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22 luglio 2011

Chi di boicottaggio ferisce…

 
Commenti dalla stampa israeliana
Scrive YARIV LEVIN (parlamentare Likud): «L’ingannevole campagna allarmistica lanciata contro la nuova legge israeliana anti-boicottaggio ignorando le chiare disposizioni della normativa e il suo legittimo scopo, è stata fermamente respinta dai parlamentari della Knesset. L’altro giorno abbiamo votato a favore della legge e a salvaguardia della democrazia. Lo Stato d’Israele ha il dovere di difendere se stesso e i suoi cittadini. Se in passato il principale campo di battaglia era di natura militare, oggi la campagna contro Israele è assai più complessa. Forza economica, capacità accademiche, ricchezza culturale costituiscono elementi vitali della potenza di uno Stato. La legge anti-boicottaggio intende salvaguardare la forza nazionale di tutti noi israeliani. Essenzialmente essa statuisce il diritto di ciascuno di noi di essere adeguatamente indennizzato per i danni subiti per essere stato boicottato a causa unicamente della propria zona di residenza o di lavoro. La legge inoltre impedisce a tutti coloro che invocano boicottaggi contro Israele e gli israeliani di mettere le mani nella casa del denaro pubblico e ottenere fondi a spese di quegli stessi contribuenti che subiscono il boicottaggio. La legge stabilisce una chiara distinzione fra il legittimo dibattito politico e l’approfittare della democrazia israeliana allo scopo di minare la sovranità dello Stato, la sua economia, le sue istituzioni accademiche sia che esse si trovino a Tel Aviv, a Gerusalemme o ad Ariel. Questo è il legittimo scopo della legge, e non stupisce che le principali democrazie occidentali, a partire dagli Stati Uniti, abbiano già adottato misure analoghe, con sanzioni persino più severe contro coloro che cercano di boicottarle. […]»
(Da: YnetNews, 13.7.11)

Scrive NATHALIE ROTHSCHILD: «[…] E’ un sollievo constare che l’approvazione alla Knesset della cosiddetta legge anti-boicottaggio è stata accolta in Israele con forti espressioni di indignazione e condanna. Come hanno giustamente notato diversi commentatori, si tratta di una legge che soffoca il dibattito, inficia la libertà di coscienza e il diritto alla protesta e mira a regolamentare in modo irragionevole i rapporti d’affari.
[…] Una legge, dunque, che non si addice a una società democratica. E tuttavia, anche alcune delle critiche mosse alla nuova legge suonano stonate, in particolare quelle che provengono da quegli ambienti dell’estrema sinistra israeliana e da quella “comunità internazionale” che hanno fatto attiva campagna a favore del boicottaggio economico, culturale e accademico di Israele. Dopotutto questa legge non solo è la reazione difensiva al crescente sostegno per le iniziative di boicottaggio; essa porta anche quelle iniziative alla loro logica conclusione. Di fatto, la nuova legge è l’immagine speculare del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele, che ha trovato ampio appoggio fra gli attivisti estremisti internazionali pro-Palestina, fra i liberal occidentali e nella estrema sinistra israeliana. Se la legge anti-boicottaggio sanziona le organizzazioni e gli individui che si associano a campagne che delegittimano Israele, dal canto suo il movimento per il boicottaggio cerca di delegittimare tutte le iniziative che non si schierano esplicitamente contro le politiche israeliane. Se la legge anti-boicottaggio obbliga gli israeliani a prendere le distanze da coloro che attaccano lo Stato, dal canto suo il movimento per il boicottaggio colpevolizza un’ampia gamma di singoli cittadini ed enti israeliani per le azioni dei loro governanti. Da anni la brigata internazionale per il boicottaggio fa di tutto per impedire la libera circolazione delle idee, tant’è che il movimento per il boicottaggio colpisce con l’embargo non solo merci e servizi, ma anche idee e opinioni. Nei territori palestinesi e oltre, l’eventuale indisponibilità ad adeguarsi al “pensiero unico” del boicottaggio comporta il rischio di essere esclusi, ostracizzati ed etichettati come “complici del sionismo”. Il movimento per il boicottaggio politicizza il lavoro di accademici, scienziati, artisti e atleti facendo fortissime pressioni per costringerli a schierarsi su questioni politiche anche quando la loro professione o i loro programmi non hanno in sé nulla di politico. Il movimento per il boicottaggio erige barriere contro ogni collaborazione potenzialmente fruttuosa fra gli israeliani e i palestinesi, e fra gli israeliani e il resto del mondo. Impone, in modo tipicamente antidemocratico e intollerante, la logica del “o sei con noi o sei contro di noi”. Questo atteggiamento censorio, questo minare la libertà artistica, accademica e politica emerge anche nella legge anti-boicottaggio. Così come il movimento per il boicottaggio eleva il “potere del consumatore” ad una sorta di nobile e radicale strategia politica, anche la legge anti-boicottaggio presume che rifiutarsi di acquistare una certa marca di arance o di crema per il viso costituisca una dichiarazione politica radicale che deve essere ostacolata. Nella realtà dei fatti, la politica del consumatore rappresenta la forma di attivismo compiaciuto più futile e affettata. Il lato brutto della nuova legge – quello che inficia la libertà d’espressione – è il brutto prodotto finale delle campagne per il boicottaggio contro Israele. La legge anti-boicottaggio rischia di interrompere legittimi legami politici, accademici, culturali e commerciali e di ostacolare la libertà di associazione e di espressione per israeliani e palestinesi. Ma non è proprio ciò che i boicottatori caldeggiano da tanto tempo? Non c’è dubbio che la legge anti-boicottaggio è un tentativo piuttosto estremo di riaffermare il diritto di Israele ad esistere come gli pare. Ma allo stesso tempo essa porta alla loro logica conclusione le campagne internazionali per il boicottaggio. Alcuni di coloro che oggi si battono lancia in resta contro questa legge, perché si rendono conto che rappresenta un grave giro di vite rispetto a libertà essenziali, dovrebbero anche riconoscere che lo Stato d’Israele li sta semplicemente ripagando con la loro stessa moneta.»

(Da: YnetNews, 13.7.11)




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22 luglio 2011

L’alternativa al negoziato (bloccato dai palestinesi)

 
Di Ophir Falk
Il processo di pace è bloccato. L’Autorità Palestinese non vuole negoziare con Israele. In effetti, durante tutto il processo politico iniziato quasi vent’anni fa i negoziati di pace non sono mai stati una priorità per i palestinesi. Piuttosto, l’Autorità Palestinese ha perseguito altri tre obiettivi principali: concessioni israeliane, delegittimazione di Israele e riconoscimento internazionale di uno stato palestinese. L’Autorità Palestinese ha avuto successo in tutti e tre i casi.
In termini di concessioni, Israele ha consentito ed anche incoraggiato l’istituzione dell’Autorità Palestinese. Israele ha ritirato le sue truppe da tutte le principali città palestinesi e ha trasferito ai palestinesi il controllo di tutti gli affari civili in quelle aree. Israele ha sradicato diecimila suoi cittadini dalle case di Gush Katif, acconsentendo a una totale giurisdizione palestinese sulla striscia di Gaza. E probabilmente il minuto Israele sarebbe stato disposto a cedere ulteriori beni se avesse ricevuto in cambio vera pace e sicurezza, anziché terrorismo e istigazione all’odio.
Gli accordi ad interim sono stati interpretati come passaggi verso successivi ritiri. Le più recenti concessioni sono arrivate sottoforma di un congelamento di dieci mesi di tutte le attività edilizie ebraiche in Giudea e Samaria (Cisgiordania), mentre le attività edilizie arabe in tutte quelle terre contese continuava incontrastata. Ma l’Autorità Palestinese non è rimasta soddisfatta delle concessioni israeliane. Voleva di più. Vogliono sempre di più. Una volta scaduti i dieci mesi di congelamento (senza nessuna apertura da parte palestinese), l’Autorità Palestinese ha chiesto un ulteriore congelamento di tre mesi, cui avrebbe sicuramente fatto seguito un’altra richiesta, ad infinitum.
Ora l’Autorità Palestinese si rende conto che Israele non darà più nulla in cambio di niente, e che neanche un presidente americano scattante può costringere Israele a farlo, figuriamoci uno vacillante. Per questo il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è alla ricerca di un’alternativa.
Una alternativa è la guerra. Ma questa costosa opzione è già stata tentata troppe volte e al momento non è quella desiderata da Abu Mazen. Da Israele non lo è mai stata. Alternative più efficaci, per i palestinesi, sono la delegittimazione di Israele e il conseguimento del riconoscimento internazionale di uno stato palestinese su tutti i territori contesi (senza accordo con Israele). Ed è esattamente quello per cui si stanno dando tanto da fare.
I palestinesi perseguono la delegittimazione di Israele da ogni tribuna disponibile, compresa la messa in discussione del diritto di Israele ad esistere non solo fra i paesi del Medio Oriente e nella varie agenzie delle Nazioni Unite, ma anche in tutti i campus universitari negli Stati Uniti, in Canada, in Europa.
Nel frattempo Abu Mazen sta riuscendo là dove Yasser Arafat aveva fallito, in termini di riconoscimento internazionale. Bolivia, Brasile, Argentina, Uruguay ed Ecuador hanno già confermato l’intenzione di riconoscere uno stato palestinese dichiarato unilateralmente (senza negoziato né accordo con Israele), e molti altri paesi potrebbero seguire l’esempio.
Ecco perché, senza alcun vero processo di pace alle viste, Israele dovrebbe adoperarsi per un consenso nazionale, e poi internazionale, riguardo alla demarcazione definitiva di suoi confini che siano giusti e sicuri. Il che dovrebbe essere fatto sulla base di un semplice criterio: massima superficie, massimo numero di israeliani e minimo numero di non israeliani all’interno dei confini di Israele, limitando al minimo possibile il trasferimento di residenti di ogni comunità. Tale consenso nazionale, ratificato da un referendum, avrebbe il merito di fissare delle concrete linee invalicabili, nelle quali tutti gli israeliani possano riconoscersi, e di mettere bene in chiaro cosa è e cosa non è negoziabile.
Dopo di che, una volta resisi conto che Israele e il suo governo dispongono di valide alternative ai negoziati, forse anche l’Autorità Palestinese e il suo presidente si faranno venire la voglia di dialogare.

