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permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 7/7/2011 alle 17:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


5 luglio 2011

Editoriale giordano: “La lotta contro Israele è esistenziale, non territoriale”




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 9/7/2011 alle 16:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


9 luglio 2011

Piazze arabe, nuovo caos Stavolta l’Occidente non si lasci sorprendere

 

Quattrocentomila persone in piazza in una città di 700mila abitanti, Hama, in Siria, sono davvero tanti. Un milione in piazza Tahrir, al Cairo, 5 mesi dopo la cacciata di Mubarak, sono un’esagerazione. La temperatura è altissima nel mondo arabo e ci dice che forse le diagnosi e le medicine non erano le più azzeccate. È chiaro che ciò che hanno ottenuto gli egiziani è lontano dal costruire fiducia in quel governo militare che a parte Mubarak e alcuni suoi stretti collaboratori non ha saputo mettere in moto non dico una democrazia, ma nemmeno i processi che dessero ragione, famiglia per famiglia, degli 845 morti nelle dimostrazioni della «primavera».
In teoria, gli egiziani avrebbero già dovuto trovarsi in una situazione di ragionevole transizione, col governo militare pronto a dare le dimissioni dopo le elezioni a settembre del prossimo autunno, la riforma costituzionale in fieri, i nuovi leader e i partiti in via di formazione. E anche, e forse soprattutto, ma lo dirà il futuro, la Fratellanza Musulmana, fino a ieri fuorilegge e oggi lanciata alla conquista del 50, forse il 70 per cento dei consensi quando andrà alle urne. Il nostro grande entusiasmo per il cambiamento egiziano non è condiviso dagli egiziani stessi. Probabilmente soffrono, oltre che della delusione di un presente preso in un ingorgo di problemi politici e ed economici, anche di quel continuo incitamento culturale cui i dittatori arabi hanno sottoposto i loro cittadini senza mai fornirgli uno sfogo. Se si va per esempio a vedere Al Haram, il giornale nazionale ex voce di Mubarak, l'atteggiamento antiamericano e antisraeliano feroce e gratuito, piene di teorie del complotto, è sempre là.
Dunque la piazza di oggi, cerchiamo di non fare altri errori, è una piazza che mostra le sofferenze di chi non vede all'orizzonte nessun cambiamento che davvero migliorerà la sua vita. Dunque mentre corriamo verso il Piano Marshall, sarà bene aiutare, sì, ma anche in nome di principi che ci convengano: la pace e la stabilità dell'area, la condizione delle donne, la libertà sessuale. È invece tipico delle solite teorie della cospirazione il modo in cui il primo ministro generale Essam Sharaf ha commentato che le manifestazioni sono tutta roba «organizzata» ovvero di importazione straniera.
Lo stesso tipo di commento ha fatto ieri il governo siriano alla perdurante visita dell'ambasciatore degli Usa Robert Ford, nella città di Hama. Il bravo Ford si è piazzato là per cercare di impedire che Bashar Assad faccia fuori come il padre nell'82, ventimila e più persone. Il commento: «La presenza degli Stati Uniti ad Hama è una chiara testimonianza della loro implicazione negli eventi in corso». Solita teoria della cospirazione. Ma la realtà è che con un coraggio incredibile (ieri ci sono stati altri morti, pare otto, e manifestazioni anche in altre città, fra cui Damasco) i cittadini siriani affrontano la tortura e la morte in massa. La presenza di Ford semmai deve essere letta come un tardivo e indispensabile risveglio americano alla vera personalità di Assad, a lungo ritenuto un interlocutore persino per la pace in medio oriente. Sciocchezza più grande non poteva essere immaginata: Assad ha finanziato con l'aiuto iraniano i peggiori gruppi terroristici come Hamas, e ha armato fino ai denti gli hezbollah che oggi minacciano di nuovo un'autentica occupazione del Libano. Di fatto tutto il fronte iraniano-siriano-hezbollah-hamas e coloro che avevano compiuto aperture verso questo fronte, come la Turchia, sono in difficoltà e devono rivedere i loro programmi.

Ma le fantasie in campo mediorientale non hanno mai fine: solo tre giorni fa Hillary Cinton ha dichiarato che è intenzione della sua amministrazione aprire un qualche dialogo con la Fratellanza Musulmana. Sì, proprio quella che dichiara sul suo sito che «non c'è speranza di riforma senza un ritorno alla legge divina».
 




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9 luglio 2011

Piazze arabe di nuovo nel caos. L'Occidente non commetta altri errori di valutazione

 



9 luglio 2011

Campo di Ashraf, i nemici giurati dei mullah in lotta per sopravvivere

 
commento di Paolo Guzzanti

Testata: Il Giornale
Data: 08 luglio 2011
Pagina: 18
Autore: Paolo Guzzanti
Titolo: «Sfida al regime di Teheran. I nemici giurati dei mullah in lotta per sopravvivere»

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 08/07/2011, a pag. 18, l'articolo di Paolo guzzanti dal titolo "Sfida al regime di Teheran. I nemici giurati dei mullah in lotta per sopravvivere ".


Paolo Guzzanti

Quando andai a Parigi per incontrare Maryam Rajavi, presidente del Consiglio Nazionale della resistenza iraniana, mi trovai di fronte a una donna straordinariamente moderna e a un vero leader, benché le regole vietassero di stringerci la mano. Rajavi era ed è protetta dagli uomini della Resistenza e i suoi familiari sono stati in larga parte assassinati o imprigionati a Teheran. Ma la lotta dei Mujaheddin del Popolo, la sua formazione politica e la più numerosa, da allora ha proseguito una corsa ad ostacoli che ha nell’Occidente democratico europeo il suo avversario più sordo e tenace. È stata combattuta una strenua lotta per far cancellare il nome di questa organizzazione dalla lista di quelle terroristiche, dove molti Stati avevano accettato di relegarla per proteggere i contratti petroliferi con il regime iraniano.

Ora la resistenza iraniana in esilio (un movimento straordinariamente pieno di donne nei posti di comando e che segue strettamente le regole della democrazia interna) è alle prese con la sanguinosa questione del campo di Ashraf. Il primo scandalo è che pochissimi sappiano di che cosa si tratti e perché nessuno ne parli. Il campo di Ashraf, che ospita 3.400 civili appartenenti alle formazioni resistenti dei Mujaheddin del Popolo, si trova in Irak, dove migliaia di esuli iraniani hanno vissuto per decenni, fin dai tempi di Saddam che permetteva loro di sopravvivere entro i confini del suo dominio per esercitare una pressione nei confronti del governo iraniano. La guerra americana non scalfì la posizione dei Mujaheddin, i quali presero il solenne impegno di deporre le armi, non partecipare ad atti di guerra contro la loro madrepatria e osservare tutte le regole della convivenza civile in un Paese occupato militarmente e in preda alle convulsioni di un conflitto politico, religioso e anche etnico.

Ciò che in Europa viene costantemente ignorato è che l’Irak è oggi fortemente influenzato e in parte dominato dall’Iran di Mahmoud Ahmadinejad, che esercita il suo potere attraverso le forze sciite, esattamente come fa in Siria e in Libano attraverso Hezbollah. Il campo, una cittadella desolata e sguarnita sempre in deficit di alimenti, materiali sanitari e sicurezza, si trova a ridosso della frontiera iraniana a relativamente breve distanza da Bakhtaran, avendo alle spalle, ad un centinaio di chilometri, sia la frontiera con la Siria che con la Turchia. Quest’ultima è intervenuta più volte nell’area, considerandola un cortile di casa, e oggi minaccia di moltiplicare i suoi interventi per mantenere sotto controllo la situazione siriana e, attraverso quella, avere voce in capitolo sulla situazione in Libano e indirettamente sul conflitto e sul dialogo israelo-palestinese.

Come si vede, la situazione è complicata e pasticciata, con molti interessi in gioco che producono come effetto collaterale una prudenza ai confini della codardia nelle cancellerie occidentali, perché alzare la voce per difendere gli asserragliati di Ashraf significa dar fastidio all’Iran, all’Irak, alla Siria e - in misura minore ma non del tutto assente - agli americani che esercitano ancora una forte influenza sulle vicende politiche di Baghdad, ma che comunque hanno assunto e mantengono impegni di protezione nei confronti dei Mujaheddin del Popolo, specialmente da quando un energico lavoro di lobbying nel Congresso americano ha consentito di cancellare il nome di questa organizzazione democratica dalla lista nera dei gruppi terroristici....

Gli americani assolvono i loro impegni, ma al tempo stesso vorrebbero liberarsi di questo enorme e imbarazzante fastidio che è il campo di Ashraf.

Lo scorso 8 aprile il campo di Ashraf fu attaccato da forze regolari irachene che con il pretesto di sgomberare e trasferire il campo non esitarono ad investire con i veicoli e in molti casi ad aprire il fuoco sui civili uccidendo 36 persone, fra cui donne e bambini, e ferendone altre centinaia poi rimaste prive di cure e di medicine. Il numero dei morti è così salito, dopo l'attacco e con l’arrivo della stagione calda, a diverse centinaia.

Questa prima mossa aggressiva è stata dunque sanguinosa, inutilmente crudele, ma inefficace perché la resistenza passiva della gente di Ashraf ha permesso di mobilitare l’opinione pubblica internazionale e accendere una fioca luce su quei luoghi, così da bloccare almeno per ora il lancio di un secondo e definitivo attacco iracheno, fortemente richiesto e praticamente imposto dai membri sciiti del governo agli ordini dei mullah di Teheran.

Per far sì che la fioca luce possa illuminare il teatro di questa tragedia si è svolta ieri l’altro a Roma una conferenza alla Camera dei deputati con la partecipazione trasversale di parlamentari appartenenti sia al centrodestra che al centrosinistra, che appoggiano da anni la resistenza iraniana in esilio, sostenendo con la loro solidarietà una lotta. Maryam Rajavi ha ricordato i crudi termini della questione: «L’Iran ha in programma l’annientamento del campo, e lo persegue attraverso il governo iracheno che esegue l’ordine dei padroni». Il prossimo attacco avrà di nuovo le finte sembianze di un trasferimento, ma ciò che si prepara è un massacro prossimo al genocidio regionale, come ha ripetuto la rappresentante di Amnesty International, Irene Khan.

