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22 maggio 2010

L'unica soluzione pacifica al conflitto arabo-israeliano è che Israele vinca


Nel corso di questo mese il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha dichiarato che Israele deve ritirarsi dai territori palestinesi. «Il mondo non è disposto ad accettare – e noi non cambieremo questo nel 2010 – la prospettiva che Israele governi un altro popolo per altri decenni.. È qualcosa che non esiste in qualsiasi altra parte del mondo». Ha ragione? La pace è ancora possibile? E se sì, che forma dovrebbe assumere un accordo finale?

Il mio piano di pace è semplice: Israele sconfigge i suoi nemici. Solo la vittoria crea delle circostanze che contribuiscono al raggiungimento della pace. Le guerre terminano, e la documentazione storica lo conferma, quando una parte ammette la sconfitta e l'altra vince. Questo è ovvio, dal momento che la battaglia continua o potenzialmente può riprendere fino a quando entrambe le parti aspirano a realizzare le loro ambizioni. L'obiettivo della vittoria non è esattamente qualcosa di nuovo. Sun Tzu, l'antico stratega cinese, consigliava: «Che [in guerra] il vostro maggiore obiettivo sia la vittoria». Raimondo Montecuccoli, un austriaco del XVII secolo, diceva che «in guerra l'obiettivo è la vittoria». Karl von Clausewitz, un prussiano del XIX secolo aggiungeva che «La guerra è un atto di violenza per costringere il nemico a eseguire la nostra volontà». Winston Churchill ha detto agli inglesi: «Voi chiedete: qual è il nostro obiettivo? Posso rispondere con una parola. È la vittoria. Vittoria a tutti i costi, vittoria malgrado qualunque terrore, vittoria per quanto lunga e dura possa essere la strada». Dwight D. Eisenhower ha osservato che «in guerra non c'è nulla che possa sostituire la vittoria». Queste intuizioni di epoche precedenti resistono ancora nel tempo, ma per quanto le armi cambino la natura umana rimane la stessa.

Vittoria significa imporre la propria volontà al nemico, obbligandolo a desistere dai suoi obiettivi strategici. La Germania, costretta alla resa nella Prima guerra mondiale, non ha perso di vista l'obiettivo di dominare l'Europa e alcuni anni dopo ha fatto affidamento su Hitler per raggiungere questo obiettivo. I pezzi di carta siglati hanno importanza solo se una parte si arrende: la Guerra del Vietnam si è apparentemente conclusa grazie alla diplomazia nel 1973, ma entrambe le parti hanno continuato a cercare i loro obiettivi strategici fino alla vittoria finale del Nord nel 1975. La forza di volontà è la chiave: abbattere aeroplani, distruggere carri armati, esaurire munizioni, far fuggire i soldati e confiscare le terre non sono di per sé azioni determinanti, ma devono essere accompagnate da un crollo psicologico. La disfatta subita dalla Corea del Nord nel 1953, da Saddam Hussein nel 1991 e dai sunniti iracheni nel 2003 non si è tradotta in disperazione. Al contrario, i francesi si sono arresi in Algeria nel 1962, malgrado sovrastassero i loro nemici a livello numerico e in armamenti, come hanno fatto gli americani in Vietnam nel 1975 e i sovietici in Afghanistan nel 1989. La Guerra Fredda si è conclusa senza vittime. In tutti questi casi, i perdenti hanno mantenuto grandi arsenali, eserciti ed economie funzionanti. Ma hanno esaurito la forza di volontà. Nello stesso modo, il conflitto arabo-israeliano sarà risolto solo quando una parte si arrenderà. Fino a ora, attraverso una guerra dopo l'altra, entrambe le parti hanno mantenuto i loro obiettivi. Israele combatte per ottenere l'approvazione dei suoi nemici, mentre questi stessi nemici combattono per eliminare Israele. Quegli obiettivi sono crudi, immutabili e opposti. L'approvazione o l'eliminazione dello Stato ebraico sono le uniche condizioni di pace. Ogni osservatore deve optare per l'una o per l'altra soluzione. Una persona civile vorrebbe che sia Israele a vincere, poiché il suo obiettivo è di natura difensiva: tutelare un Paese esistente e prospero. L'obiettivo di distruzione dei suoi nemici equivale a pura barbarie. Da quasi sessant'anni i negazionisti arabi, ai quali ora si sono aggiunti i loro omologhi iraniani e della sinistra, tentano di eliminare Israele attraverso una serie di strategie: essi operano per minare la sua legittimità attraverso la propaganda, per sopraffarlo demograficamente, per isolarlo a livello economico, per limitare diplomaticamente le sue difese, per demoralizzarlo con atti di terrorismo e per minacciare la sua popolazione con le armi di distruzione di massa. Se i nemici di Israele perseguono i loro obiettivi con fermezza e determinazione, essi hanno però conseguito pochi successi. Paradossalmente, gli israeliani col passare del tempo hanno reagito agli incessanti attacchi contro il loro Paese perdendo di vista la necessità di vincere. La destra ha elaborato delle strategie per maneggiare la vittoria, il centro ha sperimentato appeasement e unilateralismo e la sinistra si è crogiolata nei sensi di colpa e nell'auto-recriminazione. Sono troppo pochi gli israeliani che comprendono il rischio di lasciare incompiuta la vittoria, quanto sia importante piegare la volontà del nemico e indurlo ad accettare l'esistenza dello Stato ebraico. Fortunatamente per Israele, basta sconfiggere i palestinesi e non l'intera popolazione araba o musulmana, che alla fine seguirà l'esempio palestinese accettando Israele. Sempre per fortuna, anche se i palestinesi sono conosciuti per la loro capacità di resistenza, essi possono essere sconfitti. Se i tedeschi e i giapponesi hanno potuto essere costretti alla resa nel 1945 e gli americani nel 1975, perché mai i palestinesi possono essere esenti?

