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13 luglio 2011

Egitto dalla padella nella brace: Da Mubarak ai Fratelli mussulmani

 

l'articolo di Dimiti Buffa dal titolo " Egitto, l'intellighezia contro i Fratelli Musulmani ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 44, l'articolo di Roberto Tottoli dal titolo " Giovani ribelli contro tradizionalisti. I due volti dei Fratelli Musulmani ", preceduto dal nostro commento.
Ecco i pezzi:

L'OPINIONE - Dimitri Buffa : " Egitto, l'intellighezia contro i Fratelli Musulmani"


Dimitri Buffa

“A mio parere, i Fratelli Mussulmani usano l’Islam per fini politici. Personalmente, come musulmano egiziano, come prima cosa, dico ‘no’ ad uno stato religioso”. Parola di Wahid Hamed, sceneggiatore egiziano di chiara fama, molto noto anche all’estero ed esponente di punta di quell’intellighentsija culturale alto borghese che da anni sogna il ritorno dell’Egitto tra le nazioni civili. Sono state pronunciate lo scorso 5 giugno in un’intervista mandata in onda da “al Hayat tv”, l’emittente satellitare più nota in Egitto e la cui proprietà detiene anche l’azionariato dell’omonimo giornale. 
Hamed paragona i Fratelli Musulmani al precedente regime dittatoriale di Hosni Mubarak e fa capire che se loro vincessero alle elezioni si cadrebbe dalla padella nella brace. Prima che “Memri” la rendesse pubblica, di questa intervista nessuno in Europa aveva sentito parlare. Eppure l’uomo, noto in Egitto almeno quanto lo fu il compianto regista Youssef Chahine, ha molta presa sui giovani e le sue posizioni possono rappresentare la risposta più forte alla degenerazione islamista in atto. 
E questo anche in vista delle riunioni laiche indette a piazza Tahrir nei giorni scorsi e programmate anche per quelli futuri. Particolarmente dura la risposta di Hamed all’intervistatore che gli contestava il fatto che i “Fratelli Musulmani hanno detto di essere anche loro contrari a uno stato religioso”: “non gli dovete credere”. 
Come si vede qui i toni non sono possibilisti e sfumati come nelle analisi di riviste come “Limes” che invece propagandano il cambio di rotta dell’organizzazione islamista. E quando poi l’intervistatore gli chiede se in Egitto non sia possibile “il modello turco”, la risposta è ancora più netta: “il modello turco non può essere applicato in Egitto”. Allora l’intervistatore lo incalza: “e perché no?” Risposta: “glielo spiego subito: il partito islamico che governa in Turchia ha portato ad una grande rinascita, ma, in Turchia, l’esercito protegge il carattere laico del paese. 
In Turchia ci sono dei night club… Ci sono donne che portano il niqab ed anche donne che portano il bikini. La libertà viene garantita a tutti, a quelli che pregano ed a quelli che si ubriacano. Qui non succede”. Nessuno oserà adesso dire che Wahid Hamed è un estremista dell’occidente crociato. Solo una fonte diretta. Qualcuno lo spieghi, quindi, ai possibilisti verso i Fratelli Musulmani: da Lucio Caracciolo a Sabrina Gasparrini, corrispondente locale di Radio Radicale, la lista è lunga.

CORRIERE della SERA - Roberto Tottoli : " Giovani ribelli contro tradizionalisti. I due volti dei Fratelli Musulmani "

Tottoli, possibilista sul futuro dell'Egitto coi Fratelli Musulmani, legga l'articolo di Dimitri Buffa pubblicato in questa stessa pagina di IC, si farà un'idea più precisa della situazione. Il fatto che Hillary Clinton abbia deciso di aprire ai Fratelli Musulmani non significa che questi ultimi siano cambiati e non siano più estremisti, è solo l'ennesimo errore di valutazione dell'amministrazione Obama. 
Ecco l'articolo:


Fratelli Musulmani

Il mondo musulmano si appresta a vivere una lunga estate di attesa. Tra le crisi della Libia e della Siria che attendono una soluzione e la Malesia degli ultimi disordini, però, un avvenimento su tutti è atteso con apprensione: le elezioni parlamentari egiziane di settembre. E l’apprensione è tutta intorno ai Fratelli Musulmani, indicati dai più, fino a qualche tempo fa, come sicuri trionfatori. Per i Fratelli Musulmani potrebbe essere una rivincita storica. Storica perché la Fratellanza islamica è nata in Egitto, sul finire degli anni Venti del secolo scorso, e perché dall’Egitto provengono le figure più importanti dell’Islam radicale, dal fondatore al-Banna all’ideologo Sayyid Qutb, morto impiccato nelle prigioni nasseriane nel 1966, per finire con il nuovo leader di Al Qaeda al-Zawahiri. 
Egiziana è spesso stata la mente, mentre saudita è stato il denaro utilizzato nei teatri di tutto il mondo islamico negli ultimi decenni. Per la Fratellanza musulmana vincere elezioni libere sarebbe quindi il punto di arrivo di un percorso che già in altri momenti, come nella rivoluzione del 1952, li ha portati a un passo dal potere, ma li ha più spesso relegati in clandestinità e perseguitati. Tuttavia, l’avvicinamento a queste elezioni sta già facendo emergere una serie di contraddizioni, spaccature e divergenze che rischiano di infrangere la compattezza necessaria. Nell’ultimo mese i Fratelli Musulmani hanno conosciuto scissioni, come quella dei giovani che hanno fondato un nuovo partito, oppure espulsioni, come quella di Abu al-Futuh che si è candidato alle presidenziali contro il volere della vecchia dirigenza. Altri cinque del direttivo giovanile sono stati cacciati nella passata settimana, mentre l’adesione all’ultimo momento alla manifestazione di venerdì ha messo in luce titubanze e opportunismi. 
Non passa giorno che notizie di questo tenore irrompano sulla scena politica egiziana. Tali difficoltà nascono da una evidente svolta politica. Non è sfuggito a nessuno come proprio i Fratelli Musulmani abbiano evitato in questi mesi i soliti slogan anti-israeliani e anti-americani e di come non abbiano finora partecipato alle critiche contro l’esercito in questa fase di transizione. E le parole di apertura pronunciate una decina di giorni fa a Budapest da Hillary Clinton sono state ricambiate senza preclusioni. La vecchia dirigenza appare quindi pragmatica come non mai, mentre attorno a loro non si arresta un’emorragia continua. Chi li accusa di essere troppo moderati, come i salafiti, e chi invece, come i giovani, ne contesta prudenze e incertezze: tutto concorre a mettere a nudo le difficoltà dei Fratelli Musulmani. A una separazione forse prevedibile tra diverse anime, più o meno conservatrici, si sovrappone infatti una ormai netta e inarrestabile contrapposizione generazionale, figlia della rivolta. 
In Egitto ci si chiede se si tratti di tatticismo, di vere divisioni o di riposizionamenti per occupare più spazio politico, mentre i Fratelli Musulmani riescono a fatica a tenersi fuori da polemiche e ad evitare divisioni. E ci si interroga che ne sarà dei loro principi se il pragmatismo li spingesse ancor di più a fianco dell’esercito. Ad ogni risposta, ad ogni titubanza, appaiono crepe sempre più numerose. Nessuno è però in grado di valutare l’impatto elettorale di tale situazione. Un ridimensionamento della loro forza politica nelle prime elezioni libere sarebbe un colpo non indifferente per le aspirazioni dell’Islam politico. E sarebbe la dimostrazione di come le parole d’ordine islamiche non siano univoche, ma discusse e variegate non appena toccate dal confronto politico. Le forze laiche e tanti giovani se lo augurano. Mancano poco più di due mesi alle elezioni. Voci che parlano di un rinvio, tempo fa accompagnate dagli allarmismi dei fautori della rivolta, potrebbero essere accolte ora con minore apprensione. Se rinviarle da un lato insinua il dubbio che l’esercito stringa la sua presa sull’Egitto, dall’altro pare alla lunga essere il fattore in grado di indebolire ulteriormente i Fratelli Musulmani. Le prossime settimane saranno sicuramente segnate da altre tensioni, rese ancor più complesse dal quel Ramadan che inizierà il primo agosto. È il mese del digiuno e della devozione, ma anche dello spirito comunitario e della partecipazione collettiva, in quella che già appare l’estate più lunga degli ultimi decenni per l’Egitto.




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13 luglio 2011

Una tragedia: quella di essere il figlio ebreo di Palmiro Togliatti

 

Pierangelo Sapegno per "la Stampa"

ALDO TOGLIATTIALDO TOGLIATTI

La parabola capovolta di Aldino Togliatti, figlio del segretario del Pci Palmiro, è cominciata in uno qualsiasi dei suoi 86 anni vissuti dolorosamente, perché non c'è mai un inizio e una fine nei tempi perduti del mondo dei vinti. Aldo Togliatti apparteneva a quelle esistenze. E come molti di loro è morto di nascosto, sabato mattina, nella stanza 429 del reparto psichiatrico della clinica Villa Igea, a Modena, che negli anni lontani si diceva fosse la clinica privata del Pci.

Se n'è andato come ha vissuto, come figlio di un dio minore, lui che era l'unico figlio del Migliore, scomparso sotto i nostri cieli proprio come l'aveva ritrovato Antonio Mascolo nel lontano 1993, scovandolo dopo una ricerca giornalistica, «lì, misero e triste, appoggiato a un tavolo, di fronte alle mura vuote, immerso nel fumo delle sigarette che fumava una dietro l'altra, con i capelli a spazzola e gli occhiali spessi».

Mascolo, direttore della «Gazzetta di Modena», rivelò allora quello che molti conoscevano, ma nessuno sapeva, che il figlio di Togliatti viveva solo e abbandonato in una clinica per malattie mentali. Così è morto Aldo. Ieri, al funerale, c'erano i suoi infermieri e suo cugino Manfredo Montagnana. Non c'era neanche più Onelio Pini, l'unico compagno che aveva continuato ad andarlo a trovare per vent'anni di fila, una volta alla settimana e tutte le settimane, prima di morire nel 2000, portandogli i pacchetti di sigarette e la «Settimana Enigmistica» che posava sul tavolino in ferro della sua spoglia cameretta con le tendine alle finestre.

PALMIRO TOGLIATTI - NILDE IOTTI E LA FIGLIA ADOTTIVA MARISA MALAGOLIPALMIRO TOGLIATTI - NILDE IOTTI E LA FIGLIA ADOTTIVA MARISA MALAGOLI

Era ricoverato lì dentro dal 1980, dopo che era morta sua mamma Rita e dopo che suo padre l'aveva fatto visitare a degli scienziati russi e l'aveva portato pure negli ospedali dell'Unione Sovietica e dell'Ungheria. Le diagnosi ripetevano soltanto che soffriva di «schizofrenia con spunti autistici». Ma le diagnosi parlano dei vinti solo quando hanno già perso.

Per questo potremmo benissimo cominciare la parabola capovolta del figlio del Migliore da quel lontano giorno del 1993, quando un articolo della Gazzetta di Modena firmato da Sebastiano Colombini e dal direttore Antonio Mascolo rivelò a tutti la triste esistenza di Aldo Togliatti. «Triste e negata», perché, come ricorda Mascolo, loro decisero di lavorarci sopra soltanto dopo aver scoperto che nel reparto delle malattie mentali «c'era una persona che era registrata senza cognome. Era l'unico così».

Cominciarono a chiedere e andare a cercare fino a quando, «dopo 40 giorni», non riuscirono a trovarlo e a dargli finalmente un nome, dietro quel tavolino, avvolto dal fumo, un fantasma nascosto fra quelle mura coperte da tigli e pioppi con una grande edera che si arrampicava dopo il cancello liberty. «Intervistammo tre storici del Pci e tutti ci dissero che nessuno immaginava che lui fosse lì».