L’Italia ha oggi la possibilità di assumere la leadership politica della reazione a queste minacce di assumere un ruolo primario nella difesa internazionale dei diritti e delle vite dei patrioti iraniani in esilio. Perdere questa occasione, o annacquarla nei mille rivoli delle lentezze diplomatiche sarebbe un errore imperdonabile.




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9 luglio 2011

Pixar, la poesia digitale dell’immagine


Topolos Quante volte, guardando i film e i cortometraggi della Pixar, ci siamo chiesti come vengono fatti, quali segreti e quali tecnologie si nascondono dietro la fluidità, l’espressività e la squisita raffinatezza di queste opere? Sono un curioso connubio di tecnologia e poesia, che convivono armoniosamente grazie alla straordinaria professionalità di un piccolo esercito di specialisti, i migliori per ogni dettaglio del processo creativo, dalla costruzione della storia alla illuminazione artificiale, dalle musiche ai dettagli dei movimenti. Grazie a View Conference, che ogni anno porta a Torino specialisti di immagini digitali da tutto il mondo, e ha da tempo una solida collaborazione con Pixar, due di questi moderni burattinai, nascosti dietro lo schermo dei cartoons Pixar, hanno girato l’Italia raccontando ai ragazzi delle scuole ebraiche il loro straordinario mestiere. Paul Topolos, storico digital matte painter, che ha lavorato a tutti i film più importanti di Pixar, e Sandra Karpman, direttrice tecnica del cortometraggio Day & Night sono stati dal 16 al 21 maggio i protagonisti di una serie di laboratori per i ragazzi delle scuole ebraiche italiane a Roma, Milano e Torino. Durante questa settimana tutti i partecipanti hanno avuto modo di esplorare come le nuove tecnologie vengano utilizzate per realizzare il cinema digitale. Si è voluto, in questo modo, dare uno strumento in più per preparare le giovani generazioni alle sfide tecnologiche del XXI secolo. Sandra Karpman ha accompagnato il pubblico passo dopo passo attraverso le diverse fasi che hanno portato alla creazione del capolavoro Day & Night. pixarGrazie a questo suggestivo percorso, i ragazzi si sono potuti rendere conto di come il corto si sia sviluppato a partire da una singola immagine fino a divenire un progetto completo, e di quale ruolo in questa evoluzione abbia avuto in particolare l’altissimo livello tecnico della produzione. Karpman ha esplorato come le tecnologie del 3D stereoscopico vengano applicate nei diversi momenti della realizzazione dei film d’animazione, soffermandosi poi sul tema del rendering, ovvero della rappresentazione foto-realistica delle superfici e dei volumi, in altre parole l’arte di dare realismo alle immagini animate. Ma non si è parlato solo di tecniche: uno dei workshop realizzati nella scuola di Torino ha avuto come tema centrale la differenza, con la proiezione dei due corti The Birds e Day & Night. Entrambi affrontano il tema dell’incontro-scontro tra io e l’altro, la percezione e la paura del diverso, che però poco a poco portano a una riconciliazione finale. Il racconto di TopolosDay & Night si svolge partendo dalla diffidenza fino ad arrivare all’integrazione delle due prospettive, che solo insieme possono portare all’armonia e alla completezza della visione del mondo. Il corto piccolo frammento di poesia tradotto in immagini, che nella sua brevità riesce a trasmettere un messaggio particolarmente intenso e coinvolgente. Poesia e arte sono il costante punto di riferimento dei discorsi dei due artisti, che hanno anche una storia professionale molto simile: entrambi hanno iniziato la loro carriera alla Lucas Film per poi proseguire alla Pixar collaborando a tantissimi capolavori dell’animazione. Paul Topolos ha illustrato il suo lavoro di digital matte painter alla Pixar per film che vanno da Ratatouille a Wall-E, da Toy Story 3 al nuovissimo Cars 2. Il matte painting è la creazione di sfondi e di paesaggi, che devono dare un senso della complessità delle atmosfere senza peraltro sovraccaricare il disegno. Topolos ha spiegato in che modo sia possibile ricreare le sensazioni impressioniste dei dipinti a olio o ad acqua, usando il computer e la tablet. Topolos ha più volte sottolineato come la tecnologia non debba mai essere fine a se stessa, ma piuttosto a servizio dell’arte: senza immaginazione e concetti innovativi non esiste l’arte e il risultato rimane sterile se senza vita. Sono la poesia e l’ispirazione che stanno alla base del lavoro di ogni creativo. Per le sue opere parte dalla realtà e da una ricerca approfondita di immagini tramite i diversi canali dell’esperienza. “Perché serve sempre un cervello d’artista per creare”.

Maria Elena Gutierrez, Pagine Ebraiche,
analisi di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 09 luglio 2011
Pagina: 16
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Piazze arabe, nuovo caos. Stavolta l’Occidente non si lasci sorprendere»

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 09/07/2011, a pag. 16, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo "Piazze arabe, nuovo caos. Stavolta l’Occidente non si lasci sorprendere ".


Fiamma Nirenstein

Quattrocentomila persone in piazza in una città di 700mila abitanti, Hama, in Siria, sono davvero tanti. Un milione in piazza Tahrir, al Cairo, 5 mesi dopo la cacciata di Mubarak, sono un’esagerazione. La temperatura è altissima nel mondo arabo e ci dice che forse le diagnosi e le medicine non erano le più azzeccate. È chiaro che ciò che hanno ottenuto gli egiziani è lontano dal costruire fiducia in quel governo militare che a parte Mubarak e alcuni suoi stretti collaboratori non ha saputo mettere in moto non dico una democrazia, ma nemmeno i processi che dessero ragione, famiglia per famiglia, degli 845 morti nelle dimostrazioni della «primavera».
In teoria, gli egiziani avrebbero già dovuto trovarsi in una situazione di ragionevole transizione, col governo militare pronto a dare le dimissioni dopo le elezioni a settembre del prossimo autunno, la riforma costituzionale in fieri, i nuovi leader e i partiti in via di formazione. E anche, e forse soprattutto, ma lo dirà il futuro, la Fratellanza Musulmana, fino a ieri fuorilegge e oggi lanciata alla conquista del 50, forse il 70 per cento dei consensi quando andrà alle urne. Il nostro grande entusiasmo per il cambiamento egiziano non è condiviso dagli egiziani stessi. Probabilmente soffrono, oltre che della delusione di un presente preso in un ingorgo di problemi politici e ed economici, anche di quel continuo incitamento culturale cui i dittatori arabi hanno sottoposto i loro cittadini senza mai fornirgli uno sfogo. Se si va per esempio a vedere Al Haram, il giornale nazionale ex voce di Mubarak, l'atteggiamento antiamericano e antisraeliano feroce e gratuito, piene di teorie del complotto, è sempre là.
Dunque la piazza di oggi, cerchiamo di non fare altri errori, è una piazza che mostra le sofferenze di chi non vede all'orizzonte nessun cambiamento che davvero migliorerà la sua vita. Dunque mentre corriamo verso il Piano Marshall, sarà bene aiutare, sì, ma anche in nome di principi che ci convengano: la pace e la stabilità dell'area, la condizione delle donne, la libertà sessuale. È invece tipico delle solite teorie della cospirazione il modo in cui il primo ministro generale Essam Sharaf ha commentato che le manifestazioni sono tutta roba «organizzata» ovvero di importazione straniera.
Lo stesso tipo di commento ha fatto ieri il governo siriano alla perdurante visita dell'ambasciatore degli Usa Robert Ford, nella città di Hama. Il bravo Ford si è piazzato là per cercare di impedire che Bashar Assad faccia fuori come il padre nell'82, ventimila e più persone. Il commento: «La presenza degli Stati Uniti ad Hama è una chiara testimonianza della loro implicazione negli eventi in corso». Solita teoria della cospirazione. Ma la realtà è che con un coraggio incredibile (ieri ci sono stati altri morti, pare otto, e manifestazioni anche in altre città, fra cui Damasco) i cittadini siriani affrontano la tortura e la morte in massa. La presenza di Ford semmai deve essere letta come un tardivo e indispensabile risveglio americano alla vera personalità di Assad, a lungo ritenuto un interlocutore persino per la pace in medio oriente. Sciocchezza più grande non poteva essere immaginata: Assad ha finanziato con l'aiuto iraniano i peggiori gruppi terroristici come Hamas, e ha armato fino ai denti gli hezbollah che oggi minacciano di nuovo un'autentica occupazione del Libano. Di fatto tutto il fronte iraniano-siriano-hezbollah-hamas e coloro che avevano compiuto aperture verso questo fronte, come la Turchia, sono in difficoltà e devono rivedere i loro programmi. Ma le fantasie in campo mediorientale non hanno mai fine: solo tre giorni fa Hillary Cinton ha dichiarato che è intenzione della sua amministrazione aprire un qualche dialogo con la Fratellanza Musulmana. Sì, proprio quella che dichiara sul suo sito che «non c'è speranza di riforma senza un ritorno alla legge divina».
www.fiammanirenstein.com

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9 luglio 2011

Dieci centesimi, per carità

 

 


Abu Mazen


Cari amici,

ce l'avete un salvadanaio? Qualche spicciolo in tasca? "Che, ce l'hai cento lire"? Certo che sì, mi leggete su internet, quindi siete ricchi. Bene, è il momento di tirar fuori i vostri risparmi, di essere generosi. "Perché?" chiedete voi:  non c'è perché,  vi rispondo è sempre bene essere generosi. In questo caso poi è obbligatorio La domanda è per chi. E la risposta anche in questo caso è chiara. Per i palestinesi, naturalmente, che hanno tanto bisogno. Ma come, senza dubbio replicherete voi, in tre o quattro milioni che sono prendono più aiuti internazionali di tutta l'Africa messa insieme: "l'aiuto pubblico allo sviluppo è cresciuto da 179 milioni di dollari nel 1993 a 2,6 miliardi di dollari nel 2008, con un aumento del 1.350%", come scrive una pagina chiaramente filopalestinese e antisraeliana, http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&task=view&id=2244). Calcolando l'aumento negli ultimi tre anni siamo ormai vicini ai 1000 dollari di aiuto internazionale a testa, bambini e miliardari inclusi. Un record mondiale assoluto.

