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17 luglio 2011

Gerusalemme brucia, evacuato il museo dell'olocausto

 

    

In fiamme l'area boschiva a ridosso del settore israeliano. Via il personale e i visitatori dallo Yad Vashem e dalle case dei rioni limitrofi. L'anno scorso il fuoco distrusse la vegetazione di Haifa, causando decine di vittime

Incendio alla foresta di Gerusalemme evacuato il museo dell'Olocausto Un aereo impegnato nell'estinzione dell'incendio in Israele
GERUSALEMME - Un gigantesco incendio minaccia di distruggere oggi la foresta a ridosso del settore israeliano di Gerusalemme e rischia di investire anche le case dei rioni più vicini.
In via precauzionale lo Yad Vashem, il museo dell' Olocausto, è stato evacuato dal personale e dai visitatori. Stesse precauzioni per le case situate in strade ai confini dei rioni a rischio. Da giorni un'ondata di grande caldo ha investito la regione.

 

Decine di autopompe dei vigili dei fuoco e tre aerei partecipano alle operazioni di spegnimento delle fiamme. Finora, secondo la radio, i vigili del fuoco non sono riusciti a domare l'incendio.
La scorsa estate un altro gigantesco incendio distrusse metà della grande area boschiva a ridosso di Haifa, causando tra l' altro la morte di una quarantina di guardie carcerarie e di agenti di polizia il cui autobus fu investito dalle fiamme mentre stavano abbandonando un carcere che si trovava nell' area e dal quale erano stati prima portati in salvo i detenuti.
Per spegnere le fiamme ci volle l'intervento di numerosi aerei antincendio inviati dai diversi paesi.
In seguito a quell'incendio e alle aspre polemiche che suscitò l'intero corpo dei vigili del fuoco venne riorganizzato su nuove basi e ottenne ingenti somme per dotarsi di mezzi più moderni, inclusa una squadriglia di aerei antincendio




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17 luglio 2011

Giordania, scontri e feriti Il virus delle rivolte arabe esplode in Medio Oriente




 Il contagio riprende a estendersi: ad Amman, che pareva immune, esplode la rabbia e la polizia carica: contusi anche nove giornalisti. Nel mirino economia e istituzioni

Gerusalemme - A sette mesi dall’inizio delle rivolte arabe, le piazze del Medio Oriente sono tornate ieri a riempirsi per un altro venerdì di dissenso e contestazione. Dopo la preghiera islamica del mattino, migliaia di persone si sono ritrovate nel centro di Amman, in Giordania. Le opposizioni, copiando il modello egiziano di piazza Tahrir, avevano in programma un sit-in. Prima ancora di cominciare, però, i manifestanti sono stati dispersi dalla polizia in assetto antisommossa, armata di bastoni. Nella carica sono rimaste ferite decine di persone, tra cui anche giornalisti stranieri.

Le manifestazioni contro il regime monarchico di Abdullah II sono cominciate in Giordania in anticipo sul resto dei Paesi arabi. Amman è stata tra le prime capitali della regione a scendere in piazza all'inizio dell'anno. Le rivendicazioni dell'opposizione - formata da gruppi giovanili, sindacati e sostenuta dal gruppo islamista dei Fratelli musulmani, il movimento anti-governativo più organizzato nel Paese - in un primo momento erano di natura economica e sociale. Il piccolo regno di sei milioni di abitanti, infatti, ha un forte debito pubblico e un alto tasso d'inflazione. Con l'estendersi della protesta nel mondo arabo, però, le richieste dei manifestanti sono diventate più politiche.

A inizio febbraio, mentre in Egitto Hosni Mubarak cominciava a vacillare e in Libia l'Est del Paese scendeva in strada, il re Abdullah II, al potere dal 1999, quando ereditò il trono dal padre, ha offerto alla rabbia dei manifestanti alcune concessioni: un rimpasto di governo, l'aumento dei salari pubblici, il ripristino dei sussidi per il carburante. Queste aperture, però, hanno contribuito ad aumentare il deficit e pesano oggi sul malcontento sociale.

All'inizio di luglio, mentre il Marocco votava in un referendum sulla riforma costituzionale proposta dal giovane re Mohammed VI, la stampa internazionale ha parlato delle riforme marocchine e giordane come una possibile terza via, alternativa alle violenze delle rivolte arabe. Il ritorno dei manifestanti di Amman sembra suggerire però che le concessioni non sono state sufficienti a calmare la piazza: «Il popolo vuole riformare il governo», era lo slogan della protesta di ieri nelle strade della capitale giordana, dove allo stesso tempo hanno sfilato anche migliaia di sostenitori della monarchia. Il mese scorso il re ha detto di appoggiare l'istituzione di un premier e un governo eletti e non più scelti dal sovrano. Ha aggiunto però che i sudditi dovranno aspettare dai due ai tre anni.

Amman, importante alleato degli Stati Uniti e della comunità internazionale nella guerra al terrorismo islamico e assieme all'Egitto uno dei pochi Paesi arabi a riconoscere il vicino Stato di Israele, è centrale nell'equilibrio dello scacchiere mediorientale. E a differenza del Marocco, la Giordania si trova oggi circondata da Paesi in cui l'instabilità causata dalle rivolte arabe è all'apice. A Nord, gli eventi siriani preoccupano la monarchia. Ieri, come ogni venerdì ormai da settimane, in Siria le proteste all'uscita delle moschee sono state disperse nel sangue, secondo gli attivisti anti-regime. Ai giornalisti stranieri è impedito l'accesso al Paese. La rivolta si è estesa anche ai sobborghi di Damasco, dove la situazione è stata finora più calma. La polizia ha sparato sulla folla che ha innalzato barricate a Qaboun, quartiere periferico della capitale....
Secondo fonti dell'opposizione, ieri in Siria sono state uccise 20 persone in scontri a Damasco, Homs e Hama, nel centro, Deir El Zour, a Nord-est e Daraa, nel Sud.
In Giordania, il contagio rivoluzionario irrompe anche da Ovest.

In Egitto, nonostante la caduta di Hosni Mubarak a febbraio, piazza Tahrir, luogo simbolo della rivoluzione del Cairo, è tornata a riempirsi. Le opposizioni chiedono una transizione democratica trasparente all'esercito che guida il Paese. La nuova pressione popolare ha costretto i militari a concessioni: oltre 600 ufficiali di polizia, implicati nelle violenze contro i manifestanti all'inzio dell'anno, sono stati licenziati questa settimana e le elezioni parlamentari, come rischiesto dalle opposizioni, sono state posticipate di due mesi, a novembre, per dare tempo ai nuovi movimenti nati dalla rivoluzione di organizzarsi.
RrOLLA SCOLARI
http://www.ilgiornale.it/esteri/scontri_e_feriti_pure_giordania_torna_virus_rivolte_arabe/16-07-2011/articolo-id=535173-page=0-comments=1




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17 luglio 2011

Le vittime di Hamas potranno chiedere un risarcimento alla Bank of China

 

D’ora in poi alle banche conviene controllare meglio i conti correnti dei clienti, soprattutto se a questi ultimi gli Stati Uniti affibbiano l’identikit del terrorista o dell’amico dei terroristi o, comunque, del «politico canaglia». La Corte suprema dello Stato di New York, infatti, ha emesso contro la Bank of China una sentenza che in molti definiscono storica: le vittime israeliane degli attacchi organizzati da Hamas potranno procedere contro l’istituto di credito cinese, che era stata accusata dall’Israel Law Center e dai suoi clienti di non aver impedito il trasferimento di denaro verso i gruppi terroristici della Striscia di Gaza. E secondo i giudici di New York la Bank of China ha davvero permesso, a partire dal 2003, ai palestinesi di effettuare svariati bonifici da diversi milioni di dollari. E tutto questo nonostante le proteste ufficiali di Israele. L’attacco suicida di Eilat nel 2007 e i lanci di razzi verso la cittadina di Sderot sarebbero stati realizzati proprio con armi acquistata con quel denaro. Sono oltre 80 le vittime israeliane e i loro famigliari ora cercano una forma di risarcimento. I legali della Bank of China hanno sostenuto che che l’istituto non può essere ritenuto responsabile per le azioni dei terroristi di Hamas ma non hanno convinto i giudici di New York. E le associazioni ebraiche si preparano a sostenere altre richieste di risarcimento ad altre banche. 
http://www.ilgiornale.it/esteri/le_vittime_hamas_potranno_chiedere_risarcimento_bank_of_china/17-07-2011/articolo-id=535357-page=0-comments=1




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16 luglio 2011

Da Gaza ci riprovano... ... a scatenare la guerra

 


 


Altri due razzi, esplosi in campo aperto, hanno segnato ieri una ripresa di lanci dalla Striscia di Gaza verso il sud di Israele, dopo i due attacchi dell'altro ieri e un terzo registrato ieri mattina.

Gli episodi confermano un innalzamento della tensione, dopo due mesi di relativa calma, lungo la linea di demarcazione fra lo Stato ebraico e l'enclave palestinese controllata dagli islamico-radicali di Hamas.

Dall'inizio del mese, secondo dati di un portavoce militare, una decina di razzi e di bombe di mortaio hanno colpito il territorio israeliano, seppure senza causare vittime. Israele, a sua volta, ha replicato con raid aerei sulla Striscia: gli ultimi dei quali - la scorsa notte - hanno provocato secondo fonti della sanità palestinese il ferimento di almeno cinque persone. Testimoni interpellati da Gaza hanno riferito di due incursioni.

