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10 giugno 2011

L’idea che Gaza sia ancora “occupata” è smentita persino dal Consiglio di Sicurezza

Una bislacca idea propagandistica a cui tanti credono volentieri
Di Eugene Kontorovich e Paula Kweskin
Questo mese è in preparazione un’altra flottiglia con l'intenzione di violare il legittimo blocco marittimo israeliano sulla striscia di Gaza. Gli organizzatori sostengono di volersi dirigere verso la striscia di Gaza “occupata” per consegnare “rifornimenti umanitari di assoluta necessità”: ma entrambi questi presupposti sono falsi.
Già all’inizio di quest’anno il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha dichiarato che non vi è alcuna crisi umanitaria nella striscia di Gaza. Inoltre, l’affermazione che la striscia di Gaza sarebbe ancora sotto occupazione da parte di Israele è stata recentemente smentita da una fonte insospettabile: una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Un’accusa ricorrente dei filo-palestinesi anti-israeliani è che l’occupazione israeliana di Gaza non sarebbe terminata con il ritiro militare del 2005 accompagnato dallo sradicamento dei quasi undicimila civili ebrei che vi risiedevano. Anche il Rapporto Goldstone si è basato su questo argomento ed ha avuto larga eco nella stampa e fra gli “esperti” internazionali. Ma è un’opinione che non ha mai avuto molto su cui appoggiarsi.
L’articolo 42 della “Convenzione internazionale dell' Aja su leggi e usi della guerra terrestre” del 1907 stabilisce che “un territorio è da considerarsi occupato quando è effettivamente posto sotto l’autorità di un esercito nemico”. Analogamente la Convenzione di Ginevra, anche nella più ampia interpretazione sostenuta dalla Croce Rossa Internazionale, prevede che delle forze di terra esercitino un “controllo all’interno” di un territorio per poter parlare di occupazione. Di più. Per essere tale, una potenza occupante deve essere in condizione di gestire tutte le funzioni di governo: governare le cose all’interno del territorio occupato, e non semplicemente pattugliarne i confini. Ed è il “governo” di fatto di Hamas che gestisce la striscia di Gaza, senza interventi israeliani.
L’argomento a sostegno della tesi della ininterrotta occupazione è che, siccome Israele mantiene “autorità assoluta sullo spazio aereo di Gaza e sulle sue acque territoriali, esso esercita manifestamente un’autorità di governo su queste aree”, per dirla con le parole del prof. Iain Scobbie. Altri sostengono che il controllo sui confini equivale ad un “controllo effettivo” dell’interno. Ma precedenti blocchi navali, come quello decretato su Cuba dal presidente Usa John F. Kennedy, non sono mai stati considerati forme di “occupazione”. Per non dire del controllo dei confini, che è del tutto normale lungo qualunque frontiera internazionale anche fra paesi molto amichevoli.
E non è nemmeno vero che Israele controlli tutti i confini della striscia di Gaza. Se l’Egitto ha scelto di tenere in gran parte chiuso il suo confine con la striscia di Gaza, lo ha fatto di propria iniziativa senza che ciò avesse nulla a che fare con l’autorità di Israele. Ed oggi, in seguito ai cambiamenti politici in Egitto, il confine di Rafah è completamente aperto, vanificando ulteriormente l’argomento secondo cui il controllo sugli ingressi alla striscia di Gaza sarebbe esercitato esclusivamente da Israele.
Non basta. La recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che autorizza il ricorso alla forza contro il regime libico offre un ulteriore eccellente test per verificare se gli argomenti giuridici largamente usati contro Israele vengono applicati anche in altri casi. Lo scorso marzo, infatti, il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione numero 1973 in risposta alla violenta repressione scatenata da Muammar Gheddafi contro i ribelli anti-governativi. La risoluzione autorizzava l’intervento militare, tracciava una zona di interdizione al volo (no-fly zone) su tutta la Libia, congelava beni libici e autorizzava un ampio uso della forza contro le truppe libiche. Cionondimeno la risoluzione 1973 escludeva espressamente qualunque “occupazione” del territorio libico. Non si tratta di parole usate a caso. La proibizione di un’occupazione è ciò che ha contribuito a garantire il voto favorevole alla risoluzione di diverse nazioni che erano su posizioni scettiche. Alla riunione del Consiglio di Sicurezza, il rappresentante del Libano ha sottolineato che la risoluzione non doveva comportare l’occupazione di “neanche un centimetro” di territorio libico.
Abbiamo dunque la conferma da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che un ampio embargo, una no-fly zone e mesi di costanti bombardamenti dall’aria non costituiscono comunque una “occupazione”. Certo, queste azioni hanno considerevoli effetti sulla Libia e determinano un “controllo” su molto di ciò che avviene al suo interno. È dunque del tutto evidente che, in base a questo standard, le misure israeliane assai meno complete e invasive nei confronti della striscia di Gaza non costituiscono in alcun modo un’occupazione.
Naturalmente la risoluzione sulla Libia non dimostra nulla di nuovo (come si è già ricordato, citando le convenzioni internazionali): è l’argomento secondo cui Gaza sarebbe rimasta sotto occupazione israeliana anche dopo il 2005 che è sempre stato a dir poco bizzarro.
L’evidenza dei principi di cui sopra quando vengono applicati dappertutto meno che a Israele dovrebbe dar molto da pensare a coloro che sono convinti che un completo ritiro israeliano sulle linee pre-1967 conferirebbe automaticamente a Israele la legittimità internazionale e impedirebbe la fabbricazione di altre rivendicazioni pretestuose.