Be', non importa, bisogna aiutarli, poveri palestinesi. Non ce la fanno. In particolare non ce la fa l'Autorità Palestinese, che ha deciso di pagare solo la metà degli stipendi di luglio ai suoi dipendenti (http://www.statesman.com/news/world/palestinian-authority-to-cut-in-half-employee-pay-1579782.html?cxtype=rss_news) . Naturalmente, voi dite, la colpa è dei cattivi israeliani, che boicottano l'accordo con Hamas e negano all'AP i dazi che Israele raccoglie sulle merci dirette nei territori palestinesi. No, non è così, purtroppo. Quel boicottaggio è stato un atto dimostrativo, durato solo qualche giorno, un paio di mesi fa (a proposito, avete più sentito parlare di questa famosa unificazione, annunciata con tanta enfasi? Il presidente Mahmoud  Abbas ha per caso messo piede su quella metà secessionista del suo "stato" che è la striscia di Gaza? No, nada, missing, non se ne sa più nulla...).

Ciò che manca all'Autorità palestinese, sono gli aiuti, in particolare quelli dei paesi arabi. (http://blogs.cfr.org/abrams/2011/07/04/on-palestinians-pledges-and-budgets/) L'America fa la sua parte, dà al buon Abbas 600 milioni di dollari l'anno, l'Europa 275. Ma per esempio l'Arabia Saudita, che ha un avanzo di bilancio quest'anno di 25 miliardi di dollari (grazie al petrolio), due anni fa diede all'AP 241 milioni, l'anno scorso 146 milioni, quest'anno ancora niente. Insomma, di solidarietà a parole tanta, di soldini sempre meno. E i poveri impiegati dell'AP tirano la cinghia. Avete mica un soldino per fare la carità?

Ugo Volli

PS 1: Io non sono tanto preoccupato per gli impiegati dell'anagrafe di Ramallah o vigili urbani di Jenin. C'è una categoria che mi preoccupa di più. L'autorità palestinese ha di recente approvato una legge che garantisce un salario a tutti gli arabi prigionieri nelle carceri israeliane, per qualunque ragione e dunque in particolare per terrorismo. Gli assassini, i bombaroli, gli stragisti, i tagliagola, sono tutti dipendenti dall'autorità palestinese (http://undhimmi.com/2011/05/21/palestinian-authority-to-pay-salaries-to-terror-prisoners-in-israeli-jails/). Per esempio anche quelli che hanno ammazzato la famiglia Fogel qualche mese fa: padre, madre, bambini, fino a una neonata di otto mesi sgozzata senza pietà. I colpevoli sono stati scoperti e incarcerati e hanno un giusto diritto a ricevere lo stipendio dell'AP. Non vorrete che restino senza? Su, fate l'elemosina, tanto sono soldi che comunque paghiamo noi occidentali.

PS2: Rischiano di restare senza suldi anche le scuole dell'odio palestinese, che comunque paghiamo noi. Se volete un'analisi su questa importante fuzione degli aiuti pubblici alla "palestina", leggete qui:http://tpa.typepad.com/home/files/funding_hate_proof6_cors.pdf

PS3: Ma comunque, non temete, la crisi finanziaria, cioè il fatto di non essere autosufficiente sul piano economico come su quello territoriale e della popolazione, non impedirà i piani di riconoscimento del nuovo stato palestinese da parte dell'Onu, alla faccia del diritto internazionale. Lo dice il primo ministro Fayyad (la faccia moderna del regime, quella che non piace ad Hamas):http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=228189.

Ugo Volli




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8 luglio 2011

Israele/ Linea rossa anche sabato, telefoni kosher per Netanyahu

 


 




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8 luglio 2011

Facebook, gruppo antisemita: "ebraismo cancro mondiale"

 "Ebraismo cancro mondiale, sputerete litri di sangue luridi porci", è il primo post del gruppo aperto su Facebook dal nome Legione Nera. La pagina di "ispirazione Nazi-Fascista", come si legge nelle informazioni, ha già varie adesioni di esaltati a favore (anche se pochi) che incitano all'antisemitismo e alla negazione dell'olocausto, così come un tam tam tra utenti per la segnalazione a Facebook e l'eventuale chiusura. Una delle pecche evidenti di Facebook, a lungo andare, è stata quella di permettere la creazione praticamente infinita di pagine fan di qualsiasi tipo, rendendo le stesse inutili se non dannose. Speriamo che Google, con il suo Google+ abbia imparato anche da questo.




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8 luglio 2011

Guantanamo trasferita in mare aperto

 

 

pubblicata da Stefano Magni

E’ iniziato a New York il processo ad Ahmed Abdulkadir Warsame, presunto leader terrorista di Al Qaeda in Somalia, arrestato lo scorso aprile. Fino a ieri, prima che comparisse di fronte a un giudice, era stato detenuto e interrogato a bordo di un’unità militare della marina americana.

Dopo l’interrogatorio militare, è stato sottoposto a un’altra serie di interrogatori della polizia federale (Fbi), i cui esiti sono ritenuti validi come prova anche in un processo penale condotto da una corte civile e non militare. In questo modo si eviteranno le “spiacevoli sorprese” che avevano caratterizzato il processo ad Ahmed Ghailani, una delle presunte menti del duplice attentato a Nairobi e Dar es Salaam del 1998: era stato assolto da quasi tutte le accuse (tranne una minore per “cospirazione”) perché le prove prodotte durante gli interrogatori militari a Guantanamo non erano state ritenute valide.

Il caso di Warsame fa capire quale strategia stia adottando l’antiterrorismo sotto l’amministrazione Obama. Guantanamo, simbolo dell’abuso (il “gulag d’Occidente” come l’avevano definito gli attivisti per i diritti umani) è in via di chiusura e non vi saranno detenuti nuovi sospetti.

Questi ultimi rimangono in mare finché non vi siano le condizioni per un processo negli Usa o in un Paese terzo. Una Guantanamo marittima, forse più accettabile sul piano giuridico. Ma non necessariamente più umanitaria della Guantanamo a terra.

L'Opinione 7 luglio 2011




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8 luglio 2011

ALTA VELOCITA' Se l’agente menato decidesse di ribellarsi... - di Giampaolo Pansa

 

 



Già nel 1969, a Milano, gli ultrà rossi ammazzarono un poliziotto: ci fu rabbia, non vendetta. È il momento che l’Italia solidarizzi con chi ci difende

Centottantotto agenti feriti. È il prezzo che le forze dell’ordine hanno pagato per impedire a tutti noi di soccombere sotto l’attacco di terroristi travestiti da oppositori della Tav. Uso la parola agenti, ma immagino che tra i 188 ci siano anche carabinieri e guardie di finanza. Sono servitori dello Stato che in val di Susa hanno difeso anche me. Mentre li guardavo alla tivù colpiti dalle pietre, dalle molotov e dalle bottiglie di ammoniaca, mi sono posto una domanda: come hanno fatto a non ribellarsi? Già, perché hanno obbedito, con intelligenza e spirito di sacrificio, agli ordini dei loro comandanti? Perché hanno conservato il sangue freddo del militare che sa di non poter varcare un certo limite? Se a vent’anni mi fossi trovato al loro posto, nei boschi attorno al cantiere della Tav, sarei stato capace di non sparare a chi mi assaliva con un disprezzo tanto feroce?

Una rivolta dei poliziotti fa tremare i polsi. Lo so dal momento che ne ho incontrata una, tanti anni fa. Era il 19 novembre 1969 e da inviato della Stampa vidi ammazzare un agente di polizia: Antonio Annarumma. Accadde a Milano, in via Larga, durante una battaglia di strada decisa da un corteo di ultrà rossi. Annarumma, figlio di un bracciante di Monteforte Irpino, provincia di Avellino, aveva 22 anni e guidava un gippone del 3° Reparto Celere. Venne trafitto da un tubo d’acciaio lanciato da un dimostrante e morì. Però questa è una storia nota che qualcuno, forse, ricorda. Meno noto è quanto accadde la stessa sera, nella caserma di piazza Sant’Ambrogio, sede del Raggruppamento “Milano”. La prima scintilla della rivolta si vide attorno alle 21,30, al rientro dei poliziotti inviati a Bergamo, per un servizio logorante iniziato alle tre del mattino. La notizia dell’assassinio di Annarumma ebbe l’effetto di un detonatore. Gli agenti, in gran parte giovanissimi, si raccolsero eccitati nel cortile, con l’intenzione di uscire e di marciare sull’Università statale “per fare piazza pulita” e vendicare il collega ucciso. A fermarli provvide un cordone di ufficiali e di poliziotti anziani. Ma la protesta non si fermò.

URLA DALLA CASERMA

All’esterno si sentivano venire dalla caserma urla sempre più alte. Poi i clacson e le sirene dei gipponi. Quindi i botti dei lacrimogeni sparati in aria. Le nubi di gas arrivavano fin sulla strada. I più infuriati erano i centocinquanta uomini di un reparto giunto da Cesena. Scandivano con dolore rabbioso il nome di Annarumma. E imprecavano contro gli ufficiali che tentavano di calmarli. Arrivai in piazza Sant’Ambrogio verso la mezzanotte, dopo aver scritto il pezzo sui fatti di via Larga. Davanti alla caserma vidi un amico, Bruno Rossi, della Domenica del Corriere, e altri colleghi. Ci scambiammo le notizie su quanto stava avvenendo. Ad ascoltarci c’era un giovanotto con il soprabito blu. Lui ci spiegò che alla caserma “Adriatica” della Bicocca, quella di Annarumma, la situazione era tranquilla. Gli chiesi: «Tu di che giornale sei?». Lui rispose: «Sono un brigadiere dei carabinieri. Il comando mi ha mandato qui in borghese per rendermi conto del caos scoppiato in questa caserma».