Da Corriere del Ticino


16 luglio 2011

Omicidio Arrigoni, Hamas nasconde la verità

 

Ma Michele Giorgio la verità non interessa, meglio la propaganda

Testata: Il Manifesto
Data: 15 luglio 2011
Pagina: 9
Autore: Michele Giorgio
Titolo: «Un timbro contro la verità»

Riportiamo dal MANIFESTO di oggi, 15/07/2011, a pag. 9, l'articolo di Michele Giorgio dal titolo "Un timbro contro la verità".


Michele Giorgio, Vittorio Arrigoni con Ismail Haniyeh, capo di Hamas

Hamas rifiuta di far avere al governo italiano i risultati dell'inchiesta sulla morte di Vittorio Arrigoni, le motivazioni sono facili da immaginare, ma Giorgio scrive : "non si tratta in ogni caso di paura della verità. Chi scrive, alla luce degli elementi a sua disposizione, esclude che Hamas, come organizzazione politica e militare, sia coinvolta nella pianificazione ed esecuzione del sequestro di Vittorio (così come tende ad escludere la «regia esterna»). ". Hamas non è implicata. Perchè? Perchè lo crede Michele Giorgio, in base a non meglio specificati elementi a sua disposizione (quali sono? Magari potrebbe metterne a conoscenza il governo italiano? O si tratta solo di buona fede mal riposta?). Giorgio esclude anche la 'regia estera'. Grazie per il contentino, Giorgio, nemmeno Israele è implicato. Giorgio, però esclude la responsabilità di Hamas, mentre 'tende ad escludere' quella della regia esterna (non la esclude decisamente perchè è più probabile?).
Giorgio continua : "(...)
L’Italia di Silvio Berlusconi rifiuta qualsiasi rapporto con Hamas e alla luce dei suoi stretti rapporti di amicizia e di alleanza con Israele, è assai improbabile che accetti di ufficializzare, con un timbro del ministero degli esteri, un documento destinato al movimento islamico.". L'Italia di Silvio Berlusconi non ha rapporti con Hamas alla luce del fatto che è un'organizzazione terroristica. Non si tratta di una ipotetica quanto improbabile influenza di Israele sul governo italiano.
Ecco l'articolo:

Niente da fare, siamo fermi allo stesso punto. Il governo di Hamas non ha mantenuto la promessa fatta a giugno alla famiglia di Vittorio Arrigoni di consegnare il fascicolo con i risultati delle indagini svolte in questi mesi. L’inchiesta condotta dalla Procura militare di Hamas sul sequestro e l’assassinio dell’attivista e giornalista italiano - compiuti da un (presunto) gruppo salafita esattamente tre mesi fa a Gaza - si è chiusa nella seconda metà di giugno, come le autorità avevano annunciato il mese scorso e riportato dal manifesto. Il file è stato consegnato ai giudici militari che lo stanno esaminando e si preparano a decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio per due palestinesi (al momento in carcere) coinvolti nell’omicidio (altri due sono rimasti uccisi in un conflitto a fuoco con reparti scelti di Hamas poco dopo l’assassinio di Vik, un quinto indagato è in libertà vigilata). Tuttavia l’assicurazione data da più parti all’avvocato italiano Davide Tundo, che per mesi è stato consulente a Gaza city del «Centro per i Diritti Umani » e costante punto di riferimento della famiglia Arrigoni, che il fascicolo sarebbe stato messo a sua disposizione in modo da essere portato in Italia e tradotto, non è stata sino ad oggi realizzata. È chiaro da tempo che solo la diffusione dei verbali degli interrogatori degli imputati potranno chiarire i motivi che hanno spinto i rapitori a prendere in ostaggio Vittorio, il perché del suo assassinio e se è esistita una regia esterna. La speranza si è trasformata nell’ennesima delusione. A riferire al manifesto questo passaggio dall’entusiasmo allo scoraggiamento è lo stesso Tundo, rientrato da qualche giorno in Italia. «Il fascicolo relativo alle indagini è stato depositato il 23 giugno - racconta l’avvocato -, quel giorno con un collega del «Centro per i Diritti Umani» ci siamo recati in Procura (a Gaza city, ndr). Era l’occasione che aspettavamo da tempo: io ero in partenza pochi giorni dopo e avevamo insistito con le autorità locali affinché il deposito del fascicolo avvenisse in tempo utile da permettermi di ottenere tutte le copie necessarie da consegnare alla famiglia Arrigoni». Sembrava fatta, e invece. «Seduto e trepidante in Procura - prosegue Tundo - osservavo l’impiegato fare copia del fascicolo, nonostante le bizze della fotocopiatrice. Ma all’improvviso è arrivato il colpo di scena. Ci viene detto che la procura che avevamo ottenuto (dalla famiglia Arrigoni) di seguire le indagini e portare in Italia quel prezioso file non andava più bene». «Si trattava solo di apporre i timbri di "conformità" e pagare il dovuto – aggiunge il legale – mail procuratore capo ha bloccato tutto. A suo dire la traduzione in arabo della procura doveva avvenire da parte della Delegazione Palestinese in Italia, con apposizione del relativo timbro, più un altro timbro non meglio specificato del Ministero degli Esteri italiano. Una carenza legale mai rilevata prima. «Da quel giorno - conclude l’avvocato italiano - è iniziato un tira emolla che non ha portato risultati: le copie sono rimaste lì (a Gaza) e con esse la verità nella vicenda di Vittorio, secondo gli inquirenti di Hamas». Questo atteggiamento ostruzionistico delle autorità di Hamas non nasce dall’irrazionalità, ma punta evidentemente a obiettivi molto concreti. E non si tratta in ogni caso di paura della verità. Chi scrive, alla luce degli elementi a sua disposizione, esclude che Hamas, come organizzazione politica e militare, sia coinvolta nella pianificazione ed esecuzione del sequestro di Vittorio (così come tende ad escludere la «regia esterna»). È possibile invece che il governo di Hamas voglia usare la tragica vicenda di Vittorio Arrigoni per conquistare riconoscimenti politici. Ma se quello della Delegazione Palestinese in Italia (quindi dell’Anp di Abu Mazen) è relativamente facile da ottenere, quello del Ministero degli esteri italiano potrebbe rivelarsi un ostacolo insuperabile. L’Italia di Silvio Berlusconi rifiuta qualsiasi rapporto con Hamas e alla luce dei suoi stretti rapporti di amicizia e di alleanza con Israele, è assai improbabile che accetti di ufficializzare, con un timbro del ministero degli esteri, un documento destinato al movimento islamico. Non vorremmo perciò che i desideri nascosti di Hamas e l’intransigenza del governo di Roma neghino la possibilità di poter apprendere informazioni decisive ai famigliari di Vittorio su quanto è accaduto tra il 14 e il 15 aprile scorsi. I genitori, Egidia Beretta ed Ettore Arrigoni, la sorella Alessandra, la compagna di Vik, hanno il diritto di sapere e con essi tutti coloro che in Italia e in vari paesi amavano e stimavano Vittorio e il suo lavoro a sostegno dei diritti dei palestinesi di Gaza.

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16 luglio 2011

I rapporti del PD con Israele, un elogio immeritato

 

Firmato Tobia Zevi

Testata: Corriere della Sera
Data: 15 luglio 2011
Pagina: 42
Autore: Tobia Zevi
Titolo: «Bersani chiama in causa l'Europa, così la sinistra rivede il Medioriente»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 15/07/2011, a pag. 42, l'articolo di Tobia Zevi dal titolo " Bersani chiama in causa l'Europa, così la sinistra rivede il Medioriente ".


Tobia Zevi

Tobia Zevi, dall'Unità al Corriere della Sera.
Il pezzo è tutto un elogio di Bersani e del PD e dei suoi rapporti con Israele e e il Medio Oriente. Secondo Zevi c'è stato un miglioramente rispetto al passato. Sì, Bersani, contrariamente a D'Alema, non è andato a braccetto con Hezbollah. Ma ha invitato l'Europa a riconoscere a settembre lo Stato palestinese e il senatore Vincenzo Vita sta facendo una raccolta di firme per richiedere la stessa cosa. Questo comporterebbe un conflitto e la cancellazione di tutti i negoziati precedenti, di Oslo...ma che cosa vuole che sia rispetto all'importanza di un po' di propaganda di partito?
Lo zelo in politica può portare a buoni risultati per chi lo pratica, essendone la pratica della decenza, in genere, esclusa.
Ecco il pezzo:

Il recente viaggio di Pierluigi Bersani mostra un’evoluzione profonda della sinistra italiana nei riguardi della questione mediorientale. Si tratta di un tema assai evocativo per la base, storicamente più sensibile alle ragioni dei palestinesi, sebbene nel corso degli anni leader come Piero Fassino, Walter Veltroni e Nicola Zingaretti abbiano espresso posizioni equilibrate. Il primo elemento di novità è che il conflitto israelo palestinese, drammatico e urgente, non è più sufficiente a spiegare le tensioni mediorientali e mediterranee; le «primavere» degli ultimi mesi descrivono scenari diversi, problematici e al tempo stesso positivi, in cui le giovani generazioni mirano a ottenere diritti e libertà. I regimi provano a resistere al cambiamento in maniera brutale, primi fra tutti Iran e Siria, e tutto ciò non riguarda né gli israeliani né i palestinesi. Bersani ha ribadito la necessità di ritornare ai negoziati. Nel riconoscere legittima l’aspirazione palestinese a uno Stato indipendente, il segretario Pd ha sottolineato la necessità che Israele possa vivere in pace e sicurezza (ricevendo rassicurazioni sulla composizione del governo da parte di Abu Mazen). Senza affrontare i termini di un possibile accordo, occorre chiarire che anche gli israeliani hanno fretta: sanno bene che nel giro di pochi anni gli ebrei rischiano di non essere più la maggioranza della popolazione, negando in questo modo l’essenza stessa del sionismo. Come afferma Sergio Della Pergola, stimatissimo demografo, in futuro Israele non potrà essere contemporaneamente ebraico, grande e democratico. Dovrà rinunciare a uno tra questi aggettivi, auspicabilmente il secondo. Infine, in un’epoca di egoismi, divisioni e scarsa propensione alla visione futura, Bersani ha rimesso al centro l’Europa, che spesso in questi anni si è più volentieri schierata tout court con i palestinesi, rinunciando a esercitare una funzione di supporto e mediazione tra le parti. Non è certo un lavoro semplice, ma chi se non l’Europa ha da guadagnare da un Mediterraneo pacificato?

