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6 giugno 2011

Il coraggio di essere razzista


 

 
Prendiamo la definizione di razzismo da un qualsiasi dizionario, il mio fido Garzanti recita: “ tendenza a considerare la razza come fattore determinante dello sviluppo civile di una società e quindi a evitare mescolanze con altri popoli, considerati di razza inferiore, mediante la discriminazione o, in casi estremi, mediante la persecuzione e la loro distruzione”
Il significato mi pare abbastanza chiaro e non DOVREBBE dare adito a fraintendimenti di sorta.
Credo che dobbiamo soprattutto tenere a mente queste parole: “… considerati di razza inferiore …”.
Cambiamo scena per un attimo e spostiamoci su uno dei tanti dibattiti politici televisivi, che poi di politico non hanno nulla.
Il tema è l’esplosione della protesta, in parecchi quartieri delle nostre città, degli “italiani” contro gli “immigrati”.
Dalla strada vengono ascoltate le storie ed i motivi di protesta che sono ben condivisibili.
C’è chi lamenta che nel suo condominio, per la maggior parte abitato da immigrati, spesso deve stare attento a non calpestare escrementi umani, qualcun altro testimonia le minacce che subisce da altri immigrati che DEVONO spacciare droga e non vogliono essere disturbati.
Tutti affermano che all’imbrunire non è consigliabile uscire per strada se non si vuole rischiare di essere rapinati o peggio.
Le testimonianze sono parecchie e ti fanno rabbrividire.
Ma non contano.
Per i politici, destra e sinistra, le testimonianze dei cittadini, quelli che li votano e gli mettono lauti stipendi nelle tasche per farsi amministrare valgono meno di niente.
I “sinistri” bollano il tutto con la parola RAZZISMO, i “destri” invece invocano altre e più severe leggi.
Vorrei rispondere a entrambi gli schieramenti, l’ho fatto già diverse volte, e forse sono argomenti già detti e ridetti, ma ripeterli non fa male.
Vorrei innanzi tutto dire ai destri.
Carissimo branco di coglioni di scarto, NON abbiamo bisogno di nuove leggi, ne abbiamo fin troppe!
Quello di cui abbiamo bisogno e che si metta mano a queste leggi sfoltendole.
I nostri codici sono diventati come il campo da lavoro di un giardiniere pazzo.
Le piante (le leggi) sono diventate un miscuglio di innesti, aggiunte, inserimenti, incroci.
Tutti quelli che si sono susseguiti al governo del Paese hanno reso “inoffensive” le leggi del governo precedente senza abrogarle ma creandone di nuove che andassero a rendere “inoffensive” le precedenti.
Il risultato è che tutto può essere reato ma che niente è reato, il tutto è affidato alla discrezionalità dei magistrati che, potere nel potere, decidono come e quali leggi applicare e SE applicarle.
Rivolgendomi sempre ai CdS (coglioni di scarto) dico: visto che siete voi a governarci, prendete i codici, cominciando da quello che volete, civile o penale, e cominciate a fare una bella pulizia eliminando tutto il superfluo, le ripetizioni, etc..
Nel fare questo vi renderete conto di poche e semplici cose.
1. Entrare in un Paese, qualunque esso sia, senza documenti è REATO.
2. Dare false generalità ad un funzionario di pubblica sicurezza è REATO.
3. Vivere in un Paese, qualunque esso sia, senza permesso di soggiorno è REATO.
4. Estendere la propria permanenza oltre i limiti del permesso temporaneo è REATO.
5. Esporre e vendere merce senza una regolare licenza è REATO.
6. Vendere senza l’emissione dello scontrino fiscale è REATO.
7. L’accattonaggio in ogni sua forma è REATO.
8. Occupare abusivamente un edificio, sia pur abbandonato, è REATO.
Il giorno che la luce divina v’illuminerà in questo senso allora vi renderete conto che non c’è bisogno di altre leggi, basta semplicemente applicare quelle che già esistono.
Semplice, no?
Ed ora veniamo ai “sinistri”, anche loro coglioni ma con una giustificazione, stanno ancora piangendo la dipartita dell’unica cosa buona che avevano: l’ideologia.
Carissimi coglioni allo sbando, perché non provate a fare come una volta, a stare con la gente, i poveracci che non riescono ad arrivare alla fine del mese e che ora devono anche combattere con un ambiente ostile?
Non vi mettere lì a pontificare bollando la gente che protesta.
Quelli non sono razzisti, quelli sono dei poveracci che dopo una giornata di merda per portare a casa il pane devono affrontare ben più difficili prove per poter superare la notte.
Quei poveracci che definite razzisti si sentono invece discriminati e vittime loro stessi del razzismo.
Il vero razzismo.
Il razzismo di quelli che vengono in Italia per delinquere e non ammettono nessun impedimento.
Sono questi i veri razzisti, per loro noi italiani siamo “… considerati di razza inferiore …”.
Ed hanno ragione!
Nei loro Paesi non permetterebbero mai a nessuno di andare a dettare legge.
Nei loro Paesi i reati vengono puniti severamente, molto severamente, mentre noi, la razza inferiore, ci indigniamo ma perdoniamo.
Troviamo giustificazioni per tutti e tutto ma non per quelli che si lamentano, no, quelli diventano razzisti.
Io non vivo in un quartiere “degradato”, non ho per vicini di casa degli immigrati che cagano per le scale però capisco il malessere di chi, volente o nolente, è costretto a viverci.
Li volete mettere a tacere chiamandoli razzisti.
Vogliamo cambiare il significato delle parole?
Ci sto.
È un esercizio che non mi preoccupa minimamente.
Io non voglio nelle nostre città gente che caga e piscia ovunque si trovi, è razzismo?
Bene, allora sono razzista!
Io non voglio nelle nostre città gente che spaccia (ne abbiamo già troppi dei “nostri”), è razzismo?
Bene, allora sono razzista!
Io non voglio nelle nostre città gente che in nome della sua religione, qualunque essa sia, si senta in diritto di massacrare una figlia perchè indossa la minigonna, è razzismo?
Bene, allora sono razzista!
Io non voglio nelle nostre città gente che pratica l’infibulazione, è razzismo?
Bene, sono razzista!
E potrei continuare all’infinito.
Non mi faccio intimorire dal giochetto dell’etichettatura per chiudermi la bocca.
Questo giochetto l’ho già subito tanti anni fa quando o eri fascista o comunista, non c’era via di mezzo, non c’erano sfumature ma dovevi “subire” l’etichetta che l’una o l’altra parte ti cucivano addosso.
Oggi mi si vuole cucire addosso l’etichetta del razzista.
Benissimo, definitemi come volete ma non mi chiuderete la bocca.
Essere razzista nella vostra accezione non è un’offesa ma è motivo di orgoglio.
Ed ho il coraggio di dirlo: sono razzista.




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6 giugno 2011

I RIBELLI SIRIANI CHIEDONO AIUTO A ISRAELE

 

 

I ribelli siriani adesso chiedono ufficialmente aiuto ai fratelli di Israele.

Si parla tanto e a sproposito di primavera araba da parte di pseudo esperti che alternativamente esaltano o viceversa dileggiano il fenomeno che pure esiste, ma le notizie, quelle vere, spesso finiscono in secondo piano. Eppure neanche una settimana fa Ayoub Kara, il ministro del Likud che si occupa dello sviluppo delle regioni della Galilea e del Negev, cioè, almeno nel primo caso, quelle che i benpensanti chiamano colonie, ha dato notizia prima nel proprio blog , eye-on-the-world.blogspot.com, e poi alla radio nazionale dello stato ebraico di essere stato personalmente consultato da una delegazione di disperati ribelli della Siria che ormai non si vergognano affatto di chiedere aiuto al più odiato dei nemici nazionali della regione. Che in arabo si chiama “al shams”, cioè il sole, il simbolo nazionale della Siria di Asad. La “proposta indecente” sarebbe avvenuta in un incontro avvenuto a Beersheva verso la fine di aprile, Kara personalmente ha raccontato il senso di tutto. “L’opposizione siriana mi ha contattato perché conosce la mia influenza su Nethanyahu – ha detto – e mi è stato chiesto di rivolgermi formalmente al governo affinchè qualcuno li protegga dalla brutale repressione tuttora in atto”. Non basta: “questa gente mi ha chiesto anche di fami latore delle medesime richieste con l’Onu, gli Stati Uniti e la Ue”. E che risposta avrebbe dato Nethanyahu? “Purtroppo negativa – ha risposto ai cronisti il ministro Kara – perchè scoppierebbe immediatamente una guerra tra noi e la Siria, almeno così mi ha detto..” La ragione di stato non è di certo un concetto sconosciuto agli israeliani che oltretutto in caso di intervento armato avrebbero contro l’intero mondo alla rovescia dei pacifinti, delle freedom flottille e dell’estrema sinistra italiana ed europea.

Tuttavia questi contatti del terzo tipo, queste relazioni pericolose, qualche effetto lo hanno immediatamente sortito, se è vero come è vero che il filmato dell’adolescente torturato a morte ed evirato dalle squadracce siriane (Hamza Ali Khatib) è stato diffuso solo tre giorni dopo la rivelazione di  questi colloqui. Le riprese, avevano affermato gli attivisti, “sono state realizzate dalla famiglia” di Hamza Ali Khatib, 14 anni, non appena il suo corpo era stato riconsegnato ai suoi congiunti mercoledì scorso. Il giovane Hamza, il cui viso sorridente da vivo che appare ora su numerose pagine dei social network del fronte del dissenso siriano contrasta col volto emaciato e deformato visibile nelle immagini diffuse dal Al Jazira, era scomparso lo scorso 29 aprile assieme ad altri sette siriani di Jiza, a un posto di blocco nei pressi di Saida, località vicina a Daraa. Era il settimo venerdì consecutivo di proteste e molti residenti di Jiza, tra cui Hamza, tentarono di rompere l'assedio imposto da esercito e forze di sicurezza al capoluogo Daraa, portando con sè aiuti medici e provviste alimentari. Quei sette siriani non sono mai più tornati a casa vivi. Circa un mese dopo la loro scomparsa, i loro corpi sono stati riconsegnati alle famiglie lo scorso 25 maggio.

Le richieste di cui ha parlato il ministro Kara risalivano proprio ai giorni tra il 25 e il 28 aprile. La risposta del regime siriano quindi è stata più che sollecita. E come al solito barbara e infame.

 

 

Dimitri Buffa

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=PkkrP8LyUPk&feature=player_embedded&skipcontrinter=1

 

