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Le altre crisi umanitarie, dimenticate da Onu e mass-media

Evelyn Gordon
Shashi Tharoor, sottosegretario generale dell’Onu per la comunicazione e l’informazione, ha pubblicato il 14 luglio scorso un angosciato appello sull’International Herald Tribune intitolato “Le notizie di crisi che non avete mai letto”. In esso Tharoor accusava i mass-media, e dunque il mondo, di ignorare diverse crisi umanitarie assai gravi.
Due giorni dopo, sullo stesso quotidiano Carol Bellamy, direttore esecutivo dell’Unicef, pubblicava un pezzo simile nel quale lamentava l’oblio da parte del mondo di una crisi in particolare, quella dell’Uganda, dove bambini persino di sei anni vengono arruolati a forza nell’Esercito della Resistenza del Signore e usati come schiavi o come combattenti veri e propri. Sono circa dodicimila i bambini che sono stati sequestrati dall’Esercito della Resistenza del Signore negli ultimi due anni, scrive Bellamy, mentre altri 44.000 fuggono dalle loro case ogni notte per cercare di non essere rapiti.
E le denunce non vengono solo da funzionari dell’Onu. L’editorialista del New York Times Nicholas Kristof, ad esempio, ha pubblicato un articolo lo scorso primo giugno lambasting nel quale lamentava l’indifferenza del mondo per il genocidio nella regione sudanese del Darfur, dove milizie arabo islamiche sostenute dal governo di Khartoum da sedici mesi stanno massacrando popolazioni musulmane non arabe. A parte l’assassinio diretto di migliaia di persone, queste milizie hanno costretto un milione e duecentomila abitanti del Darfur ad abbandonare le loro case. I profughi vivono in campi improvvisati dove le condizioni sono così misere che decine di essi muoiono ogni giorno. Secondo le stime degli esperti, in totale quest’anno tra i 100 e i 500.000 profughi del Darfur moriranno per malnutrizione e malattie. Kristof trova incomprensibile il silenzio del mondo su questa tragedia.
Tharoor attribuisce l’indifferenza dei media alla loro ossessione per la guerra in Iraq. Bellamy e Kristof non danno nessuna spiegazione. Inutile dire che nessuno dei tre ha minimamente pensato di attribuire qualche responsabilità alle loro rispettive organizzazioni. E invece, se il mondo è indifferente a crisi umanitarie come quelle in Sudan e in Uganda, i primi da chiamare in causa sono proprio i due soggetti che dovrebbero portare queste crisi all’attenzione del mondo: l’Onu e i mass-media.
E’ molto difficile che un cittadino medio si commuova per crisi di cui a mala pena ha sentito parlare. Ciò che afferra la sua attenzione sono le questioni di cui sente parlare ogni giorno. Tharoor ha ragione quando dice che l’Iraq è una di queste. Ma c’è un’altra questione sulla quale sia l’Onu che i media puntano l’attenzione così ossessivamente che ne resta loro assai poca per altre gravi crisi come quella in Sudan. E’, naturalmente, il conflitto israelo-palestinese.
Negli ultimi quattro anni il conflitto israelo-palestinese ha provocato circa quattromila morti e, secondo stime dell’Onu, circa 15.000 sfollati. Il conflitto nel Darfur, in meno di un terzo del tempo, ha provocato circa trentamila morti e un milione e 200.000 sfollati. Da un punto di vista oggettivo, dunque, la crisi nel Darfur dovrebbe essere assai più grave. Invece una ricerca negli archivi dei principali quotidiani americani ed europei rivela che, l’anno scorso, questi giornali hanno pubblicato su Israele un numero di articoli da sette a 14 volte maggiore che sul Sudan. Il New York Times, ad esempio, ha pubblicato 260 articoli sul Sudan e 2.837 su Israele. Il London Times 148 sul Sudan contro 1.118 su Israele. Die Welt 568 contro 8.205; El Pais 166 contro 1.776. Inoltre, gli articoli su Israele spesso vanno in prima pagina mentre quelli sul Sudan finiscono per lo più seminascosti in una pagina interna.