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16 luglio 2011

Marketing religioso al sapore di kebab

 

Articolo Principale

di Bianca Maria Sacchetti



Un tempo ci si accontentava degli oracolari bigliettini custoditi nei biscotti della fortuna: “pensa all’amicizia”, “non trascurare l’amore”, “vivi all’insegna della pace interiore” e così ad infinitum, attingendo al sapienziale e piuttosto scontato repertorio della morale universale.

Qualcosa è cambiato.

Accade a Bologna, in centro, proprio questi giorni: tra friggitrici e bozzoli di carne unta di vitello si possono trovare dei bizzarri depliant dal titolo “Conoscere l’Islam e i musulmani”.

Una piccola manciata di fogli scritta in italiano e parata nei pressi delle casse di kebabbari o minimarket, poggiata tra un sacco di spezie e una confezione di basmati.

Limpido l’intento didascalico alla base di questa operazione: l’opuscolo vuole fungere da prontuario, fornendo delle risposte essenziali ai più discussi e complessi interrogativi relativi alla cultura islamica. Un’appariscente foto del Corano campeggia in copertina, dando un assaggio di quelli che saranno i contenuti principali del libercolo: Maometto e il suo credo, declinati in ambito religioso, di costume e spirituale.

Non si tratta di un disegno confuso o con mire poco precise: questo vademecum è scritto in italiano non a caso ma, forse, oltre che con l’idea di far conoscere e informare circa i principi cardine tramandati dal profeta della Mecca, anche con quella di fare del diretto proselitismo.

Cauta e sorpresa la reazione di Daniele Parracino, vicepresidente del Centro islamico di via Pallavicini, nei confronti di questa iniziativa firmata, con buone probabilità, dalla comunità musulmana bengalese del Bologna Muslim Center. Prende così le distanze dal progetto, ma ci tiene a ribadire che non vede in questi fogli alcuna venatura di proselitismo o desiderio di contaminazione religiosa: “Si tratta di un modo per fare informazione all’interno della stessa comunità bengalese. Noi musulmani dobbiamo testimoniare l’Islam ma spetta al Creatore diffonderlo”.

Si tratta davvero di una semplice testimonianza? Quindi soltanto una trovata didattica che si esaurisce nella fruizione da parte delle medesime comunità di fede islamica?

Ben vengano in ogni caso gli edificanti tentativi di diffusione, dialogo e informazione, purché mediante messaggi e resoconti il più possibile obiettivi e aderenti al vero.

“I musulmani professano una religione di pace, misericordia e perdono […] L’Islam vede la donna, sia essa nubile o sposata, come un individuo con propri diritti, con la facoltà di disporre di beni e denari propri”: sono enunciati che avviano riflessioni e dibattiti sull’essenza di questo interessantissimo credo e sui risvolti e le manifestazioni possibili oltre che sulle auspicate forme di convivenza e dialettica tra le nostre tradizioni e identità e le loro.

Il veicolo scelto per questo tipo di comunicazione è senz’altro efficace: non barbosi convegni o monografie corredate di dettagliatissime bibliografie, nemmeno arringhe strillate per le strade alla maniera degli invasati predicatori americani che sgomentano vaticinando sull’imminente fine.

Dei fascicoletti, chiari e concisi, pensati apposta per quei pochi luoghi, in Italia, di reale aggregazione tra noi e loro: scagli la prima pietra chi, a fine serata, non ha mai ceduto alla voglia di un succulento Kebab grondante di olio o non si è mai rifornito di curry o salsa di soia in quei variopinti minimarket turchi o persiani.

http://www.fareitalia.com/403_marketing_religioso_al_sapore_di_kebab




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16 luglio 2011

Libano: Nasrallah vieta le manifestazioni pro dissidenti siriani

 
il legame fra Hezbollah e satrapo siriano è indissolubile

Testata: Il Foglio
Data: 15 luglio 2011
Pagina: 3
Autore: Redazione del Foglio
Titolo: «Troppo legato a Damasco, lo sceicco di Hezbollah è in affanno»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 15/07/2011, a pag. 3, l'articolo dal titolo "Troppo legato a Damasco, lo sceicco di Hezbollah è in affanno".


Nasrallah con Bashar al Assad

Roma. Hassan Nasrallah è in un momento difficile. Il leader del movimento islamico libanese ha per la prima volta fatto male i calcoli: il Partito di Dio si trova a dover gestire una situazione scomoda, perché Nasrallah ha deciso di rimanere fedele all’alleato siriano fino in fondo, mettendo a repentaglio la sua immagine di eroe della resistenza araba e correndo il rischio di scontentare la base politica della sua legittimità. Il problema, spiega Nadim Shehadi, analista del think tank britannico Chatham House, è che “Nasrallah non è un politico eletto come gli altri: certamente i suoi parlamentari devono rendere conto alle urne, ma oltre a fare promesse elettorali, devono fare i conti con la narrativa di resistenza che costituisce il loro manifesto politico”. Nasrallah, per primo, ha creato per sé l’immagine dell’eroe della lotta agli imperialismi, del leader duro e puro incapace di scendere a compromessi e sempre pronto a difendere la causa delle fasce più deboli (la minoranza sciita è la frangia più povera della società libanese). Il Partito di Dio è nato come movimento sociale dal basso, radicatosi sul territorio tramite l’assistenzialismo e la retorica, che si è trovato, dopo il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Libano nel 2000 e la successiva guerra con Israele nel 2006, al posto di onore nel firmamento dei movimenti arabi: tra il 2000 e il 2008 i poster e le bandiere con lo stemma di Hezbollah erano venduti a turisti e locali in tutte le capitali arabe, da Ramallah a Damasco fin nel lontano Marocco. Ora in Siria i manifestanti bruciano regolarmente le bandiere di Hezbollah e nel resto della regione il leader ha perso quell’aura di eroe di cui godeva tra la popolazione. La semi caduta di Nasrallah “non è stata causata da un evento singolo – spiega Shehadi – il leader dirige ancora il Partito di Dio, da un bunker nascosto da qualche parte nel Libano del sud, e il 13 giugno partiscorso è riuscito a imporre a Beirut un governo di coalizione guidato da Hezbollah, ma ciò che si nota è un allontanamento della base politica di Hezbollah dalla sua leadership, la cui legittimità è quanto mai incerta”. Intanto a Beirut traspaiono i primi segni di nervosismo da parte della leadership del Partito di Dio, racconta in un’intervista al Foglio Hanin Ghaddar, editrice del quotidiano liberal libanese Now: “Da quando in Siria sono scoppiate le manifestazioni contro il regime di Assad, in Libano diversi gruppi di attivisti hanno tentato di inscenare dimostrazioni in sostegno ai rivoltosi siriani, ma ogni tentativo è stato stroncato sul nascere dalle risposte, spesso violente, di gruppi impuniti di sostenitori di Nasrallah, che hanno picchiato gli organizzatori, spesso lasciandoli in fin di vita”. Oltre alle bande di teppisti islamisti, per le strade di Beirut sono tornate le camicie nere, la divisa non ufficiale dei sostenitori di Hezbollah, con l’intento di intimorire e sedare ogni manifestazione di scontento e solidarietà con la protesta siriana. Non è la prima volta che Hezbollah usa questa tattica, già nel 2010 come prova di forza (anche se disarmata) ha bloccato la città per impaurire la popolazione. “In meno di una settimana tutto cambiò”, continua Shehadi. Hezbollah, volendo giocare d’anticipo sul Tribunale speciale per il Libano (Tsl) che avrebbe indicato membri dell’organizzazione tra i responsabili dell’assassinio dell’ex primo ministro libanese, Rafiq Hariri, fece cadere il governo il 12 gennaio scorso. Una settimana dopo è cominciata la primavera araba che ha cambiato radicalmente gli equilibri politici regionali. “Per Nasrallah è stato un cambiamento brusco – evidenzia Shehadi – che ha colpito Hezbollah nel momento di massima influenza politica del suo alleato siriano: gli Stati Uniti avevano appena riaperto un’ambasciata a Damasco, gli europei arrivavano a Damasco a frotte e anche l’Arabia Saudita era intenzionata a saldare i rapporti con gli Assad, condizioni che Nasrallah ha giudicato sufficienti per togliere di mezzo il governo Hariri”. La situazione è ora opposta. La Siria vacilla sotto le proteste dei manifestanti e nel tentativo di prendere tempo Hezbollah ha lasciato il Libano senza governo per quasi sei mesi. Il contesto politico è però soltanto peggiorato e nelle ultime settimane si è molto speculato sulla possibilità di un attacco di Hezbollah contro Israele per allentare le pressioni su Assad.

