, ma di riconoscere davvero l’esistenza e la legittimità di una patria ebraica in Eretz Israel. Fin che questo non avverrà (e Abbas ha appena dichiarato che non accadrà “mai”) non vi sarà pace in Medio Oriente, al massimo una tregua precaria come fu Oslo. Sarà triste ma è bene saperlo e regolarvisi.

Ugo Volli

Pubblicato il 18/10/2010 alle 17.57 nella rubrica Diario.

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