Non era un compito difficile. Alle finestre stavano affacciati molti agenti che urlavano: «Dove sono i giornalisti? Vogliamo parlare con loro». Ma l’ingresso ci era vietato. Fu possibile parlare soltanto con dei poliziotti, anch’essi in borghese, che sostavano sulla piazza, in libera uscita o per servizio. Uno di loro disse: «In questa caserma siamo ammassati come in un carcere. Dormiamo anche nei solai». Un ufficiale anziano, in divisa, la faccia tirata, l’elmetto sotto il braccio, cercò di zittirlo, ordinando: «Ragazzi, non parlate con i giornalisti!». Ma gli agenti in borghese lo rimbeccarono, insultandolo. Poco dopo arrivò l’auto di un generale: Giovan Battista Arista, ispettore della polizia stradale dell’Italia del nord. Il generale scese dalla vettura e si arrampicò sulla cancellata della caserma, urlando: «Sono il generale Arista, aprite!». Gli venne aperto, ma le guardie lo accolsero con bordate di fischi, urla e nuovi insulti. Lui si tolse la giubba di pelle per mostrare le medaglie. Lo sentimmo gridare: «Sono quarant’anni che faccio il mio dovere!». Ma si ricevette altri fischi e offese feroci. Gli agenti della Sant’Ambrogio era convinti che la caserma di Annarumma, alla Bicocca, fosse in rivolta e circondata dai carabinieri. Quando gli fu spiegato che non era vero, replicarono gridando: «Vogliamo controllare con una nostra delegazione». Una volta capito che non era possibile, iniziarono a inveire contro il capo della polizia, Angelo Vicari. Scandivano: «Vicari a San Vittore!».

L’OFFERTA DEI MITRA

Le guardie che sostavano sulla piazza ci dissero: «È meglio andare in servizio senza i funzionari. Quella è gente che se la fa sotto. Non abbiamo dei capi veri, siamo disorganizzati, così i dimostranti ci pestano e non possiamo neppure difenderci». Un personaggio dell’estrema destra, che stava vicino ai cronisti, cominciò a gridare verso la caserma: «Coraggio, ragazzi, uscite e venite con noi. Abbiamo dei mitra!». Attorno all’una di notte, un gruppo di poliziotti in divisa, armati di rivoltelle, ce la fece a lasciare il corpo di guardia ed entrò di corsa in piazza Sant’Ambrogio. All’interno della caserma le grida si facevano sempre più alte e minacciose. Gli agenti urlavano: «All’università, all’università». Ma la loro sortita venne bloccata in qualche modo. Ai pochi arrivati sulla piazza non rimase che parlare con noi della stampa. E si sfogarono. Sui miei appunti di allora ritrovo quel che ci dissero, fuori di sé per la rabbia: «Negli scioperi la gente ci sputa addosso, ci getta le monete, ci insulta la madre, la moglie, le sorelle. E noi niente, dobbiamo stare fermi. Tutto per 66 mila lire al mese, la nostra paga. In questa caserma ci stanno le piattole. I cessi sono uno schifo. La mensa è roba da maiali. Quando ci lasceranno attaccare prima di farci accoppare, vedrete che l’ordine pubblico andrà meglio!». Dalle camerate seguitarono a venire altre bordate di fischi e di insulti, più i botti dei lacrimogeni. Ma la rivolta cominciò a spegnersi. E verso le tre di notte in piazza Sant’Ambrogio ritornò la calma. Quella mattina, interrogati dai giornali, i vertici della polizia, a cominciare dall’Ispettorato guardie di pubblica sicurezza, sostennero che nella caserma non era accaduto niente. La stessa cosa dissero al ministero dell’Interno. Soltanto in seguito si venne a sapere che molti dei reparti rivoltosi erano stati sostituiti con truppe affluite da Alessandria, Bologna e Nettuno. Sino a rinnovare quasi del tutto l’organico della polizia a Milano. Nel novembre 1969 ero un giornalista di appena 34 anni, con nove di mestiere alle spalle. A quel tempo, il disordine eccitava la mia curiosità professionale. Pensavo che cortei violenti, scontri di piazza, morti, feriti e rivolte di poliziotti fossero il carburante giusto per scrivere articoli destinati a farsi leggere.

Cominciai a cambiare idea quando conobbi qualcosa di più sul conto di Antonio Annarumma, il poliziotto ucciso in via Larga. Era l’unico figlio maschio di Carmine, un povero bracciante dell’Irpinia. Il maresciallo dei carabinieri di Monteforte raccontò: «Quando gli andai incontro per dargli quell’annuncio terribile, lo trovai così nero di terra nelle rughe, e così sudato per la grossa sega portata sulle spalle, che ne provai pietà». Monteforte Irpino era un paese di quattromila anime, più mille emigrati in America o in Europa. Anche due sorelle di Annarumma vivevano all’estero. A Monteforte non mancava soltanto il lavoro. Niente cinema, niente ritrovo, niente sala da ballo. Esisteva appena una piazza da passeggiare con le tasche vuote. Antonio si riteneva fortunato per essere entrato in polizia. Ma dopo un periodo di servizio a Caserta e a Foggia, l’avevano inviato a Milano. La città gli apparve subito un fronte di guerra. Troppe piazze violente, troppi nemici, troppi rischi. I poveri con la divisa indosso erano ritenuti servi dei padroni e avversari di altri poveri come loro.

POCA FORTUNA...

Nel novembre 1969, poco prima di essere ucciso in via Larga, Antonio aveva scritto al padre della fidanzata: “Caro papà, voglio da voi un consiglio. Mi debbo congedare? Questa vita non me la fido di fare, è disastrosa a causa degli scioperi. Cosa possiamo davanti a tutta quella gente che ci odia e ci insulta? Ma perché ci odiano?”. Ecco una domanda che molti degli agenti feriti domenica in val di Susa si staranno di sicuro facendo. Forse è bene che l’Italia incapace di odiare faccia sentire la sua fiducia in questi difensori della nostra vita.

Giampaolo Pansa, Libero - 05 luglio 2011




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8 luglio 2011

Amnesty svela i crimini siriani

 

 

pubblicata da Stefano Magni

La Siria deve essere deferita al Tribunale Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. A chiederlo è Amnesty International, la nota Organizzazione non Governativa internazionale per la difesa dei diritti umani. Un nuovo rapporto della Ong descrive semplicemente quel che è avvenuto il mese scorso nel villaggio di Tell Kalakh, non lontano dal confine libanese, dunque più vicino allo sguardo di osservatori neutrali.

Testimoni oculari riferiscono che l’esercito sia entrato nel centro abitato per stroncare la manifestazione locale contro il regime di Assad e poi abbia sparato sulle persone in fuga. Almeno una persona sarebbe stata uccisa da un cecchino. Poi è iniziato il peggio: le truppe hanno passato al setaccio il villaggio, casa per casa, e hanno arrestato tutti i residenti maschi in grado di partecipare manifestazione di protesta.

Molti di essi sono stati picchiati e torturati anche al momento dell’arresto e del trasporto al carcere. Poi sono iniziate le sevizie sistematiche ai danni dei prigionieri, legati in posizioni tali da provocare danni fisici, elettroshock, frustate e colpi di pistola alle gambe. Almeno nove non ce l’hanno fatta e sono morti in carcere.

L’orrore di Tell Kalakh è solo un piccolo esempio di quel che sta avvenendo, su larga scala, in tutto il Paese. A Hama, martedì, i manifestanti avevano provato a erigere improvvisate barricate per impedire l’accesso alle truppe, che da giorni stavano affluendo nella zona per stroncare la protesta.

L’esercito non si è fatto scrupoli di aprire il fuoco: sono almeno 22 i morti. Stesse scene si sono ripetute anche nella provincia settentrionale di Idlib. Difficile avere rapporti più precisi, perché il regime di Damasco ha dato l’ordine di sparare su chiunque provi a filmare la repressione.

A farne le spese è stato almeno un ragazzino: l’altro ieri è finito su YouTube il video della sua morte in diretta, colpito da un cecchino. Amnesty International denuncia “una diffusa e sistematica aggressione alla popolazione civile”, come dichiarava ieri Philip Luther, vicedirettore della Ong per Medio Oriente e Nord Africa.

E per questo chiede l’intervento, quanto meno l’attenzione delle Nazioni Unite. Difficile che qualcosa si muova nel Palazzo di Vetro, però. Ancora una volta è solo la Francia che chiede almeno una condanna formale del Consiglio di Sicurezza. Ma Russia e Cina minacciano il veto ad ogni risoluzione contro Damasco.

L'Opinione 7 luglio 2011




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7 luglio 2011

Israele:torna suonare violino Auschwitz

 Concerto nel campo di Janowska

Uno dei violini dell'orchestra la cui musica accompagnava giornalmente i detenuti del campo di sterminio di Auschwitz, all'uscita e al ritorno dai lavori forzati, tornerà presto a far sentire la sua voce nelle mani di un virtuoso dello strumento, Shlomo Mintz. Si puo essere certi che non poche lacrime di commozione solcheranno i volti dei presenti quando, domenica prossima a Herzliya, vicino a Tel Aviv, il violino tornerà in vita nelle mani di Mintz, in una cerimonia delle forze armate




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7 luglio 2011

La Turchia presto potenza mediorientale?

 

 

Liberamente tratto da un’analisi di George Friedman per Strategic Forecast, 14 giugno 2011.

Il partito Giustizia e Sviluppo (AK) ha nuovamente vinto le elezioni del 12 giugno scorso, e governerà il paese per il terzo mandato consecutivo; tuttavia non è riuscito a raggiungere i due terzi dei seggi necessari per modificare la costituzione unilateralmente. Circa la metà dell’elettorato ha votato per gli altri partiti, di cui il più numeroso è il Partito Repubblicano del Popolo (CHP), di orientamento laico, che ha ottenuto circa il 26%.

Il partito AK negli ultimi anni ha cambiato il volto della Turchia sia in politica interna che in politica estera.

· In politica interna l’AK ha sempre riconosciuto il valore culturale dell’islam e ha introdotto elementi religiosi nella vita politica del paese; non è ancora riuscito a rimodellare le istituzioni turche su principi islamici, ma i movimenti secolari e nazionalisti sono preoccupati per i costanti attacchi alla laicità dello stato – ad esempio al diritto di non portare il velo negli uffici pubblici.

· L’islamismo militante dell’AK influenza anche la politica estera del paese. La Turchia è il paese più ricco e militarmente più potente in medio oriente, e il fatto che sia orientato verso l’islamismo non può che destare preoccupazioni in Occidente. Infatti non è semplice contenere – né tantomeno invadere – un paese con il più grande esercito d’Europa e con un’economia che cresce al ritmo dell’8,9% annuo. Se la deriva islamista continuasse, sarebbe una catastrofe per tutti i paesi limitrofi – e non solo.