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6 giugno 2011

L'isola degli animali

C'era una volta, nel più lontano dei mari, un'isola bellissima.
Il Signore Iddio l'aveva creata nei primi cinque giorni ma poi, forse a causa di molti e più importanti impegni, l'aveva dimenticata.
Priva dell'uomo, l'isola era così rimasta in dono agli animali che si erano sparsi in ogni angolo del suo territorio, popolandone le colline e le praterie, i boschi e le montagne.
L'isola era florida e rigogliosa come un giardino dell'Eden e per lungo tempo gli animali vissero felici sulle sue terre, spartendosi di buon grado le delizie della natura.
Nessuno saprebbe dire quando e perché, ma un giorno le Scimmie si accorsero di essere le uniche ad avere le mani. Questo è un segno di particolare predilezione, disse il loro Re ed emise un decreto che faceva della Foresta degli Alberi Frondosi il loro territorio esclusivo. Va bene disse il Re degli Elefanti, ma noi siamo grandi, grossi e abbiamo la proboscide. Questo ci rende prediletti più di voi e da oggi i Grandi Prati della Savana apparterranno solo a noi. Nessuno ha il collo lungo come il nostro, obiettò la Regina delle Giraffe e per decreto rivendicò ai propri sudditi la Terra degli Alberi Alti. Forse che la nostra criniera non conta nulla? tuonò allora il Re dei Leoni, e si dichiarò padrone delle Grandi Terre della Caccia.
Presto non ci fu un solo Re che non rivendicasse per i suoi sudditi qualcuno dei territori dell'isola.
Ci furono zuffe, scontri e violente inimicizie ma alla fine ciascuno ebbe il suo territorio.
Tutti pensarono di essere più ricchi ma invece tutti furono più poveri. Le delizie dell'isola, che prima bastavano a tutti, ora non bastavano a nessuno, mentre i giovani animali, che un tempo correvano spensierati, furono costretti a difendere i loro territori.
Non si può andare avanti così disse allora il Re delle Scimmie. Occorre un luogo in cui discutere e prendere le decisioni che governino tutti gli animali. Così salveremo la pace.
Poiché nessuno doveva rinunciare a nulla, tutti trovarono geniale l'idea delle Scimmie.
Si costruì una grande casa di vetro e con strepito e schiamazzi fu convocata la prima grande assemblea.
Tutti i Re di tutti gli animali arrivarono da ogni angolo dell'isola, e fecero a gara nell'ostentare la grandezza e la tronfia prosopopea del proprio seguito.
Quando l'ultimo dei sovrani si fu accomodato, il Re delle Puzzole si alzò e chiese di cosa si dovesse discutere. Nessuno lo sapeva o forse nessuno più lo ricordava.
Il Sovrano dei Serpenti propose allora di condannare le Manguste per il loro atteggiamento aggressivo, ma fu subito rintuzzato dal Re dei Criceti che chiese la condanna dei Serpenti per l'uso sproporzionato dei loro poteri ipnotici.
Quando fu chiaro che la discussione non avrebbe portato ad altro che a rutilanti proclami, il Gran Duca degli Usignoli si fece coraggio e denunciò il genocidio commesso da chi si nutriva delle uova nei nidi.
Il Principe dei Cobra si mostrò sensibile al problema. Obiettò tuttavia che la denuncia non poteva essere presa in considerazione se prima non si fosse definito il concetto di genocidio.
Fu a questo punto che il Marchese delle Pecore decise di contestare ai Lupi i crimini di guerra perpetrati con la loro tecnica di caccia collettiva, di cui con forza chiese la messa al bando.
Il Re delle Puzzole si rese conto che quel solenne raduno stava sfociando in un clamoroso fallimento ed avvertì come propria responsabilità ricompattare gli animi, per salvare il consesso e con esso la pace dell'isola.
"Silenzio!" gridò allora, sollevando la coda. E bastò il gesto, per ottenere obbedienza.
"Per i problemi sollevati, creeremo delle commissioni e se necessario delle sotto commissioni. Ma non sprecheremo il nostro tempo per simili quisquilie, mentre resta insoluta la questione dei Panda dal Mantello Turchino."
Molti dei Sovrani non avevano mai sentito nominare quella specie e nessuno era a conoscenza di contenziosi aperti a suo carico.
"Quella razza subdola" stava però dicendo il Re delle Puzzole "si è mischiata a noi e si è distribuita nei nostri territori. Quegli animali immondi consumano le nostre risorse mentre rifiutano di giurare lealtà ai nostri Monarchi."
Il Presidente dei Panda dal Mantello Turchino si guardò intorno incredulo. Smise di sgranocchiare il suo germoglio di bambù e chiese la parola.
"Potrai parlare a tempo debito" gli disse il Re delle Puzzole, mentre stabiliva l'ordine degli interventi.
Parlarono i Cobra, parlarono i Lupi, parlarono le Iene e i Coccodrilli e tutti si scagliarono contro i Panda dal Mantello Turchino, felici che le proprie questioncelle rimanessero lontane dall'attenzione dell'assemblea.
L'insana predilezione di quei panda per i germogli del bambù, dissero, nel giro di alcuni secoli metterà a repentaglio la sopravvivenza sull'isola di quell'arbusto. E comunque è inconcepibile la loro arbitraria intrusione in territori che le razze autoctone hanno conquistato al prezzo di sangue e sacrifici.
Quando finalmente prese la parola il Presidente dei Panda dal Mantello Turchino, l'atmosfera del consesso era ormai livorosa.
"Noi amiamo i germogli" disse l'anziano animale "e li coltiveremo con cura perpetuandone l'esistenza fino alla fine delle generazioni. E poi, se ci confondiamo alle altre specie è solo perché i Rettili ci hanno cacciato dalle Terre dei Germogli. Siamo costretti a vivere nella diaspora, ma rispettiamo le usanze di ognuno così come chiediamo che siano rispettate le nostre."
"Fuori da qui" gridarono i Rettili, sibilando che non avrebbero accettato quel travisamento storico. I Panda non avevano mai abitato le Terre dei Germogli, dissero. E perfino il toponimo era illegittimo dacché il nome eterno di quei territori era Distesa dei Grandi Rettili.
Le proteste del Presidente si persero nel frastuono dei fischi.
L'indomani tutti gli animali furono informati dei risultati del Consesso della Casa di Vetro.
I Panda dal Mantello Turchino, gracchiarono per tutta l'isola le Cornacchie, erano stati smascherati prima che potessero mettere in atto il loro piano di sterminio di tutti i rettili.
Fu l'inizio di una campagna mediatica tanto falsa quanto assillante, coordinata con astuzia dai Grandi Condor e dai Piccoli Avvoltoi. Un giorno dopo l'altro le accuse dei Rettili si fecero più fantasiose e inverosimili, ma nessuno aveva voglia di inimicarsi animali così pericolosi solo per il gusto di contraddirli.
A dire il vero i Cardellini tentarono di opporsi a quella che denunciavano come una mistificazione mediatica ed una propaganda d'odio. Ma la loro voce era flebile. E poi, per qualche ragione che nessuno ricordava più, vivevano in piccole gabbie da cui non si allontanavano mai. Le cornacchie ebbero dunque buon gioco nel sovrastarne la voce e nel promuovere l'odio di tutti contro la popolazione dei Panda dal Mantello Turchino.
In breve tempo l'esistenza di quella specie pacifica e mansueta fu messa a dura prova. Alcuni Monarchi emisero decreti di espulsione mentre altri preferirono fomentare e tollerare le crescenti aggressioni perpetrate da Iene, Lupi e Cani Selvatici.
Quello, comunque, fu solo l'inizio. Presto l'impunità delle prime violenze incoraggiò gli eccidi e poi le stragi e poi il sistematico sterminio dei Panda dal Mantello Turchino.
In fuga da ogni luogo essi giurarono di non lasciarsi annientare e non avendo dove altro andare fecero ritorno alle Terre dei Germogli.
Lì avevano vissuto felici, disse il loro Presidente e lì avrebbero stabilito la loro dimora, rivendicando finalmente un territorio, come avevano fatto tutte le altre specie.
Bastò questo proclama per scatenare un pandemonio.
I Rettili si riunirono e mossero guerra ai Panda. Inutilmente questi si dichiaravano pronti ad una spartizione delle terre e ad accogliere di buon grado chi volesse vivere in mezzo a loro.
"Mai!" tuonò il Principe dei Cobra. "Mai un singolo palmo della sacra Distesa dei Grandi Rettili sarà ceduto a dei miserabili mammiferi."
In men che non si dica mise insieme una grande coalizione e mosse guerra all'Entità dei Nemici degli Esseri Striscianti.
Cobra, Aspidi, Vipere, Boa, Bisce, Lucertole, Colubri e Ramarri si avventarono all'unisono contro il territorio conteso, ma i Panda non si lasciarono sopraffare. Sfibrarono gli aggressori con interminabili ritirate, per poi aggredirli separatamente e metterli in fuga.
Il Principe dei Cobra, rimasto solo e scornato dalla sconfitta, vibrò il sonaglio e proclamò la propria trionfale vittoria, spalleggiato nella mistificazione mediatica da Corvi, Cornacchie ed Avvoltoi.
A dispetto della guerra vinta, i Panda non ebbero pace. Non c'era giorno che non fossero attaccati e la difesa della propria sicurezza divenne la loro prioritaria occupazione.
Fu così che sull'isola avvenne un fatto inconsueto.
Sebbene nessuno degli animali avesse mai sentito parlare di Charles Darwin, i cuccioli dei Panda dal Mantello Turchino cominciarono a nascere con artigli acuminati e denti aguzzi.
"Perché preoccuparsi?" diceva il Presidente alle mamme spaventate, "forse che i vostri cuccioli ringhiano a quanti li amano? No, lasciate che crescano e che mostrino gli artigli a chi li odia e li perseguita."
La cosa non passò a lungo inosservata.
Nella casa di vetro quegli artigli, di cui ora i Panda andavano fieri, divennero il più grande dei problemi. Anzi, l'unico.
"Questa sordida evoluzione altera l'equilibrio strategico della regione" gridavano i Rettili inviperiti, giurando di annientare l'Entità dei Nemici degli Esseri Striscianti.
Non trascorse molto tempo che nei Campi dei Serpenti a Sonagli si cominciarono a notare strane attività. I Cobra, che per natura amavano crogiolarsi al sole, lavoravano invece fino allo sfinimento per sviluppare un allevamento intensivo di Bruchi dalla Testa Rossa.
"Anche noi abbiamo diritto a coltivare la terra" proclamava il Principe dei Cobra, sebbene il suo popolo vivesse solo nelle pietraie "e i Bruchi dissoderanno per noi il terreno."
I Panda dal Mantello Turchino sapevano che la verità era tutt'altra. Sapevano che i Bruchi dalla Testa Rossa si nutrivano solo di germogli di bambù. La loro crescita indiscriminata avrebbe offerto ai Rettili l'arma finale del conflitto, privando gli abitanti delle Terre dei Germogli del loro unico nutrimento.
Consapevoli del rischio mortale, si recarono alla casa di vetro e denunciarono con forza la dissennata politica dei Rettili. Tutto ciò che ottennero furono risibili raccomandazioni alla moderazione.
"Il nostro è solo un programma pacifico" giurò d'altro canto il principe dei Cobra. E le sue parole riportate da Corvi e Cornacchie risuonarono per tutta l'isola, senza che si levasse alcuno a metterle in dubbio ed a chiedere garanzie.
D'altro canto, secondo i calcoli dei Panda, presto l'allevamento intensivo dei Bruchi dalla Testa Rossa avrebbe raggiunto un punto di non ritorno decretando la fine dei germogli e di chi se ne nutriva.
Io francamente non so come sia finita la vicenda, perché da tempo non incontro un Cardellino e di tutti gli altri uccelli non mi fido.
Quel che so è che se il Signore Iddio si ricordasse di quest'isola e tornasse a dare un'occhiata non sarebbe contento di quel che troverebbe.

Mario Pacifici




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6 giugno 2011

Davar acher – I fratelli e i razzisti


Dalla lettura di “l’Unione informa” e del P...ortale dell’ebraismo italiano moked.it ho imparato questa settimana molte cose interessanti. Per esempio che gli attuali “nemici”(fra virgolette) d’Israele non comprendono solo quelli che, in vari angoli della Terra, non accettano l’esistenza del nostro Stato. Il gruppo di questi nemici (questi sì, senza virgolette) comprende anche molti ebrei italiani, in Italia e anche in Israele, “incapaci di liberarsi da superate ideologie colonialistiche”. (lo assicura Sandro Natan Di Castro) Ho poi appreso che “i coloni [...] non sono innocentemente e sentimentalmente i “nostri fratelli”, che la solidarietà con loro “rivela una mancanza di sensibilità, di senso della misura e di onestà intellettuale che colpisce” e che questa – anche se dalle elezioni e dai sondaggi non sembrerebbe – è proprio l’”opinione che riflette quella di forse la metà o più degli israeliani” (così Giorgio Gomel, si sa gli economisti hanno fra gli strumenti di lavoro la palla di cristallo). Sono stato informato che “chiunque non sia obnubilato dal fanatismo riconosce l’apporto culturale d’eccellenza recato dall’opera di Moni Ovadia a tutti noi” (Gad Lerner).
In definitiva, anche cercando di non personalizzare il dibattito, avendo espresso l’opinione che le vittime di Itamar – cinque persone, fa cui tre bambini, uno di pochi mesi, sgozzate mentre dormivano pacificamente a casa loro, meritavano tutta la nostra solidarietà e che tutto il popolo di Israele porta le ferite che sono state loro inferte e che in fondo siamo resi tutti coloni (o esiliati) dal fondo della nostra condizione ebraica – capisco ora di essere un nemico di Israele senza virgolette, un individuo senza sensibilità senso della misura e coerenza intellettuale e infine anche un obnubilato del fanatismo. Che dire, mi accontento di questi gesti di fratellanza. Anche perché approvo pienamente i contenuti del famoso striscione “atto intimidatorio e fascista” secondo Moni Ovadia, quello che diceva “Tutti gli ebrei sono nostri fratelli, Ovadia e Gomel no”. Il ragionamento è semplice: chi non dice di non essere “sentimentalmente fratello” dei “coloni di Itamar” di quelli assassinati e anche di quelli vivi: perché potrebbe rivendicare un posto nella fratellanza del popolo ebraico? La rifiuta da solo, dire che non è un fratello degli ebrei non è insultarlo ma ribadire la sua scelta.
E’ curioso che affermazioni del genere che ho riportato siano difese nel nome della libertà di espressione: davvero Gomel e Ovadia hanno diritto di dire agli altri (a me, lo ripeto, senza personalizzare) che siamo fascisti, nemici di Israele, obnubilati, disonesti intellettualmente, e quant’altro – senza che noi obnubilati fascisti possiamo neanche ribadire che non li sentiamo come nostri fratelli?
Ma c’è un problema più grave e difficile da porre, che è la mia riflessione di questa settimana: la differenza fra antisionismo e antisemitismo, che è sempre incerta, dove si pone in questo caso? Un tale che deplora senza pudore che “i coloni”, “edificando case e strutture, costringono l’esercito israeliano a una onerosa opera di protezione” cioè che dà la colpa del terrorismo alle sue vittime, dato che non sono i terroristi, nella sua visione, a produrre la necessità di protezione, è tanto lucido nei confronti del popolo ebraico quanto sono amici delle donne quelli che sostengono che la colpa degli stupri e delle stuprate, che sono troppo sfacciate o spudorate. A me questo atteggiamento sembra proprio non antisionista, ma antisemita. C’è chi uccide e chi sta in divieto di sosta. Ma dato che la vittima è in contravvenzione (secondo il punto di vista di chi parla) e l’assassino è un bravo palestinese che “lotta” per i suoi “diritti”, non deve avere solidarietà e se chiede un po’ di protezione, questa è un’aggravante… Potrò dirlo senza che qualcuno mi soffochi la parola in bocca, naturalmente in nome della libertà di parola? Per essere un fascista obnubilato senza senso critico, a me un ragionamento del genere appare proprio razzista, anche se viene da un ebreo. Anzi, a maggior ragione perché viene da un ebreo.

Ugo Volli fonte Moked.it




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5 giugno 2011

False illusioni Quante volte è stato detto che, ritirandosi, Israele avrebbe acquisito il diritto a difendersi con forza?