Il bluff di Nasrallah
Per Ghaddar, “le condizioni politiche in Libano non permettono che Nasrallah cominci una guerra per quattro motivi”. Primo: la comunità sciita del sud del Libano, della valle del Bekaa e dei quartieri sud di Beirut sta ancora pagando le ripercussioni del conflitto del 2006. Molti palazzi, distrutti dai bombardamenti, non sono ancora stati ricostruiti e numerose famiglie aspettano ancora di essere compensate per i morti e i feriti che hanno donato alla causa. Gli sciiti non si sono d’un tratto ammorbiditi con Israele, ma le condizioni economiche e la percezione generale che una guerra sarebbe più a favore della Siria (molti libanesi vedono Damasco con astio dopo l’occupazione di quasi tre decenni durata fino al 2005) che per difendere gli interessi libanesi, giocano a sfavore di Nasrallah. Secondo: sono molti i dubbi sui doppi standard assunti da Hezbollah, che nei primi mesi della primavera araba ha pronunciato parole di favore e elogio ai manifestanti del nord Africa, per poi tacere e difendere gli Assad (gira voce che Hezbollah abbia mandato uomini armati in Siria per aiutare Damasco). Terzo: se Hezbollah cominciasse una guerra, la vittoria sarebbe tutt’altro che sicura. Una sconfitta significherebbe per Nasrallah perdere l’aura di eroe liberatore, il sostegno degli sciiti e le armi che nasconde nel sud del paese, una delle ragioni che permettono di mantenere un’egemonia nella politica libanese. Quarto: “La vittoria divina”, così la definiscono, del 2006 portò una quantità notevole di capitali “amici” al Libano del sud: Qatar e Iran intrattennero per mesi una gara a chi fosse in grado di aiutare di più i villaggi del Libano del sud in via di ricostruzione. Su ogni cantiere o edificio si possono leggere cartelli di ringraziamento ai paesi donatori. Sono passati sei anni e l’Iran è nel mezzo di una crisi economica (morso dalle sanzioni internazionali) e politica (la lotta di potere interna tra Ahmadinejad e Khamenei) e non è più in grado di sostenere lo stesso livello di aiuti degli anni precedenti. I rapporti tra Qatar e Hezbollah sono invece al momento gelidi a causa della questione siriana, la cui difesa senza remore da parte di Nasrallah ha alienato il governo di Doha.

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15 luglio 2011

I cristiani scappano dai Paesi islamici, non da Israele

 

Perchè Noè Ghidoni scrive il contrario su Avvenire?

Testata: Avvenire
Data: 15 luglio 2011
Pagina: 32
Autore: Noè Ghidoni
Titolo: «Gerusalemme, fermiamo l'esodo dei cristiani»

Riportiamo da AVVENIRE del 14/07/2011, a pag. 32, l'articolo di Noè Ghidoni dal titolo "Gerusalemme, fermiamo l'esodo dei cristiani ".

La comunità cristiana che vive a Gerusalemme Est è costretta a fuggire per causa degli arabi. Sovente è vietato alla comunità cristiana di frequentare i luoghi santi che si trovano in Cisgiordania; però, Noé Ghidoni scrive: "(...) costruzione di nuove case per le giovani coppie di Gerusalemme che potranno rimanere nella città senza essere costrette ad abbandonarla per emigrare, spesso all'estero, a causa delle restrizioni imposte dall'autorità governativa dopo l'occupazione del 1967. " Secondo Noé Ghidoni i cristiani sono costretti a emigrare per colpa di Israele e non per colpa degli arabi. Ricordiamo a Noé Ghidoni che a costringere i cristiani ad abbandonare le proprie case sono proprio i palestinesi così come è sancito pure nello statuto dell'ANP dove la Palestina deve essere libera dai cristiani e dagli ebrei. Inoltre in Israele tutti i cittadini godono degli stessi diritti, senza distinzioni di sesso e religione. Ghidoni, invece di preoccuparsi della inesistente emorragia di cristiani da Israele, si preoccupi da quella reale da tutti i Paesi islamici.
Ghidoni scrive: "
Parole dure riguardo ai danni provocati dal muro di 700 chilometri che isola la popolazione palestinese, rendendo difficile un futuro di convivenza dopo che un'intera generazione è nata, cresciuta e vissuta sperimentando violenza, occupazione, separazione, odio, in un conflitto che dura da 64 anni. "Un muro di 700 chilometri ? Basterebbe questa bufala per togliere qualunque credibilità all'articolo, perchè prima di scrivere Ghidoni non si informa ?
La violenza perpetrata dai palestinesi ai danni dei cristiani non è per colpa della barriera, né di Israele. Se lo Stato ebraico ha dovuto erigere la barriera è stato a causa del terrorismo palestinese. La barriera protegge tutti i cittadini israeliani dagli attentati, cristiani compresi.
Ecco l'articolo:

Fa decisi passi avanti il progetto «Una casa per le giovani coppie di Gerusalemme» in programma per ricordare adeguatamente, con un segno significativo e concreto, il prossimo 40 anniversario di fondazione del Mcl nel 2012. C'è stato il passaggio, non solo formale ma partecipato e articolato, nel Consiglio nazionale dello scorso giugno e l'incontro a Firenze con il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal che, nella sala della sede provinciale del Mcl, ha ricevuto dal presidente Carlo Costalli una prima tranche del contributo destinato alla costruzione di case a Beit Safafa, un piccolo quartiere arabo nella periferia sud-est di Gerusalemme, a metà strada tra Patt e Gilo, verso la periferia di Betlemme. In verità quello per le case non è il primo intervento del Mcl in Terra Santa. Infatti da tempo vengono sostenute le opere del Patriarcato: negli ultimi anni si è finanziata la costruzione di quell'enorme opera costituita dall'Università di Madaba in Giordania, territorio che appartiene al Patriarcato insieme con Israele, Palestina e Cipro. dal Papa che ne benedì la prima pietra nel 2009, aprirà i battenti nel prossimo ottobre con le sue sette facoltà ed il campus che potrà, a regime, ospitare 8000 studenti e 500 tra docenti e operatori. Ciò che ha indirizzato il Mcl a sostenere quest'opera educativo-formativa è stata la prospettiva di formare una classe dirigente illuminata che apprendesse la tolleranza, l'apertura di spirito e l'impegno per il bene comune provenendo non solo dalla Giordania ma anche dalla regione del Golfo, dal Maghreb e dall'Africa. L'intenzione del Mcl è di concentrarsi ora sul progetto di costruzione di nuove case per le giovani coppie di Gerusalemme che potranno rimanere nella città senza essere costrette ad abbandonarla per emigrare, spesso all'estero, a causa delle restrizioni imposte dall'autorità governativa dopo l'occupazione del 1967. Dopo un'accesa disputa legale, il Patriarcato ha avviato un progetto, anche in questo caso molto rilevante, che comporta una previsione di spesa di 16/17 milioni di dollari. È la costruzione di queste case che il Mcl ha deliberato essere l'impegno-simbolo per il 40° anniversario. A tale progetto ha fatto ampio riferimento il patriarca Twal nel corso degli incontri fiorentini tra i quali anche quello con l'arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori. Insiste Twal su Gerusalemme quale «Chiesa del Calvario» provata dalla diaspora (cui si vuole far fronte con le nuove case), dalla difficoltà di muoversi, di lavorare, di studiare, dall'impossibilità per i cristiani arabi di accedere ai luoghi santi. Parole dure riguardo ai danni provocati dal muro di 700 chilometri che isola la popolazione palestinese, rendendo difficile un futuro di convivenza dopo che un'intera generazione è nata, cresciuta e vissuta sperimentando violenza, occupazione, separazione, odio, in un conflitto che dura da 64 anni. Secondo il patriarca, l'occupazione non fa bene né all'occupante né all'occupato: l'uno ha costantemente paura di prendere misure contro la smilitarizzazione, l'altro anziché vivere di collaborazione, riconciliazione e amore, vive di rifiuto, odio e resistenza che può arrivare alla totale disperazione. Significativa e drammatica la risposta al quesito di uno dei presenti (tra i quali il presidente dell'Ucoi, Izzedin Elzii fiorentino di origine palestinese) quando afferma che Israele ha più preoccupazioni e paura della pace che dell'attuale conflitto. Ma Twal indica Gerusalemme anche come «Chiesa della Risurrezione, della speranza, della gioia» che un piccolo gregge di cristiani (il 2% della popolazione) tiene viva nella sua dimensione profetica. Certo, con l'aiuto di quanti vogliano sostenere la sopravvivenza di quella che si indica come Chiesa madre, Chiesa delle radici di ciascuno di noi.

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15 luglio 2011

La purezza della razza

 

E’ caldo, c’è un cielo plumbeo sui tetti di Roma. Mi chiamo Mario Donati e sto andando al lavoro, sono un sarto, ho un negozio vicino a Piazza dell’Esedra. Mi fermo all’edicola, compro il mio giornale, Il Giornale d’Italia. L’edicolante, di solito molto cordiale, non parla e resta serio, non mi chiede di mia moglie e dei bambini. La prima pagina, titola “Il fascismo e i problemi della razza.”. E’ il 15 luglio del 1938.

Leggo. Dieci grandi scienziati italiani, gente del mio Paese, quello dove sono nato, cresciuto, dove ho sorriso, pianto, amato e vissuto, hanno scritto “Il manifesto della razza”. Dice che le razze umane esistono davvero, che la razza è un concetto biologico e non culturale, che gli italiani sono di razza ariana, che sono una razza pura e non “infettata” da altri popoli e nazioni, e che bisogna fare tutto il possibile perché resti una razza pura. C’è scritto anche che gli ebrei non appartengono alla razza italiana.