La Turchia si trova in posizione strategica a cavallo fra il Mar Nero e il Mediterraneo, controlla parte del Caucaso e confina con l’Iran. Perciò è sempre stato al centro dell’attenzione internazionale.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Ankara si avvicinò agli Stati Uniti perché spinta dal comune interesse antisovietico; anche l’alleanza con Israele era dovuta alla necessità di contenere i paesi arabi filo-sovietici. Ma con la fine della Guerra Fredda e il crollo dell’URSS il cemento dell’alleanza fra Turchia e occidente è venuto meno. Quando gli USA iniziarono la guerra al radicalismo islamico dopo l’attacco alle torri gemelle nel 2001, la Turchia iniziò a defilarsi.

Una frattura evidente ci fu nel 2003, con l’invasione statunitense dell’Iraq: l’amministrazione Bush chiese alla Turchia – da un anno governata dal partito AK – di poter inviare una divisione nell’Iraq settentrionale passando su suolo turco, ma il governo turco rifiutò. Ankara non ruppe totalmente con Washington, continuò a garantire l’utilizzo dello spazio aereo e a partecipare a programmi di assistenza in Afghanistan.

Una frattura è avvenuta anche con l’Europa. Nel secolo scorso l’Unione Europea non aveva accettato l’ingresso della Turchia in Europa perché non sufficientemente sviluppata sul piano economico, ma poi l’economia turca è cresciuta a ritmi vertiginosi sorpassando parte dei paesi europei. L’UE ha continuato a opporsi per il problema dell’immigrazione: Francia, Germania e Gran Bretagna hanno già seri problemi con la minoranza islamica, e non voglion un nuovo flusso di immigrati provenienti dalla Turchia. Ovviamente questo gioca a favore dell’AK, che sostiene di non aver voltato le spalle all’Europa, ma che l’Europa ha voltato le spalle alla Turchia.

Nel frattempo il mondo islamico ha cambiato aspetto e il livello di laicità in Turchia è calato notevolmente. La Turchia ha seguito – almeno in parte – le tendenze regionali, preparandosi a diventare il nuovo leader dell’area mediorientale sull’onda di un crescente ‘ottomanesimo’: il laicismo di Ataturk non è utile per porsi alla testa degli Arabi del Medio Oriente, mentre la religione è un collante straordinario.

Le lunghe guerre in Iraq e in Afghanistan non hanno prodotto i risultati sperati: gli Stati Uniti non sono riusciti a installare governi laici nei due paesi, e ora stanno cercando di ritirarsi lasciando la regione in grande instabilità. Con il ritiro statunitense, la Turchia aumenterà certamente il suo ruolo regionale, ponendosi come unica potenza locale capace di proteggere il mondo arabo sunnita dall’imperialismo iraniano sciita.

Il 5 giugno scorso un editoriale del quotidiano giordano semi-indipendente filo-governativo Al-Dustour, nel commemorare il 44esimo anniversario dello scoppio della guerra dei sei giorni chiamato Giorno della Naksa (“arretramento”), ribadiva che la battaglia contro Israele non attiene ad una disputa territoriale, bensì alla questione stessa dell’esistenza dello stato ebraico, e invocava l’unione di tutte le forze della ummah (“comunità”) dei popoli arabi per debellare quella che definisce la “genocida impresa sionista” che "minaccia" tutti i popoli arabi, e per liberare "tutta la Palestina, dal mar Mediterraneo al fiume Giordano”.
Nota: dal 26 ottobre 1994 la Giordania è legata a Israele da un Trattato di pace.
Qui di seguito, i brani più significativi dell’articolo:

«Nel 44esimo anniversario della vessatoria aggressione sionista del 5 giugno 1967 contro la ummah araba, le ripercussioni di quella tragedia sono ancora chiaramente evidenti nel mondo arabo sottoforma di occupazione di tutta la Palestina, dal mar Mediterraneo al fiume Giordano, del Golan e delle Fattorie Shab'a, e nel fatto che il Sinai rimane una zona smilitarizzata in base agli Accordi di Camp David. Considerando le ragioni che portarono alla tragedia del giugno 1967 si vede che quelle ragioni sussistono tuttora. Gli stati arabi dall’Oceano [Atlantico] al Golfo [Persico] non hanno imparato la lezione della Naksa, e non hanno intrapreso le misure né adottato gli strumenti con cui poter passare dalla casella della sconfitta a quella della vittoria. In effetti, le occulte controversie fra alcuni paesi arabi rimangono come erano allora. Anzi, si sono moltiplicate e la politica di ostilità e alienazione è peggiore oggi di quanto fosse in passato. Lo conferma il grado di impotenza toccato dai paesi arabi negli ultimi quarant’anni. [...]
In tutta la sua lunga e gloriosa storia, la ummah araba ha dimostrato la sua capacità di ottenere la vittoria e di espellere gli invasori e gli occupanti dalle terre arabe. Ha dimostrato che le sua capacità, le sue grandi risorse, la sua collocazione geografica e la sua storia gloriosa possono, tutte insieme, riportarla sulla prima linea degli eventi, strappandola a una posizione di mera reazione a favore di una posizione attiva e risoluta. […] Gli eventi della storia, sia antica che recente, hanno dimostrato che la ummah araba non ha altra via per garantire la propria sopravvivenza, per ricacciare l’aggressione sionista e per liberare la terra, Gerusalemme e la moschea di Al-Aqsa, se non quella dell’unità, dell’unificazione dei fronti, dell’utilizzo di tutte le risorse della ummah […]. La Giordania araba, sotto l’insigne guida hascemita, si è adoperata per edificare la solidarietà araba e risolvere le dispute fra arabi quale unica via per unificare i fronti in una posizione unita ed efficace, che sappia fronteggiare l’impresa sionista genocida che minaccia l’intera ummah. La Giordania ha investito tutte le sue capacità diplomatiche e materiali nel sostenere il fratello popolo palestinese e la sua giusta lotta per realizzare i suoi diritti storici e nazionali, il suo diritto ad istituire uno stato indipendente sulla sua terra nazionale, con Gerusalemme come capitale e il ritorno dei profughi. Nel 44esinmo anniversario dell’aggressione sionista contro la ummah del 5 giugno 1967, i fatti eterni risultano confermati: la lotta contro questo nemico è una lotta esistenziale più che una lotta territoriale, ed esige che la ummah adotti tutti i mezzi e le misure capaci di portare alla vittoria e alla cacciata degli invasori sionisti. […] A distanza di quattro decenni è dimostrato che l’intera ummah non ha altro nemico che il nemico sionista che continua a bandire il popolo palestinese dalla sua patria, a depredare i luoghi santi e a giudaizzare Gerusalemme.»

(Da: Memri, 21.6.11)

Nell'immagine in alto: La pubblicistica irredentista anti-israeliana illustra sempre senza reticenze l’obiettivo del revanscismo arabo: tutta la Palestina storica, dal fiume al mare; Israele deve essere cancellato dalla carte geografica.