False illusioni
Di Yoel Meltzer
Uno dei vantaggi dati per scontati della soluzione “due popoli-due stati” è che la creazione di uno stato palestinese dovrebbe rendere finalmente i palestinesi pienamente responsabili delle loro azioni. Dopodiché – vien detto – ogni atto di aggressione originato dalla nuova entità statale contro Israele verrà considerato un attacco a Israele da parte di un paese sovrano, e non più di qualche organizzazione terroristica. È proprio questo mutamento – così si dice – ciò che permetterà a Israele non solo di reagire con forza ad ogni eventuale atto di aggressione da parte palestinese, ma anche di farlo con il pieno appoggio e la comprensione della comunità internazionale.
Sebbene questa linea di ragionamento appaia assai invitante tanto da convincere anche diversi scettici, non la si deve prendere per buona tanto facilmente. In realtà, una rapida rassegna degli ultimi vent’anni sembra piuttosto indicare il contrario.
Al culmine della guerra nel Golfo del 1991, l’Iraq lanciò una quarantina di missili Scud su Israele nel tentativo di trascinarlo nel conflitto. Si trattò del caso classico di un paese arabo sovrano che aggredisce Israele con missili ad alta capacità distruttiva, lanciati contro alcune delle regioni più densamente popolate del paese. Eppure, per via di varie considerazioni di carattere geopolitico e di pressioni esercitate dietro le quinte, Israele decise di non reagire.
Una decina di anni dopo, Israele procedette alla rapida rimozione di tutte le sue truppe dalla “fascia di sicurezza” nel Libano meridionale. All’epoca ci venne promesso che le posizioni abbandonate da Israele sarebbero state prese in consegna dall’Esercito del Libano Meridionale allo scopo di impedire che i terroristi Hezbollah (filo-iraniani) si installassero a un tiro di schioppo dal confine settentrionale di Israele. Di più. Ci venne garantito dall’allora primo ministro israeliano Ehud Barak che, se Hezbollah avesse commesso un qualunque atto di aggressione contro Israele, la nostra risposta sarebbe stata determinatissima. Come al solito Israele si attenne alla sua parte dell’intesa, mentre gli arabi non lo fecero. Risultato: ci ritrovammo con Hezbollah schierato a ridosso del nostro confine. Tale sviluppo offrì a Hezbollah l’opportunità di osservare da vicino i movimenti dei soldati israeliani, cosa di cui approfittarono immediatamente. Dopo pochi mesi di sorveglianza ravvicinata, terroristi Hezbollah attraversarono il confine e sequestrarono tre soldati israeliani. Eppure, nonostante il diritto, acquistato a caro prezzo, di replicare a un atto di aggressione totalmente non provocato, e nonostante la promessa del primo ministro che avremmo reagito con forza a una situazione del genere, alla fine si fece ben poco. Le promesse restarono vane e disgraziatamente i tre soldati vennero uccisi.
Cinque anni più dopo il tragico rapimento in Libano, Israele rimuoveva ogni presenza ebraica, civile e militare, dalla striscia di Gaza. All’epoca venne detto che lo sgombero delle truppe da Gaza avrebbe spostato l’onere della responsabilità sull’Autorità Palestinese, costringendola in questo modo a tenere a freno le varie organizzazioni terroristiche. Ma anche questo, come tutti gli altri vantaggi promessi, si rivelò infondato e gli attacchi contro Israele non fecero che aumentare. È vero che Israele alla fine rientrò nella striscia di Gaza, nel gennaio 2009, nel quadro dell’operazione “piombo fuso” contro Hamas, ma ciò avvenne soltanto dopo che migliaia di razzi erano stati lanciati dalla striscia di Gaza sulle comunità civili ebraiche nella regione attigua al confine. E tutta la comprensione del mondo, che ci era stato promesso che avremmo acquisito col nostro ritiro unilaterale, si sciolse come neve al sole in mezzo a una pioggia di accuse e di ipocrite condanne della comunità internazionale per l’intervento di Israele a Gaza.
Vi sono state occasioni in cui Israele ha risposto con forza a sequele di attacchi da oltre confine, come nella seconda guerra in Libano dell’estate 2006; tuttavia la tendenza crescente nel corso degli anni è stata quella di ricorrere a risposte limitate, o di non reagire del tutto. Non basta. Anziché guadagnarsi il sostegno del mondo grazie a questo comportamento contenuto e rispettoso, il trend è stato accompagnato da un’atmosfera internazionale di crescente ostile verso Israele.
Stando così le cose, perché dovremmo credere che la prossima volta andrà diversamente? È assai più plausibile supporre che gli atti di aggressione da uno stato palestinese in Cisgiordania incontreranno la solita risposta israeliana basata sull’autocontrollo. E in quelle occasioni in cui Israele, esasperato, reagirà con maggior determinazione, si può tranquillamente presumere che il mondo si precipiterà a condannare lo stato ebraico senza alcuna considerazione per le circostanze reali.
Alla luce di tutto questo, come è mai possibile fondare su un presupposto smentito dai fatti un indebolimento della sicurezza nazionale di Israele, cosa che certamente accadrà se verrà creato uno stato palestinese in Cisgiordania?

(Da: YnetNews, 28.4.11)

DOCUMENTAZIONE
Diceva il noto scrittore pacifista israeliano Amos Oz, intervistato da Ha’aretz il 17 marzo 2000, due mesi prima del ritiro israeliano dal Libano: “Nel momento stesso in cui ce ne andremo dal Libano meridionale potremo cancellare la parola Hezbollah dal nostro vocabolario, giacché l’idea stessa di uno scontro fra stato di Israele e Hezbollah era una pura follia sin dall’inizio, e sicuramente non avrà più alcuna rilevanza una volta che Israele sarà tornato al suo confine settentrionale internazionalmente riconosciuto”.

 




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5 giugno 2011

, sindrome di Stoccolma, stato palestinese e poi

Odio?
Il commento di Deborah Fait

Testata: Informazione Corretta
Data: 05 giugno 2011
Pagina: 1
Autore: Deborah Fait
Titolo: «Odio, sindrome di Stoccolma, stato palestinese e poi ?»

"Odio, sindrome di Stoccolma, stato palestinese e poi ?"
di Deborah Fait

Di male in peggio, cari amici. Da qualunque parte ci giriamo assistiamo ad attacchi antisemiti. L'ultimo sono le scarpate all'immagine di Shimon Peres a Torino da parte dei centri sociali con l'autorizzazione silenziosa del nuovo sindaco della citta' Piero Fassino. Ragazzate, dira' qualcuno, certo ragazzate di delinquenti e criminali che fanno della loro vita di nullafacenti una serie infinita di odio razziale contro gli ebrei. Schifosissime persone per le quali e' stato promosso il "Festival della cultura alternativa", alternativa alla civilta', all'educazione, al senso comune del vivere tra esseri umani e non tra bestie feroci. Gentaglia che vive di espedienti, mantenuta dalla comunita', gentaglia che sa solo odiare il bene e adorare il male, sono gli stessi che bruciano le bandiere, gli stessi che urlavano 'dieci, cento mille, Nassirya", gli stessi che volevano impedire a alla Mostra del libro di Torino la partecipazione di Israele. Gli stessi che non vogliono in Piazza Duomo a Milano lo stand di Israele. Sempre loro, centri sociali e anarchici, la vergogna dell'Italia democratica, quelli che si fanno chiamare pacifisti perche' sono dalla parte di chi vuole la morte di Israele, la sua scomparsa e eliminazione.
Mi sono imbattuta in questi giorni in uno degli articoli peggiori che io abbia mai letto in tutta la mia vita. Un articolo demenziale scritto da una vecchia conoscenza, Nurit Peled, per la quale non so se provare pena per l'assassinio della figlia tredicenne da parte dei palestinesi o disgusto per quello che pensa e scrive contro il suo popolo in piena, folle e ormai incontrollabile sindrome di Stoccolma!
Potete trovare qui l'articolo in inglese:
http://www.israeli-occupation.org/2010-03-18/nurit-peled-elhanan-i-will-mourn-on-nakba-day/
e qui la traduzione in italiano:
http://www.facebook.com/notes/deborah-fait/porter%C3%B2-il-lutto-per-la-nakba-di-nurit-peled-elhanan/133520683392330
Purtroppo questa persona e' docente di "Linguaggio e Educazione" alla Hebrew University di Gerusalemme e approfitta della democrazia del paese su cui sputa con tanto odio per diffamarlo in tutto il mondo dove arrivano i suoi scritti demenziali. Una donna, una mamma la cui figlia e' stata ammazzata da palestinesi, puo' scrivere di altri bambini, quelli israeliani che soffrono dal giorno in cui nascono a causa delle guerre e del terrorismo, della paura: " esseri formati di paura, di male, di razzismo, di amore contorto per una terra che non e' la loro"....?
Li chiama "mostruosi Golem". Come puo'? Come si permette? Come puo'?
Per lei gli eroi sono i terroristi palestinesi, quelli che le hanno ammazzato la figlia.
Parla della Giornata del Ricordo dei nostri soldati morti per difendere Israele "Il giorno che lo precede che noi chiamiamo Giorno della Commemorazione e che non è altro che un giorno dedicato all’idolatria della carne morta, alla fine del quale ciascuno esce e cuoce alla griglia altre carni morte, canta, balla e alla fine è sazio e ubriaco"..... Chi se non un pazzo puo' chiamare "idolatria della carne morta" i pic nic che si fanno nella festa della nostra indipendenza! Grande schifo, grandissimo schifo, immenso schifo e disprezzo per chi odia il proprio popolo, il proprio paese, i bambini che vi vivono.
Chissa' se questa signora si e' disperata per le foto del bambino Hamza al Khatib, torturato e mutilato dalle bande di Bashar Assad che , in Siria, segue fedelmente le orme paterne facendo stragi dovunque senza che nessuno lo fermi.
Si, di male in peggio, amici! Vediamo un po' il calendario delle azioni contro Israele:
Si prevede una seconda invasione dei nostri confini il 6 giugno per manifestare contro il rifiuto di Israele di farsi distruggere durante la guerra dei 6 giorni. Si proseguira' con l'arrivo della nuova Flotilla a fine giugno.
L'otto luglio attivisti filopalestinersi dell'ISM, sempre loro i criminali, faranno arrivare al'aeroporto Ben Gurion 500 palestinesi che vivono all'estero.
In settembre nascera' lo stato di Palestina.
Questo e' il calendario, provvisorio, per il momento, perche' i palestinesi e i nazisti loro sostenitori ne hanno di giornate per cui manifestare contro Israele e andranno avanti, come promesso nel 48, fino al giorno in cui riusciranno a raggiungere il loro unico desiderio, la distruzione totale.
Lo faranno con l'aiuto del mondo intero, loro complice in ogni azione che possa portare alla morte di ebrei. Il mondo filopalestinese, praticamente tutto, salvo qualche piccola eccezione, aspetta settembre per urlare di gioia alla nascita di uno stato terrorista che avra' stretto Israele dentro confini indifendibili pronto per un' invasione finalmente vincente.
Adesso pero' e' d'obbligo una riflessione:
Questi palestinesi che fino al 1967 non esistevano come popolo ma come arabi facenti parte dell'immenso mondo arabo hanno rifiutato sdegnosamente la nascita di un paese per loro nel 1947.
I loro fratelli arabi hanno invaso Israele nel 1948 con 5 eserciti, hanno costretto la maggior parte degli arabi della zona ad andarsene promettendo loro la terra a genocidio ebraico compiuto, secondo gli insegnamenti nazisti.
Per ringraziarli di aver prontamente obbedito li hanno rinchiusi in campi di concentramento dove si trovano a tutt'oggi, sparsi nei vari paesi arabi, mai accolti, mai integrati, tenuti prigionieri senza diritti civili perche' si dica "poveri palestinesi, tutto colpa di Israele"
Al primo rifiuto di avere un paese ne seguirono altri nel momento in cui nacque l'OLP con a capo un pazzo sanguinario a nome Ahmad al-Shukayri, seguito da un altro pazzo sanguinario psicopatico a nome Yassir Arafat.
Gli attentati terroristici si moltiplicarono, nel 67 Israele vinse una guerra in 6 giorni conquistando territori che dovevano essere israeliani dall'inizio se gli inglesi non fossero i traditori che sono sempre stati.
Nel frattempo, vent'anni di occupazione giordana avevano espulso, ammazzato gli ebrei e distrutto case, sinagoghe e cimiteri per poter negare la loro presenza in quelle terre.
Dal 67 a oggi, altre guerre, terrorismo, missili su Israele dall'Iraq, da Gaza e dal Libano. Ogni offerta di Israele accolta da No seguiti o preceduti da attentati con centinaia di morti civili. Stragi in tutto il mondo, in Italia, in Europa, persino alle Olimpiadi di Monaco nel 1970. L'OLP di Arafat era padrona dell'Europa, le sue bande assassine scorazzavano, indisturbate, portando missili di citta' in citta', attaccando aeroporti, ristoranti, stazioni ferroviarie. Il mondo era ai piedi di Arafat, lui era il padrone, portato in trionfo mentre in Israele si moriva negli attentati e ebrei della diaspora venivano uccisi dai suoi scagnozzi.
I rifiuti palestinesi si sono ripetuti negli anni, ogni summit finiva con netti e sdegnosi niet e sangue per le strade di Israele.
E adesso? Adesso la tattica e' cambiata e hanno deciso di usare l'amore indiscusso che il mondo prova per loro nel modo piu' furbo, convincendo tutti che Israele non conta niente e che la Palestina dovra' essere fondata sulle antiche terre ebraiche di Giudea e Samaria.
E poi? Qualcuno si chiedera' :e tutte le guerre? e tutto il terrorismo? e tutti i rifiuti? e tutti i morti? e tutti i 63 anni di tribolazioni e terrore? Chiederanno almeno scusa per tutto questo? Andranno sulle tombe dei nostri e dei loro figli a dire "scusateci se oggi ci prendiamo quello che abbiamo rifiutato per 63 anni causando la vostra morte"?
Certamente no!
Io pretendo le loro scuse a nome di tutti i bambini ammazzati da loro, morti a causa loro, usati da loro come scudi umani, per Kobi, per Yossi, per Adi', per Shalhevet, per Stefano Tache' per le migliaia i bambini ammazzati da quel popolo che il mondo adora. Io pretendo le scuse del mondo intero per aver sempre sostenuto e scusato la loro barbarie.
Non voglio pero' le scuse di Nurit Peled. Un'ebrea israeliana che parla di bambini ebrei israeliani come "esseri formati di paura, di male, di razzismo, di amore contorto per una terra che non e' la loro"....Non ha il diritto di chiedere perdono, per lei solo disprezzo e disgusto. Lei, la professoressa di "educazione", scrive: " Porterò il lutto il giorno della Nakba per essere degna di loro(nda.I palestinesi), perché i miei figli sappiano da che parte sto e perché anch’essi possano credere che c’è una possibilità per la speranza e per un futuro in cui la giustizia prevarrá. Porterò il lutto per la democrazia di questo paese dove la metà dei suoi abitanti deve vivere in condizioni che sarebbero proibite, anche a degli animali, in altre democrazie."
Spero che i suoi figli l'accontentino e capiscano da che parte sta. Spero che la disprezzino e capiscano che e' proprio questa democrazia che permette a lei di sputare su Israele e che fa vivere piu' di un milione di arabi con pieni diritti civili, sociali e politici nonostante abbiano spesso auspicato e appoggiato guerre e terrorismo, nonostante si siano spesso macchiati di alto tradimento.
Si, nessun dubbio, Nurit Peled e' degna di loro, e' parte di loro, dei kamikaze, di Samir Kuntar, di quelli che, a mani nude, hanno fatto a pezzi i corpicini di Kobi e Yossi e che hanno scritto col loro sangue "Allahu Achbar" sulle pareti della grotta di Tekoa dove li avevano trascinati per ammazzarli.
Nurit Peled e' degna degli assassini della propria figlia. Provo pena per lei.


