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26 luglio 2011

ITALIA-ISRAELE: GIUNTA A HAIFA NAVE SCUOLA AMERIGO VESPUCCI

 

 

E' la sua 77/esima campagna addestrativa nel mediterraneo.

Haifa (israele), 25 lug - ambasciatrice sul mare dell'italia malgrado i suoi 80 anni, accolta con sguardi di ammirazione dagli israeliani, la nave scuola della marina militare, il ve...liero a tre alberi amerigo vespucci, è all'ancora nel porto di haifa da dove ripartirà giovedì. La tappa nella città portuale di israele è una visita di cortesia a un paese amico che si svolge nel quadro della 77/ma campagna addestrativa che vedrà il veliero nelle acque del mediterraneo e del mar nero.
La visita, afferma l' addetto militare, colonnello nunzio tarantelli, rispecchia le "ottime relazioni" esistenti tra le forze armate di italia e israele.

Accanto all'equipaggio, sull' amerigo vespucci ci sono 110 cadetti del primo anno dell' accademia navale al comando del capitano di corvetta alberto tarabotto. Comandante della nave è il capitano di vascello paolo giacomo reale. Ai cadetti, dice reale, "si vuole fornire un percorso che si riallacci alle precedenti tradizioni marinare e permetta di comprendere l'evoluzione dell'arte marinaresca dalle origini dei velieri alle consuetudini marinare tuttora in vigore".
Alla domanda se la marina abbia difficoltà a trovare giovani disposti a entrare nell'accademia navale e a completarne i cinque duri anni di studi, il capitano tarabotto risponde che è piuttosto vero il contrario: l'anno scorso ben 3400 concorrenti si presentarono al concorso per 120 posti per allievi ufficiali e anche quest'anno la situazione non sarà diversa.

Durante la sosta a haifa, l'amerigo vespucci riceverà visite di alti ufficiali delle forze armate israeliane, della cittadinanza e della locale comunità italiana.




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26 luglio 2011

I ben noti "aiuti umanitari"

 

Mar Morto, Israele blocca nave con armi

A bordo kalashnikov e munizioni, arrestati due palestinesi


Un battello carico d'armi con due palestinesi a bordo e' stato intercettato oggi nel Mar Morto dall' esercito israeliano, secondo un comunicato del portavoce militare.

Sul battello sono stati trovati fucili automatici Kalashnikov, altre armi e munizioni. I due palestinesi sono stati arrestati.




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26 luglio 2011

Mondiali di nuoto: "C'è un israeliano in vasca" E l'atleta iraniano decide di non gareggiare

 Scopre di dover gareggiare con un nuotatore israeliano e rinuncia a presentarsi a bordo vasca. L'episodio, accaduto oggi ai mondiali di nuoto di Shangai, vede protagonista Mohammad Alirezaei, atleta non nuovo a questi exploit



Shangai - Scopre di essere nella stessa batteria con un atleta israeliano e rinuncia alla gara. E' accaduto oggi a Shangai, dove sono in corso i mondiali di nuoto, durante una delle batterie dei 100 rana. Mohammad Alirezaei, nuotatore dell'Iran, ha rinunciato a gareggiare dopo avere constatato la presenza in vasca di Gal Nevo, nuotatore israeliano.

Il precedente Un analogo episodio aveva coinvolto il rappresentante dell'Iran in due precendenti occasioni, ai mondiali di Roma 2009 e durante le olimpiadi di Pechino, nel 2008. In entrambe le occasioni la presenza in batteria di un nuotatore israeliano aveva portato l'atleta iraniano a ritirarsi dalla batteria. Nelle occasioni precedenti la federazione nuoto iraniana aveva cercato di far passare inosservata la cosa, adducendo come scusa un'indisposizione del nuotatore. Disappunto della delegazione israeliana La delegazione israeliana ha espresso il suo disappunto per l'accaduto, puntualizzando che non è la prima volta che si presenta un'occasione del genere. "La competizione dovrebbe riguardare lo sport" - ha dichiarato il capo delegazione Kramer - "e non i contrasti politici tra i due paesi. E' necessario che i due ambiti rimangano separati". Dal canto suo la delegazione iraniana non ha ancora rilasciato dichiarazioni su quanto avvenuto.

ilgiornale




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25 luglio 2011

Il killer non è di al Qaeda ma l'islam resta il problema

 

Libero-Maurizio Belpietro


Maurizio Belpietro

Nichi Vendola, invece di occuparsi dei guai della Puglia di cui è governatore, ieri ha trovato il tempo di accusarci di aver compiuto una «triste e raccapricciante strumentalizzazione» sugli attentati in Norvegia, poiché li abbiamo attribuiti agli estremisti islamici. Su questa vicenda intendiamo fare chiarezza, non tanto perché ci preoccupino gli attacchi del capo di Sel, ma per rispetto verso i nostri lettori, gli unici di cui ci importi il giudizio. Abbiamo scritto che la responsabilità della tragedia nel Nord Europa ricadeva sui fanatici di Allah perché tutto lo faceva pensare, a partire dall’immediata rivendicazione di un gruppo jihadista. Solo nella notte le autorità norvegesi hanno fatto sapere che il sospettato numero uno è sì un fanatico, ma biondo e sedicente cristiano nemico dei musulmani. Dunque abbiamo offerto una lettura sbagliata, ma con qualche ragione. Intanto, la dinamica degli attentati, identica a quella tipica di Al Qaeda e vista in altri contesti drammatici, tra cui Mumbai, solo per citare un caso recente. E poi la rivendicazione da parte di una formazione non nuova a simili imprese. Non c’era motivo di dubitare che il massacro non fosse una punizione per gli infedeli, in un Paese che con l’islam è sempre stato tollerante al pari di altri Stati vicini, come a esempio la Danimarca, le cui ambasciate furono date alle fiamme dopo che un giornale osò pubblicare alcune vignette satiriche sul profeta Maometto. O ancora la Svezia, funestata nel 2010 da un assalto kamikaze. Senza dimenticate l’Olanda, nazione che ha pagato la tolleranza verso l’islam con l’assassinio del regista Theo Van Gogh e le minacce di morte alla politica Ayaan Hirsi Ali. Insomma, gli elementi a sostegno della pista musulmana c’erano tutti. Quando le indagini, nella notte, hanno dato credito ad altre ipotesi, il nostro giornale era già andato in stampa. Ma se, come sostiene Vendola, i quotidiani «berlusconiani » hanno strumentalizzato l’accaduto, lo stesso hanno fatto intellettuali scandinavi come la celebre scrittrice Anne Holt, intervistata sia dalla Stampa sia da Repubblica, cioè testate niente affatto vicine al centrodestra, le quali per altro avevano maggiore tempo a disposizione di noi per valuvalutare l’accaduto, visto che chiudono a un’ora più tarda. «Se fossi un capo di Al Qaeda certamente sceglierei la Norvegia come bersaglio di un attentato », ha detto la Holt a Repubblica, spiegando che l’impron - ta jihadista dietro l’orrore era tutt’altro che improbabile e dichiarandosi disposta a sopportare leggi più dure in cambio di maggiore sicurezza. Infine, c’è un ulteriore aspetto da considerare. Dall’11 settembre 2001 tutto l’Occidente vive nella paura di nuovi e sanguinosi attacchi da parte dei fautori della guerra santa. Purtroppo il clima di esasperazione e di angoscia - fomentato anche da chi finge di non vedere il pericolo islamico nascondendosi dietro il politicamente corretto e il buonismo, che celano in realtà odio per il liberalismo e il capitalismo - favorisce l’esplosione di altri estremismi. I criminali europei che sembrano aver realizzato gli attentati sono i prodotti della battaglia contro la nostra civiltà. Pensano di poter rispondere al sangue con altro sangue. Quindi il defunto Bin Laden e i suoi poco raccomandabili seguaci hanno vinto, anche se indeboliti e quasi distrutti dalla lotta al terrorismo, poiché ci hanno spinto a nostra volta sulla strada dell’odio? No. A differenza loro e di chi è sempre pronto a giustificare le peggiori violenze islamiche (ce ne sono anche nel partito di Vendola), noi sappiamo condannare chi commette crimini atroci, anche se lo fa in nome della civiltà occidentale. E sappiamo ammettere di aver sbagliato, quando accade. Tutto ciò ci permette di considerarci, se non superiori, almeno diversi da chi ci vorrebbe morti perché professiamo una religione differente. Questa è la forza, e la bellezza, della democrazia, che non smetteremo mai di difendere.




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25 luglio 2011

Vivisezione dei 'diversamente sionisti'

 

nell'analisi col bisturi di Ugo Volli

Testata: Informazione Corretta
Data: 24 luglio 2011
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Vivisezione dei 'diversamente sionisti'»

Riprendiamo da MOKED il pezzo di Ugo Volli, che abbiamo titolato "Vivisezione dei 'diversamente sionisti', buona lettura !


Diversamente sionista ?

Come si stabilisce la volontà di un corpo politico, una città o uno stato? Ci sono molti modi: la dittatura personale di un duce o quella collettiva di un partito che interpreta "l'anima della nazione" o la "coscienza di classe", i tumulti di piazza che esprimono pulsioni sempre confuse ma violente, le caute trattative delle oligarchie, le monarchie di diritto divino, dove "L'état, c'est moi". I comunisti si sono inventati la "democrazia sostanziale" o "concreta", caratterizzata soprattutto dal fatto che non vi si vota, gli utopisti del web hanno immaginato di recente una democrazia elettronica in cui tutti parlano di tutto: di fatto non ha mai funzionato. In realtà la democrazia rappresentativa sarà piena di difetti, ma è il sistema meno peggiore che c'è, come sosteneva Churchill. Naturalmente non si può mai sapere se ogni decisione presa dai rappresentanti del popolo esprima quella che Rousseau un po' misticamente chiamava "volontà generale", ma la regola fondamentale di questo sistema consiste proprio nel supporlo. Si vota a intervalli regolari, si eleggono certi rappresentanti dando potere a certi partiti e si accetta che le leggi che essi approvano e i governi cui danno la fiducia rappresentino la sola concreta e democratica volontà del paese.

Perché questa piccola chiacchiera di filosofia politica? La ragione è che molti nemici di Israele, gli antisionisti e anche quegli ebrei che chiamerei "diversamente sionisti" (come ci sono i "diversamente abili", dato che costoro insistono a dire che "amano Israele, ma..." ) nel caso israeliano tendono a negare questo principio di rappresentanza. Loro sarebbero per Israele (anche se diversamente dai "fanatici" "estremisti" "fondamentalisti" come me), ma non per quell'Israele reale, che ha un certo parlamento e un certo governo democraticamente scelti. Essi sono naturalmente per un paese diverso, cioè "migliore", "più saggio", "amante della pace". Dubitano della rappresentatività delle elezioni e dei sondaggi che danno loro torto, preferiscono credere all'opinione di quattro scrittori e tre registi, magari illustri, di un paio di partiti che cumulano oggi più o meno il 10% dei voti, hanno fiducia in un manipolo di Ong che vivendo di fondi stranieri hanno grande visibilità mediatica, di un giornale ("Haaretz") che ha più o meno la diffusione del "Manifesto".
Questo per loro è il vero Israele e certo non lasciano che dei fatti maleducati turbino il loro "molto democratico" pensiero. Le leggi che non piacciono loro sono "illegali" o "incostituzionali" (anche se Israele non ha una costituzione rigida); le maggioranze che non godono della loro simpatia sono da sempre delegittimate, "estremiste", magari "fasciste", gli scritti che le difendono sono da leggere "turandosi il naso": strana concezione olfattiva della libertà di pensiero. Sono infallibilmente convinti che prima o poi il paese "rinsavirà" oppure che già in realtà la pensa come loro, ma stranamente vota altrimenti. I più lucidi si rendono conto che il paese reale non è come vorrebbero e teorizzano che "per il suo bene" Israele vada "costretto" a fare quel che è "giusto", anche se il suo elettorato non è d'accordo. Vorrebbero una politica americana ed europea "muscolare" per "obbligare" i bambini indisciplinati dell'elettorato israeliano alle soluzioni che prediligono. Credono con fiducia questa sì infantile, alle cose che leggono sui giornali "progressisti", per esempio che Giudea e Samaria siano davvero "territori occupati", che le "colonie" siano "illegali". Hanno inventato un sistema di metafore un tantino inquietante, anche agli occhi della correttezza politica: parlano talvolta di "tough love" ("amore duro"), termine che è stato una volta chiarito dal direttore di Haaretz, che in un colloquio con l'inviato americano ha accennato alla necessità che l'America "stupri" Israele, sempre per il suo bene, naturalmente.