Perché la vita di Aldo era cominciata diversamente, come figlio del Migliore, scappato a Mosca, nel 1926, quando aveva appena un anno, ospite nel mitico e terribile Hotel Lux, dove ogni notte spariva qualcuno catturato dalle purghe staliniane. Diventò grande lì e finì nel collegio della nomenklatura, all'Ivanova, dove si diplomò in ingegneria, studiando con i tre figli di Mao, quello di Tito e quella di Dolores Ibarruri.

Palmiro Togliatti e Nilde Iotti durante una vacanza OlycomPalmiro Togliatti e Nilde Iotti durante una vacanza Olycom

Gli dissero: «Passiamo a prenderti fra 3 mesi». Ritornarono dopo 3 anni. Lui rientrò in Italia finita la guerra, quando la famiglia s'era già divisa. Aldo patì tantissimo per questo. Suo padre, che lui chiamava «il vegliardo», lo accarezzava quasi con lo stesso distacco con il quale lisciava «Birbone», il mastino napoletano, anche se diceva ai compagni che suo figlio era «bravo: ha letto più libri di me».

Finì a vivere con la mamma, Rita Montagnana. Il padre lo vedeva sempre più di rado, chiuso nel suo attico di via delle Botteghe Oscure con Nilde Iotti. I primi segni di squilibrio li dette negli Anni 50. Una volta lo trovarono a Le Havre che voleva andare negli Usa. Palmiro Togliatti lo fece visitare dai medici dell'Unione Sovietica, portandolo in giro invano per i Paesi dell'Est. Ma la vita capovolta di Aldo ormai lascia segni e simboli dovunque.

palmiro togliatti il figlio aldo daLaStampapalmiro togliatti il figlio aldo daLaStampa

L'ultima volta che appare in pubblico è nel 1964, ai funerali di papà. C'è anche sua sorella, la ragazza che Nilde Iotti e Palmiro Togliatti hanno adottato. Si chiama Marisa Malagoli, è figlia di un operaio di Modena morto durante gli scioperi. Non è il primo scherzo del destino, visto che proprio a Modena lui finirà la sua vita. Marisa diventa una grande psichiatra e docente universitaria, mentre lui sparisce a Villa Igea.

Lo va a trovare solo Onelio Pini e gli racconta la fine dell'Unione Sovietica con la meticolosità di un libro stampato. Un giorno del 1989 va lì per dirgli che è crollato il Muro. La loro epoca è finita. Ma nel mondo dei vinti, la sua non era mai cominciata. In fondo, era già scomparso dopo la morte del papà, e, quando era mancata anche la mamma, era finito senza nome in un posto dove nemmeno tutti i fantasmi avevano il suo dolore.




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13 luglio 2011

Il terrorismo islamico sta sottomettendo l'Europa. Fine della liberta' di parola nelle universita' inglesi. Cacce all'ebreo, clima da Berlino nazista

 

"Così sono scampato al linciaggio a Londra. Parla Benny Morris".


Benny Morris

Roma. “E’ molto triste, ma mi sono sentito molto minacciato fisicamente nel cuore di Londra, è un momento drammatico per l’Europa occidentale”, dice Benny Morris a colloquio con il Foglio. Alcuni giorni fa l’insigne storico israeliano è stato quasi linciato durante una conferenza alla celebre London School of Economics. Il mese scorso consiglieri militari del premier israeliano Benjamin Netanyahu avevano dovuto annullare il viaggio a Londra per il rischio d’arresti. Una settimana fa è stato l’ex ministro della Difesa, Amir Peretz, a cancellare la sua visita in Inghilterra (rischiava l’arresto per “crimini di guerra”). La vicenda per la prima volta Morris l’ha raccontata al quotidiano Makor Rishon e adesso al Foglio: “Sono stato circondato da un gruppo di picchiatori musulmani e di loro sostenitori, che mi hanno insultato e aggredito. La sensazione era come di essere un ebreo a Berlino negli anni Venti circondato da nazisti, solo che invece di camicie brune indossavano copricapi islamici. La definizione di islamo-fascisti è molto calzante”. Morris descrive così quanto è successo: “Dovevo tenere una lezione sulla guerra del 1948. Poche ore prima c’era stato un incendio, così Kingsway era stata chiusa e il taxi mi ha lasciato qualche isolato prima”. Ed è allora che c’è stata l’aggressione, al grido di “fascista”, “razzista”, “l’Inghilterra non avrebbe mai dovuto invitarti”, “non devi parlare”. “Fuori dalla London School of Economics c’erano molte guardie del corpo e poliziotti, e manifestanti con cartelli ‘Morris è un fascista’ e ‘Vattene a casa’”, ci dice Morris. “All’uscita, dopo la lezione, il portavoce dell’ateneo ha chiesto al pubblico di rimanere seduto per farmi uscire in sicurezza. Le guardie del corpo mi hanno fatto lasciare l’edificio da una porta secondaria, come un presidente americano in un thriller di serie B”. Un anno prima Morris era stato costretto ad annullare una lezione all’Università di Cambridge. Un’intimidazione simile ha dovuto subire all’Università inglese di Leeds anche un altro celebre studioso, il tedesco Matthias Küntzel. L’ateneo si arrese alle minacce dei gruppi fondamentalisti e al boicottaggio, anziché aumentare la protezione intorno al professor Küntzel e consentirgli di parlare. La columnist inglese Melanie Phillips, autrice del superbo saggio “Londonistan” in cui ha indagato il sottobosco islamista nel Regno Unito, scrive che “le università britanniche si sono arrese nella battaglia fra la civiltà e la barbarie”. Torniamo a Morris: “La libertà d’espressione è stata gravemente limitata in Europa sul conflitto in medio oriente. E’ in corso un conflitto di valori in cui Israele è un tabù assoluto in Europa, così come la critica dell’islam e del mondo arabo. I leader europei non dicono mai ‘terrorismo islamico’, ma ‘terrorismo internazionale’, c’è una grande paura a nominare le cose, da Cameron a Obama. La propaganda islamista è stata in grado di intimidire la discussione intellettuale, Israele è diventato semplicemente il simbolo del male, i demonizzatori sono stati capaci di invertire la verità e di creare un clima di paura. Quando sono andato alla London School of Economics sono stato super protetto dalla polizia e fra grandi misure di sicurezza. A Cambridge la mia lezione è stata annullata dopo le intimidazioni di gruppi islamici. Questi hanno soldi, giornali, risorse, cattedre, e le stanno usando per sottomettere l’Europa”. Per Morris non è casuale che, in coincidenza con la sua aggressione, l’ex ministro israeliano Peretz “abbia dovuto annullare un viaggio a Londra per il rischio di essere arrestato: un altro sintomo dell’ascesa dell’islam militante”. Conclusione amara: “Sono pessimista sull’Europa da quando c’è stato il caso delle vignette danesi. L’appeasement è dilagante ovunque. E penso che andrà soltanto peggio”.




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13 luglio 2011

Io non incito a odiare, ma difendo il carattere, l'identità, la cultura e la libertà dell'Europa

 
Le parole di Geert Wilders al processo che ha dovuto subire in Olanda per aver denunciato la violenza dell'islam

Conosciamo la sentenza del tribunale di Amsterdam che ha assolto Geert Wilders http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=37218

ma il discorso di Geert Wilders, prima della sentenza, che nessun giornale italiano ha ritenuto di segnalare, merita l'attenzione dei nostri lettori.
Eccolo:

 


Geert Wilders

Signor Presidente e membri della Corte,

Sono qui a causa di ciò che ho detto. Sono qui per aver parlato. Io ho parlato, parlo e continuerò a parlare. 

Molti sono rimasti in silenzio ma non Pim Fortuyn, non Theo van Gogh e non io.

Sono costretto a parlare perchè l'Olanda è sottomessa all'islam.

  Come ho sostenuto molte volte l'islam è principalmente un'ideologia, un'ideologia di lotta, distruzione, conquista.

 E' mia profonda convinzione che l'islam è una lotta ai valori occidentali, alla libertà di parola, all'eguaglianza fra uomo e donna, fra etero e omosessuali, fra credenti e non credenti.

Ovunque nel mondo possiamo vedere come la libertà si allontana dall'islam. Giorno dopo giorno vediamo che la nostra società vacilla.

L'islam è l'opposto della libertà. Rinomati studiosi di islam di tutto il mondo sono d'accordo su questo. I miei testimoni esperti sottoscrivono questa visione. Ci sono molti testimoni sull' islam che la Corte non mi ha permesso di chiamare a testimoniare. 

Tutti sono d'accordo con le mie affermazioni. Loro mostrano che io dico la verità. Oggi, sotto accusa, è la verità.

"Noi dobbiamo vivere nella verità - dicevano i dissidenti sotto le leggi comuniste - perchè la verità ci renderà liberi." 

Verità e libertà sono strettamente connesse. Dobbiamo dire la verità perchè altrimenti perderemo la libertà.

Questa è la ragione per cui io ho parlato, parlo e continuerò a parlare.

Le affermazioni per le quali sono stato accusato sono affermazioni che io ho fatto nella mia funzione di politico che partecipava a un pubblico dibattito nella nostra società. Le mie affermazioni non erano rivolte ad individui ma all'islam e al processo di islamizzazione. Questa è la ragione per cui la Pubblica Accusa ha concluso che io dovevo essere messo a tacere.

Signor Presidente, membri della Corte,

Io sto agendo all'interno di una lunga tradizione che desidero onorare. Sto rischiando la mia vita in difesa della libertà in Olanda.                Di tutte le nostre conquiste la libertà è la più preziosa e la più vulnerabile. Molti hanno dato la loro vita per la libertà. Abbiamo ricordato questo nella commemorazione del mese di maggio ma la lotta per la libertà risale a molto prima.

Ogni giorno auto blindate mi conducono indietro davanti alla statua di Johan De Witt nel Hofvijver all'Aia. De Witt scrisse "Il Manifesto della vera libertà" e pagò per la libertà con la sua vita. Ogni giorno vado nel mio ufficio passando attraverso Binnenhof dove Johan van Oldenbarneveldt fu decapitato dopo un processo politico. Piegato sul suo bastone l'anziano Oldenbarneveldt indirizzò le sue ultime parole al suo popolo. Disse:" Ho agito con onore e onestà come un buon patriota" Queste parole sono anche le mie.

Io non desidero tradire la fiducia di 1.5 milioni di persone che votano per il mio partito. Io non desidero tradire il mio paese. Ispirato da Johan von Oldenbarneveldt e Johan de Witt voglio essere un politico che serve la verità e percià difende la libertà delle province olandesi e del popolo olandese. 

Voglio essere onesto, voglio agire con onestà e questa è la ragione per cui voglio proteggere la mia terra nativa dall'islam. 

Tacere è tradimento.

Questa è la ragione per cui ho parlato, parlo e continuerò a parlare.

Libertà e verità. Io pago il prezzo ogni giorno. Giorno e notte devo essere protetto da gente che vuole uccidermi. Non mi sto lamentando di questo. Parlare è stata una mia propria decisione. Comunque quelli che mi accusano e altri  islamisti che mi 

    criticano non sono stati portati qui oggi. Io sono stato portato qui e di questo sì mi lamento.

     Io considero questo processo un processo politico.   I valori del D66 ( un partito liberale olandese di sinistra ) e l'NRC Handelsblad ( un giornale olandese di sinistra ) non saranno mai portati davanti a un giudice in questo paese.  Una delle lamentele è che le loro intenzioni sono chiaramente politiche. Anche domande che io ho posto in Parlamento e cooperazione con l'SGP sono state portate come allegato contro di me dal signor Rabbae dei GroenLinks ( il partito olandese dei verdi di sinistra ). Quelli di sinistra amano riempirsi la bocca con la separazione dei poteri. Quando non possono vincere politicamente perchè  la gente ha capito le loro bieche manovre, cercano di vincere attraverso i tribunali.

