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Il primo kibbutz non si scorda mai

 

Sarah Shner-Neshamit
Muore la pionera Sarah
Shner-Neshamit. E con
lei un'utopia socialista
FRANCESCA PACI

 il ministro degli Esteri Tzipi Livni debutta sul ponte di comando per formare il nuovo governo, il presidente iraniano Ahmadinejad rinnova l’anatema contro lo Stato ebraico, Gerusalemme si sveglia in ansia dopo il terzo attentato dell’anno firmato da un giovanissimo palestinese con documenti israeliani. Duecento chilometri a Nord della Città Santa, sulla costa rocciosa che corre verso il confine libanese, un piccolo corteo funebre attraversa i vialetti assolati del kibbutz Lohamei Hageta’ot, diretto al cimitero. La scrittrice Sarah Shner-Neshamit, autrice del saggio «The Children on Mapu Street» sulla Resistenza nel ghetto di Varsavia e madrina della «comune» agricola nata nel 1949 intorno a un ristretto gruppo di sopravvissuti all’Olocausto, non c’è più, raggiunge il marito Zvi Shner, morto da qualche anno dopo un terzo di secolo alla guida del Ghetto Fighters Museum, il museo dei combattenti ebraici.

Gli amici che le dicono addio, nessuno come lei quasi centenario, salutano con l’anziana compagna un mito che svanisce, il kibbutz, archetipo dello Stato d’Israele, miscela ideologica di socialismo e sionismo, reperto cultural-economico sempre più impalpabile, un ricordo d’infanzia lontanissimo dal Paese super tecnologico di oggi, con un export di oltre 32 miliardi di dollari. «La caduta del comunismo prima e la globalizzazione poi hanno mandato in soffitta l’esperienza del kibbutz, un processo naturale», osserva John Fidler, autore del saggio «Kibbutz: What, Why, When, Where». Fidler vive a Beit HaEmek, in Galilea, una delle 270 «comuni» rimanenti, a poca distanza dalla leggendaria Bar Am, l’ultima, nel 1997, a rinunciare alle «case dei bambini», dove, estrema frontiera del collettivismo, i figli crescevano tutti insieme fuori dalle famiglie.

I suoi due ragazzi hanno preferito la città: «Qui sono rimasti solo i sessantenni come me, la vita è cambiata. La mensa, per esempio, il centro sociale per eccellenza, non c’è più. Cioè, c’è ancora, ma si paga». Prezzo «politico», per ora. Quattro schekel, meno di un euro, per una cotoletta e circa la metà per un piatto di verdura. Ma è l’inizio. Nel 1998, quando il kibbutz numero uno, il leggendario Degania adagiato sul lago di Tiberiade, aprì le porte alla privatizzazione dei servizi, le classi sociali, il concetto di merito, gli anziani furono gli unici a versare qualche lacrima, come per una persona cara che se ne va. «A un certo punto c’è stato il bisogno di aprirsi al mercato, vendere i prodotti agricoli fuori», continua Fidler. Il consumo interno non bastava più a coprire il deficit del bilancio accumulato negli anni del welfare: si ricorse all’economia. Fuori e dentro casa, ammette Fidler: «Non avevo mai cucinato da solo, ho dovuto imparare».

Oltre la metà dei suoi compagni pranza abitualmente tra le pareti domestiche. Il prossimo passo sarà la privatizzazione degli appartamenti: «Viviamo nel XXI secolo, anche noi vogliamo lasciare qualcosa ai nostri figli». Ci sono simboli che sopravvivono al tempo, come le rovine dell’antico acquedotto romano che fa capolino dietro gli alberi del kibbutz Lohamei Hageta’ot, sulla strada costiera tra Akko e Naaria. Altre resistono nella memoria. Mezzo secolo fa, l’età d’oro del socialismo sionista, intellettuali-contadini con aratro per bonificare il deserto e fucile in spalla contro i nemici arabi, gli abitanti dei kibbutzim erano il 4 per cento della popolazione, ma la rappresentavano simbolicamente. Oggi sono circa 125 mila, uno ogni 35 israeliani, assai meno dei coloni ebrei che vivono nei Territori palestinesi occupati.

Israele contemporaneo è un Paese post-kibbutz, sostiene da tempo lo scrittore Amos Oz. Le «comuni» agricole producono ancora il 45 della frutta e della verdura e il 7 per cento delle esportazioni. Ma un lavoratore su cinque riceve lo stipendio da fuori, l’ufficio, la scuola, un’attività imprenditoriale privata. La tomba di Sarah Shner-Neshamit, nata nel 1913 in Polonia e sepolta 96 anni dopo a Lohamei Hageta’ot, custodisce le ceneri della Storia. I compagni le lasciano un fiore rosso sulla pietra e tornano verso casa. Villette a schiera, essenziali come all’inizio, con la salvia in giardino e, unico vezzo estetico, la buganvillea arrampicata intorno alle finestre. È il salotto che è cambiato: fotografie in bianco e nero alle pareti e il telefono sul tavolo per parlare con gli amici, i famigliari, i figli.

Pubblicato il 21/10/2008 alle 11.0 nella rubrica Kibbutz.

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