(Da: YnetNews




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22 luglio 2011

Fattore tempo e intransigenza palestinese

 
Di Doron S. Ben-Atar
Il movimento nazionale palestinese di matrice laica è ad un bivio. Dal 2000 in poi ha rifiutato non meno di tre proposte di compromesso territoriale, ritenendo che sarebbero seguite proposte migliori. I palestinesi sono convinti che il tempo lavori per loro; cioè che trend demografici, considerazioni strategiche in campo occidentale e il potere economico complessivo del mondo arabo finiranno per costringere Israele ad arrendersi alle loro richieste. Recenti sviluppi, tuttavia, hanno rivelato l’assurdità di questi presupposti.
I discorsi sul tasso di natalità arabo hanno alimentato il detto che Israele non può trattenere i territori rimanendo uno stato ebraico e democratico. A partire dagli anni ’70 ci è stato detto che entro il 2000 gli arabi avrebbero costituito la maggioranza della popolazione fra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano, poi entro il 2010 e così via. Queste previsioni si fondavano sul presupposto “orientalista” che gli arabi non avrebbero conosciuto le trasformazioni che hanno avuto luogo nelle altre società dove il tasso di natalità e le dimensioni della famiglia media sono calati in seguito a processi di modernizzazione e urbanizzazione. Recenti studi demografici rilevano un netto calo del tasso di natalità arabo, mentre quello fra gli ebrei è in aumento. Inoltre, il ritiro israeliano dalla striscia di Gaza (estate 2005) significa che se Israele dovesse stabilire la propria sovranità sull’intera Cisgiordania conferendo il diritto di voto a tutti i residenti, gli arabi costituirebbero solo il 30% della nuova formazione politica: non esattamente il la valanga demografica immaginata dai palestinesi e dai loro sostenitori.
I palestinesi sono convinti che la popolarità della loro causa nelle piazze arabe si tradurrà in sostegno internazionale e pressioni su Israele da parte delle nazioni che desiderano farsi amico il mondo arabo. E per un po’ ha funzionato. L’Unione Europea e l’amministrazione Obama hanno tentato di forzare la mano a Israele. Ma l’attuale governo israeliano, forte di un solido consenso nell’opinione pubblica interna, ha resistito con successo alle pressioni per concessioni unilaterali. Nel frattempo le sollevazioni popolari nei paesi arabi, inizialmente abbracciate dall’occidente, hanno gettato quei paesi nel caos. Oggi appare più chiaro che mai che Israele è l’unico alleato affidabile dell’occidente in quella regione. Una realtà di fatto che si è fatta strada anche nella mente del premier turco Recep Tayyip Erdogan, che ha sostituito le sue teatrali polemiche anti-israeliane con negoziati di basso profilo e gesti simbolici d’amicizia, come la recente visita in Israele di cadetti dell’esercito turco. L’intransigenza palestinese, non Israele, si è dimostrata un deficit strategico.
Infine, in palestinesi sono convinti che la coercizione economica finirà per mettere in ginocchio Israele. Dal boicottaggio decretato dalla Lega Araba nel 1945 su tutti “i prodotti e manufatti ebraici”, agli embarghi petroliferi degli anni ’70 fino al moderno movimento per boicottaggio-disinvestimento-sanzioni, i palestinesi e i loro alleati continuano a vedere Israele come uno stato “artificiale”, povero di risorse e vulnerabile che può essere intimidito al punto di fare concessioni suicide. Israele, nel frattempo, è prosperato e la sua economia si è dimostrata sorprendentemente dinamica, anche durante la crisi globale attuale. Non basta. La recente scoperta di vasti giacimenti di gas naturale al largo delle sue coste trasformerà fra breve Israele in un significativo esportatore di energia. Di certo gli europei preferiranno ricevere almeno parte del loro gas da un paese moderno e affidabile come Israele anziché mantenere la loro attuale dipendenza dalla Russia di Putin.
I palestinesi e i loro alleati si rifiutano di guardare in faccia queste realtà. Evitano il negoziato a vantaggio di gesti simbolici che contribuiscono ben poco ad avvicinarli all’autodeterminazione. Così, mentre continuano ad aggiungere “giornate della sconfitta” al loro calendario nazionalista e a celebrare un numero sempre più grande di inutili risoluzioni dell’Onu, i sionisti continuano a creare fatti concreti. Mi auguro che i palestinesi finiscano col rendersi conto della follia di questa loro strategia e tornino al tavolo del negoziato. Più tempo lasciano passare, meno otterranno.

(Da: Jerusalem Post, 11.7.11)

Nella foto in alto: il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen)




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21 luglio 2011

Nazismo: i resti di Hesse cremati e gettati in mare

 

I pellegrini neonazisti non potranno più far visita alla tomba di Rudolf Hess, i cui resti sono stati cremati e gettati in mare. A rivelarlo è la Sueddeutsche Zeitung, secondo cui la decisione, presa di concerto con gli eredi dell’ex SS, è stata presa per evitare le marce nostalgiche nell’anniversario del suo suicidio, datato 17 agosto 1987 nella fortezza di Spandau, luogo in cui fu rinchiuso in seguito all’ergastolo inflittogli a Norimberga.

In passato la Chiesa evangelica, proprietaria del cimitero in cui Hess era sepolto, aveva cercato di liberarsi dell’”ingombrante” tomba. Tomba che è stata rimossa anche per volere dei familiari, anche se in un primo momento una nipote dell’ex delfino di Hitler si era opposta.




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21 luglio 2011

Editoriale giordano: “La lotta contro Israele è esistenziale, non territoriale”

 
Il 5 giugno scorso un editoriale del quotidiano giordano semi-indipendente filo-governativo Al-Dustour, nel commemorare il 44esimo anniversario dello scoppio della guerra dei sei giorni chiamato Giorno della Naksa (“arretramento”), ribadiva che la battaglia contro Israele non attiene ad una disputa territoriale, bensì alla questione stessa dell’esistenza dello stato ebraico, e invocava l’unione di tutte le forze della ummah (“comunità”) dei popoli arabi per debellare quella che definisce la “genocida impresa sionista” che "minaccia" tutti i popoli arabi, e per liberare "tutta la Palestina, dal mar Mediterraneo al fiume Giordano”.
Nota: dal 26 ottobre 1994 la Giordania è legata a Israele da un Trattato di pace.
Qui di seguito, i brani più significativi dell’articolo:

«Nel 44esimo anniversario della vessatoria aggressione sionista del 5 giugno 1967 contro la ummah araba, le ripercussioni di quella tragedia sono ancora chiaramente evidenti nel mondo arabo sottoforma di occupazione di tutta la Palestina, dal mar Mediterraneo al fiume Giordano, del Golan e delle Fattorie Shab'a, e nel fatto che il Sinai rimane una zona smilitarizzata in base agli Accordi di Camp David. Considerando le ragioni che portarono alla tragedia del giugno 1967 si vede che quelle ragioni sussistono tuttora. Gli stati arabi dall’Oceano [Atlantico] al Golfo [Persico] non hanno imparato la lezione della Naksa, e non hanno intrapreso le misure né adottato gli strumenti con cui poter passare dalla casella della sconfitta a quella della vittoria. In effetti, le occulte controversie fra alcuni paesi arabi rimangono come erano allora. Anzi, si sono moltiplicate e la politica di ostilità e alienazione è peggiore oggi di quanto fosse in passato. Lo conferma il grado di impotenza toccato dai paesi arabi negli ultimi quarant’anni. [...]
In tutta la sua lunga e gloriosa storia, la ummah araba ha dimostrato la sua capacità di ottenere la vittoria e di espellere gli invasori e gli occupanti dalle terre arabe. Ha dimostrato che le sua capacità, le sue grandi risorse, la sua collocazione geografica e la sua storia gloriosa possono, tutte insieme, riportarla sulla prima linea degli eventi, strappandola a una posizione di mera reazione a favore di una posizione attiva e risoluta. […] Gli eventi della storia, sia antica che recente, hanno dimostrato che la ummah araba non ha altra via per garantire la propria sopravvivenza, per ricacciare l’aggressione sionista e per liberare la terra, Gerusalemme e la moschea di Al-Aqsa, se non quella dell’unità, dell’unificazione dei fronti, dell’utilizzo di tutte le risorse della ummah […]. La Giordania araba, sotto l’insigne guida hascemita, si è adoperata per edificare la solidarietà araba e risolvere le dispute fra arabi quale unica via per unificare i fronti in una posizione unita ed efficace, che sappia fronteggiare l’impresa sionista genocida che minaccia l’intera ummah. La Giordania ha investito tutte le sue capacità diplomatiche e materiali nel sostenere il fratello popolo palestinese e la sua giusta lotta per realizzare i suoi diritti storici e nazionali, il suo diritto ad istituire uno stato indipendente sulla sua terra nazionale, con Gerusalemme come capitale e il ritorno dei profughi. Nel 44esinmo anniversario dell’aggressione sionista contro la ummah del 5 giugno 1967, i fatti eterni risultano confermati: la lotta contro questo nemico è una lotta esistenziale più che una lotta territoriale, ed esige che la ummah adotti tutti i mezzi e le misure capaci di portare alla vittoria e alla cacciata degli invasori sionisti. […] A distanza di quattro decenni è dimostrato che l’intera ummah non ha altro nemico che il nemico sionista che continua a bandire il popolo palestinese dalla sua patria, a depredare i luoghi santi e a giudaizzare Gerusalemme.»

(Da: Memri, 21.6.11)

Nell'immagine in alto: La pubblicistica irredentista anti-israeliana illustra sempre senza reticenze l’obiettivo del revanscismo arabo: tutta la Palestina storica, dal fiume al mare; Israele deve essere cancellato dalla carte geografica.




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21 luglio 2011

Scoperta una pietra “di confine” con la scritta Shabbat in ebraico

 
Un’antica iscrizione su pietra della parola “Shabbat” (sabato) è stata scoperta questa settimana vicino al lago di Tiberiade: si tratta della prima e finora unica scoperta di un “confine dello Shabbat” in ebraico. L’incisione, che si trova nella comunità di Timrat, in Bassa Galilea, sembra risalire al periodo romano o bizantino.
La notizia dell’iscrizione, scoperta per caso domenica da un visitatore che passeggiava sul terreno della comunità, ha rapidamente raggiunto Mordechai Aviam, capo dell’Istituto per l’Archeologia della Galilea del Kinneret College. “Questa è la prima volta che troviamo un’iscrizione del limite dello Shabbat in ebraico – dice – Le lettere sono così chiare che non c’è dubbio che la parola sia Shabbat”.
Aviam spiega che gli ebrei che vivevano nella zona in epoca romana o bizantina (secoli I-VII e.v.) probabilmente usavano la pietra per delimitare il confine entro cui potevano viaggiare il giorno di sabato. La Bassa Galilea dell’antichità e dell’alto Medio Evo aveva una popolazione a maggioranza ebraica: molti dei saggi talmudici avevano toponimi indicativi delle comunità della Galilea.
L’incisione scoperta a Timrat è il primo e unico segno di “confine del Shabbat” mai scoperto in ebraico: un’iscrizione simile è stata trovata nelle vicinanze dell’antico villaggio di Usha, nella Galilea Occidentale, ma il testo era scritto in greco.
Aviam ed i suoi colleghi intendono avvalersi di aiuti sul posto per cercare di trovare altre iscrizioni nelle aree vicine, e poi pubblicare i risultati delle loro ricerche su una rivista accademica. “Ciò rappresenta un legame bello e affascinante, sia emotivo che archeologico, tra il nostro mondo moderno e l’antichità – dice Aviam – Sicuramente per quelli di noi che sono religiosamente osservanti, ma anche per quelli tra noi che sono laici e che si godono una passeggiata il sabato, è bello sapere che camminiamo in posti dove la storia ebraica era ben viva duemila anni fa”.