Comunque in genere i "diversamente sionisti" praticano il "wishful thinking", che tradotto nell'italiano degli anni Settanta fa "pensiero desiderante". Sono convinti che i palestinesi scoppino di voglia di far la pace, gli israeliani anche, seppur votano in maniera sbagliata, e solo i cattivi "coloni" impediscano la festa vagamente messianica dei terroristi abbracciati alle loro vittime, che inevitabilmente avverrà, soprattutto se Israele rinuncia subito e senza condizioni all'"occupazione". Si potrebe pansare che sono solo sciocchi, ma a me paiono pericolosi, non perché influiscano davvero sulla politica israeliana dove non contano nulla, ma perché legittimano la propaganda terrorista e rendono più difficile l'autodifesa israeliana in quel luogo centrale di scontro che è oggi l'opinione pubblica occidentale. Per questo ritengo necessario discutere con loro e contestare le loro opinioni, anche se esse hanno pochissimo rapporto con la realtà dei fatti.

Ugo Volli

PS: Una di questi "diversamente sionisti", di professione insegnante in un liceo della città dove insegno anch'io, se l'è presa con me l'altro giorno su questa newsletter e mi ha applicato la categoria politica olfattiva del "turarsi il naso". Probabilmente citava in maniera malaccorta Montanelli e non si è resa conto di riecheggiare un vecchio stereotipo antisemita, quel "fetor judaicus" che a suo tempo per i migliori inquisitori era un indizio infallibile di colpevolezza. Posso dire solo che a leggere i suoi ragionamenti su democrazia e dialogo, capisco perché quasi la metà degli studenti liceali che si iscrive alla mia facoltà ottiene risultati insufficienti ai test di cultura generale e lingua italiana.


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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25 luglio 2011

Ricette ebraico romanesche Spaghetti Cacio e Pepe

 Gli spaghetti cacio e pepe sono un tipico primo piatto della tradizione romanesca, ma anche in Sicilia se ne faceva, e si continua a farne, largo uso: il formaggio, comunque è sicuramente stato nella storia dell’alimentazione, il primo condimento abbinato alla pasta, diffuso prima ancora dell'introduzione del pomodoro.
La ricetta degli spaghetti cacio e pepe è molto semplice ma, proprio per questo, la cura dei particolari deve essere maniacale per non rischiare di ottenere una semplice pasta condita con il formaggio.


Preparazione

Spaghetti Cacio e Pepe

Grattugiate il pecorino romano (1), e nel frattempo portate a ebollizione una pentola di acqua salata, quando l'acqua bolle versate gli spaghetti (2), scolateli al dente tenendo da parte qualche mestolo di acqua di cottura (3).

Spaghetti Cacio e Pepe

In una ciotola calda versate gli spaghetti ancora gocciolanti aggiungete un mestolo di acqua di cottura (4), il pecorino grattugiato (5) e mescolate bene (6),

Spaghetti Cacio e Pepe unite quindi il pepe macinato secondo i gusti (7) e mantecate con cura fino a quando l’amido della pasta legherà il tutto e gli spaghetti risulteranno cremosi (8-9). Il segreto di un buon piatto di spaghetti cacio e pepe è il giusto equilibrio tra formaggio e acqua di cottura, gli ingredienti amalgamandosi dovranno formare una crema, tipica degli spaghetti cacio e pepe. Quindi se mescolando gli ingredienti noterete ancora la presenza di acqua di cottura, aggiungete ancora un po’ di pecorino, se al contrario, gli spaghetti risulteranno troppo asciutti, versate ancora poca acqua di cottura, procedendo un po' alla volta fino ad ottenere la giusta consistenza.
Una volta che il condimento si sarà amalgamato agli spaghetti, impiattate velocemente il tutto, preferibilmente utilizzando piatti da portata caldi. Completate con un'ultima spolverizzata di pepe macinato e servite velocemente.


 

¦ Consiglio

E' importante terminare la cottura degli spaghetti cacio e pepe nel tegame, aggiungendo se necessario qualche mestolo dell'acqua di cottura, per permettere alla pasta di tirare fuori l'amido che mescolato con il pecorino formerà la cremina che è la caratteristica saliente di questo semplice piatto.

Il pecorino che meglio si adatta a questa ricetta è quello romano che deve essere sì stagionato, ma non eccessivamente.




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25 luglio 2011

Iran, nella strategia nucleare anche gli omicidi

 
La cronaca di Francesca Paci

Testata: La Stampa
Data: 24 luglio 2011
Pagina: 19
Autore: Francesca Paci
Titolo: «Iran, commando uccide uno scienziato nucleare»

In un regime come quello iraniano, dove vige la censura più assuluta sull'informazione, è difficile avere gli strumenti per capire ciò che avviene. Chi avrà ucciso lo scienzato nucleare ? Probabile, vista anche la dinamica dell'omicidio, che dietro ci sia la strategia della tensione, voluta da Ahmadinejad. Ecco dalla STAMPA di oggi, 24/07/2011, a pag.19, con il titolo " Iran, commando uccide uno scienziato nucleare ", la cronaca di Francesca Paci.

Le agenzie di Stato «Isna» e «Mehr» ripetono che si chiamava Darioush Rezaei, aveva 35 anni, insegnava fisica alla Mohaghegh Ardabili University e collaborava con l’organizzazione nazionale dell’energia atomica. Ma la morte dello scienziato nucleare iraniano assassinato ieri da due motociclisti armati davanti alla sua abitazione in Bani Hashem, nel cuore di Teheran, è destinata a non

In novembre fu colpito un docente di Fisica e il regime accusò gli 007 occidentali

esaurirsi con l’identificazione delle generalità o con la ricostruzione della moglie ricoverata in ospedale dopo l’attacco. Il nome di Rezaei allunga infatti l’elenco dei luminari apparentemente al lavoro sull’arricchimento dell’uranio assassinati negli ultimi anni nel Paese degli ayatollah. Nove mesi fa toccò al professor Majid Shahriari, ucciso vicino all’università Shahid Beheshti nelle stesse ore in cui in un altro attentato veniva ferito il collega Fereydoun Abbasi, uno studioso sulla lista nera delle Nazioni Unite per la sospetta partecipazione all’attività segreta di Teheran. Anche allora, come negli episodi precedenti, il governo additò gli 007 occidentali e la loro avversione per il programma nucleare iraniano rovesciando la versione dell’opposizione secondo cui dietro le cicliche esecuzioni ci sarebbe invece la strategia della tensione alimentata dal presidente Ahmadinejad.

«Abbiamo ancora pochi dettagli su questo nuovo omicidio, ma riguardo agli altri la firma del regime è palese: innanzitutto le vittime non lavoravano direttamente con i reattori e poi è impensabile che un killer agisca sotto gli occhi della onnipresente security iraniana e svanisca» dice il blogger e attivista politico Potkin Azarmehr. Sullo sfondo del giallo a puntate, l’annoso braccio di ferro tra Teheran e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Scott Lucas, esperto dell’università di Birmingham e anima del sito Enduring America, ha ricostruito in parte il curriculum di Rezaei: «Dall’oggetto del suo Phd non emerge un rapporto diretto con le armi nucleari, non sembrerebbe dunque trattarsi d’un profilo professionale tale da interessare l’intelligence americana». Allo scioglimento del rebus, azzarda Lucas, potrebbe non bastare una sola chiave. Bisognerebbe capire per esempio se Rezaei fosse coinvolto in Sesame (Synchrotron-light for Experimental Science and Applications in the Middle East), il programma scientifico non nucleare in cui sotto l’egida dell’Onu collaborano diversi Paesi della regione tra cui, eccezionalmente, Iran, Israele e Autorità Nazionale Palestinese. Di Sesame faceva parte Masoud Ali-Mohammadi, l’accademico ammazzato a gennaio del 2010 e della cui morte fu incolpata un anno dopo una presunta spia del Mossad.

Per inviare alla Stampa la propria opinione, cliccare sulla e-mail sottostante.


lettere@lastampa.it




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25 luglio 2011

Oslo: i commenti del giorno dopo

 

IC redazione, Magdi Cristiano Allam, Pierluigi Battista

Testata:Libero-Il Giornale-Corriere della Sera
Autore: IC redazione, Magdi Cristiano Allam, Pierluigi Battista
Titolo: «Il killer non è di al Qaeda ma l'islam resta il problema- I razzisti nati dal multiculturalismo-Le società vulnerabili»

Il Ministro degli esteri norvegese accolto con richieste di riconoscimento dello Stato Palestinese quando, giovedì, si è recato in visita al campo estivo della gioventù laburista a Utoya.



Il commento di Informazione Corretta

La rivendicazione islamista delle stragi norvegesi ha indirizzato i commenti dei quotidiani di ieri verso l'unica pista possibile. Credibile, per altro, come hanno confermato tutti i commenti. Anche IC si è comportata nello stesso modo.
Ma, dopo i TG dell'una, a differenza dei giornali, avremmo potuto fare marcia indietro, ne abbiamo discusso, per decidere dopo una attenta disamina, che era più corretto, sì corretto, lasciare le cose come stavano.
Abbiamo aggiunto un breve commento, titolandolo 'ultim'ora'.
E abbiamo fatto bene, perchè, come spiega molto bene Ugo Volli nella cartolina di oggi,
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=40706

la dinamica di quell'attentato è simile a tutti gli altri, di matrice islamica, che hanno insanguinato il pianeta per realizzare il folle progetto del dominio islamico del mondo.
La strage, compiuta da Anders Behring Breivik, è diretta conseguenza della politica seguita da gran parte degli stati occidentali, di rinunciare alla difesa della civiltà giudaico-cristiana di fronte all'avanzata di quella musulmana. Che si propone, affermandolo chiaramente, quale prossimo potere sostitutivo.
La Norvegia, fra gli stati europei, è in prima linea in questa sottomissione, che non è soltanto politica, ma sociale e culturale.
Ci chiediamo infatti, come la strage dell'isola sia potuta avvenire ad opera di un solo uomo, armato, certo, ma che aveva di fronte a sè centinaia di giovani, la cui reazione è stata di chiedere pietà. Centinaia di giovani, non bambini, ma nel pieno vigore della forza fisica, che avrebbero potuto benissimo impedire che avvenisse una strage di quelle proporzioni. Non uno fra loro che abbia reagito, eppure erano centinaia. Come è potuto avvenire ?
Tutti hanno detto che la Norvegia era un piccolo paradiso, pacifico, benessere diffuso, porte aperte per chiunque volesse entrare, massima tolleranza verso l'islam che però non ne aveva alcuna verso la società norvegese.
A ciò si aggiunga una cultura pacifista, che ha non solo segnato la politica estera dello stato, ma invaso ideologicamente anche il sistema educativo nazionale, ottenendo un risultato opposto alle intenzioni.
Invece della pace, la guerra, invece della capacità di reagire contro il terrore, la resa più umiliante.
Niente di nuovo, così come si era sottovalutato nel secolo passato il nazismo, e aggiungiamo pure il comunismo, così adesso un atto criminale contribuirà a sottoestimare il pericolo islamista.
E' questa la linea dei commenti su gran parte dei quotidiani oggi, 24/07/2011. Con l'eccezione di GIORNALE e LIBERO, che riprendiamo. Di carattere generale, ovviamente condivisibile, quello di Pigi Battista sul CORRIERE della SERA, forse un po' troppo ecumenico per aiutare a capire quel che ci attende.
Per finire, non possiamo non condannare l'accostamento del killer, e delle motivazioni che l'hanno spinto a quel folle gesto, con Geert Wilders, il politico liberale olandese, che andrebbe visto, al contrario di come viene descritto, quale portatore dell'unica politica possibile nei confronti del terrorismo islamico,e, di conseguenza, verso qualunque altra forma di criminalità.
Ecco i commenti:

