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3 luglio 2011

Il villaggio di Deir Abu Meshal ha fatto della produzione di kippah un simbolo del proprio riscatto economico

 



 

Fabio Scuto dal titolo " Il copricapo degli ebrei made in Palestina ".

" Le donne di Deir Abu Meshal non provano nessun imbarazzo a produrre dei copricapo destinati a coloro che occupano la Cisgiordania o ai settler estremisti delle vicine colonie. «Gli affari sono affari, Mister», dice secca la signora Barghouti. «Senza questo business, la gente qui sarebbe davvero povera» ". Il buon senso delle sarte arabe supera per intelligenza la stupidità della domanda dell'intervistatore.
Ecco l'articolo:

Il capo d´abbigliamento più diffuso tra gli ebrei in tutto il mondo è la kippah. Un copricapo a forma di papalina che gli uomini ebrei indossano nelle occasioni pubbliche e rituali e obbligatoriamente nella sinagoga: è il modo con cui si indica il proprio rispetto e il timore nei confronti di Dio. E´ solitamente di stoffa a tinta unita, ma può essere anche ricamata a mano, ai ferri o all´uncinetto, con inserti di disegni o parole. Intere vetrine nei negozi di Gerusalemme sono dedicate alle kippah. Ciò che è molto singolare è che a creare migliaia di questi colorati copricapo sono centinaia di donne palestinesi nel villaggio di Deir Abu Meshal, che hanno fatto di questa produzione un simbolo del riscatto economico di questa comunità.
Praticamente in ogni casa di questo borgo di tremila anime flagellato da un sole impietoso a metà strada fra Gerusalemme e Ramallah, si producono kippah. Le donne si siedono sulla porta di casa e mentre fanno due chiacchiere tirano fuori i gomitoli di lana o di cotone. «Facciamo a maglia i qors (il nome arabo della kippah, che tradotto vuol dire letteralmente disco) e allo stesso tempo chiacchieriamo, come fanno le donne in tutti i paesi del mondo sull´uscio di casa» dice Umm Ali. «Ci vediamo, stiamo insieme e facciamo qualche soldo», conferma senza nessuna animosità questa madre di tre figli con il marito che è parte integrante di quel cinquanta per cento di palestinesi disoccupati in Cisgiordania.
Per gli uomini c´è poco lavoro e l´economia di Deir Abu Meshal è tutta sulle spalle delle donne. «Le donne palestinesi non sanno stare con le mani in mano, se si siedono prendono in mano o i ferri o l´uncinetto, e allora abbiamo deciso di usare queste nostre abitudini per fare un po´ di denaro», scherza Ruqaya Barghouti. Ma l´idea si è fatta strada rapidamente. E´ stato raggiunto un accordo - non semplice e certamente non rapido - con sei commerciati all´ingrosso israeliani che distribuiscono la lana, il cotone e i modelli delle kippah, non solo a Deir Abu Meshal, ma anche in altri dieci piccoli villaggi qui intorno. Le donne del villaggio tessono una media di cinque kippah al giorno, che gli vengono pagate circa 12 shekel, cioè 3 dollari Usa ciascuna. Finemente confezionate e di rara bellezza per l´accoppiamento dei colori, queste kippah sono destinate ai negozi di lusso della Città Santa ma buona parte traversano l´Oceano per essere indossate dagli ebrei americani nelle sinagoghe di New York o Chicago.
«Quest´affare delle kippah fa sì che nel mio negozio c´è sempre un gran via vai», dice soddisfatta Riyad Ata sulla porta della sua drogheria. Il suo negozio funziona anche da punto di raccolta per i manufatti intessuti da più di cento donne della zona e la raccolta conseguente del denaro. Dal suo punto di vista non è male. Con il denaro incassato le donne - il vero motore della famiglia palestinese - fanno direttamente la spesa da lei. Gli shekel guadagnati con le kippah si trasformano in uova, farina, latte, formaggio, scarpe, zainetti, quaderni per la scuola.
Le donne di Deir Abu Meshal non provano nessun imbarazzo a produrre dei copricapo destinati a coloro che occupano la Cisgiordania o ai settler estremisti delle vicine colonie. «Gli affari sono affari, Mister», dice secca la signora Barghouti». «Senza questo business, la gente qui sarebbe davvero povera», conferma Nema Khamis - cinquant´anni - mentre con i ferri va avanti a una velocità impressionante inseguita nel ritmo dalle quattro figlie e dalla nuora.
Un tempo anche le kefieh - che dall´inizio del Novecento sono state il simbolo dell´orgoglio arabo sugli occupanti Ottomani che portavano il fez rosso - si tessevano sui telai di legno e corda nei villaggi palestinesi, manifatture importanti ai tempi degli inglesi erano a Hebron e Jenin. Negli anni Settanta poi Yasser Arafat fece diventare il copricapo bianco a quadretti neri il simbolo nazionale palestinese. Oggi le kefieh non si lavorano più in Palestina, arrivano già confezionate dalla Cina, con materiali di dubbia qualità e a bassissimo costo. Mentre le kippah ebraiche le tessono gli arabi. Il mondo cambia rapidamente, la globalizzazione ha divorato tutto e annullato le differenze tra oppressi e oppressori; chi riesce a guardare oltre affrontando la realtà, sopravvive e, chissà, dimostra al resto dell´umanità che un´altra strada è possibile, o almeno percorribile, come quella intrapresa dalle donne di Deir Abu Meshal




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3 luglio 2011

Insalata di avocado con uova sode

 



 


Insalata di avocado con uova sode, inserito originariamente da fugzu.

Ecco un'altra ricetta proveniente dal libro di Roberta Anau e Elena Loewenthal " Cucina Ebraica" Ed. Fabbri.

E' un antipasto tipico israeliano.

INGREDIENTI
(6 persone)

3 avocadi
2 cipollotti freschi
3 uova sode
1 melagrana matura (6 cucchiaini di gelatina di melagrana)
succo di 1 limone (fatto espresso si può evitare)
foglie di menta fresca

SALSA
3 cucchiai aceto di mele
3 cucchiai olio extravergine di oliva
1 cucchiaino miele acacia
succo di 1 arancia
sale,pepe qb

PROCEDIMENTO

Cuocete in acqua le uova per 10 minuti, dal momento del bollore, rendendole sode.