(Da: Jerusalem Post, 12.07.11)




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21 luglio 2011

Una cattiva legge contro un pessimo boicottaggio

 
Editoriale del Jerusalem Post
Il parlamentare israeliano Ze’ev Elkin aveva ragione, nel marzo scorso, quando– dopo che la Knesset in sessione plenaria aveva approvato in prima lettura la sua proposta di legge “antiboicottaggio” appoggiata dal governo – sottolineava l’“assurdità” di cittadini israeliani che sostengono il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele.
Completamente scollegati dalla stragrande maggioranza della società israeliana ed evidentemente del tutto all’oscuro dei tanti tentativi fatti da una serie di successivi governi israeliani, nel corso degli ultimi tre decenni, per arrivare a un accordo di pace con i palestinesi, questi attivisti pro-boicottaggio insistono a voler utilizzare la pressione economica per costringere Israele a cedere alle pretese palestinesi. SI comportano come se non ci fosse mai stata un’ondata di terrorismo palestinese contro i civili israeliani all’indomani degli Accordi di Oslo, e una seconda sanguinosissima intifada con tanto di attentati suicidi orchestrati da Yasser Arafat e attuati da Hamas e da Jihad Islamica in risposta alle vaste concessioni offerte dall’allora primo ministro Ehud Barak a Camp David nell’estate 2000; come se non ci fosse stato uno sbarramento di lanci di obici di mortaio e razzi Kassam promosso da Hamas dopo il ritiro israeliano dalla striscia di Gaza dell’estate 2005, e un’elezione palestinese nel 2006 che ha portato al potere Hamas, cioè un’organizzazione terroristica la cui Carta costitutiva include il falso antisemita dei Protocolli dei Savi di Sion, e una recente riconciliazione fra questa organizzazione islamista e il “moderato” Fatah.
Gli israeliani fautori del boicottaggio si aspettano che il governo ponga fine all’”occupazione” semplicemente arrendendosi a tutte le pretese palestinesi – compresa evidentemente quella del cosiddetto “diritto al ritorno” di milioni di “profughi” palestinesi (e loro discendenti) per invadere Israele – e cedendo tutti i territori al di là delle linee armistiziali del 1949 dopo averli resi “judenrein”, epurati dalla presenza di più di mezzo milione di cittadini israeliani, per creare un 22esimo stato arabo che nel prossimo futuro potrà facilmente cadere sotto il controllo di Hamas o di qualche altra organizzazione antisemita (con solidi appoggi stranieri) votata alla distruzione dello stato ebraico.
Secondo questo contorto modo di ragionare, Israele dovrebbe essere anche costretto – mediante il boicottaggio – a cedere completamente le alture del Golan alla Siria, un paese guidato da un autocrate spietato che sta massacrando la sua stessa popolazione e che ha sviluppato stretti legami con i potenti e violenti fondamentalisti sciiti libanesi (Hezbollah) e con l’Iran.
La legge proposta da Elkin punta ad eliminare a questa assurdità. Una volta approvata, dà facoltà a qualunque persona, istituzione o impresa israeliana, presa di mira da forme di boicottaggio promosse da concittadini israeliani, di perseguire in tribunale il risarcimento dei danni subiti come conseguenza non solo del boicottaggio in sé, ma anche degli appelli al boicottaggio. Ad esempio un panificio della zona industriale Barkan, in Samaria, o una cantina sul Golan o un istituto accademico ad Ariel potrebbero citare in giudizio cittadini israeliani che hanno invocato il loro boicottaggio o che hanno adottato misure per organizzarlo. E il ministro delle finanze avrà facoltà di impedire a imprese che boicottano Israele di partecipare a gare d’appalto pubbliche.
Pur solidarizzando con l’impulso a difesa dello stato ebraico che anima Elkin e altri parlamentari, dobbiamo tuttavia esprimere il nostro disaccordo con questo disegno di legge. La società civile ha il diritto inalienabile di organizzarsi in modo pacifico e di usare il proprio potere d’acquisto e la propria libertà d’associazione per promuovere i suoi obiettivi politici, sia che si tratti di proteste popolari contro i prezzi troppo alti del formaggio, dell’attivismo di ultraortodossi contro la “profanazione” del Sabato, dell’appello di alcuni rabbini al boicottaggio di potenziali acquirenti di case arabe in quartieri ebraici, o di oppositori di estrema sinistra contro la politica del governo in fatto di insediamenti in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Il disegno di legge di Elkin limita la libertà di espressione nella società israeliana censurando in modo selettivo solo coloro che ritengono sinceramente – e non importa quanto sia fuorviata tale loro convinzione – che è nel migliore interesse di Israele porre fine all’“occupazione” senza badare in alcun modo ai rischi e ai sacrifici che comporta il farlo assecondando tutte le pretese palestinesi. I sostenitori israeliani del boicottaggio hanno per lo meno l’attenuante, rispetto a quelli che lo sostengono dall’estero, di essere disposti a pagare di persona le conseguenze delle loro scelte, che renderebbero Israele molto più vulnerabile e indifeso.
Anche nel merito, il disegno di legge appare problematico. A differenza della legge sulla “Nakba” che interdice l’uso dei denari del contribuente per commemorare come una “tragedia” la nascita dello stato di Israele ma non impedisce commemorazioni finanziate da privati, la legge Elkin vieta ai cittadini e alle imprese israeliane di spendere o non spendere il proprio denaro come meglio credono, e di associarsi o non associarsi con chi vogliono. Non è con una legge che inficia la libertà di espressione che si contrastano i sostenitori israeliani del boicottaggio. Le iniziative pro-boicottaggio devono avere conquistarsi il consenso nel libero mercato delle idee. E a giudicare del minuscolo sostegno che ricevono in Israele, si può star tranquilli che la ragionevolezza continuerà a prevalere. Contrastare il boicottaggio contro gli israeliani che vivono in Giudea, Samaria e a Gerusalemme soffocando la voce di chi lo sostiene rischia di sortire il risultato opposto, regalando ai sostenitori del boicottaggio l’unica causa autenticamente valida che possono sostenere: quella della libertà di espressione.

(Da: Jerusalem Post, 12.7.11)

Nella foto in alto: esponenti del gruppo ultraortodosso fondamentalista ebraico Neturei Karta favorevoli al boicottaggio contro Israele




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21 luglio 2011

Spartizione del Sudan

 
Commenti dalla stampa israeliana
YEDIOT AHARONOT scrive che Gerusalemme ha già deciso di riconoscere il nuovo Sud Sudan e ricorda ai lettori che «Israele ha a lungo sostenuto, seppur riservatamente, la lotta del Sudan meridionale per l'indipendenza dal nord.»
(Da: Yediot Aharonot, 10.7.11)

Scrive HA’ARETZ: «Le Nazioni Unite hanno dimostrato la propria capacità, in un raro caso, di risolvere un conflitto sanguinoso. Il piano di spartizione del Sudan, approvato da un referendum democratico e sostenuto dalla comunità internazionale, ha dimostrato che è possibile trovare una soluzione pacifica anche ai conflitti più aspri. Il coinvolgimento delle Nazioni Unite è stato un fattore cruciale per la soluzione del conflitto. Israele dovrebbe apprendere la lezione che arriva dal Sudan. Non solo deve unirsi al previsto riconoscimento generale del nuovo paese; dovrebbe anche capire che la divisione in due paesi sostenuta dalla comunità internazionale è il solo modo per risolvere un sanguinoso conflitto come quello tra israeliani e palestinesi. Mentre combatte una dura e inutile battaglia contro il riconoscimento [unilaterale] all’Onu di uno stato palestinese, Israele dovrebbe guardare al Sudan e trarre la conclusione che un piano diplomatico che si guadagna il sostegno delle Nazioni Unite e della maggior parte del mondo potrebbe essere il piano migliore anche per Israele. Dopo che il Sud Sudan è diventato il 193esimo stato, si può sperare che se la Palestina diventerà il 194esimo, lo farà con il supporto del suo vicino, Israele.»
(Da: Ha’aretz, 10.7.11)

MA’ARIV scrive: «La divisione del Sudan, che era il più esteso paese arabo, in due stati – uno stato arabo e musulmano nel nord e uno cristiano e pagano nel sud – potrebbe rappresentare l’inizio della fine dell’era delle intoccabili suddivisioni politiche stabilite in questa regione dalle grandi potenze coloniali del passato. Dopotutto il Sudan non è il solo paese multi-etnico e artificiale che venne creato dalle potenze europee allo scopo di preservare i loro interessi. La maggior parte dei paesi in Medio Oriente [compreso il concetto stesso di stato palestinese, che storicamente si fonda solo sui trent’anni di Mandato Britannico] devono la loro esistenza alle suddivisioni della regione pianificate per lo più da Gran Bretagna e Francia all’inizio del secolo scorso in occasione della sconfitta e dissoluzione dell’Impero Ottomano [nella prima guerra mondiale]. Le reazioni ostili fra i paesi arabi alla secessione del Sudan meridionale testimoniano della loro grande paura che vada in pezzi la fantasia dell’unità araba. Il Sudan è stato, forse, il primo paese mediorientale a suddividersi. L’indipendenza del Sud Sudan non solo rafforzerà le tensioni interne in altri paesi della regione, ma servirà anche come esempio del riconoscimento del diritto di molti popoli mediorientali ad essere diversi dall’uniformità arabo-islamica e di liberarsi dalle dittature arabo-islamiche che sono state loro imposte tanto tempo fa.»
(Da: Ma’ariv, 10.7.11)

Scrive AYMENN JAWAD, sul Jerusalem Post: «A proposito della guerra infuriata fra nord e sud del Sudan, convenzionalmente la si descrive come un conflitto “etnico” o “tribale”. Ma questi eufemismi ignorano i tentativi aggressivi di imporre la legge religiosa islamica (shari’a) su tutto il Sudan, un processo che è apparso particolarmente evidente a partire dal 1983. In realtà, numerose dichiarazioni di ex e attuali esponenti sudanesi confermano la jihad (guerra santa) come dottrina prevalente nei circoli governativi e militari di Khartoum. Ad esempio, in una lettera indirizzata all’Alto Commissario dell’Onu per i Diritti Umani il 24 marzo 1999, Sadiq al- Mahdi, un ex primo ministro sudanese oggi alla testa degli oppositori del presidente Omra al-Bashir, giustificava la guerra di aggressione e di schiavizzazione del sud cristiano e animista con queste parole: “Il tradizionale concetto di jihad … si basa sulla divisione del mondo in due zone: una è la zona della pace, l’altra la zona della guerra. Ciò richiede l’avvio di ostilità per scopi religiosi … e il concetto tradizionale di jihad prevede la schiavitù come conseguenza collaterale”. L’applicazione di queste idee perniciose non rimase limitata alla guerra contro il sud. Essa si estese alla regione del Darfour: un conflitto che ebbe inizio quando gli abitanti indigeni sedentari denunciarono le discriminazioni del governo a vantaggio dei nomadi arabi, e la parola passò alle armi. Nell’agosto 2004 si ebbe una risoluzione dell’Onu che dava trenta giorni al governo di Khartoum per disarmare le milizie nomadi arabo-islamiche definitesi janjawid che avevano commesso estese atrocità contro i non-arabi del Darfur. Per tutta risposta, l’allora portavoce delle forze armate sudanesi Mohamed Beshir Suleiman affermò: “La porta della jihad è ancora aperta e se è stata chiusa nel sud, sarà aperta nel Darfur”. La chiusura della jihad di cui parlava si riferiva all’allora all’imminente accordo di pace con il sud. Gli stessi capi delle milizie janjawid, che ricevevano ordini, armi e addestramento da Khartoum, definivano le loro aggressioni come “jihad”. Ad esempio, nel 2004 lo sceicco Musa Hilal scriveva una lettera al governo nella quale dichiarava che avrebbe continuato “sulla via della jihad” nel Darfour. In breve, per dirla con le parole dello stesso Sadiq al-Mahdi, “la catastrofe che ha afflitto il nostro paese è iniziata con la presa del controllo da parte di una minoranza che ha imposto un’identità arabo-islamica su un paese di diverse religioni e culture, trattando chiunque non fosse d’accordo come un rinnegato da combattere con la jihad”. Sicché, sebbene vi sia certamente una dimensione etnica nelle guerre che hanno devastato il Sudan, nel senso della volontà di imporre una supremazia araba, essa va di pari passo con i tradizionali insegnamenti religiosi sulla guerra della jihad, il che che non è certo un'esclusiva del Sudan.»
(Da: Jerusalem Post, 11.7.11)