Il Giornale-Magdi Cristiano Allam: " I razzisti nati dal multiculturalismo "


Magdi C.Allam

La nostra condanna è netta e totale della doppia strage che ha massacrato oltre 90 norvegesi e ha fatto sprofondare in un devastante lutto un’intera nazio­ne. Nessuna giustificazione e nessuna attenuante per il terrorismo di qualsivoglia risma che viola la sa­cralità della vita di tutti, perseguendo l’imposizione del proprio pote­re attraverso l’uso della violenza.
Non sappiamo ancora se en­trambi gli attentati di Oslo e Utoya abbiano la stessa matrice. L’unica certezza è l’arresto di un trenta­duenne norvegese, Anders Behrin Breivik, qualificato come un «fon­damentalista cristiano », che trave­stito da poliziotto ha commesso lo sconvolgente massacrosull’isola di Utoya. In precedenza la potente esplosione che ha devastato il quar­tiere governativo nel centro di Oslo era stata rivendicata dai sedicenti Ansar al Jihad al Alami (Seguaci della Guerra santa islamica globa­le).
Ammettiamolo: in un primo tempo quando la pista islamica sembrava avvalorata, tutti ci senti­vamo come rincuorati, probabil­mente perché condividiamo la consapevolezza che questo gene­re di odiosi crimini contro l’umani­tà appartiene quasi naturalmente a dei fanatici votati a imporre con la forza ovunque nel mondo la sot­tomissione ad Allah e la devozione a Maometto. Mentre quando è sta­to arrestato e abbiamo visto il volto di un norvegese che sulla propria pagina di Facebook si presenta co­me «conservatore, di fede cristia­na, ama la musica classica e i video­giochi di guerra », siamo stati come colti dal panico. Perché per noi il cristianesimo è inconciliabile con la pratica della violenza finalizzata ad uccidere il prossimo, indipen­dentemente dalla diversità di et­nia, fede, ideologia o cultura.
La verità è che sia il terrorismo islamico sia quello neonazista, si fondano sulla supremazia della razza o della religione, nel caso di Anders Behrin Breivik indicata co­me «cristiana»,si equivalgono nel­la loro divisione faziosa dell’uma­nità dove loro, detentori di una veri­tà
assoluta che deve essere impo­sta con la forza, condividono sia il principio che chi non la pensa co­me loro non ha diritto di esistere sia la pratica della violenza per la re­alizzazione dei loro obiettivi. La dif­ferenza sostanziale è che mentre gli islamici che uccidono gli «infe­deli » sono legittimati da ciò che ha ordinato loro Allah nel Corano e da quanto ha fatto Maometto, i cristia­ni che uccidono per qualsivoglia ra­gione lo fanno in flagrante contra­sto con ciò che è scritto nei Vangeli.
Quanto alla causa di fondo di questi barbari attentati, essa risie­de nell’ideologia del razzismo che, nel caso specifico dell’Occidente che s’ispira alla fede cristiana,è l’al­t­ra faccia della medaglia del multi­culturalismo. Razzismo e multicul­turalismo commettono l’errore di sovrapporre la dimensione della religione o delle idee con la dimen­sione della persona. L’ideologia del razzismo si fonda sulla tesi che dalla condanna della religione o delle idee altrui si debba procede­re alla condanna di tutti coloro che a vario titolo fanno riferimento a quella religione o a quelle idee. Vi­ceversa l’ideologia del multicultu­ralismo è la trasposizi­one in ambi­to sociale del relativismo che si fon­da sulla tesi che per amare il prossi­mo si debba sposare la sua religio­ne o le sue idee, mettendo sullo stesso piano tutte le religioni, cultu­re, valori, immaginando che la civi­le­convivenza possa realizzarsi sen­za un comune collante valoriale e identitario.
La Norvegia, al pari della Svezia, Gran Bretagna, Olanda e Germa­nia, predica e pratica l’ideologia del multiculturalismo, concepen­do che l’accoglienza degli immi­grati e più in generale il rapporto con il mondo della globalizzazio­ne debbano portare a un cambia­mento radicale della nostra civiltà, fino a vergognarci delle nostre radi­ci giudaico- cristiane, a negare i va­lori non negoziabili, a tradire la no­stra
identità cristiana, ad antepor­r­e l’amore per il prossimo alla salva­guardia dei legittimi interessi na­zionali della popolazione autocto­na, al punto da elargire a piene ma­ni agli stranieri diritti e libertà sen­za chiedere loro l’ottemperanza dei doveri e il rispetto delle regole. Il razzismo che esplode nel con­testo d­el multiculturalismo proce­de in senso letteralmente opposto, emergendo come una brutale e ir­razionale reazione, assolutamen­te ingiustificabile e inaccettabile, da parte di chi arriva a legittimare il massacro di chi è considerato re­sponsabile della perdita della no­stra civiltà.
Noi condanniamo totalmente, non riconosciamo alcuna giustif­i­cazione e non concediamo alcuna attenuante a qualsiasi forma di ter­rorismo, compreso il terrorismo neonazista. Al tempo stesso am­moniamo che il multiculturalismo è il terreno di coltura di un’ideolo­gia razzista­che fa proseliti tra quan­ti hanno la sensazione di non risie­dere più a casa loro,
che presto si ri­durranno a essere minoranza e for­se a esserne allontanati. Ecco per­ché multiculturalismo e razzismo sono di fatto due facce della stessa medaglia. La mia conclusione? Se vogliamo sconfiggere questo razzi­smo d­obbiamo porre fine al multi­culturalismo.

Corriere della Sera-Pierluigi Battista: " Le società vulnerabili"


Pierluigi Battista

L a tragedia norvegese sta facendo esplodere, anche, una grottesca e mediocre guerra delle attribuzioni contrapposte. Alla smania frettolosa, compiaciuta e spaventosamente disinformata con cui i cantori dello scontro di civiltà hanno subito gridato al terrore di marca islamista si replica con altrettanta sicumera sulla pista della cospirazione nazista: con obbligatoria venatura di fondamentalismo bianco razzial-cristiano, perfetta antitesi di un’immaginaria pista musulmana. Prima ancora di accertare i fatti, scoppia la febbre dell’identificazione del Nemico, della ricerca di spiegazioni rassicuranti, di semplificazioni che diano ordine a ciò che appare privo di senso, una logica all’orgia di sangue e di morte che ha sconvolto in poche ore una nazione passabilmente tranquilla come la Norvegia. Ma l’inferno norvegese rischia di diventare il paradiso di ogni dietrologia e di ogni più dozzinale complottismo. Il Nemico identificato con aprioristica certezza regala una trama alla follia pura e all’insensatezza. È un meccanismo di autodifesa, è la segnalazione di un pericolo che, con un volto ben riconoscibile, si può arginare. Chiude la società in una fortezza rassicurante: indica e isola i colpevoli, e contemporaneamente spinge chi è assediato alla massima coesione. Identificare all’Islam, senza il beneficio del dubbio, la colpa della strage favorisce infatti la messa sotto accusa della società delle frontiere aperte. Richiama all’ordine una società accusata di aver abbassato la guardia. Militarizza gli animi e le menti contro il pericolo musulmano sempre in agguato. Gridare invece al complotto neonazista alimenta la guerra contro il nuovo mostro interno che inquieta l’Europa. Alimenta un meccanismo ideologico di segno contrario, ma formalmente identico: dirotta l’allarme sociale su un bersaglio preciso, su un’organizzazione segreta che nella parte più buia e ottusa della nostra società cospirerebbe contro la democrazia con una diabolica strategia stragista. E non occorre nemmeno menzionare gli studi con cui etnologi e antropologi hanno studiato il meccanismo del «capro espiatorio» per capire come il bisogno di un Nemico chiaro e identificabile serva alle società per elaborare il lutto e distribuire la colpa. Nella guerra delle interpretazioni, a venir scartata subito finisce così per essere l’ipotesi più perturbante e sconvolgente, e cioè che il delirio dei singoli, la follia delle menti bruciate dalle ossessioni da un morbo paranoico resti pur sempre la chiave per comprendere un gesto catastrofico, segno di una psicopatologia che si ammanta di una veste mistico-ideologica apparentemente coerente. Le indagini appureranno la dinamica della strage, l’identità dell’assassino, i comportamenti di chi avrebbe dovuto tutelare la vita di giovani orrendamente massacrati in un’isola dove erano riuniti per un convegno politico. Se l’autore della strage ha avuto dei complici, ciò naturalmente corroborerebbe l’ipotesi di un criminale disegno stragista. Ma se invece, come parrebbe, il killer avesse fatto tutto da solo, meditando e compiendo un’ecatombe senza appoggi e complicità, sia i dietrologi antislamici, sia quelli che già nel web fantasticano di un’internazionale nera pronta a mettere a ferro e fuoco l’Europa, avrebbero perduto un’occasione preziosa per tacere. In poche ore e con informazioni ancora sommarie hanno già messo i fatti al servizio dei loro pregiudizi e un terribile massacro a disposizione dei loro schemi ideologici, delle loro paure e soprattutto del loro modo di alimentarla e dilatarla, la paura collettiva. Senza considerare però che la paura più vera è quella dell’inspiegabile, della nostra vulnerabilità nei confronti del gesto di un folle. Nemmeno nobilitato dalla grandezza di un complotto.