Qualunque sarà il vostro verdetto, questa è l'amara conclusione di questo processo.

Questo processo è anche surreale. Io sono stato paragonato agli assassini Hutu in Rwanda e a Mladic. Solo pochi minuti fa qui alcuni hanno dubitato della mia salute mentale. Sono stato definito un nuovo Hitler. Mi chiedo se anche quelli che mi hanno definito con tali nomi verranno anche processati e, se no, se la Corte ordinerà la messa sotto accusa. Probabilmente no. E questo è proprio giusto perchè la libertà di parlare si applica anche ai miei oppositori.

Il mio diritto a un giusto processo è stato violato. L'ordine del tribunale di Amsterdam di processarmi non era solo una decisione ma un verdetto di condanna emesso da giudici che mi hanno condannato anche prima ancora prima che questo processo cominci.

Signor Presidente, membri della Corte, voi dovete decidere adesso se la libertà è ancora di casa in Olanda.

Franz Kafka disse." Uno vede il sole tramontare lentamente, eppure resta sorpreso quando all'improvviso si fa buio."

Signor Presidente, membri della Corte, non permettete che le luci si spengano in Olanda.

Esauditemi: ponete fine a questa situazione kafkiana.

Esauditemi. La libertà politica richiede che ai cittadini e ai loro rappresentanti eletti sia permesso dar voce alle opinioni che circolano nella società.

Esauditemi perchè io sono convinto che in voi sta la libertà di opinione e di espressione di milioni di olandesi.

Esauditemi. io non incito a odiare, io non incito a discriminare ma io difendo il carattere, l'identità, la cultura e la libertà dell'Olanda. Questa è la verità. Questa è la ragione per cui sono qui. Questa è la ragione per cui parlo. Questa è la ragione per cui, come Martin Luther prima della Dieta imperiale di Worms,dico : " Sono qui e non posso fare altro."

Questa è la ragione per cui ho parlato, parlo e continuerò a parlare.

Signor Presidente, membri della Corte, per quanto io sia qui da solo, la mia voce è la voce di molti. Questo processo non è contro di me.

 E' contro qualcosa di molto più grande. La libertà di espressione è la sorgente di vita della nostra civiltà occidentale.

Non lasciate che questa sorgente si secchi per accogliere un'ideologia totalitaria. La "libertà - disse il presidente americano Dwight Eisenhower - vive nei cuori, nelle azioni, nello spirito degli uomini e così la si deve guadagnare e rinfrescare ogni giorno altrimenti, come un fiore reciso dalle sue radici vitali, appassirà e morirà."

Signor Presidente, membri della Corte, voi avete una grande responsabilità. Non tagliate la libertà in Olanda dalle sue radici, la nostra libertà di espressione: Esauditemi. Scegliete la libertà..

Ho parlato, parlo ed è mio dovere. Non posso fare altrimenti. Continuerò a parlare.

Grazie.




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12 luglio 2011

Mugabe ora fa pulizia etnica di bianchi

 



 


Mugabe

Ultimo avviso per le poche centinaia di proprietari terrieri bianchi che ancora resistono all’espropriazione delle loro terre, da parte del tirannico regime di Robert Mugabe. O se ne vanno subito abbandonando tutto, oppure finiranno in galera. L’ordine di sgombero concedeva tre mesi di tempo agli agricoltori bianchi dello Zimbabwe, l’ex Rhodesia, per andarsene. «I 90 giorni sono scaduti e chi non se ne va rischia l’arresto» ha sentenziato il giornale di stato Herald all’inizio della settimana. Il ministro per la Sicurezza, Didymus Mutas, ha reso noto minacciosamente: «Abbiamo una lista di agricoltori che resistono alla confisca. Ci muoveremo di conseguenza per regolarizzare la situazione». Il rappresentante del governo di Mugabe è anche responsabile per la fallimentare riforma agraria e la redistribuzione dei campi ai contadini neri. La vendetta post coloniale, che ha favorito il disastro economico dello Zimbabwe, è iniziata nel 2000 quando Mugabe istigò i veterani della guerra d’indipendenza a sequestrare la terra ai bianchi. In realtà, dietro al grande esproprio del «compagno Bob», come veniva chiamato il padre-padrone dello Zimbabwe ai tempi della guerriglia, c’erano le squadracce dello Zanu Pf, il partito al potere. Molti degli addetti agli espropri erano appena nati il giorno della «liberazione» dal governo bianco di Ian Smith. Negli ultimi sette anni almeno 3.500 coltivatori bianchi, dei 4.500 che vivevano e lavoravano in Zimbabwe, sono stati espropriati. Alcuni uccisi perché resistevano al sopruso, come David Stevens. Il suo sangue è stato bevuto, misto ad alcol, dagli assassini, poi processati.

Lo Zimbabwe era il granaio dell’Africa, ma la redistribuzione della terra ha provocato disastri. Oggi nel Paese manca il pane ed il frumento viene importato dai Paesi vicini. Le Nazioni Unite denunciano che 4 milioni di abitanti, circa un terzo della popolazione, ha bisogno di aiuti alimentari. L’inflazione ha raggiunto il valore record del 4.500 per cento e la disoccupazione è di massa. Il 59% della popolazione vive al di sotto della linea di povertà.

I proprietari terrieri bianchi che hanno resistito alle provocazioni di questi ultimi sette anni sono fra i 400 ed i 600. La Commercial farmers union, il sindacato che li rappresenta, era tornato a lanciare l’allarme all’inizio dell’anno denunciando un’ulteriore accelerazione della confisca delle terre, per finire il lavoro cominciato nel 2000. Negli ultimi mesi del 2006 erano stati espropriati 80 coltivatori e ben 150 avevano ricevuto l’ordine di confisca. I proprietari devono abbandonare le loro terre con tutte le attrezzature agricole, ma il loro sindacato li invita a resistere «passivamente» per venire portati davanti ad un giudice e poter almeno denunciare la confisca in un’aula di tribunale. Mugabe ha fatto addirittura emendare la Costituzione per evitare che gli agricoltori espropriati possano denunciare lo stato chiedendo congrui indennizzi.

Il famigerato ministro Mutasa aveva dichiarato sprezzantemente pochi mesi fa: «Alla fine di tutto non mi aspetto di vedere ancora coltivatori bianchi, ma soltanto coltivatori neri di successo. Ma ovviamente, come in tutte le cose della vita, ci sono i fortunati. Soltanto i fortunati fra i “farmisti” in uscita potranno restare». Uno degli ultimi casi di esproprio forzato è avvenuto il 20 luglio, quando Margaret Joubert, con l’anziana madre di 83 anni, sono state portate via dalla loro fattoria da una cinquantina di poliziotti armati fino ai denti. La coraggiosa proprietaria terriera era l’ultima bianca del Matabeleland settentrionale. L’aspetto più assurdo è che diversi agricoltori di grande esperienza, cacciati a pedate dallo Zimbabwe, sono stati accolti in altri Paesi africani, come la Nigeria, che ha offerto loro vasti terreni inutilizzati per aumentare la propria produzione agricola.

Anche gli italiani che vivevano nello Zimbabwe hanno subito abusi, non solo gli agricoltori di origine inglese. Nel 2002 erano 29 le attività di proprietà di cittadini italiani «occupate» dai cosiddetti veterani della guerra di liberazione. Mugabe, al potere dall’indipendenza del 1980, ha sempre spiegato che le confische «servono a correggere le ingiustizie commesse sotto il colonialismo britannico e rafforzare economicamente la maggioranza» nera del Paese.

Fausto Biloslavo




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12 luglio 2011

Un gesto senza senso

 
Di Yoaz Hendel
La controversa decisione di consegnare salme di terroristi all’Autorità Palestinese deve essere vagliata in relazione ai presunti benefici di tale mossa.
Nonostante la sanguinosa storia e il dolore che hanno lasciato inciso nella nostra memoria, l’identità dei singoli terroristi in questione non è la cosa più importante. Le salme sono salme, e quando non c’è niente che si debba fare con esse, in quanto Stato dotato di senso morale dovremmo permettere che vadano a marcire nel cortile di casa della gente che ce li ha mandati contro. Anche l’ipotesi che le sepolture dei terroristi possano essere trasformate in luoghi di pellegrinaggio non è in sé rilevante: l’Autorità Palestinese produce in continuazione propaganda di odio e istigazione contro Israele e gli ebrei indipendentemente dalla presenza o meno delle tombe dei “martiri”. L’unica vera ragione per cui non dovremmo trasferire ai palestinesi le salme dei terroristi è che la cosa è priva di senso, e lo è principalmente per il fatto che i gesti di buona volontà verso palestinesi non sortiscono alcun beneficio di sorta.
Si è soliti affermare che, nei rapporti fra popoli, non c’è spazio per i sentimenti, ma solo per gli interessi. Può essere sgradevole, ma è la realtà. Gli Stati si detestano e si piacciono in base alle esigenze del momento. Nessuno lo sa meglio di noi. Pertanto, quando lo Stato d’Israele fa un gesto, dobbiamo domandarci qual è il nostro interesse. Alcuni diranno subito, come per una sorta di riflesso pavloviano, che per l’ennesima volta dobbiamo “rafforzare l’Autorità Palestinese” e “dare una possibilità alla pace”. Ma la verità è assai diversa. Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è forte ed è esattamente per questo motivo che ha deciso di imboccare una strada diversa.
Sarà utile un brevissimo riepilogo: negli ultimi anni abbiamo scarcerato detenuti palestinesi, consegnato armi ai palestinesi, garantito concessioni ai leader dell’Autorità Palestinese. Perché l’abbiamo fatto? Perché era nell’interesse di Israele: Abu Mazen manteneva tranquilla l’area (non per ragioni sioniste, naturalmente, ma per il suo desiderio di sopravvivere) e lo Stato d’Israele traeva vantaggio dal rafforzarsi della sua posizione. Ma come ogni processo in Medio Oriente, anche questo sviluppo ottimistico è rapidamente giunto al termine. Ehud Olmert ha avanzato offerte che erano troppo generose, i palestinesi come al solito le hanno rifiutate ed è stata ufficialmente lanciata una guerra contro la legittimità di Israele. Dal progetto di dichiarare a settembre l’indipendenza unilaterale (cioè, senza accordo con Israele), al sostegno per le “flottiglie del ritorno”, i dirigenti dell’Autorità Palestinese continuano ad adoperarsi affinché lo scontro con Israele sia sempre vivo e vegeto. Chi vuole fare i conti concretamente con questa realtà di fatto farebbe bene ad astenersi da inutili “gesti di buona volontà”, anche se si tratta soltanto di salme di terroristi.

(Da: YnetNwes, 5.7.11)

Nella foto in alto: Yoaz Hendel, autore di questo articolo




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12 luglio 2011

Le notizie che non leggerete mai...

 

 

Lo scorso mese, un gruppo di bambini palestinesi della West Bank, accompagnato dai genitori, ha visitato lo Zoo di Gerusalemme.
Il viaggio è stato organizzato dall'Amministrazione Civile e dall'Ospedale Hadassh di Gerusalemme. Molti dei bambini in precedenza, erano stati sottoposti a interventi chirurgici a cuore aperto proprio all'Hadassah, tutto a spese dell'ospedale e dell'organizzazione "Un cuore per la pace". Questa escursione è stato ideato come momento di relax, apprendimento, divertimento ed esperienza positiva per i bambini che soffrono di patologie cardiache.
La signora Dalia Bassa, Responsabile del Dipartimento della Salute per l'Amministrazione Civile, ha svolto un ruolo molto importante sia durante il periodo di degenza dei bambini in ospedale che durante la gita nella capitale.
L'Amministrazione Civile è responsabile per il coordinamento delle necessità dei civili in Cisgiordania e lavora in stretto contatto con l'Autorità Palestinese, la popolazione civile palestinese, l'I.D.F. e le autorità israeliane e con alcune organizzazionei non governative.