Scrive MA’ARIV in un secondo editoriale: «Domenica Israele ha riconosciuto l’indipendenza del Sud Sudan. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto che “il Sud Sudan è un paese che desidera la pace e noi saremo lieti di cooperare con esso per garantire che possa prosperare”. Il Sudan meridionale cristiano ha sempre accettato ciò che veniva offerto. Nel 1962 accettò una parziale autonomia (che venne annullata nel 1983). Nel 2004 i cristiani sud-sudanesi accettarono un accordo di pace che prometteva loro uno stato. Nel 2011 accettarono un referendum che prospettava una sparizione dal Sudan e la creazione di uno stato. Più o meno tutte queste stesse fasi le hanno sperimentate anche i palestinesi. Se avessero accettato la proposta di autonomia di Menachem Begin del 1981, è ragionevole supporre che, dopo fasi di lotta politica e referendum, avrebbero ottenuto un prospero stato palestinese entro i confini del 1967 molto tempo prima che acquistasse impeto l’impresa degli insediamenti. L’autonomia si sarebbe evoluta in indipendenza secondo un processo inevitabile, con il sostegno del resto del mondo. Ma i palestinesi, come è loro solito, respinsero un’idea che invece è giusta praticamente in ogni situazione: se ti viene dato qualcosa, prendilo.»
(Da: Ma’ariv, 11.7.11)

Nella foto in alto: Festeggiamenti a Tel Aviv di rifugiati sud-sudanesi




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20 luglio 2011

Perché non si può dire che Israele è lo stato ebraico?

 
Di Yoaz Hendel
Non è infondato l’argomento di chi sostiene che la tempistica dell’iniziativa politica a favore della definizione di Israele come stato nazionale del popolo ebraico (intrapresa attraverso una varietà di proposte, dall’emendamento del giuramento di cittadinanza alla richiesta di riconoscimento da parte araba e palestinese) è legata a calcoli e tatticismi politici. Ma, pur ammettendo che sia così, resta la domanda: e allora? Forse che ciò ha il potere di modificare la definizione di questo paese? Dopotutto furono le Nazioni Unite che qualificarono questo stato come “ebraico”, nel loro piano del 1947 per la spartizione del Mandato Britannico, e fu il primo ministro David Ben-Gurion che proclamò la nascita di uno “stato ebraico” con la Dichiarazione di Indipendenza del 1948 (“E pertanto dichiariamo la creazione di uno stato ebraico in Terra d’Israele che si chiamerà stato d'Israele”). Dunque, perché non dovrebbe fare lo stesso il primo ministro del 2010?
Quando è emersa l’iniziativa di emendare la legge sull’acquisizione della cittadinanza (con la proposta di modificare il giuramento di fedeltà allo “stato d’Israele” in un giuramento di fedeltà allo “stato ebraico e democratico di Israele”), ho avuto qualche difficoltà a capire come mai tale iniziativa suscitasse così tanta agitazione. Ingenuamente pensavo che il dibattito, qui, vertesse sulla scelta dei tempi, non certo sulla sostanza della cosa. “È vuota retorica, è solo demagogia”, sentivo che dicevano gli avversari dell’emendamento.
Ebbene, mi sbagliavo. Da quando l’iniziativa politica ha preso corpo, ho scoperto che tutta quell’agitazione – da qui fino in Europa – ha a che fare davvero con la definizione in se stessa.
E così, sono stato preso da un complessivo senso di disagio. Ma non tanto per una proposta di legge piuttosto irrilevante, né per la reazione stizzita di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) alla richiesta di riconoscimento. Ciò che davvero mi disturba sono i toni della contestazione interna, qui in Israele; quella voce uniforme che ci arriva dai “settori illuminati” della società israeliana schierati contro la definizione di questo stato come “ebraico”.
Ognuno ha la propria spiegazione del perché sarebbe tanto pericolosa: politici mutevoli, dotti professori d’università, giornalisti super esperti, anche divi e attori. Tutti che ci illuminano con acute analisi sul concetto di fascismo. Eppure a me, di fronte a questo festival di proteste, restano molti punti interrogativi. Mi pongo delle domande su una campagna di pubbliche proteste nella quale nessuno sente il bisogno, in mezzo a tutti i dubbi e le critiche, di ricordare, almeno tra parentesi, il dato di fatto che Israele è, in effetti, lo stato nazionale del popolo ebraico. “E che bisogno abbiamo di ricordarlo?”, mi ha chiesto un uomo di lettere che vanta tutta una serie di titoli universitari – In fondo, tutti sanno che Israele è lo stato ebraico”.
Beh, la verità è che non tutti lo sanno, o lo accettano: né qui, né attorno a noi, né al di là del mare.

(Da: YnetNews, 19.10.10)

Nelle foto in alto: Il Magen David (Stella di Davide) su un fregio della sinagoga di Cafarnao (II-III sec e.v.); la stella gialla imposta dai nazisti agli ebrei d’Europa; la tomba di un soldato alleato caduto nella seconda guerra mondiale; la bandiera dello Stato d’Israele




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20 luglio 2011

Il fratello di Göring, come Schindler

 


Albert Göring usò per anni il suo cognome per mettere in salvo ebrei e oppositori del Führer. 

di Paolo Valentino 

 
Albert Göring
BERLINO - La sua unica colpa fu di portare quel cognome. Ma anche le cose buone della sua vita non sarebbero state possibili se si fosse chiamato in altro modo. E c'è voluto più di mezzo secolo perché qualcuno scovasse la verità su Albert Göring. E scoprisse che accanto alla "lista Schindler" esiste anche una "lista Göring". Göring come Hermann Göring, feroce maresciallo del Reich e, soprattutto, suo fratello. Ironia della più grande tragedia del secolo: protetto dall'ombra del potente gerarca, Albert usò per anni la magia e i contatti del suo nome per mettere in salvo ebrei e oppositori del regime. Un altro Oskar Schindler, insomma, simile all'eroe immortalato da Spielberg. E' il magazine dell'autorevole "Süddeutsche Zeitung" a ricostruire la vita di Albert, in un lungo articolo di Adam LeBor. Nel "Public Record Office", l'archivio statale britannico, LeBor ha trovato i documenti del fascicolo SOE, Special Operation Executive, l'unità creata da Churchill durante la guerra per condurre operazionioltre le linee nemiche. Testimonianze dirette, lettere, protocolli di interrogatori condotti dagli ufficiali del SOE dove l'incredibile missione compiuta dal fratello del gerarca nazista viene raccontata nei dettagli. Di più, LeBor è riuscito a rintracciare i figli di alcune delle persone aiutate. Che si trovasse a Vienna, a Roma o a Bucarest, prima del 1939 e in pieno conflitto, Albert Göring riuscì a far liberare esponenti della resistenza ceca, portò in salvo in Romania un oppositore del nazismo probabilmente sotto gli occhi del famigerato Reinhard Heydrick, aprì perfino un conto in Svizzera per aiutare profughi ed ebrei in fuga. E fino alla fine riuscì sempre a trovare l'appoggio del fratello. Era l'esatto opposto di quest'ultimo, fisicamente, Albert. Scuro di capelli e di carnagione quando l'altro era biondo e germanico. Al punto che LeBor nutre più di un sospetto che fosse figlio del giudice Hermann von Epstein, padrino suo e del fratello. "Quando i nazisti invasero Vienna - racconta George Pilzer, figlio di Oskar, proprietario di un'azienda cinematografica dove Albert lavorò come direttore - la nostra casa fu assalita e mio padre fu subito messo in carcere. Albert era suo amico e si precipitò alla Gestapo: lo liberarono il pomeriggio stesso". Anche il celebre compositore di operette Franz Lehar appartiene alla "lista Göring". E fu proprio questo l'aiuto che avrebbe salvato Albert. Per due anni, dopo il 1945, gli alleati lo tennero infatti in carcere. Poi, nel campo prigionia di Darmstadt, un ufficiale, Viktor Parker, testimoniò personalmente che Lehar era stato aiutato da Albert. Ma fu soltanto nel 1947, in Cecoslovacchia, grazie alle testimonianze dei suoi colleghi della Skoda, dove aveva lavorato, che Albert venne liberato. E' morto nel 1966 ma, fino a oggi, nessuno storico dell'Olocausto, nessun centro di ricerca avevano mai dato ad Albert Göring ciò che gli spetta. 

(Corriere della Sera, 28 novembre 1998) 

*

Dopo quell'articolo del Süddeutsche Zeitung il nome di Albert Göring è comparso più volte anche in libri di storia sull'argomento. Citiamo qui un brano tratto da "Olocausto" di Guido Knopp. 

Quanto siano fuorvianti tutti i giudizi troppo semplicistici è dimostrato dall'esempio di un uomo che si approfittò del suo legame di parentela con uno dei maggiori gerarchi nazisti per gettare sabbia nel motore dell' olocausto. Nel settembre del 1945, nel carcere del tribunale internazionale che stava giudicando a Norimberga i principali criminali di guerra, erano rinchiusi due uomini di cognome Göring. Uno, Hermann, principale imputato e designato per un certo periodo come l'eventuale successore di Hitler, recitava la parte della vittima arrogante della giustizia del vincitore e non aveva che un anno di vita ancora dinnanzi a sé. L'altro, Albert, si batté instancabilmente contro l'arroganza di chi lo interrogava: «Non sono mai stato, in nessuna forma, membro del partito», scrisse in un memoriale per discolparsi, «non ho mai perseguitato o maltrattato un solo ebreo, e invece ho aiutato dozzine di ebrei. Una lista di 34 importanti personaggi ai quali ho salvato la vita rischiando la mia è fra i documenti che mi sono stati sequestrati». Lo scritto non servì a nulla. Gli ufficiali istruttori avevano nel frattempo interrogato centinaia di nazisti, ognuno dei quali aveva sostenuto di aver aiutato ebrei di nascosto. Immaginarsi quello poi, il fratello del maresciallo del Reich! 
E invece gli ufficiali statunitensi si stavano grossolanamente sbagliando. Albert Göring era ciò che in yiddish è detto a mensch: una persona umana. Uomo di mondo, coinvolto in numerosi affari sentimentali, aveva ripetutamente usato il suo nome, i suoi soldi e perfino i suoi documenti personali per aiutare il prossimoIn una circostanza era riuscito a indurre Heydrich a liberare combattenti della resistenza ceca dalle prigioni della Gestapo. In un'altra aveva aperto presso la banca Orelli di Berna un conto con i fondi del quale aveva aiutato alcuni ebrei a fuggire passando per Lisbona. Nell'autunno del 1943 aveva firmato di sua mano lascia-passare per una famiglia ebrea di cui era amico, e nessun funzionario della Gestapo aveva osato contestare quei documenti firmati «Göring». 
Albert aveva aiutato perfino il famoso musicista Lehàr nel senso che era intervenuto presso il suo più famoso fratello facendosi promettere che non sarebbe stato fatto del male alla moglie ebrea del compositore. Poi, finita la guerra, nessuno volle lì per lì credere che il fratello di Hermann Göring avesse compiuto atti di opposizione al regime. Dovette rimanere in carcere per più di due anni prima che la verità venisse infine alla luce.
 