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24 luglio 2011

Cristiani perseguitati

 

La cronaca di Antonio Socci

Testata: Libero
Data: 24 luglio 2011
Pagina: 17
Autore: Antonio Socci
Titolo: «Cinque miliardi di persone non possono pregare»

Da LIBERO di oggi, 24/07/2011, a pag.17, con il titolo " Cinque miliardi di persone non possono pregare", Antonio Socci racconta le persecuzioni dei cristiani in Cina, in India e nei paesi islamici.
Ecco l'articolo:


Antonio Socci

C’è un volto di bambina con degli orecchini e un piccolo crocifisso al collo. La fanciulla guarda qualcuno fuori campo, con espressione seria e interrogativa. Sopra la foto si legge: «Perché miperseguiti?». Il sottotitolo recita: «Libertà religiosa negata. Luoghieoppressori, testimonievittime ». E’ l’eloquente copertina dell’annuale (e sempre drammatico) rapporto - per il 2010 - dell’associazione “Aiuto alla Chiesa che soffre”. Quest’anno è stato pubblicato in collaborazione con le edizioni Lindau. È un’agghiacciante finestra spalancata su uno scenario pressoché sconosciuto e certamente ignorato dall’opinione pubblica e dai mass media. Ma è questo il mondo in cui viviamo. Basti dire che il “Pew Forum on Religion e Public Life” di Washington, che ha analizzato la situazione di 198 Paesi, è arrivato alla conclusione che, sul pianeta, oggi, sono circa 5 miliardi gli esseri umani che vedono repressa, negata o limitata la loro libertà di coscienza e di religione. Si tratta quindi del 70 per cento della popolazione mondiale (oggi quantificata in 6,8 miliardi di persone). La libertà religiosa, riguardando la coscienza personale, è la più delicata delle libertà e, fatalmente, quando è negata quella sono compromesse anche tutte le altre. Non a caso Gandhi affermava: «Potete strapparmi gli occhi e non mi ucciderete. Ma se distruggete la mia fede in Dio, io sono morto». Si parla ovviamente della libertà di credere come della libertà di non credere. Implicano sempre la coscienza. Va detto che, purtroppo, talora sono delle religioni che perseguitano altri gruppi religiosi. Non tutte però sono uguali. Ad esempio la Chiesa Cattolica non perseguita, né reprime alcuna altra religione e anzi si batte per la libertà di tutti, compresa quella dei propri persecutori. È contro le persecuzioni e l’oppressione di chiunque. Eppure va rilevato che il cristianesimo è anche la religione più perseguitata del pianeta: a tutte le latitudini, sotto i più diversi regimi (il rapporto cita, in questo caso, come fonte Amnesty International). Secondo la Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea «il 75 per cento delle morti collegate a crimini a sfondo religioso riguarda i cristiani». Ma qual è la geografia della repressione della libertà religiosa? Anzitutto, anche se spesso lo dimentichiamo, grava ancora sul mondo il retaggio del XX secolo, il secolo delle ideologie, perché circa un miliardo e mezzo di persone vivono sotto regimi comunisti. E siccome certi intellettuali faziosi e superficialiamano ripetere che è la religione a produrre intolleranza, va sottolineatochenessuno nella storiaha mai fatto l’oceano di vittime e di perseguitati delle ideologie atee del Novecento. Oggi il caso di maggiore importanzaèlaCina, ilpaesepiùpopoloso del mondo, con un miliardo e 300 milioni di abitanti, ormai avviato a diventare la prima potenza economica mondiale e una grande potenza politica e militare globale. Lì, in quel regime che resta comunista «il diritto alla libertà religiosa non è concesso». Ma la repressione e le persecuzioni sono particolarmente scatenate contro i cristiani e in particolare contro i cattolici in comunione con il Papa. «Numerosi sono i cristiani arrestati, condotti nei ‘cen - tri di rieducazione’, torturati e condannati a morte», si legge nel rapporto. E «si tratta indistintamente di sacerdoti, vescovi e fedeli laici». Situazione ancora peggiore è quella della Corea del Nord, il mostruoso regime comunista imposto da Kim Il-sung. In questo colossale lager a cielo aperto, dove lo Stato proclama ufficialmente l’ateismo obbligatorio, i cattolici erano numerosi: nella capitale Pyongyang - prima dell’avvento del comunismo - erano il 30 per cento della popolazione. Con il comunismo sono spariti tutti, vescovi compresi, ingoiati dalla buia voragine dei lager. Le poche notizie che arrivano da là sono agghiaccianti. Nel 2009, per esempio, emerse dall’oscurità il nome di una giovane cristiana, la 33enne Ri Hyon-ok, che il 16 giugno era stata condannata a morte e giustiziata «per aver messo in circolazione delle Bibbie». Un problema di repressione e persecuzione c’è anche nella Cuba di Fidel Castro dove i cristiani sarebbero l’80 per cento della popolazione, ma lo Stato è ufficialmente ateo. I casi di sofferenza dei cattolici sono tanti. Per quanto riguarda gli ultimi mesi si cercano ancora gli assassini di don Mariano Arroyo Merino che il 13 luglio 2009, all’età di 74 anni, fu ritrovato morto: lo hanno ammanettato, imbavagliato, accoltellato e bruciato. C’è inoltre la situazione dei cristiani in India dove - supressione dei nazionalisti indù - i diversi Stati «oltre ad approvare le leggi ‘anticonversione’, perseguitano ogni manifestazione pubblica e sociale delle altre religioni». Nello stato di Orissa nel 2007 e nel 2008 si è scatenata una “caccia al cristiano” che ha fatto 90 morti ufficiali (perlopiù cristiani) e ha costretto 50 mila persone a fuggire dai propri villaggi. Sono state distrutte centinaia di case di cristiani e tantissime chiese, nell’indif - ferenza delle forze dell’ordine (con gli aiuti ricevuti dall’estero i cristiani hanno ricostruito non solo le proprie case, ma anche quelle degli indù). C’è poi il continente musulmano che è per i cristiani un vero e proprio calvario. Il Paese che sta diventando l’inferno peggiore per loro è il Pakistan dove - specie per la famigerata legge sulla blasfemia e le varie fatwa lanciate dai tribunali islamici - l’attacco alle minoranze religiose, in particolare ai cristiani, è in drammatica intensificazione (ma gli stessi musulmani sono spesso vittime dei fondamentalisti). La casistica riferita nel rapporto è terrificante. La storia di Asia Bibi, che è la più conosciuta, è solo una delle tante (e così pure l’uccisione di Shahbaz Bhatti). La situazione più penosa è quella delle giovani ragazze cristiane che si trovano spesso a subire ogni forma di abuso e di violenza, fino alla morte, nell’indifferenza delle autorità. È tristemente inutile passare in rassegna gli altri paesi islamici se si considera che in Egitto, che dovrebbe essere il paese islamico più evoluto e il più “occidentale”, quello che ha la più grande (il 12 per cento della popolazione) e la più antica comunità cristiana (radicata lì molto prima dell’arrivo dell’Islam), ebbene in Egitto, il 20 gennaio - si legge nel rapporto - «il patriarca (cristiano copto) Shenouda III dichiarava che sarebbe auspicabile un giudizio equo sui 1.800 assassinii di cristiani e sugli oltre 200 atti di vandalismo perpetrati contro i loro beni, mai giudicati e ancor meno puniti». È inutile aggiungere altro. Ma qualche flash sulla nostra libera Europa è necessario. Già diversi libri hanno denunciato la deriva anticristiana di certe istituzioni europee, con episodi stupefacenti. Ma consideriamo qui alcuni casi recenti dei due Paesichesi propongono come maestri di diritti umani. «In Francia, nelle scuole», c’informa il rapporto, «una legge proibisce il velo alle ragazze musulmane, ai cristiani vieta di portare una croce troppo visibile e ai sikh di portare il turbante”. Se il velo portato davanti al volto (che non è un simbolo religioso) poneva un problema di ordine pubblico e di dignità delle donne, si vorrebbe sapere cosa c’entra il crocifisso. n Gran Bretagna poi «una sentenza ha consentito che un’azienda imponesse ai propri dipendenti cristiani di nascondere i simboli della fede sul luogo di lavoro, lasciando però liberi gli appartenenti ad altre religioni di mostrare i loro simboli ». Aggiungo un episodio emblematico. In questo Paese, dove la regina è capo della Chiesa d’In - ghilterra (con buona pace dei nostri intellettuali che ritengono il protestantesimo più laico del cattolicesimo), il cancelliere Tony Blair ha dovuto aspettare di perdere la carica prima di formalizzare la sua conversione al cattolicesimo. Non è incredibile?

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24 luglio 2011

Una prova di democrazia: le leggi contro il boicottaggio

 

Analisi di Giovanni Quer

Testata: Informazione Corretta
Data: 23 luglio 2011
Pagina: 1
Autore: Giovanni Quer
Titolo: «Una prova di democrazia: le leggi contro il boicottaggio»
Una prova di democrazia: le leggi contro il boicottaggio
di Giovanni Quer

Giovanni Quer La Knesset, il parlamento di Israele
Mercoledi' scorso, in una delle sedute piu' lunghe della Knesset, per piu' di sei ore i parlamentari israeliani sono rimasti a Gerusalemme per decidere delle proposte di legge avanzate da Fania Kirschenbaum, del partito Israel Beitenu. La parlamentare aveva avanzato due proposte di legge per stabilire commissioni d'inchiesta sull'operato delle ONG israeliane definite anti-sioniste e sull'operato di chiunque avanzasse ipotesi di condotta cirminale dei soldati dell'IDF. Dopo cinque ore e mezza di dibattito e quaranta minuti di voto, nessuna dele due proposte e' passata. Nella stampa internazionale e nei siti delle ONG israeliane sono stati pubblicati articoli che denunicavano la deriva antidemocratica di Israele, dell'avanzamento di voci intolleranti e fanatiche dei partiti religiosi e dei partiti nazionalisti. La Knesset ha dato prova ancora una volta di essere una democrazia, ma vale la pena soffermarsi su alcuni aspetti dell'intera vicenda, principalmente sul nazionalismo, e sulla questione della critica ad Israele.

Le proposte avanzate da Israel Beitenu erano state criticate dal consigliere giuridico della Knesset, Eyal Yinon, che le reputava palesemente anticostituzionali nella misura in cui prevedevano di limitare la liberta' di parola e pensiero, cosi' come la liberta' di associazione politica. "Dovessero anche passare al voto della Knesset", aveva avvertito Yinon, "non passerebbero allo scrutinio dell'Alta Corte di Giustizia.
Il dibattito in aula si e' caratterizzato per i forti toni di accusa e in sostanza riguardava poco le proposte di legge in se' quanto piu' la struttura dello Stato ebraico, la natura democratica e le sfide del popolo israeliano. Tra chi usava la retorica sionista (siamo sopravvissuti a duemila anni di Diaspora e il destino del popolo e' nelle mani della Knesset oggi) e chi frequentava le massime care alla sinistra radicale (oggi la democrazia e' in pericolo e questa istituzione non puo' permettersi di legittimare l'oppressione) si sono susseguiti interventi di fine analisi politica.. Di fondo tutti hanno riconosciuto che Israele e' soggetta ad attacchi di delegittimazione internazionale che certo si appoggiano su una parte della societa' israeliana anti-sionista. Le differenze stavano nell'approccio alla questione della delegittimazione interna.. Israel Beitenu, il Likud e i partiti religiosi proponevano e difendevano una linea massimalista, che prevede un graduale intervento di limitazione della liberta' delle ONG israeliane per privare la sinistra radicale delle opportunita' di fomentare gli attacchi cui Israele e' soggetta, in particolar modo per quanto attiene al boicottaggio economico e le accuse ai soldati israeliani.
I parlamentari di Kadima, tra cui Tzipi Livni, soggetta lei stessa alla delegittimazione internazionale, con e senza kippah, con gonne o pantaloni, cosi' come gli altri partiti di centro e della sinistra sionista hanno invece preferito adottare un approccio piu' olistico. La posizione vincente e' stata quest'ultima, che riconosce la delegittimazione e il pericolo che ne consegue ma che non limita la liberta' di pensiero e di espressione "for the sake of the nation".