Dunque non sorprende il fatto che, mentre decine di abitanti del Darfur muoiono ogni giorno per mancanza di aiuti internazionali, contemporaneamente, stando ai dati della Banca Mondiale, i palestinesi ricevono più aiuti internazionali pro capite di qualunque altro paese al mondo dalla fine della seconda guerra mondiale.
Altrettanto responsabile dei media per la diffusa impressione che tutte le crisi internazionali impallidiscano rispetto al conflitto israelo-palestinese, sono le Nazioni Unite. A parte la clamorosa sproporzione fra il numero di risoluzioni Onu dedicate a condannare Israele (comprese più di un quarto di tutte le condanne emesse dalla Commissione Onu per i Diritti Umani in più di 40 anni), sono le stesse strutture istituzionali dell’Onu as essere spropositatamente incentrate su questo conflitto, con la virtuale esclusione di tutti gli altri. Ad esempio, come notava recentemente Anne Bayefsky sul Jerusalem Post, di 10 sessioni d’emergenza in tutto a cui è stata convocata l’Assemblea Generale, ben 6 erano dedicate a Israele. Nessuna convocazione d’emergenza per il Sudan, o per i massacri in Rwanda che hanno causato la morte di 800.000 persone.
Ma dove questa pregiudiziale istituzionale è più evidente è sul tema dei profughi. Un’intera agenzia dell’Onu, l’UNRWA, è dedicata ai profughi palestinesi, mentre tutti gli altri profughi del mondo sono di competenza dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR). Questi due organismi verosimilmente diffondono comunicati, indicono conferenze stampa, pubblicano articoli e insomma si sforzano più meno allo stesso modo, con questi e altri mezzi, di attirare l’attenzione internazionale. Ma, mentre tutta la pubblicistica dell’UNRWA è dedicata ai profughi palestinesi, quella dell’UNHCR deve dividersi fra decine di crisi diverse in tutto il mondo. Così i profughi palestinesi ricevono istituzionalmente molta più attenzione di tutti gli altri profughi del mondo messi insieme, benché la maggior parte dei cosiddetti profughi palestinesi, a differenza di quelli che muoiono nel Darfur, siano da cinquant’anni reinsediati in vere case e vere comunità in Cisgiordania, Giordania e nella striscia di Gaza.
Non basta. Mentre l’UNHCR definisce come “profughi” solo coloro che hanno personalmente perduto la casa, l’UNRWA definisce “profughi palestinesi” anche tutti i discendenti di coloro che hanno perduto la casa. Così l’UNRWA oggi esibisce 4.100.000 profughi palestinesi, laddove applicando la definizione dell’UNHCR, che vale per tutti gli altri, essi sarebbero soltanto 200.000 circa (cioè quelli ancora in vita dei circa 650.000 palestinesi che abbandonarono Israele nel 1948). Chiaramente, quattro milioni e centomila profughi fa molto più effetto: al confronto, il milione e 200.000 profughi del Darfur pare poca cosa. Ma come potrebbe competere con queste cifre l’Alto Commissariato per i Rifugiati se gli è vietato gonfiare le sue cifre come fa l’UNRWA?
Dunque, se alcuni funzionari Onu e un editorialista sono sinceramente afflitti dall’indifferenza del mondo per crisi umanitarie come quelle in Sudan e Uganda, essi possono solo prendersela con se stessi. Sono solo loro che possono cambiare il loro ordine di priorità e, di conseguenza, quello del mondo.

(Da: Jerusalem Post,)

Nella foto in alto: Un padre porta il corpo del figlio di un anno verso il cimitero del campo profughi di El-Geneina, Darfur occidentale

Pubblicato il 29/9/2010 alle 7.42 nella rubrica Diario.

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