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4 luglio 2011

La doppia Nakba

 
Da un articolo di Irwin Cotler
Recentemente ho parlato a un convegno annuale di avvocati del Quebec sul tema: “La Convenzione sul Genocidio e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sessanta’anni dopo: che cosa abbiamo imparato? Che cosa dobbiamo fare?".
Dopo l’intervento, un avvocato mi chiese perché non avessi parlato della "sofferenza dei palestinesi" e della lezione della loro "Nakba" (lett. catastrofe) di sessant’anni fa. Le risposi: "Ha ragione, il popolo palestinese ha sofferto, e sta ancora soffrendo, ed è vero che hanno subito una Nakba sessant’anni fa, e che c’è un’importante lezione da imparare. Ma la lezione da imparare non è che la Nakba fu il risultato della creazione dello stato d’Israele. Semmai fu il risultato del fatto che le leadership palestinese e araba rifiutarono la risoluzione ONU che stabiliva la creazione di uno stato ebraico e di uno stato arabo-palestinese. La leadership ebraica accettò la risoluzione, ma quelle palestinese e araba non la accettarono, come peraltro avevano diritto di fare. Quello che non era loro diritto era aggredire il neonato stato ebraico con l’obiettivo, come all’epoca riconobbero esplicitamente, di avviare una ‘guerra di sterminio’. Il risultato fu, quindi, una doppia Nakba: non solo sofferenza per arabi palestinesi e la creazione del problema dei profughi palestinesi, ma anche, con l’aggressione a Israele e agli ebrei dei paesi arabi, la creazione di un secondo gruppo di profughi, molto meno noto: i profughi ebrei dai paesi arabi”.
È tragico constatare come, se la risoluzione di spartizione fosse stata accettata sessant’anni fa, non ci sarebbe stata nessuna guerra arabo-israeliana, nessun profugo ebreo o arabo, e nessuna delle tragedie che ne sono seguite. E quest’anno avremmo celebrato il 60esimo anniversario sia dello stato d’Israele che dello stato arabo-palestinese.
Di più: quel "doppio rifiuto” con cui la leadership araba fu pronta a rinunciare alla creazione di uno stato palestinese se questo significava tollerare l’esistenza di uno stato ebraico entro qualsivoglia confini, non solo trovò la sua espressione sessant’anni fa, ma è ciò che da allora ha perpetuato il conflitto arabo-israelo-palestinese.
Malgrado ciò la narrazione revisionista mediorientale – deleteria per una autentica riconciliazione e pace tra i popoli, oltre che tra gli stati – continua a sostenere che vi fu una sola popolazione vittima, i profughi palestinesi, e che Israele fu responsabile della Nakba palestinese del 1948. Il risultato è che la sofferenza e la tragedia di 850.000 ebrei sradicati dai paesi arabi – il vero esodo dimenticato – sono stati oscurati e cancellati dalla narrazione su pace e giustizia del Medio Oriente per tutti questi sessant’anni.
E infatti l’ONU ancora una volta ha commemorato la Giornata Internazionale della Solidarietà con il Popolo Palestinese nel 60esimo anniversario della Risoluzione ONU di Spartizione del 29 Novembre 1947, e ha continuato a ignorare totalmente il dramma dei profughi ebrei in questa ricorrenza commemorativa, avallando e incoraggiando in questo modo il revisionismo mediorientale: una narrazione revisionista che non solo ha nascosto e cancellato dalla memoria e dal ricordo l’esodo dimenticato, ma che nega persino che sia stato un esodo forzato, causato sia dal doppio rifiuto che dalla doppia aggressione. Questa è la vera Nakba: la vera doppia catastrofe. Detto in parole povere, i paesi arabi non solo rifiutarono uno stato palestinese e scatenarono una guerra per distruggere il nascente stato ebraico, ma presero anche di mira i cittadini ebrei che vivevano nei loro vari paesi, creando così due popolazioni di profughi: la popolazione di profughi palestinesi frutto della guerra araba contro Israele, e i profughi ebrei frutto dell’aggressione araba contro i propri connazionali ebrei.
Le prove contenute in un recente rapporto intitolato "Jewish Refugees from Arab Countries: The Case for Rights And Redress" documenta per la prima volta lo schema di repressione e persecuzione sanzionato dai regimi dei paesi arabi – con tanto di leggi simili a quelle di Norimberga – che prendeva di mira la loro stessa popolazione ebraica sfociando in denazionalizzazione, espulsioni forzate, sequestri illegali di proprietà, arresti e detenzioni arbitrarie, torture e assassinii: insomma, pogrom antisemiti. Sebbene la narrazione ebraica si sia spesso riferita ai pogrom come ad aggressioni europee contro cittadini ebrei europei, essa stessa ha per lo più ignorato le aggressioni arabo-musulmane contro i cittadini ebrei di quei paesi.
Ma, come documenta il rapporto citato, quelle massicce violazioni dei diritti umani furono non solo il risultato di uno schema repressivo sancito dallo stato nei singoli paesi arabi, ma riflettevano un progetto coordinato, come emerge dalla Draft Law of the Political Committee of the League of Arab States (testo di legge redatto dal Comitato politico della Lega Araba, volta a governare lo status legale degli abitanti ebrei nei paesi membri della Lega).
Ecco una storia che non è stata ancora ascoltata, una storia che non è stata ancora raccontata; una storia che adesso deve essere riconosciuta.
Purtroppo anche l’ONU porta una chiara e costante responsabilità per questa distorta narrazione del Medio Oriente e della sua (mancata) pace. Dal 1948 ci sono state oltre 130 risoluzioni ONU che hanno trattato in modo specifico del problema dei profughi palestinesi. Eppure non una di queste risoluzioni fa riferimento o esprime preoccupazione per il dramma degli 850.000 ebrei cacciati dai paesi arabi. Né alcuno dei paesi arabi implicati – o la leadership palestinese – ha mai espresso un minimo segno di riconoscimento, per non parlare di rincrescimento, per quei dolori e quelle sofferenze, né per le loro rispettive responsabilità in essi.
Come si può rimediare a questa storica ingiustizia di così lunga data? Quali sono i diritti e i provvedimenti disponibili secondo il diritto internazionale e umanitario? E quali sono i doveri e gli obblighi corrispondenti che spettano all’ONU, ai paesi arabi e ai membri della comunità internazionale? Quello che segue è un ordine del giorno in nove punti sul piano dei diritti umani internazionali.
• Primo: deve essere chiaro che, sebbene la giustizia sia stata a lungo rimandata, oggi non deve più essere negata. È venuto il momento di rimediare a questa ingiustizia storica e di ristabilire il dramma e la verità dell’esodo dimenticato degli ebrei dai paesi arabi nella narrazione mediorientale da cui sono stati rimossi e cancellati per tutti questi sessant’anni.
• Secondo: i provvedimenti a favore delle popolazioni di profughi – ivi compresi il diritto al ricordo, alla verità, alla giustizia e alla riparazione, previsti dal diritto umanitario – devono ora essere invocati per gli ebrei dispersi dai paesi arabi.
• Terzo: per quanto riguarda doveri e responsabilità, ciascuno dei paesi arabi e la Lega degli Stati Arabi devono riconoscere il loro ruolo e la loro responsabilità nella doppia aggressione consistente nello scatenare una guerra contro l’esistenza di Israele e nel perpetrare violazioni dei diritti umani contro i loro rispettivi connazionali ebrei. La cultura dell’impunità deve finire.
• Quarto: il piano di pace della Lega Araba del 2002 (il cosiddetto piano saudita) deve incorporare la questione dei profughi ebrei dai paesi arabi come parte della sua narrativa per una pace israelo-araba, proprio come la narrativa israeliana oggi incorpora il problema dei profughi palestinesi nella sua visione di una pace israelo-araba.
• Quinto: a livello internazionale l’Assemblea Generale dell’ONU, in nome della giustizia e dell’equità, deve inserire un riferimento ai profughi ebrei nelle sue risoluzioni annuali; il Consiglio per i Diritti Umani deve affrontare, cosa che non ha ancora fatto, il problema dei profughi ebrei oltre a quello dei palestinesi; le agenzie ONU che si occupano di compensazioni per i profughi palestinesi devono occuparsi anche dei profughi ebrei dai paesi arabi.
• Sesto: l’annuale commemorazione del 29 novembre fatta all’ONU come Giornata Internazionale di Solidarietà con il popolo palestinese deve essere trasformata in una Giornata Internazionale a sostegno della soluzione due popoli-due stati, come era negli intenti originari della risoluzione di spartizione del 1947, comprendendo anche la solidarietà con tutti i profughi creati dal rifiuto di quella spartizione e dunque dal conflitto israelo-palestinese.
• Settimo: la giurisdizione sui profughi palestinesi deve essere trasferita dall’UNWRA all’Alto Commissario ONU per i profughi (come è per tutte le altre popolazioni di profughi del mondo). Non c’era giustificazione allora, e ce n’è ancor meno oggi, per l’esistenza di un ente separato che si occupa solo di profughi palestinesi, specie quando quell’ente risulta esso stesso gravemente compromesso dalla sua opera di istigazione all’odio e alla violenza, oltre che dal suo indottrinamento revisionista sulla narrazione di pace e giustizia in Medio Oriente.
• Ottavo: qualunque negoziato bilaterale israelo-palestinese – che si spera conduca a una pace giusta e duratura – deve contemplare anche i profughi ebrei, oltre a quelli palestinesi, in appositi incontri allargati.
• Nono: durante ogni e qualunque discussione sul Medio Oriente, del Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) come di altri, qualunque riferimento esplicito ai profughi palestinesi deve essere accompagnato da un parallelo riferimento ai profughi ebrei dai paesi arabi.
L’esclusione e la negazione del diritto e della riparazione per i profughi ebrei dai paesi arabi costituisce un ostacolo a negoziati autentici tra le parti, minando la giustizia e la legittimità di qualunque accordo. Bisogna che sia chiaro: dove non c’è memoria, non c’è verità; dove non c’è verità, non ci sarà giustizia e non ci sarà riconciliazione. E dove non c’è riconciliazione, non ci sarà la pace, che è ciò che noi tutti desideriamo.

(Da: Jerusalem Post, 30.06.08)

Nella foto in alto: La mappa della “Palestina” (senza Israele) esibita all’Onu il 29 novembre 2005 durante la Giornata Internazionale di Solidarietà per il Popolo Palestinese, in occasione dell’anniversario della risoluzione Onu 181 che sanciva la nascita di due stati, uno ebraico e uno arabo

Vedi anche:

Brani (in inglese) della Draft Law of the Political Committee of the League of Arab States
http://www.zionism-israel.com/hdoc/Arab_League_Law_Jews.htm




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4 luglio 2011

Hezbollah corre in soccorso di Assad e minaccia guerra contro Israele

 



 

Esponenti di Hazbollah

E’ sconcertante la semplicità con cui i leader di Hezbollah, il gruppo terrorista sciita legato a Teheran che tiene in ostaggio il Libano, parlino apertamente di guerra con Israele per allentare la tensione sul regime siriano di Bashar al-Assad.

A farlo è un alto dirigente di Hezbollah in una intervista rilasciata alla Reuters. Il dirigente terrorista nega, prima di tutto, che in Siria vi siano uomini di Hezbollah che stiano dando manforte alla repressione del regime siriano (bugia incredibile smentita da diversi testimoni siriani) e poi, con assoluta naturalezza, afferma che Hezbollah si sta preparando ad una guerra con Israele al fine di “alleviare la pressione internazionale sul regime di Damasco”.

Il dirigente terrorista parla di “lotta per la sopravvivenza del movimento sciita libanese” ammettendo che “una caduta di Assad indebolirebbe anche Hezbollah (e l’Iran aggiungiamo noi)” ed è una cosa che il movimento terrorista libanese (e Teheran) non può permettere. Torna poi a ripetere il solito mantra dove si sostiene che “dietro alle sommosse in Siria ci sono entità esterne (i sionisti n.d.r.) che mirano a far cadere il regime allo scopo di instaurare una marionetta dell’occidente”. E poi il pezzo forte: «Hezbollah non interverrà mai in Siria (bugia) in quanto i fatti siriani sono un affare interno di Damasco, ma non resterà immobile a guardare che entità straniere cercano di abbattere un alleato e sostenitore di Hezbollah. Noi abbiamo un debito di riconoscenza verso Bashar al Assad».

Hezbollah deve moltissimo al regime di Damasco che ha sostenuto il gruppo terrorista in tutti i modi, sia a livello finanziario (solo nei primi tempi però perché adesso la mafia internazionale di Hezbollah è potentissima) e soprattutto facendo giungere tonnellate di armi di ogni tipo dall’Iran, nonostante la presenza di Unifil 2 che avrebbe dovuto impedire qualsiasi riarmo di Hezbollah. E’ chiaro quindi che la sopravvivenza del regime di Assad è direttamente legata a quella di Hezbollah.

La tesi degli Hezbollah è la stessa che portano avanti la Siria e l’Iran, cioè quella che vuole l’occidente impegnato a rimodellare il Medio Oriente a suo piacimento al fine di instaurare governi fantoccio nelle mani degli USA e, naturalmente, di Israele. Peccato che questa tesi cozzi con la realtà dei fatti dato che a cadere fino ad oggi sono stati solo quei regimi che, regime a parte, erano più collaborativi proprio con l’occidente e con Israele. Basta guardare a quello che è avvenuto in Egitto dove le prime mosse del nuovo regime militare sono state far passare le navi iraniane nello stretto di Suez e ha riaprire il valico di Rafah con Gaza, cose impensabili con Mubarak.