Vorrei conoscere quali e quanti altri paesi si danno così da fare per un popolo che ambisce solamente a distruggere Israele. Così come vorrei sapere quale altro popolo si preoccuperebbe tanto di curare i figli dei propri più acerrimi nemici....
Onore a Israele, al suo popolo meraviglioso, al suo esercito.




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12 luglio 2011

Gaza, Hamas dichiara guerra… Ai parrucchieri per signora

 

(Credits: Epa/Horacio Villalobos)

(Credits: Epa/Horacio Villalobos)

Anna Momigliano Hamas, il gruppo estremista palestinese che governa sulla Striscia di Gaza, ha dichiarato una nuova guerra. Questa volta il nemico non è la “solita” entità sionista (leggi: lo Stato di Israele) e neppure le altre milizie islamiste (leggi: al-Qaeda) che ormai da qualche anno a questa parte stanno facendo concorrenza ai sovrani di Gaza. Questa volta nel mirino di Hamas ci sono… I parrucchieri per signora.

Procediamo per gradi. Da quando ha preso il potere con un colpo di Stato nel 2007, Hamas ha cominciato a imporre la legge islamica (o meglio: la sua visione della legge islamica) nella Striscia di Gaza. E secondo la legge islamica (anzi, ribadisco, secondo la visione distorta che Hamas ha della legge islamica) non sta bene che un uomo pratichi la professione di parrucchiere per signore. Perché così, ovviamente, entra in contatto con le clienti, di sesso femminile, che almeno durante il taglio di capelli non indossano l‘hijab, o velo islamico.

Una piccola nota personale: quando sono stata al Cairo, in Egitto, ho notato che moltissime donne indossavano lo hijab. Ma questo non impediva loro di farsi acconciare da parrucchieri di sesso maschile. Chiusa parentesi.

Hamas aveva introdotto una apposita legge che vietava agli uomini di lavorare come parrucchieri per signore lo scorso anno. Ma – per fortuna degli esercenti e delle loro clienti – questa legge era rimasta largamente ignorata per diversi mesi. Adesso invece il partito-milizia che governa Gaza ha deciso di dare un giro di vite alla faccenda, forse per riguadagnare punti tra la popolazione più conservatrice, che da quando il gruppo si è riconciliato con il presidente laico Abu Mazen vede Hamas come “troppo moderato” (tutto è relativo), e guarda con crescente interesse a concorrenti come al-Qaeda e la Jihad islamica.

Risultato? La polizia ha cominciato a obbligare i parrucchieri a chiudere. E alcuni dichiarano di temere addirittura l’arresto. La notizia farebbe quasi ridere, se non si trattasse dell’ennesimo colpo alle libertà individuali dei cittadini di Gaza. E se non acuisse ulteriormente un problema già grave: quello della disoccupazione.

Che cosa faranno adesso tutti i parrucchieri rimasti disoccupati? “Questo è il mio lavoro dal 1984, non ho un’altra professione. Che cosa posso fare?”, ha dichiarato all’emittente inglese Bbc Adnan Barakat, uno degli coiffeur mandati sul lastrico da Hamas. “Senza il mio lavoro sono un uomo morto.”

Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher




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11 luglio 2011

La Carta di Hamas

 
Documentazione
Il 18 agosto 1988 Hamas, l'organizzazione del fondamentalismo jihadista palestinese, pubblicava la propria Carta fondamentale, tuttora in vigore: un “manifesto” in cui viene invocata una jihad (guerra santa) senza compromessi contro gli ebrei, Israele e la civiltà moderna.


Sintesi in italiano:
http://www.israele.net/articolo,1070.htm


Testo integrale in italiano:
http://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm

Sintesi in inglese:
http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Terrorism/Hamas_covenant.html

Testo integrale in inglese:
http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Terrorism/Hamas_covenant_complete.html

Tratto da Yale Law School:
http://avalon.law.yale.edu/20th_century/hamas.asp

Nell'immagine in alto: Il simbolo di Hamas, con la rappresentazione delle sue rivendicazioni territoriali: lo Stato di Israele è cancellato




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11 luglio 2011

Razione K, ecco i menù di guerra Come cambia il pasto dei marine

 

 

Leggero, economico, ipercalorico. Ma da oggi il pranzo dei militari Usa è anche politicamente corretto: il Pentagono ne ha ideate 24 varietà, per soldati musulmani, ebrei, vegetariani. Il primato della cucina italiana resiste anche sul campo di battaglia: è la più invidiata di VITTORIO ZUCCONI

COSTANO come il mangime per cani viziati e, se dovessimo ascoltare il solito mugugno del soldato, fanno anche più schifo: 2 dollari per una latta di "stufatino di manzo al sugo" per il fedele cagnone Melampo, 3 dollari per la razione da campo servita al valoroso soldato Ryan. Ma la guerra non è un ristorante. Da ormai più di due secoli, da quando l'instancabile produttore di massime e di aforismi, Napoleone Bonaparte, sentenziò che "un'armata marcia sullo stomaco", ogni esercito di ogni nazione in ogni epoca ha inseguito l'ideale del "rancio da campo" perfetto, poco costoso, poco pesante, molto nutriente ma soprattutto gradevole. E nessuno ha consumato più sforzi, soldi, fatica e studi del governo americano, di una nazione dove il volontariato, non la leva obbligatoria, è sempre stata più la norma che l'eccezione.

Ma il sogno resta irrealizzato. Basta trascorrere qualche tempo al fianco dei militari americani, in addestramento, in pace o in guerra, o compiere qualche ispezione sul sito delle aste via Internet, E-bay, dove casse su casse di razioni da campo sono vendute ancora sigillate a prezzi ridicoli nonostante sia teoricamente illegale, per vedere come il matrimonio fra pratico e appetitoso per la cucina in divisa sia ancora lontano. L'ultima incarnazione della scatoletta creata per gli eserciti napoleonici dallo chef pasticcere francese Nicolas Appert nel 1795, è catalogata con l'immancabile acronimo militare di M. R. E, "Meals, Reday to Eat", pasti pronti per il consumo ed è addirittura disponibile in 24 varietà per accontentare i palati di vegetariani, ebrei, mussulmani, diabetici, inappetenti e mangioni. Ma, come ha confessato al New York Times, il "commander in chef", il cuoco responsabile del servizio alimentazione del Pentagono, Gerlad Darsch, "a noi basterebbe che non li buttassero via".

L'amara fantasia di "radio fante" creò immediatamente, quando gli "MRE" furono introdotti gradualmente negli anni '80 per rimpiazzare i detestati "MCI", (Pasti Individuali da Combattimento) a far sapere l'opinione dei consumatori finali di questi pasti liofilizzati e impacchettati in buste sigillate di plastica, capaci di resistere almeno tre anni fino alla temperature esterna di 45 gradi centigradi. Con perfetta mancanza di correttezza politica e squisita insensibilità militaresca, i soldati li ribattezzarono "Mangiare Respinto dagli Etiopi", poi "Meals Rejected by Everybody", rifiutato da tutti, fino al rude "Meals Ready for Enema" cibo pronto per il clistere, alludendo alla loro implacabile capacità di tappare l'intestino. Naturalmente, si diffondeva la voce, sempre smentita, che contenessero potenti tranquillanti per calmare i bollori amorosi di giovanotti e giovanotte nel pieno della propria primavera ormonale, un po' come il leggendario bromuro che i marmittoni italiani assicuravano fosse sciolto nel caffè da caserma. La sola virtù generalmente riconosciuta ai cibi contenuti nelle buste di plastica è la misericordiosa bottiglietta di Tabasco, la salsa di peperoncino rosso piccante della Louisiana che, spruzzato generosamente su tutto, anestetizza lingua e palato.

Non è certamente per mancanza di impegno che queste razioni da campo, destinate a sostituire cucine e cuochi nelle pause della battaglia o della missione, continuano a risultare a malapena sopportabili. Nutrizionisti, medici, cuochi, cavie umane faticano ogni giorno per trovare la combinazione giusta fra esigenze chiaramente contraddittorie, la più dura delle quali è l'impossibilità di cuocere gli ingredienti. Il fuoco, naturalmente, è fuori discussione quando si è in agguato o si rischia l'agguato e la tavoletta per il riscaldamento "esotermico" da campeggiatori inclusa nella busta può rianimare gli spezzatini (leggendariamente ignobile il "Manzo alla Stronogoff" sperimentato da chi scrive sul fronte irakeno) le verdure miste, le zuppe, le bevande come il blando te o l'innominabile caffè, ma non fare miracoli. Le 24 varietà oggi offerte per rispettare le diverse fedi o superstizioni dei militari sono calibrate per sostenere la vita e i bisogni calorici dei consumatori, calcolati in 4 mila e 200 calorie al giorno quando sono in azione - il doppio del fabbisogno di un impiegato del catasto o di un giornalista di media corporatura. Ma il doppio limite della praticità, il tutto non deve pesare più di sette etti, e del costo, non più di un dollaro per un banchetto da sei portate con tabasco, merendina e salvietta rinfrescante inclusi, li costringe all'ultimo gradino della gastronomia per esseri umani, dove regna con loro il vassoietto di plastica nella classe economica delle compagnie aeree che ancora lo servano.

Neppure i 220 anni trascorsi da quando l'Armata Continentale, l'esercito irredentista di George Washington serviva ai suoi volontari in polpe, tricorno e schioppo ad avancarica carne secca salata e gallette da marinaio, hanno riconciliato il guerriero con la razione da campo, forse perché le circostanze nelle quali viene consumata, mentre esplodono bombe e nemici ti sparano addosso, tenderebbero a rendere poco appetibili anche i manicaretti più raffinati. Il salto fra la vecchia cucina della mamma di altre generazioni, o la cornucopia di cibi offerti dalle catene di fast food che subito spuntano in tutte le grandi basi militare americani, e la realtà del fronte non fu colmato neppure dalle leggendarie "Razioni K", dove la K stava per l'iniziale molto teutonica di "Kommando". Furono riservate durante la Seconda Guerra Mondiale alle forze speciali, paracadutisti, guastatori, staffette, fegatacci da spedire oltre le linee, gente che non poteva né trasportare cucine, né sobbarcarsi pesi ulteriori.

Le razioni K erano rancio da spartani, rispetto alle "MRE" di oggi, complete di tre misere scatoline per prima colazione, pranzo e cena. Più una tavoletta di cioccolato, una di quelle piovute a migliaia dalle torrette dei carri armati Sherman sugli europei liberati, una scatola di fiammiferi anti-vento, un preservativo, per limitare le conseguenze di eccessive fraternizzazioni con le indigene entusiaste e un pacchetto di sigarette. Le sigarette sono oggi naturalmente scomparse, per evitare ai combattenti ulteriori danni alla salute oltre a quelli provocati da una mina esplosa sotto la jeep o dal proiettile di un Kalashnikov. Fu tentata anche la strada dell'iper-specializzazione, producendo razioni speciali a prova di giungla, per gli sventurati in pattuglia nel Vietnam, o capaci di sopravvivere a geli siberiani, nel caso di eventuali azioni attorno al Circolo Polare Artico, ma alla fine ha vinto la liofilizzazione dei cibi precotti, sempre che si trovi acqua per rianimarli.

