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25 novembre 2007

Iran, tutte italiane le filiere del rituale per le impiccagioni

 

Nessuno Tocchi Caino denuncia, Emma Bonino tace

 



“è tutta italiana, la filiera della messa a morte più atroce del nostro tempo. E’ italiana doc, l’impiccagione nelle piazze di Teheran”. A parlare è Adriano Mordenti, fotoreporter che ha percorso in quarant’anni di attività le strade di tutti i continenti, raccontando per immagini guerre e sofferenze di tutto il mondo. Ha la barba folta e lo sguardo fermo. E’ uno dei tanti ospiti di Nessuno Tocchi Caino, che al teatro Capranica di Roma, insieme al Consiglio per la Resistenza Iraniano ha puntato l’indice sulla complicità italiana con il regime di Ahmadinejad. Mordenti indica con il dito gli ingrandimenti di una tragica sequenza fotografica: sono gigantografie di una serie di recentissime esecuzioni di piazza, a Teheran e in altre città. In una di queste, si vede un camion Iveco (Fiat) sul quale sono legati e bendati i prigionieri del dittatore iraniano. Poi vengono legati con un cappio al collo, uno ad uno. Quindi issati a sei metri dal suolo, per mezzo di gru e sollevatori tutti italiani. “Persino le impalcature dove i boia umiliano per l’ultima volta le loro vittime sono costruite, come si può vedere dalle foto, con tubi Innocenti”. Mentre Washington preme sulle Nazioni Unite per l’adozione di misure di embargo verso la dittatura iraniana, Roma continua ad essere partner privilegiato di Teheran. E che partner. Nell’interscambio tra i due paesi siamo noi a fornire non tanto e non solo medicine e alimenti, ma automobili, furgoni, mezzi meccanici, tecnologie civili e militari, apparecchi di telecomunicazione, sistemi d’arma.

In barba a tutti i regolamenti internazionali, denuncia Nessuno Tocchi Caino, prosegue il morbido atteggiamento italiano, sempre pronto a chiudere non un occhio ma tutti e due davanti alle inenarrabili violazioni dei diritti umani in Iran. Il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana ha deciso di squarciare il velo del silenzio e chiede che l’Italia prenda atto di avere a che fare con un regime sanguinario. Sottolineano come la dittatura dei mullah abbia firmato, per aggirare gli ostacoli della diplomazia, la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (Cidcp), ma di come nella realtà quel trattato sia diventato in breve carta straccia. Per entrare nel dettaglio, è di ieri la denuncia di un numero di casi agghiacciante: già condannati a morte per impiccagione 71 adolescenti, molti dei quali in violazione di presunte leggi coraniche. Il presidente della Commissione delle donne del CNRI, la signora Sarvnaz Chitsaz, parla di uno “spaventoso numero crescente di esecuzioni in Iran, dove in questi ultimi undici mesi, complice l’esasperazione per la conquista del potere interno al regime, sono più che raddoppiate le vittime”. Così adesso, mentre si fanno sempre più vicini i fantasmi di un possibile conflitto e le Nazioni Unite non ritengono affatto da escludersi l’adozione di un vero embargo, quei gioielli made in Italy nei video della propaganda iraniana cominciano a creare qualche imbarazzo. Il marchio Fiat nel mondo, in Iran si legge Iveco e campeggia sui veicoli semoventi lanciamissile in parata militare davanti ad un compiaciuto Ahmadinejah, a celebrare la rivoluzione islamica.

Dal 1995 la casa torinese anche attraverso l’assemblaggio a cura della Zamyad in Iran, ha esportato diverse migliaia di camion in quel Paese. Nessuno sa dire quanti siano stati rivenduti dallo stabilimento locale alle brigate dei pasdaran. Tecnici iraniani vi hanno poi installato rampe d’origine sovietica e nuovi missili di produzione nazionale. Testate che possono colpire a una distanza di 200 chilometri, che potrebbero essere stati regalati anche agli hezbollah libanesi: basta un telone per occultare l’arma e confondere l’Iveco truck nel traffico caotico di tir sulle strade del Medioriente. Mascheramenti del genere avrebbero reso i veicoli del gruppo Fiat piattaforme per i missili acquistati in Cina e in Corea del Nord. Anche il peso massimo Trakker Mp720, un bestione a sei ruote motrici, sarebbe stato usato per lanciare ordigni balistici a lungo raggio, i famigerati Shahab che possono colpire Israele. E che un giorno, se il programma atomico di Teheran dovesse avere esiti bellici, potrebbero caricare testate nucleari. Tutto made in Italy sposato con i Guardiani della rivoluzione. Da noi non se ne parla, o quasi. A preoccuparsene, con l’indispensabile discrezione del caso, sembra essere lo Stato Maggiore della Difesa.

Alla Scuola di Sanità Militare della Cecchignola, a Roma, la società israeliana di sistemi di difesa Beth-El Zikhron Yaaqov Industries Ltd. ha eseguito la dimostrazione – per addetti ai lavori – di un prodotto non proprio d’uso quotidiano: la tenda filtrante per isolarsi in un ambiente bioprotetto, al riparo da agenti patogeni derivanti da attacco chimico, batteriologico o nucleare. Il nostro esercito se ne sta rifornendo attraverso l’ordinativo di filtri microbiologici israeliani Iso-Ark, convinti che non se ne possa fare a meno, in caso di attacco da parte dei cosiddetti Stati canaglia che stanno minacciosamente investendo sull’arricchimento dell’uranio e sulla ricerca chimica. Un pareggio perfetto del bilancio: guadagniamo vendendo tecnologia che arma l’Iran, ma spendiamo per difendercene. Chissà se Nessuno Tocchi Caino, organizzazione della galassia radicale, ne parlerà con il ministro Emma Bonino.
Aldo Torchiaro
L'Opinione




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 25/11/2007 alle 16:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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