La deriva antidemocratica desta molto scalpore perche' la limitazione della liberta' di parole e di espressione e' in Israele cosa nuova, che non a caso e' proposta da frange politiche che si rifanno a tradizioni diverse di attivismo politico, che un parlamentare di Kadima, dopo aver corretto gli errori che qualche membro di Israel Beitenu aveva commesso nel corso dell'esposizione, ha definito "un gruppo di arroganti presuntuosi". Non sta al mondo giudicare se i compagni di Liebermann siano o meno presuntuosi. Non sta al mondo nemmeno infiammarsi per qualche proposta di legge che non e' in linea con cio' che ci si aspetta da Israele. Non sta al mondo nemmeno entusiasmarsi per i muscoli che Israele mostra quando e' sotto attacco.
Forse pero' sta al mondo ricordare che gli attacchi esistono veramente e che la risposta di Israele e' ancora una volta preservare il carattere democratico.
Scriveva Aharon Barak nella sentenza sulla tortura: una democrazia e' tale perche' rispetta determinati principi e perche' agisce secondo certi valori; questo impone alle volte che uno stato si debba difendere con un braccio legato dietro alla schiena, per rimanersi in vita come democrazia.

Chi dava per spacciata la democrazia israeliana non ha per ora piu' nulla da dire. Fania Kirschenbaum si ripropone di presentare le stesse proposte, parzialmente modificate, fra un mese e mezzo. Per ora vale solo la pena pensare a quale stato garantisce cosi' ampia liberta' in una condizione cosi' delicata. Al parlamentare di Kadima che ha dato degli chutzpanim (arroganti) ai colleghi di Israel Beitenu forse va fatto notare che e' proprio la chutzpah (arroganza, faccia tosta) israeliana che spesso infonde nuova linfa alla liberta' di espressione e di parola.

http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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24 luglio 2011

Torna la lista nera anti ebrei, l'autore un neofascista convertito all'islam

 
La cronaca di Rinaldo Frignani

Testata: Corriere della Sera
Data: 22 luglio 2011
Pagina: 23
Autore: Rinaldo Frignani
Titolo: «Torna la lista nera anti ebrei»

Dal CORRIERE della SERA di oggi, 22/07/2011, a pag. 23, con il titolo " Torna la lista nera anti ebrei ", il pezzo di Rinaldo Frignani. Nel quale manca però il riferimento all'autore del blog, tale Dagoberto Bellucci, neofascista livornese trapiantato in Libano dopo la conversione all'islam, come leggiamo su REPUBBLICA nell'articolo di Marco Pasqua. Non è un particolare da poco, perchè segna la continuità dell' odio contro gli ebrei, dall'estrema destra al mondo arabo.

Su questo argomento la Cartolina di Ugo Volli di oggi, in altra pagina.
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=40687


islam e nazismo, un accordo che continua

ROMA — Il primo post è del 28 giugno scorso. Il secondo del 5 luglio. Centosessantadue nominativi di docenti universitari, soprattutto della Sapienza, di Roma Tre e Tor Vergata, ma anche della Luiss e del Politecnico di Milano, nonché di altri atenei come quelli di Napoli, Torino, Bologna, Firenze. E due del St. Anthony’s College di Oxford e dell’università di Halle Wittenberg. Professori e quattro magistrati finiti in una lista pubblicata su Internet perché con cognome ebreo: i primi accusati di «manipolare le menti degli studenti» , gli altri di «proteggere gli interessi politici della lobby sionista transnazionale» . La «black list» , sulla quale indaga la polizia postale, ha anche un titolo, «La lobby ebraica per Israele all’interno delle università italiane» , e compare sul sito «Il cannocchiale» , nel blog «Rumors» . Un indirizzo molto simile a quello da cui nel 2008 scattarono le indagini della Postale dopo la pubblicazione della prima lista di docenti ebrei, copiata in parte da un elenco di insegnanti che avevano aderito a un appello contro gli episodi di antisemitismo nelle università inglesi. Allora gli investigatori impiegarono pochi giorni per risalire a chi l’aveva postata: Paolo Munzi, figlio dell’ex sindaco radicale di Forano, nel reatino. Il quarantenne venne indagato per violazione della privacy e denunciato per diffamazione da due professori. Ora, dopo l’oscuramento dell’elenco da parte degli stessi gestori del «Cannocchiale» , la «black list» è tornata (anche se in serata non era più disponibile). Aggiornata in qualche nominativo. Come quello di Fiamma Nirenstein, giornalista, scrittrice, ex docente della «Luiss» , oggi parlamentare pdl e vicepresidente della Commissione affari esteri e comunitari della Camera. Nel post del 5 luglio viene presa di mira perché nel 2008 — secondo chi ha inserito la nuova lista — non avrebbe apprezzato il fatto di essere stata esclusa dal primo elenco. «Io non ho mai pronunciato quelle parole — spiega la Nirenstein — sono però abituata a trovare il mio nome sui siti antisemiti, da quelli nazisti a quelli arabi. Ma la cosa più grave è che inserire le persone in una lista significa invitare a colpirle. Un costume barbaro— aggiunge la parlamentare —: se esprimi opinioni diverse, se sei ebreo, si spera solo che qualcuno passi dalle parole ai fatti contro di te. Come l’ultimo folle che ho denunciato alla Digos: "Abbiamo bisogno di un kamikaze per salvare l’anima di Fiamma Nirenstein", aveva scritto. Un’istigazione a delinquere. Da 10 anni vivo sotto scorta, ma sono contenta, sono ebrea, difendo Israele e faccio il mio dovere» . A margine della nuova lista ci sono anche insulti per il sindaco Gianni Alemanno («Fa il bunga bunga con la lobby ebraica) e il presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici. E Roma viene definita «più puzzolente di un kibbutz» . Ma è sul sito «Stormfront» , dove il motto è «White pride, world wide» disegnato su una croce celtica, che compare un altro elenco inquietante: quello delle attività commerciali ebraiche nella Capitale. Fast food, pensioni, macellerie, ristoranti e pasticcerie, con indirizzo e telefono.

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24 luglio 2011

La primavera araba è irreversibile ma è in agguato il partito dell'ordine

 
22.07.2011 Una intervista inutile
quella di Stefano Montefiori a Olivier Roy

Testata: Corriere della Sera
Data: 22 luglio 2011
Pagina: 15
Autore: Stefano Montefiori

"La primavera araba è irreversibile ma è in agguato il partito dell'ordine " è il titolo sul CORRIERE della SERA di oggi, 22/07/2011, a pag.15, con una intervista a Olivier Roy di Stefano Montefiori. Chissà perchè Il corrispondente da Parigi del Corriere, di solito attento e accurato, ha scelto proprio Roy, che non fa alcuna previsione, limitandosi al " non solo ma
anche " che include tutto e il suo contrario. In più manca totalemente nella visione di Roy il pericolo della avanzata dell'islam. Una pagina inutile, con un unico pregio, una elegante impaginazione. Peccato il contenuto.
Ecco l'intervista: (a destra Olivier Roy)

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DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI — Dopo la primavera dei popoli, l’inverno dello scontento. Dai nuovi incidenti in Tunisia ed Egitto fino ai massacri in Siria, la democratizzazione fatica ad avanzare. È arrivato il momento dela reazione? «Non credo, la rottura con la cultura politica dominante nel mondo arabo degli ultimi 60 anni è definitiva— dice lo studioso francese Olivier Roy, specialista del mondo arabo e professore all'Istituto universitario europeo di Firenze —. Autoritarismo, ideologia, conflitto arabo-israeliano, anti-imperialismo sono stati accantonati in favore della richiesta di democrazia e buon governo, e di un patriottismo che ha rimpiazzato il nazionalismo. Questo è irreversibile» . Perché la battuta d’arresto? «La primavera araba è stata sostenuta solo da una parte della popolazione, essenzialmente i giovani. Poi, gli ambienti conservatori tentano non di tornare al mondo precedente, cosa impossibile, ma almeno di limitare la democratizzazione, ripristinando la stabilità e con essa i privilegi delle élite» . Chi sono i conservatori? «Quel che resta dell'ancien régime (soprattutto in Tunisia e Egitto), l’esercito, gli islamisti, gli ambienti religiosi tradizionali, che temono la secolarizzazione della società, e gli uomini d’affari, che hanno plaudito alla fine delle dittature ma adesso sono spaventati da rivendicazioni sindacali e scioperi. Poi i regimi ancora al potere: Libia, Siria, Yemen, Giordania, Marocco, Bahrein. In Marocco, la monarchia sta cercando di cambiare perché nulla cambi. Riforme di superficie per mantenere il potere nelle mani del re» . Da cui il ritorno dei manifestanti nelle piazze. «L’avanguardia del movimento democratico è esasperata e torna a protestare: in Tunisia, Egitto, Marocco, con il problema ormai urgente però di trovarsi una base popolare più larga. Siamo a una specie di stallo dove i conservatori possono riprendere in mano la cosa pubblica, a condizione di abbracciare in parte la democratizzazione. Da cui l’interesse delle elezioni: non è scontato che a vincerle saranno i protagonisti delle rivolte» . Difficoltà più evidenti in Tunisia, che pure aprì la strada? «Succede quel che capitò all’Europa dopo il Quarantotto, nel XIX secolo. Avanza un partito dell’ordine che accetta la fine del clan Ben Ali ma tenta di limitare i progressi sociali. I contestatari non riescono a formare un partito politico: questa è una grande sorpresa, il movimento resta senza leader, la contestazione spontanea non è rivoluzionaria» . In Egitto l’esercito potrebbe colmare il vuoto politico? «Se in Turchia gli ufficiali hanno a lungo ricoperto un ruolo di garanzia, in Egitto potrebbero giocare in prima persona formando un partito. Poi c’è il peso dei Fratelli musulmani. Ma alle elezioni gli islamisti potrebbero anche fermarsi al 20-25%» . La situazione nello Yemen assomiglia a quella libica? «Sì, il movimento democratico era pacifico, ma l’appoggio che le grandi tribù del Nord hanno dato ai manifestanti ha provocato una guerra civile dove il leader Saleh cerca di battersi fino all’ultimo, come fa Gheddafi. Qui però nessuno interverrà, cosa che limita i danni, se posso dire» . C’è il rischio di una guerra civile anche in Libano? «Per salvarsi, il dittatore siriano Assad cerca di infiammare tutta la regione, ma non credo che Hezbollah scatenerà una guerra per fedeltà all’alleato. Il regime siriano gode dell’aiuto dell’Iran, ma il giorno in cui il popolo si rivoltasse in tutte le città, l’esercito di leva passerebbe dalla parte dei dimostranti e per Assad sarebbe finita» . E le monarchie della regione? «La Giordania è, come Yemen e Libia, un Paese diviso, tra giordani di origine palestinese e beduini. L’elemento federatore è la monarchia; rovesciarla potrebbe portare allo scontro tra le due comunità, da cui una certa prudenza. L’Arabia Saudita verrà toccata? «La sua particolarità è il peso della manodopera straniera. A soffrire sono i lavoratori immigrati, non i cittadini sauditi. E la redistribuzione della rendita petrolifera è piuttosto avanzata, mentre per esempio in Algeria i proventi di gas e petrolio sono andati a lungo solo all’élite» . Dopo l’estate l’attenzione tornerà sui palestinesi? «La questione non è più al centro dei movimenti politici. Per questo i palestinesi rilanciano il tema dello Stato indipendente. Hanno ormai interesse a essere percepiti come un altro popolo in lotta per il progresso, e non più come l’avanguardia della nazione araba in lotta contro Israele»

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24 luglio 2011

L'Onu contro Hezbollah, al Qaeda contro i bambini

 

Gli articoli di Maurizio Molinari, Francesca Paci

Testata: La Stampa
Data: 22 luglio 2011
Pagina: 16
Autore: Maurizio Molinari-Francesca Paci
Titolo: «Caso Hariri, caccia all'intoccabile-Con un cartoon Al Qaeda insegna il jihad ai bimbi»

Terrorismo: dalla STAMPA di oggi, 22/07/2011, con il titolo "Caso Hariri, caccia all'intoccabile", a pag.16, Maurizio Molinari traccia un quadro preoccupante del Libano, completamente alla mercè di Hezbollah. Nella stessa pagina, il pezzo di Francesca Paci sull'uso terroristico dei cartoons per bambini applicata da al Qaeda.
Ecco gli articoli:

Maurizio Molinari: " Caso Hariri, caccia all'intoccabile "


Hariri padre e figlio, il primo ucciso da Hezbollah, il secondo fuggito a Parigi.