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 




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3 giugno 2011

Come vede la situazione Shimon Peres

L'intervista di Francesco Battistini

Testata: Corriere della Sera
Data: 02 giugno 2011
Pagina: 21
Autore: Francesco Battistini
Titolo: «Negoziare con i palestinesi si può, ma solo lavorando dietro le quinte»

Sull'UNITA' di oggi, 02/06/2011, Umberto De Giovannangeli è l'unico fra i giornalisti italiani ad intervistare Abu Mazen, a Roma quale invitato per la cerimonia della festa della Repubblica. Le sue domande però sono le solite, servite con i guanti su un piatto d'argento, caro Udg, suvvia, un po' di coraggio, copi da Battistini, che sul CORRIERE della SERA di oggi,a pag. 21 intervista Shimon Peres, il presdiente dello Stato d'Israele, guardi che domande acute gli pone, Battistini è curioso,ha lasciato da parte il violino che abitualnete suona quando si tratta di raccontare gli affari arabo-palestinesi, con Peres va a ruota libera, come per altro dovrebbe fare ogni buon cronista. Peccato che Battistini se ne ricordi solo quando di fronte ha un israeliano, su, Battistini, faccia uno sforzo, lo faccia con tutti.
Ecco l'intervista, che esce con un titolo che male riassume gli argomenti trattati, " Negoziare con i palestinesi si può, ma solo lavorando dietro le quinte".


Shimon Peres

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME 
 Presidente Peres, fra tanti leader mondiali, oggi a Roma troverà anche Abu Mazen. È vero quel che scrive la stampa israeliana, che mentre il premier Netanyahu fa la voce grossa, in gran segreto lei s'incontra e negozia da mesi col presidente dell'Autorità palestinese?
«Guardi, ci sono sempre un sacco di voci nella vita politica. Non possiamo sfuggirvi, ma nemmeno usarle come punto di riferimento…» .
Ma dopo il discorso di Netanyahu al Congresso, che è sembrato chiudere su ogni richiesta di Obama, sopravvive la possibilità d'un accordo?
«Penso che si debba aprire un negoziato diretto e condurlo con discrezione. Perché bisogna sempre distinguere fra posizioni d'apertura e mosse dietro le quinte. Le posizioni d'apertura sono, il più delle volte, le più estreme: al momento, queste posizioni le avverto da tutt'e due le parti. Allora, se ci sono le aperture e bisogna trovare un terreno comune, lo si fa senza troppa pubblicità. Ogni mossa non può essere seguita dai media: se c'è pressione, non possiamo più muoverci. La strada giusta è aprire i negoziati pubblicamente e poi condurli con discrezione, per raggiungere un vero accordo» . Deimille vestiti che Shimon Peres ha indossato nella sua vita lunghissima, l'ultimo gli somiglia di più: la grisaglia tenue e morbida del dialogo riservato, in un Paese costretto da sempre alla divisa ruvida e sgargiante delle emergenze urlate. Un inossidabile padre della patria. Un quasi ottantottenne che ancora s'appassiona di nanotecnologia, impreziosisce i discorsi con poesie giapponesi, tesse opportunità di pace col realismo del tirare a campare. «I leader italiani — dice — li ho conosciuti tutti. Uno che mi ha colpito, però, è stato Andreotti. La prima volta era ministro della Difesa, come me. Molti anni fa. E già m'impressionava la sua saggezza. Un giorno gli chiesi come avesse fatto a sopravvivere a tanti governi. Mi rispose: "Guardi, basta non considerare i ministri come amici. Per stare con gli amici, si va in vacanza: stare al governo è un'altra faccenda". M'è sempre piaciuta questa sua saggezza» . Saggio o avventato, Abu Mazen sogna di proclamare l'indipendenza palestinese entro l'anno.
Ha qualche chance?
«Penso di sì. Le distanze possono essere colmate. E credo che entrambe le parti debbano cercare di rinnovare i negoziati diretti. Perché molte cose sono cambiate. Dal punto di vista israeliano, oggi noi siamo per la soluzione dei due Stati: una volta non era così, l'opzione dei due Stati era controversa. Adesso i palestinesi stanno costruendo il loro Stato col sostegno d'Israele. Con un'economia, istituzioni, forze di sicurezza. I progressi sono sotto i nostri occhi. Anche se ci sono altri passi da fare e si devono superare le questioni controverse che ancora rimangono» .
Il presidente Napolitano, quand'è venuto in Israele, ha annunciato che d'ora in poi la Palestina avrà un vero «ambasciatore» a Roma…
«Ho la massima stima per il presidente Napolitano, penso sia una persona eccezionale. Però non sono sicuro che questo fosse un passo necessario: se non c'è uno Stato, come può esserci un ambasciatore? Siamo d'accordo sul principio che i palestinesi abbiano un loro Stato. Ma solo quando ne avranno uno, allora sarà il momento d'avere anche un ambasciatore» .
I palestinesi possono avere anche un loro esercito?
«No. La maggior parte degli israeliani è d'accordo sul fatto che lo Stato palestinese sia smilitarizzato: accettano solo una forte polizia che mantenga l'ordine. I palestinesi si stanno già addestrando alla sicurezza, ci sono più di diecimila uomini istruiti da un generale americano. E questo va bene: la loro polizia è stata istituita col pieno accordo anche d'Israele» .
Abu Mazen ha ripetuto che non può esistere uno Stato palestinese in cui vivano ebrei e coloni.
«Penso che Israele voglia mantenere tre blocchi di colonie in Cisgiordania. Non so se sia il 4, il 5 o il 6 per cento dei Territori: in ogni caso, dovremo ricompensare i palestinesi altrove. E con la stessa percentuale di territori» . E'stato un bene riaprire Gaza sul lato egiziano?
«La Striscia è rimasta chiusa a lungo, ma l'abbiamo fatto solo per evitare il contrabbando d'armi. Se si tratta di portare cibo e medicine, o di far passare gente malata, Gaza è aperta. Purtroppo, lì non c'è un governo democratico: comanda gente che dipende dal terrore, lancia razzi, costruisce tunnel. Questo ci obbliga a difenderci. Se da Gaza smettessero di sparare, o di voler distruggere Israele, la questione sarebbe diversa. Questo è il punto che ci preme: la sicurezza. Come può essere un eventuale partner Hamas, che vuole distruggerci? Anche l'Egitto, non credo abbia voglia d'annettersi Gaza. La Striscia è stata sotto il loro controllo, ma loro non pensano che sia parte dell'Egitto. Perché a Gaza ci sono problemi reali di sofferenza. E non puoi gestirli con accordi separati. Gaza è parte della storia palestinese» .
A proposito d'Egitto: Israele deve temere le rivolte arabe?
«Io do loro il benvenuto. Sono storia vera. Gli Stati arabi stavano soffrendo nella povertà, sotto le dittature, senza benessere. Le generazioni giovani sono istruite, hanno quest'arma sociale di Facebook che passa attraverso la comunicazione. E ora si chiedono come possono cambiare. Paragonano quel che succede a casa loro con le altre nazioni e si domandano perché loro non hanno il diritto di fare richieste. Pongono domande legittime. Hanno diritto a risposte appropriate» .
Da Nobel a Nobel: è stato Obama ad agitare le piazze o sono state le piazze a costringere Obama a muoversi?
«Non ci sono collegamenti. Le rivoluzioni arabe nascono da problemi nella società araba. Non per colpa d'Israele o del conflitto arabo israeliano. Chiaramente, questa voglia di democrazia avrà un effetto sul nostro conflitto. Obama ce l'ha detto con chiarezza: l'America non può imporre la pace sulle nostre teste. Ha promesso: se le due parti si metteranno d'accordo, sono pronto a dare il mio contributo. Dobbiamo ragionare come se fossimo in un triangolo, per raggiungere una comprensione tra noi e i palestinesi, tra noi e gli americani, tra i palestinesi e gli americani. Un accordo è tale se non usi imposizioni. Ma l'unica alternativa alle future rivolte è di raggiungere un accordo. Sforzarsi di raggiungerlo» .
La rivolta in Siria è un'opportunità o un pericolo per Israele?
«Anche questa rivolta non ha nulla a che fare con Israele. La Siria deve scegliere. La situazione economica è quella d'un Paese povero: non hanno cibo, acqua, lavoro. La loro scelta è separarsi in tante tribù, e spero che non lo vogliano fare, o entrare nel Ventunesimo secolo. Non bisogna chiedersi chi sarà a governare. Questo non interessa, se non si risolvono i problemi fondamentali della povertà, dell'assenza di libertà e di progresso. L'unica via d'uscita è quella dei Paesi che scampano alla povertà introducendo un'economia moderna, tecnologia, hi-tech. Ma per avere questo, devi aprire i confini, introdurre trasparenza e relazioni amichevoli. Se invece tu Assad vuoi restare ancora un dittatore, e rimanere separato dal mondo, io siriano non posso essere d'accordo. I giovani hanno aperto gli occhi e difficilmente li richiuderanno. Se Assad non è pronto a fare le riforme, a voltare pagina, se non è pronto a cambiare, sarà la gente a cambiare lui» .
Obama ha invitato anche voi a fare la vostra parte. Per cominciare, tornando ai confini del 1967. Lei che ha combattuto, su quei confini…
«Sul discorso di Obama, distinguiamo un paio di cose, perché non sono come sono state lette. C'è la dimensione della nostra terra, che non c'entra coi confini, e poi ci sono le frontiere del '67. Sono due cose diverse. Perché al '67 non si tornerà mai più. La situazione è cambiata in modo drammatico. E oggi non puoi più spostare centinaia di migliaia di persone, coi rischi per la sicurezza. Anche Obama l'ha detto: lui non consiglia che Israele torni ai confini del '67, ma piuttosto che dobbiamo mantenere la stessa quantità di terra e ricompensare i palestinesi, se questo significherà prendere pezzi della loro terra. Per esempio, Israele vorrebbe mantenere quei tre blocchi in Cisgiordania, per concentrare lì tutti i coloni. Ora, se questo significa prendere della terra ai palestinesi, vorrà dire che ridaremo loro altra terra da qualche altra parte. Questa è l'idea del presidente Obama. Almeno, così l'ho capita io»

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3 giugno 2011

Egitto: Torture contro le donne e un commento ambiguo

La cronaca di Viviana Mazza, il commento di Roberto Tottoli

Testata: Corriere della Sera
Data: 02 giugno 2011
Pagina: 19
Autore: Viviana Mazza-Roberto Tottoli
Titolo: «Test di verginità alle egiziane, indignazione contro i militari-Test di verginità e futuro Egitto. Il silenzio dei Fratelli Musulmani»

Sull'Egitto, en route verso la piena dittatura, il CORRIERE della SERA di oggi, 02/06/2011, pubblica una ottima cronaca di Viviana Mazza a pag. 19, e un commento di Roberto Tottoli, che è poco definire ambiguo. Intanto il titolo, con quel " il silenzio dei Fratelli Musulmani", ma quale silenzio, se tutto il cosidetto 'nuovo' Egitto si sta delineando sotto il loro controllo. Un controllo che a un esperto serio non dovrebbe sfuggire. I FM sono molto abili nei loro interventi, spesso compiuti dietro le quinte, in modo da non preoccupare troppo i vari Tottoli occidentali. Che sfornano poi analisi tutto sommato lievi, come quella di oggi nell'editoriale a pag.48.
Ecco i due pezzi:

Viviana Mazza: " Test di verginità alle egiziane, indignazione contro i militari"


protesta delle donne egiziane

La parrucchiera egiziana Salwa Hosseini, 20 anni, è stata una delle prime a denunciare la violenza subita. Non durante il regime di Mubarak, ma nel «nuovo» Egitto. Fermata dai soldati davanti al Museo egizio il 9 marzo, il giorno dopo la festa della donna, Salwa ha detto di essere stata legata, piegata al suolo, schiaffeggiata, sottoposta a scosse elettriche con una stun gun, e insultata: «Prostituta» . Salwa era tornata in piazza Tahrir insieme a centinaia di altri manifestanti per chiedere vere riforme e giustizia per i passati abusi. Ma l’esercito li smobilitò con la forza. Condotta nel carcere di Heikstep, ha raccontato di essere stata costretta a spogliarsi, mentre alcuni soldati dalla porta aperta scattavano foto, e poi in un’altra stanza un uomo «in giacca bianca» l’ha sottoposta ad un «test di verginità» . Le ragazze «trovate non vergini» erano state avvertite che sarebbero state incriminate per prostituzione. «Volevano toglierci la dignità» . Salwa e altre 16 ragazze hanno denunciato simili abusi ad Amnesty International, che li definisce una forma di «tortura» . Lunedì, per la prima volta un generale ha ammesso che le ragazze hanno detto la verità. Il Consiglio supremo delle forze armate, che governa il Paese dalla caduta di Mubarak l’ 11 febbraio (le elezioni sono previste a settembre), aveva confermato l’arresto, quel giorno, di 17 donne e di un totale di 170 persone (poi in buona parte processate in tribunali militari e condannate a un anno di carcere, con sospensione della pena), negando però che fossero state torturate. Invece il generale, protetto dall’anonimato, ha detto alla Cnn che i test di verginità sono stati condotti, ma li ha difesi. «Le ragazze arrestate non erano come vostra figlia o la mia» , ha spiegato. «Queste ragazze erano accampate in tenda con manifestanti maschi in piazza Tahrir, e abbiamo trovato lì dentro molotov e droghe» . Ha sottolineato che i test avevano un preciso obiettivo: «Non volevamo che dicessero che le avevamo molestate sessualmente o stuprate, per cui volevamo dimostrare che già non erano vergini» . E ha concluso: «Nessuna di loro lo era» . Parole riprese dai siti di tutto il mondo e da Amnesty: brutali anche per la visione dello stupro come insignificante se una donna non è vergine. Con nuove proteste al Cairo gli attivisti hanno chiesto un’indagine. Un alto ufficiale però ha smentito e accusato la Cnn di aver riportato dichiarazioni inesatte: «I media siano più precisi prima di pubblicare accuse che macchiano il nome delle forze armate» . Ma è un appello che suona male nel giorno in cui gli Stati Uniti si dicono preoccupati per la libertà di stampa in Egitto. L’esercito è accusato di tentare di censurare i media. Un blogger è stato condannato a 3 anni per offesa alle forze armate. E diversi giornalisti e attivisti sono stati interrogati. Tra questi, il blogger Hossam Hamalawy, che aveva detto in tv che «come Mubarak non è andato in strada a sparare personalmente ai manifestanti, ma stiamo cercando di processarlo per averli uccisi, così il generale Hamdy Badeen è responsabile per la polizia militare, che ha commesso dei crimini» . Nuovi casi di maltrattamenti e torture, ignorati in gran parte dai media locali, circolano sul web e vengono esaminati dai gruppi per i diritti umani. Nessuno chiede un ritorno all’Egitto di Mubarak, ma gli attivisti non si accontentano della «testa» dell’ex presidente e dei figli, che verranno processati il 3 agosto. E sono pronti a spingere e se necessario sfidare le autorità in nome del «nuovo» Egitto della rivoluzione.