(Da: Jerusalem Post, 1.6.11)

Nella foto in alto: terroristi Hamas sfilano nella striscia di Gaza dopo il ritiro israeliano

 




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10 giugno 2011

Come disse Dayan nel ‘67, ''anche in quest'ora tendiamo una mano di pace ai nostri vicini arabi''

Pace a Gerusalemme
Editoriale del Jerusalem Post
«Questa mattina le Forze di Difesa israeliane hanno liberato Gerusalemme. Abbiamo riunificato Gerusalemme, la capitale divisa d’Israele. Siamo tornati al più santo dei nostri luoghi santi, per non separarcene mai più. Ai nostri vicini arabi anche in quest'ora – e a maggior ragione in quest'ora – tendiamo una mano di pace. Ai nostri concittadini cristiani e musulmani promettiamo solennemente pieni diritti e libertà religiosa.» Firmato: Moshè Dayan, ministro della difesa d’Israele, pomeriggio del 7 giugno 1967, al Muro Occidentale.

Nei 44 anni trascorsi da quando Dayan fece questa dichiarazione, diversi successivi governi israeliani hanno messo in pratica i suoi punti principali. Rispecchiando un ampio consenso fra gli ebrei israeliani, nel 1980 la Knesset ha approvato la Legge su Gerusalemme in base alla quale “Gerusalemme, completa e unita, è la capitale d’Israele”. Per la prima volta nella storia, la piena libertà di culto, mai rispettata sotto dominio musulmano, venne riconosciuta a tutte e tre le religioni monoteiste – ebraismo, cristianesimo e islam allo stesso modo – nel rispetto dei legami storici unici che ciascuna di queste fedi ha con il particolarissimo scenario di Gerusalemme (quantunque i legami dell’ebraismo siano di gran lunga più profondi e centrali, nella sua pratica e nella sua fede).
L’enorme gioia degli ebrei israeliani per aver ottenuto la sovranità su Gerusalemme per la prima volta dopo la sua perdita nell’anno 70 e.v., riflessa chiaramente nei sondaggi che mostrano costantemente una netta maggioranza contraria alla sua ridivisone, non ha impedito ai vari successivi governi, nel corso degli anni, di porgere la mano in pace ed offrire ampie concessioni territoriali a Gerusalemme in cambio della fine del conflitto.
Nel 2000 il primo ministro israeliano Ehud Barak offrì al presidente dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat compromessi di vasta portata, ivi compresa la partizione di Gerusalemme, che sarebbe stata condivisa da palestinesi e israeliani. Ma quell’offerta senza precedenti venne seccamente rifiutata da Arafat, che procedette con il lancio della seconda intifada. Nel 2008 il primo ministro israeliano Ehud Olmert fece al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) un’offerta ancora più generosa. Oltre a proporre la partizione di Gerusalemme, quell’offerta avrebbe posto sotto controllo internazionale il cosiddetto “bacino sacro”, l’area geografica che comprende i più importanti luoghi santi delle tre religioni monoteiste. Ma Abu Mazen non ha mai nemmeno dato ad Olmert una riposta definita.