In realtà, tutte le confezioni di questi pacchetti per guerrieri tendono ad assomigliarsi, con piccole variazioni di gusto per i popoli dell'aringa o della pecora, del maiale o del manzo, kasher, vegan, hindu o halal, ma la razione da campo degli italiani, l'unica "potenza" Nato che fornisca anche spazzolini da denti usa e getta, viene cercata dai commilitoni americani. Come disse furioso un ufficiale americano al Washington Post nel maggio del 2003, poche settimane dopo l'invasione dell'Iraq "non capisco perché gli Italiani riescano a mangiare meglio di noi anche al fronte mentre ci sparano addosso". Nessuna di loro merita il "detour" predicato dalla Michelin, anche se, di fronte al soldato Saudita che nel 1991 mi offrì generosamente di affondare la mano nella scatola di latta piena di formaggio nella quale lui pescava, qualunque sacchetto di roba liofilizzata e di merendine energetiche dette "HOOOAh" mi sembrarono delizie. Niente può eliminare il paradosso di un prodotto fatto per tenere in vita chi è mandato a rischiarla. La guerra, come la rivoluzione, non può essere mai un pic-nic sull'erba.

http://www.repubblica.it/esteri/2010/09/22/news/razione_k_ecco_i_men_di_guerra_come_cambia_il_pasto_dei_marine-7309904/?rss





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11 luglio 2011

Israele, ex agente Mossad: Mengele? Dovemmo lasciarlo scappare

 



 

Eitan, oggi ministro: "dovemmo scegliere fra lui e Eichmann"


Mengele

L'ammissione è dolorosa: due agenti del Mossad in Argentina ebbero l'occasione di catturare Josef Mengele, il medico nazista che operava orrori nei lager. Ma gli uomini di Israele dovettero scegliere e lo lasciarono scappare, pur di mettere le mani su Adolf Eichmann, lo stratega di Hitler.

Era il 1960. Quasi cinquant'anni dopo, a parlare alla Associated Press è Rafi Eitan, oggi sottosegretario di governo, allora una delle due spie israeliane in territorio argentino. Che Mengele abbia vissuto a Buenos Aires non era un mistero; che il Mossad gli fosse stato così vicino è una scoperta. Ma racconta Eitan, oggi 81 anni: "Quando ha una missione in corso, c'è un certo livello di rischio. Se intraprendi un'altra missione raddoppi il rischio per tutte e due".

Secondo documenti americani dissecretati nel 1992, la ricostruzione di Eitan ha delle falle temporali. Mengele, "l'angelo della morte" sarebbe giunto in Argentina nel 1949 ma se ne sarebbe andato nel 1959 in Paraguay dove ottenne la cittadinanza. Quando Eichmann fu catturato nel maggio del 1960, dicono i documenti Usa, Mengele si spostò in Brasile. Morì nel 1979, annegato. Eichmann, responsabile della mostruosa architettura della "soluzione finale", fu processato e giustiziato in Israele.

Secondo Eitan gli informatori del Mossad avevano avvistato Mengele a Buenos Aires e anche localizzato il suo appartamento. Conoscevano i suoi movimenti e un certo giorno sapevano che si trovava a casa. Il giorno dopo si allontanò con la moglie, apparentemente per una gita. Eichmann era già stato rapito dal Mossad e si trovava "in luogo sicuro" in attesa di essere portato fuori dal paese. I due agenti dei servizi si trovarono di fronte al dilemma: dovevano aspettare il rientro di Mengele mettendo a rischio l'operazione Eichmann?

"Quando ho preso un uccello non mi metto a frugare nei cespugli. Lo metto in gabbia e poi eventualmente penso agli altri" ha detto Eitan. E così decisero. Ma quando una seconda squadra arrivò a Buenos Aires poche settimane dopo era troppo tardi. "La cattura di Eichmann era di pubblico dominio. E lui scomparve". Due anni dopo, ha aggiunto Eitan, il Mossad ebbe una seconda opportunità di catturare Mengele in Brasile a San Paolo, ma anche in questo caso Israele aveva altre "priorità operative"; l'anziano ex agente non ha voluto dire quali.

Ha parlato già molto e in Israele si commenta. Lo storico Avner Shalev, presidente di Yad Vashem, il centro di Gerusalemme dedicato alla memoria dell'Olocausto, dice che gli uomini del Mossad fecero la giusta scelta viste le circostanze. Ma Mengele "rappresentava il crollo dei valori umani costruiti dalla società occidentali". Il suo processo sarebbe stato "un messaggio universale di beneficio per il mondo, soprattutto se fosse avvenuto in Israele". Responsabile della selezione dei nuovi arrivati a Auschwitz, Mengele condusse anche orribili esperimenti su bambini, gemelli e nani in un delirante programma di studi genetici.

Rafi Eitan, invece, proseguì una lunga carriera nell'intelligence; con una coda polemica. Era a capo dell'unità "Lekem" all'ambasciata presso Washington durante il caso Jonathan Pollard, l'ebreo americano che spiava per Israele e fu arrestato nel 1985 e condannato all'ergastolo. Fu uno degli episodi più tesi della storia dei rapporti fra Stati Uniti e Israele.

Quanto agli altri criminali nazisti, il Mossad in effetti ne catturò solo due; secondo Efraim Zuroff, il cacciatore di teste del centro Simon Wiesenthal, perché preferì dirigere le sue attività altrove. A parte Eichmann, l'altra missione che raggiunse lo scopo fu l'omicidio di Herberts Cukurs, a capo della squadra che uccise 30.000 ebrei in Lettonia. Il Mossad lo stanò in Brasile e louccise in Uruguay nel 1965, facendolo apparire un assassinio organizzato dalle vittime per vendetta.

Apcom





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11 luglio 2011

Hamas predica in TV: Roma conquistata dall'islam

 

La TV di Hamas: Roma sarà conquistata dall'islam

 di Dimitri Buffa
Immagini della al Aqsa Tv

“La profezia sulla conquista di Roma resta valida, per volontà di Allah. Così come Costantinopoli fu conquistata circa 500 anni fa, anche Roma sarà conquistata.” Il genio islamico che ha fatto lo scorso 5 marzo questa profezia si chiama Yunis Al-Astal, di professione fa il telepredicatore d’odio sulla tv di Hamas, Al Aqsa tv, e smentisce tutti i fan della visione “obamiana” della poltica in Medio Oriente. Compreso il fatto che non sia mai esistito il cosiddetto “clash of civilities”. Secondo questo imam infatti ogni vero mussulmano dovrebbe tendere a fare diventare islamici anche gli altri cittadini del mondo che non hanno alcuna intenzione o curiosità di provare questo brivido.
E questo perché, come dice dalla tv con il piglio del telepredicatore occidentale, anche esso fanatico, sul modello degli americani “tv evangelist,” “Allah ha scelto te per Se stesso e per la Sua religione, in modo che tu possa agire come il motore che smuove questa nazione verso la fase della successione, della sicurezza e del consolidamento del potere ed anche a conquiste attraverso il da’wa (la predicazione) e le conquiste militari delle capitali del mondo intero.”
E che c’entra Roma? Ce lo spiega ancora una volta l’interessato: “Molto presto, per la volontà di Allah, Roma sarà conquistata, come già è accaduto per Costantinopoli e come era stato profetizzato dal nostro Profeta Maometto. Oggi Roma è la capitale dei cattolici, ovvero la capitale dei crociati, che ha d ichiarato la sua ostilità all’Islam ed ha impiantato i figli delle scimmie in Palestina al fine di evitare il risveglio dell’Islam – questa loro capitale sarà l’avamposto delle conquiste islamiche che si spargeranno per tutta l’Europa in ogni dove, e poi si dirigerà verso le due Americhe e perfino nell’Europa dell’Est.”Per chi non lo avesse capito “i figli delle scimmie in Palestina” sarebbero gli ebrei nello stato di Israele. Il sermone che chiunque voglia vederlo in arabo con i sottotitoli in inglese può andare su http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/4030.htm, così si conclude: “Credo che i nostri figli ed i nostri nipoti erediteranno il nostro jihad ed i nostri sacrifici e, se Allah vorrà, i comandanti della conquista verranno dai loro stessi ranghi. Oggi, noi instilliamo questi buoni propositi nelle loro anime e, attraverso le moschee ed i libri del Corano, e la storia del nostro Profeta, dei suoi compagni e dei grandi condottieri, li prepariamo alla missione di salvazione dell’umanità dalle fiamme dell’Inferno, sull’orlo del quale si trova in questo momento.”
Per la cronaca non è stato questo l’unico caso di profezia sulla conquista di Roma da parte dell’Islam. E non si esercitano in questo tipo di “nubua” (profezia), solo gli sciroccati del fanatismo mussulmano. Nel 2008 qualcosa di molto simile e sempre dalla tv di Hamas “Al Aqsa tv” era stato detto dall’ex-ministro giordano per gli affari religiosi Ali Al-Faqir. Che il 2 maggio 2008 giurava di conquistare la Spagna e Roma dichirando che “l’America e l’Europa arriveranno presto alla fine”.
Poi questo “shaik del caciocavallo”, argomentava così le proprie profezie: “Dobbiamo dichiarare che la Palestina dal fiume Giordano al mare Mediterraneo, è terra islamica e che la Spagna, cioè l’Andalusia, è anche terra islamica. Sono terre islamiche che sono state occupate dai nemici e che diventeranno nuovamente islamiche. Inoltre, andremo al di là di questi paesi che ad un certo punto sono stati perduti. Proclamiamo che conquisteremo Roma, come una volta è stata conquistata Costantinopoli, e come sarà conquistata di nuovo.”
A quel punto intervenne lo pseudo intervistatore di hamas con questa esclamazione: “in sha Allah”, cioè se Dio vorrà, come si intitola anche uno dei più noti romanzi della compianta Oriana Fallaci. Al che l’ex ministro giordano ribadiva che “..noi governeremo il mondo, come è stato detto dal Profeta Maometto.” Aggiungendo anche che “..noi metteremo in campo un fronte di battaglia che è sempre più ampio e più forte. I suoi inizi sono stati in Palestina, in Iraq, in Afghanistan e in Cecenia. Quello che è stato cominciato sarà completato. Non si fermerà…”
Perché, diceva nel 2008 l’ex ministro giordano, “questa mattina, su Al-Jazeera TV, ho visto degli scienziati americani e teorici di strategia, dire che presto l’America arriverà alla sua fine. Lo avevano detto in precedenza per l’URSS e, indubbiamente è finita, e adesso noi diciamo che l’America e l’Europa arriveranno alla loro fine e che solo la crescente forza dell’Islam prevarrà.” Insomma se questa è l’idea di fondo dei moderati come i giordani dovrebbero essere, quando parliamo di dialogo, senza sconfinare nei deliri anti islamici di alcuni partiti politici italiani ed europei, bisogna comunque sapere di chi e di cosa stiamo parlando.




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11 luglio 2011

Interessante pubblicazione (in francese, ahimè) sulle manipolazioni dell'islam

 

Islam, nazismo ed apocalittica.

In occasione della pubblicazione di “per Allah fino alla morte”, un'indagine sui convertiti all' islam radicale, Paul Landau evoca per Libertyvox alcuni temi del suo lavoro.

Tradotto da: Kritikon




Islamismo e nazismo: una convergenza dissimulata.

La convergenza tra alcune correnti dell'islamismo contemporaneo ed il nazismo non è fortuita, e permette di comprendere molte dimensioni in gran parte occultate del movimento islamista.
Il ricercatore tedesco Matthias Küntzel ha osservato che i due movimenti - il islamismo ed il nazismo - sono apparsi alla stessa epoca, e che rappresentavano tutti e due un tentativo di rispondere alla crisi economica mondiale del 1929 ed alla crisi politica del capitalismo liberale.
Questa coincidenza storica si accompagna ad una convergenza ideologica, sottolineata da Küntzel, ma sovente passata sotto silenzio dagli specialisti dell’islamismo.

Nel mio libro “Le Sabre et le Coran” (La sciabola ed il corano), viene affrontato il problema della complicità ideologica tra il fondatore dei fratelli musulmani, Hassan Al-Banna, il grande Mufti di Gerusalemme Hadj Amin Al-Husseini, ed il nazismo. Troppo spesso, i legami tra il Mufti - organizzatore “della sommossa araba” nella Palestina mandataria negli anni 1936-1939 - e la Germania nazista sono attribuiti ad un'alleanza di puro opportunismo, ai sensi del principio secondo il quale “i nemici dei miei nemici sono i miei amici”.