Roberto Tottoli: " Test di verginità e futuro Egitto. Il silenzio dei Fratelli Musulmani "


il nuovo volto delle donne egiziane ?

 I test di verginità condotti in Egitto sulle donne arrestate nel marzo scorso e ancor di più le parole usate per giustificarli pongono più di una questione. L’equiparazione tra la non verginità e la prostituzione, l’affermazione che quelle ragazze che protestavano, giorno e notte, dormendo accanto a uomini, non potevano essere come le «nostre mogli» e le «nostre figlie» ricordano una ben nota concezione tradizionale. Una concezione comune e diffusa ovunque, assorbita e regolata dall’islam, che ascrive alla verginità l’onore e la rispettabilità della donna. In Egitto, come in molte società islamiche e non islamiche, l’enunciato della prescrizione religiosa e la pratica sociale hanno raramente coinciso, e oggi ancor di più. Le pratiche nei rapporti tra i sessi sono diverse e in evoluzione, tra realtà rurale e metropoli, tra gioventù e generazioni precedenti, tra comunità di emigrazione e ritorni nelle terre di origine con costumi occidentali. Con il risultato di trovare formalismi tradizionali, a volte di facciata, che convivono con consuetudini di segno opposto. Tutto ciò ha determinato finora, spesso, l’ipocrita necessità di salvare forma e realtà dei fatti, e da qui il successo e la diffusione dei test di verginità nei Paesi musulmani, oppure il ricorso alla chirurgia per ricostruire una verginità formale. Un modo di risolvere i contrasti salvando l’apparenza. Ma in questi mesi, la gioventù araba in rivolta non ha salvato né sostanza né apparenza, e rivendica, con quelle donne arrestate, il diritto alla propria intimità. La sfida pare più difficile di quella politica. Il silenzio delle forze che costruiranno l’Egitto del futuro, Fratelli musulmani in testa, è quanto mai significativo. È dettato da opportunismo in primo luogo, ma anche, soprattutto da parte dei gruppi religiosi, dalla difficoltà di coniugare libertà civili, mai conosciute, con quel tradizionalismo religioso nei costumi e nella vita sociale che è sempre stato la loro bandiera. Il futuro di un Egitto democratico passa soprattutto da qui, ancor più che da elezioni libere.

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3 giugno 2011

Torture: Siria,Yemen,Iran,Pakistan

Ma gli indignati non si indignano

Testata:Il Foglio-La Stampa
Autore: Redazione del Foglio-Giordano Stabile-Francesca Paci
Titolo: «Un bambino torturato è il simbolo della rivolta siriana contro gli Assad-Due ideologie violente lottano sotto la cadrega di Ahmadinejad-Yemen, attacco alle tribù, 40 morti a Sana'a-Mia moglie Asia Bibi rinchiusa in una cella senza poter dormire»

Nei paesi arabi si tortura, ma come osserva oggi Ugo Volli nella sua cartolina, gli 'indignati' per professione non si indignano per niente.
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=39982

 Pubblichiamo alcuni articoli su Siria, Iran, Pakistan, Yemen.
Eccoli:

Il Foglio: " Un bambino torturato è il simbolo della rivolta siriana contro gli Assad"

 

Roma. La rivolta siriana ha trovato un nuovo simbolo: Hamza al Khateeb è un ragazzo di tredici anni rapito, torturato e ucciso dalle forze di sicurezza. Originario di Saida, paese a dieci chilometri da Daraa, la città dove le proteste contro il regime del presidente siriano, Bashar el Assad, sono cominciate per prime, proprio dopo l’arresto di una dozzina di scolaretti sorpresi a scrivere su un muro slogan antiregime. Durante una manifestazione del 29 aprile Khateeb è stato sequestrato dalle forze di sicurezza. Quasi un mese dopo, il 25 maggio, il suo corpo è stato gettato davanti alla porta di casa. Ai parenti è stato intimato di mantenere un silenzio assoluto. I genitori hanno però deciso di reagire: prima della sepoltura hanno girato un video per denunciare la brutalità delle repressioni del governo. Su Internet si vede il corpo di Khateeb, evirato, percosso, la faccia gonfia e livida, con fori d’arma da fuoco sul torso, sulla pancia e sulle braccia. L’Ong Human Rights Watch commenta il video confessando che “non ha mai visto tanto orrore”. Il filmato ha fatto il giro della Siria, causando nuova rabbia e volontà di lotta tra i movimenti di opposizione. E’ stata creata la pagina Facebook “Siamo tutti Hamza al Khateeb”, che in meno di una settimana ha già raccolto più di sessantamila adesioni. Attivisti locali sostengono che la morte di Khateeb ha ridato vitalità alla rivolta, che da ormai quasi sette settimane investe il regime di Damasco. “Negli ultimi tempi le proteste sembravano essersi, almeno parzialmente, fiaccate – dice al Foglio una fonte dalla Siria che per motivi di sicurezza preferisce rimanere anonima – la rabbia per la morte di Khateeb agisce come un nuovo collante tra i diversi movimenti”. Dopo la morte, il volto del bambino, pieno e rotondo, dal sorriso incerto, è apparso sui manifesti delle proteste. L’International Herald Tribune racconta che, durante una manifestazione a Douma, alla periferia di Damasco, tra gli attivisti in marcia si è levato il coro “Siamo tutti Hamza al Khateeb”.“Sono in molti – continua la fonte del Foglio – che sperano che Khateeb funga da catalizzatore sulla scia dell’egiziano Khaled Saeed”, ucciso brutalmente dalla polizia ad Alessandria il sei giugno 2010. Sei mesi dopo la sua morte, l’ex presidente, Hosni Mubarak, è stato cacciato e Wael Ghonim, il creatore dello slogan e del movimento, è stato scelto dalla rivista Time come “uomo più influente dell’anno”. Il segretario di stato americano, Hillary Clinton, ha criticato duramente Damasco per la morte di Khateeb, evidenziando che “simbolizza per molti siriani il collasso della fiducia delle persone verso qualunque tentativo del governo di lavorare e ascoltare il suo popolo… Posso solo sperare che questo bambino non sia morto invano”. Il presidente Assad però non desiste e rilancia: martedì, nel tentativo di fiaccare l’opposizione, ha concesso un’amnistia generale per i reati politici commessi prima del 31 maggio e ieri ha istituito una commissione per avviare un dialogo con le forze d’opposizione. E’ servito a poco; i manifestanti hanno dichiarato subito che le concessioni “sono arrivate troppo tardi”. Ieri, le proteste sono continuate: nella città di Rastan, nel centro del paese, attivisti hanno detto che le forze di sicurezza hanno ucciso almeno venti persone e a Talbisa, nel sud, un altro manifestante è morto. Ma nonostante la ferocia le proteste sono continuate. “La morte di Khateeb ha alzato il livello di rabbia nel paese – continua la fonte in Siria del Foglio – i siriani conoscono le violenze del regime, ma vederle lì, in un video, concentrate su una sola persona, per di più un ragazzino, crea una rabbia che va oltre quella politica”. Gli attivisti durante le manifestazioni e sui social network hanno chiamato Khateeb “il bambino martire” e lo hanno paragonato al venditore ambulante tunisino, Mohamed Bouazizi, che dandosi fuoco ha scatenato le proteste in medio oriente. E’ presto, in uno scenario che assomiglia sempre più a una guerra civile – ieri per la prima volta i manifestanti hanno risposto al fuoco – per capire se la ferocia di Bashar el Assad gli si ritorcerà contro.

Il Foglio: " Due ideologie violente lottano sotto la cadrega di Ahmadinejad"

 

Roma. C’è uno scontro al calor bianco tra i due blocchi portanti del regime iraniano, dalle dinamiche oscure e con totale esclusione della cosiddetta componente “riformista”, schiacciata dalla repressione. Tre giorni fa, l’ayatollah Khamenei ha tentato una mediazione, affermando che Ahmadinejad “fa un buon lavoro”, ma anche invitandolo a “isolare i deviazionisti” e chiedendo che il Parlamento e il governo “cooperino per il bene della Repubblica islamica, anche perché il nemico cerca di provocare divisioni tra i dirigenti'”. Ieri però, il Parlamento, presieduto dal frontale avversario di Ahmadinejad, Ali Larijani, ha disatteso l’invito della Guida Suprema e ha deliberato di denunciare Ahmadinejad alla magistratura per la “evidente violazione di legge” operata assumendo l’interim del ministero del Petrolio dopo aver dimissionato il 14 maggio il titolare Massud Mir Kazemi. Al di là delle questioni procedurali e dell’evidente tentativo di Ahmadinejad di operare una massima concentrazione di potere in un paese in cui il petrolio costituisce i due terzi del pil, questo è l’ennesimo episodio di uno scontro ben più profondo, ben più radicale della divisione di quote di potere. Il grande blocco “centrista” di Ali Larijani si oppone ormai anche dal punto di vista ideologico al “blocco nazionalista” di Ahmadinejad. L’accusa ricorrente da parte del blocco centrista di Larijani di “deviazionismo” e di “stregoneria” a carico delle dottrine propugnate da Esfandiar Rahim Mashai, primo consigliere del presidente, suo consuocero e suo candidato alle prossime presidenziali, lascia intravedere uno scontro che concerne le basi ideologiche stesse del regime. Di fatto si assiste alla messa in discussione da parte del “partito di Ahmadinejad” della centralità della “velayat e faqih” non più soltanto “da sinistra” (la riforma in senso riduttivo era la bandiera dei riformisti), ma ora anche “da destra”. Il tutto, nel solco di una tradizione religiosa ben radicata in alcuni Grandi ayatollah, a partire da quell’Ali Montazeri che erroneamente in occidente è stato indicato come riformista. In sostanza quella parte del blocco militare e civile che fa capo ad Ahmadinejad (a esclusione di parte dei vertici dei Pasdaran, che vedono il generale Jafaari, uomo di Khamenei, schierato con i conservatori), soffre ormai la concentrazione dei poteri nelle mani del Giureconsulto. Da qui, una nuova bandiera ideologica, basata sulla aggressiva politica estera di Ahmadinejad e sui suoi indubbi successi in campo diplomatico (l’Iran non ha mai avuto tanti alleati nel mondo come oggi) e sul recupero della tradizione di non impegno in politica del clero sciita, propria della secolare tradizione akhbari. A questa tradizione i conservatori contrappongono la tradizione usciuli, che esalta invece la funzione degli ulema, sino a sconfinare nella gestione diretta dello stato. Le due tradizioni, in realtà, furono stravolte da Khomeini – di cui ieri si celebrava l’anniversario della morte – con il suo governo del Giureconsulto, inviso peraltro a molti Grandi ayatollah (da lui arrestati), funzionale a concentrare tutto il potere nelle sue mani. Ora il blocco di Ahmadinejad, in vista della successione di Khamenei (e non vi sono forti leader che possano aspirarvi) vuole raccordare il nazionalismo dei dirigenti dei “ministeri della forza” e dell’apparato militare e nucleare, l’ideologia revanscista dei reduci della guerra contro l’Iraq, con la dottrina di quei Grandi ayatollah che sostenevano (come sostiene peraltro il Grande ayatollah di Najaf, Ali al Sistani) che il clero non deve occuparsi direttamente di politica. Il tutto, in raccordo con la potente e misteriosa setta degli Hojatieh, ben radicata nel clero.

La Stampa-Giordano Stabile: " Yemen, attacco alle tribù, 40 morti a Sana'a"

È durata pochissimo la tregua fra il presidente dello Yemen Ali Adallah Saleh e i capi tribù che ora guidano la rivolta contro l’uomo forte di Sana’a. Un salto di livello innescato dal rifiuto del presidente di dimettersi nella cornice, tutto sommato a lui favorevole, dell’«Iniziativa del Golfo», la mediazione patrocinata dalla nazione leader della regione, l’Arabia Saudita. Dopo aver detto sì e poi essersi tirato indietro, Saleh ha dovuto affrontare una rivolta molto più organizzata a livello militare, perché spalleggiata del più importante dei capi tribù dello Yemen, lo sceicco Sadek al Ahmar.

In una settimana sono morte almeno duecento persone, secondo fonti dell’opposizione, in gran parte dimostranti disarmati, ma anche qualche decina di «guerriglieri» delle tribù ostili al presidente. Ieri, dopo tre giorni di tregua, il bilancio è stato pesantissimo: 41 vittime, secondo la tv panaraba Al Arabiya, che citava fonti mediche dell’ospedale di Jumhuriya. Gli scontri tra le due fazioni sono ripresi nella notte, davanti alla residenza dello sceicco Al Ahmar, nel quartiere di Al Hasbah. Tutt’e due le fazioni si accusano di aver rotto la tregua, ma non è chiaro chi ha cercato realmente di riaccendere lo scontro. Al Ahmar ha avvertito il presidente che «se vuole una rivoluzione pacifica, siamo pronti. Ma se sceglie la guerra, lo combatteremo».

