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la pace in Palestina

 

Il premier israeliano Ehud Olmert, in una intervista, ha affermato che per ottenere la pace con l'Autorità Nazionale Palestinese, Israele dovrà rinunciare pressoché a tutti i territori occupati in occasione della Guerra dei Sei Giorni nel 1967, compresa Gerusalemme Est.
    Ha anche dichiarato: "Manterremo nelle nostre mani una percentuale di quei territori ma dovremo cedere ai palestinesi una percentuale analoga di territorio dello Stato d'Israele, perché altrimenti non ci sarà alcuna pace. Io penso che siamo molto vicini a un accordo ma bisogna prendere una decisione, ed è una decisione difficile, terribile. Una decisione che contraddice i nostri naturali istinti, i nostri desideri più intimi, la nostra memoria collettiva, le preghiere del popolo ebraico da duemila anni".
    Su questa presa di posizione sono piovute critiche sia dalla destra religiosa, che da sempre sogna una Palestina tutta ebraica, sia dalla sinistra, che si chiede perché una tale posizione sia tanto tardiva.
    In realtà proprio perché ormai Olmert è dimissionario e fuori dal gioco politico può dire, senza tema di contraccolpi sul quadro politico, ciò che tutti in realtà sanno: non c'è altro modo di ottenere la pace in Palestina che rinunciare a tutti o quasi i territori occupati nel 1967.
    Israele non ha mai affrontato realmente questo che è il nodo centrale della questione, affermando che i Palestinesi comunque non volevano la pace ma la distruzione di Israele e che quindi ogni negoziato era impossibile fino a che i Palestinesi avrebbero realmente, e non solo formalmente, riconosciuto il diritto di Israele ad esistere.
    Il fallimento dei negoziati con l'allora leader Arafat, in buona parte dovuto proprio all'intransigenza israeliana e lo scoppio della cosi detta Seconda Intifada avevano, comunque, nei fatti, resi impossibile negli ultimi otto anni negoziati di pace e fatta aumentare la tensione in tutto il medio oriente: anche l'11 settembre faceva riferimento alla situazione in Palestina.
    Ma ora la Seconda Intifada sembra finita. L'obbiettivo palestinese era seminare panico e insicurezza nel territorio di Israele: per qualche anno in effetti ci sono riusciti. Poi i controlli sempre più stretti e asfissianti hanno impedito attentati all'interno. Sono rimasti i missili Kassam più simbolici che dannosi. Prima hanno abbandonato la lotta nella West Bank, solo Gaza ha continuato a lungo: ma le incursioni sanguinose e soprattutto il blocco hanno reso la vita della gente sempre più un incubo insostenibile. Alla fine anche HAMAS ha finito con il dire che i Kassam "sono contro l'interesse nazionale". Se lo avesse fatto qualche anno prima si sarebbero risparmiati molti morti e immani sofferenze. Possiamo ammirare l'eroismo di Gaza che ha resistito oltre ogni limite o pensare che lottare quando appare chiaro che non c'è speranza di vittoria sia solo fanatismo.
    Ma comunque la lotta per il momento è finita: ora la palla passa nel campo di Israele: se sarà in grado di contenere le spinte radicali religiose e rinunciare alle terre occupate nel 1967 si potrà avviare un serio processo di pace altrimenti bisognerà prepararsi alla prossima inutile guerra. Già gli avvenimenti in Siria, con il sanguinoso attentato di qualche giorno fa a Damasco, sono il segno della riapertura dei giochi interni al mondo arabo fra sciiti e sunniti, fra estremismo e moderazione. Per il momento, in attesa della formazione di un nuovo governo in Israele e delle elezioni presidenziali americane, tutto resta fermo ancora per qualche mese: bene ha fatto Olmert a cominciare a porre la questione. 
Giovanni De Sio Cesari

Pubblicato il 2/10/2008 alle 19.59 nella rubrica Diario.

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