La protesta contro il presidente venezuelano si diffonde in Rete, tra microblogging e social network, insomma dove la gente può trovare degli spazi. La risposta del democratico presidente: "Siete terroristi e vi fermeremo"
Hurricane 53
El gordo (il ciccione) si scruta intorno alla ricerca dei ... terroristi
Anche Hugo Chavez ha scoperto l’esistenza di Twitter. E quello che ha visto non deve essergli piaciuto molto. Da domenica, il presidente del Venezuela è l’obiettivo di una vivace campagna di protesta online, nata all’indomani della decisione di chiudere il canale televisivo RCTV Internacional. Lanciata dalle associazioni locali per la libertà di espressione e diffusasi negli ambienti universitari di Caracas, la campagna ha trovato nel mondo dei social network il terreno fertile per svilupparsi e diffondersi anche oltre i confini venezuelani. Per Chavez, i conti con RCTV International sono aperti da parecchio tempo. Nel 2007, il presidente obbligò la stazione ribelle a interrompere le sue trasmissioni via etere e a traslocare sul cavo. Un ridimensionamento che non ha impedito al network di mantenere una posizione molto critica nei confronti dell’azione del governo. La politica di controllo dell’informazione di Chavez, soprattutto di quella “meno allineata”, non riguarda comunque solo RCTV, ma coinvolge anche le radio, i giornali e – di recente – altri canali tv via cavo accusati di non trasmettere i periodici messaggi del presidente alla nazione. Il silenziatore imposto ai mezzi d’informazione nazionale si sta però trasformando in detonatore su Internet. Il gruppo Chavez estas ponchao! ("Chavez sei stato eliminato!", nel gergo del baseball) su Facebook conta oggi oltre duecentomila iscritti e digitando l’hashtag #freevenezuela su Twitter si rimane inondati da una marea di informazioni, vignette, link e messaggi a favore della libertà d’espressione in Venezuela e contro il presidente. Un flusso inarrestabile, che si rinnova e ingrossa minuto dopo minuto, al quale Chavez ha deciso di opporsi a modo suo. Accusando Twitter di non essere altro che una nuova forma di terrorismo e sollecitando l’Assemblea Nazionale a varare delle leggi per il controllo del Web, come riporta il settimanale colombiano Semana. E’ un sogno condiviso con molti altri colleghi. Per ogni dittatura che si rispetti (e non solo per le dittature), l’ecosistema dei social network sta diventando una patata sempre più bollente. In Cina il 2010 è stato inaugurato dal muscoloso braccio di ferro tra il governo di Pechino e Google, a Cuba la classe dirigente se la deve vedere con le barricate digitali messe su dai blogger, mentre a Teheran il regime di Ahmadinejad e degli ayatollah ha già imparato sulla propria pelle quanto sia difficile mettere un argine alla massa di piccole informazioni che circolano su Twitter, sui social network, su YouTube. Irreggimentare le tv non è poi così difficile; e i giornalisti stranieri possono essere facilmente tenuti al di là delle frontiere, per impedire che ficchino il naso in affari che non li riguardano. Ben diverso è riuscire a impedire a ogni singolo cittadino di sfruttare il mix tra telefonini e reti digitali per raccogliere e far circolare notizie, messaggi e immagini di denuncia e protesta. "Il cyberspazio in Sudamerica sarà piuttosto affollato quest'anno", prevede Doug Hanchard, un esperto di high tech citato dal sito americano FoxNews. Una prospettiva probabilmente non troppo gradita al presidente Chavez, soprattutto in vista delle elezioni per il rinnovamento del parlamento, in programma il 26 settembre, alle quali il Venezuela arriva nel pieno di una difficile situazione economica e sociale.
Luca Castelli La Stampa