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Separati alla nascita? quanto si assomigliano Ariel Toaff e Tariq Ramadan

 

lo fa notare Elena Loewenthal

Testata: La Stampa
Data: 30 settembre 2008
Pagina: 35
Autore: Elena Loewenthal
Titolo: «Toaff-Ramadan smettetela di fare le vittime»

Da La STAMPA del 30 settembre 2008, un articolo di Elena Loewenthal:
 

(a sinistra, Ariel Toaff;  a destra Tariq Ramadan)

Separati alla nascita? Chissà. Non è da escludersi, malgrado le distanze, anagrafiche e non: Tariq Ramadan e Ariel Toaff sembrano fatti con la stessa fetta di DNA - intellettuale, s’intende. Quanto si assomigliano, le loro recenti avventure culturali: sarà pure una coincidenza, ma certo sembra fatta apposta per i sofisticati meccanismi mediatici di questi tempi.
Entrambi hanno infatti bucato lo schermo - intellettuale, s’intende sempre - con posizioni discutibili. Ma a ben guardare, la loro vocazione polemica si fonda più sulla forma che sui contenuti. L’ambiguità lessicale è cifra comune a entrambi. Per lo storico Toaff si è esercitata in un elegante gioco delle parti fra verbi indicativi e condizionali, che tramutava la congettura in verità, l’ipotesi in evidenza. Per l’accademico Ramadan è sempre tutta questione di sfumature: dire la stessa cosa, in arabo o in francese, significa dirne un’altra. La doppiezza è una necessità, praticamente una virtù.
Levato il polverone, entrambi si sono imposti una pausa di circostanza. Ma mica per niente. Anzi. Per pensarci su. E ora, curiosa ironia della sorte (o scherzi del DNA? chissà) tornano entrambi sui banchi delle librerie. Con due saggi. Due pamphlet. Due distillati delle loro verità: Islam e verità (Ramadan, per Einaudi), Ebraismo virtuale (Toaff, Rizzoli). Le verità in questione sono, ancora una volta in mirabile simmetria, così profonde da risultare quasi banali: l’islam è compatibile con la modernità e l’Occidente (l’uno), gli ebrei non sono né meglio né peggio degli altri (l’altro).
Come nasce l’ispirazione? Semplice. Cioè, spesso è una faccenda complicata, ma non qui: entrambi i libri hanno infatti per movente la denuncia dell’incomprensione. Sono stati scritti con l’intento di spazzare via l’equivoco (proprio quello grazie al quale si erano sollevati i polveroni mediatici - intellettuali, s’intende ancora). Ramadan e Toaff lamentano di non essere stati capiti. «Questa è un’opera di chiarificazione. Illustro in maniera volutamente accessibile le idee fondamentali...» attacca Ramadan. «Volutamente accessibile»? Ma come? Altrove era stato forse «volutamente inaccessibile» o «involontariamente accessibile»? «Questo saggio parte proprio da qui, da una considerazione pessimistica e gravida di pesanti implicazioni», mette subito in chiaro Toaff.
Quando ci si deve spiegare dopo che non si è stati capiti, ci vogliono le virgolette. Ramadan ne mette a bizzeffe. Toaff un po’ meno, ma dissemina il suo pamphlet di verità sull’ebraismo passivo, autoreferenziale. Buono e/o cattivo. Però in fondo il discorso è sempre quello: tanto l’uno quanto l’altro si chiamano fuori. Denunciano per distinguersi. Lamentano per distanziarsi. Come? Usando il vittimismo: ora vi racconto come stanno le cose. Datemi retta, io lo so. Io so, per il semplice fatto che gli altri non mi hanno capito. Qui sta l’ispirazione: in quel sussiego tutto particolare che nasce dal sentirsi a un tempo maltrattati (mediaticamente parlando, s’intende) e illuminati. Una forma evoluta di complesso di persecuzione. Perché come ben sanno tanto Ramadan quanto Toaff, il troppo stroppia, il vittimismo quand’è esagerato diventa spacconeria e si fa in fretta a cascare nel ridicolo. Per fortuna che una virgoletta (o due) li salveranno.

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Pubblicato il 30/9/2008 alle 19.53 nella rubrica Diario.

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