Il Governo israeliano non sottovaluta queste dichiarazioni e già da molti giorni ha elevato il livello di allarme nel nord del Paese. Annunci sono stati fatti alla popolazione e le pattuglie che controllano i confini con il Libano hanno adottato particolari misure anti-sequestro. Anche la NATO è in allarme. Una squadra navale dell’alleanza atlantica si è posizionata davanti alle coste libanesi cosa questa che ha provocato l’immediata reazione di Hezbollah che ha spostato alcune batterie di missili dall’interno alla costa.

La crisi in Siria sta quindi, com’era prevedibile, allargandosi anche ai paesi limitrofi. Hezbollah e l’Iran non possono permettersi il lusso di perdere Damasco e pur di non arrivare a questo punto sono disposti a tutto, persino a scatenare una guerra con Israele.

Secondo Protocollo





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4 luglio 2011

La Palestina non è stata rubata, è stato acquistato Israele

 


 

"I sionisti hanno rubato la terra dei palestinesi". È questo il mantra che l'Autorità palestinese e Hamas insegnano ai loro bambini e diffondono nei media.

Quest'asserzione riveste un'enorme importanza, come spiega Palestinian Media Watch: "Presentare la creazione dello Stato [israeliano] come un atto di ladrocinio e la sua esistenza come un'ingiustizia storica funge da base per il non-riconoscimento da parte dell'Ap del diritto d'Israele ad esistere".

L'accusa di furto mina altresì la posizione dello Stato ebraico a livello internazionale. Un'immagine palestinese: uno squalo-Stella di David divora la Palestina. Ma quest'accusa è fondata? No, non lo è.

Paradossalmente, la costruzione di Israele è l'esempio della più tranquilla ondata di immigrazione e della più pacifica creazione dello Stato della storia. Per comprenderne il motivo, occorre vedere il sionismo nel suo contesto. In poche parole, la conquista è la norma storica. Ovunque, il potere è stabilito con l'invasione e quasi tutti gli Stati sono stati fondati a spese di un altro. Nessuno comanda a tempo indeterminato, le radici di tutti riconducono altrove. Le tribù germaniche, le orde dell'Asia Centrale, gli zar russi e i conquistadores spagnoli e portoghesi hanno ridisegnato le carte geografiche. I greci moderni hanno un debole collegamento con i greci dell'antichità. Chi può contare il numero di volte in cui il Belgio è stato invaso? Gli Stati Uniti sono nati sconfiggendo i Nativi americani.

I re hanno razziato l'Africa, gli Ariani hanno invaso l'India. In Giappone, coloro che parlavano Yamato hanno eliminato tutti i piccoli gruppi come gli Ainu. Il Medio Oriente, grazie alla sua centralità e alla geografia, ha subito un eccessivo numero d'invasioni, tra cui quella greca, romana, araba, dei Crociati, selgiuchide, timuride, mongola e degli europei moderni. In seno alla regione, le lotte dinastiche hanno costretto lo stesso territorio a essere conquistato e riconquistato, come nel caso dell'Egitto, ad esempio.

Gerusalemme ha conosciuto numerose guerre: nel 70 d.C., l'imperatore Tito celebrò la sua vittoria sugli ebrei con la costruzione di un arco di trionfo sul quale sono rappresentati dei soldati romani che trasportano una menorah sottratta dal Monte del Tempio. La terra su cui ora sorge Israele non ha fatto eccezione.

In Jerusalem Besieged: From Ancient Canaan to Modern Israel, Eric H. Cline scrive così di Gerusalemme: "Nessun'altra città è stata più ferocemente contesa nel corso della sua storia". E avvalora quest'affermazione contando "almeno 118 differenti conflitti per e dentro Gerusalemme negli ultimi quattro millenni". Cline calcola che Gerusalemme è stata completamente distrutta almeno due volte, 23 volte assediata, 44 conquistata e 52 attaccata. L'Ap fantastica che i palestinesi di oggi discendono da un'antica tribù cananea, i Gebusiti; però, di fatto, sono nella stragrande maggioranza una progenie di invasori e di immigrati in cerca di opportunità economiche.

Ma in questo quadro di conquiste incessanti, di violenze e di sconfitte, gli sforzi sionisti di stabilire una presenza in Terra Santa fino al 1948 appaiono come sorprendentemente miti, essendo stati i sionisti più mercanti che militari. Due grandi imperi, quello ottomano e britannico, hanno governato Eretz Israel. Al contrario, i sionisti non avevano una forza militare.

Non è stato loro possibile diventare uno stato a tutti gli effetti attraverso la conquista. Piuttosto, hanno acquistato i terreni. L'obiettivo dell'impresa sionista fino al 1948 era di acquisire proprietà dunam dopo dunam, e così per le aziende agricole e le case. Il Fondo nazionale ebraico, istituito nel 1901 per acquistare terreni in Palestina onde "contribuire alla creazione di una nuova comunità di ebrei liberi impegnati in un progetto attivo e tranquillo" era l'istituzione chiave – e non l'Haganà, l'organizzazione clandestina di difesa ebraica fondata nel 1920.

I sionisti hanno focalizzato altresì l'attenzione sul risanamento di ciò che era arido e considerato inutilizzabile. Non solo hanno fatto fiorire il deserto, ma hanno bonificato le paludi e le terre incolte, depurato i canali d'acqua, imboschito le colline spoglie, rimosso le rocce e il sale dal suolo. La bonifica ebraica e le misure igieniche hanno all'improvviso ridotto il numero di decessi per malattie.

Fu solo quando la potenza mandataria britannica rinunciò alla Palestina nel 1948, cui fece subito seguito un ostinato tentativo da parte dei Paesi arabi di annientare ed espellere i sionisti, che questi ultimi impugnarono le armi per difendersi e andarono a procurarsi la terra con la conquista militare. E anche allora, come dimostra lo storico Efraim Karsh in Palestine Betrayed , la maggior parte degli arabi abbandonò le loro terre e solo pochissimi furono costretti ad andarsene.

Questa storia contraddice il racconto palestinese che "le bande sioniste rubarono la Palestina ed espulsero il suo popolo" che ha portato a una catastrofe "senza precedenti nella storia" (secondo un libro di testo dell'Ap per gli alunni di 17-18 anni) o che i sionisti "depredarono la terra palestinese e gli interessi nazionali, fondando il loro stato sulle rovine del popolo arabo palestinese" (scrive un editorialista nel foglio dell'Ap).

Le organizzazioni internazionali, gli editoriali dei quotidiani e le petizioni che circolano negli atenei reiterano questa menzogna in tutto il mondo. Gli israeliani dovrebbero tenere la testa alta e far rilevare che la costruzione del loro Paese fu basata sul movimento più civilizzato e meno violento che abbia mai avuto qualunque popolo nella storia. Le bande non hanno rubato la Palestina: i mercanti hanno acquistato Israele.

Daniel Pipes





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4 luglio 2011

Grecia in saldo

 



 

Schizofrenia è un termine derivato dal greco. Ma sembra che proprio ad Atene la patologia si stia manifestando in forma acuta. Da una parte c’è il Paese con i suoi cittadini che scendono in piazza e si scontrano violentemente con la polizia perché rifiutano in blocco il piano di austerity che il Parlamento ellenico, dall’altra parte, non aveva altra scelta se non quella di approvare, pena il dover contestualmente dichiarare il fallimento del Paese, l’uscita dall’euro e l’abbandono dell’Unione europea.


Le condizioni imposte da Bruxelles (e segnatamente dai tedeschi) per la concessione della quinta tranche da 12 miliardi di euro e di nuovi aiuti quantificabili tra i 90 e i 120 miliardi sono note e gravose; il piatto forte è costituito da 28 miliardi di euro di tagli della spesa pubblica per il periodo 2012-2015 e da 50 miliardi di privatizzazioni.


Ma, come si suol dire, c’è trippa per i gatti? Ovvero ci sono poste da valorizzare per l’equivalente di 50 miliardi? Non esattamente. Stando a quanto ha scritto Bernardo Bortolotti, docente di economia presso l’Università di Torino, nelle disponibilità del governo greco dovrebbero esserci attualmente 15 partecipazioni in società quotate in Borsa che ai valori di mercato sono stimate 6,6 miliardi di euro.


La partecipazione di maggior valore, pari a 1,8 miliardi di euro, è quella in Depa (la società di Stato del gas, ndr). Seguono quote significative in Opap, la società che gestisce le scommesse del calcio (1,2 miliardi) e partecipazioni di poco superiori al miliardo nella Public Power Corporation e nell’Agricultural Bank of Greece.


Le quote residue in Ote (la società ellenica di telefonia) e nell’Hellenic Petroleum valgono circa 700 milioni ognuna. A queste si aggiungono partecipazioni in 70 aziende non quotate con un attivo totale di poco superiore ai 10 miliardi di euro. Non è facile determinare un fair value (il valore di scambio, cioè il prezzo per una cessione) per queste aziende, ma una stima ottimistica, sempre secondo Bortolotti, porta a concludere che il patrimonio netto di questi cespiti non sia superiore ai 7 miliardi di euro.


Naturalmente, avverte il professore, queste stime vanno prese con cautela. Non viene calcolato il premio per l’eventuale cessione del controllo, peraltro problematica sul piano politico, ma neppure i costi del lavoro derivanti dalla ristrutturazione delle aziende più appesantite dagli esuberi (Ote e Ppc in particolare).
Infine, per le società non quotate non è stato considerato il livello dell’indebitamento.


Con tutte queste avvertenze, la “Grecia Spa”, se così si può definire l’insieme dei cespiti privatizzabili da parte di Atene, varrebbe oggi 13,6 miliardi di euro.

Per mantenere gli impegni verso creditori verrebbero quindi mancare all’appello almeno 36 miliardi di euro. Per fare cassa, il governo sarà quindi costretto a dismettere una quota significativa del proprio patrimonio pubblico colpendo anche la sovranità nazionale (a cui i greci sono particolarmente sensibili) cedendo terreni, immobili, concessioni, infrastrutture e molti altri cespiti dal valore tuttora incerto.

Il premier Giorgio Papandreou sarà costretto a mettere in vendita un po’ di orgoglio patriottico che è il punto più critico delle privatizzazioni e il più difficile. Il tutto lottando contro il tempo, in un contesto di mercato avverso, di alta disoccupazione e tensione sociale.