In realtà, secondo l'opposizione «laica», che sognava uno scenario all’egiziana, è lo stesso Saleh a sfruttare sapientemente le fratture tribali per schiacciare la rivolta nel sangue. «Ha capito che la semplice repressione poliziesca non bastava - spiega Walid al Saqaf, ex direttore dello Yemen Times ora in esilio in Svezia - ed è passato all’opzione militare. Ma per far questo bisogna aver le spalle coperte. È lì la differenza tra lui e Gheddafi. Il raiss libico era inviso all’Arabia Saudita, che invece considera Saleh un alleato fidato e blocca ogni seria iniziativa internazionale per fermare il massacro».

Per Al Saqaf, che tra l’altro ha sviluppato un software per poter visitare i siti Web censurati dal regime, anche l’Iniziativa del Golfo, seppure non firmata, gioca in realtà a favore del presidente. «La clausola che prevede l’immunità per i crimini commessi durante la rivoluzione è un via libera ai massacri. Saleh sa che comunque non finirà davanti a un tribunale. È una vergogna che la comunità internazionale abbia accettato un simile compromesso».

La Stampa-Francesca Paci; " Mia moglie Asia Bibi rinchiusa in una cella senza poter dormire "

Ashiq Bibi non è abituato agli incontri ufficiali, alle strette di mano, ai flash dei fotografi di fronte ai quali chiude regolarmente i piccoli occhi spaventati e fa un passo indietro quasi temesse di disturbare. È nato 51 anni fa nel poverissimo villaggio di Ittanwali, in Punjab, dove ha vissuto nell’ombra tutta la sua vita fino all’arresto dell’amata moglie Asia tristemente nota come la Sakineh pachistana, la contadina cristiana accusata dalle compagne di lavoro d’aver violato la famigerata legge contro la blasfemia.

«L’ho vista martedì scorso nel parlatorio della prigione di Sheikhupura, era sciupata, magra, ma almeno adesso può dormire perché grazie alle pressioni internazionali l’hanno spostata in una cella più grande in cui riesce a sdraiarsi. Chiedeva continuamente dei bambini che non vede ormai da un anno e le ho promesso che sarei stato via solo due giorni e poi avrei fatto di tutto per portarli da lei» racconta da Parigi dove ha presentato il libro della giornalista Anne-Isabelle Tollet «Blasfema» che uscirà il 15 giugno in Italia per Mondadori. Li chiama «bambini» sebbene nessuno dei suoi cinque figli lo sia più davvero: la primogenita Nassim ha 21 anni, mentre l’ultima, l’undicenne Esha, disabile, ha smesso definitivamente di giocare quando una mattina di giugno del 2009 due poliziotti hanno bussato alla porta di casa per portarle via la mamma. Il calendario è fermo a quel giorno anche per Ashiq, che il mese successivo ha lasciato il lavoro nella fabbrica di mattoni di Ittanwali per trasferirsi con la famiglia a Lahore: «La situazione era diventata impossibile. Non c’erano mai stati problemi con i musulmani, eravamo amici. Ma di colpo, dopo la cattiva pubblicità dei mullah fondamentalisti, avevano tutti paura di parlare in pubblico con noi, ci evitavano come il male. Per non menzionare le minacce: ne riceviamo anche a Lahore dove abbiamo già dovuto cambiar casa tre volte».

Il 7 novembre scorso un tribunale del distretto di Nankana, 75 km a ovest di Lahore, ha incriminato Asia condannandola all ’ i m p i c c a g i o n e . Ashiq è un uomo semplice come l’abito tradizionale bianco che si stira da solo, ci ha messo un po’ a capire cosa stesse accadendo: «Avevo scoperto la legge sulla blasfemia un paio di mesi prima, quando era stato arrestato un uomo del villaggio di Gujra, ma credevo che alle donne non potesse capitare. Ora so che ci sono diversi casi e non si tratta solo di cristiani, i mullah accusano anche i musulmani moderati o scomodi». Secondo la Commissione Nazionale Giustizia e Pace tra il 1986 e il 2009 sono finite nella trappola della iniqua legge almeno 964 persone, 479 delle quali musulmane. Quindici mamme cristiane si trovano attualmente in carcere come Asia Bibi.

«Ci manca tutto di Asia, dalla sua presenza fino ai piatti di riso al curry con i peperoni - continua Ashiq -. I bambini sanno che rischia la morte, la loro vita è sospesa. Mi danno lettere e disegni da portarle, anche se posso a mala pena mostrarli perché ho a disposizione solo 15 minuti e le grate sono talmente strette che non riesco a infilare neppure un dito. Il giorno della festa della mamma avevo così tanti fogli per Asia che ha pianto, proprio come quando le raccontai che il governatore del Punjab Salman Taseer era stato ucciso per averla difesa». Forte della campagna internazionale che dopo la sentenza ha inondato il governo pachistano di 40 mila email di protesta, Ashiq si è appellato all’Alta Corte: «Ho speranza, ma ormai so che tutto può succedere». Lo sa da quel giorno estivo di due anni fa quando alcune contadine che lavoravano nei campi con la moglie quarantacinquenne le chiesero di andare a prendere l’acqua al pozzo e poi la insultarono perché, in quanto cristiana, la contaminava. Lei si difese e, nell’indifferenza di chi abbassava lo sguardo per paura, fu denunciata per blasfemia: «Da noi nessuno si mette contro la maggioranza, specie nel caso di dispute religiose. Ma il Pakistan è il mio Paese e lì c’è Asia, sto dove sta lei, viva o morta».

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3 giugno 2011

Arrivano gli attacchi ai confini di Israele

L'analidi di Ariel David

Testata: Il Foglio
Data: 02 giugno 2011
Pagina: 1
Autore: Ariel David
Titolo: «Rivolta premeditata»

Con il titolo" Rivolta premeditata", il FOGLIO di oggi, 02/06/2011, a pag.1/4, pubblica un articolo di Ariel David sulle marce ai confini di Israele, soprattutto quello con la Siria. Il tentativo di utilizzare l'anniversario della sconfitta degli stati arabi del 1948, appiccicandogli il nome naqba, è qualcosa di più di una protesta, dietro c'è la Siria e l'Iran, il suo mentore.
Ecco il pezzo:

Majdal Shams. Oggi non c’è nessuno sulla “collina delle grida”, il piccolo rilievo sul confine tra Israele e Siria dove una volta le famiglie divise dalla Guerra dei sei giorni si parlavano con i megafoni, perché le comunità druse di Majdal Shams e degli altri villaggi nelle alture del Golan comunicano con i parenti in Siria su Facebook, Skype, Twitter e altri social network. Proprio su Internet si prepara la nuova ondata di proteste contro Israele simile a quella del 15 maggio, quando i palestinesi hanno commemorato la Nakba, la “catastrofe” della creazione dello stato ebraico, con violenti scontri costati la vita a quattordici manifestanti. Domani è l’anniversario della Naksa, la “sconfitta” nella guerra del ’67, e sul sito 3rdintifa.com, che raccoglie 400 mila adepti su Facebook, c’è il programma delle “azioni” che si svolgeranno lungo i confini e dentro Israele subito dopo la preghiera nelle moschee. Obiettivo della cosiddetta terza Intifada è “liberare la Palestina dal mare al fiume”, dal mar Mediterraneo al Giordano, ovvero: cancellare Israele. A Gerusalemme e nella West Bank si marcerà verso la moschea di Al Aqsa, mentre a Gaza e nei paesi confinanti s’invita a scontrarsi con l’esercito israeliano nei vari “punti di contatto”. Altre manifestazioni sono previste per il 5 giugno, anniversario del primo giorno di guerra, e per il 7, quando le truppe israeliane entrarono a Gerusalemme est. Il capo di stato maggiore, Benny Gantz, spiega che “l’esercito si sta preparando a gestire manifestazioni di massa su più fronti nei prossimi giorni”. I soldati a guardia dei 500 metri che separano la “collina delle grida” dal villaggio di Majdal, in territorio israeliano, temono una replica del 15 maggio, quando migliaia di palestinesi, provenienti dai campi profughi in Siria, si sono riversati a sorpresa nella stretta terra di nessuno e un centinaio ha passato il confine.L’uso massiccio di Internet e di manifestazioni popolari ricorda le rivoluzioni contro i regimi dittatoriali del medio oriente, ma gli scopi di queste proteste e la mano che le guida appaiono ben diversi. “In Siria non si può arrivare al confine con novanta autobus e 4 mila persone senza il permesso del regime – spiega al Foglio un ufficiale testimone degli scontri nel Golan – I soldati siriani sono stati completamente passivi, anche quando i manifestanti hanno strappato loro le armi”. I militari di Tsahal e gli abitanti drusi di Majdal ricordano con un brivido la macabra efficienza con cui i manifestanti hanno attraversato i campi minati, divisi in colonne guidate da tre aspiranti martiri, pronti a saltare in aria, per poi aggredire i soldati con pietre e spranghe di ferro. “Non so come ma sono riusciti ad arrivare nel centro del villaggio”, racconta Mansour Halabi, un impiegato del comune. “C’era un ragazzino di quindici anni cui ho detto di tornare a casa e lui mi ha risposto ‘non voglio tornare, voglio morire, voglio essere un martire.’ Gli avevano fatto il lavaggio del cervello”. Grazie anche alla mediazione dei leader religiosi di Majdal quasi tutti gli infiltrati sono poi rientrati in Siria, lasciando sul campo quattro morti. Negli scontri sul confine con il Libano, dove a sparare è stato anche l’esercito libanese, ci sono state dieci vittime. Pur ammettendo l’iniziale sorpresa, l’esercito israeliano ha considerato appropriata la risposta dei comandanti e dei soldati sul campo, che hanno usato gas lacrimogeni, sparato in aria e, soltanto come ultima risorsa, alle gambe degli infiltrati. La prossima volta il bilancio potrebbe essere più pesante. I vertici israeliani leggono nella protesta il tentativo di spostare l’attenzione dalle crisi interne e lanciare un avvertimento a Gerusalemme e all’occidente sull’instabilità che seguirebbe la caduta di Bashar el Assad. “L’intento è provocare un massacro, fare qualche centinaio di morti per screditare Israele e distrarre da quello che succede in Siria e nel resto dei paesi arabi”, dice un portavoce dell’esercito.

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3 giugno 2011

Chiamiamoli con il loro nome

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Testata: Informazione Corretta
Data: 02 giugno 2011
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Chiamiamoli con il loro nome»

"Chiamiamoli con il loro nome"
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli


Piazza Duomo, Milano

Cari amici, avete visto delle manifestazioni contro la Siria negli ultimi mesi? No? Ma come, il regime di Assad ha ammazzato almeno un migliaio di manifestanti inermi in questo periodo, l'altro ieri c'era la notizia di un bambino di 13 anni castrato e torturato a morte. E di manifestazioni sullo Yemen? Niente. Eppure l'altro giorno ci sono stati 34 morti nella capitale Sana'a. Sul Bahrein?  Sull'Algeria, dove da decenni una dittatura militare si scontra con un integralismo islamico feroce, tutt'e due ammazzando a destra e manca? Sull'Iran dove (a parte le atomiche) le notizie raccapriccianti si succedono ogni giorno l'ultima quella di otto impiccagioni in un giorno, con un boia ragazzino (http://www.leggo.it/articolo.php?id=124250). E l'Egitto e l'Iraq che perseguitano i cristiani (li ebrei li hanno cacciati da decenni, in questi giorni ricorre l'anniversario della strage di Baghdad del '41: http://israelmatzav.blogspot.com/2011/05/iraqs-kristallnacht-70-years-later.html)? Il Marocco che ha costruito un muro dell'apartheid verso il territorio sarauhi e non tiene un referendum di autodeterminazione promesso da vent'anni, oltre a reprimere anche lui le manifestazioni? Il Sudan che sta invadendo il nuovo stato meridionale deciso per referendum? La Turchia che nega il genocidio armeno, opprime i curdi, e occupa da trent'anni con le sue truppe la metà di uno stato indipendente per di più membro dell'Unione Europea (Cipro)? Il Pakistan base di Al Queida? La Russia che fa cose turche nel Caucaso? La Cina che è una dittatura durissima all'interno e all'esterno opprime in tutti i modi i tibetani? La Corea del Nord, che ha l'atomica e minaccia la guerra un giorno sì e l'altro giorno pure? Quella vecchia prigione di Cuba e quella nuova del Venezuela? Qualcuno ha manifestato contro Gheddafi?

Scusate se mi sono dimenticato qualcuno, l'elenco completo sarebbe troppo lungo. Ma ditemi: avete sentito quest'anno parlare di manifestazioni, boicottaggi, flottiglie, contestazioni, bandiere bruciate contro uno solo di questi stati (e degli altri che vi ho risparmiato)? No, nulla di tutto ciò. Come dice quel vecchietto francese un po' andato, forse sarebbe davvero il caso di indignarsi. Qualche volta, almeno. Ma nessuno lo fa. Contro nessuno. Mai. Le peggiori atrocità, le peggiori stragi, le oppressioni più terribili passano senza reazione. Non solo qui, ma in tutto l'Occidente. Nessuno si indigna contro nessuno.

Be', non proprio contro nessuno. Un capro espiatorio sempre odiato attivamente c'è, bisogna ammetterlo. Qualcuno contro cui ci si indigna, contro cui si manifesta, che si boicotta. Che non si lascia comparire in pubblico senza contestarlo. Che viene esecrato sui giornali, le cui bandiere vengono bruciate in piazza. Uno solo. Non vi faccio l'indovinello, sappiamo tutti che è Israele.  Un esempio per tutti. Per una decina di giorni a partire dalla settimana prossima, c'è uno stand a Piazza Duomo a Milano con un'esposizione turistica ed economica. Capita abbastanza spesso che quello spazio sia usato per stand commerciali, sportivi o d'altro tipo. Mai vista una contestazione, naturalmente. Tutto va bene, dalle maratone ai gioielli alle automobili.

