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23 gennaio 2013

Stragi naziste, l’unica vendetta è la memoria

 
Immersione di un detenuto ebreo di un campo di sterminio in una vasca di ghiaccio a fini "scientifici"

L’uomo è alto e magro, sugli ottanta ben portati, schiena per nulla curvata dal tempo. Ha addosso una giacca grigia, da vecchia merceria di paese, ed entra nell’aula di tribunale veloce ma non spavaldo, come chi vuole tener breve un momento di disagio. Passa davanti al pubblico, molte persone le conosce, saluta con gesto lieve e sbrigativo, il cenno tradisce imbarazzo. Il giudice e il PM lo salutano e chiamano per cognome, l’uomo siede con movenza rigida sulla seggiola dei testimoni d’accusa. Gli portano il testo del giuramento, ma non lo legge di persona: il PM pronuncia una frase, lui la ripete e così via, formula dopo formula. La regia è discreta, non calca la mano sul motivo di tale procedura, lo suggerisce appena. Nel frattempo, un montaggio ellittico propone lampi incongrui, micro-sequenze, manciate di fotogrammi: seduto sulla stessa seggiola, vestito allo stesso modo, l’uomo piange, si dispera, si china in avanti con le mani sul volto. Qualcuno lo abbraccia e conforta, una mano gli asciuga gli occhi con un fazzoletto. Lo spettatore comprende: questo è l’imminente, quel che è dietro l’angolo. È questione di pochi minuti. Il giuramento finisce, il teste inizia a deporre. Lo ascoltiamo e sappiamo già che i ricordi, i racconti, le immagini lo piegheranno e ogni frase, ogni impaccio, ogni timidezza ci avvicina a quel momento. Quando lo raggiungeremo, avremo gli occhi umidi. Quando, terminato il calvario, l’uomo chiederà scusa al giudice per la «brutta figura», avremo il cuore a brandelli. Questa figura retorica si chiama «prolessi», e raramente l’ho vista usata con tale efficacia. Non si tratta di fredda manipolazione di stilemi, né di virtuosismo da cinefilo: il fine è l’empatia, la partecipazione al dolore e al riscatto di un’intera comunità.
È una delle scene più forti e impattanti del documentario Lo stato di eccezione. Processo per Monte Sole 62 anni dopo, scritto da Germano Maccioni e Loris Lepri, diretto da Germano Maccioni. Novanta minuti dedicati al processo - svoltosi a La Spezia per tutto il 2006 - contro diciassette ex-ufficiali e soldati nazisti, tutti contumaci, imputati per le stragi dell’autunno 1944 nella zona di Monte Sole, sull’Appennino emiliano. Il più famoso di quegli eccidi è quello di Marzabotto, ma fu l’intero circondario, decine di paesini, a subire il cupio dissolvi degli uomini di Walter Reder.




