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Gente d'Israele: Aaron Fait e i salmoni del Negev... colorati di rosa!

Molto spesso (l’ultimo è il caso del conferimento del conferimento della cittadinanza romana a Gilad Shalit passato obbrobriosamente sotto silenzio se si eccettua un’intervista al padre… collocata a pagina 17 da “La Stampa”) i giornali italiani trascurano la realtà di Israele.

Verrebbe quasi da pensare che lo facciano quando non ci sono elementi che  “servano” a mettere in cattiva luce lo Stato ebraico.

Fortunatamente ci sono eccezioni. C’è chi riesce a cogliere il valore di quanto gli scienziati israeliani stanno facendo, senza clamori ma con risultati di tutto rilievo e, sotto molti aspetti, addirittura spettacolari.

 E’ il caso di R.A. Segre che, nei giorni scorsi ha incontrato Aaron Fait a Sde Boker. Aaron è una persona specialissima: è estremamente colto e capace di porgere le sue conoscenze a chi lo incontra con semplicità, senza quella sufficienza professorale che tanto spesso si nota (spiacevolmente) in molti scienziati e studiosi. E’ una persona capace di condurti per mano per farti capire di cosa sta parlando, senza frasi altisonanti o gergo difficile, ma con una semplicità che non può non affascinare.

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Aaron Fait

Così racconta il suo incontro il noto editorialista che, curiosamente, si riferisce allo scienziato chiamandolo sempre col solo cognome:

“Due grandi lastre di pietra. Due nomi: quello di David Ben Gurion e quello di sua moglie Pola e le date. Nient’altro. Con il resto rappresentato dal deserto col suo senso dell’infinito e dell’eternità. Silenzio. Non un trillo né un volo d’uccelli. Troppo assetati per dar segno di vita. Neppure il mormorio del vento a sollevarmi dal senso di insignificanza dell’umano. Un gruppo di reclute, sudate e sbracate, mitragliatori a tracolla, arriva alle mie spalle a ‘salutare’ la tomba del Padre di Israele. Turismo patriottico.

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Le tombe di Ben Gurion e della moglie Pola

Fait abita qui, in questo silenzio senza fine, in questo calore senza confini. E coltiva salmoni. (…ma non solo, come si vedrà più avanti ndr) Che colora di rosa per farli somigliare a quelli norvegesi, come fiordi trapiantati nel deserto. Lui che pure è di Bolzano.

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Sde Boker. Ingresso Blaustein Institutes

Ha risposto come un altro centinaio di giovanissimi ricercatori e più maturi scienziati, a due richiami che difficilmente altrove possono coesistere: quello avventuroso, romantico, pionieristico della frontiera e quello non meno avventuroso e pionieristico della scienza.

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Sde Boker. Vasca per trattamento delle alghe

Fait lavora nel dipartimento di biotecnologia e agraria delle zone aride. Si occupa fra le molte altre cose, dell’estrazione di una sostanza, la astaxanthin, dalle alghe che appartengono alla famiglia dei carotenoidi. Una specie di pozione magica capace di dipingere la vita: un antiossidante che colora di rosso il pomodoro e di rosa la carne dei salmoni fatti crescere in piscina. Oltre alla produzione di pesciolini colorati che già vengono venduti “in città” qui si studia come sfruttare l’olio che le microalghe producono come biofuel. Alcune sono capaci di accumularne fino al 60 per cento della loro bio-massa offrendo “l’unica soluzione, nel campo del biodisel, capace di liberare l’umanità dal fatidico triangolo acqua-cibo-energia”. La rivoluzione delle rivoluzioni.

Sarà, ma a me scoprire l’idea di colorare salmoni cresciuti nel deserto pare una presa in giro di Dante e del suo inferno. Ma è un pregiudizio. Perché a sentire il dottor Fait il deserto non dovrebbe far pensare al luogo di punizione delle anime ma a quello di speranza per l’umanità. Attraverso gli occhi e i microscopi di questi giovani scienziati che vengono da ogni parte dell’Europa e dell’America per misurarsi con le zone aride del mondo, è nel deserto che sta il futuro. Compreso quello dei salmoni pitturati come la Pantera rosa.

Prova a convincermi: ‘Ti ricordi di quelle piante secche che vedi rotolare nei film western? Ecco, sono importantissime come bio-massa. Studiando le strategie molecolari e fisiologiche di resistenza alle condizioni ambientali locali, isolandone i componenti, si possono ottenere piante resistenti a un’irrigazione limitata o di acqua riciclata’. Cioè piante capaci di vivere nel deserto quasi come nel giardino di casa. Piante che si accontentano di nulla, ma che danno tutto. Che trasformano anche il deserto in una serra fruttuosa e fiorita.

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Sde Boker. Fiori dalla sabbia

D’accordo, obbietto, sulla possibilità che voi scienziati del deserto possiate contribuire al sostentamento futuro dell’umanità intera con le vostre pozioni magiche. Ma oltre a correggere la terra e i suoi frutti cosa vi dice il deserto come esseri umani? Oltre a salmoni colorati di rosa cos’altro è capace di offrire ai vostri figli? Si può anche solo comprendere Mozart in maniera diversa qui, in questo ambiente ambiente così unico ma anche così artificiale?

 

Finiamo di mangiare il panino imbottito, un sorso di Coca Cola, e fait mi propone di fare un giretto in macchina. Vuol mostrarmi qualche cosa che vuol essere una risposta alle mie domande. Venti minuti di auto nel deserto. Caldo, polvere, strane formazioni di terra e roccia scolpite dal vento. Un’aria secca, sete millenaria di una terra vuota di esseri umani. Improvvisamente, dietro una curva, nel fondo di una valletta fra speroni di falsa roccia marrone, appare un rombo verde smeraldo. La superficie ben squadrata, incredibile eppur reale, di un vigneto. Vino rosso oltre che salmoni rosa.

 

Lasciamo l’auto all’inizio di un sentiero di terra battuta, fra du sculture di pietra: figura di donna con bambino, una specie di colonna votiva. Siamo nella proprietà strappata dal deserto di un contadino solitario, artista e produttore di 10mila bottiglie di vino pregiato e ben venduto ‘in città’ con le etichette da collezionista che lui stesso produce.

E’ una delle 14 fattorie create nel deserto da gente particolare, soldati soprattutto, che non ne vogliono più sapere di guerre, né di vita di città. In questa solitudine biblica hanno sviluppato un modi vita che non è quello degli Esseni del Vangelo, hanno moglie e figli, ma certo una visione dell’esistenza diversa da quella dei cittadini di Tel Aviv. Sono a loro modo dei ricercatori impegnati a sviluppare una vecchia e nuova scienza di vita nel deserto, un avamposto del futuro piantato nel cuore del deserto.

Il sole incomincia a scendere. Il calore a diminuire. Dal mare non lontano ma invisibile sta arrivando un po’ di aria fresca. Ritorniamo in silenzio all’auto. Verrebbe voglia di vivere questo futuro prossimo venturo che cresce, con i suoi vigneti, i suoi pomodori, i suoi pesci colorati, nella terra più antica e arida che c’è. Fianco a fianco di questi pionieri, contadini, scienziati del deserto. Qualcosa su cui si può tentare di scrivere. Ma troppo tardi per condividere.”

Grazie a marsspirit

Pubblicato il 21/7/2009 alle 16.8 nella rubrica Made in Israel.

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