Naturalmente, Israele affronta degli ostacoli nel conseguire la vittoria. In genere, il Paese è soffocato da aspettative internazionali (da parte del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ad esempio) e in maniera specifica dalle politiche del suo principale alleato, il governo americano. Pertanto, se Gerusalemme deve vincere, che s'inizi con un cambiamento nella politica degli Usa e di altri paesi occidentali. Questi governi dovrebbero spingere Israele a cercare la vittoria, convincendo i palestinesi del fatto che hanno perso. Il che significa eliminare l'impressione che Israele sia debole, impressione che si è rafforzata durante il processo di Oslo (1993-2000) e poi nei due ritiri dal Libano e da Gaza (2000-2005). Gerusalemme sembrava di nuovo essere vicina alla vittoria durante i primi tre anni di governo di Ariel Sharon, dal 2001 al 2003, e la dura presa di posizione del premier israeliano ha poi segnato dei veri progressi nello sforzo bellico dello Stato ebraico. Solo quando è divenuto chiaro, alla fine del 2004, che Sharon preparava realmente il ritiro unilaterale da Gaza, il malumore palestinese si è riacceso e Israele ha smesso di vedersi vincente. Al debilitante premierato di Ehud Olmert è stato solo in parte posto rimedio da Binyamin Netanyahu lo scorso anno. Ironia della sorte, una vittoria israeliana apporterebbe tuttavia maggiori benefici ai palestinesi piuttosto che a Israele. Gli israeliani beneficerebbero del fatto di essersi sbarazzati di una guerra atavica, certo, ma il loro Paese è una società moderna e funzionante. Per i palestinesi, al contrario, abbandonare il fetido sogno irredentista di eliminare il loro vicino finirebbe per offrirgli un'opportunità di curare il loro bislacco giardino, di sviluppare il loro sistema politico, la loro economia, la società e la cultura che soffrono di gravi carenze. È così che il mio piano di pace pone fine alla guerra e al contempo procura notevoli vantaggi a tutti quelli direttamente coinvolti.


Da Il Legno Storto
 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 22/5/2010 alle 19:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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