Sbucciatele subito e lasciatele a raffreddare in acqua fredda.

In una ciotola mescolate l'aceto, il succo di arancia, il miele, il sale e pepe: emulsionate il tutto aggiungendo un po' per volta l'olio, finchè otterrete una salsa cremosa.

Sgranate in una scodella la melagrana.

Tagliate gli avocadi a metà e facendo una lieve rotazione spaccateli a metà e togliete il grosso seme centrale.
Sbucciateli e tagliateli a fette lasciando intatta la parte del picciolo.

Disponete il frutto a ventaglio in ciascun piatto, posizionate anche le uova sode tagliate a pezzetti, i cipollotti tagliati finemente (compresa la parte verde).

Spolverate con i chicchi di melagrana e irrorate il tutto con la salsa.
Decorate con qualche foglia di menta tritata.

CONSIDERAZIONI

Noi siamo golosi di avocado e questa ricetta è stata una vera rivelazione. E' importante partire da avocadi al giusto punto di maturazione. Con una leggera pressione la superficie dovrà cedere e si dovranno sbucciare, spellandosi con facilità.

Non avevo arance fresche ho così usato succo di frutta di arancia. Non essendo ancora stagione di melograne ho abbinato un cucchiaino di gelatina di melograna che avevo fatto l'anno scorso: la variazione si è sposata perfettamente.

Ho fatto il piatto e l'ho servito subito quindi ho evitato di utilizzare il limone per rallentare l'ossidazione dell'avocado sbucciato. Volevo evitare anche che il sapore di limone prevalesse sugli altri.
Mi sono dimenticata di aggiungere qualche foglia di menta fresca... e ci sarebbe stata davvero bene.

Nell'insieme ciascun ingrediente non prevale ma crea una melodia unica di note diverse. L'avocado e l'uovo possono risultare pesanti e uniformi come sapori ma conditi e abbinati così diventano leggeri e ti viene voglia di mangiarne e mangiarne ancora.

Vi posso solo aggiungere che mio figlio odia le uova sode ma ha divorato l'intera preparazione spazzando anche il piatto.

Aspetto che mi regalino una melagrana per riprovare la ricetta con tutti gli ingredienti indicati.

CONSIDERAZIONI 2


Non ho parole, ci siamo quasi, arance e melograne ci sono.. le arance non sono ancora quelle buonissime invrenali... ma ci stiamo avvicinando alla perfezione.






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3 luglio 2011

Noi, israeliani felici

 



Molti mi chiedono perché sono venuta a vivere in Israele. “Hai lasciato l’Italia? Un paese così bello, arte, musica…”. Si , è vero, l’Italia è bellissima ma sono venuta qui perchè volevo sentirmi uguale e non diversa come mi sono sempre sentita nella mia vita. Non volevo più sentirmi dire: “Sei ebrea? Non ti vergogni per quello che fate ai palestinesi?” volevo essere con quelli che avrebbero dovuto vergognarsi di voler vivere e ai quali non era permesso proprio a causa dei poveri palestinesi . Sono ebrea, spiegavo, sono sionista e volevo sentirmi a casa senza dover sempre giustificare la mia appartenenza. Amo Israele, amo gli israeliani, soffro nel vedere come sono descritti fuori da qui, all’estero, anche in Italia. Gli israeliani! E’ difficile incontrare persone più gioiose, sincere, amiche e pazienti. Vivono da 63 anni con la minaccia di essere eliminati come Nazione, hanno sopportato 6 guerre per la distruzione del loro/mio Paese, hanno sopportato anni di terrorismo, eppure sanno amare la vita, sanno essere felici tanto che Israele risulta essere il settimo Paese più felice al mondo.

La mia scelta di venire a vivere in Israele in realtà chiude un cerchio iniziato dal padre di mia nonna e per questo vi racconterò la sua storia che è la storia di tantissimi ebrei della sua epoca, parlo di due secoli fa, ormai, tanto tanto tempo fa.

Il padre di mia nonna era scappato dalla Russia per evitare il servizio militare di 35 anni obbligatorio per gli ebrei e per tentare di arrivare nella Terra, in Erez, allora Palestina ottomana.