L’uomo più ricercato dalle Nazioni Unite è Mustafa Badreddine, accusato di essere stato il regista dell’attentato che il 14 febbraio 2005 uccise il premier libanese Rafik Hariri. Il Tribunale speciale dell’Onu, presieduto da Antonio Cassese, lo scorso 30 giugno ha chiesto in forma riservata al governo di Beirut la consegna di Badreddine, che è un comandante degli Hezbollah. Se non avverrà entro il 30 luglio, la caccia all’uomo diventerà ufficiale. Anche perché l’Interpol ha già diramato le richieste d’arresto in relazione all’omicidio Hariri.

Le prove a carico di Badreddine nascono dalle indagini svolte dalle commissioni d’inchiesta dell’Onu, che hanno portato ad accertare anche la co-responsabilità di altri tre membri degli Hezbollah - Salim Ayyash, Hasan Aneise e Asad Sabra - partendo dalle intercettazioni dei telefonini adoperati dal commando nel giorno dell’agguato. Se la figura di Badreddine spicca è in ragione del suo identikit: il 23 ottobre 1983 era su un tetto di Beirut a godersi lo spettacolo dell’esplosione delle caserme dei marines americani (241 vittime) e dei soldati (francesi) assieme al cognato Imad Mughniyah, capo delle operazioni più efferate messe a segno dagli Hezbollah. Se erano assieme quel giorno non fu solo per i legami di parentela ma in quanto Badreddine, esperto di esplosivi, aveva avuto l’idea di adoperare il gas per potenziare le bombe affidate ai due kamikaze, firmando così un tipo di attacco che segnò un’escalation nella capacità di moltiplicare il numero delle vittime.

Il successo dell’intesa fra Mughniyah e Badreddine fu tale che due mesi dopo si ritrovarono assieme in Kuwait per pianificare un attacco kamikaze gemello contro le ambasciate americana e francese. Per l’occasione sarebbero dovuti saltare in aria anche la torre di controllo dell’aeroporto, una raffineria e il complesso di edifici dove vivevano numerosi americani. Mughniyah e Badreddine guidavano un folto commando sciita iracheno, ma il piano fallì e Badreddine finì in carcere assieme ad altri 16 terroristi -, venne processato e condannato a morte. Nel tentativo di ottenerne la liberazione, Mughniyah organizzò negli anni seguenti una raffica di attentati e dirottamenti aerei contro il Kuwait, ma l’unica concessione che l’Emiro fece fu di non far eseguire la pena capitale. Fu questo il motivo per cui Badreddine era ancora in cella quando il 2 agosto 1990 Saddam Hussein invase il Kuwait, aprendo fra l’altro le carceri. L’esperto di esplosivi riuscì a rifugiarsi a Teheran e da lì a tornare a Beirut dove, secondo fonti occidentali, affiancò ancora Mughniyah per poi prenderne il posto alla guida delle «operazioni internazionali» di Hezbollah dopo che un’autobomba aveva messo fine alla sua vita il 12 febbraio 2008 a Damasco.

La ricostruzione del profilo del super-ricercato consente di capire perché lo sceicco Nasrallah, leader degli Hezbollah, consideri Badreddine intoccabile fino al punto da minacciare di «tagliare le mani a chiunque tenterà di arrestare dei membri del nostro partito», accusando il Tribunale dell’Onu e l’Interpol di essere «strumenti di un complotto sionista e americano contro il popolo e l’indipendenza del Libano».

Le notizie che trapelano dal Palazzo di Vetro su Badreddine lasciano intendere che la pressione politica sul premier libanese Najib Mikati è in crescita, ponendolo di fronte a una scelta difficile, in quanto per la sua elezione è stato determinante proprio il sostegno degli Hezbollah guidati dallo sceicco Nasrallah, alleato di Damasco e di Teheran.

Francesca Paci: " Con un cartoon Al Qaeda insegna il jihad ai bimbi"

In uno dei pochi frame apparsi sul sito jihadista al-Shamouk, una sorta di Eva Kant islamista in abito nero come il passamontagna spara correndo in una notte urbana degna di Sin City. È l’ultima trovata degli eredi di Osama: un film d’animazione destinato ai bambini per propagandare la rete terroristica dello sceicco saudita ucciso in Pakistan all’inizio di maggio. Quando è stato scoperto dagli esperti del think tank anglo-pakistano Quilliam, il pensatoio della lotta al fanatismo religioso, il video era allo stato embrionale, un campione di immagini già però inquadrato nel titolo «Al Qaeda nella penisola arabica».

L’uso dei cartoon per inculcare la violenza nelle giovani menti non è nuovo: nel 2007 i fratelli coltelli palestinesi di Hamas e Fatah si combatterono anche affidando le malefatte dell’avversario ai personaggi tv di Mickey Mouse e del Re Leone. Ma l’internazionale del terrore, apparentemente sulla difensiva, affila da tempo e a fondo l’arma comunicativa.

«Si tratta di una storia eccitante che punta il dito contro i traditori dell’Islam e vuole ispirare i giovani e i bambini a seguire i passi degli jihadisti anche attraverso scene di scontri armati, assassinii e azioni eroiche compiute dai mujaheddin...» spiega sul sito il sedicente autore, tal Abu al-Laith al-Yemen, aggiungendo che il cartoon è «una risposta al veleno instillato nei nostri ragazzi da altre tv». In realtà, secondo alcuni esperti di antiterrorismo americani, il film è ben lungi dall’essere realizzato. Ma Noman Benotman di Quilliam insiste sulla necessità di stare all’erta: «È la prova dei progressi di Al Qaeda nel reclutamento mediatico».

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24 luglio 2011

Egitto, sulla via dell’esplosione ?

 

L'analisi di Mordechai Kedar

Testata: Informazione Corretta
Data: 23 luglio 2011
Pagina: 1
Autore: Mordechai Kedar
Titolo: «Egitto, sulla via dell’esplosione ?»

Egitto, sulla via dell’esplosione ?
di Mordechai Kedar

Center for the Study of the Middle East and Islam (under formation) Bar Ilan University
(traduzione di Angelo Pezzana)


Mordechai Kedar Piazza Taharir

Sei mesi fa, il 25 gennaio, migliaia di egiziani si radunarono nella Piazza Taharir (liberazione, dall’occupazione inglese), nel centro del Cairo, chiedendo le dimissioni di Mubarak, che occupava la poltrona presidenziale da quasi trent’anni, dall’ottobre 1981. Chiedevano la fine della corruzione del regime ormai fossilizzato dei ‘Liberi Ufficiali’, che si erano impadroniti del potere nel luglio 1952, cinquantanove anni fa. Mubarak era uno di loro. Il suo governo,che non ha mai affrontato elezioni degne di questo nome, era formato da un vasto gruppo di burocrati, che controllavano ogni segmento della società e sfruttavano per fini personali ogni risorsa. Il popolo è rimasto povero, dimenticato, quaranta milioni di egiziani che vivono in quartieri degradati,senza infrastrutture, come acqua corrente, fognature, elettricità, comunicazioni, educazione e sanità.

La protesta contro Mubarak, che diventava ogni giorno più intensa, si esprimeva con cartelli che riporatavano tutti sempre la parola Irhal (vattene), diretta a Mubarak, sua moglie e i suoi figli, incluso Gamal, nominato già suo successore, e i ministri che l’hanno servito per lunghi anni. Mubarak aveva sempre contato sull’aiuto dell’esercito, per intervenire durante la rivolta, fino a sparare sui dimostranti, dato che ogni unità dell’esercito aveva l’incarico di riportare l’ordine nelle città o nei quartieri dove vi fossero attività anti-governative.L’esercito, invece, non rispose alle aspettative di Mubarak, non sparò sui dimostranti, fin tanto che non mettevano in pericolo la loro sicurezza. Malgrado ciò, centinaia di cittadini vennero uccisi dalla polizia e da agenti armati della Sicurezza di Stato e da agenti in borghese, quando venivano attaccate le stazioni di polizia per impadronirsi delle armi.

Quando le dimostrazioni si fecero più forti, fu lo stesso Ministro della Difesa, Tantawi, a chiedere in termini chiari, che Mubarak di dimettesse dall’incarico; i militari diventarono l’ ‘esercito del popolo’, non più l’ ‘esercito del Presidente’, conquistandosi così la fiducia dei manifestanti.

Rimosso Mubarak, il Consiglio Supremo delle Forze Armate si impadronì del potere, sospese la costituzione per sei mesi, approvando un governo temporaneo guidato da Essam Sharaf. Il successo della sommossa popolare con la cacciata di Mubarak la" Sfinge" , ha eccitato l’intera popolazione, che ha iniziato a pulire le zone pubbliche vicino alle abitazioni, si è resa conto che il paese poteva appartenergli, che era di nuovo il loro paese dopo essersi liberato dal dittatore. I vicini di casa hanno ripreso ad interessarsi dei problemi comuni, perché hanno riscoperto una loro unità dopo essere riusciti a cacciare il tiranno. Fin dai primi giorni ci furono notizie che erano persino diminuite le violenze sessuali contro le donne che dimostravano in piazza Taharir, mentre prima della rivoluzione succedeva quotidianamente: l’atmosfera durante la sollevazione era caratterizzata da un senso di appartenenza, cooperazione e responsabilità. L’alba di una nuova era irruppe in Egitto in febbraio, diffuse speranze, grandi speranze, sulle rive del Nilo, di una primavera portatrice di successo e prosperità.


Sei mesi sono però passati, e la situazione in Egitto invece di migliorare è peggiorata. I disoccupati, che erano il 25% sotto Mubarak, sono aumentati drammaticamente, persino più del 50%, cioè uno su due salariati non ha un lavoro stabile. L’aumento della disoccupazione deriva principalmente dalla caduta dell’industria del turismo. Sono mancati quei milioni di turisti che arrivavano ogni anno, procurando buone entrate per hotel, ristoranti e lavoratori nei night club; per taxi e autisti di autobus, per i produttori di souvenir, per chi organizzava le gite sul Nilo, vigili del traffico e operatori dello spettacolo, agricoltori che servivano hotel e ristoranti frequentati dai turisti. Dallo scoppio della rivolta sono scomparsi e quei milioni di egiziani che direttamente o indirettamente beneficiavano della loro presenza è da sei mesi che sono senza entrate. Poiché i disoccupati consumano meno cibo, vestiario e servizi vari, anche altri settori hanno patito l’effetto domino del crollo del turismo. Solo alcuni fra le decine di migliaia di egiziani che stanno finendo gli studi accademici troverà lavoro, sia nel settore privato che pubblico, al livello degli studi compiuti. Da questo punto di vista, il favoritismo era, ed è ancora, la regola comune.