In realtà, come ho sottolineato e come dimostrano vari autori, questi legami tradiscono una profonda convergenza ideologica e politica che da allora, malgrado il nazismo sia stato sconfitto come regime politico e la sua ideologia apparentemente sradicata, non ha mai cessato di crescere e diffondersi.

Matthias Küntzel - autore di un lavoro d’avanguardia su quest'argomento (Matthias Küntzel, Jihad and Jew-Hatred: Islamism, Nazism and the Roots of 9/11, Telos, 2007.) - ed altri ricercatori hanno affrontato quest'argomento tabù, mostrando come l'ideologia nazista ed il suo corollario, l’odio per gli ebrei, si sono perpetuati dopo il 1945 nell'ambito del mondo arabo. E come l'antisemitismo europeo si sia trasferito nell'ambito del mondo musulmano grazie alla propaganda nazista, della quale il Mufti Al-Husseini è stato attore importante (in particolare tramite la sua emissione in Arabo sulle onde di radio Berlino). (Pierre-André Taguieff tratta questa scabrosa tematica attraverso l’esempio del mito “dei Sages di Sion”, nel suo libro “Prêcheurs de haine. Traversée de la judéophobie planétaire“ (Predicatori di odio. Traversata nella giudeofobia planetaria”, Fayard 2004.)

Per spiegare il fenomeno delle conversioni all'islam radicale, Farhad Khosrokhavar sottolinea un altro aspetto importante: quello del culto della morte. Elemento fondamentale dell'islamismo jaidista, il culto della morte - che si realizza in particolare con il ricorso ai kamikaze - è diventato in modo paradossale un fattore d'attrazione per numerosi convertiti che vogliono sfuggire alla monotonia ed alla vacuità dell'esistenza nella società consumista occidentale.
Come lo spiega Khosrokhavar: “Morire per una causa santa è un stratagemma che consente di superare la sensazione di vuoto che pervade le classi medie delle società occidentali private di ogni prospettiva di guerra o di un orizzonte “eroico”. Così, la conversione all'islam radicale è allo stesso tempo, come lo fu precedentemente la conversione all'islam mistico, un mezzo per fuggire la noia del mondo occidentale (il famoso “spleen” di cui parlava Baudelaire), e l’ingresso in un mondo nuovo, dove ancora sussiste la dimensione eroica dell'esistenza”.


La dimensione apocalittica dell'islam radicale

Questa è infatti un aspetto importante e poco conosciuto del risveglio dell'islam nel mondo contemporaneo.
Attraversa tutte le pieghe del mondo musulmano: tra sunnismo e sciismo, tra islam tradizionale ed islamismo. Tutte le componenti del movimento islamista contemporaneo, dai fratelli musulmani fino ad Hamas, passando per la nebulosa di Al-Qaida, condividono infatti la speranza di vedere il ripristino del Califfato islamico.
Queste credenze escatologiche sono intrinsecamente legate alla dimensione guerriera dell'islam contemporaneo, cioè lo jihad. Infatti, nella visione apocalittica della fine dei tempi, la vittoria dell'islam deve essere preceduta da uno scontro a tutto campo tra l'islam ed i suoi nemici (l'Occidente in generale, e l'America e Israele in particolare).

Questa convinzione è bene riassunta dall’hadith riportato nell'articolo 7 della Carta del movimento Hamas, passaggio essenziale che illumina la visione del mondo del movimento islamista palestinese: “Il tempo non verrà finché i musulmani non lotteranno contro gli ebrei [e li uccideranno]; finché gli ebrei si nasconderanno dietro le rocce e gli alberi, e questi grideranno: Oh Musulmano! C’è un ebreo che si nasconde dietro di me, vieni e uccidilo!”.

Questo hadith, citato in siti innumerevoli Internet musulmani, significa che “il combattimento contro gli ebrei„ costituisce per Hamas un imperativo non soltanto politico, ma escatologico. Il confronto con Israele non è soltanto il mezzo per conquistare la terra della Palestina, ma è la condizione sine qua non all'arrivo della fine dei tempi…
Quest'osservazione si applica anche al combattimento tra Al-Qaida e l'Occidente.
Farhad Khosrokhavar racconta come questa concezione apocalittica dello jihad sia l'elemento che attira i convertiti all'islam radicale, in preda al vuoto esistenziale nella società occidentale: “La realtà vissuta non galvanizza certo gli spiriti e resta lo spettacolo meschino della vita quotidiana dove, privati di ogni prospettiva di lotta e consegnati alla noia i potenziali convertiti vivono. Aderire ad una visione jihadista dà un senso alla vita, regalando un fine tangibile, una forma di sfida che consuma nella morte questa sensazione di un tempo quasi immobile e di un’immanenza livellata verso il basso”. (F. Khosrokhavar, “Les nouveaux martyrs d’Allah” ( i nuovi martiri di Allah), op. cit., p. 314-315.)

Il culto della morte è indissociabile di questa dimensione apocalittica dell'islam jihadista.
Per illustrarlo, molti osservatori citano una dichiarazione ricorrente nella bocca di numerosi militanti e dirigenti islamisti, da Hamas ad Al-Qaida: quella dell'amore della morte.
“Siamo interamente votati alla causa dell'islam. Amiamo la morte quanto voi amate la vita”, dichiara così uno degli autori degli attentati del 7 luglio 2005 a Londra, citato da Matthias Küntzel.
In realtà è un vero e proprio leitmotiv della filosofia islamista, che possiamo rinvenire da Arafat, così come presso Hassan Nasrallah, capo di Hizbullah, nei terroristi di Madrid e di Londra come in Osama ben Laden. L'origine di questa dichiarazione è di rado citata: si tratta di una citazione di un hadith che qualifica come debolezza l'amore della vita: Un giorno, le nazioni vi assedieranno da ogni lato, come conviviali affamati attorno ad una sola ciotola… Sarete come schiuma di torrente, Dio farà si che i vostri nemici non vi temano più, ed insinuerà la debolezza nei vostri cuori - Cosa dire, o inviato di dio? - L'amore di questo mondo e l'avversione della morte. (Città per G. Kepel (Dir.), Al-Qaida nel testo, op. cit., p.154.)

Il tema dell'amore della morte e “del martirio nella via di Allah” svolge un ruolo importante nella conversione all'islam radicale dei giovani occidentali in ricerca d'avventura, in preda ad un odio sordo della loro terra natale, diventati soldati e quadri della dipendenza djihadiste, sul modello del portavoce americano di Al-Qaida, “Azzam l'americano„. Questi giovani occidentali, convertiti all'islam sotto la sua forma più radicale e la guerriera, sono pronti a sacrificare la loro vita per la loro nuova fede, sul modello dei jihadisti nati musulmani, seguendo “la via di Allah” fino alla morte.

KRITIKON




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11 luglio 2011

Le notizie che non leggerete mai...

 

 

Lo scorso mese, un gruppo di bambini palestinesi della West Bank, accompagnato dai genitori, ha visitato lo Zoo di Gerusalemme.
Il viaggio è stato organizzato dall'Amministrazione Civile e dall'Ospedale Hadassh di Gerusalemme. Molti dei bambini in precedenza, erano stati sottoposti a interventi chirurgici a cuore aperto proprio all'Hadassah, tutto a spese dell'ospedale e dell'organizzazione "Un cuore per la pace". Questa escursione è stato ideato come momento di relax, apprendimento, divertimento ed esperienza positiva per i bambini che soffrono di patologie cardiache.
La signora Dalia Bassa, Responsabile del Dipartimento della Salute per l'Amministrazione Civile, ha svolto un ruolo molto importante sia durante il periodo di degenza dei bambini in ospedale che durante la gita nella capitale.
L'Amministrazione Civile è responsabile per il coordinamento delle necessità dei civili in Cisgiordania e lavora in stretto contatto con l'Autorità Palestinese, la popolazione civile palestinese, l'I.D.F. e le autorità israeliane e con alcune organizzazionei non governative.

Vorrei conoscere quali e quanti altri paesi si danno così da fare per un popolo che ambisce solamente a distruggere Israele. Così come vorrei sapere quale altro popolo si preoccuperebbe tanto di curare i figli dei propri più acerrimi nemici....
Onore a Israele, al suo popolo meraviglioso, al suo esercito.




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10 luglio 2011

Qualcuno insegni a Sergio Romano cos'è il terrorismo arabo-palestinese

 



 

che combatte da 60 anni una guerra contro Israele

Testata: Corriere della Sera

Pagina: 57
Autore: Sergio Romano
Titolo: «Liberazione Gilad Shalit»

Ci sarà qualcuno al CORRIERE della SERA che spieghi a Sergio Romano perchè i terroristi arabo-palestini rinchiusi nelle carceri israeliane sono da considerarsi prigionieri di guerra, visto che Israele è costretto a difendersi per sopravvivere ? Se sono in galera non è perchè sono accusati di furto, ma perchè responsabili di atti criminali, tutti legati al terrorismo. Ma a Romano del destino di Gilad Shalit non importa nulla, è troppo preoccupato a seguire quello, molto più "interessante" per lui, di Marwan Barghouti, responsabile di crimini efferati contro civili israeliani e condannato a ergastoli plurimi. Romano lo vorrebe libero, Gilad marcisca pure, privo dei più elementari diritti, chissà dove. Gilad non è "interessante".
Ecco la lettera del lettore e la risposta di S.R. a pag- 57.


a sin. Marwan Barghouti, "interessante", a destra Shalit, chissenefrega

Caro Romano,
La lunga e travagliata storia del mio popolo ci ha resi molto attenti alle sfumature. Io credo che il lettore medio , leggendo la sua risposta alla lettera " Gilad Shalit:quel rapimento", abbia percepito che la responsabilità della interruzione delle trattative "sia verosimilmente imputabile agli israeliani che hanno rifiutato d'includere nella lista dei priogionieri Marwan Barghouti, uno dei più interessanti leader della resistenza palestinese". Ritengo che un'oggettiva analisi del problema debba viceversa evidenziare che: 1) se Israele ha accettato di liberare, in cambio di un solo soldato, un migliaio di prigionieri la responsabilità del rifiuto ricade su Hamas. 2) Hamas non ha mai accettato che il prigioniero Shalit fosse visitato dalla Croce Rossa Internazionale. Posso sperare che vorrà anche questo punto di vista ?
Franco Cohen franco.cohen@yahoo.it

Risponde Romano:

Certamente. Ma,forse, per la completezza, occorrerà ricordare ai lettori che nelle carceri nisraeliane vi sono circa 11.000 palestinesi: un nunero che fa pensare a prigionieri di guerra piuttosto che a criminali comuni.

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lettere@corriere.it





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10 luglio 2011

sostenitori della libertà d'espressione a senso unico

 
I
Commento di Stefano Gatti

Testata: Shalom
Data: 09 luglio 2011
Pagina: 19
Autore: Stefano Gatti
Titolo: «L’antisionismo scende in piazza»

Riportiamo da SHALOM n°7 di luglio, a pag. 19, l'articolo di Stefano Gatti dal titolo "L’antisionismo scende in piazza".