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20 luglio 2011

I musulmani professano una religione di pace, misericordia e perdono?

632~: Al Tabari conta 62 spedizioni guerriere di Maometto

 


 

Alcuni bizzarri occidentali si vergognano e cercano di riscattare i cosiddetti "crimini" commessi dai crociati ai danni dei musulmani; in Medio oriente, invece, hanno un diverso modo di concepire il loro passato, anche violento: gli storici musulmani hanno elaborato un elenco preciso delle battaglie di Maometto e dei suoi seguaci, su cui dissertano con infinito compiacimento.

618~: Massacro dei nemici alla battaglia di Bu' ath
620~: Disputa a colpi di pietra e di ossa di cammelli tra musulmani ed infedeli
622~: Maometto riceve il versetto: " uccidete gli infedeli ovunque li troverete, fateli i prigionieri… "
622~: Sad figlio d' Abou Waqqash lancia la prima freccia tirata da un musulmano
623~: Combattimento di Nakhla; primi morti violenti; quattro Beduini uccisi da otto musulmani
623~: Maometto avrebbe costruito una moschea a Medina tagliando alberi ed esumando le sepolture di infedeli
623~: Omicidio d' Amrou ben Al Hadhrami capo di caravane, contro l'avviso di Maometto. Primo notabile ucciso dai musulmani
623~: Avviso di Maometto: " sono infedeli, verso i quali non c'é motivo di osservare un divieto sacro"
624~: Battaglia di Badr; prima vittoria sugli infedeli
624~: Razzia a La Mecca, saccheggio e presa di prigionieri
624~: Dopo la vittoria di Badr, inizio dell' eliminazione degli ebrei
624~: Decapitazione del poeta Kab been Al Ashraf a Medina, che si opponeva a Maometto
624~: Battaglia di Badr, Maometto a oqba: " faccio a dio il desiderio che se ti prendo al di fuori di La Mecca, ti farò tagliare la testa".
624~: Bataglia di Badr, Abu Bakr a Maometto: " l' infedeltà sarà sterminata nel mondo".
624~: Battaglia di Badr, sconfitta degli infedeli: " i musulmani li uccisero a colpi di sciabola e fecero dei prigionieri"
624~: Battaglia di Badr, Maometto ai suoi uomini: " chiunque tra voi incontrerà Djahl, tagliategli la testa e portatemela".
624~: Rivelazione di Maometto: "non é stato dato ad un profeta di avere prigionieri senza fare grandi massacri sulla terra".
624~: Decapitazione di Kab ben Asraf, poeta critico
624~: Decapitazione di due poeti anonimi dopo la battaglia di Badr
624~: Dopo la battaglia di Badr, Maometto a oqba: " il tuo posto e quello dei tuoi bambini è in inferno. se non diventano credenti, io li farò uccidere… "
624~: Decapitazione del poeta Abu Afak in Arabia per avere criticato l' islam
624~: Esecuzione d' Asma Bint Marwan donna avente criticato Maometto
625~: Espulsione del clan ebreo dei Al Nadir
625~: Distruzione dell' idolo Oubal
626~: Massacro degli ebrei Beni Khazradj, divisione del bottino e delle famiglie ridotte in schiavitù
626~: Spedizione contro gli ebrei Beni Qoraizha, insultati da Maometto: " O voi, scimmie e maiali… "
626~: Massacro dei 700 ebrei Beni Qoraïzha, legati durante tre giorni, poi sgozzati su una fossa, con i giovani ragazzi
626~: Omicidio del poeta satirista ebreo Kab capo dei Beni nadhir, e di sua moglie che prendeva in giro Maometto
626~: Spedizione contro gli ebrei di Kaihbar
626~: Assassinio dell'ebreo Sallam abou rafi su ordine di Maometto
626~: Tentativo d'omicidio d' Abou Sofyan ordinato da Maometto
626~: Maometto fa tagliare le palme dell' oasi degli ebrei Beni Nadhir
626~: Maometto prende fra i Beni Qoraizha una giovane donna molto bella come parte del bottino
627~: Massacro del clan ebreo del Qurayza a Medina
627~: Massacro degli ebrei di Medina; divisione delle famiglie ridotte in schiavitù e dei beni
627~: Inizio della politica d' aggressione sistematica verso le altre tribù
627~: Aggressione della tribù del fuorilegge Moustalik
628~: Attacco da parte di Maometto dell' oasi di Khaybar
628~: Delle caravane di infedeli saccheggiate da Maometto
628~: Maometto agli ebrei Beni Qainoqa: " se voi non abbracciate l' islam, vi dichiaro la guerra"
628~: Abduzione delle donne e bambini della tribù del Moshjarik
628~: Attacco degli ebrei di Khaïbar, e tortura di prigionieri
628~: Presa dell' oasi ebrea di Fadak come bene personale di Maometto
628~: Sottomissione degli ebrei di Wadil Qora
629~: Distruzione degli idoli di Allat Manat ed Al Uzza in Arabia
630~: Presa di La Mecca; 30 esecuzioni
630~: Prima aggressione contro la Persia a Tabuk
630~: Battaglia di Honaïn contro i Beduini pagani
630~: Sottomissione degli ebrei e cristiani di Makna, Eilat, Jarba
630~: Decapitazione a La Mecca dell' apostato Abdallah ibn Abou Sahr
630~: Decapitazione a La Mecca del poeta satirista Abdallah ibn Khatal
630~: Decapitazione a La Mecca di Howairith ibn Noqaïd
630~: Condanna a morte a La Mecca di Ikrima, in fuga
630~: Condanna a morte a La Mecca di Cafwan ibn Ommayya, in fuga
630~: Condanna a morte a La Mecca di Hind,moglie d' Abou Sofyan in fuga
630~: Esecuzione a La Mecca di Sara, schiava liberata
630~: Esecuzione a La Mecca di Qariba, cantante
630~: Esecuzione a La Mecca de Fartana, cantante che prendeva in giro Maometto
630~: Distruzione dell' idolo di Hubal situato nella Kaaba
630~: Maometto al suo nemico Cafwan: " tu non hai che da scegliere tra la sciabola (che ti taglia la testa) e l' islam"
630~: Massacro della tribù dei Beni Djadsimaa
630~: Estirpazione delle viti in Arabia
630~: Distruzione di 360 idoli a La Mecca
630~: Presa di Taif da parte dei musulmani
630~: Battaglia di Houynan contro le tribù hawazite
630~: Distruzione dell' idolo d' Al Uzza nel tempio di batn nakhla
630~: Distruzione del santuario di Manah da parte di Ali sugli ordini di Maometto
630~: Distruzione del santuario d' AlFals idolo del Tayyi, da parte di Ali sugli ordini di Maometto
630~: Distruzione dell' idolo d' Allat da parte di Ibn Suba sugli ordini di Maometto
630~: Distruzione dell' idolo Al Uzza nella valle di Nahla
630~: Omicidio di Dubayya sacerdote d' Al Uzza
630~: Distruzione del demone femminile Al Uzza da parte di Halid " donna nera svestita"
630~: Distruzione dell' idolo d' Isaf
630~: Distruzione dell' idolo di Naila
630~: Distruzione dell' idolo di Ruda da parte di Al Mustawgir
630~: Distruzione dell' idolo dell'Al Halasa, del tempio; 200 morti nell' attacco
630~: Incendio dell' idolo Dul Kafayn, Dio del Daws
630~: Distruzione dell' idolo Dus Sara del Banu Al Harit
630~: Distruzione dell' idolo Al Uqaysir
630~: Distruzione dell' idolo A' im dei Azd as Sarah
630~: Distruzione dell' idolo Su' ayr dei Anaza
630~: Distruzione dell' idolo Umyanis dei hawlan
630~: Distruzione dell' idolo Wadd Dio del Qura da parte di Ibn Al Walid
630~: Distruzione dell' idolo Suwa a Ruhat
630~: Distruzione dell' idolo Yagut in Yemen, Dio del Madhig
630~: Distruzione dell' idolo Yauq dio del Hamdan
630~: Distruzione dell' idolo nasr dio dei Himyarite su ordine di Maometto
630~: Distruzione dell' idolo Ad Daggal
630~: Distruzione dell' idolo Al fals del Tayyi e sacrilegio
631~: Attacco della città bizantina di Tabouk
631~: Sottomissione di Tabouk; tributo per i cristiani
631~: Attacco contro il cristiano Adi ed abduzione di sua sorella
631~: Distruzione da parte di Maometto dell' idolo sacro del Tay
631~: Divieto del pellegrinaggio della Mecca per gli infedeli
631~: Per i Mecchesi, " coloro che restano, che diventino musulmani, altrimenti, che la sciabola o la guerra decidano"
631~: Apostasia della tribù dei cristiani Abdul Qaïs, sottomissione o eliminazione
631~: Sottomissione dei cristiani di Nadjran
632~: Eresia d' Al Asuad in Yemen
632~: Trattato di sottomissione della tribù cristiana dei Taghlibiti
632~: Trattato di sottomissione della tribù cristiana del Nadjran
632~: Sottomissione d' Al Aswad capo yemenita apostato
632~: Alla sua morte, il Pacifico Maometto possiede 7 sciabole, 3 lance, 3 armature, uno scudo
632~: Appello all'omicidio di Tolaïha, come falso profeta
632~: Appello all'omicidio di Aswad, mago in Yemen
632~: Alla morte di Maometto, rabbia d' Omar: " che la lingua di quelli che dicono che è morto sia estirpata"

 




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19 luglio 2011

Ecco perchè il 17 è giorno infausto anche per l'ebraismo

 

Il 17 di Tammuz

Shivà Assar beTammuz

Il digiuno del 17 Tammuz, commemora cinque eventi infausti che accaddero al popolo di Israele, nel corso dei secoli, proprio in quella data. La Mishnà (Ta’anit 4, 3) così li enumera:

– Le prime tavole della Legge furono rotte da Moshé che, scendendo dal monte, vide che il popolo aveva fabbricato il vitello d’oro e vi tributava riti.

– Le offerte inerenti i sacrifici quotidiani furono sospese nel primo Bet Hamikdash in quella stessa data.

– Fu aperta la prima breccia nelle mura della città ai tempi del secondo Bet Hamikdash: l’evento segnò l’inizio della distruzione ad opera dei romani.

– Durante il tempo del secondo Bet Hamikdash, Apustamus il malvagio bruciò la Torà.

– Idoli furono posti nel Santuario.

Al tempo del primo Bet Hamikdash fu praticata una breccia nelle mura di Gerusalemme nel 9 di Tammuz. Tuttavia i Maestri non decretarono che in tale data si rispettasse un digiuno per non opprimere eccessivamente il popolo e ordinarono di osservare il digiuno il 17 del mese, poiché la distruzione del secondo Santuario è considerata una calamità grave.

Nella medesima data, il 17 Tammuz, Noach mandò la colomba per vedere se il diluvio era terminato, ma l’uccello non trovò dove posarsi e tornò all’arca. Così il popolo ebraico, paragonato alla colomba, dalla distruzione del Tempio non trovò “un luogo dove posare i piedi”, in cui vivere in piena tranquillità

Da Fare:

Adulti che non hanno problemi di salute, dall’età di bar o bat mitzvah, non mangiano ne bevono dall’alba al tramonto. Clicca qui per gli orari precisi nella tua località.