Nell’aprile dello scorso anno, in un’intervista a Channel 2, l’attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu tracciò una distinzione fra i quartieri ebraici della Gerusalemme post-1967 e i suoi quartieri arabi, specificando che la sorte definitiva dei quartieri arabi sarà effettivamente oggetto di discussione per l’accordo sullo status definitivo coi palestinesi: una posizione già abbracciata da Kadima (Olmert) e dai laburisti (Barak), ma che normalmente non veniva fatta propria dal Likud. Pur respingendo l’idea di cedere quartieri ebraici unanimemente considerati israeliani come Ramat Shlomo e French Hill, sebbene sorgano al di là della ex linea armistiziale che divideva la città nel periodo 1949-67, Netanyahu ha definito “legittima” l’idea di cedere quartieri arabi come Abu Dis e Shuafat a un futuro stato palestinese. “Nessuno – ha spiegato, riferendosi agli ebrei israeliani – desidera aggiungere alla Gerusalemme israeliana una più numerosa popolazione araba”. Tuttavia, ha continuato, vi è chi è preoccupato del fatto che, “se ce ne andiamo da là”, l’Iran islamista in un modo o nell’altro può venire a riempire il vuoto, come ha fatto nel Libano meridionale con Hezbollah e nella striscia di Gaza con Hamas. “Se ce ne andiamo dai quartieri arabi della parte est di Gerusalemme – ha concluso Netanyahu – l’Iran potrebbe fare il suo ingresso, e questa è una preoccupazione legittima”. Già diversi quartieri arabi, che tecnicamente appartengono alla municipalità di Gerusalemme, sono di fatto “divisi” dalla barriera di sicurezza.
Sia a parole che coi fatti gli israeliani hanno dimostrato la disponibilità al compromesso, in una città così unica e di risonanza così centrale nella storia e nella tradizione ebraica, verso la quale così tanti ebrei si sentono profondamente legati. Ma tutte le aperture di pace dal versante israeliano – anche quelle di così vasta portata che tanta parte, forse la maggior parte, degli ebrei israeliani sarebbe riluttante a sostenerle – sono state respinte dai palestinesi.
Al cuore dell’intransigenza palestinese sembra esservi un rifiuto di fondo ad accettare il legame unico del popolo ebraico con Gerusalemme e con altri luoghi storici di Giudea e Samaria (Cisgiordania) ,anch’essi sotto gestione ebraica dopo la guerra dei sei giorni. Come Dayan 44 anni fa, che all’apice dell’ gioia degli ebrei per la riunificazione di Gerusalemme non perse di vista una chance di pace, il popolo ebraico non ha mai perso la speranza di poter vivere un giorno fianco a fianco coi palestinesi in pace: in ebraico “shalom”, uno dei significati del nome Yerushalaim (Gerusalemme). Ma quel giorno potrà giungere solo dopo che i palestinesi avranno abbandonato la loro intransigenza – accuratamente ignorata da una parte troppo grande della comunità internazionale – che li vede dar prova costantemente del loro rifiuto di accettare la legittimità di una sovranità ebraica su qualunque parte di questa terra, indipendentemente da quanto ampie siano le offerte di compromesso da parte di Israele.

(Da: Jerusalem Post, 31.5.11)

Nella foto in alto: L’occupazione araba della parte orientale di Gerusalemme nel 1948. Dal video: “Il mito delle due Gerusalemme sui mass-media” (in inglese




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9 giugno 2011

Se sfuma la soluzione a due stati, c’è chi ricorda che in fondo la Giordania è uno stato arabo-palestinese