Il processo, che si è concluso nel gennaio 2007 con sette assoluzioni e dieci condanne, è finora il più grosso tra quelli istruiti dopo la scoperta del celebre «Armadio della vergogna», a Roma, nella sede della Procura Generale Militare. Dentro quell’armadio, lasciato per trent’anni con le ante rivolte alla parete, erano sepolti quasi settecento fascicoli sulle stragi nazifasciste, tutti recanti la bizzarra dicitura di «archiviazione provvisoria». Non avremo mai la completa verità su quali poteri siano intervenuti per evitare che fossero puniti gli sterminatori e i loro complici diretti. Di certo, l’episodio dice molto sulle «continuità» negli apparati statali e amministrativi tra regime fascista e repubblica democratica, e sulla mancata epurazione di tali apparati. Dovrebbe essere questa la materia di riflessione, per capire nel lungo termine una delle correnti sotterranee che alimentano lo sfacelo (l’Italia come «vecchio e glorioso albero soffocato dall’edera» etc.), e invece in questi anni vigliacchi è venuto più comodo gettare terriccio negli occhi e parlare del sangue dei (presunti) «vinti».
Ai temi della Resistenza e dell’antifascismo Maccioni aveva già dedicato Carlo è scappato da casa, una videointervista al partigiano casalecchiese Carlo Venturi detto «Ming». Questa nuova opera, che sta girando per piccoli festival e aule di università, prende il titolo da un noto saggio di Giorgio Agamben, parte di una lunga e articolata riflessione sulla vita, il diritto, la messa al bando e il dare la morte. Ho la fortuna di partecipare a una proiezione semi-pubblica, alla cineteca comunale di Bologna. In sala, intorno a me, le stesse persone che appaiono sullo schermo: avvocati di parte civile, cameramen, testimoni... Tutta l’Associazione dei familiari delle vittime di Marzabotto, Monzuno e Grizzana. Sento quelle persone rivivere le sedute del processo. Immagino i più anziani stupirsi (ma senza contrariarsi) per le scelte di montaggio più «audaci», la narrazione non lineare, le divagazioni e i flashback. Ascolto, durante e dopo la proiezione, le stesse voci con cadenze bolognesi di montagna. Assorbo i racconti di famiglie sbranate all’improvviso, vite annichilite senza il tempo di capire, di rendersi conto, e le storie di bambini, bambini trucidati (anche neonati), bambini che scappano nel bosco, si nascondono nelle grotte, si fingono morti sotto i cadaveri di genitori e parenti. Più di sessant’anni dopo, quei bambini sono accanto a me, seduti al buio, sotto il fascio di luce che porta immagini sul telo bianco. Mi lascio percuotere dai dettagli, che sono tanti: un agnellino sgozzato dai tedeschi, compagno di sventura degli umani. È un bimbo anche lui, la sua morte non è meno insensata delle altre. Uno dei nazisti contumaci ha mandato un video. È coricato a letto, e non sembra in buona salute. È lo stesso che in un’intervista definì «loschi bacilli» le vittime di Monte Sole. Ricorrono due parole tedesche, quelle che il nostro popolo conobbe insieme al terrore: «raus» e «kaputt». Sprazzi di immagini dei luoghi evocati, è tutto ancora lì, i fossi, le grotte, le spianate, le rovine. Carrellata sugli avvocati difensori: il loro imbarazzo è vistoso, denso e umido, è nebbia illuminata da un faro, eppure è anche merito loro se il processo si è potuto tenere, e uno di essi lo fa notare in maniera molto articolata. Il tribunale un tempo era un cinema, e in qualche sottosolaio o sgabuzzino sopravvivono «pizze» rovinate di vecchi film. L’SS-Sturmbannführer Walter Reder, durante il processo che lo vide imputato nel 1951, usò una metafora per descrivere un buco di memoria: «mi si è staccata la pellicola».
Poco dopo aver visto Lo stato di eccezione, leggo Le benevole di Jonathan Littell (recensito su l’Unità del 30/09/2007). Tra i tanti passaggi che mi scuotono, questo: «Chi, mi domandavo, chi piangerà tutti quegli ebrei uccisi, tutti quei bambini ebrei sepolti a occhi aperti sotto la nera terra dell’Ucraina, se vengono uccise anche le loro sorelle e le loro madri? Se li si uccideva tutti, a piangerli non sarebbe rimasto nessuno, e magari l’idea era anche questa». (p.113). Anche a Monte Sole sarebbe potuta andare a quel modo, l’intento era diserbare, uccidere persino le radici delle comunità di quei villaggi, ree di appoggiare - o quantomeno non deprecare - la lotta partigiana. Poche pagine più avanti, un’altra riflessione: «Fin dagli albori della storia umana, la guerra è sempre stata considerata il male più grande. Ma noi avevamo inventato qualcosa al cui confronto la guerra finiva per sembrare pulita e pura (...)Perfino le folli carneficine della Grande guerra, vissute dai nostri padri o da alcuni ufficiali più anziani, sembravano quasi pulite e giuste in confronto a quello che avevamo prodotto noi. Mi sembrava che ci fosse qualcosa di cruciale in tutto ciò, e che se fossi riuscito a capirlo, avrei capito tutto e avrei potuto finalmente riposarmi». (p.128). A porsi questo dilemma (nonché molti altri) è l’ufficiale SS Maximilian Aue, personaggio interamente di fantasia. Non si ha notizia di criminali nazisti realmente vissuti che si siano arrovellati a quel modo. E i vari Kesselring, Reder, Kappler, Oberhauser non si sono fatti problemi a riposare dopo i «fasti» della guerra, anche da beati e arroganti stolti, senza interrogarsi su chissà quali verità. La danza triste sui bordi dell’abisso è invece toccata agli scampati per miracolo, e ai parenti dei morti. Occasioni come il processo per Monte Sole affrontano l’elemento «cruciale» che sfuggiva all’Aue del romanzo di Littell, e lo affrontano con la cerimonia della parola condivisa, della narrazione comunitaria, pur sapendo che molte cose rimarranno ineffabili.
«La vendetta è il racconto», si è detto a proposito di fatti come questi (es. la strage delle Ardeatine raccontata da Alessandro Portelli). L’ispirazione viene dal cinese mandarino, dove le parole composte che significano «vendetta» (bàochóu e bàofù) iniziano entrambe con bào, che significa «riferire» o «raccontare». Bàochóu è, letteralmente «raccontare-nemico»: «raccontare del nemico», o forse «racconto nemico», cioè un discorso non pacificato. Bàofù è invece «raccontare-ripetere». Fù è il corrispettivo cinese dei nostri prefissi «ri-» e «re-», quindi bàofù equivale a «ri-raccontare». Il senso è «raccontare a propria volta», «ribattere col racconto», ma anche «raccontare ancora e ancora», «continuare a raccontare». Il preciso tragitto che ha legato queste parole (e queste pratiche) alla vendetta sfuggirà sempre a noi figli dell’occidente. Sono i misteri della semantica e delle diversità culturali. Eppure la metafora che ne esce è potente e ha valore universale. Col suo documentario, Germano Maccioni l’ha espressa in ogni sua sfumatura. Lo stato di eccezione è certamente bàochù: ci racconta del nemico ed è esso stesso «racconto nemico», poiché non ha nulla di banalmente irenico o perdonista. Ma Lo stato di eccezione è soprattutto bàofù: ri-prende i racconti dei testimoni e li amplifica coi mezzi del cinema. Grazie a ciò, la parola continuerà a vivere e ad essere condivisa. Nessuno può dire quale sia la vendetta migliore, ma questa è senz’altro la più costruttiva.
Per contatti, proiezioni ecc.: germanomaccioni@gmail.com

TESTIMONIANZE Un documentario di Germano Maccioni sull’eccidio di Monte Sole e sul processo celebrato a La Spezia. Uno squarcio di verità e di tensioni nei sopravvissuti e in chi assiste, che resta la sola cura postuma del male
Wung Mi


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