Aveva attraversato l’Europa a piedi , insieme ai suoi fratelli, per arrivare in un porto del mare Adriatico e da là imbarcarsi per la Terra dove arrivavano sempre più numerosi gli ebrei dell’Est in fuga dai pogrom e da persecuzioni di ogni genere.
In Ungheria una zingara gli aveva letto la mano: “Arriverai in una città sul mare. Là ti fermerai, avrai cinque figli, morirai giovane”.
Il padre di mia nonna arrivò a Trieste dove si innamorò di un’ebrea greca fuggita a sua volta con la famiglia da Corfù a causa di un pogrom che sconvolse la ricca comunità ebraica dell’isola (la storia degli ebrei è storia di fughe e incontri e ancora fughe). Non si imbarcò mai per la Palestina, accompagnò al porto i suoi fratelli, li salutò e non li rivide mai più.
Rimase in Europa per amore di una giovanissima ebrea dagli occhi verdi che non capiva il suo yiddish e gli parlava in ladino, lingua degli ebrei di origine spagnola. Fu la lingua Sacra delle preghiere, l’ebraico, che li aiutò a comprendersi e vissero insieme tutto il tempo che il destino concesse loro.
Ebbero cinque figli e lui, Chaimzill detto Ignazio, morì a 50 anni a Vienna, la mattina del matrimonio del suo primogenito.
Consola, la moglie dagli occhi verdi, per il resto del tempo che gli sopravvisse portò sulla sua tomba un uovo sodo, un sassolino e una tazza di the che rovesciava sul marmo.
I loro cinque figli entrarono nel silenzio dell’assimilazione, furono dei bravi ‘ebrei di corte’ laureati, intellettuali, ricchi, con occhi colmi delle antiche memorie che volevano dimenticare forse per essere meglio accettati in un mondo ostile.
Non parlavano mai, con i loro amici goyim, di quel piccolo ebreo russo che aveva lasciato la sua città, il suo quartiere ebraico, il suo mondo per sfuggire all’odio e per ritornare alla Terra, quel Erez Israel che si sussurrava essere la salvezza, la dignità, la Pace, la Casa.
Quattro maschi e una femmina avevano avuto i genitori di mia nonna e solo lei salvò il ricordo delle radici e del popolo antico cui apparteneva la famiglia. Lei sola ebbe la capacità e di tramandare le tradizioni e l’orgoglio di sentirsi ebrea e sionista.
Mia nonna raccontava e raccontava, senza stancarsi, storie affascinanti e misteriose di gente sconosciuta e lontana. Raccontava della madre di suo padre che portava la parrucca perchè religiosa ortodossa. Raccontava che un giorno, dalla Russia lontana, erano venuti i genitori a trovare il figlio a Trieste ma non avevano resistito a lungo: lei, la Madre, mandava la servitù a lavare piatti e pentole in mare perchè niente era ‘kosher’ in quella città straniera , nemmeno l’acqua.
Raccontava, mia nonna, raccontava a me forse perchè sapeva che io, femmina tra due maschi, avrei raccolto il messaggio, avrei saputo ritrovare le radici nascoste per due generazioni sotto l’illusione dell’assimilazione necessaria per poter condurre una vita ‘normale’.
Forse inconsapevolmente sperava che proprio io avrei chiuso quel cerchio aperto da suo padre: dalla Russia a Israele.
E io ho allevato mio figlio con l’orgoglio e la dignitàè apprese da mia nonna e da mia mamma, gli ho parlato di Israele, delle nostre origini, delle nostre sofferenze, l’ho nutrito di amore e sionismo e un giorno mi ha detto “Mamma io parto”.
Ed è partito per la Terra dei padri.
E dopo più di un secolo e mezzo eccoci qua, noi, i discendenti di quel piccolo ebreo russo che non aveva mai conosciuto la Terra.
Qui sono io, e qui è mio figlio, Aaron, e qui è nato Yonatan, figlio suo e di Tanya, il primo piccolo sabra della nostra famiglia. Qui è arrivato anche uno dei miei due fratelli.
Il cerchio si è chiuso e il padre di mia nonna mi guarda dal ritratto sul muro con i suoi occhi antichi e pazienti. Gli ebrei sanno aspettare, la sofferenza glielo ha insegnato.
Che sorrida?
Lui voleva prendere una nave per arrivare in Palestina.
La nipote di sua figlia ha preso un aereo ed è arrivata in Israele.




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3 luglio 2011

La Grecia ha bloccato la flottiglia

 

una buona notizia, ma per Viviana Mazza i passeggeri erano solo 'attivisti in bermuda e ciabatte'

Testata: Corriere della Sera
Data: 02 luglio 2011
Pagina: 19
Autore: Viviana Mazza
Titolo: «Atene blocca la flottiglia di attivisti diretti a Gaza»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 02/07/2011, a pag.19, l'articolo di Viviana Mazza dal titolo "Atene blocca la flottiglia di attivisti diretti a Gaza".

La Grecia ha deciso di bloccare la flottiglia, una buona notizia.
Viviana Mazza, che nell'articolo non specifica il suo ruolo sulla flottiglia, descrive la situazione. Ovviamente il quadro che ne esce è vagamente patetico, coi poveri attivisti italiani '
abbronzati ma tristi in ciabatte e bermuda' che 'confabulano tristi'. Poverini, la Grecia ha rovinato il loro piano vacanze verso Gaza. Mazza contrabbanda la storia della flottiglia di pacifisti, che non hanno intenzioni bellicose. Una nave è partita lo stesso, ma dopo tre ore ha ceduto ed è tornata indietro.
Vauro Senesi, sul quotidiano di Rocca Cannuccia, continua il suo 'diario di bordo', continua a raccontare del corso che hanno dovuto fare gli attivisti per non essere violenti (ma ce n'era bisogno? Ma non erano pacifisti? I Pacifisti hanno bsogno di corsi che li educhino alla non violenza?) e si straccia le vesti per la decisione della Grecia.
Ovviamente, sul perchè sia stato necessario bloccare la flottiglia, nemmeno una sillaba. Sugli episodi non proprio pacifici verificatisi sulla flottiglia dell'anno scorso, silenzio assoluto, come sui legami tra flottiglia e fondamentalisti islamici. La Croce Rossa Internazionale ha stabilito che non c'è emergenza umanitaria a Gaza, lo ha scritto pure Giampaolo Cadalanu su Repubblica. Se si vogliono mandare merci per la popolazione di Gaza (non per Hamas) è possibile farlo attraverso il valico di Rafah in Egitto o quello di Erez in Israele. Non è necessario imbarcarsi su una flottiglia e fare corsi di self control.
Ecco l'articolo:

In ciabatte e bermuda, una decina di italiani abbronzati ma tristi confabulano nel ristorante sul mare di un hotel di Corfù. Sono gli attivisti filopalestinesi della flottiglia per Gaza. Sconfitti. «Il blocco della Striscia ora si estende fino alle coste della Grecia. I greci stanno facendo il lavoro dei militari israeliani. È quello che scriverò» , dice il vignettista de Il manifesto Vauro Senesi. Un anno di preparativi, centinaia di persone riunite in Grecia, milioni di euro raccolti. L’obiettivo degli italiani, insieme ad attivisti di tutto il mondo, era di salpare per Gaza con 10 navi cariche di passeggeri e di aiuti, allo scopo di rompere l’embargo navale imposto da Israele, di denunciarne l’illegalità. Lo Stato ebraico definisce il blocco necessario contro Hamas, considerata organizzazione terroristica anche da Usa e Ue, e aveva giurato di fermarli. Il viaggio della flottiglia si è interrotto prima della partenza: il governo ellenico ha emanato un «divieto a salpare dai porti greci alle imbarcazioni con bandiera greca e straniera dirette all’area marittima di Gaza» . È firmato dal ministero della Protezione civile. Alla Guardia costiera si ordina di prendere «tutte le misure appropriate» . E il ministero avverte che «una vasta zona della parte orientale del mar Mediterraneo sarà monitorata continuamente con mezzi elettronici per seguire gli eventuali movimenti delle navi che potrebbero partecipare» . In mattinata il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva ringraziato i tanti governi (tra cui Usa e Italia) che hanno parlato contro la flottiglia, in particolare il premier greco Papandreou. «L’audacia della speranza» , imbarcazione battente bandiera Usa, ha levato comunque gli ormeggi ieri alle 5 del pomeriggio da Atene, ma è stata fermata dalla Guardia costiera 45 minuti dopo. Dapprima il capitano ha rifiutato di tornare in porto. Tre ore dopo ha ceduto. La barca canadese «Tahrir» si è vista sequestrare i documenti: la portavoce Sandra Ruch ha rifiutato di separarsene e si è fatta portare alla stazione della Guardia costiera. La partenza degli attivisti era stata già ritardata da problemi burocratici e gli attivisti hanno accusato agenti israeliani di aver sabotato due navi. L’italiana «Stefano Chiarini» doveva trasportare una settantina di passeggeri di oltre 10 nazionalità. Molti hanno i capelli bianchi, alcuni indossano magliette con la faccia di Vittorio Arrigoni, l’attivista ucciso a Gaza da miliziani salafiti. Fino a notte fonda discutono le prossime strategie: si canta «Bella ciao» , si valuta se salpare da Corfù «come gesto simbolico» . Ad Atene, una passeggera della nave americana, Hedy Epstein, 86 anni, sopravvissuta all’Olocausto, spiega: «Ho la febbre di Gaza e può essere curata solo arrivandoci» .