Stefano Gatti è ricercatore e redattore del portale ‘Osservatorio antisemitismo’ della Fondazione CDEC di Milano (www.cdec.it)

Tra i più accesi sostenitori – senza se e senza ma - della costruzione di una moschea a Milano, troviamo l’estrema sinistra, ovvero l’area ideologica che ha esercitato le più forti pressioni per impedire che si tenesse la kermesse Unixpected Israel…
E’ interessante sottolineare che lo spirito di tolleranza che anima la cosiddetta ‘galassia antagonista’ quando si discute il tema moschea, si tramuta nel suo negativo quando c’è di mezzo Israele ovvero, per usare la loro terminologia, l’ entità sionista, nazista e razzista…
In questo caso, gli strenui sostenitori della libertà per i musulmani di pregare in un luogo dignitoso, tornano ad indossare i panni – che meglio gli si attagliano – dell’intolleranza e dell’aggressività.
Ed è stato proprio a causa delle numerose minacce – specie via internet - contro i ‘cani sionisti’che Unixpected Israel ha rischiato di venir ‘ghettizzata’ al Castello Sforzesco ovvero fuori città, come suggerito dal professor Gianni Vattimo:
la kermesse per Israele è una propaganda a un paese illegale, io avrei fatto diversamente. Quella kermesse andava fatta fuori dalla città, fuori da Milano…
A fianco della manifestazione Unxpected Israel volta a promuovere in Italia l’economia, la tecnologia, la cultura e il turismo di Israele, si è celebrata una contro kermesse – per usare il nome di un sito internet creato alla bisogna (www.controkermessemilano.it) - che ha avuto il suo culmine nel corteo No all’occupazione israeliana di Milano di sabato 18 giugno.
La contestazione è stata promossa dai ‘soliti’ militanti dell’antisionismo nostrano, ovvero i gruppi BDS (Boycott Divestment Sanctions) per il boicottaggio tout court dello Stato ebraico, associazioni arabo-islamiche, centri sociali, gruppi filo palestinesi, partiti comunisti, sindacati di base…
In prima fila al corteo anche l’ex senatore comunista Fernando Rossi, che nel 2010 ha accusato la ‘lobby sionista’ di ‘influenzare tutti i governi, e Marco Ferrando leader del Partito Comunista dei Lavoratori, da sempre impegnato ‘contro il sionismo, che si perpetua coi metodi del terrore, dell’oppressione e della segregazione’ .
Al ‘serpentone’ si sono accodate poche centinaia di persone che hanno urlato i consueti slogan contro i sionisti - ‘nazisti e razzisti’ - sventolando striscioni in cui si invocava ‘l’abbattimento dello stato sionista’ e cartelloni con l’equiparazione tra Maghen David e svastica .
Anche il neosindaco di Milano Giuliano Pisapia ha ricevuto la sua dose di insulti per aver ‘regalato’ la città ‘ai sionisti’.
Ultimo ma non ultimo, è stato portato in corteo anche un grosso pupazzo del premier israeliano Netanyahu in veste di macellaio, figura particolarmente impressionante specie dopo il massacro di Itamar, in cui un’intera famiglia di israeliani è stata scannata da una coppia di fanatici palestinesi.

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10 luglio 2011

Piazze arabe di nuovo nel caos. L'Occidente non commetta altri errori di valutazione

 
analisi di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 09 luglio 2011
Pagina: 16
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Piazze arabe, nuovo caos. Stavolta l’Occidente non si lasci sorprendere»

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 09/07/2011, a pag. 16, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo "Piazze arabe, nuovo caos. Stavolta l’Occidente non si lasci sorprendere ".


Fiamma Nirenstein

Quattrocentomila persone in piazza in una città di 700mila abitanti, Hama, in Siria, sono davvero tanti. Un milione in piazza Tahrir, al Cairo, 5 mesi dopo la cacciata di Mubarak, sono un’esagerazione. La temperatura è altissima nel mondo arabo e ci dice che forse le diagnosi e le medicine non erano le più azzeccate. È chiaro che ciò che hanno ottenuto gli egiziani è lontano dal costruire fiducia in quel governo militare che a parte Mubarak e alcuni suoi stretti collaboratori non ha saputo mettere in moto non dico una democrazia, ma nemmeno i processi che dessero ragione, famiglia per famiglia, degli 845 morti nelle dimostrazioni della «primavera».
In teoria, gli egiziani avrebbero già dovuto trovarsi in una situazione di ragionevole transizione, col governo militare pronto a dare le dimissioni dopo le elezioni a settembre del prossimo autunno, la riforma costituzionale in fieri, i nuovi leader e i partiti in via di formazione. E anche, e forse soprattutto, ma lo dirà il futuro, la Fratellanza Musulmana, fino a ieri fuorilegge e oggi lanciata alla conquista del 50, forse il 70 per cento dei consensi quando andrà alle urne. Il nostro grande entusiasmo per il cambiamento egiziano non è condiviso dagli egiziani stessi. Probabilmente soffrono, oltre che della delusione di un presente preso in un ingorgo di problemi politici e ed economici, anche di quel continuo incitamento culturale cui i dittatori arabi hanno sottoposto i loro cittadini senza mai fornirgli uno sfogo. Se si va per esempio a vedere Al Haram, il giornale nazionale ex voce di Mubarak, l'atteggiamento antiamericano e antisraeliano feroce e gratuito, piene di teorie del complotto, è sempre là.
Dunque la piazza di oggi, cerchiamo di non fare altri errori, è una piazza che mostra le sofferenze di chi non vede all'orizzonte nessun cambiamento che davvero migliorerà la sua vita. Dunque mentre corriamo verso il Piano Marshall, sarà bene aiutare, sì, ma anche in nome di principi che ci convengano: la pace e la stabilità dell'area, la condizione delle donne, la libertà sessuale. È invece tipico delle solite teorie della cospirazione il modo in cui il primo ministro generale Essam Sharaf ha commentato che le manifestazioni sono tutta roba «organizzata» ovvero di importazione straniera.
Lo stesso tipo di commento ha fatto ieri il governo siriano alla perdurante visita dell'ambasciatore degli Usa Robert Ford, nella città di Hama. Il bravo Ford si è piazzato là per cercare di impedire che Bashar Assad faccia fuori come il padre nell'82, ventimila e più persone. Il commento: «La presenza degli Stati Uniti ad Hama è una chiara testimonianza della loro implicazione negli eventi in corso». Solita teoria della cospirazione. Ma la realtà è che con un coraggio incredibile (ieri ci sono stati altri morti, pare otto, e manifestazioni anche in altre città, fra cui Damasco) i cittadini siriani affrontano la tortura e la morte in massa. La presenza di Ford semmai deve essere letta come un tardivo e indispensabile risveglio americano alla vera personalità di Assad, a lungo ritenuto un interlocutore persino per la pace in medio oriente. Sciocchezza più grande non poteva essere immaginata: Assad ha finanziato con l'aiuto iraniano i peggiori gruppi terroristici come Hamas, e ha armato fino ai denti gli hezbollah che oggi minacciano di nuovo un'autentica occupazione del Libano. Di fatto tutto il fronte iraniano-siriano-hezbollah-hamas e coloro che avevano compiuto aperture verso questo fronte, come la Turchia, sono in difficoltà e devono rivedere i loro programmi. Ma le fantasie in campo mediorientale non hanno mai fine: solo tre giorni fa Hillary Cinton ha dichiarato che è intenzione della sua amministrazione aprire un qualche dialogo con la Fratellanza Musulmana. Sì, proprio quella che dichiara sul suo sito che «non c'è speranza di riforma senza un ritorno alla legge divina».
www.fiammanirenstein.com

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10 luglio 2011

La BBC nel mirino degli ayatollah per un docufilm su Maometto

 

cronaca di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 09 luglio 2011
Pagina: 2
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Un docufilm della Bbc su Maometto, l’Iran dichiara guerra al 'nemico'»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 09/07/2011, a pag. 2, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Un docufilm della Bbc su Maometto, l’Iran dichiara guerra al 'nemico' ".


Giulio Meotti

Roma. Il precedente del caso Salman Rushdie ritorna sempre. Nel 1989 l’ayatollah Khomeini, suprema guida della Repubblica islamica dell’Iran, candannò a morte lo scrittore anglo-indiano per il libro “I versetti satanici”, scatenando una lunga contesa fra Teheran e Londra e una caccia all’uomo durata molti anni (con numerosi morti legate a quella fatwa omicida). E’ prevista per metà luglio sulla Bbc la messa in onda del documentario in tre puntate “Life of Muhammad”, che ripercorre la vita del Profeta dell’islam, Maometto, trattando anche le lotte armate per l’affermazione della religione coranica che lo vedono protagonista.
Si parla già di una “de-mitizzazione” del Profeta. E come nel caso Rushdie, è sceso in campo il governo iraniano: secondo il ministro della Cultura, Sayeed Mohammad Hosseini, si tratterebbe di una mossa del “nemico” per “mandare in rovina il senso del sacro dei musulmani”. “La decisione della Bbc avrà certamente conseguenze serie”, ha scandito il ministro iraniano, lasciando intendere azioni e proteste. Hosseini è lo stesso che due anni fa dichiarò guerra alla Gran Bretagna quando la regina d’Inghilterra concesse l’onorificenza di baronetto proprio a Rushdie, scatenando un incendio politico, religioso e mediatico fra Londra e le capitali della umma musulmana. L’Iran dichiarò allora che l’iniziativa era un chiaro segno che “la Gran Bretagna è sulla via del confronto con gli oltre 1,5 milioni di musulmani nel mondo” e che “il decreto di Khomeini era ed è ancora irrevocabile”, riferendosi alla sentenza di morte emessa nel 1989 dalla massima guida spirituale iraniana contro Rushdie. Il documentario della Bbc vedrà il giornalista di origini somale Rageh Omaar viaggiare nei luoghi del Profeta, di cui non verranno mostrate però raffigurazioni per non offendere i musulmani.
“E’ la storia straordinaria di un uomo, che in meno di vent’anni, ha cambiato per sempre la storia”, recita il lancio pubblicitario del docufilm. Si parlerà anche del libro di Rushdie, scatenando l’ira di islamisti e iraniani. Gli studiosi interpellati hanno diverse estrazioni culturali: ci sono apologeti militanti del Profeta, come l’americano John Esposito e lo svizzero Tariq Ramadan, ma anche critici durissimi del Corano, come l’americano Robert Spencer e l’ex vescovo anglicano Michael Nazir-Ali. La presenza di questi ultimi in particolare sarebbe in parte all’origine della rabbia di Teheran, a causa dei loro scritti polemici sull’islam (Spencer tiene un portale dal titolo “Jihadwatch”). Dopo i creatori di “South Park” e la scia di vignettisti europei condannati a morte a causa dei propri cartoon, adesso potrebbe essere la celebre e politicamente corretta emittente britannica a dover superare il test dell’intimidazione della libertà d’espressione sull’islam.

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10 luglio 2011

Omicidio Shahzad, gli Usa accusano il governo pakistano

 

cronaca di Francesco Semprini

Testata: La Stampa
Data: 09 luglio 2011
Pagina: 16
Autore: Francesco Semprini
Titolo: «Islamabad dietro la morte del giornalista Saleem»

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 09/07/2011, a pag. 16, l'articolo di Francesco Semprini dal titolo " Islamabad dietro la morte del giornalista Saleem ".


Syed Saleem Shahzad

Il governo pachistano ha sottoscritto tacitamente l'esecuzione di Syed Saleem Shahzad. L’atto di accusa proviene dall'ammiraglio Mike Mullen, il capo di Stato maggiore delle Forze armate degli Stati Uniti, secondo cui Islamabad avrebbe «permesso» a sicari non identificati di rapire, torturare ed uccidere il giornalista pachistano.

«Nulla smentisce il fatto che il governo fosse a conoscenza di quanto stava accadendo», spiega Mullen, il primo alto funzionario dell'amministrazione americana a denunciare pubblicamente il presunto coinvolgimento di Islamabad nell'uccisione di Shahzad. L'ammiraglio spiega tuttavia di non poter dare conferme sulla «pista Isi» che riconduce l'assassinio del giornalista all'Inter-Services Intelligence, il controverso servizio segreto pachistano. È certo però che Shahzad, giornalista investigativo e collaboratore di diverse testate asiatiche ed europee, tra cui «La Stampa», era un personaggio scomodo per alcuni ambienti di Islamabad. A creare fastidi erano le sue scottanti inchieste, in particolare quelle inerenti le relazioni tra al-Qaeda e frange più o meno deviate dei servizi segreti pachistani. Per questo ad alcuni, nelle stanze del potere, avrebbe fatto comodo la sua eliminazione.