Ma per Israele, naturalmente, è diverso.  I soliti furbissimi "antagonisti", avanguardia della rivoluzione mondiale, insieme ai dolci islamisti amanti della pace, hanno deciso che quella è un'"occupazione israeliana di piazza Duomo" e sono intenzionati a "impedirla". Potete immaginare lo scenario: polizia, incidenti, qualche cretino che tira una molotov. Per nulla simpatico nel centro di una grande città.

Non è strano, come già scriveva qualche giorno fa P.G. Battista, che si indignino e "lottino" solo contro Israele? Vi sembra una coincidenza? Tre anni fa Israele era ospite d'onore della Fiera del Libra di Torino. Unico caso in ventiquattro edizioni, le contestazioni sono fioccate: cortei, volantinaggi, tentativi di assalto, farneticazioni del "filosofo" del movimento Vattimo. Quest'anno era ospite la "Palestina", che pure è uno stato che non c'è. Non c'è stata la minima contestazione, nessuno ha cercato di disturbare. E la cosa era così ovvia che lo stand palestinese non era neppure presidiato dalla polizia. Gli amici di Israele sono civili e non minacciano nessuno.

E allora perché? Perché non prendersela con Siria, Yemen, Bahrein, Iran, Cina, Russia, Cuba ecc. ecc. ma solo contro Israele? Questa è una domanda che nessuno si pone, ma è importante. Io una risposta ce l'ho. Per la stessa ragione per cui Adolf Hitler se la prendeva con gli ebrei e non con i bolognesi, i calvinisti, i parrucchieri, i bulgari o chiunque altro (sì, con gli omosessuali, i rom e gli oppositori politici – ma su un'altra scala e senza una politica razziale dello stesso genere). Chi si oppone solo a Israele, chi si indigna solo contro Israele, anche se per caso è di origine ebraica, sta facendo la stessa operazione mentale, se non fisica dei nazisti, per le stesse ragioni di fondo. Estrae dal mucchio degli stati il solo stato ebraico e lo considera la fonte di ogni male, cerca di umiliarlo e di distruggerlo.  Proviamo a dirglielo, ripetiamolo: nazisti! Chissà se qualcuno capirà.

Ugo Volli

 


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 




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2 giugno 2011

Torture, violenze, omicidi. Sono queste le riforme di Assad in Siria?

Cronaca di Davide Frattini

Testata: Corriere della Sera
Data: 01 giugno 2011
Pagina: 24
Autore: Davide Frattini
Titolo: «L’amnistia di Assad e la rabbia per il ragazzino massacrato»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 01/06/2011, a pag. 24, l'articolo di Davide Frattini dal titolo " L’amnistia di Assad e la rabbia per il ragazzino massacrato ".


Bashar al Assad    Manifestazione a Milano

I bambini giocano a girotondo. Formano il cerchio, disegnano le lettere, scrivono «Siamo tutti Hamza al-Khatib» . Un ragazzino come loro, uscito di casa il 29 aprile e tornato cadavere mutilato, restituito un mese dopo al padre e alla madre da chi l’aveva arrestato e torturato. Riconsegnato non per compassione tardiva, ma per terrorizzare: ecco quello che succede, se lasciate uscire i vostri figli. Le bruciature di sigaretta, i tagli, i fori dei proiettili sparati senza uccidere per allungare l’agonia. I genitori non hanno accettato il baratto dell’orrore, un corpo da seppellire in cambio del silenzio sulla sua fine. Un video trasmesso da Al Jazeera e diffuso su Internet mostra il volto martoriato, la voce fuori campo spiega che gli avrebbero spezzato il collo e tagliato il pene. «Queste sono le riforme promesse dall’infido Bashar Assad» , è il commento. Il presidente siriano promette ancora. Un’inchiesta sulla morte di Hamza viene annunciata dalla televisione del regime, assieme all’altro gesto che vorrebbe frenare le proteste iniziate due mesi e mezzo fa, proprio nella città di Deraa: Hamza viveva in un villaggio a pochi chilometri. Il leader regala l’amnistia generale, riguarda anche i detenuti politici e i sostenitori dei Fratelli Musulmani. Far parte del movimento è punibile con la morte, nel 1982 il padre Hafez ha represso con i colpi di artiglieria e i bulldozer la rivolta degli islamisti ad Hama: ventimila morti seppelliti sotto le macerie. L’opposizione risponde che è troppo tardi, «il condono è una misura insufficiente» , dice Abdel Razak Eid all’agenzia France Presse. L’offerta arriva dopo oltre mille civili uccisi e diecimila arrestati, secondo le stime delle organizzazioni per i diritti umani. Dopo aver assediato le città siriane con i tank e le truppe scelte della Guardia Repubblicana, guidate da Maher, fratello del presidente. Dopo aver continuato a sparare sui dimostranti anche ieri. Il regime ripete la teoria del complotto straniero, delle bande di agitatori fondamentalisti, sostiene che centoventi tra poliziotti e militari siano stati ammazzati negli scontri. La rivolta ha trovato un simbolo nella faccia rotonda del piccolo Hamza. Il suo sorriso sta sui poster innalzati alle manifestazioni, la pagina Facebook dedicata alla sua morte ha già 58mila aderenti. I «venerdì della rabbia» sono diventati «i sabati di Hamza» e quattro giorni fa la gente è tornata in strada per lui. «Era solo un bambino, è stato un crimine raccapricciante» , dice un attivista al New York Times. Raccapricciante è la parola che sceglie anche il dipartimento di Stato americano per condannare l’omicidio del ragazzino di tredici anni. Washington ridimensiona l’annuncio dell’amnistia: «Assad parla di riforme, abbiamo visto pochi atti concreti. La retorica non basta» , commenta il portavoce Mark Toner. «Chiediamo che i responsabili vengano puniti— invoca Abdel Razak Eid —. E’ stato versato troppo sangue, il popolo vuole la caduta del regime» . Bashar, al potere da undici anni dopo essere succeduto al padre, ha concesso ai dimostranti la fine dello Stato di emergenza in vigore dal 1962 e ha promesso una nuova legge elettorale. Le aperture sono state coordinate con la repressione. Il presidente deve garantire la minoranza alauita, la setta religiosa di famiglia, e gli interessi dei parenti, come il cugino Rami Makhlouf, l’uomo d’affari più odiato dai siriani. Il circolo ristretto attorno al leader comanda la reazione delle squadracce in borghese. Gli stessi agenti armati di bastoni e fucili che avrebbero portato via Hamza.

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2 giugno 2011

Lecito uccidere bambini israeliani,lo predica l'ayatollah Mesbah

La cronaca di Dimitri Buffa

Testata: L'Opinione
Data: 02 giugno 2011
Pagina: 13
Autore: Dimitri Buffa
Titolo: «Lecito uccidere bambini israeliani»

L’ayatollah Mesbah giustifica la jihad infanticida “Lecito uccidere bambini israeliani” , questo il titolo dell'articolo di Dimitri Buffa sull' OPINIONE di oggi, 02/06/2011, a pag.13.
Eccolo:


L'ayatollah Mesbah

Se pensate a una persona abietta, una che abbia superato ogni limite anche nel terreno assai scivoloso delle guerre di religione, ebbene quella persona adesso ha un nome e anche un cognome: Taghi Mesbah. E’ un ayatollah iraniano e tanto di per sé basterebbe. Mesbah però ha un’altra particolarità: essere quel clerico, veramente fascista, che ha sdoganato come “legale” l’uccidere i bambini in nome di Allah, purché rigorosamente isareliani. Un editto il suo, anzi una fatwa, che ha definitivamente allentato qualunque possibile freno inibitore nei terroristi che uccidono in nome di Teheran. Tutto ciò nel proprio sito web dove qualche giorno fa si è acceso, a tale riguardo, il solito dibattito surreale su Islam e martirio. Uno dei suoi fedeli, in maniera anonima probabilmente per non incorrere nelle censure del regime di Ahmadinejad, ha osato, partendo dalla suddetta fatwa, porre a questo chierico una domanda sulla liceità delle azioni suicide che in quanto tali in realtà sarebbero vietate, come lo sono, dal Corano. Ma il problema è che questi ayatollah iraniani sanno del Corano più o meno come chi scrive sa di fisica nucleare. E gliene importa ancora meno. L’importante è veicolare un messaggio di morte approfittando dell’ignoranza delle persone e della suggestione religiosa. Si tratta di quell’Islam geopolitico inventato non di certo da Bin Laden ma proprio dal non compianto ayatollah Ruhollah Khomeini. E per giustificare la distruzione di Israele, e le azioni suicide che spesso coinvolgono anche bambini, va bene tutto. A partire dallo stravolgimento del Corano e dalla stessa uccisione di migliaia di musulmani in questi attentati kamikaze. Così l’ayatollah Mesbah, che è una delle guide più vicine allo stesso presidente Ahmadinejad, ha risposto in questa maniera a chi lo “tentava” con simili scrupoli: “le tue parole denotano che sei una vittima della propaganda sionista”. Aggiungendo che l’interlocutore stava “sprecando il proprio tempo invece di dedicarlo allo sradicamento dell’entità sionista”. “Quando deve difendere l’Islam – è la tesi di Mesbah – il popolo musulmano dipende proprio dalle azioni di martirio che quindi non solo sono permesse ma persino obbligatorie”. A quel punto lo stesso frequentatore del sito di Mesbah ha posto la domanda fatidica sulla liceità di uccidere i bambini israeliani durante queste operazioni terroristiche suicide. La risposta è stata ovviamente agghiacciante: “considerateli degli scudi umani usati dalle loro famiglie sioniste per evitare le azioni dei nostri martiri...” 

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diaconale@opinione.it
 




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2 giugno 2011

Vuoti a rendere: meglio tardi che mai

Di Fabrizio Panecaldo, vice-capogruppo Pd Comune di Roma

Alemanno va a Tel Aviv e si convince che la raccolta differenziata sarebbe favorita dal compenso per ogni 'vuoto' riconsegnato o conferito in appositi dispenser. Questa tardiva 'scoperta' del sindaco ci trova totalmente d'accordo: giace da due anni in Consiglio comunale una mozione del Pd proprio su questo tema dei 'vuoti a rendere'.

Ma se l'esempio di Tel Aviv ha dato al sindaco l'opportunità di vedere realizzato il progetto e quindi lo stimolo ad elaborare un piano per la reintroduzione del compenso per i vuoti, troverà il Pd favorevole e disponibile a contribuire per la migliore realizzazione del programma.

Dare 'valore' ai 'vuoti' darebbe benefici su tanti fronti: migliorare il decoro urbano, favorire la raccolta differenziata, consentire un reddito minimo a quanti vorranno raccogliere i vuoti dispersi in cittÖ. Ma affinchá non si resti ai soli titoli sui giornali chiediamo al sindaco di chiamare subito in Consiglio comunale la mozione del Pd per avviare il dibattito e il confronto di proposte su come rendere immediatamente concreta la reintroduzione del compenso per i vuoti.


 




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2 giugno 2011

Lettera (indignata) agli "indignados"

Lettera (indignata) agli "indignados"

Gentilissimi «indignados» , ma una volta o ...l'altra potreste piazzare le vostre tende e gridare i vostri sacrosanti slogan non solo nel cuore delle piazze più suggestive delle capitali europee, ma davanti a qualche ambasciata siriana? Potreste per qualche minuto smettere di osannare Stéphane Hessel che nel suo Indignatevi! demonizza Israele e ignora tutte le dittature del mondo, per mettervi a protestare vivacemente contro il massacro di oltre mille vostri coetanei falciati dalla tirannia di Damasco, o per stare a fianco dei desaparecidos nelle galere di Teheran, dei giovani torturati o impiccati in piazza dal regime degli ayatollah? Potreste riservare un frammento, solo un frammento della vostra fresca e generosa indignazione alle vittime di repressioni cruente ma ignorate, soffocate dagli imperativi della real politik o dall'anestetico dell'indifferenza? Potreste, giovani e baldanzosi «indignados» , puntare la vostra indignazione contro il cinismo della destra che da una parte arma gli aerei che dovrebbero stanare Gheddafi, e dall'altra rimpiange gli affari con un dittatore orrendo capace di organizzare per decenni, altro che nemico normalizzato, un'efficientissima e spietata polizia politica? E potreste indignarvi contro l'indignazione super selettiva della sinistra, umanitaria qui e indifferente lì, verbosamente ingerente dove le conviene e silenziosamente immobile dove i sacri principi della democrazia possono non valere più? L'altro giorno a Roma, davanti all'ambasciata della Siria, c'era a manifestare solo una pattuglia di radicali. E voi dove eravate, a blaterare di «primavera araba» senza interrogarvi sulla sorte di quel migliaio di vittime del dittatore siriano? C'è davvero da indignarsi per la vostra (e nostra) non-indignazione. Potreste evitare di ripetere il tragico errore del ' 68 d'Occidente, quello che bruciava con un grande spettacolo nel Quartiere Latino ma ignorava un altro ' 68, un'altra «primavera» , quella volta a Praga, e anche quella volta schiacciata dai carri armati? Potreste evitare di replicare la farsa di giovani indignati e pervasi di ardore rivoluzionario che osannavano i carnefici maoisti e non versarono una lacrima per il giovane cecoslovacco Jan Palach, immolatosi per la libertà? Pensate che aiuto ai giovani che combattono per la democrazia araba se vigilaste con attenzione sull'esito di quelle rivoluzioni, se invitaste quelle donne che l' 8 marzo furono brutalmente cacciate da Piazza Tahrir al Cairo dai guardiani della purezza fondamentalista o se salisse sui vostri palchi il blogger laico Whael Ghonim, il simbolo della rivoluzione egiziana cui i Fratelli Musulmani strapparono il microfono non appena venne deposto Mubarak? Gentilissimi «indignados» , se democrazia e libertà non sono per voi solo slogan, aiutereste il mondo a conoscere i nomi di chi, nel nome della democrazia e della libertà, ha perso la vita a Damasco? Con simpatia e cordialità.
Di Pierluigi Battista fonte Il Corriere della Sera del 30.5.2011Mostra altro

