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10 febbraio 2008

Dalle Foibe un grido: “non dimenticateci”

 

 

La convivenza fra Italiani e Slavi
Non si può parlare delle atrocità commesse in Istria dagli slavi contro la comunità italiana senza parlare di quanto accadde storicamente in questo lembo martoriato di terra. 

Il nome di Istria nome deriva dalla tribù illirica degli Histri una tribù di feroci pirati soggiogata dai Romani nel 177 a.C. dopo due campagne militari. Caduto l'Impero Romano, l'Istria è saccheggiata dai Goti e dai Longobardi, nel 538 passa sotto Bisanzio. Nel 789 annessa al Regno Franco da Pipino III, successivamente controllata dai duchi di Merano, dal duca di Baviera, dai duchi di Carinzia e dal patriarca di Aquileia. Nel 933, con la pace di Rialto, Venezia ottiene primo riconoscimento del diritto di navigare e commerciare lungo le coste istriane: in questo periodo popoli italici si trasferiscono sulla costa della zona, gli insediamenti dei popoli slavi sono presenti invece nella parte interna istriana. 1420/1797: il territorio fa parte della Serenissima Repubblica Veneta e negli anni 1797/1814 fa parte della Repubblica Cisalpina. Dal 1814 fino alla fine della prima guerra mondiale è parte dell’Impero Austro ungarico.

Nel periodo della Serenissima Repubblica Veneta in Istria le diverse etnie convivono in una certa armonia; è dopo il 1866, che
per contenere il recalcitrante e contestatore gruppo etnico italiano, l’Austria in nome del "divide et impera", alimenta i contrasti tra le popolazioni Istriane.

Il rapporto tra le due etnie si acuisce al termine della I guerra mondiale, quando con il Trattato di Rapallo (12 novembre 1920), il confine orientale vede annessi all'Italia territori ad etnia mista italo-croata e italo-slovena. A seguito di ciò comincia l’italianizzazione delle “terre irredente”. Se l’effetto di tali cambiamenti è relativamente indolore nelle città della costa, dove gli “italiani” erano in maggioranza o assai numerosi, e dove bi e trilinguismo (tedesco/italiano/sloveno) erano la norma, nelle zone rurali e nell’interno, gli slavi si ribellano violentemente alla mutata situazione.

Le Foibe
Un tempo il termine «foiba» veniva utilizzato per definire le numerose voragini (ne sono state censite 1700) che sprofondano per centinaia di metri nelle viscere della terra, caratterizzate da cavità di ogni genere, cunicoli, grotte, acque che scorrono fra tortuosi, profondi meandri e che caratterizzano l'altipiano roccioso del Carso, un territorio che si estende su notevole parte della Venezia Giulia in provincia di Trieste, dell’Istria e della Dalmazia.


Finanzieri verso le Foibe

I fatti del 43/45

L'uso delle foibe per occultare i cadaveri durante e la seconda guerra mondiale avvenne in due distinti periodi. Il primo risale al ’43, immediatamente dopo l’8 settembre quando l'Istria interna diventa terra di nessuno, perché i tedeschi impegnati ad occupare i centri strategici di Trieste, Pola e Fiume, trascurano l'entroterra per carenza di forze. Questa prima fase, definita come "insurrezione popolare", fu un fatto di giustizia popolare sommaria, nel senso che la popolazione, soprattutto contadina, dell’Istria slava, vedeva in queste azioni una rivalsa per le oppressioni patite dall’etnia italiana dopo il 1866 ed il periodo fascista (italiani= servi dell’austria=fascisti=oppressori), ma anche per regolare questioni di interesse personale ne seguì un'altra, contrassegnata dal riuscito tentativo degli organi del Movimento popolare di liberazione jugoslavo di assumere il pieno controllo della situazione militare e politica, grazie anche all'arrivo in Istria di forze partigiane e di quadri dirigenti dei Partito comunista croato.

Le vittime furono cittadini del gruppo etnico italiano: gerarchetti locali, podestà, segretari, ma anche messi comunali, guardie civiche, levatrici, ufficiali di posta, insegnanti, proprietari terrieri, impiegati, sorveglianti, carabinieri e guardie forestali e normali cittadini. Su tutti pesava la colpa di essere italiani. In questo periodo le vittime furono: non più di 600 secondo le autorità italiane, migliaia secondo la Wehrmacht ed alcuni testimoni italiani dopo la ripresa del controllo del territorio istriano da parte della Germania nazista.

