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Nell’occhio del ciclone

 Quando un manipolo di giovani arabi a volto coperto gettò pezzi di stoffa imbevuti di benzina in un appartamento usato dall’organizzazione Ayalim nella città vecchia di Acco, la settimana scorsa, fu un vicino di casa arabo a cacciarli via furibondo e ad estinguere il fuoco.
Guy Maoz e Michal Heskelovich, dell’organizzazione Ayalim nella città vecchia di Acco, stanno lavorando con arabi ed ebrei per migliorare il quartiere.
“Non siamo qui per rendere Acco ebraica – dice il ventisettenne Maoz, coordinatore logistico per il villaggio di studenti di Ayalim nel cuore della città vecchia, un quartiere quasi interamente arabo – Siamo qui semplicemente per sviluppare la città al livello di una moderna città turistica, in cui la gente possa desiderare di vivere”.
Ayalim è un’organizzazione presente in tutto Israele, che ha collocato oltre 500 studenti in 11 “villaggi” nel nord e nel sud del paese: trascorrono un anno lavorando a progetti sociali per sviluppare il territorio e aiutare ad arginare il flusso di giovani residenti istruiti che si spostano verso il centro di Israele.
Non si tratta di pacifisti idealisti, “anche se non c’è niente di male ad esserlo”, puntualizza Michal Heskelovich, manager della filiale di Ayalim ad Acco. Sono studenti impegnati, la maggior parte dei quali si laurea in ingegneria e medicina, che vogliono essere prendere parte al lavoro, molto concreto e difficile, di cambiare il paese in meglio.
La maggior parte dei villaggi per studenti di Ayalim è costituita da minuscoli insediamenti nel Negev o in Galilea (sud e nord di Israele), dove gli studenti vivono in caravan temporanei e lavorano a progetti sociali nei villaggi e nelle città vicine. Ma un nuovo tipo di “villaggio” si è sviluppato con la seconda guerra in Libano (estate 2006), quando un gruppo Ayalim che cercava di stabilirsi vicino a Kiryat Shmona non ottenne il permesso di vivere in strutture temporanee perché ritenute troppo pericolose a causa delle raffiche di missili che colpivano le città settentrionali di Israele durante la guerra. Così il gruppo cercò un’altra soluzione abitativa e trovò appartamenti in uno dei quartieri più disagiati della povera città dell’estremo nord d’Israele: quello fu il primo “villaggio urbano” di Ayalim. Acco è il secondo.
Qualunque cosa il mondo possa pensare delle relazioni etniche ad Acco, quelli che vivono nell’occhio del ciclone sono ottimisti. I vicini arabi sono “molto interessati a noi”, dice Maoz. “Nella loro cultura non si vive dentro casa, ma fuori, chiacchierando per strada”. Così gli studenti ebrei e i residenti arabi si incontrano varie volte al giorno, scambiandosi convenevoli e spesso anche battute e bonarie prese in giro.
Camminando tra gli stretti vicoli di Acco mercoledì scorso, la ventisettenne Heskelovich, una allegra bionda con laurea in educazione che appare esotica sullo sfondo del selciato dell’antico porto mediterraneo, è stata salutata da un vecchio arabo che l’ha trattenuta a lungo per scoprire perché fosse scomparsa dal quartiere per quasi due settimane durante le feste. Districatasi con difficoltà dall’interrogatorio, si è trovata costretta a ripetere il processo con un’altra mezza dozzina di residenti prima di raggiungere l’ingresso dell’organizzazione.
“Quelli che vivono vicino a noi sanno cosa stiamo facendo e ci apprezzano” spiega Maoz. Ma all’inizio non tutti hanno accettato il gruppo. Il lavoro di Ayalim volto a sviluppare la periferia è simile a quello degli sforzi per “popolare” le regioni della Galilea incoraggiando gli ebrei a trasferirsi in zone dove sono poco numerosi. Quando i leader della comunità araba di Acco protestarono per l’ingresso di giovani ebrei nel loro quartiere, le tensioni tra i due gruppi costrinsero la municipalità a intervenire organizzando un incontro tra i leader di Ayalim e il Movimento Islamico di Acco. All’incontro, il gruppo di studenti riuscì a convincere la leadership musulmana locale che il loro scopo principale era lo sviluppo di Acco, e che ne avrebbe tratto vantaggio soprattutto la povera comunità araba della città.
“C’è criminalità e molta droga nella zona” spiega Heskelovich, ma un po’ di marketing potrebbe fare molto per cambiare la situazione. “Se si riuscisse a ‘qualificare’ la città vecchia come un luogo socio-economicamente forte, giovane e divertente, un luogo vicino al mare dove i giovani fanno cose interessanti, allora si potrebbe cambiare davvero questo posto. Arriverebbero i caffé, gli artisti, una popolazione istruita”.
Per raggiungere questo scopo, Ayalim affronta di petto la frattura tra arabi ed ebrei. Per Heskelovich e Maoz, la cosa non nasce da un impegno astratto per la coesistenza, ma semplicemente dalla considerazione che non si può eludere il problema se si vuol realizzare un lavoro di sviluppo socio-economico nelle città miste.
Il primo passo nella coesistenza è quello di affrontare le tensioni all’interno del gruppo stesso. L’anno scorso il gruppo aveva tra i partecipanti studenti sia arabi che ebrei, e le tensioni irrisolte tra loro “danneggiavano la cooperazione nella squadra – dice Heskelovich – Diventava difficile parlare di sionismo o di qualunque altro nazionalismo”. Tre studenti arabi faranno parte del gruppo di 24 persone che inizia l’anno accademico nella città vecchia di Acco il mese prossimo. “Quest’anno ci concentreremo sul creare una modalità di vita cooperativa insieme”, insiste Heskelovich.
Intanto, il gruppo che arriva a novembre dovrà affrontare una grossa sfida. Prima di decidere come passeranno migliaia di ore di lavoro comunitario – ogni partecipante deve svolgere fino a 500 ore nel corso dell’anno – gli studenti andranno di porta in porta, presentandosi ai vicini e cercando di sapere dai residenti di che cosa la comunità ha bisogno da parte loro. Ad esempio, un’estetista tra gli studenti spera di poter offrire lezioni di cosmetica alla donne locali, mentre Heskelovich spera di creare nella città vecchia un negozio di abiti di seconda mano, tipo esercito della salvezza.
Le tensioni etniche scoppiate in questo mese probabilmente rimarranno, pensano Maoz e Heskelovich. “Ma per fare il nostro lavoro – sostiene Maoz – non abbiamo bisogno della perfetta armonia, finché ognuno sa dove stanno i limiti”.

(Da: Jerusalem Post, 16.10.08)

Nella foto in alto: Guy Maoz e Michal Heskelovich dell’organizzaione Ayalim nella città vecchia di Acco

Pubblicato il 17/10/2008 alle 23.40 nella rubrica Diario.

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