Oddio. Io sono ebreo. Dunque, non sono italiano. Mia moglie però non era di religione ebraica. Lei sarebbe ariana, anche se non so cosa voglia dire. E Riccardo e Elena, i nostri figli, cosa saranno? Oddio, perché l’ortolano mi sta guardando con quella faccia? Che cosa ho io di diverso? Cosa ha da gridare quel tipo in camicia nera, davanti al mio negozio? Cosa sta succedendo, e cosa ne sarà di noi, domaniAggiungi un nuovo appuntamento per domani?

Il manifesto sulla purezza della razza fu sottoscritto da 180 scienziati, 140 politici, giornalisti, ed intellettuali. Poche settimane dopo furono varate le prime leggi razziali: Ai “non ariani” fu impedita l’iscrizione a Università e scuole pubbliche, tolto il posto nei pubblici uffici, impedito il matrimonio “misto”. Seguirono poi per molti l’internamento e anche la deportazione. La shoah ci fu anche in Italia.

Ricordiamo che questo è stato, perché spesso facciamo persino finta che non sia mai accaduto. E ci sono molti imbecilli che potrebbero farlo succedere ancora.

http://www.giornalettismo.com/archives/133687/la-purezza-della-razza/




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15 luglio 2011

Un’altra occasione storica mancata?

 
Di Moshe Elad
L’Autorità Palestinese è più vicina che mai a farsi riconoscere internazionalmente come uno stato indipendente. E sta per ricevere aiuti sovvenzioni senza precedenti: sono molti gli stati che intendono partecipare e contribuire alla seconda conferenza di Parigi, in programma fra un paio di mesi, allo scopo di permettere a Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e alla sua futura amministrazione indipendente di funzionare come uno stato sovrano, e non solo come un’entità politica. Non basta. Le città della Cisgiordania hanno conosciuto negli ultimi due anni uno straordinario periodo di calma e prosperità. In questo momento vi sono non meno di 400 progetti in corso in tutta la Cisgiordania: costruzione di nuovi quartieri e città (Rawabi), oltre a fabbriche e una centrale elettrica. L’attuale presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen e il suo primo ministro Salam Fayyad si rifiutano di adottare il vecchio approccio di Yasser Arafat, che si atteneva all’assioma “prima lo stato, poi l’economia”. Essi, al contrario, hanno dimostrato alla loro gente che non vi è alcuna contraddizione fra le due cose, a meno di non essere un fanatico eversivo come Arafat, che tramava contro i trattati di pace da lui stesso firmati.
Abu Mazen e Fayyad hanno contribuito allo sviluppo dell’economia della Cisgiordania e al miglioramento della qualità della vita di una buona parte dei suoi abitanti. Ma la loro missione è tutt’altro che compiuta, ed è sui prossimi sviluppi di cui si è detto che essi appuntano le loro speranze. Invero, la situazione attuale lascia spazio a qualche speranza.
Tuttavia, accanto a questo quadro moderatamente ottimista, c’è anche chi cerca di portare tempesta nei cieli di Cisgiordania. Gruppi di oppositori palestinesi, non necessariamente affiliati a Hamas e Jihad Islamica, insieme a vari mass-media arabi ed anche israeliani, puntano sul 15 maggio (il “giorno della Naqba”) come la data per far esplodere una nuova intifada. Se scoppiasse davvero la nuova “intifada” (dopo l’intifada delle stragi del settembre 2000 che affossò il processo di pace degli anni ’90), questo terzo round diventerebbe noto come l’“intifada di Facebook” per via delle centinaia di migliaia di utenti del social network che la sostengono.
Ma intifada contro chi? In realtà, anche su questo fronte i palestinesi stanno registrando un primato assoluto. I “dimostranti on-line” seguono effettivamente l’esempio dei giovani arabi che si sono sollevati in Medio Oriente contro i corrotti regimi al potere in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen e Siria. Ma quando si tratta di individuare il bersaglio, l’obiettivo dei dimostranti palestinesi su Facebook non sono i regimi che li governano in Cisgiordania e a Gaza, bensì Israele. Sicché, guarda caso, la sollevazione sarebbe diretta contro Netnayhau e Barak.
Il che probabilmente marcherebbe un’altra opportunità storica mancata, dopo le tante che i palestinesi si sono presi la cura di mancare puntualmente nel corso di decine di anni di conflitto. Giacché lo scoppio di una nuova intifada si tradurrebbe in un suicidio politico e socio-economico senza precedenti da parte degli abitanti della Cisgiordania, logica vorrebbe che essi se ne tengano ben lontani. In passato, però, ad ogni analogo snodo politico – dalla Commissione Peel del 1937, al Piano di spartizione del 1947, agli Accordi di Oslo del 1993-95 – non fu la logica a guidare le azioni delle dirigenza palestinese e del popolo che la seguiva, quanto piuttosto uno sfrenato fanatismo nazionale. Questa esplosione di emotività ha dato luogo a termini come Naqba (disastro) e intifada (sollevazione) e i bersagli sono stati sempre e solo Israele, il sionismo, gli ebrei.
I prossimi mesi saranno un vero test, per la dirigenza e l’opinione pubblica palestinese. Di Abu Mazen e Fayyad verrà messa alla prova la capacità di imprimere una svolta storica all’interno della società araba in Cisgiordania. Per questi due leader, che nei mesi scorsi hanno continuato ad elogiare e celebrare i “martiri” terroristi palestinesi intestando strade e piazze alla memoria di stragisti e massacratori di civili israeliani, non sarà certo facile passare repentinamente a predicare la pace come se fossero frati di Madre Teresa di Calcutta. E tuttavia non hanno altra opzione se non quella di mostrare un’alternativa nazionale che sia in grado di sostituire l’Autorità Palestinese con un vero stato capace di proporre una valida alternativa socio-economica all’Hamastan di Gaza e ai suoi mali disastri sociali ed economici. Festeggiando la loro 63esima Giornata dell’Indipendenza, gli israeliani, tra uno spettacolo e un buon barbecue, dovranno dare un’occhiata a cosa accade presso i loro vicini orientali.

(Da: YnetNews, 5.4.11)




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15 luglio 2011

Bambini indottrinati all’odio

 
Ogni anno, a novembre, la TV ufficiale dell’Autorità Palestinese, controllata dal Fatah del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen), commemora l’anniversario della morte, nel 2004 presso Parigi, di Yasser Arafat.
Il 10 novembre del 2009 e 2010 lo ha fatto mandando in onda delle “interviste” a ragazzini palestinesi che rispecchiano fedelmente gli insegnamenti loro impartiti, e rilanciati dalla tv ufficiale, che si fondano – come si può constatare dai brani qui riportati – su glorificazione della forza, della guerra e del rifiuto della pace, apologia dei concetti di “martirio” e di vendetta, acritiche teorie del complotto, totale sovrapposizione fra ebrei e israeliani e calunnie antisemite.

Questa che segue è la traduzione di alcuni stralci di quelle interviste.
Per vedere il filmato (con sottotitoli in inglese):
http://www.youtube.com/user/PalestinianWatch#p/a/u/1/EYj4Li4Dc_s


Presentatore: Sia benedetto Yasser Arafat. Ed ecco ora alcuni messaggi da bambini di Palestina.

Primo ragazzino: «Fui molto, molto triste quando Arafat morì da “shahid (martire), perché era un brav’uomo e un combattente. Fece cose per mezzo della lotta, prese parte alla lotta, non fece la pace e così via. Voleva combattere.»

Secondo ragazzino: «Yasser Arafat fu un presidente molto, molto importante. Resistette a tutti i nemici e non aveva paura di nessuno. Tutti gli ebrei e gli israeliani e i popoli che sono contro di noi avevano paura di lui. Quando morì, morì per avvelenamento.»

Prima ragazzina: «Dico che è morto per avvelenamento ad opera degli ebrei. Questo dico.»

Terzo ragazzino: «Arafat diceva: “Mi vogliono morto, mi vogliono prigioniero. Ma io dico loro: martirio, martirio, martirio”.»

Seconda ragazzina: «E’ stato il nostro primo presidente. Era assediato a Ramallah, e quando era assediato noi eravamo molto sconvolti. Gli ebrei lo avvelenarono e io li odio molto. Allah li ripagherà come meritano.»

Quarto ragazzino: «E’ morto per avvelenamento ad opera degli ebrei. Beh, non so di cosa è morto, ma so che è stata opera degli ebrei.»

Quinto ragazzino: «Distrussero tutta la sua casa e lui rimase in una sola stanza, e alla fine gli ebrei lo avvelenarono e diedero la colpa a qualcun altro.»

(Da: PalestinianWatch)




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15 luglio 2011

La Gaza di cui nessuno parla: aperto un nuovo hotel di lusso!

 

Nella Gaza “assediata” sta aprendo un nuovo hotel con piscina e un elegante ristorante

Mentre Israele e il mondo sono impegnati con la flottiglia, i cittadini di Gaza sono impegnati a prepararsi all’inaugurazione di un lussuosissimo hotel in città. L’Hotel “Movenpick” aprirà tra alcuni giorni per attirare i turisti dai Paesi Arabi (che già possono usufruire di un centro commerciale di livello internazionale)

Troveranno a riceverli sontuosi ingressi rivestiti di marmo e pietra, un costosissimo ristorante e una moderna piscina. Quest’estate a Gaza c’è una nuova moda: affittare stanze sulla spiaggia. Una stanza costa 1400 NIS al giorno a famiglia e c’è una grandissima richiesta. A Rafah, la scorsa settimana ha aperto un villaggio vacanze che offre piscine e ristoranti e ha in previsione di costruire un ristorante sul mare, sulla costa davanti a Gaza.