Ben più sanguinoso fu invece lo sterminio che ebbe luogo tra l'1 maggio e il 12 giugno 1945 e che si svolse principalmente nelle città di Trieste e di Gorizia. Tra marzo e aprile del 1945 anglo-americani e jugoslavi sono impegnati nella corsa per arrivare primi a Trieste, all'alba del 30 aprile Trieste imbraccia le armi contro i Tedeschi: tra gli insorti ci sono rappresentanti dei risorgenti partiti politici italiani e molti Militari dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, e della Guardia Civica. Dopo sanguinosi scontri a fuoco, hanno il controllo di buona parte della città.

 
Trieste "liberata", il palazzo del comune                            I "Titini" a Trieste

Il 1° maggio, 9:30: Trieste viene “liberata” dalla IV armata di Tito. Tra loro non c’è nessuna unità partigiana italiana. Gli ordini di Tito e del suo ministro degli esteri Kardelj non si prestano ad equivoci: «Epurare subito», «Punire con severità tutti i fomentatori dello sciovinismo e dell’odio nazionale». Gli Slavi assumono i pieni poteri. Impongono, il coprifuoco, ha inizio la tragedia, che si protrae per alcune settimane, sebbene a Trieste e a Gorizia fra il 2 e il 3 maggio sia arrivata anche la seconda divisione neozelandese essa assiste senza intervenire, in attesa di ordini da Londra.

L'otto maggio gli slavi proclamano Trieste "città autonoma" della "Settima Repubblica Federativa di Jugoslavia". Si prelevano i cittadini dalle case, pochi fascisti o collaborazionisti, ma molti Combattenti della Guerra di Liberazione: agli occupanti sta a cuore dimostrare di essere solo loro i liberatori del capoluogo giuliano, altri sono vittime di regolamenti personali, si scopre presto che i prelevati finiscono nelle foibe o nei campi di concentramento, come quello di Borovnica (uno dei lager di Tito). Arresti indiscriminati, confische, requisizioni, violenze d'ogni genere, saccheggi.
 

Le truppe alleate a Trieste, la fine di un'incubo

Il 9 giugno Gli Angloamericani intimano alle truppe slave di ritirarsi dai territori occupati, il Leader iugoslavo, fa arretrare le sue truppe e ha termine il regime del terrore.

Solo nell'ottobre del 1954 l'Italia prende il pieno controllo di Trieste, lasciando l'Istria all'amministrazione jugoslava. Nel 1975, con il Trattato di Osimo, l'Italia rinuncia definitivamente, e senza alcuna contropartita, ad ogni pretesa su parte dell'Istria, italiana da quando era provincia dell'Impero romano.

Il macabro rituale
Le violenze alle quali i prigionieri vengono spesso sottoposti prima delle eliminazioni: molti venivano evirati, altri torturati, con le donne si adottava la sevizia e o lo stupro, altri obbligati a spogliarsi di ogni indumento fino a trovarsi completamente nudi davanti ai carnefici. Nelle località costiere si procedeva agli annegamenti collettivi: legati l'uno all'altro col filo dì ferro ed opportunamente zavorrati con grosse pietre i prigionieri venivano portati al largo su grosse barche e gettati in mare.

Ma il metodo più diffuso per sbarazzarsi dei cadaveri fu quello dell'infoibamento, considerato più pratico e facilmente occultabile. Caricati su autocorriere o su autocarri requisiti, i prigionieri venivano portati nelle vicinanze di una foiba. Ad essi venivano legati, con filo di ferro stretto da pinze, i polsi sul davanti e poi si ordinava loro di alzare le braccia e di sollevare sul capo la giacca in modo da coprirsi il volto. Le donne dovevano nascondersi il volto con la sottana. Avvicinati i prigionieri sull'orlo della foiba a gruppi, si procedeva all'esecuzione sparando un colpo di arma da fuoco alla nuca, al volto o al torace delle vittime: i corpi venivano poi fatti precipitare nel baratro. A volte i condannati vennero posti l'uno di fianco all'altro, spalla contro spalla, e legati all'altezza delle braccia con il filo di ferro, a due a due o a gruppi più consistenti. Ammassati tutti sul ciglio, si sparava ai più vicini al precipizio in modo che, cadendo nel vuoto, trascinassero gli altri ancora vivi. Per impedire ogni ricerca e identificazione, talvolta i prigionieri venivano condotti sul luogo dell'esecuzione del tutto nudi; altre volte, invece, dopo l'infoibamento, si facevano brillare delle mine in prossimità dell'apertura della voragine ottenendo in tal modo il franamento e l'ostruzione della cavità".