Donne in gravidanza e che allattano non sono obbligate a digiunare oggi. Chiunque abbia problemi di salute consulti con un rabbino. Anche coloro che non hanno l’obbligo di digiunare, come persone che non stanno bene o bambini non dovrebbero mangiare cibi dolci e caramelle.

È permesso svegliarsi prima dell’alba per mangiare qualcosa se si ha avuto l’intenzione di farlo prima di coricarsi la sera prima.

Durante la preghiera del mattino si recitano le selichòt, le preghiere di penitenza. La preghiera Avinu Malkenu viene detta sia al mattino che al pomeriggio durante minchà.

Si legge il Sefer sia al mattino che al pomeriggio. La lettura è la stessa per entrambe le volte, Esodo 31,11-14 e 34,1-10. Nel pomeriggio si legge la Haftarà da Isaia 55,6-56,8.

Durante l’amidà, si al mattino che al pomeriggio, coloro che digiunano aggiungono il paragrafo ‘anenu’ prima del paragrafo ‘shemà kolenu’.

Se il 17 di Tammuz cade di Shabbat, il digiuno viene posticipato a Domenica.

Astenersi dal mangiare e bere è l’aspetto materiale di un giorno di digiuno, a un livello più profondo, il digiuno è un giorno d’auspicio, un giorno quando il Sign-re è più accessibile del solito, in attesa del nostro sincero pentimento.

Cyberderasha




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19 luglio 2011

Per ricordare: 5 anni fa, quando Hezbollah lanciava razzi sui civili israeliani (attenzione: immagini crude)

 

http://www.youtube.com/watch?v=cERo8I4HZNQ&NR=1




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19 luglio 2011

Bambini indottrinati all’odio

 
Ogni anno, a novembre, la TV ufficiale dell’Autorità Palestinese, controllata dal Fatah del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen), commemora l’anniversario della morte, nel 2004 presso Parigi, di Yasser Arafat.
Il 10 novembre del 2009 e 2010 lo ha fatto mandando in onda delle “interviste” a ragazzini palestinesi che rispecchiano fedelmente gli insegnamenti loro impartiti, e rilanciati dalla tv ufficiale, che si fondano – come si può constatare dai brani qui riportati – su glorificazione della forza, della guerra e del rifiuto della pace, apologia dei concetti di “martirio” e di vendetta, acritiche teorie del complotto, totale sovrapposizione fra ebrei e israeliani e calunnie antisemite.

Questa che segue è la traduzione di alcuni stralci di quelle interviste.
Per vedere il filmato (con sottotitoli in inglese):
http://www.youtube.com/user/PalestinianWatch#p/a/u/1/EYj4Li4Dc_s


Presentatore: Sia benedetto Yasser Arafat. Ed ecco ora alcuni messaggi da bambini di Palestina.

Primo ragazzino: «Fui molto, molto triste quando Arafat morì da “shahid (martire), perché era un brav’uomo e un combattente. Fece cose per mezzo della lotta, prese parte alla lotta, non fece la pace e così via. Voleva combattere.»

Secondo ragazzino: «Yasser Arafat fu un presidente molto, molto importante. Resistette a tutti i nemici e non aveva paura di nessuno. Tutti gli ebrei e gli israeliani e i popoli che sono contro di noi avevano paura di lui. Quando morì, morì per avvelenamento.»

Prima ragazzina: «Dico che è morto per avvelenamento ad opera degli ebrei. Questo dico.»

Terzo ragazzino: «Arafat diceva: “Mi vogliono morto, mi vogliono prigioniero. Ma io dico loro: martirio, martirio, martirio”.»

Seconda ragazzina: «E’ stato il nostro primo presidente. Era assediato a Ramallah, e quando era assediato noi eravamo molto sconvolti. Gli ebrei lo avvelenarono e io li odio molto. Allah li ripagherà come meritano.»

Quarto ragazzino: «E’ morto per avvelenamento ad opera degli ebrei. Beh, non so di cosa è morto, ma so che è stata opera degli ebrei.»

Quinto ragazzino: «Distrussero tutta la sua casa e lui rimase in una sola stanza, e alla fine gli ebrei lo avvelenarono e diedero la colpa a qualcun altro.»

(Da: PalestinianWatch)

Si veda anche:

“Quando moriremo da martiri”: il nuovo hit delle canzoni per bambini arabi




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19 luglio 2011

Cecenia, energy-drink sono contro Islam

 

Si valuta divieto per under-18, gia' varie restrizioni nel Paese



Le autorità dell'islamica Cecenia stanno progettando di vietare agli under-18 la vendita di bevande energizzanti come la Red Bull. Il motivo: sarebbero a loro parere contrarie all'Islam e pericolose per la salute. Il divieto sarebbe soltanto l'ultima restrizione legata alla religione nella repubblica russa, dove i negozi possono vendere alcolici solamente al mattino e per un breve periodo, i ristoranti sono chiusi durante il Ramadan e le donne devono indossare il velo negli edifici pubblici.




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19 luglio 2011

Il Libano, bloccato tra Israele e la Siria

 

di Daniel Pipes

 

Pezzo in lingua originale inglese: Lebanon, Stuck between Israel and Syria

Non è un classico pezzo di un blog, ma gli estratti di un articolo pubblicato oggi dal Jerusalem Post a firma di Oren Kessler e titolato "Hezbollah warns Israel against maritime border 'thrests'" ("Hezbollah mette in guardia Israele contro le 'minacce' dei confini marittimi"). L'articolo cita il numero due di Hezbollah, Naim Qassem, che ieri ha avvisato Gerusalemme che il governo libanese tutelerà la propria sovranità marittima di fronte alle "minacce israeliane" e "rimarrà vigile al fine di riacquistare i pieni diritti, costi quel che costi". Kessler mi cita in una replica [alle denunce di Qassem]:

Reclute di Hezbollah: pronte a sfidare la marina israeliana?

"Non lo prendo molto sul serio. Quello che prendo sul serio è il coinvolgimento della Turchia. I turchi protestano contro l'accordo cipriota con Israele e credo che ciò sia un segnale di problemi a venire. Gli stessi turchi non possono avanzare pretese su questo lato del Mediterraneo, ma possono farlo attraverso Cipro. Penso che le rivendicazioni di Hezbollah siano un po' comiche, ma quelle turche sono più serie." (…)

Pipes afferma che il Libano va visto in relazione alle proteste popolari che negli ultimi quattro mesi hanno destabilizzato la vicina Siria. "Se il regime di Bashar Assad tenesse duro e prevalesse, Hezbollah presumibilmente continuerebbe a rafforzarsi. Ma il problema è proprio questo: il futuro di Hezbollah è legato al regime di Assad", ha detto Pipes, al telefono da Philadelphia.

Se il presidente siriano venisse rovesciato, lui ha detto, "Hezbollah perderebbe il suo protettore e dovrebbe stare più attento. Non credo che ora possiamo parlare di un Libano tutto solo, dobbiamo stare a vedere quale sarà l'epilogo in Siria. Sono propenso a pensare che il regime sia veramente nei guai. Le prospettive sono sconfortanti per la famiglia Assad: non è ancora fuori combattimento, ma ci metterei la mano sul fuoco!

"E gli attacchi di questa settimana di cui sono state oggetto [a Damasco] le ambasciate americana e francese – cosa avevano in mente? Ho sempre visto Bashar come un principiante. Non è proprio fatto per questo [Dovrebbe fare l'oculista e non governare la Siria]. Al timone è un capitano esitante. Questo è di cruciale importanza nel mio pessimismo nei confronti del regime."




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18 luglio 2011

Matrimoni misti: 8 su 10 falliscono

 



 




Le unioni tra italiani e stranieri sono più di 200mila e continuano ad aumentare. In media, però, durano dai 5 ai 13 anni. E fin dai primi mesi arrivano i problemi: la religione, l'educazione dei figli e l'isolamento all'interno della società.

Non sempre finiscono in tragedie, ma quasi sempre finiscono. Almeno otto matrimoni misti su dieci, infatti, non ce la fanno a tirare avanti. Troppe le differenze di cultura, di mentalità, troppe le divergenze su come educare i figli. Così, le nozze tra un italiano o un italiana e uno straniero si sbriciolano più di quelli tra connazionali: 80 per cento dei fallimenti contro poco meno del 50 per cento.

Eppure l'Italia sta cambiando e nei decenni è diventata sempre più multietnica. Sono ormai 3.432,651 le presenze di cittadini stranieri nel nostro Paese e ben 1.684.906 le famiglie con almeno un componente non italiano, pari al 6,9 per cento. E una realtà in continua crescita: in dieci anni i matrimoni tra stranieri e italiani si sono triplicati. Un aumento del 300 per cento.

Non soltanto. Negli ultimi quattro anni, il numero dei bambini nati da coppie miste è lievitato del 2 per cento. Attualmente, infatti, sono circa 600 mila le convivenze stimate mentre i matrimoni misti hanno ormai superato la quota 200 mila e crescono al ritmo di 6.000 all'anno. Ma ben 4.800 di questi sono destinati al fallimento. E nel giro di pochi anni.

Secondo l'Istat, una coppia mista dura in media 13 anni a Lecce, sette a Milano, cinque ad Ancona. Queste famiglie reggono quando hanno un reticolo di sostegno, i fratelli, i genitori spiega Mara Tognetti, docente di Politiche migratorie all'Università Bicocca di Milano . Altrimenti non ce la fanno. Una coppia mista è un bene prezioso per chi le vive attorno ma è anche più fragile, più osservata dai vicini e ha bisogno di maggiore negoziazione: dai figli, alla gestione dei soldi, tanti sono infatti i motivi di discussione'. Ma nonostante le tragedie e le rotture, i matrimoni misti (uno su sette di quelli celebrati) cresceranno sempre di più, assieme ai divorzi. 'Sono delle grandi potenzialità aggiunge Tognetti ma sono visti come particolari e diversi dalla Chiesa, dai vicini, dai parenti. E così loro tendono ad auto isolarsi o ad essere isolati'.

Ma quali sono i gusti degli italiani in fatto di partner stranieri? Gli italiani sposano nell'ordine: filippine, romene, peruviane e albanesi e rappresentano il 59,1 per cento del totale dei matrimoni misti.

Le donne italiane, invece, creano una famiglia (13,4 per cento) soprattutto con gli immigrati africani e del Maghreb: senegalesi, tunisini, marocchini. In forte crescita anche i matrimoni tra due stranieri immigrati (27,5 per cento), un fenomeno dove le separazioni saranno, a detta degli esperti ancora più frequenti visto il loro isolamento. «Non c'è neppure l'italiano che fa da mediatore e la loro storia è molto difficile da sostenere nella società italiana», ammette Tognetti.

Ma in questo mosaico di unioni, non c'è soltanto l'amore a farla da padrona. 'Ci sono tanti matrimoni che sono fatti per interesse e per ottenere la cittadinanza e negli ultimi anni la situazione è peggiorata', precisa Sound Sbai, deputata del Pdl che lancia la sua proposta: «Molti immigrati pensano di poter fare quello che vogliono in Italia, anche essere poligami e potersi sposare con le italiane per ottenere in poco tempo la cittadinanza. Non hanno l'obbligo di imparare la lingua, la Costituzione, la parità di diritti. E queste ingiustizie verso le donne italiane che sposano gli stranieri vanno eliminate».