Il corpo senza vita di Shahzad, 40 anni, è stato trovato il 31 maggio scorso dopo che si erano perse le sue tracce da due giorni. L'autopsia ha rilevato evidenti segni di tortura sul cadavere, opera, secondo alcuni funzionari dell'Intelligence Usa sentiti dal «New York Times», di agenti o sicari mandati dall'Isi. I servizi segreti di Islamabad smentiscono seccamente ogni coinvolgimento. Ma lo spettro del complotto rimane. «È una vicenda a cui tutti devono prestare molta attenzione, i pachistani per primi - prosegue il capo di Stato maggiore Usa. - Questo episodio dimostra che si sta andando nella direzione sbagliata». Mullen si riferisce in particolare alle relazioni tra Usa e Pakistan indebolite dal blitz del 2 maggio scorso ad Abbottabad, durante il quale i Navy Seals hanno ucciso Osama bin Laden. Di quell'operazione Islamabad non era stata avvertita perché Washington voleva evitare fughe di notizie, come accaduto in passato. Del resto più volte gli Usa avevano denunciato l’inerzia e l’ambiguità dei vertici pachistani nella lotta contro i taleban e alQaeda. Il mancato avviso del blitz ha irritato molto Islamabad, così come le parole pronunciate da Mullen giovedì in un incontro con la stampa. «Estremamente irresponsabili, non ci aiutano certo nelle indagini che stiamo conducendo», ha replicato il governo di Islamabad tramite una nota del ministro dell’Informazione Firdous Ashiq Awan.

È inconfutabile però che il Pakistan è una realtà per molti versi ad alto rischio, specie per i giornalisti: nel 2010 è stato il Paese con il più alto numero di reporter uccisi. Sono almeno otto - secondo il Committee to Protect Journalists - i colleghi di Saleem ammazzati lo scorso anno, sei dei quali in attentati suicida.

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10 luglio 2011

Un bilancio troppo ottimistico su Unifil, Libano ed Hezbollah

 

Udg intervista il gen. Graziano

Testata: L'Unità
Data: 09 luglio 2011
Pagina: 20
Autore: Umberto De Giovannangeli
Titolo: «Noi decisivi per la pace. La missione in Libano strategica per l’Italia»

Riportiamo dall'UNITA' di oggi, 09/07/2011, a pag. 20, l'intervista di Umberto De Giovannangeli al gen. Graziano dal titolo " Noi decisivi per la pace. La missione in Libano strategica per l’Italia ".


Gen. Claudio Graziano

Udg chiede al generale Claudio Graziano, ex comandante dell'Unifil, un bilancio sulla missione. E' tutto un elenco dei successi riportati dall missione, sembra quasi che i due stiano discutendo di un altro Stato più che del Libano. Quando Udg chiede un parere su Hezbollah, Graziano lo dipinge come partito che ha anche una componente armata e col quale bisogna avere per forza a che fare perchè 'rappresentativo'. Sul suo colpo di Stato, ulle minacce che il leader Nasrallah ha fatto al tribunale Hariri, sulle minacce contro Israele, sul legame con Iran, Siria e Hamas...niente, nemmeno una sillaba. Evidentemente Graziano e Udg pensano che questi non siano i caratteri fondamentali di Hezbollah.
Ecco l'intervista:

Ha guidato per tre anni la missione Unifil 2 in Libano. Anni tempestosi, difficili, condotti, e non è una metafora, in una delle prime linee più calde al mondo. È il generale Claudio Graziano. L'Unità lo ha intervistato in giorni politicamente caldi: quelli in cui si discute del futuro delle missioni italiane all'estero. Il Libano, e non solo. GeneraleGraziano,perchénonèenfatico affermare che la missione in Libano è stata per l'Italia un«fiore all' occhiello» della sua presenza internazionale?
«In quei tre anni ero capo missione, “tecnicamente” non ero italiano, appartenevo alle Nazioni Unite. Devo dire, però, che la mia percezione è stata sempre quella di avere un adeguato supporto del Paese, in ogni circostanza, al di là dei cambi di Governo. Così come ho registrato la stima che l'Italia aveva all'estero, una percezione che a volte manca o è inferiore al nostro interno. Il Libano ne è una riprova. Ancora oggi, tanto Israele quanto il Libano fanno sapere che è importante la presenza italiana, che è gradita la presenza di un comandante italiano. Nel mio periodo, devo dire che da un certo punto di vista sono stato leggermente più fortunato...».
In che senso, generale?
«Era un momento particolare. Era appena finita una guerra. C'era il timore di un nuovo conflitto, la paura di un'altra, drammatica emergenza.Equesto probabilmente faceva più notizia. Oggi l'attenzione internazionale verso il Libano sembra essersi un po' spenta. E questa è per me fonte di preoccupazione... ». Perché?
«Perché il Medio Oriente necessita di un costante interesse, supporto e pressione internazionali. Oltre il Libano, direi che nel nostro Paese vi sia la percezione che le missioni in generale siano un “fiore all'occhiello” dell'Italia, una cosa che l'Italia sta facendo bene e che le missioni contribuiscono a rafforzare il nostro ruolo e prestigio internazionali. Poi è chiaro, purtroppo, che si parla più degli eventi negativi che di quelli positivi. È sempre stato così. In Afghanistan si parla più dell'attacco meno del fatto che è in atto una “transition” che sta procedendo, che Herat viene riconsegnata alle autorità locali, fatti di grande positività. Purtroppo l'attacco, con dei feriti o peggio con dei caduti, stimola maggiormente l'interesse dei media».
Lei ha fatto riferimento all'apprezzamento comune, sia da parte israeliana che libanese. Questo significa che la presenza militare in missioni internazionali è anche un valido strumento diplomatico per l'Italia?
«Direi proprio di sì. Nella mia vita ho fatto tre missioni importanti: il comandante di battaglione in Mozambico; il comandante di brigata in Afghanistan e il capo missione in Libano. In Libano ero in una situazione migliore, perché ero sia militare che civile: ero sia comandante delle forze di Unifil che il capo diplomatico e capo missione. Noi eravamo uno “strumento” nelle mani del segretario generale delle Nazioni Unite. Le nuove missioni internazionali, comequella in Libano, sono multidimensionali, nel senso che io operavo su diverse componenti: quella militare, quella diplomatica, la componente umanitaria, quella delle Ong, con il coordinamento di tutte queste attività. Era uno sforzo corale che, senza i militari, in quelle situazioni di transizione non può funzionare. È un approccio innovativo che l'Onu ha fatto suo negli ultimi tempi, imponendo alle Ong di operare insieme ai militari perché hanno questa funzione essenziale. Certamente ti devi guadagnare la stima della popolazione. Occorre sempre ricordarsi che un contingente di pace opera a favore della popolazione che è andata ad aiutare e soccorrere. Il nostro primo dovere, oltre la tutela del proprio personale, è proprio quello di garantire la sicurezza delle popolazioni e ottenerne il consenso. Senza consenso non c'è missione di pace».
Questa sensibilità verso le popolazioni civili sembra essere il connotato del modo di operare italiano nelle missioni...
«Dire che è italiano sembrerebbe voler affermare, implicitamente, che gli altri non ce l'hanno. Gli italiani lo fanno bene. Ultimamente è venuto aRomain visita un generale israeliano. E a cena assieme all'ambasciatore d'Israele mi hanno detto: non sa quanto abbiamo apprezzato la sua presenza e quanto ancora si parli di lei. Certamente, mentre era là, hanno aggiunto, con i giornali non potevamo dirlo, perché avevamo paura che lei si sedesse e non svolgesse più appieno il suo ruolo. Ed era quello che, più o meno, dicevano i libanesi. Gli italiani sono bravi e lo hanno dimostrato in tutte le missioni. Non abbiamo nulla da imparare da altri Paesi nelle operazioni. Soprattutto quello che abbiamo maturato è la capacità di coordinarci: con gli Esteri, con il ministero dello Sviluppo economico, solo per fare due esempi. Il fatto che tutti i Paesi continuano a chiedere la nostra presenza, e il discorso non vale solo per il Libano, testimonia il funzionamento della “macchina-Italia” all'estero. Asuo avviso, lo scenario mediorientale resta strategicamente fondamentale ?
«Certo che sì. E per varie ragioni. Il MedioOriente in assoluto è strategico per il Mediterraneo e per l'Europa. Tra i successi che Unifil ha ottenuto, oltre a mantenere la cessazione delle ostilità per tutti questi anni, c'è il ritorno dell'Europa nelle operazioni di “peacekeeping” in ambito Onu. Sul Medio Oriente si concentrano gli archi di crisi di tutto il mondo. Il Medio Oriente resta cruciale, a cominciare dalla soluzione del conflitto israelo-palestinese. C'è ancora lo stato di guerra tra Israele e Libano. Per tutto questo, credo che l'Italia abbia mantenuto interesse per quell'area e in quel settore, confermando una presenza importante nel contingente Unifil e una leadership per quanto riguarda la regione Ovest. E poi il Medio Oriente è di fronte a noi. E noi abbiamo la fortuna di essere in buoni rapporti sia con Israele che col Libano. Un patrimonio di credibilità che non va smarrito».
Quando si parla di Libano e della sua esperienza è d'obbligo affrontare un temaspinoso: il rapporto con Hezbollah...
«Hezbollah è parte della vita libanese. Quandoero làcome capo missione, nell'espletamento della mia funzione non avevo rapporti con la struttura di Hezbollah, intesa come partito. L'avevo sul piano istituzionale, se un ministro era di Hezbollah, o se un sindaco era di Hezbollah... ». E con la parte militare? «Dovevano parlare le autorità libanesi. Unpunto cruciale della missione Unifil è che sin dalla Risoluzione 1701 viene detto che Unifil deve operare e cooperare con le forze locali libanesi, anche per dare autorevolezza alle forze libanesi che in qualche modo nel tempo non erano più responsabili del Paese. Hezbollah rimane una componente essenziale, radicata nel territorio, soprattutto nel Sud che è a maggioranza sciita. Si tratta di un partito politico che ha una componente militare, che vive, come tutto il Libano, una fase di transizione che presenta anche elementi contraddittori. Resta il fatto che Hezbollah rimane una realtà importante con cui devi confrontarti, dialogare perché rappresenta una importante componente, quella sciita, che per legge ha soltanto il 25% dei seggi in Parlamento, ma nella realtà ha una dimensione molto più significativa. Ed essendo collegata al territorio, è forte, e gli stessi israeliani riconoscono a Hezbollah una capacità non soltanto militare ma sociale, di penetrazione importante. La chiave di volta è passare dalla cessazione delle ostilità al cessate il fuoco, e questo è il limite attuale della situazione libanese. Noi abbiamo mantenuto la cessazione delle ostilità, e come ho detto quando siamo andati via, questo è il massimo che potevamo fare come forza militare. Il passaggio al cessate il fuoco dipende dalla volontà delle parti. Se non c'è questa volontà, nel tempo la missione rischia di diventare ostaggio di se stessa, e in qualche misura ostaggio del suo stesso successo, e primao poi qualche incidente puòvenire, cambiando la situazione sul campo. Per questo è importante mantenere la pressione internazionale sulle parti perché arrivino ad un accordo di cessate il fuoco».
C'è chi sostiene che investire sulle missioni all'estero sia una spesa improduttiva...
«Il punto decisivo, ancor più della quantità, è la qualità dell’impegno. In questo senso, l’attività svolta dai nostri contingenti per ilmantenimento della pace e sicurezza, ha confermato un ruolo importante dell’Italia nello scenario mondiale. Importante è che tutte le scelte, quantitative e qualitative, avvengano in sinergia assoluta con le organizzazioni internazionali di cui facciamo parte e con i nostri alleati ».

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permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 10/7/2011 alle 0:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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