Da un articolo di Asaf Romirowsky
Lo scorso febbraio Human Rights Watch, che si definisce il difensore mondiale dei diritti delle minoranze, ha diffuso un rapporto di 60 pagine intitolato “Di nuovo senza stato: giordani di origine palestinese deprivati della loro nazionalità”, nel quale veniva documento come la Giordania privi i suoi cittadini palestinesi originari della Cisgiordania di diritti fondamentali come l’istruzione e l’assistenza sanitaria. A suo tempo il rapporto ricevette poca attenzione, ma oggi, fra le crescenti tensioni che agitano il regno hashemita, la questione dei giordano-palestinesi torna di bruciante attualità.
Gli analisti israeliani avvertono che, qualora il governo giordano dovesse diventare più rappresentativo, il 72% di popolazione palestinese del paese potrebbe assumerne il controllo effettivo e la Giordania (che sorge su una parte della Palestina storica e di quello che era inizialmente il Mandato Britannico sulla Palestina) diventerebbe in pratica la “Palestina” (vale a dire, lo stato palestinese).
Il concetto di un controllo politico palestinese sulla Giordania non è nuovo. Negli anni tra la guerra d’indipendenza israeliana del 1948 e la guerra dei sei giorni del 1967, v’erano politici israeliani sia di sinistra che di destra che si facevano promotori dell’approccio politico noto con lo slogan: “la Giordania è la Palestina”. Mentre difendevano Israele dall’aggressione congiunta dei paesi arabi, proponevano che la Giordania (che allora si estendeva su entrambe le sponde del Giordano, avendo unilateralmente annesso la Cisgiordania occupata nel 1948) diventasse la patria palestinese. Vari esponenti israeliani proposero diversi scenari per una confederazione giordano-palestinese che raggruppasse la sponda est (Transgiordania) e la sponda ovest (Cisgiordania) del Giordano sotto un’unica amministrazione.
Ma la cosa non è così semplice. Come giustamente sottolineò nel 1986 Dan Schueftan, autore di “Opzione giordana”, una tale sistemazione dipenderebbe innanzitutto dalla qualità delle relazioni israelo-giordane, e da come le due parti considerano le potenziali minacce da parte della popolazione palestinese in mezzo a loro. In effetti negli anni che seguirono la guerra dei sei giorni la monarchia giordana fu assai diffidente nei confronti dei palestinesi. Nel 1970 il capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Arafat, tentò l’assalto alla sovranità del paese (e fu severamente sconfitto). Dopodiché Amman decise di bloccare il flusso di palestinesi dalla Cisgiordania verso la Transgiordania allo scopo di preservare la struttura politica hashemita del regno.
Successivamente, nel 1988, i giordani rinunciarono – entro certi limiti – alle loro rivendicazioni sulla Cisgiordania; nei primi anni ’90 sostennero la creazione dell’Autorità Palestinese, e nel 1994 fecero la pace con Israele: il tutto tentando di dissociarsi completamente dalle sorti dei palestinesi e di impedire un ulteriore afflusso di palestinesi nel loro paese.
Dal canto suo Gerusalemme per lungo tempo ha fatto affidamento – entro certi limiti – sulla monarchia hashemita per il mantenimento della stabilità e della sicurezza su entrambe le sponde del Giordano. Sia Amman che Gerusalemme, in effetti, si rendono conto che le rispettive esigenze di sicurezza sono strettamente connesse fra loro. La Giordania si avvantaggiava dei periodi di relativa quiete e prosperità al di là del confine. Di conseguenza le forze di sicurezza giordane venivano coinvolte sempre più in Cisgiordania, fino al punto di condurre sessioni di addestramento congiunto con le forze dell’Autorità Palestinese. Si trattava della classica situazione che conviene a tutti: Giordania, Israele e palestinesi di Cisgiordania.
Il problema, oggi, è che i tradizionali centri di potere in Giordania non sono affatto contenti dell’aumento di influenza dei palestinesi nel loro paese. I capi tribali sono risentiti con la regina Rania, nata in Kuwait da una famiglia con radici in Cisgiordania, per il suo aperto sostegno alla causa palestinese. Tant’è che di recente 36 capi tribali hanno reso di pubblico dominio le loro contestazioni alla posizione di Rania nel timore che possa accelerare la lenta presa di controllo del regno da parte palestinese.
Tuttavia, mentre le speranze in una soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese sembrano farsi sempre più tenui, questo approccio apparentemente paradossale potrebbe rivelarsi l’ultima opzione possibile. Il problema è che potrebbe ulteriormente infiammare i gruppi estremisti palestinesi e la Fratellanza Musulmana che traggono gran parte della loro forza dalla disillusione dei palestinesi di Cisgiordania e Transgiordania. Con la crescita di questi gruppi in Giordania, lo stesso accordo di pace fra Gerusalemme e Amman potrebbe essere a rischio.
Ciò nondimeno, per quanto sgradevole possa essere ammetterlo per palestinesi, israeliani e giordani, l’opzione giordana potrebbe rivelarsi la carta migliore che hanno in mano.