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2 luglio 2011

Hezbollah, Siria e Iran dietro all'omicidio Hariri

 
Ma non c'erano dubbi al riguardo

Testata: Il Foglio
Data: 01 luglio 2011
Pagina: 1
Autore: Redazione del Foglio
Titolo: «Esce la verità sull’omicidio Hariri»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 01/07/2011, in prima pagina, l'articolo dal titolo "Esce la verità sull’omicidio Hariri".


Rafiq Hariri Hezbollah

Roma. Il Tribunale speciale per il Libano (Tsl) ha formalmente inoltrato ieri al procuratore generale libanese Said Mirza il testo di quattro mandati d’arresto a carico di cittadini libanesi accusati di essere responsabili dell’attentato contro l’ex premier Rafiq Hariri del 14 febbraio 2005 a Beirut. I nomi degli inquisiti non sono stati resi noti e ora le autorità libanesi hanno 30 giorni per arrestarli. Da indiscrezioni si è appreso che due sono dirigenti di Hezbollah, mentre un terzo Moustapha Badreddine è il cognato di Imad Mughniyeh, il responsabile di tutte le operazioni estere dei Pasdaran, ucciso “per mano araba” (fonti dei servizi di Riad) a Damasco in un attentato il 12 febbraio 2008. Se questa indiscrezione verrà confermata, quella che già era attesa in tutto il medio oriente come una bomba, rischia di diventare un arsenale in fiamme. Non solo dunque Hezbollah, non solo il Mukhabarat siriano, ma anche direttamente i pasdaran iraniani sono stati individuati dal Tribunale dell’Onu come autori di quell’attentato che doveva – e ci riuscì – modificare la storia politica del Libano. L’estrema cautela scelta dal Tsl (questi provvedimenti erano attesi già per il dicembre 2010) e la assoluta riservatezza degli atti, ne hanno attutito per il momento la carica destabilizzante. Ma è evidente che ieri si è aperta una crisi dagli esiti imprevedibili pronta a coinvolgere anche la Siria e l’Iran. Proprio in previsione di questo evento infatti, il 12 gennaio scorso i ministri di Hezbollah hanno rassegnato le dimissioni e hanno fatto cadere così il governo di unità nazionale presieduto da Saad Hariri (figlio di Rafiq). Chiusa la crisi dopo sei lunghi mesi, oggi il nuovo governo di Najib Mikati è totalmente egemonizzato proprio da Hezbollah con 19 ministri su 30, grazie all’ennesimo cambiamento di campo del druso Walid Jumblatt che ha abbandonato l’alleanza anti siriana di cui era leader Saad Hariri per diventare il baricentro di un governo di cui fanno parte solo le forze fedeli a Damasco. Il cambiamento di scenario è stato tanto radicale che, su suggerimento della Cia, come dei servizi francesi, Saad Hariri ha dovuto abbandonare da settimane Beirut per fare la spola tra la sua abitazione di Parigi e quella di Riad. I segnali che sia in preparazione un attentato contro di lui per reinnescare la guerra civile libanese sono infatti molteplici e concordi. La prima reazione ufficiale libanese, da parte del neo premier Najib Mikati è stata equilibrata: “Oggi siamo di fronte a una nuova realtà, di cui dobbiamo essere consapevoli e di cui dobbiamo occuparci con responsabilità e con realismo, tenendo presente che queste accuse non sono un verdetto, i sospettati sono innocenti fino a prova contraria”. Una risposta istituzionalmente corretta, che però non sarà sicuramente fatta propria da Hezbollah. D’altronde, il programma del governo di Najib Mikati, reso pubblico giovedì scorso, è volutamente ambiguo sul punto. Da una parte infatti assicura che “il governo libanese seguirà le procedure del Tsl funzionali a che giustizia sia fatta al di fuori di considerazioni politiche o di vendetta”. Ma questa collaborazione con il Tsl si verificherà “soltanto in quanto non avrà impatto negativo sulla stabilità del Libano e sulla pace civile”. Di fatto, Mikati, fedele al suo mandato, ha ceduto la regia delle risposte da dare al Tsl al leader di Hezbollah, che per il momento tace. Negli ultimi giorni, peraltro, i satelliti spia di America e Israele hanno registrato un massiccio spostamento di carovane militari che trasportano sul territorio libanese missili e armamenti pesanti dai depositi che Hezbollah aveva costruito in Siria. Mossa azzardata, che mette in evidenza la nuova destinazione degli arsenali missilistici, e che quindi era stata interpretata da alcuni analisti come conseguenza delle preoccupazione circa un possibile collasso del regime di Damasco e comunque della inaffidabilità delle Forze armate siriane attraversate dalla rivolta popolare. Dopo l’arrivo dei mandati di cattura a carico di suoi quattro dirigenti, non si può ora invece escludere che quegli spostamenti di arsenali siano stati predisposti da Hezbollah per fare fronte a un precipitare della crisi libanese. Avvenimento che potrebbe fare il gioco del regime di Damasco per scaricare verso l’esterno le convulsioni della crisi interna.