Cultura - Il peso di tradizioni diverse

La maggior parte dei matrimoni misti fallisce per l'impossibilità di colmare il gap culturale tra i due coniugi: spesso uno dei due impone all'altro tradizioni culturali e religiose estranee al mondo del partner, che possono andare dalla cucina all'abbigliamento. Il sentimento non basta dunque a mantenere un equilibrio delicato. Sono molti i mariti di fede islamica che tentano per esempio di imporre alla moglie l'uso del velo o l'eliminazione di alcuni prodotti alimentari (come il maiale) dalla dieta

I figli - Le divergenze sull'educazione

Uno dei problemi maggiori nelle coppie miste si presenta con l'arrivo dei figli. Spesso i coniugi, a causa di un background culturale diverso, non si trovano d'accordo su come educare i figli: se mandarli per esempio alla scuola italiana o in una scuola straniera a seconda delle origini di uno dei due genitori. Lo stesso problema si riscontra sulla religione con la quale crescere i figli se i coniugi sono di fede diversa. Ci sono anche pressioni che la società esterna, con pregiudizi e chiusure, esercita sulla coppia

Rapimenti - C'è chi fugge all'estero con i bimbi

Non sono mancati casi in cui, dopo i primi screzi di coppia, il padre straniero ha cercato di portare via ifigli alla madre. Spiega l'avvocato Gian Ettore Gàssani, presidente dell'Associazione matrimoni misti italiani, che i figli in Nord Africa per esempio sono potestà esclusiva del padre e le madri non hanno alcun potere sulla prole in caso di separazione o divorzio. «Se il marito porta via il figlio, restituirlo alla madre e riportarlo in Italia diventa un'impresa difficilissima»


I Numeri

80%

La percentuale di matrimoni misti (italiano straniera o straniero italiana) che finisce con un fallimento. Su seimila matrimoni misti celebrati in un anno in Italia oltre 4.800 terminano con una separazione o un divorzio

60mila

Il numero in Italia di coppie miste sposate. Un numero che aumenta al ritmo di seimila l'anno. oggi sono 1.684.906 i nuclei familiari con almeno un componente straniero, pari al 6,9 del totale.

5

Gli anni che mediamente dura un matrimonio misto ad Ancona, il tasso più basso del Paese. Sette anni a Milano, 13 a Lecce. Negli ultimi dieci anni le unioni di questo tipo sono aumentate del 300%

59%

La percentuale di matrimoni misti in Italia con sposo italiano prevalentemente con filippine, rumene, peruviane e albanesi. 13,4% invece il tasso di matrimoni con partner italiana, con uomini per lo più senegalesi, tunisini e marocchini.

Enza Cusmai -




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18 luglio 2011

Chi sono i ribelli in Libia?

 



 


Uno dei principali problemi dell’Occidente nella recente crisi libica è legato all’identificazione dei ‘ribelli’: chi sono in realtà? E che cosa vogliono?


Il 21 marzo 2011 l’ex ministro della giustizia di Gheddafi Mustafa Abdel-Jalil ha defezionato e ha deciso di dar vita al Consiglio Nazionale di Transizione (CNT). Il giorno dopo Abdel-Hafidh Ghoga, avvocato di Bengasi, ha preso le distanze da Abdel-Jalil dichiarando di non riconoscere la sua leadership. Dopo oltre una settimana di trattative i due leader hanno trovato l’accordo fondando ufficialmente il Consiglio Nazionale di Transizione.

In ribelli hanno deciso di unire le forze per tre scopi ben precisi:

1) lanciare un’offensiva contro Gheddafi in Tripolitania e rovesciare il regime;

2) evitare la divisione della Libia;

3) evitare che gli Occidentali stabiliscano una presenza nel paese dopo l’offensiva.

Il collante è soltanto la comune volontà di mettere fine al regime di Gheddafi.

Il Consiglio Nazionale di Transizione dichiara di avere l’appoggio dei consigli cittadini che hanno amministrato le città della Cirenaica dall’inizio della rivolta e di ‘tutti gli oppositori di Gheddafi’ – anche di quelli in Tripolitania.

A metà marzo i vertici del CNT – fra cui Mahmoud Jebril, alleato di Abdel-Jalil e il Ministro degli Esteri del Consiglio Ali al-Essawi, ex ambasciatore libico in India – son volati in Europa per ottenere il riconoscimento occidentale e convincere l’ONU a imporre una no-fly zone, già richiesta dalla Francia il 10 marzo.

Le difficoltà dell’opposizione

Prima dell’intervento occidentale le forze di opposizione erano sull’orlo della sconfitta: il rais ha dimostrato di avere ancora molti alleati nelle forze armate e fra le tribù. Questo fa supporre che, se gli attacchi della coalizione avranno successo, si formeranno sacche di resistenza fedeli a Gheddafi che non riconosceranno il potere dei ribelli di Cirenaica.

Il Consiglio Nazionale di Transizione ha creato una divisione militare, all’inizio comandata da Omar El-Hariri e recentemente passata nelle mani dell’ex ministro degli interni, il generale Abdel Fattah Younis, che nelle scorse settimane è stato a stretto contatto con Londra.

Younis è entrato nella struttura di comando del CNT e ha ricevuto il difficile compito di fondare un esercito unitario mettendo insieme le varie milizie sorte nel paese dopo lo scoppio della rivolta – incluso il Consiglio Militare di Bengasi, ala militare del consiglio cittadino di Bengasi, che costituisce la maggioranza del CNT.

L’opposizione non ha i mezzi per lanciare un’offensiva contro la Tripolitania e sconfiggere Gheddafi – come hanno ampiamente dimostrato gli eventi recenti. Soltanto la defezione di altri comandanti finora fedeli a Gheddafi, oppure l’invasione via terra delle forze della coalizione, potrebbero garantirle la vittoria.





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18 luglio 2011

L'Exodus, simbolo della diaspora e del ritorno

 



 

Yoram Kaniuk

L’ex traghetto americano traboccava di «vittime, di profughi martoriati e pieni di cicatrici. Oggi essi sono uno Stato»

LO Stato d'Israele non nacque nel 1948, quando fu proclamato ufficialmente nel museo di Tel Aviv, ma circa un anno prima, il 18 luglio 1947, nel momento in cui la sgangherata nave americana President Warfield, ribattezzata Exodus, entrò nel porto di Haifa. Lo Stato d'Israele nacque prima di avere un nome, quando le sue porte erano sprangate agli ebrei e gli inglesi combattevano i sopravvissuti della Shoah. Nacque quando l'accesso alle coste del paese venne impedito a coloro ai quali erano in realtà destinate, per mezzo di quarantacinque modernissime navi militari, quasi tutte di classe C, che gli inglesi avevano costruito verso la fine della seconda guerra mondiale ma che non avevano fatto in tempo a utilizzare, una flotta enorme anche secondo i parametri odierni: incrociatori, fregate, dragamine, vedette corazzate, pattugliatori. [...] Israele nacque il giorno in cui i soldati di Sua Maestà assalirono i passeggeri di una nave che, fino a poco tempo prima, stava concludendo sul Potomac, nell'Est degli Stati Uniti, una lunga esistenza come traghetto destinato al salvataggio, e lanciarono centinaia di bombe lacrimogene sulle 4515 persone che vi erano rimaste intrappolate, gente che due anni prima aveva rischiato di essere uccisa da un altro gas, in un altro luogo. Mentre la nave veniva rimorchiata verso il porto di Haifa, sotto gli occhi attenti della delegazione dell'Unscop, il noto avvocato Bartley Cramm, membro della commissione anglo-americana incaricata di risolvere la questione della Terra d'Israele, enunciò l'equazione «Exodus uguale rivolta del tè di Boston». Lo stato ebraico nacque prima ancora di essere creato, dall'incontro dell'Exodus con i delegati condotti a Haifa non appena fu annunciato l'arrivo della nave, dall'intelligenza degli ufficiali di bordo e soprattutto dalle sofferenze dei passeggeri, dalla frustrazione per l'attacco in mare aperto, proprio davanti alle coste del paese, e dall'avvilimento dovuto all'espulsione e al tormentato viaggio via mare verso la Germania, dove vennero gettati nel campo di Poppendorf, vicino ad Amburgo, un ex campo di concentramento nazista. [...]Era mattina presto. Yossi camminava lungo la spiaggia di Tel Aviv e pensava: però, ne abbiamo fatte di cose. Più o meno quattrocentomila rifugiati hanno attraversato l'Europa e si sono ritrovati sulle coste del Mediterraneo per venire qui. Certi ce l'hanno fatta. Nell'agosto del 1945, con la prima nave dell'Agenzia per l'aliyah parallela, la Dalin, ne sono arrivati trentacinque. I pan [le navi più grandi della storia dell'immigrazione clandestina in terra d'Israele fra la fine della guerra e la creazione dello stato ebraico] (che in realtà concludevano la storia dell'immigrazione clandestina) ne hanno trasportati 15.236 in una sola volta. Mentre tornava a casa, fu preso comunque da un'opprimente sensazione di vuoto. Si era portato dietro la popolazione di due città, e gli sembrava di tornare da un campo di battaglia. In Terra d'Israele gli scontri erano all'ordine del giorno, sanguinosi, violenti. Capì che si chiudeva un capitolo, e che in quel preciso istante cominciava il resto della sua vita. Dopo l'Exodus, ci fu la guerra d'indipendenza. Finiva il primo capitolo, cominciava il secondo. Dopo i pan, Yossi proseguì il suo cammino, che per molti anni ancora lo portò ad agire soprattutto nell'ombra. E per tutto quel tempo, l'Exodus, l'«Uscita dall'Europa», fu la sua parola d'ordine, la giustificazione esistenziale che gli permise di credere che la strada che aveva scelto fosse quella giusta. E poi, l'Exodus non era arrivato solo. Era arrivato in compagnia di milioni di morti e di vivi, di sognatori, di una lotta permanente. Era arrivato in compagnia di un piccino sepolto in mare, di una macchia nera nella storia dell'umanità, delle porte chiuse in faccia a un popolo da sempre indesiderato. Era arrivato in compagnia di un cittadino del mondo come Raul Wallenberg, che salvò degli ebrei ungheresi e poi scomparve, di qualcuno come Hillel Kook, di quelli che reagirono, e fecero del loro meglio, e tennero duro nonostante l'indifferenza e la crudeltà degli Alleati. Era arrivato in compagnia del silenzio urlante della Chiesa, della stampa internazionale, della maggior parte degli uomini di spirito di tutto il mondo, degli intellettuali inglesi che videro il loro governo rimandare in Germania i superstiti dell'Olocausto e tacquero. Era arrivato in compagnia di una donna morta di parto e di tre martiri, i suoi martiri: Bill Bernstein, giovane volontario americano; Mordehai Baumstein, ventitre anni, membro del movimento giovanile haShomer haTzair; Zvi Jacubowicz, sedici anni, orfano. Era arrivato in compagnia di migliaia di candele azzurre, di duecento feriti, di 2437 maapilim [immigrati clandestini] morti in mare mentre viaggiavano verso una terra che non toccarono mai, di 700 disgraziati abitanti di Kladovo che furono costretti a nuotare nel ghiaccio del Danubio, a correre nudi e a scavare la fossa nella quale in nazisti li avrebbero gettati dopo averli abbattuti. Era arrivato in compagnia della Struma, della Mekfure e della Salvador, che erano affondate. Era arrivato in compagnia dei 115.000 maapilim il cui viaggio fu coronato dal successo. Erano vittime, erano profughi martoriati e pieni di cicatrici. Sono lo Stato d'Israele.