(Da: YnetNews, 23.4.11)

Nell’immagine in alto: il Mandato britannico sulla Palestina nel 1922

 




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9 giugno 2011

Se l’Egitto si tira la zappa sui piedi

Di Alex Fishman
Paradossalmente molti funzionari della sicurezza, in Israele, non sono scontenti che l’Egitto abbia aperto in via definitiva il valico di frontiera di Rafah fra Sinai e striscia di Gaza. Nessuno di loro lo dice apertamente, ma nelle discussioni interne ai massimi livelli si può notare un senso si sollievo per la mossa unilaterale del Cairo. Molti ufficiali dicono che finalmente Israele può procedere verso il disimpegno completo dalla striscia di Gaza. L’agognato sogno d’Israele sta prendendo forma: ora è l’Egitto che si assume la responsabilità per gli abitanti della striscia di Gaza.
I mass-media arabi in generale, e la tv al-Jazeera in particolare, descrivono continuamente l’apertura del valico come un atto che umilia Israele. Facendolo, gli egiziani hanno sfoggiato disprezzo non solo verso Israele, ma anche verso le altre parti che avevano sottoscritto l’accordo su Rafah (del novembre 2005): gli Stati Uniti, in quanto membri del Quartetto internazionale sul Medio Oriente (con Ue, Russia e Onu), e la stessa Autorità Palestinese. Eppure, a quanto pare, nessuna delle parti contraenti di quell’accordo sembra aver fretta di mostrarsi indignata, e non è un caso.
Quell’accordo, che in ogni caso non era stato più rispettato negli ultimi quattro anni, è diventato del tutto irrilevante dopo i più recenti sviluppi in Medio Oriente. Nel 2010 più di 130.000 abitanti di Gaza sono transitati attraverso il valico, e altri 30.000 vi sono passati dall’inizio della sollevazione in Egitto. L’apertura ufficiale del valico non cambierà in modo sostanziale la realtà già esistente sul terreno: la gente continuerà ad attraversarlo senza alcuna supervisione da parte di Israele, del Quartetto né dell’Autorità Palestinese. Gli egiziani hanno semplicemente istituzionalizzato una situazione che già esisteva di fatto. Finora, quando l’Egitto voleva lasciare entrare membri della Jihad Islamica, semplicemente lo faceva. E se vorrà farlo in futuro, continuerà a non chiedere il premesso a nessuno.
Pertanto la nuova violazione dell’intesa a suo tempo sottoscritta non avrà immediate implicazioni per la sicurezza di Israele. Coloro che temono che l’ostaggio Gilad Shalit possa essere clandestinamente trafugato nella penisola del Sinai attraverso il valico devono tener presente che potrebbe essere già stato trasportato attraverso la rete di tunnel sotterranei. Il divieto di far passare merci attraverso il valico di Rafah, che in questo momento resta in vigore, veniva già aggirato dagli abitanti di Gaza per mezzo di piccoli container o grandi bauli fatti passare per “bagaglio personale”. Se qualcuno è preoccupato per l’eventuale traffico di armi via Rafah, di nuovo deve rendersi conto che l’apertura del valico non fa grande differenza: già prima erano regolarmente operativi circa settanta tunnel sotterranei.
D’altra parte, il fatto che l’Egitto abbia aperto il valico in modo ordinato implica una dichiarazione di fatto di assunzione di responsabilità rispetto alla popolazione della striscia di Gaza. Israele, che attualmente subisce una campagna di delegittimazione globale sulla questione del “blocco” di Gaza, potrà ora dire alle nazioni del resto del mondo che in pratica non è in vigore più alcun “blocco”. La famosa sensazione di soffocamento degli abitanti di Gaza non ha più alcuna ragion d’essere, dal momento che possono andare e venire a piacimento dall’Egitto, anche ufficialmente. Il destinatario delle rimostranze non è più Israele, ma l’Egitto. Con il valico di Rafah aperto, gli ospedali di el-Arish (nel Sinai egiziano) diventeranno la destinazione naturale delle esigenze di assistenza umanitaria degli abitanti di Gaza.
La decisione egiziana dovrebbe anche neutralizzare la prossima “flottiglia umanitaria”. Israele deve iniziare a relazionarsi con la striscia di Gaza in modo diverso. Vi sono navi che vogliono raggiungere Gaza con la grande flottiglia programmata per la fine di giugno? Si accomodino. Le navi dovrebbero soltanto essere controllate in mare per accertarsi che non abbiano a bordo armi che potrebbero raggiungere Gaza. E se una nave si oppone con la forza al controllo, che venga indirizzata verso el-Arish.
Gli egiziani, essendo in questo momento deboli, si sono tirati la zappa sui piedi. Il regime di Mubarak non aveva nessuna intenzione di cadere in questa trappola assumendosi la responsabilità per gli abitanti della striscia di Gaza. Invece il nuovo regime guidato dai militari lo ha fatto, con l’intento di condiscendere i Fratelli Musulmani. Hamas, dal canto suo, ha ottenuto un successo diplomatico, psicologico e politico a breve termine. Il che costituisce anche un brutto segnale per le relazioni fra Israele ed Egitto, dal momento che gli egiziani hanno apertamente violato un accordo sottoscritto con Israele. Tuttavia, nel lungo periodo, Israele avrà solo da guadagnarci.