(Fonte: FocusMo, 12 luglio 2011)

Nella foto: uno scorcio dell’hotel di lusso Movenpick di Gaza

Per ulteriori dettagli cliccare qui e qui



 

 Scritto da Emanuel Baroz focus on israel




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14 luglio 2011

Quando moriremo da martiri”: hit delle canzoni per bambini arabi

 
Prosegue incessante l’indottrinamento all’odio sulla tv per bambini arabi. La band musicale di “Uccelli del Paradiso” ha diffuso una nuova canzone nella quale i bambini cantano il loro desiderio di immolarsi come shahid (martiri), il termine comunemente usato per indicare chi muore combattendo per la jihad (guerra santa), compresi gli stragisti suicidi.
La canzone, interpretata dal coro di bambini dell’emittente televisiva per l’infanzia araba “Uccelli del Paradiso”, dice: “Quando moriremo da shahid (martiri), andremo in paradiso. No, non dite che siamo piccoli, questa vita si ha resi adulti. Senza la Palestina, che significato ha la fanciullezza? Anche se ci daranno il mondo intero, questo non ce la farà dimenticare (la Palestina). Il mio paese e il mio sangue sono per lei”.
Durante la canzone, appare anche un adulto che canta: “Bambini, voi avete tenuto fede ai vostri precetti religiosi. Non c’è altro Dio se non Allah e lo shahid (martire) è il più amato da Allah. Voi ci avete insegnato il significato del coraggio virile”.
Verso il termine dell’interpretazione, alcuni bambini in età pre-scolare recitano: “Allah, salva i bambini della Palestina. Allah, vendicati per noi. Allah, esaudisci le nostre preghiere”.
Si tratta dello stesso canale tv che ha già prodotto in passato altre canzoni cariche di violenza anti-israeliana come “I leoncelli di Gaza” e “Quelli che si levano: ritorno in Palestina”. Le canzoni vengono diffuse dall’emittente, che ha iniziato a trasmettere dal Bahrain nel gennaio 2008, fondata dall’uomo d’affari giordano-palestinese Khaled Maqdad. Maqdad, che nel 1994 aveva formato la band di bambini con questo nome, nel corso degli anni ha raccolto fondi per mettere in piedi l’emittente che si è specializzata nel trasmettere clip della sua band. Oltre alle canzoni per bambini, vi abbondano canzoni d’amore per la patria e canzoni che celebrano “eroi come Ahmad Yassin”, il leader e fondatore dei terroristi Hamas ucciso dagli israeliani nel marzo 2002. “Il mio è un progetto privato a basso budget – ha spiegato tempo fa Maqdad in un’intervista al quotidiano saudita Al-Jazirah – Il canale ha conquistato i cuori di milioni di bambini. Ha successo là dove il sistema educativo fallisce, ad esempio con le canzoni delle tabelline, e così aiuta gli insegnanti nel loro lavoro con i bambini”.
La canzone dei bambini “martiri” risulta cliccatissima anche su YouTube. Secondo l’Investigative Project on Terrorism, uno dei più completi database sui gruppi del terrorismo islamista, la canzone spopola sui siti in arabo di tutto il mondo e il coro di bambini che la interpreta sta rapidamente diventando una delle più popolari band di bambini nel mondo arabo. Su YouTube sono già comparse decine di filmati con bambini arabi che mimano il testo della canzone, mentre altri mostrano adulti jihadisti che usano la canzone come loro sottofondo musicale.

(Da: YnetNews, Ha’aretz, 23.6.10)

Per vedere il filmato (con sottotitoli in inglese):
http://www.youtube.com/watch?v=illF1vt5g1Q&feature=player_embedded




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14 luglio 2011

Non si può mescolarre l'islam con l'Occidente

 

Che non si possa mischiare l'acqua e l'olio, non lo dico io, lo dice la scienza, la chimica. Io invece dico che non si può mescolarre l'islam con l'Occidente. IO dico che l'islam è incompatibile con la nostra cultura.

La guerra civile in Sudan iniziata nel 1983 ne è un'altra dimostrazione.

La guerra ebbe inizio per via delle divergenze interetniche e religiose tra le province.

Il fatto avvenne perchè nel nord del Sudan abitano le tribù arabe che confessano l’islam, mentre nel sud abitano i neri che confessano la fede cristiana.

Le ostilità tra di loro sono cessate soltanto nel 2005 e, con il sostegno dell’ONU, sono iniziati i preparativi per la separazione della parte meridionale del Paese.

Nel gennaio scorso sul territorio di tutto il Paese si è finalmete svolto il Referendum i cui risultati hanno dimostrato che il 98 % degli abitanti hanno votato per il riconoscimento dell’indipendenza del Sudan del Sud.

Capitale del nuovo Stato è stata proclamata la città di Giuba, il primo presidente del Paese è diventato l’ex leader dell’Esercito Popolare per la liberazione Salva Kir.

Gli esperti temono che alla guerra civile possa subentrare la contrapposizione tra i due paesi indipendenti.

Sul territorio confinario resta una zona contestata - la provincia di Abiey che tempo fa era molto ricca di petrolio.

Speriamo bene...




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14 luglio 2011

È ufficiale: la Francia, che l’ha voluta, e la NATO, che l’ha appoggiata, stanno perdendo la guerra in Libia

 

Sarkozy e Gheddafi

 

di Massimo Introvigne

È ufficiale: la Francia, che l’ha voluta, e la NATO, che l’ha appoggiata, stanno perdendo la guerra in Libia. Una fitta coltre di propaganda nasconde questa verità, ma per dissiparla è sufficiente chiederei quali erano – rispettivamente – l’obiettivo dichiarato e quello reale della guerra. L’obiettivo dichiarato – proteggere la popolazione civile – è fallito fin dai primi giorni. Una guerra-lampo dove l’intervento della NATO avesse posto fine rapidamente a quella che era a tutti gli effetti una guerra civile tra libici avrebbe potuto in effetti limitare il numero delle vittime, che in questi casi più durano i conflitti, più aumentano. Parecchi mesi di bombardamenti senza esiti hanno fatto invece aumentare, non diminuire i civili colpiti perché le bombe, per “intelligenti” che siano, aggiungono sempre morti a morti.

Il vero obiettivo della guerra, fortemente voluto dal presidente francese Nicolas Sarkozy, era l’eliminazione politica, e possibilmente anche fisica, del colonnello Muhammar Gheddafi, e la sostituzione del suo governo con il Consiglio Nazionale di Bengasi. Quest’ultimo – oltre a rappresentare gli interessi della Cirenaica, da sempre contrapposti a quelli della Tripolitania – è ampiamente una creazione francese e ha alla sua testa un paio di ministri del regime di Gheddafi, che rappresentano interessi tribali entrati in conflitto con il colonnello e sono passati in pochi giorni ai ribelli con il decisivo incoraggiamento di Parigi.

Sul piano diplomatico, Sarkozy ha ottenuto alcuni indubbi successi, compreso quello di trascinare l’Italia, Paese molto influente in Libia e legato da molteplici relazioni al governo di Gheddafi, in un’avventura militare impopolare e ambigua e in un frettoloso riconoscimento del Consiglio Nazionale di Bengasi. Sul piano militare, invece, tutti i calcoli di Sarkozy sono falliti. Nonostante il massiccio appoggio aereo e finanziario della NATO, le truppe del Consiglio Nazionale si sono rivelate raccogliticce e dilettantesche e non sono riuscite a prevalere sul campo. La resistenza dell’esercito fedele a Gheddafi, che doveva durare pochi giorni, va avanti invece da cinque mesi. Finalmente, anche Parigi ora parla di “soluzione politica” e di una trattativa che coinvolga l’attuale governo di Tripoli – con la foglia di fico della non partecipazione personale di Gheddafi ai colloqui -, un riconoscimento esplicito e clamoroso che la “soluzione militare” è fallita.

Che cos’è, però, la “soluzione politica”? Qui le cose si fanno piuttosto fumose. Per quanto Parigi e la NATO debbano dichiarare che non tratteranno con Gheddafi, è chiaro che – a meno che un missile, dopo mesi di fallimenti, centri fortunosamente il suo bunker – è con lui, per interposta persona, che occorrerà mettersi d’accordo. L’idea di portarlo davanti a un tribunale internazionale e processarlo come criminale, com’è evidente, non è una buona base per una trattativa. Anche se nessuno lo dice chiaramente, le ipotesi sul tavolo sono soltanto due.

La prima, che nessuno nella NATO vuole ma che alla fine potrebbe emergere come realistica, è la divisione della Libia in due: a Gheddafi o ai suoi figli e sodali resterebbe la Tripolitania, ai ribelli di Bengasi la Cirenaica. Le due regioni del resto sono state unite artificialmente dal colonialismo italiano e non si sono mai amate. Dal momento che gran parte delle risorse economiche sta in Cirenaica, e le strutture militari sono soprattutto in Tripolitania, questa soluzione costringerebbe la comunità internazionale a una lunga e costosa vigilanza per evitare che fra i due Paesi che risulterebbero dalla divisione della Libia scoppi rapidamente una nuova guerra.

