|
26 settembre 2007
Le “gaffe” islamiche del ministro Amato

Il ministro Amato con l’Islam proprio non ci azzecca! Ma la prosopopea politica talvolta sopperisce alle lacune della cultura. E francamente per queste cosucce di poco conto Amato non crede di dover sprecare troppo tempo. Meglio una partita a tennis dopo l’ufficio. Recentemente, facendo sobbalzare l’uditorio femminista, o quel che ne resta, se ne uscì dicendo, lui oriundo siciliano, che la condizione femminile in Sicilia non era poi così diversa da quella in uso in Pakistan o in altri lidi evoluti dell’emisfero orientale. Venne sommerso dalle pernacchie; e l’onore offeso siciliano meditò di denunciarlo per oltraggio. Non gli era venuto in mente, a lui oriundo siciliano, che l’antica arretratezza dei costumi isolani poteva essere un lascito della dominazione araba in Sicilia. Gli emiri moreschi non avevano impedito a cristiani ed ebrei di praticare la loro religione. Ma cristiani ed ebrei pagavano questo privilegio con tasse doppie e nemmeno alle donne cristiane era consentito di camminare per strada a capo scoperto. Una rapida consultazione della grandiosa opera di Michele Amari sulla storia degli arabi in Sicilia gli avrebbe chiarito qualche dubbio e evitato di fare un’altra brutta figura. Ma l’altro ieri, a conclusione della conferenza sull’immigrazione di Firenze, con la medesima leggerezza e scarsa nozione, ha pronunciato un’altra frase ad effetto dicendo che “sarebbe un atto di imperialismo occidentale vietare il velo alle donne islamiche”.
Non occorre leggere il Corano, nelle sue molte e contrastanti versioni, per ricavare un’informazione più attendibile e precisa sul significato del velo femminile nel mondo islamico. E anche leggendolo se ne avrebbe un’idea che non corrisponde più ai tempi nostri. Il velo era prescritto dal Corano alle donne come gesto di devozione e di castità, come lo stesso Vangelo prescriveva che “la donna che prega senza avere il capo coperto fa disonore al suo capo, perché è come se fosse rasa”. La donna cristiana ha continuato a coprirsi la testa entrando in Chiesa, ma senza farne un dogma. Un segno di devozione che non impegnava la sua virtù. Nell’Islam invece il velo assume oltre che un significato religioso, anche un implicito riconoscimento della propria condizione subalterna, perché esso deve coprire la donna dagli sguardi di cupidigia da ogni uomo che non sia il marito. In altre parole la chioma è considerata un attributo di bellezza e di erotismo è come tale va nascosta. C’è tutta una gradazione di significati che va dal velo comune che copre la testa, al chador iraniano che copre la faccia, al burka talebano che copre l’intera persona, mano mano che ci si addentra nel Medio Evo musulmano. In Turchia Kemal Ataturk, volendo laicizzare e modernizzare lo stato sul modello europeo, abolì il velo e il fez come simboli di servitù e di arretratezza.
La scrittrice iraniana esule in Francia, Chahla Chafiqi, favorevole alla legge antifoulard nelle scuole francesi, ha dichiarato: ”Non bisogna accettare la discriminazione sessista che è alla base del velo”. La donna che si ribella a questa imposizione medievale, accetta automaticamente la cultura occidentale. Il fondamentalismo non può che rifiutarla imponendo il velo che è l’avviso più vistoso e immediato della tradizione identitaria e antioccidentale dell’Islam radicale: e la donna che lo accetta fa parte del medesimo progetto di “conquista”. Il fondamentalismo è alla base del cosiddetto “risveglio islamico”, il quale, come ha spiegato un eminente studioso dell’Islam, Ali Hillal Dessouki, ”vuole reintrodurre il diritto islamico in sostituzione del diritto di stampo occidentale,l ’espansione dell’istruzione islamica e una maggiore adesione ai precetti islamici di condotta sociale, ad esempio l’astinenza dall’alcol o l’uso del velo per le donne”, ed è ciò che sta avvenendo perfino in paesi “laici“ come la Tunisia e Turchia. Col tempo il significato originario del velo si è esteso dal terreno eminentemente religioso e sociale al campo del nazionalismo e dell’estremismo islamico.
L’Europa liberale e laica deve prenderne atto e non lo fa. Peggio per noi! Giuliano Amato, come responsabile degli Interni, avrebbe il dovere di tenersi aggiornato sul significato dei simboli e sulla loro evoluzione quando due mondi opposti e contrari vengono a contatto e i nuovi arrivati non vogliono assimilare la cultura del paese ospitante e si chiudono a riccio nella propria. In Francia il velo lo indossano le ragazze musulmane di terza o quarta generazione. Dice niente il particolare? Va dato atto ad Amato, algido e supponente, di non cercare il consenso popolare. Glie ne manca oltre tutto il carisma e il fisico che solitamente si attribuisce al trascinatore fascinoso. Quando era nel PSI - scrive Italo Pietra, biografo di Bettino Craxi -, non aveva né seguito né base nel partito, era un ossequioso uomo di ubbidienza. Qualità che non disturbavano Craxi che lo “miracolò” elevandolo a cariche di prestigio. Ma la gratitudine non è il suo forte. Quindi “sgattaiolò” per lidi più accoglienti quando l’ondata giustizialista travolse il PSI e il suo capo. Non fece nemmeno finta di voltarsi indietro. Come capo del Viminale, per conto di parecchi sicari d’un tempo, Amato pencola tra rigore e blandizie, come ha fatto prendendo la parola al convegno di Firenze e come fa sempre. Niente paura! E’ un metodo sperimentato dell’uomo di tenersi buoni quelli che stanno sopra di lui e di “annusare” il momento adatto.
Romano Bracalini Opinione
|