(Da: YnetNews, 30.5.1)

 




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9 giugno 2011

Se Obama impedisce l’unica soluzione pragmatica di pace

 
Di Gidi Grinstein
Il presidente Barack Obama proprio non ce la fa. Ci prova e ci riprova, ma sbaglia. Vorrebbe benedire il processo di pace e finisce per dannarlo. Un altro capitolo di questa infelice vicenda è stato scritto l’altra settimana quando Obama, ancora una volta, ha convogliato le parti nel vicolo cieco di un accordo per lo status definitivo, intralciando al contempo la strada verso la creazione di uno stato palestinese: unica chance di reale progresso diplomatico fra Israele e palestinesi.
Le sue intenzioni erano buone: ancorare il principio dei due stati per due popoli, che sembrerebbe accettabile per entrambe le leadership, israeliana e palestinese. Obama ha condiviso spartito la sua buona volontà: ha dato ai palestinesi le linee del 1967 e agli israeliani il riconoscimento dell’ebraicità di Israele. Ha fatto appello a entrambe le parti perché riprendano i negoziati per l’accordo sullo status definitivo, mentre dichiarava la sua contrarietà alla dichiarazione di uno stato palestinese alle Nazioni Unite il prossimo settembre.
Ma c’è un ma. Sin dalla vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi del gennaio 2006, non c’è più né può esservi un interlocutore palestinese per un siffatto processo diplomatico. Da una parte, infatti, una fronte palestinese che includesse Hamas, che si rifiuta di riconoscere Israele e gli accordi già esistenti, non può essere un interlocutore nei negoziati sullo status definitivo. Dall’altra, senza Hamas il sistema palestinese manca di legittimità interna, il che impedisce di fare le necessarie concessioni storiche. Questo è il motivo per cui tutti gli appelli da Washington, da Bruxelles e da Gerusalemme per una ripresa delle trattative fra Israele e palestinesi cadono nel vuoto, ed il motivo per cui i negoziati condotti nel quadro del processo di Annapolis (novembre 2007) erano condannati all’insuccesso sin dall’inizio.
C’è una sola formula che ha qualche probabilità di far fare progressi verso una situazione permanete basata sul principio due popoli-due stati: quella di fare passi unilaterali coordinati, basati su tacite intese e tacita cooperazione. È così che sono state create le istituzioni dell’Autorità Palestinese negli anni scorsi, garantendo sicurezza e crescita economica in Cisgiordania. E nonostante questi significativi progressi, la gamma delle possibili intese e cooperazioni fra Israele, Autorità Palestinese in Cisgiordania e Stati Uniti e tutt’altro che esaurita. La stessa imminente dichiarazione d’indipendenza di uno stato palestinese, a settembre alle Nazioni Unite, andrebbe vista in questo contesto.
Ma Obama è intrappolato in una visione delle cose ormai obsoleta. È convinto che Israele e palestinesi debbano e possano arrivare a un accordo sullo status definitivo capace di risolvere in un colpo tutte le questioni chiave del contenzioso, di istituire uno stato palestinese e di porre fine al conflitto. Per questo cerca ripetutamente di creare le condizioni che riportino le due parti al tavolo del negoziato per poi arrivare all’ineluttabile e agognato accordo sullo status definitivo. Come un atleta in un match combinato che continua a migliorare le sue prestazioni senza rendersi conto che il risultato è già noto in partenza, Obama continua a dilapidare risorse diplomatiche: congelamento delle costruzioni negli insediamenti, gesti sauditi, linee del 1967.
Ed è questo il motivo per cui Obama perde, invece, l’opportunità che ha sotto il naso: la dichiarazione di uno stato palestinese a settembre porta con sé la possibilità di una svolta diplomatica, nonché significativi vantaggi per Israele. L’istituzione di un tale stato contribuirebbe ad fissare il principio due stati per due popoli dando forma a una situazione permanente in cui Israele mantiene il controllo sugli asset fondamentali della sua sicurezza e sui dintorni del nuovo stato, e ridurrebbe il problema dei “profughi” emarginando l’Unrwa e ponendo limiti allo status di “profugo” riconosciuto.
Nonostante i bei discorsi di Obama, il processo diplomatico resterà a un punto morto mentre si avvicina a grandi passi il momento decisivo di settembre. A quel punto gli Stati Uniti avranno un’altra opportunità di fare la cosa giusta: garantire che l’istituzione di uno stato palestinese sia conforme alle vitali esigenze di Israele.

