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24 giugno 2008

LO SPOT LANCIA CON RICHARD GERE FA INCAZZARE PECHINO. E SUBITO LA FIAT SI È ZERBINATA

 

ANCHE MARPIONNE CHIEDE SCUSA


Richard Gere nel nuovo spot della Lancia Delta

L’effetto era, come minimo, bizzarro. Sabato 21, giorno in cui sui maggiori quotidiani italiani compariva un’intera pagina di pubblicità dedicata alla nuova Delta, con la vettura, già in esposizione negli showroom Lancia, fotografata accanto al grandioso Palazzo del Potala, emblema del Tibet, nelle pagine economiche una fotonotizia annunciava che la Fiat si scusa con la Cina per via dello spot con Richard Gere reclamizzante proprio la Delta.

Non per sopravvalutarci, ma mercoledì “il Riformista”, subito ripreso da Dagospia, aveva riflettuto sull’evidente sottotesto politico di quella pubblicità. Il giorno dopo la notizia era finita su alcuni giornali cinesi. Solo a quel punto, venerdì 20, il vertice del Lingotto decideva di fare retromarcia con un comunicato diffuso - un altro scherzo del caso - alla vigilia del rapido passaggio a Lhasa, sotto blindatura e davanti al medesimo complesso architettonico incastonato nelle rocce, della fiamma olimpica.

Possibile che alla Fiat nessuno avesse messo il rischio nel conto? Eppure il costoso spot, benedetto dall’amministratore delegato Marchionne con parole nobili (“A me piace, fa parte del Gruppo esprimere opinioni piuttosto chiare, diverse dagli altri…”), è il cuore di una campagna mediatica che punta tutto sul legame tra respiro spirituale e prodigio tecnologico, appoggiandosi sulla bellezza evocativa dei panorami tibetani, inclusi monaci, bandiere, campane e capre. Altrimenti, perché ingaggiare il buddhista Richard Gere, amico del Dalai Lama, interprete di film come “L’angolo rosso”, uno per il quale “le autorità cinesi si stanno comportando in Tibet come quelle della Birmania, reprimendo manifestanti pacifici e non solo monaci e suore”?

Così quello spot di 45 secondi, il cui claim recita “The power to be different”, ha finito col trasformarsi in una rogna da risolvere alla svelta. Il comunicato torinese precisa infatti: “Ci è giunta notizia che la pubblicità della nuova Lancia Delta potrebbe turbare la sensibilità del popolo cinese. Da tempo la promozione e la pubblicità del Gruppo sono collegate e eventi e personaggi che hanno dato significativi contributi artistici a livello internazionale”. Tuttavia, “queste scelte non hanno mai avuto nulla a che fare con ragioni politiche o con l’intenzione della Fiat di interferire con il sistema politico interno di nessun Paese, tanto meno nei confronti della Repubblica Popolare Cinese”. 

E dunque: “Nel caso in cui la pubblicità della Lancia Delta possa avere dato origine a fraintendimenti circa una consolidata posizione di neutralità dell’azienda, il Gruppo Fiat intende presentare le proprie scuse al Governo della Repubblica Popolare Cinese e al popolo cinese”.

Le scuse di Marpionne
© Foto U.Pizzi

La presa di distanza è chiara. Forse perfino eccessiva rispetto alla sostanza dello spot, tutto girato in chiave di magica emozione, con l’attore che, dopo aver calpestato distrattamente le proprie impronte cementate sulla “walk of fame” di Hollywood Boulevard, si inerpica sulle montagne di un Tibet reinventato in Colorado. Approdato in un villaggio di monaci abbigliati di rosso e arancione, Gere sorride a un bambino: insieme premono le mani sulla neve, lasciando quattro impronte, certo caduche, perché basterà un soffio di vento a cancellarle, come capita ai mandala.

E però, impermanenza buddhista a parte, è difficile non far risalire le scuse ufficiali ai ragguardevoli, certo legittimi, interessi della Fiat in Cina. Il 6 agosto 2007 è stato firmato con la Chery Automobiles un accordo per la fornitura di 100 mila motori all’anno destinati all’assemblaggio di vetture Fiat e Alfa Romeo nello stabilimento di Wuhu, a partire dal 2009.

Una joint-venture cruciale, in vista di ulteriori, augurabili, sviluppi. Il sinologo Federico Rampini ricorda tuttavia che “la Germania ha attraversato mesi di gelo diplomatico con la Repubblica Popolare. Poi ne è uscita. Molti industriali tedeschi erano convinti che la testarda Merkel avrebbe fatto perdere affari d’oro al ‘made in Germany’ dopo l’incontro col Dalai Lama. Invece la Cina non ha cancellato nessun contratto, nessuna commessa è andata persa per l’ industria tedesca”. Morale possibile: a tener la testa alta non si perde mai.
Michele Anselmi  Il Riformista


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