La seconda ipotesi è che, negando a gran voce di farlo, gli uomini di Bengasi – che alla fine rispondono comunque alla Francia – si siedano al tavolo con emissari di Gheddafi e concordino un cessate il fuoco, seguito dalla formazione di un governo provvisorio in cui siano rappresentate le varie componenti e tribù e da una preparazione, presumibilmente lunga, di elezioni.

Questa è l’ipotesi preferita dalla NATO e dall’Italia, ma può funzionare solo se la accetta Gheddafi, che potrebbe anche rinunciare personalmente a ogni carica pubblica in cambio di garanzie sul suo destino personale – preferisce rimanere in Libia con un ruolo onorifico, ma potrebbe accettare di trasferirsi in un Paese “sicuro” – e su quello della sua famiglia estesa e della sua tribù, che evidentemente non potrebbero essere escluse da un processo politico che cerchi di riconciliare tutte le fazioni.

Se però si tenessero tra qualche mese o qualche anno elezioni, chi le vincerebbe? È difficile, senza sfera di cristallo, fare previsioni attendibili ma si può tentare un’ipotesi e segnalare un fatto. L’ipotesi è che gli uomini di Bengasi si rivelino altrettanto inconsistenti sul piano politico come lo sono stati su quello militare. Come in Tunisia e in Egitto, si contrapporrebbero allora una metamorfosi in partito del vecchio regime – un gheddafismo senza Gheddafi, che potrebbe contare su un personale di professionisti della politica e su strutture consolidate – e l’islam politico.

Al riguardo, si deve segnalare che – mentre tutta l’attenzione è su possibili infiltrazioni di al-Qa’ida – pochi si sono accorti che, con massicci aiuti dei loro confratelli egiziani, i Fratelli Musulmani, cioè la principale forza internazionale del fondamentalismo islamico, stanno rapidamente organizzandosi in Libia per diventare in caso di elezioni il primo partito del Paese. Il loro leader libico, Ali al-Salabi, è stato in esilio fino al 2007 quando è rientrato in Libia grazie ai buoni rapporti con il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam, che lo ha voluto nel consiglio di amministrazione della sua Fondazione Internazionale per lo Sviluppo. Questo non gli ha impedito nel 2011 di tessere rapporti anche con il Consiglio Nazionale di Bengasi, di approvare la risoluzione dell’ONU e nello stesso tempo di criticare le modalità dell’intervento della NATO.

I Fratelli Musulmani hanno proposto una bozza di Costituzione, la Carta Nazionale, che proclama la legge islamica, la shari’a, come fonte principale del diritto nella nuova Libia. Ali al-Salabi è considerato uno dei pochi politici libici onesti ed è stimato e popolare sia in Tripolitania sia in Cirenaica. Tra i due litiganti – la famiglia Gheddafi e i ribelli di Bengasi – potrebbero essere lui e i Fratelli Musulmani a emergere, alla fine, come il terzo che vince veramente.

Massimo Introvigne

http://www.imolaoggi.it/?p=209




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14 luglio 2011

Dai libri di scuola a piazza Tahrir

 
Di David E. Miller
Facebook è stato il medium che ha diffuso le parole d’ordine delle ribellioni della “primavera araba”, ma molto probabilmente i testi scolastici – le letture obbligatorie dalla prima infanzia fino a tutti gli anni dell’adolescenza che istruiscono i ragazzi su chi sono e da dove vengono – sono stati all’origine dell’alienazione che ha spinto i giovani nelle piazze.
È quanto hanno affermato alcuni studiosi che si sono incontrati a fine giugno a Gerusalemme, presso l’Istituto Harry S. Truman per la Promozione della Pace, e hanno passato in rassegna le lezioni che gli studenti ricevono dai libri di storia, letteratura, educazione civica e altre materie. “I testi scolastici arabi – spiega Falk Pingel, consulente e ricercatore del tedesco Georg Eckert Institute che si dedica allo studio dei libri di testo – non sono in grado di fare i conti con le diversità interne della società: trasmettono un’immagine omogenea della società che non corrisponde alla realtà”.
I sistemi scolastici in tutto il mondo arabo vengono solitamente criticati per la loro scarsa performance nel generare laureati in matematica, scienze e altre specializzazioni necessarie nel moderno mercato del lavoro. Ma un’analisi critica dei libri di testo in uso in questa regione rivela che essi falliscono anche nella funzione molto più basilare di creare cittadini informati ed istruiti.
Le scuole giocano un ruolo particolare in Medio Oriente e Nord Africa, dove circa il 60% della popolazione è sotto il 30 anni di età. I governi spendono intorno al 20% del loro budget per l’istruzione, ma i tassi di abbandono scolastico sono elevati, i punteggi nei test di valutazione internazionale sono bassi, e circa il 30% della popolazione della regione non è in grado di leggere e scrivere.
Sin dai primi anni, gli studenti possono facilmente constatare la discrepanza che esiste fra ciò che viene insegnato nei corsi di storia ed educazione civica e la realtà attorno a loro, il che li porta a diventare scettici: inizialmente verso la scuola e gli insegnanti, successivamente verso governo e leader. “Il crescente divario fra realtà e libri viene citato come una delle ragioni che hanno portato allo scoppio delle rivoluzioni nel mondo arabo”, dice Pingel.
La Siria, una dittatura sconvolta da rivolte sin dalla metà di marzo, è un potpourri di musulmani sunniti, alawiti, drusi e cristiani. Ma il partito Baath al potere è ideologicamente votato al pan-arabismo e teme che qualunque divisione possa minare la stabilità politica. Di conseguenza, hanno detto gli esperti al convegno, i libri di storia delle scuole siriane non fanno il minimo cenno alle divisioni etniche e religiose del paese, anche se ogni scolaro sa perfettamente a quale identità appartiene la sua famiglia.
Secondo Monika Bolliger, ricercatrice dell’Università di Zurigo che studia i libri di testo siriani, la rivolta in Siria ha evidenziato distinzioni settarie che hanno messo in risalto il fallimento del tentativo dello stato di creare un’unica identità araba onnicomprensiva. Gli studenti siriani da lei intervistati hanno deridono il loro sistema educativo: “Ne parlano come di una assurdità. I siriani spesso raccontano barzellette sul loro sistema d’istruzione, prendendone in giro gli slogan e la propaganda”.
Il curriculum scolastico arabo è altamente centralizzato, uniforme e focalizzato sulla ripetizione più che sull’innovazione, spiega Achim Rohde, ricercatore presso l’Università tedesca di Marburg dove studia i testi scolastici iracheni. Nel tentativo di evitare di affrontare questioni politicamente controverse, il curriculum scolastico iracheno ignora la storia del paese dopo il 1958, anno in cui il re hascemita venne rovesciato da un violento colpo di stato. Dopo di allora il paese è stato governato da una successione di capi del Baath, l’ultimo dei quali, Saddam Hussein, è stato deposto dalle forze alleate nel 2003. Gli alleati hanno cercato di risolvere il problema iracheno delle divisioni settarie rimuovendo dai libri di testo ogni riferimento alle minoranze, compreso l’accenno favorevole alla dottrina religiosa sciita che Saddam aveva ordinato di inserire negli anni ’90 quando cercava di ingraziarseli. Il che, dice Rohde, ha cancellato una fonte di comprensione fra comunità. “I testi scolastici sono parte del problema del settarismo”, spiega il ricercatore. Potrebbero diventare parte della soluzione solo se contemplassero esempi storici di cooperazione inter-settaria. Ma anche in quel caso, aggiunge, la transizione sarebbe difficile e ci vorrebbe tempo. La Tunisia, benché avesse il sistema educativo più sviluppato e moderno, è stata il primo paese arabo a conoscere una rivoluzione perché le sue riforme erano insufficienti.
Secondo Bolliger, dell’Università di Zurigo, lo scetticismo dei siriani verso l’istruzione convenzionale rientra nel più ampio scetticismo verso tutto ciò che sa di versione ufficiale perpetuata dai governi circa la storia e la società, rappresentata anche dai principali mass-media.
Ma non tutti si dicono convinti che i libri di testo giochino un ruolo così importante. Nathan Brown, politologo della George Washington University, dice che i ricercatori accademici sono attratti dai libri di scuola come modellatori della società e degli atteggiamenti perché sono agevolmente disponibili e letti da tutti. Ma, aggiunge, i libri di scuola non costituiscono necessariamente il miglior indicatore della natura di una data società. Striscia di Gaza e Cisgiordania, sebbene politicamente e ideologicamente divise, usano gli stessi testi scolastici. Nel rigido sistema educativo palestinese, un attento studio dei libri di testo è più importante per gli insegnanti che per gli studenti: “C’è ben poca libertà d’insegnamento” spiega Brown.
In Arabia Saudita, una società islamica fortemente conservatrice – dice Eleanor Doumato, già ricercatrice specializzata in libri di testo sauditi al Watson Institute for International Studies della Brown University americana – i testi scolastici ritraggono il paese come parte del “villaggio globale” e come se le donne avessero diritti e libertà che in realtà non hanno. Tuttavia, sottolinea Doumato, il problema non sono i libri di testo, che in nessuna parte del mondo danno una rappresentazione autentica delle società di cui trattano, bensì come vogliono che sia la loro società quelli che sono al potere. Il problema non sono i libri, ma i governi che li sponsorizzano. “I testi di educazione civica dipingono una versione idealizzata della società – conclude Doumato – Il problema è che in Arabia Saudita, sebbene riveriti, gli educatori stessi sono ignoranti”.