 




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2 giugno 2011

«Gli ebrei sono stati portati in Palestina per il "Grande Massacro"»

 Parole di Yunis Al-Astal, religioso musulmano e uomo politico di Hamas, alla TV Al-Aqsa di Gaza
Hamas MP: The Jews Were Brought to Palestine for the "Great Massacre"
www.youtube.com
http://www.memri.org/ http://www.memritv.org/clip/en/2934.htm http://www.memritv.org/

Traduzione : Gli ebrei sono stati portati a branchi in Palestina
in modo che i palesinesi - e la nazione araba dietro di loro -
possano avere l'onore di annientare il male di questa gang.
Tutti i rapaci, tutti gli uccelli da preda
tutti i n...ocivi rettili e insettii,
e tutti i letali batteri
sono meno nocivi degli ebrei.
Fra pochi anni tutti i sionisti
e tutti i coloni si accorgeranno
che il loro arrivo in Palestina
ha avuto come scopo il grande massacro
per mezzo del quale Allah
libererà l'umanità dal loro male.
Quando la Palestina sarà liberata
e il suo popolo vi ritornerà,
l'intera regione, per la grazia di Allah,
sarà trasformata negli Stati Uniti di Islam,
la terra di Palestina diventerà
la capitale del Califfato Islamico
e tutti questi paesi
diventeranno degli stati all'interno del Califfato.
Quando questo avverrà, ogni palestinese
potrà vivere da ogni parte,
perché la terra dell'Islam
è proprietà di tutti i musulmani.
Fino a quando questo non avverrà
noi dobbiamo rigettare
ogni piano di riassetto,
di naturalizzazione, o anche di riparazioni,
prima del ritorno dei profughi

(MEMRI, 11 maggio 2011 )




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1 giugno 2011

Il nodo è il riconoscimento dello stato ebraico

 
 
Lo stato d’Israele non è alla radice del problema del Medio Oriente ed è ora di smetterla di incolparlo di tutti i guai della regione. Lo ha detto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lunedì sera, parlando al congresso di Aipac (American Israel Public Affairs Committee) a Washington.
“Sui circa 300 milioni di arabi che vivono in Medio Oriente – ha detto Netanyahu – i soli che godono di autentici diritti democratici sono il milione e passa di arabi che vivono in Israele. Il che porta a riflettere su una verità di fondo: Israele non è quel che c’è di sbagliato in Medio Oriente, Israele è quello che va bene in Medio Oriente”.
“Se non c’è stata pace, finora – ha proseguito il primo ministro israeliano – è perché i palestinesi l’hanno rifiutata, rifiutando di riconoscere lo stato ebraico. Il conflitto ruota da sempre attorno a questo nodo. I problemi da risolvere fra Israele e palestinesi sono molti, ma noi possiamo fare la pace con i palestinesi solo se loro sono disposti a fare la pace con lo stato ebraico''.
Netanyahu ha poi sottolineato che Israele non può tornare sulle linee “indifendibili” del 1967 ed ha anticipato che nel suo imminente discorso, martedì, al Congresso americano intende delineare la sua visione per una pace fra Israele e palestinesi: “La pace deve lasciare a Israele la sua sicurezza – ha specificato – e pertanto Israele non può tornare sulle linee indifendibili del 1967”.
Secondo il primo ministro, i recenti avvenimenti in Medio Oriente chiariscono una volta per tutte che i problemi della regione non hanno origine in Israele. Facendo riferimento a vari paesi mediorientali, Netanyahu ha sottolineato che i problemi dei cittadini di quei paesi non hanno nulla a che fare con Israele. “Quello che hanno in mente è la loro libertà – ha detto – E’ tempo di smetterla di incolpare Israele per tutti i problemi della regione”. La pace, ha spiegato, è certamente un “interesse vitale” per Israele, ma essa non risolverà tutti i problemi del Medio Oriente: “Ciò che può risolverli è solo la democrazia”.
Netanyahu ha sottolineato l’unicità di Israele in Medio Oriente, dicendo che lo stato ebraico è l’unico in tutta la regione che offre ai cristiani mediorientali piena libertà di culto. “Solo Israele – ha detto – garantisce libertà per tutte le religioni. Ecco perché l’unico luogo in tutto il Medio Oriente dove i cristiani sono completamente liberi di praticare la loro fede è il democratico stato d’Israele. Ed è per questo motivo che solo con Israele si può star certi che venga garantita piena libertà di fede nella città unita di Gerusalemme, la nostra eterna capitale”.
Netanyahu ha anche ringraziato il presidente Usa Barack Obama per il “vitale aiuto” assicurato dell’America a Israele, cosa che mette Israele in condizione “di difendersi da solo”, aggiungendo che Israele e Stati Uniti “hanno stretto una duratura amicizia non soltanto fra i loro governi, ma soprattutto fra i loro popoli”. Sottolineando i rapporti economici fra i due paesi, il primo ministro israeliano ha osservato che negli ultimi anni le aziende israeliane hanno investito negli Stati Uniti più di 50 miliardi di dollari, e ha ricordato l’ampia gamma di cooperazioni in campo medico ed energetico, aggiungendo che, se gli sforzi congiunti per trovare un’alternativa al combustibile attuale avranno successo, “potremo cambiare la storia”.
A un certo punto, il discorso di Netanyahu è stato interrotto da cinque militanti anti-israeliani che hanno srotolato striscioni gridando slogan contro Israele. “Pensate che facciano questo genere di proteste a Gaza?” è stato il commento ironico di Netanyahu, che ha poi concluso: “Questa è l’essenza della grande alleanza fra i nostri due paesi: due popoli legati nella libertà e nella ricerca della libertà e della pace per tutti”.

(Da: YnetNews, 24.5.11)

 




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1 giugno 2011

Svelò i segreti di Al Qaida Giornalista ucciso a botte

 

 
Il giornalista collaboratore
de La Stampa era stato
sequestrato a Islamabad
 
 

È di Syed Saleem Shahzad il cadavere rinvenuto nelle vicinanze della sua auto. Il veicolo era stato ritrovato dalla polizia oggi, nei pressi di Sara e Alamgir, a circa 150 chilometri da Islamabad.

Il corpo del giornalista, collaboratore de La Stampa e corrispondente di Aki-Adnkronos International, è stato riconosciuto dal fratello. Lo confermano all’Adnkronos fonti vicine al giornalista, che era scomparso da Islamabad domenica sera.

La notizia rimbalza anche sui social network . Alcuni utenti di Twitter scrivono che nell’auto sono state trovate due carte d’identità, quella di Shahzad e quella di un altro uomo.

Shahzad era anche responsabile dell’ufficio pachistano di Asia Times Online ed esperto di terrorismo islamico. L’uomo era atteso negli studi dell’emittente in urdu Dunya Tv intorno alle 18 di ieri, ma non vi è mai arrivato. In un ultimo articolo venerdì il giornalista ipotizzava che l’attacco alla base Pns Meheran di Karachi dello scorso 22 maggio fosse stato realizzato da al Qaeda in seguito «alla rottura di negoziati con la Marina americana a proposito del rilascio di alcuni ufficiali arrestati per sospetta complicità con il gruppo terroristico».

A "Human Rights Watch" aveva lasciato un messaggio: nel caso gli fosse accaduto qualcosa i responsabili andavano cercati nell'Isi, l'intelligence pachistana. Un macabro presentimento che si è trasformato in realtà.

 




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1 giugno 2011

L'Egitto dice no alle mutilazioni genitali femminili

 


Una pratica barbara e vergognosa



Dopo l'Eritrea, anche l'Egitto ha vietato l'infibulazione. Un passo in avanti verso la piena affermazione dei diritti umani.

L'infibulazione è una pratica, molto diffusa e radicata nei paesi poveri, particolarmente odiosa nella nostra cultura. Consiste nell'asportazione del clitoride, delle piccole o delle grandi labbra delle bambine da donne anziane dei villaggi, con incisione delle parti o corrosione lasciando un piccolo passaggio. Sono almeno 40 i paesi in cui è diffusa: Africa sahariana ma anche popoli musulmani indiani e mediorientali, riguardando almeno due milioni di vittime l'anno. 

Questa pratica mutilatoria è tradizionalmente considerata “igienica” per le donne pena la discriminazione e,  in quei contesti , per questo motivo da esse stesse richiesta; ai nostri occhi perpetua un'idea sociale deviata, di controllo della sessualità, di “proprietà” della donna (non si può essere violentate e generare figli di altri) o, sebbene non esistano precetti scritti, di purezza. 

In Italia si stima la presenza maggiore di donne infibulate d'Europa, circa 40 mila, tanto che appaiono i primi studi scientifici in merito. Il dott. Aldo Morrone, esperto in medicina delle migrazioni: “La situazione è drammatica perché si pratica in assoluta mancanza di igiene, provocando gravi effetti collaterali. E' importante curare anche gli aspetti psicologici. Bisogna intervenire a livello culturale, garantendo una continuità sociale, abolendo l'infibulazione e sostituendola con altre pratica; ad esempio, in Ghana si fa una festa che simboleggia la mutilazione genitale senza eseguirla realmente”.
La nostra Costituzione vieta qualsiasi violazione all'integrità corporea della persona, ma non esiste uno specifico reato.

Marco A. Marcuccio


1 giugno 2011

Ucraina, giovane miss lapidata da tre uomini La Sharia islamica vieta i concorsi di bellezza

Di Luciano Gulli

Un Paese sotto choc: una diciannovenne tartara di Crimea massacrata a colpi di pietra. Non si sa ancora se i tre uomini che l'hanno uccisa siano suoi parenti. Anche nell’Europa dell’Est violare la legge coranica può costare la vita

 

L’unica fotografia che abbiamo di lei, prima che le sfigurassero il bel volto a colpi di pietre, la mostra di tre quarti, in posa da stellina anni Settanta: dunque con un abito generosamente scollato, a braccia scoperte. I capelli neri, lisci, le accarezzano le spalle; una collanina bianca, come gli orecchini, rischiara un bell’incarnato scuro; le labbra sono rosse, piene; gli occhi sgranati, splendenti, pieni di gioia di vivere. In un’altra epoca - lei, tartara di Crimea - sarebbe stata forse una ragazza del Serraglio, una danzatrice circassa; dico quando a Istanbul regnava ancora Abdul Hamid II, l’ultimo imperatore ottomano.

Probabilmente è l’ultima fotografia di Katya Koren da viva. Anzi ha tutta l’aria, questo scatto, di essere uno di quelli che Katya, 19 anni, spedì al concorso di bellezza nazionale al quale partecipò, in Ucraina, piazzandosi settima, e che poi le costò la vita. Perché Katya era musulmana, discendente di quei Tartari deportati in massa nel ’44 da Stalin. Sul suo cammino Katya si è imbattuta in un terzetto di grandissimi mascalzoni - parenti, conoscenti, compaesani, ancora non si sa, la polizia indaga - emersi per qualche diabolica macumba dal settimo secolo dopo Cristo che l’hanno lapidata perché partecipare ai concorsi di bellezza semplicemente non si fa, è contro la Sharia.

Gli amici di Katya, che è stata trovata sepolta in un bosco non lontano dal suo villaggio, il corpo orribilmente sfigurato dalla barbara esecuzione, raccontano quel che in casi analoghi abbiamo sentito dire di queste sventurate: ragazze moderne, avide di vita, illanguidite dalle tentazioni a colori che la Tv spaccia per irrinunciabili: bei vestiti, un bel trucco, magari un futuro da groupie, se non proprio da velina, in qualche «contenitore» pomeridiano o serale, con uno di quei presentatori sempre allegri.

Hina Saleem, ricorderete, venne sgozzata e sepolta nell’orto di casa, vicino Brescia, con la testa rivolta verso la Mecca e il corpo avvolto in un sudario. Hina aveva rifiutato un matrimonio combinato in famiglia dal padre, pagando con la vita la sua ribellione. Nel settembre di due anni fa, a Pordenone, morì Sanaa Dafani, accoltellata a morte dal padre in un bosco per via della sua relazione con un italiano, un «infedele».

Qualcuno, ogni tanto, ha provato a stilare una statistica, di queste morti, di questi «delitti d’onore» in Europa. Ma non ci sono numeri, cifre attendibili. Molte ragazze musulmane spariscono. Così, punto e basta. In arabo si chiama Jarimat al sharaf. È così che chiamano il «delitto d’onore», spesso derubricato in episodi di violenza domestica.

Nella moderna Istanbul, quella stessa Istanbul che preme per entrare in Europa, si conta un delitto d'onore a settimana. A Gaza numerose ragazze vengono uccise ogni anno in nome della sharia (una di esse, due anni fa, venne sepolta viva dal padre). In Europa, anche se lo Jarimat al sharaf va per la maggiore, i giornali se ne occupano solo quando la punta dell’iceberg torreggia tanto da non poter essere ignorato. Il settimanale tedesco Der Spiegel scrisse due anni fa che almeno cinquanta donne musulmane in Germania erano state vittime di un delitto d’onore. A Londra almeno dodici ogni anno. A queste vanno aggiunte le «vergini suicide», le ragazze che si tolgono la vita per sfuggire a un matrimonio forzato, di quelli combinati da mamma e papà. Si stima che siano decine le ragazze musulmane che spariscono ogni mese in Europa. Il più delle volte partono per un viaggio all’estero (è quel che poi diranno le famiglie) e non le si vede più, né a scuola né al lavoro. Downing Street stima per esempio che ogni anno si imbastiscano tremila matrimoni combinati.

Sottomissione femminile, fanatismo, oscurantismo, paurosa ignoranza. Le «colpe» delle vittime dello Jarimat al sharaf sono molteplici: il rifiuto di indossare il velo islamico, l’inclinazione a vestire all’occidentale, a frequentare amici cristiani (fino a convertirsi a un’altra fede) la volontà di studiare, volere il divorzio, essere troppo «indipendente» o moderna. Nel mondo musulmano, nell’anno di grazia 2011, di tutto questo ancora si muore. E perché la punizione sia in linea con la «tradizione», hanno pensato ora gli assassini di Katya, che c’è di meglio della lapidazione?




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