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2 luglio 2011

Israele cerca di risolvere il problema dell'immigrazione clandestina

 

con la cooperazione dell'Australia. Cronaca di Francesco Battistini

Testata: Corriere della Sera
Data: 01 luglio 2011
Pagina: 16
Autore: Francesco Battistini
Titolo: «Esporare clandestini, l'idea di Israele»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 01/07/2011, a pag. 16, l'articolo di Francesco Battistini dal titolo " Esporare clandestini, l'idea di Israele ".


Francesco Battistini

L'idea di far trasferire gli immigrati clandestini eritrei da Israele all'Australia non deriva, contrariamente a quanto scrive Battistini, dal fatto che " il governo Netanyahu eviterebbe (questo il vero scopo della proposta) un aumento dei musulmani nella popolazione d’uno Stato che preferisce ebraico.". Israele è lo Stato ebraico, è nato con questa precisa caratteristica, non si tratta di una 'preferenza', di una 'rotta', impressa dall'attuale governo. Israele è nato come luogo sicuro, pronto ad accogliere qualunque ebreo decida di trasferirvisi. Il fatto che in Israele viva una minoranza araba (che gode degli stessi diritti di tutti gli altri cittadini ed è rappresentata in Parlamento) non modifica la situazione.
La proposta, definita nelle prime righe del pezzo quasi '
politicamente oscena', è stata presa in considerazione dall'Australia e accettata dai profughi stessi.
Ecco l'articolo:

Cari australiani, vi «comprereste» un po’ dei nostri immigrati? La domanda, a prima vista politicamente oscena, l’altro giorno se la sono sentita porre alcuni deputati di Canberra in visita alla Knesset. Voi avete una densità di 3 abitanti per km quadrato, ha detto loro il presidente del Comitato israeliano per l’immigrazione, noi ci pigiamo a quota 365. Voi avete fame di manodopera mentre da noi, dov’è da mezzo secolo irrisolto il rebus dei profughi palestinesi, via Sinai adesso arrivano pure migliaia di africani in fuga da altre guerre. «Ogni anno il governo australiano accoglie un buon numero di rifugiati— ha buttato lì Danny Danon, deputato della maggioranza Likud —, perché non c’infilate i 22mila eritrei e gli 8mila sudanesi che vivono qui?» . I deputati ospiti, all’inizio, hanno strabuzzato gli occhi. Poi ci hanno pensato. E il capodelegazione Michael Danby, buon amico d’Israele, ha promesso che sottoporrà la questione al suo premier: biglietto di sola andata per la Terra dei canguri, passaporto e lavoro garantiti, rispetto degli standard Onu, nessuna deportazione forzata, l’occasione per i disperati del Terzo mondo di rifarsi una vita dall’altra parte del globo. Molti interessi coincidono, hanno concordato Danon e Danby: accettando gli africani, gli australiani incasserebbero cooperazione tecnico-scientifica con Israele e intanto scanserebbero l’obbligo umanitario d’ospitare i profughi asiatici, dall’Afghanistan o da Timor Est, che in passato si sono rivelati più problematici; il governo Netanyahu eviterebbe (questo il vero scopo della proposta) un aumento dei musulmani nella popolazione d’uno Stato che preferisce ebraico. A sorpresa, o neanche tanto, a caldeggiare l’accordo sono gli stessi profughi: «Qui non abbiamo un’identità— ha implorato lo scrittore Isaac Kidane, loro portavoce —, preferiamo andare in un Paese più grande e più sicuro. Per favore, firmate l’accordo!» . La Via dei Canti australiana meglio d’un foglio di via dai campi (profughi): cinismo o pragmatismo? «Creatività umanitaria» , potremmo chiamarla. Per un dramma che altrove (non) viene risolto se non a slogan.

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2 luglio 2011

Dare spazio solo a chi è favorevole alla flottiglia

 
Nell'articolo di Udg non c'è posto per le motivazioni di Israele

Testata: L'Unità
Data: 01 luglio 2011
Pagina: 28
Autore: Umberto De Giovannangeli
Titolo: «Flotilla, seconda nave sabotata. Gli organizzatori: è il Mossad»

Riportiamo dall'UNITA' di oggi, 01/07/2011, a pag. 28, l'articolo di Umberto De Giovannangeli dal titolo " Flotilla, seconda nave sabotata. Gli organizzatori: è il Mossad".


la nave Stefano Chiarini

Complimenti alla redazione dell'Unità per aver dato rilievo nel titolo alle illazioni degli organizzatori della flottiglia, questo è fare informazione. Nemmeno il quotidiano comunista ha saputo fare una mossa simile.
Non che l'articolo sia da meno, Udg mette in fila tutte le dichiarazioni degli organizzatori, non c'è spazio per voci israeliane, se non quella di Gideon Levy su Haaretz, il quale, ovviamente, critica Israele per aver tentato di bloccare la flottiglia. Il diritto di Israele a difendersi da Hamas e dagli attacchi non è un motivo sufficiente per richiedere che la flottiglia venga fermata.

Segnaliamo ai lettori di IC lo studio appena pubblicato dal Jerusalem Center for Public Affairs dedicato agli stretti legami tra i partecipanti alla seconda Flotilla e la Fratellanza Musulmana:
http://jcpa.org/JCPA/Templates/ShowPage.asp?DRIT=0&DBID=1&LNGID=1&TMID=111&FID=378&PID=0&IID=7745&TTL=Who_Is_Behind_the_Second_Gaza_Flotilla

Ecco l'articolo di Udg:

«Dal Governo italiano non vogliamo un appoggio politico ma solo protezione ». Questo l'appello lanciato ieri in una conferenza stampa dai coordinatori della «Stefano Chiarini», la nave italiana che parteciperà alla Freedom Flotilla 2 diretta a Gaza. «La nostra richiesta è quella di rispettare il diritto internazionale e garantire la sicurezza dell'equipaggio della nave». hanno ribadito i coordinatori. Già nei giorni scorsi, fanno notare gli organizzatori della «Stefano Chiarini», la Freedom Flotilla Italia aveva chiesto garanzie sulla salvaguardia dei partecipanti al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Richiesta a cui «un segretario dell'onorevole Letta ha risposto, per telefono, chiedendoci di non andare a Gaza e definendo non opportuna la nostra missione», spiega Paola Mandato, uno dei coordinatori della nave italiana. E, sempre nei giorni scorsi, la richiesta di un'adeguata protezione è stata inoltrata via fax anche alla presidenza della Repubblica, hanno aggiunto gli organizzatori.
TENSIONE CRESCENTE
Al di là delle risposte e degli impegni assunti o meno dal Governo italiano, la «Stefano Chiarini», è pronta a salpare. Le formalità burocratiche necessarie «sono state completate, l'ok per l'assicurazione è arrivato e ieri (mercoledì, ndr) è stata issata la bandiera dell'imbarcazione», annunciano i responsabili. Per l'ok definitivo alla partenza manca ora l'ispezione delle autorità locali che però è «imminente ». Mentre a differenza di altre navi della flottiglia, la «Stefano Chiarini » e stata risparmiata dai sabotaggi anche perchè «è sorvegliata da due lance della capitaneria di porto... La nave - precisa ancora Mira Pernice - è ormeggiata all'isola di Corfù e potrà portare tra i «50 e i 70 passeggeri» Una nave irlandese della «Flotilla 2 verso Gaza» è stata sabotata nel porto turco di Gocek, denuncia a Dublinoil comitato organizzatore. Per il comitato, è Israele «il principale sospettato » della vicenda. La nave Saoirse (libertà) degli irlandesi è stata «vittima di un sabotaggio nel porto turco, di Gocek, dove si trovava da qualche settimana», hanno detto gli organizzatori in un comunicato, sottolineando che Israele dovrebbe essere considerata «il principale sospettato di questo atto»
VOCI CRITICHE
Da Israele si levano voci critiche controuna nuova prova di forza verso le navi della «Flotilla». Tra queste voci, c’è quella di Gideon Levy, editorialista di punta del quotidiano Haaretz. «Cosa siamo diventati? La violenza è diventata la lingua ufficiale di Israele?», chiede Levy. Secondo il giornalista la campagna mediatica anti-palestinese ha delle sue «parole d'ordine: pericolo, musulmani, turchi, arabi,terroristi, attentatori suicidi, sangue, fuoco e colonne di fumo.un modello ricorrente - scrive - per demonizzare e poi legittimare la violenza». Sulle navi, rimarca Levy, «vi sono attivisti sociali e combattenti per la pace e la giustizia, i veterani della lotta contro l'apartheid, il colonialismo e l'imperialismo. Vi sono intellettuali, i sopravvissuti dell'Olocausto, , persone anziane, che stanno rischiando la vita perun obiettivo che è considerato un tradimento».

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2 luglio 2011

Grazie sabotaggio

 
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Testata: Informazione Corretta
Data: 01 luglio 2011
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Grazie sabotaggio»

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Grazie sabotaggio

Che tipo di pacifista sei? Tipo Gandhi o tipo Flottiglia per Gaza ?

Salperanno? Non salperanno? "Partire partirò partir bisogna/dove comanderà nostro sovrano" Diceva una vecchia canzone ottocentesca. Il sovrano questa volta è la fratellanza musulmana o l'islamismo, come potete vedere ben documentato da questo studio (http://jcpa.org/JCPA/Templates/ShowPage.asp?DRIT=0&DBID=1&LNGID=1&TMID=111&FID=378&PID=0&IID=7745&TTL=Who_Is_Behind_the_Second_Gaza_Flotilla). Sto parlando della flottiglia, naturalmente, o della comitiva di vacanzieri più o meno male in arnese che ha deciso di far rotta su Gaza. Che a Gaza non ci sia nessun bisogno di mandare nulla per nave che non siano armi pesanti o simili, lo vedete bene da questo video (https://www.youtube.com/watch?v=IPd_cLpjShY&feature=channel_video_title). Sarebbe più utile portare aiuti umanitari in Siria o in Libia, questo è chiaro. Ma loro sono ostinati, "stessa spiaggia, stesso mare", stesso odio per Israele e a Gaza vogliono arrivare. Tant'è vero chi si esercitano, fanno giochi di ruolo, fingono perfino i sintomi dell'epilessia, come mostra compiaciuto e complice questo gustosissimo video pubblicato sul sito del Corriere (http://video.corriere.it/nave-italiana-che-salpera-gaza/ed1f49f6-a274-11e0-b1df-fb414f9ca784).

Ma andare a Gaza non è tanto facile. Figuratevi che se anche l'autostrada per Rimini in certi giorni è intasata, la rotta per la mecca di Hamas non può essere così facile. Per questo non si sa se partono e quando. Intanto ai nostri eroi si rompano un po' troppo facilmente le eliche. Vi prego di evitare ogni commento maleducato, tipo "chi la fa l'aspetti, ci rompono le eliche tutto l'anno eccetera". No, il caso è grave, hanno decretato i nostri vacanzieri. C'è chi li sabota, sul serio. Gli rosicchia le eliche di notte. Per pura cattiveria. Guardate qui come su un giornale amico monta la lagna dei vacanzieri con le eliche nel sacco (http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/30/freedom-flotilla-2-si-avvicina-la-partenza-rispunta-lipotesi-sabotaggio/132771/). Poi ci sarebbe il fatto, come viene fatto dottamente dire ad Amira Hass (campione del giornale arabo in lingua ebraica Haaretz, che come tutti sanno significa "Palestina"): "autorità greche stanno frapponendo infiniti ostacoli burocratici alla partenza della Flotilla". Che cattive le autorità greche, neh, che invece di occuparsi degli scioperi generali, della crisi di governo, dell'economia in fiamme, non stanno là a servire champagne in guanti bianchi agli eletti flottiglieri! Il fatto è che le autorità greche chiedono alle corazzate gaziste i documenti che ogni nave (e perfino ogni vecchia Fiat Panda) deve avere per mettersi in viaggio, per esempio il certificato di assicurazione. E i nostri gazometri queste cose non le hanno giuste, perché qualche avvocato americano ha avvertito le agenzie di assicurazione più importanti al mondo che ad assicurare i gazi rischiavano una bella causa per complicità in terrorismo (http://www.thejc.com/news/israel-news/49159/insuring-a-gaza-flotilla-hamas-victims-could-sue). E un abitante di Sderot ha fatto sapere nelle debite forme legali anche all'agenzia radio che cura le comunicazioni marittime della comitiva, che forse avrebbe dovuto rifondere i danni provocati da Hamas con l'aiuto dei pacifinti (http://www.jpost.com/NationalNews/Article.aspx?id=227020).