Le speranze che il nuovo governo avrebbe eliminato la corruzione nel settore pubblico sono andate in frantumi.I poliziotti sospettati di aver sparato contro i dimostratnti in gennaio e febbraio non sono stati sospesi, interrogati e denunciati per i loro crimini. Persino Mubarak, ritenuto responsabile per le sparatorie contro i dimostranti, è in attesa del processo in un hotel a Sharm al-Sheikh invece che in prigione. Ministri e altri apparati del nuovo governo hanno fatto parte della classe dirigente corrotta di Mubarak per molti anni. I tribunali militari continuano a processare i civili per attentato alla sicurezza dello stato, sfidando le richieste dei dimostranti che ritengono nulle le garanzie di un processo equo in un tribunale militare.


La domanda che gli egiziani si pongono prima di ogni altra è se i cambiamenti costituzionali devono precedere le elezioni, oppure deve essere responsabilità del parlamento che deve ancora essere eletto. Il Consiglio Supremo delle forze Armate ha risolto la questione decidendo che si dovranno tenere prima le elezioni. Che però vengono sempre posticipate, adesso sembra che si terranno in novembre. Le dozzine di nuovi partiti non avranno comunque il tempo di organizzarsi, e questo sarà un vantaggio per i partiti già esistenti, inclusi i fratelli Musulmani. Che però hanno subito molte divisioni, dando origine a cinque nuovi partiti, per cui non è chiaro se si presenteranno separatamente. Sembra che gli Usa premano sul governo perché le elezioni siano parzialmente democratiche, per impedire che i Fratelli Musulmani ne ricavino troppa influenza. Questo ricorda alla gente il regime di Mubarak e quanto poco sia cambiato.


Il Consiglio Supremo delle Forze Armate sta giocando un ruolo critico importante. Da un lato, l’esercito ha tenuto un approccio favorevole verso i giovani rivoluzionari, spodestando Mubarak. Dall’altro, sui militari grava il peso della guida del paese durante la transizione: restituire alla gente la fiducia nella burocrazia corrotta, che è rimasta largamente la stessa, rendere stabile l’economia e condurre elezioni democratiche , nelle quali il Presidente e i due rami del Parlamento – l’Assemblea del Popolo e il Consiglio della Shura – possano insieme scegliere il governo. Il popolo, e soprattutto i giovani rivoluzionari, hanno capito queste difficoltà e hanno in genere accettato le decisioni del Consiglio Supremo delle Forze Armate negli ultimi mesi.


Ma nell’ultimo mese c’è stato un punto di non ritorno: l’esercito sempre più agisce come una forza di governo e meno come un alleato della popolazione che vuole raggiungere i suoi scopi. La gente ha sempre meno fiducia nel Consiglio delle Forze Armate e innalza cartelli nella piazza Tahrir che dicono “ Basta con il Consiglio delle Forze Armate “, “ Consiglio delle Forze Armate: il tuo credito è finito”, “La rivoluzione continua”, “ Stop ai processi militari per i civili “. Negli ultimi ‘venerdì di rabbia e di allarme’ si capiva benissimo verso chi rabbia e allarme erano diretti.


Questi sviluppi sono stati rappresentati dal comportamento di uno dei capi del Consiglio delle Forze Armate, il generale Moshen Fangary. Dall’inizio della rivoluzione il 25 gennaio, aveva sostenuto il diritto dei cittadini a manifestare pacificamente le loro opinioni, per cui era ben visto dalla massa. Due settimane fa, il 12 luglio, è apparso sui media locali e internazionali, con un tono intimidatorio e minaccioso, e ha letto un documento redatto dal Consiglio Supremo delle Forze Armate, mentre alzava l’indice come sfida: “ … Il Consiglio non rinuncerà al suo ruolo durante questo periodo critico nella storia dell’ Egitto… La libertà di espressione è garantita per tutti, ma solo entro i limiti della legge. Le elezioni saranno il primo passo, dopo di chè verrà approvata la costituzione. I tribunali speciali (cioè militari) non saranno aboliti. L’esercito non tollererà proteste violente o interruzioni delle attività economiche. Non sarà legale la diffusione di disinformazioni che possano portare alla disunione del popolo, alla disobbedienza e al disfacimento della nazione. Si darà precedenza all’interesse pubblico rispetto a quello individuale. Il Consiglio non permetterà a nessuno di impadronirsi del potere e prenderà le misure necessarie contro chi sfiderà la patria.


Milioni di egiziani hanno ascoltato con grande preoccupazione questo discorso, che ha fatto capire a tutti, attraverso la roboante voce del popolare generale Fangary, che il periodo degli abbracci e dei fiori era finito, che l’esercito sarebbe stato al potere per ben più di sei mesi, forse per un periodo molto più lungo. Il generale Fangary, con il suo indice minaccioso e la voce roboante, ha fatto intendere ciò che non sarebbe più stato possibile e che non avrebbe più permesso che l’atmosfera alla Woodcock di Taharir si evolvesse in una protesta anti-esercito.


L’Egitto è entrato nel pieno di una calda estate; l’atmosfera, come la temperatura, sono in crescita. Fra pochi giorni, all’inizio di agosto, comincia il mese di Ramadan, durante il quale i musulmani seguono le regole di Allah. Durante il giorno, lo stomaco è privo di cibo, ma l’anima è piena di pensieri; considerata la pessima situazione nella quale il paese si trova, è sufficiente anche solo un piccolo scontro tra esercito e dimostranti per dare fuoco alle polveri nelle strade egiziane. Quando non ci sono i soldi per comprare il cibo per le trenta cene del Ramadan, o per comprare regali per la famiglia, gli egiziani punteranno il dito accusatorio contro il regime, oggi sotto la guida del Consiglio Supremo delle Forze Aramate.


Nelle prossime settimane o mesi, la Primavera Araba potrà trasformarsi nella Estate Egiziana, calda, surriscaldata, violenta e aggressiva, nella quale la gioventù di Taharir capirà di aver cambiato un gruppo di ufficiali con un altro, che invece di Mubarak, hanno Tantawi o Fangary, tutti e due della stessa stoffa. Se scoppierà un conflitto, che il cielo non voglia, sarà fra la gioventù rivoluzionaria e l’esercito, che, questa volta, sparerà senza esitare contro di loro.


L’esercito potrà, nel frattempo, gettare qualche osso ai dimostranti, per esempio un processo show a Mubarak, moglie e figli, e la gente potrà persino vederli trascinati in catene nella piazza Taharir; ma questa soddisfazione momentanea non calmerà le strade. Gli si potrà offrire, quale altro stratagemma per spegnere le fiamme, l’ambasciata di Israele e l’accordo di pace con lo Stato ebraico. Se si verificheranno scontri di questo livello fra l’esercito e la popolazione, molti egiziani potranno cercare rifugio in Israele attraverso il Sinai, dato che il confine è aperto. Israele deve prepararsi ad una prospettiva come questa, per non essere colta di sorpresa quando migliaia di egiziani arriveranno ogni giorno, in fuga dalla crudeltà del loro esercito.

Mordechai Kedar fa parte del Centro Studi sul Medio Oriente e sull’Islam della Università Bar Ilan, Israele. Collabora a Informazione Corretta


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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23 luglio 2011

IRAN: il velo della discordia

 

 

UNA QUESTIONE RELIGIOSA CHE SI TRASFORMA IN OCCASIONE DI SCONTRO POLITICO – Da un lato c’è il presidente Mahmoud Ahmadinejad e i componenti del suo governo, dall’altro l’ayatollah Ali Khamenei e i suoi sostenitori. Al centro, le donne e il loro dovere/diritto di essere più o meno coperte.
Ogni estate per le strade iraniane ci sono pattuglie della polizia religiosa alla ricerca di donne con veli che non rispettano la tradizione islamica. Già l’anno scorso il presidente Ahmadinejad aveva criticato queste operazioni, difendendo l’onore e la rispettabilità delle donne iraniane. Ma ora lo scontro tra le due autorità di Teheran si inasprisce e assume i contorni della lotta politica. Durante un’intervista rilasciata poco tempo fa, il presidente aveva ribadito la sua posizione più “laica“, sostenendo di non approvare l’estremismo nell’applicazione della legge islamica. Di più: aveva affermato la necessità di spiegare alle ragazze i vantaggi del velo per fare in modo che la loro scelta fosse autonoma. Dalla fazione pro Khamenei sono piovute critiche e accuse ad Ahmadinejad, secondo le quali le aperture del presidente sarebbero solo una strategia elettorale per acquisire consensi. Addirittura i sostenitori dell’ayatollah si sono spinti fino a indicare le vittime di uno stupro di gruppo come la causa stessa della violenza: secondo le accuse, non avrebbero indossato il velo nel modo corretto.




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23 luglio 2011

Altra black list: “Fuori la feccia ebraica da atenei e procure”

 


 

Una lista di ebrei “influenti” è stata redatta sul blog “Rumors” da Dagoberto Bellucci, italiano che ha abbracciato la fede islamica ed è molto vicino agli ambienti dell’estrema destra.

La lista, che era già comparsa nel 2008, oggi ritorna con una forza ancora più dirompente, perché nell’elenco ci sono anche attività commerciali, punti di ristorazioni, macellerie e pasticcerie di proprietà di persone di religione ebraica.

Elenco che il blog ha “ricavato da un appello contro il boicottaggio attuato nelle università inglesi nei confronti di Israele e dei docenti ebrei. Il 99% dei docenti firmatari la petizione proposta dalla comunità ebraica di Roma appartiene alla Sapienza di Roma, ha un cognome ebraico e sostiene pubblicamente e politicamente Israele“. Secondo queste affermazioni “gli studenti sono vittime della manipolazione mentale di professori infeudati alle caste regnanti negli atenei. Questi docenti utilizzano l’istituzione universitaria italiana per sostenere gli interessi politici di uno stato estero“.

Sono 162 i professori presenti nella lista. Professori che sono stati presi di mira da un post scritto il 14 maggio scorso dal titolo: “Fuori la feccia sionista dalle Università“. Secondo Rumors gli ebrei sarebbero un “cancro da estirpare“. C’è anche un invito a liberare la società da questo cancro: “Fuori la lobby ebraica dalle Procure“.




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23 luglio 2011

gruppi antisemiti e razzisti su Facebook, compreso il Ku klux klan.

 

OSSERVATORIO ANTIPLAGIO - EUROPEAN CONSUMERS
Comunicato stampa

Osservatorio Antiplagio, comitato di vigilanza sulla tv e sui media, e European Consumers, consorzio di associazioni di consumatori, denunciano la presenza di alcuni gruppi anti-semiti su Facebook. Si va dal revisionismo storico, "Quelli che sono certi che l'olocausto non è mai esistito" ( www.facebook.com/group.php?gid=169364889334&ref=search&sid=1421304087.2102315656..1&v=info ), al rifiuto del ricordo e delle celebrazioni, "Dimentichiamo il Giorno della Memoria! No al complotto giudaico!" ( www.facebook.com/group.php?gid=58788690487&ref=search&sid=1421304087.2102315656..1 ); dalla chiusura dei confini, "Io non voglio Israele in Europa" ( www.facebook.com/group.php?gid=296843716440&ref=search&sid=1421304087.2102315656..1 ), all'offesa dei simboli, "Quelli che usano la bandiera israeliana per accendere il camino" ( www.facebook.com/group.php?gid=37277218119&ref=search&sid=1421304087.2102315656..1 ).
Insieme ai gruppi contro gli ebrei, sono quasi 1.200 le aggregazioni razziste propagandate in Italia su FB: un centinaio sono anti-musulmani, 300 anti-zingari, 350 anti-immigrati, 400 anti-terroni o anti-meridionali (napoletani, sardi, calabresi ecc.). La media è di 700 adesioni a gruppo, per un totale di quasi 8.500 iscritti, e i numeri purtroppo sono in aumento. Tutto ciò accade nonostante FB abbia deciso, da un anno a questa parte, di intervenire con fermezza. Evidentemente gli amministratori del "social-network" californiano monitorizzano raramente le loro pagine o sono soliti abbassare la guardia. Osservatorio Antiplagio ed European Consumers si appellano ai ministri dell'Interno e per le Pari Opportunità e ai responsabili di Facebook affinché: 1) costituiscano degli staff locali, anche di volontari, per controllare e segnalare più facilmente i contenuti da oscurare; 2) inseriscano filtri o parole-chiave per evitare la realizzazione di gruppi xenofobi e razzisti come, per esempio, il "ku klux klan" ( www.facebook.com/search/?flt=1&q=KU+KLUX+KLAN&o=69&sid=1235772700.1124546458..1&s=60#!/group.php?v=wall&ref=search&gid=328060417262 ), autorizzando di volta in volta quelli creati per ragioni storiche o sociali.