 
Il recupero dei corpi

Il numero delle vittime
E’ difficile fare una stima esatta delle vittime, da un lato perché i ritrovamenti sono stati parziali considerando la difficoltà dei recuperi, l’impossibilità di effettuarli nelle foibe site nell’ex Jugoslavia e da ultimo perché tutti i documenti anagrafici sono andati completamente distrutti durante l’occupazione slava: si va dai circa 5.000 dello storico Raoul Pupo, alle circa 17.000 vittime del Centro studi adriatici.

Le Foibe
Foiba di Basovizza e Monrupino (Trieste), Foiba di Scadaicina
, Foiba di Podubbo, Foiba di Drenchia, Abisso di Semich, Foibe di Opicina di Campagna e di Coronale, Foibe di Sesana e Orle, Foiba di Casserova, Abisso di Semez, Foiba di Vifia Orizi, Foiba di Cernovizza (Pisino), Foiba di Obrovo (Fiume), Foiba di Raspo, Foiba di Brestovizza, Foiba di Zavni (Foresta di Tarnova), Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia), Capodistria, Foiba di Vines, Cava di bauxite di Gallignana, Foiba di Terli, Foiba di Treghelizza, Foiba di Pucicchi, Foiba di Surani, Foiba di Creoli, Foiba di Cernizza, Foiba di Vescovado. Altre foibe da cui non fu possibile eseguire recuperi: Semi - Jurani - Gimino - Barbana - Abisso Bertarelli - Rozzo – Iadruichi, Foiba di Cocevie a 70 chilometri a sud-ovest da Lubiana, Foiba di San Salvaro, Foiba Bertarelli (Pinguente), Foiba di San Lorenzo di Basovizza, Foiba di Odolina - Vicino Bacia, Foiba di Beca - Nei pressi di Cosina, Foibe di Castelnuovo d'Istria, Cava di bauxite di Lindaro, Foiba di Sepec (Rozzo).

 
Via dall'Istria                                                                                           Verso i campi profughi

La "madre patria" accoglie i suoi figli
All'arrivo presso la stazione di Bologna (sessant'anni dopo questa città pone una lapide per ricordare i profughi) dei vagoni che trasportano gli esuli da Pola nei diversi campi profughi, essi vengono insultati, coperti di sputi e offesi dai comunisti bolognesi; il latte caldo destinato ai profughi è gettato sulle rotaie e viene impedito ai treni di fermarsi; l'infame episodio è riportato nel libro memoria di Padre Flaminio Rocchi "L'esodo dei 350.000 giuliani, fiumani e dalmati" (pagg. 473, 474) che cita la testimonianza del polesano Lino Vivoda: "Partiti da Pola col IV convoglio marittimo di domenica 16 febbraio 1947 ed attraversato l'Adriatico col piroscafo Toscana, ad Ancona fummo accolti dai fischi degli attivisti socialcomunisti agitanti pugni chiusi e bandiere rosse sul molo, dietro i cordoni della truppa schierata a protezione, in risposta alle mani aperte e ai tricolori sventolanti in segno di saluto degli esuli sui ponti della nave" (…). La Pontificia Opera di Assistenza di Bologna aveva predisposto un pasto caldo alla stazione. Ma dai microfoni una voce grida."Se i profughi si fermano per mangiare lo sciopero bloccherà la stazione". Il treno rallenta e scompare nella nebbia con il suo carico di delusione e di fame verso una caserma di La Spezia".

I “compagni” di Monfalcone
Erano duemila operai comunisti di Monfalcone, dei «duri e puri» già perseguitati da camicie nere e SS, attraversarono il golfo per edificare con i compagni titini «il vero socialismo». Pochi mesi dopo l’arrivo, quando nel 1948 il maresciallo jugoslavo venne scomunicato dal Cominform e ruppe con Stalin, furono visti con sospetto da Belgrado, minacciati, e molti di loro sbattuti nei gulag, perché «non ortodossi». Insomma, erano rimasti stalinisti. Subirono pestaggi e violenze, prima di tornare in Italia. Ma anche in patria quel destino «sbagliato» non cambiò: furono umiliati, emarginati e vessati, in quanto testimoni di un passato del quale il Pci ormai si vergognava.

Fonti
"L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia",
controstoria.it. "L'occupazione jugoslava di Trieste" del gen. Riccardo Basile. “La resa dei conti” (Mondadori) Gianni Oliva ". "Le stragi delle Foibe - due presidenti a Basovizza", Marcello Lorenzini, Trieste 1994. Storialibera.it Resistenzaitaliana.it. Wikipedia.it, On. Roberto Menia.

Alberto/Hurricane



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