Bisogna ammettere che il copyright del lawfare, la guerra legale che sfrutta i tribunali per mettere in difficoltà i nemici, è dei palestinesi, che qualche anno fa hanno portato Israele al tribunale dell'Aia per la barriera di sicurezza e hanno cercato di far arrestare i governanti israeliani qua e là per aver osato difendersi dai loro attentati (è noto che per un dhimmi non lasciarsi docilmente ammazzare da un guerriero islamico è un crimine di guerra...) .Ma adesso le cose sembrano essere cambiate, pensate che l'altro giorno è stato arrestato per terrorismo e affini a Londra (a Londra!) il capo del movimento islamico palestinese Ra'ad Salah già arrestato più volte in Israele per i suoi atti di violenza (http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/islamic-movement-leader-in-israel-arrested-in-london-1.370246) .

Insomma, c'è speranza se non tutte le vacanze riescono col buco (ma qualche nave sì: grazie sabotaggio...)

Ugo Volli


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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1 luglio 2011

La Corte di Cassazione ha annullato la radiazione di Renato Farina dall’albo dei giornalisti

 

Renato Farina, classe 1954, giornalista, vicedirettore prima de il Giornale poi del Resto del Carlino infine di Libero di cui fu il cofondatore insieme a Feltri, nel 2006 fu accusato di essere una spia del Sismi (Servizio segreto militare italiano) e si dimise. La legge numero 801 del 1977 fa infatti divieto ai giornalisti professionisti di intrattenere rapporti con i Servizi segreti. Dopo le dimissioni e la conseguente cancellazione dall’albo, l’ordine nazionale dei giornalisti ne deliberò la radiazione, cosa questa che non poteva fare, perché egli nel frattempo si era dimesso e non poteva più subire sanzioni. «Il procedimento disciplinare doveva essere dichiarato estinto»: così si legge nella sentenza della terza sezione civile della suprema corte numero 14407/2011 del 27 maggio scorso, depositata ieri in cancelleria. La Cassazione ha annullato senza rinvio, scrivendo quindi la parola fine su una vicenda che tanto ha fatto discutere.

“Non mi spiego tutto questo odio”, dichiarò Farina al Giornale quel 30 marzo 2007, dopo la notizia della tentata radiazione.

Già dal novembre 2006 Farina, oltretutto, viveva sotto scorta delle forze di polizia a seguito di intimidazioni anonime e di un pacco-bomba firmato «Fronte Rivoluzionario per il Comunismo”.

Farina ha ammesso la sua collaborazione con i Servizi segreti, ma ha dichiarato di aver agito in nome dell'articolo 52 della Costituzione: “Difendere la Patria è sacro dovere del cittadino”, norma di rango superiore ad ogni altra. Ha ammesso di aver ricevuto denaro non come salario ma per rimborsi non per se stesso, ma utili alla liberazione di ostaggi italiani in Iraq.

Nel 2006 Farina pubblica un libro, Alias agente Betulla, dove racconta la sua versione dei fatti riguardo alla collaborazione con i Servizi: nel giugno 2004, dichiara di aver ricevuto da Nicolò Pollari, l'allora direttore del Sismi, per il tramite di Pio Pompa, l'ordine di recuperare da Al Jazeera le immagini dell'esecuzione di Fabrizio Quattrocchi; è proprio in questa operazione che nasce il suo nome in codice, Betulla. Sostiene anche di avere fornito ai servizi segreti informazioni, nelle mani dei pubblici ministeri, sul rapimento della giornalista de il manifesto Giuliana Sgrena, tenuta prigioniera in Iraq dall'Organizzazione della Jihad islamica, fatto poi confermato da Pio Pompa.

Anche per il caso del rapimento di Abu Omar, l’imam di Milano nel mirino della CIA per sospette attività terroristiche, finì sotto processo per la collaborazione con i Servizi, si auto accusò di “favoreggiamento” e patteggiò la pena.

Nel 2008 Renato Farina approda a Montecitorio, accompagnato da numerose polemiche. Nel 2010 un giurì d’onore insediato da Gianfranco Fini e una commissione chiariscono che Farina non è una spia, non è un agente, ma una «fonte» del Sismi nell’ambito di «quelle che possono definirsi legittime e talvolta meritorie attività di collaborazione con i servizi segreti».

Era stato il generale Niccolò Pollari, ex numero uno del controspionaggio militare, a scagionare completamente il giornalista in una deposizione davanti al giurì: «Farina, su invito dell’autorità politica competente, dinanzi a problematiche drammatiche in cui erano coinvolti cittadini italiani sequestrati in scenari di guerra, ha accettato di fornire un contributo utile alla soluzione di questi casi, mettendosi disinteressatamente a disposizione di quell’autorità ed esponendosi anche a gravi rischi». Era stato il governo a chiedergli di favorire la liberazione degli ostaggi in Irak «con le sue conoscenze». «Nessun coinvolgimento né alcuna equivoca concezione della professione giornalistica».

Maria Gabriella Ricotta, Sicilia Informazioni - 1 luglio 2011





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1 luglio 2011

Basta terrorismo in casa nostra. Basta stragi di ebrei Oggi ci difendiamo

 

La memoria

La Memoria di quei sei milioni deve servire anche a questo, a stare a testa alta e dire Basta, non ci ammazzerete piu'.
Basta a chi brucia le bandiere, Basta a chi tace di fronte alle minacce di sterminio di Ahmadinejad, Basta a chi calunnia e demonizza Israele, unica nazione al mondo minacciata nella sua esistenza!
Non lo vogliamo piu'.
Hanno divorato 6 milioni, non sono ancora sazi ma noi abbiamo raggiunto il limite, oggi abbiamo un esercito che ci difende, benedetto sia.
Niente piu' Inquisizione, niente piu' Auschwitz, niente piu' Babi Yar, fosse comuni, Bergen Belsen, Treblinka.
Basta terrorismo in casa nostra. Basta stragi di ebrei.
Oggi ci difendiamo.
Shema' Israel.
Deborah Fait




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1 luglio 2011

Un po' di cannella contro l'Alzheimer

 

 

Lo rivela uno studio condotto presso l'Università di Tel Aviv

Un dolce rimedio contro l’Alzheimer. I ricercatori dell’Università di Tel Aviv hanno scoperto che un estratto di cannella può inibire lo sviluppo del morbo che colpisce principalmente gli over 65.