Ufficio stampa Antiplagio/European Consumers
www.antiplagio.org - www.europeanconsumers.it
Tel. +39.338.8385999 - +39.348.1317487
1/3/10




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23 luglio 2011

ONU, L'ITALIA DICE NO AL DECENNALE DI "DURBAN"





 (VELINO)
"Non sussistono le condizioni minime" perche' l'Italia possa partecipare al decennale di Durban. E' netto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, sulla possibilita' di un'adesione del nostro Paese all'evento previsto il 22 settembre a New York e che segna i dieci anni dalla conferenza Onu sul razzismo e la discriminazione. "Da tempo l'esercizio noto in ambito Onu come processo di Durban suscita le nostre riserve perche' e' stato negli anni oggetto di strumentalizzazioni politiche per trasformarlo in una tribuna d'accusa contro Israele - ha dichiarato il numero uno della Farnesina -. Fu soprattutto per questo che decidemmo di non partecipare nel 2009 alla Conferenza di revisione detta Durban 2, ed e' per lo stesso motivo che insieme a diversi altri Paesi occidentali e dell'Ue, l'Italia ha votato contro la convocazione dell'evento". Ferma opposizione, dunque, ad un foro utilizzato da Paesi come l'Iran di Mahmoud Ahmadinejad e la Libia di Muammar Gheddafi per affrontare il dossier israelo-palestinese e lanciare pesanti accuse allo Stato ebraico. Nel 2009, l'Italia ritiro' la propria delegazione, unendosi al coro di critiche per una bozza giudicata inaccettabile da molti Paesi, Stati Uniti in testa, e che metteva sul banco degli imputati Israele e la sua politica nei Territori. La prima conferenza di Durban del 2001 porto' all'approvazione di un piano d'azione, sottoscritto, dopo un lungo negoziato, anche dall'Italia e dall'Unione europea, ma non da Stati Uniti, Canada e Israele. I dissidi riemersero otto anni dopo con la Conferenza di riesame - al centro della discussione ancora Israele e il concetto di diffamazione delle religioni - che si concluse, tra molte polemiche, con l'approvazione di un documento finale. Nel dicembre dello scorso anno, l'Assemblea generale approvo' la risoluzione 65/240, che prevede tra l'altro l'organizzazione di un evento commemorativo per il decennale. Evento che pero' rischia di trasformarsi nuovamente in un palcoscenico da cui sferrare attacchi simili a quelli lanciati durante la Conferenza di riesame. vel .




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22 luglio 2011

Perché Al Qaeda potrebbe puntare alla Norvegia

 

Si prende in esame l'ipotesi di un attacco terroristico. Secondo un'analisi pubblicata dal quotidiano The Atlantic ci sarebbero almeno tre ragioni per cui al Qaida potrebbe puntare a colpire Oslo.

Una delle vittime dell'esplosione a Oslo Una bomba è esplosa questo pomeriggio in un edificio che ospita alcuni ministeri del governo di Oslo, nella capitale norvegese. Nello stesso luogo si trova anche la redazione del tabloid norvegese VG. L'esplosione ha provocato - al momento - almeno due morti. Sull'identità degli attentatori è ancora mistero: la polizia parla di un ordigno (forse un'autobomba) ma non si sbilancia sulla paternità dell'attentato. Si prende in esame l'ipotesi di un attacco terroristico. Secondo un'analisi pubblicata dal quotidiano The Atlantic ci sarebbero almeno tre ragioni per cui al Qaida potrebbe puntare a colpire Oslo.


LE MISSIONI INTERNAZIONALI: La Norvegia partecipa alla missione Isaf della Nato in Afghanistan sin dal suo inizio, a fine 2001. Già nel 2007, l'allora vice di Osama bin Laden e attuale numero uno del gruppo, Ayman al Zawahiri, minacciò il paese scandinavo "per la sua partecipazione alla guerra contro i musulmani".
Allo stato attuale, Oslo mantiene poco più di 400 soldati in Afghanistan, dislocati per la maggior parte nell'area nord del paese. I norvegesi sono impegnati anche nel Team di ricostruzione provinciale di Maymana.
Circa quattro mesi fa, al momento della sua nascita, la Norvegia ha inoltre aderito alla missione Unified Protector della Nato, attualmente in corso in Libia. Oslo partecipa con l'invio di sei aerei F-16 ma ha già annunciato la fine delle sue operazioni a partire dal primo giorno di agosto.


LE VIGNETTE DI MAOMETTO: Nell'anno 2006, un piccolo giornale norvegese ha rilanciato alcune vignette su Maometto - pubblicate originariamente in Danimarca - ritenute oltraggiose dall'intera comunità musulmana. Oslo ha così attirato su di sé la reazione rabbiosa degli islamici, che avevano già duramente condannato Copenaghen per le caricature "offensive". Nelle settimane successive alla pubblicazione delle vignette, durante una manifestazione di protesta in Siria, è stato appiccato del fuoco davanti all'ingresso dell'ambasciata norvegese a Damasco. E in Pakistan, gli uffici della compagnia norvegese Telenor sono finiti sotto attacco.


IL MULLAH KREKAR:
Un tempo leader del gruppo islamico Ansar al Islam, il mullah curdo iracheno Krekar giunse in Norvegia come rifugiato politico negli anni '90. Dopo avere trascorso molti anni facendo la spola tra Oslo e il Kurdistan, fu arrestato nel settembre del 2002. Nonostante le accuse di terrorismo caddero l'anno successivo, il mullah Krekar è sempre stato ritenuto una minaccia per la sicurezza nazionale e tenuto agli arresti domiciliari in attesa della sua estradizione in Iraq. Ma i suoi legami con al Qaida non sono mai stati confermati con precisione e per molti islamici, non solo radicali, il trattamento a lui riservato dalla Norvegia rappresenta soltanto un segnale di sudditanza nei confronti dei "crociati" statunitensi.

http://www.iltempo.it/interni_esteri/2011/07/22/1273989-perche_qaeda_potrebbe_puntare_alla_norvegia.shtml




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22 luglio 2011

Era attraente odiare Israele

 
La questione fuori moda
Di Guy Bechor
Nel corso degli ultimi sei mesi o giù di lì, il mondo arabo ha perduto uno degli assi portanti su cui per decenni aveva pesantemente fatto leva, ed ora è costretto a ridefinire se stesso. Quell’asse era l’ostilità verso Israele, il solo collante in grado di tenere insieme – tutti insieme – gruppi etnici, gruppi religiosi, minoranze, governanti, clan e regioni che non avevano null’altro che li connettesse fra loro. L’odio verso Israele era in pratica l’unico terreno comune per tutti i soggetti della regione, che ora si stanno disperdendo ai quattro venti. Questo è esattamente ciò che i dittatori del passato facevano: Mubarak, Gheddafi, Assad e altri come loro distoglievano l’attenzione dei loro cittadini dai problemi interni dei loro paesi verso il comodo nemico esterno.
Era attraente odiare Israele. Quell’odio creava unità interna, e tutti i cittadini si bevevano la tattica diversiva. Oggi, invece, mentre un immenso pubblico arabo rivendica i suoi diritti, il conflitto con Israele è tornato alle sue giuste proporzioni: irrilevante per la gran parte degli arabi che non hanno niente a che spartire con Israele.
Quando scoppiò la crisi, più o meno sei mesi fa, i vecchi governanti tentarono il vecchio trucco. Gheddafi cercò di sostenere che Israele istigava la ribellione in Libia. Il presidente dello Yemen, Ali Abdallah Saleh, che c’era il Mossad dietro ai disordini del suo paese. E Assad proclamò che Israele – figuriamoci – mandava messaggi speciali alla popolazione siriana per spingerla a manifestare nelle strade. Naturalmente anche l’iraniano Ahmadinejad sosteneva cose del genere.
Il risultato peggiore, per questi regimi, è che quasi nessuno si beve più queste sciocchezze, mentre una volta erano in molti a crederci. Ora è il contrario: le ridicole accuse a Israele infiammano ancora di più la gente contro governanti impostori. Non solo il vecchio collante non tiene più le cose insieme, ma anzi le fa a pezzi ancora di più.
All’inizio della crisi, i mass-media tradizionali del mondo arabo tentarono di riaccendere artificialmente il vecchio conflitto, ma a poco a poco Israele è scomparso dall’agenda. Chi ha più tempo di parlare di Israele e della calma e stabilità che vi regnano quando la Siria sta bruciando, la Libia è già bruciata, lo Yemen sta prendendo fuoco, l’Egitto è in subbuglio, il Libano in ebollizione e tutto il nord Africa è in bilico? Chi ha più tempo per i “profughi professionisti” palestinesi che non hanno saputo riabilitarsi dopo 63 anni di aiuti internazionali, mentre tutto il Medio Oriente (e l’Europa) si va riempiendo di centinaia di migliaia di nuovi profughi?
Un'altra brutta botta ha colpito i mass-media tradizionali arabi: è nata una nuova generazione che vive molto più di internet che di mass-media tradizionali. Questa generazione vuole pensare da sé anziché avere qualcun altro che pensa al suo posto o sopra la sua testa. Facebook è uno strumento per curiosi e individualisti. Anche per questa ragione i giornali su carta nel mondo arabo stanno perdendo rapidamente diffusione e presto molti di loro chiuderanno del tutto. C’è dunque un’intera generazione che, bypassando i mass-media tradizionali, incontra il vero Israele via Facebook. Milioni di arabi sono alla ricerca di elementi di conoscenza che sono stati loro negati, e c’è grandissima curiosità. Oggi non è Israele che li raggiunge, sono loro che raggiungono Israele. Ed è un fenomeno in crescita.
Molte persone stanno scoprendo che il problema israelo-palestinese non è così centrale come veniva dipinto, ed oggi appare certamente più chiaro come esso non sia affatto al cuore dei conflitti del Medio Oriente. Al contrario, agli occhi di un numero sempre maggiore di arabi Israele appare in realtà come un modello che merita d’essere analizzato: la sua democrazia, il modo in cui ha integrato con successo oriente e occidente, l’alto livello di sviluppo della sua società civile. È un processo positivo per Israele. Gli si presentano chance migliori, nella regione, ora che vien meno l’istigazione usata dai dittatori nei decenni passati come strumento di potere. Ed è un processo positivo anche per le società arabe, che stanno sviluppando auto-consapevolezza: società che sono finalmente in grado di guardarsi dentro. Non vi sarà un nuovo asse centrale su cui l’intero mondo arabo potrà fare leva. Vi saranno invece innumerevoli assi autentici e stabili, ben più della vecchia illusione che oggi sta andando in pezzi.

(Da: YnetNews, 14.7.11)

Nella foto in alto: Guy Bechor, autore di questo articolo




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 22/7/2011 alle 19:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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