(Da: Jerusalem Post, 30.6.11)

Nell’immagine in alto: in una scuola di Gaza, agli scolari viene insegnato il culto dei “martiri”




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13 luglio 2011

Chirurgia genitale femminile in Gran Bretagna a causa delle minacce islamiche per le donne

 




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13 luglio 2011

Trattare i diversi popoli in modo diverso e' razzismo. Profugo anch'io?

 

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Profugo anch'io

Il mondo che non c'è più, shtetl anni '30

Cari amici,

vi devo confessare un dubbio. Non so bene se diventare austriaco, ungherese croato, o ucraino o polacco. Dovete sapere che mio bisnonno, circa 130 fa, lasciò uno sthetl, un villaggio abitato prevalentemente da ebrei nelle montagne della Galizia, che allora era Austria-Ungheria. Se ne andò per ragioni economiche, suppongo, ma i pogrom ebbero la loro parte. Si fermò a Vienna, poi si sposò a Fiume e finalmente approdò a Trieste, immagino sempre spinto dal bisogno di sicurezza economica e sociale. La famiglia di mia madre, invece, venne a Trieste alla vigilia della Shoà da una città della Polonia orientale e poi si trasferì in Israele. Dopo la guerra mia madre tornò in Italia, ritrovò mio padre ed eccomi qua. Anche se sono italiano e contento di esserlo, credo di aver diritti di essere annoverato fra i profughi polacchi e magari anche fra quelli dei successivi stati che furono padroni della Galizia (oggi è Ucraina). Non pensate che io abbia diritto a queste cittadinanze? Dite che è passato troppo tempo? Be', perché io no e i "palestinesi" sì?

Oggi vi sono ufficialmente 4,8 milioni di "profughi" palestinesi (http://it.wikipedia.org/wiki/Palestina), anche se 63 anni fa se ne andarono dal territorio israeliano circa 600-700 mila arabi (e 800 mila ebrei furono costretti a emigrare dai paesi arabi). Come sono diventati così tanti? E' semplice, ci sono due ragioni: la prima è che i generosi paesi arabi non hanno mai voluto integrare i fratelli palestinesi nella loro cittadinanza, ma li hanno in tutti i modi discriminati e rinchiusi; secondo, c'è un'agenzia dell'Onu che li assiste e ottiene contributi in proporzione al loro numero. L'agenzia si chiama UNRWA (United Nations Relief and Works Agency), è distinta dalla normale agenzia per i rifugiati (UNHCR) perché si occupa solo dei palestinesi e dal loro status di profughi dipendono l'entità del suo staff e tutti i consueti privilegi burocratici che sono attribuiti ai funzionari in missione. L' UNRWA è stata largamente complice dei giochi sporchi del terrorismo, ha molti membri attivi delle milizie di Hamas a busta paga (http://www.aish.com/jw/mo/48945166.html), ha appoggiato in molti modi la "resistenza" dei terroristi (http://www.jewishpolicycenter.org/53/how-unrwa-supports-hamas), ha dichiarato durante l'operazione "Piombo fuso" che era stata colpita una sua scuola, che peraltro era stata trasformata in un centro di coordinamento di Hamas (http://idfspokesperson.com/2009/01/06/hamas-operatives-killed-in-unrwa-school-6-jan-2009/), mentre poi venne fuori che l'edificio non era stato toccato dai bombardamenti (http://en.wikipedia.org/wiki/Al-Fakhura_school_incident), ecc. Soprattutto dipende così tanto dai suoi assistiti, che non può neppure cambiare il suo nome. Di recente l'Unrwa ha cercato di diventare UNPR (“UN agency for Palestinian refugees”) che è più chiaro e preciso. Ma Hamas ha deciso che ogni cambiamento anche solo di nome era svantaggioso, ha organizzato un paio di manifestazioni mediamente violente di fronte al quartier generale di Gaza, e il piano è rientrato (http://www.secondoprotocollo.org/?p=3274). 

In realtà è evidente che c'è una dipendenza reciproca e un reciproco vantaggio. Basta rivendicare un cugino che afferma di essere emigrato da Israele nel '48 o dopo per diventare profugo. E non importa se i "profughi" non sono andati all'estero, ma si sono fermati in "Palestina" (dove peraltro le località edificate per ospitarli, che sono regolari quartieri e città "palestinesi" sono chiamate "campi profughi"). Naturalmente costoro hanno la "cittadinanza palestinese", non sono apolidi, ma cittadini dell'Autorità Palestinese. Come se io, essendo venuto ad abitare da Trieste a Milano una quarantina d'anni fa, volessi definirmi "profugo italiano"...) Togliendo dall'elenco i "profughi palestinesi in Palestina" e i "profughi palestinesi in Giordania" (che, ricordiamolo, è una parte del mandato palestinese assegnato dai trattati internazionali dopo la Prima Guerra Mondiale alla Gran Bretagna perché ne facesse la "Jewish home", il "focolare ebraico" della dichiarazione Balfour ed è in maggioranza abitato da palestinesi, con una regina palestinese, deputati palestinesi ecc.), risulta che almeno l'ottanta per cento dei "profughi" ha tanto diritto a dirsi tali quanto io a dirmi profugo  austriaco, ungherese croato, o ucraino o polacco o... italiano (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/06/80-of-palarab-refugees-have-citizenship.html). 

Ma a me nessuno assegna un "diritto del ritorno" assistito in Galizia o in Polonia (e nemmeno a Trieste, se è per quello, se voglio tornarci devo trovarmi una casa...). Che vi devo dire, il mondo è fatto così, ci sono quelli che hanno tutte le ragioni (politiche e mediatiche) e quelli che non ne hanno. Che volete, penso che resterò italiano... O magari prima o poi farò anch'io il mio rientro in Israele (pardon, "Palestina occupata"). Alla faccia dell'UNRWA.

Ugo Volli

  Marcus Prometheus:
Un erede di profughi palestinesi di 60 anni fa incassa sovvenzioni ONU (principalemente Europee ed USA, pochissimo dai fratelli islamici)  dieci volte tanto un rifugiato africano!!!!
dicesi il 1000 per cento.
Se si pensa che un rifugiato Palestinese di 60 anni fa ha generato circa 10 eredi al titolo di profugo palestinese, si deduce che un rifugiato palestinese di 64 anni fa (insieme ai suoi eredi) 
 e' stato stipendiato per 64 anni con cifre di 100 volte un rifugiato africano (per pochi anni)
Mettendo nel conto i 64 anni in proporzione a forse 6 anni di assistenza per i rifugiati  africani
Si ha che gli inventori del terrorismo internazionale aereo e degli attentati mirati contro i civili incassano 1000 volte quanto il mondo offre a chi non macella civili internazionali e non dirotta aerei.

INOLTRE circa l'80% dei profughi del 1947 non fuggirono dalle baionette israeliane o perche' spinti dagli israeliani che volevano sgomberare aree strategicamente sensibili (come dalle colline sovrastanti l'unica strada per rifornire Gerusalemme) ma se ne andarono su unvito dei 7 eserciti arabi liberatori e della Lega Araba di sgomberare il campo per favorire il gettare a mare tutti gli ebrei, cioe' i progettato e proclamato GENOCIDIO, dunque oltre che vittime furono proprio complici in un progettato e proclamato genocidio, per fortuna ed eroismo israeliano sventato.

E gli Ottocentomila profughi ebrei dai paesi arabi?  Hanno poi dato mai fastidio al mondo? Dirottato un aereo? Preteso aiuti? Eppure avevano tutti proprieta' che furono loro confiscate quando furon costretti a fuggire per salvare la pelle.




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13 luglio 2011

Lettera dall’Iraq: “Ci hanno indottrinato contro Israele”

 
Il sito web in lingua araba del ministero degli esteri israeliano ha ricevuto sabato scorso una lettera da un iracheno che si dice costernato per il fatto che lui e i suoi concittadini hanno subito “un lavaggio del cervello contro Israele”. L’autore del messaggio aggiunge che i recenti attentati di Hamas contro civili israeliani hanno suscitato in lui un sentimento di “vergogna” per essere arabo e musulmano.
“Per tanto tempo – dice la lettera – abbiamo creduto che gli israeliani fossero pericolosi barbari, a causa del lavaggio del cervello che abbiamo subito durante il regime di Saddam Hussein; ma ora vedo come gli arabi vengono massacrati in modo ignobile e vergognoso da governanti sunniti e sciiti”.
Il messaggio è stato pubblicato dal ministero degli esteri israeliano sul suo sito web in lingua araba, visitato da utilizzatori di internet in tutto il mondo.
L’autore della lettera prosegue dicendo d’aver aperto gli occhi dopo aver visto medici israeliani che si prodigavano per curare una ragazzina palestinese. “Ciò che ha catturato la mia attenzione – scrive – è stato l’ospedale israeliano che ha curato la ragazzina palestinese malata di cancro. E ho visto il film sul pianista ebreo che ha tanto sofferto al tempo di Hitler” aggiunge, riferendosi con ogni probabilità a “Il Pianista” diretto nel 2002 da Roman Polanski.
L’iracheno dice che ha iniziato a studiare la storia degli ebrei e che spera di poter visitare un giorno Israele “per sconfiggere la paura inculcata in me dal lavaggio del cervello secondo cui gli israeliani sarebbero barbari e il loro paese uno stato terrorista”. E conclude: “Dopo aver visto il terrorismo all'opera in Iraq e il terrorismo che Hamas e palestinesi fanno contro di voi, ho incominciato a vergognarmi d’essere arabo e musulmano”.

(Da: YnetNews, 18.4.11)

Nelle immagini in alto: Demonizzazione degli israeliani in stile antisemita, nelle vignette sulla stampa araba




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