LA RICERCALo studio, condotto dal dottor Michael Ovadia assieme ai suoi colleghi Ehud Gazit, Daniel Segal e Dan Frenkel del Dipartimento di Zoologia dell’Università di Tel Aviv, è stato pubblicato su Plos One. Durante la ricerca è stata valutata si valutata l’attività su modello animale di un estratto della cannella, chiamato CEppt. Usando come base questa sostanza è stata preparata una soluzione liquida, poi miscelata con l’acqua data a bere a delle cavie geneticamente modificate affinché sviluppassero una forma aggressiva del morbo di Alzheimer.
Al termine dei test, durati quattro mesi, i ricercatori hanno scoperto che l’assunzione di questa soluzione acquosa contenente l’estratto CEppt, rallenta significativamente lo sviluppo della malattia. In più, i topi colpiti dal morbo hanno vissuto tanto a lungo quanto gli altri esemplari rimasti sani.

L’ESTRATTO – Secondo il dottor Ovadia il risultato è sorprendente perché la terapia ha usato un rimedio naturale estratto direttamente da un vegetale considerato dai più soltanto una spezia. Questa sostanza, la CEppt, può inibire la formazione degli aggregati della proteina beta amiloide e dei grovigli neurofibrillari che si trovano nel cervello dei malati di Alzheimer e, cosa molto importante, può anche spezzare le fibre amiloidi. Ciò significa che l’estratto di cannella è sia in grado di previene lo sviluppo del morbo sia in grado di diventare un trattamento da somministrare nei casi in cui la malattia è già in essere.

LA CANNELLA
- Questa spezia, citata per le sue virtù già nel libro dell’Esodo, è famosa anche per il suo potere antiossidante che è tra i più elevati in assoluto (circa 62 volte più alto di quello di una mela).
Anticamente veniva utilizzata contro le infreddature e come antibatterico e antispastico. Oggi le si riconosce la capacità di abbassare il colesterolo e i trigliceridi nel sangue e una funzione antisettica sui disturbi dell'apparato respiratorio.

vivere in armonia




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1 luglio 2011

Ecco il progressismo saudita: donne guidano? Cinque arresti

 

Per la legge islamica le donne non hanno il diritto al rilascio della patente. Le giovani arabe protestano e finiscono in manette



Le autorità dell'Arabia Saudita hanno arrestato cinque donne perché hanno sfidato il divieto, imposto dalle leggi del Paese islamico, di guidare automobili. La notizia, smentita dalle autorità Raid che hanno confermato un solo l'arresto, è stata riferita da un'attivista per i diritti delle donne saudite, citata dalla tv araba al-Jazeerà: "Cinque ragazze sono state arrestate a Gedda perché guidavano la loro auto. La cosa ci è sembrata strana perchè in città non era mai accaduto nulla del genere".

Patente vietata - C'è da dire che in Arabia Saudita non esiste una vera e propria legge scritta che vieti alle donne di mettersi alla guida di un'auto, ma esiste qualcosa di ancor più restrittivo: alle donne non viene rilasciata la patente. Per ribellarsi a questa costrizione, il 17 giugno scorso era iniziata una mobilitazione di protesta delle donne saudite per ottenere il diritto di guidare liberamente. La prima risposta è stata l'arresto di queste cinque giovani.Ecco il progressismo saudita: donne guidano? Cinque arrestiPer la legge islamica le donne non hanno il diritto al rilascio della patente. Le giovani arabe protestano e finiscono in manette L e autorità dell'Arabia Saudita hanno arrestato cinque donne perché hanno sfidato il divieto, imposto dalle leggi del Paese islamico, di guidare automobili. La notizia, smentita dalle autorità Raid che hanno confermato un solo l'arresto, è stata riferita da un'attivista per i diritti delle donne saudite, citata dalla tv araba al-Jazeerà: "Cinque ragazze sono state arrestate a Gedda perché guidavano la loro auto. La cosa ci è sembrata strana perchè in città non era mai accaduto nulla del genere". Patente vietata - C'è da dire che in Arabia Saudita non esiste una vera e propria legge scritta che vieti alle donne di mettersi alla guida di un'auto, ma esiste qualcosa di ancor più restrittivo: alle donne non viene rilasciata la patente. Per ribellarsi a questa costrizione, il 17 giugno scorso era iniziata una mobilitazione di protesta delle donne saudite per ottenere il diritto di guidare liberamente. La prima risposta è stata l'arresto di queste cinque giovani.




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1 luglio 2011

Turisti alla scoperta del deserto del Negev

 Il deserto del Negev copre oltre il 55% della terra di Israele, ma ospita solo l’8% della sua popolazione. In questa regione, tra spettacolari panorami desertici e siti di grande interesse storico, si può trovare un numero sempre più ampio di sistemazioni turistiche assolutamente uniche.
Lungo l’antica Via delle Spezie, ad esempio, un B&B nel deserto, unico nel suo genere, offre ai visitatori bungalow individuali con piccole piscine private e vino fatto sul posto. Il suo nome, Carmey Avdat Farm (Il podere delle vigne di Avdat), si riferisce ad Avdat, un’importante città nabatea: uno splendido sito archeologico dove sono state scoperte dagli archeologi parecchie aree dedicate alla pressatura dell’uva, i resti di una fattoria e di diverse chiese.
Isrotel Bereshit (Genesi), un nuovo albergo di lusso appena aperto, è situato su una roccia sopra al cratere Machtesh Ramon: una struttura geologica unica, tipica dei deserti del Negev e del Sinai. Il più grande cratere naturale del mondo, con 40 km di lunghezza e 10 di larghezza, il Machtesh Ramon si formò per l’erosione delle rocce soffici sepolte sotto altre rocce dure, e la conseguente caduta degli strati superiori a formare una specie di cuore.

Sul turismo nel Negev, si veda il video (in inglese):
http://www.youtube.com/watch?v=fiXvoL2gYYI&feature=player_embedded

(Da: Ministero degli Esteri, 05.05.11)




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