Se si pensa che la Grecia rappresenta solo il 2,5% circa del Prodotto interno lordo dell’aerea euro e che il debito pubblico greco corrisponde più o meno al 3,6% dell’Eurozona si stenterebbe a credere che l’Europa non abbia potuto affrontare prima e più incisivamente il problema.


Ma forse ai greci è stata affidata la parte del capro espiatorio perché siano di monito anche a noi.

Alessandra Mieli L'Opinione delle Libertà




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4 luglio 2011

L’Arabia Saudita: «Pronti al nucleare se Teheran avrà l’atomica»

 



 

La sfida arriva da Riad: se l’Iran avrà l’atomica, l’Arabia Saudita farà lo stesso. A evocare lo spettro di un conflitto nucleare in Medio oriente è il principe Turki al Faisal, ex capo dell’intelligence ed ex ambasciatore a Washington: secondo il Guardian ha avvertito alti esponenti militari della Nato che l’eventualità che Teheran abbia la bomba «obbligherebbe l’Arabia Saudita a seguire politiche che potrebbero portare a conseguenze incalcolabili e probabilmente drammatiche».

Il principe ha parlato giorni fa a una riunione in una base aerea Britannica, usata dalla Nato come centro di raccolta di informazioni di intelligence: un incontro non pubblico, ma di cui il Guardian ha avuto la trascrizione. Il principe non è entrato in particolari, ma secondo una fonte di alto rango a Riad il suo messaggio è chiaro: «Semplicemente non possiamo vivere in una situazione in cui l’Iran possiede armi nucleari e noi no». Quindi «se Teheran sviluppa armi atomiche, ciò sarebbe per noi inaccettabile e dovremmo fare altrettanto». L’Iran - ha detto il principe nella riunione - «è una tigre di carta con artigli d’acciaio» che «interferisce e destabilizza» tutta la regione. Teheran «è molto sensibile per quanto riguarda le interferenze di altri Paesi nei suoi affari interni. Ma dovrebbe fare con gli altri come si aspetta che gli altri facciano nei suoi confronti». «Il regno» saudita, ha concluso Al Faisal, «si aspetta che l’Iran metta in pratica quello che predica».

Il Giornale




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3 luglio 2011

In Iran costrette a prosituirsi: future spose nel mondo arabo

 



 

Il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato il report 2011 in merito al traffico di esseri umani nel mondo. Il rapporto divide gli Stati in tre categorie (1,2,3), inserendo nell’ultima fascia (la terza per l’appunto) i Paesi ove il traffico di esseri umani è più alto. In questa categoria il Dipartimento di Stato americano ha inserito per la sesta volta consecutiva anche l’Iran.

La Repubblica Islamica, infatti, è uno dei Paesi fonte, di transito e di destinazione, di donne, uomini e bambini destinati ad essere abusati sessualmente o ad essere sfruttati. Secondo il report, infatti, nell’Iran degli Ayatollah le donne sono costrette alla prostituzione o a matrimoni coatti (spesso vendute a tal fine anche a uomini in Pakistan) e centinaia di bambini sono vittime di traffici illegali a scopo sessuale. Talvolta le bambine sono costrette prima ad accettare matrimoni forzati e poi avviate direttamente alla prostituzione.

Il traffico sessuale delle donne e dei bambini iraniani si estende quindi in Pakistan, Turchia, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahran, Iraq, Francia, Germania e Inghilterra. Un bambino iraniano, ad esempio, può essere venduto all’estero per un prezzo che varia dai 12 ai 20 dollari (in Iran viene venduto per soli 5 dollari…). Come detto l’Iran non è solo fonte di esseri umani ma anche territorio di passaggio: dall’Iran, infatti, passano numerose donne e bambini afghani che vengono commerciati a fini sessuali nell’intero Golfo Persico. Va ricordato che in Iran vivono almeno un milione di profughi afghani costantemente a rischio di essere soggetti di traffici illeciti. Una sorte simile tocca alle centinaia di donne che dell’Azerbaijan e del Tajikistan raggiungono la Repubblica Islamica per trovare un lavoro e che spesso vengono avviate direttamente alla prostituzione.

Insomma,si tratta di una situazione davvero drammatica a cui - come denuncia il Dipartimento di Stato americano – la Repubblica Islamica non sembra voler dare alcuna risposta concreta. A nulla sono valse sinora le pressioni per far approvare in Iran una legge che punisce questo tipo di traffici illeciti e che sia in grado di tutelare opportunamente le vittime.

La notizia in Italia è stata riportata dalla pagina Facebook “Progetto Iran: informare per non dimenticare”, da tempo impegnata attivamente nel denunciare quanto accade quotidianamente in Iran. Esemplare il commento riportato nella pagina a margine della notizia: “il regime, ancora una volta, invece di pensare a risolvere problemi importanti come questi, persiste nel portare avanti un pericoloso programma nucleare e missilistico…davvero vergognoso!!!”.


Vito Khalun Libero




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3 luglio 2011

Libano: Hezbollah non può sottrarsi alla condanna per l'omicidio Hariri

 

Udg intervista Samir Frangieh, politico libanese

Testata: L'Unità
Data: 02 luglio 2011
Pagina: 30
Autore: Umberto De Giovannangeli
Titolo: «Non accetteremo i ricatti di Hezbollah»

Riportiamo dall'UNITA' di oggi, 02/07/2011, a pag. 30, l'intervista di Umberto De Giovannangeli a Samir Frangieh dal titolo "Non accetteremo i ricatti di Hezbollah".


Samir Frangieh

L’unità del Paese non può fondarsi sul ricatto e sull’omertà. Le risultanze a cui è giunto il Tribunale speciale per il Libano (Tsl, ndr) sono il frutto di un lavoro d’indagine serio, approfondito, che ha permesso di fare luce sulle responsabilità nell’attentato contro Rafik Hariri. Nessuno può invocare la ragion di Stato per non dare attuazione alle richieste del Tribunale dell’Onu. L’era dell’impunità è finita. Milioni di libanesi chiedono verità e giustizia. Negarle significherebbe ricacciare il Lbano indietro nel tempo, il tempo in cui il mio Paese era un protettorato siriano e chiunque vi si opponeva era considerato un nemico da eliminare ».
A parlare è uno dei protagonisti della «primavera di Beirut», esponente di una delle famiglie storiche del Libano: Samir Frangieh. «La pace civile deve essere la priorità su tutto»: ad affermarlo è il primo ministro Najib Miqati, subito dopo la formalizzazione delle richieste del Tribunale speciale per il Libano relative all’arresto di 4 esponenti di Hezbollah implicati, secondo il Tsl, nell’attentato che è costato la vita all’ex premier Rafik Hariri...
«La pace civile non può fondarsi sulla negazione della giustizia e sulla copertura dei responsabili della strage che, è bene ricordarlo, è costata la vita non solo a Rafik Haririma anche ad altri 22 cittadini libanesi. La pace civile di cui parla Miqati non può essere realizzata cedendo al ricatto di chi sembra conoscere e praticare solo il linguaggio della forza. Per quanto ci riguarda non siamo disposti a subire l’ennesima forzatura. E questa è una determinazione che accomuna tutte le forze politiche del “14 Marzo” (la coalizione antisiriana guidata dal figlio del premier assassinato, Saad Hariri, ndr). Noi, voglio sottolinearlo con forza,non chiediamo vendetta. Esigiamo giustizia ».
I vertici di Hezbollah accusano il Tsl di essere un tribunale politicizzato.
«È un’accusa infondata, pretestuosa, a cui il governo non può dare copertura. Non è sulla menzogna e sull’impunità che il Libano potrà divenire uno Stato di diritto».
A sostenere che la stabilità è più importante della giustizia, è anche il leader druso, Walid Jumblatt.
«Certe affermazioni più che timori appaiono come degli avvertimenti. Di nuovo, un ricatto. A Jumblatt dico: cosa vorresti che facessimo? Da cinque anni ci siamo battuti perché fosse fatta luce sull’assassinio di Rafik Hariri: milioni di libanesi, protagonisti della “Rivoluzione dei cedri” hanno rivendicato verità, giustizia, indipendenza. Ed ora che un Tribunale internazionale ha dato una prima risposta a queste istanze, dovremmo dire spiacenti, non se ne fa niente...Davanti alla Corte internazionale, gli imputati avranno tutti i diritti di difesa. Ciò che non possono chiedere è di non sottoporsi a giudizio. Si tratta di un punto sostanziale: per noi c’è una differenza sostanziale tra un atto di accusa, come quello formulato dagli inquirenti, e un giudizio definitivo».
Alla luce di queste considerazioni la coalizione del «14 Marzo» cosa chiede al governo guidato da Najib Miqati?
«Di offrire una collaborazione diretta e incondizionata per ciò che concerne l’attuazione delle richieste del Tsl...».
Ma del governo Miqati fa parte, con un ruolo di primissimo piano, Hezbollah... «Miqati deve dimostrare all’opinione pubblica libanese e a quella internazionale di non essere un primo ministro ostaggio di Nasrallah (il leader di Hezbollah, ndr). Non collaborare con il Tribunale dell’Onu significherebbe riportare indietro le lancette della storia, a quando il Libano era di fatto un protettorato siriano, un Paese a sovranità limitata. Per chiedere verità, giustizia, indipendenza sono morti decine di libanesi, politici, intellettuali, giornalisti coraggiosi. Un nome per tutti: Samir Kassir».
C’è chi sostiene che il Libano può diventare di nuovo il teatro di una guerra per conto terzi. Il riferimento è a ciò che sta avvenendo nella vicina Siria.
«Questo rischio esiste. La storia ci è d’insegnamento. In Siria è in atto una rivolta popolare che il regime sta reprimendo nel sangue. Destabilizzare il Libano può servire a sviare l’attenzione della comunità internazionale, dimostrando al tempo stesso che le chiavi della stabilità regionale sono nelle mani di Bashar al-Assad. Siamo di nuovo di fronte alla logica del ricatto.Unalogica inaccettabile ».
Cosa resta della Primavera di Beirut?
«Un bisogno insopprimibile di voltare pagina. Lo stesso che ha animato la Primavera araba, in Tunisia, in Egitto, in Siria...Non siamo i soli a coltivare questo sogno di libertà»

Per inviare la propria opinione all'Unità, cliccare sull'e-mail sottostante


lettere@unita.it




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