Stage Roma 2007 1 - Francesca Colista







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18 luglio 2011

Piccola ma appassionata storia del Kibbutz-Deborah Fait

 



 

Mi sono sempre chiesta quale fosse il motivo dell' avversione dei giovani di sinistra per Israele. Non ho mai avuto risposta e continuo a pensare che i giovani, sognatori per natura, dovrebbero provare amore per un paese nato dall'idealismo e dal lavoro.
Soprattutto chi si dice di sinistra dovrebbe rispettare l'unico paese al mondo dove si e' realizzato il socialismo democratico con il fenomeno unico del kibbuz.
Invece no!
Loro odiano Israele e la loro simpatia va tutta al buio violento e assassino dei suoi nemici arabi e islamici, questi giovani di sinistra dimostrano di preferire la violenza della dittatura anziche' guardare alla realta' di un piccolo Paese che si difende strenuamente con coraggio e senza mai mettere in discussione i valori democratici che lo hanno guidato dal giorno della fondazione.

Quando, verso la seconda meta' dell' 800, i primi chaluzim ( pionieri) arrivarono in Palestina dalle varie nazioni europee, per ricongiungersi agli ebrei, per lo piu' religiosi, che vivevano e pregavano nelle citta' sante di Israele, la regione, sotto il dominio ottomano, era abitata da tribu' seminomadi di beduini in continua guerra con gli arabi insediati nei villaggi in mezzo al deserto.
La vita era misera, le malattie imperversavano, la terra era desolata come la descrivono tutti i viaggiatori che ebbero la ventura di attraversarla.
La vita dei primi pionieri fu di estrema fatica e pericolo, lavoravano spaccandosi la schiena, nel fango, nella sabbia, nelle paludi che avevano infestato di malaria tutta la zona e dovevano difendersi dai banditi di una regione selvaggia e senza leggi.
Faticavano perche' volevano creare un'isola di pace per gli ebrei perseguitati in Europa; erano tutti giovani , non abituati alla fatica fisica, erano studiosi, medici, studenti, uomini e donne insieme, si tirarono su le maniche, misero in spalla il fucile per difendersi dai predoni, presero tra le mani pala e piccone e incominciarono a spaccare i massi del deserto sassoso di Palestina.
Bonificarono le paludi, risanarono la zona dalla malaria che mieteva morti in quantita' fra gli arabi , guarirono dal tracoma i figli dei beduini, e furono un faro per altri giovani ebrei europei ardenti di ideali e desiderosi di vivere come ebrei senza paura e senza piu' umiliazioni.
Furono un faro anche per gli arabi dei paesi limitrofi che arrivarono a cercare lavoro presso gli ebrei.
Nel 1909 un gruppo di giovani rumeni, 10 ragazzi e due ragazze fondarono, sul Mar di Galilea, (Lago di Tiberiade) il primo kibbuz, Degania. Costruirono delle capanne e incominciarono a lavorare. Nel 1932 erano gia' 1000 persone.
Oggi Degania vive di turismo e di agricoltura ed e' un meraviglioso kibbuz bagnato dalle acque del lago.
A quel primo kibbuz molti altri ne seguirono dal nord fino all'estremo sud del paese, quasi vicino al Mar Rosso, kibbuzim laici e religiosi, alcuni con migliaia di membri e altri con poche decine, alcuni sul mare altri in mezzo al deserto a coltivare pomodori, verdure, fiori.
Il lavoro dei pionieri ha reso Israele lussureggiante, i pozzi artesiani costruiti con tanta fatica perche' significava scavare per centinaia di metri fino a trovare l'acqua, si trasformarono in kilometri di tubi che portavano la benedizione dell'acqua in tutto il paese con una rete idrica perfetta e il Movimento divenne la spina dorsale di Israele e l'espressione stessa del sionismo e della liberta'.
Il kibbuz e' una comunita' che si basa sulla totale democrazia, ogni decisione viene presa tra tutti i membri che, al compimento del diciottesimo anno, hanno facolta' di parola e di voto.
Ogni figlio del kibbuz e' figlio della comunita', tutti si prendono cura dei bambini anche se la Guerra del Golfo, con la paura dei gas tossici e dei missili di Saddam Hussein, ha trasformato questa realta' e i genitori hanno voluto i figli a casa. Si sono svuotate le case dei bambini, situate sempre al centro della comunita' per essere difese meglio, e si sono ingrandite la case delle famiglie.
Oggi il kibbuz non e' solo una comunita' agricola ma si e' trasformato in centri scientifici; in scuole di agricoltura; in centri industriali con fabbriche di vario tipo, dai mobili agli occhiali; in centri ittici dove si allevano pesci ornamentali che vengono esportati in tutto il mondo; in allevamenti di cavalli, di lama, in fattorie collettive dove le mucche pascolano nei prati e le colture sono biologiche.
La trasformazione e' avvenuta per stare al passo coi tempi ma la vita delle persone e soprattutto i loro ideali sono rimasti intatti.
Il kibbuz e' diventato anche il luogo migliore per abituare i nuovi immigranti alla realta' di un paese diverso da quelli di origine, a Israele dove la vita non e' facile, dove si lavora molto, dove si conosce la paura della guerra e del terrorismo, dove ci si sacrifica ancora per un ideale.
I Falasha', gli ebrei etiopi, che hanno tante difficolta' ad inseririsi in una societa' tecnologicamente avanzata e moderna trovano in queste comunita' la sicurezza che la vita di citta' non puo' dare e che tanto li spaventa.
Il kibbuz ricorda loro i valori del villaggio africano dove tutti aiutavano tutti, dove i bambini erano figli di tutti, dove nessuno era mai solo.
Si insegna l'ebraico ai nuovi arrivati da tutto il mondo, si educa ai valori dell'uguaglianza e della dignita' umana e a conoscere la cultura e la storia di Israele .
Il kibbuz e' stato anche il rifugio per i libanesi che, per non essere uccisi da hezbollah, dovettero fuggire dal Libano nel 2000 quando Israele si ritiro' dalla fascia di sicurezza. Vennero accolti, protetti, impararono l'ebraico e oggi molti di loro sono completamente inseriti nella vita del Paese, lavorano e mandano i figli a scuola e non abbandonano il kibbuz.
Col passar del tempo, per innumerevoli motivi: la voglia di citta' dei giovani, il benessere, il consumismo, il processo di pace che aveva esaltato tutti e il pericolo dei missili di Saddam Hussein, il Movimento e' entrato in crisi e ha perso molti membri, persone che volevano avere un lavoro diverso, piu' soldi, meno regole, piu' divertimenti ma e' stato un problema temporaneo perche' le radici non si cancellano e l'ideale sionista vive ancora.
Oggi il kibbuz e' rinato a nuova vita e ha ricominciato ad assorbire altri giovani, intere famiglie, tutte persone desiderose di tornare alla natura, all'idealismo, all'origine di Israele e dei suoi valori. Molti israeliani stanno tornando ad apprezzare gli ideali dei Padri Fondatori, di quei pionieri che non chiedevano che di poter lavorare per sviluppare la Terra che amavano e per la quale erano disposti a fare ogni sacrificio.
I kibbuzim gia' esistenti vengono ingranditi, altri vengono fondati, vengono anche affittate case ai "cittadini" che godono di tutti i servizi della comunita' ma, a differenza dei mebri , non hanno diritto di voto, sono semplici affittuari felici di godere della vita pastorale che hanno un consiglio interno per rappresentare i loro interessi all'interno del kibbuz.
Il numero dei "kibbuznikim" (abitanti del kibbuz) sale ogni anno dell'1% e all'ufficio dei kibbuzim di Tel Aviv c'e' la ressa, le richieste sono innumerevoli tanto che si pensa di aumentarne la popolazione di 30.000 nuovi membri.
I "figli del kibbuz" ritornano, molti per nostalgia e altri perche' la vita vi si e' fatta meno faticosa, il lavoro meno pesante e le regole, ferree fino a qualche anno fa, piu' miti e accettabili persino dai giovanissimi.
Molti anni fa Bruno Bettelheim scrisse un libro meraviglioso e oggi introvabile che si intitolava "I figli del sogno", figli nati per creare un paese dal nulla, un sogno realizzato con immensa fatica e tanti morti, un sogno che molti hanno tentato e tentano di distruggere, un sogno realizzato che alcuni definiscono un cancro.
Un cancro eh? Civilta', cultura, prati verdi, coltivazioni nella sabbia che non si sa come fanno a crescere.
Un cancro, vero? Tecnologia, ricerca scientifica da cui tutto il mondo trae vantaggio, democrazia e gente che lavora, produce e crea.
Un cancro? diciamo una perla incuneata nell'immensita' dell'odio, della barbarie e del rifiuto arabo, una perla che tutti vorrebbero depredare.
Un cancro? Israele e' l'unico paese al mondo dove, alla fine del 20 secolo, gli alberi sono aumentati anziche' diminuire.
Un cancro? Israele ha dato al mondo il primo movimento ecologico, il Keren Kayemet LeIsrael, fondato nel 1902.
Un cancro? Israele ha dato al mondo il sindacato, l' Histadrut, nato nel 1920. Gli ebrei sono stati quindi l'unico popolo a creare un sindacato senza avere uno Stato.
Un cancro? Alla sua fondazione Israele aveva gia' ospedali, scuole, universita', centri di ricerca, teatri, il tutto creato tra enormi difficolta' nei primi anni del '900 quando ancora non esisteva la speranza concreta di avere uno Stato.
Un cacro, eh? magari ci fossero tanti cancri del genere in giro per il mondo.

Come e' possibile, dunque, che molti giovani europei odino chi ha costruito un Paese con l'ideale dell'amore, con la fatica, la volonta', la speranza di un mondo e di una vita migliori creando dall'assoluto nulla un Paese che poteva essere per tutti gli abitanti della zona ma che gli arabi hanno rifiutato negandone il diritto all'esistenza.
Se c'e' un popolo che qui ha diritto di esistere questo e' il popolo ebraico perche' la Terra e' di chi la ama e la rispetta, la nutre non di chi la distrugge.

Come si puo' odiare una democrazia con un passato cosi' doloroso per simpatizzare con chi vuole eliminarla?
Come e' possibile che i giovani italiani odino i giovani israeliani conoscendo i loro sacrifici e il pericolo quotidiano di morire a vent'anni?
Tante domande senza risposta che riempiono di malicnonia ma per fortuna i Figli di Israele non badano ai loro coetanei europei che li insultano, li calunniano, li scacciano dai locali quando vanno all'estero, per fortuna i Figli di Israele hanno altro a cui pensare e altro in cui credere.
Hanno un Paese che amano, che e' in continuo sviluppo e che devono difendere dai predatori.
Per fortuna i Figli del Sogno tornano sempre a casa .
http://www.kibbutz.org.il/eng/welcome.htm
Nord Israele kibbutz Bar Ham
Kibbutz Bar ham
Nel deserto del Neghev,ai lati del mar morto Kibbutz Enghedi
Kibbut Iad Mordechai .Monumento in onore e ricordo di Mordechai Anielevitc,colui che guido' la rivolta contro i nazisti nel ghetto di Varsavia




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