(Da: Ha’aretz, 31.5.11)

Nella foto in alto: l’autore di questo articolo, Gidi Grinstein, fondatore e presidente del Reut Institute

 




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9 giugno 2011

Come disse Dayan nel ‘67, ''anche in quest'ora tendiamo una mano di pace ai nostri vicini arabi''

Pace a Gerusalemme
Editoriale del Jerusalem Post
«Questa mattina le Forze di Difesa israeliane hanno liberato Gerusalemme. Abbiamo riunificato Gerusalemme, la capitale divisa d’Israele. Siamo tornati al più santo dei nostri luoghi santi, per non separarcene mai più. Ai nostri vicini arabi anche in quest'ora – e a maggior ragione in quest'ora – tendiamo una mano di pace. Ai nostri concittadini cristiani e musulmani promettiamo solennemente pieni diritti e libertà religiosa.» Firmato: Moshè Dayan, ministro della difesa d’Israele, pomeriggio del 7 giugno 1967, al Muro Occidentale.

Nei 44 anni trascorsi da quando Dayan fece questa dichiarazione, diversi successivi governi israeliani hanno messo in pratica i suoi punti principali. Rispecchiando un ampio consenso fra gli ebrei israeliani, nel 1980 la Knesset ha approvato la Legge su Gerusalemme in base alla quale “Gerusalemme, completa e unita, è la capitale d’Israele”. Per la prima volta nella storia, la piena libertà di culto, mai rispettata sotto dominio musulmano, venne riconosciuta a tutte e tre le religioni monoteiste – ebraismo, cristianesimo e islam allo stesso modo – nel rispetto dei legami storici unici che ciascuna di queste fedi ha con il particolarissimo scenario di Gerusalemme (quantunque i legami dell’ebraismo siano di gran lunga più profondi e centrali, nella sua pratica e nella sua fede).
L’enorme gioia degli ebrei israeliani per aver ottenuto la sovranità su Gerusalemme per la prima volta dopo la sua perdita nell’anno 70 e.v., riflessa chiaramente nei sondaggi che mostrano costantemente una netta maggioranza contraria alla sua ridivisone, non ha impedito ai vari successivi governi, nel corso degli anni, di porgere la mano in pace ed offrire ampie concessioni territoriali a Gerusalemme in cambio della fine del conflitto.
Nel 2000 il primo ministro israeliano Ehud Barak offrì al presidente dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat compromessi di vasta portata, ivi compresa la partizione di Gerusalemme, che sarebbe stata condivisa da palestinesi e israeliani. Ma quell’offerta senza precedenti venne seccamente rifiutata da Arafat, che procedette con il lancio della seconda intifada. Nel 2008 il primo ministro israeliano Ehud Olmert fece al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) un’offerta ancora più generosa. Oltre a proporre la partizione di Gerusalemme, quell’offerta avrebbe posto sotto controllo internazionale il cosiddetto “bacino sacro”, l’area geografica che comprende i più importanti luoghi santi delle tre religioni monoteiste. Ma Abu Mazen non ha mai nemmeno dato ad Olmert una riposta definita.
Nell’aprile dello scorso anno, in un’intervista a Channel 2, l’attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu tracciò una distinzione fra i quartieri ebraici della Gerusalemme post-1967 e i suoi quartieri arabi, specificando che la sorte definitiva dei quartieri arabi sarà effettivamente oggetto di discussione per l’accordo sullo status definitivo coi palestinesi: una posizione già abbracciata da Kadima (Olmert) e dai laburisti (Barak), ma che normalmente non veniva fatta propria dal Likud. Pur respingendo l’idea di cedere quartieri ebraici unanimemente considerati israeliani come Ramat Shlomo e French Hill, sebbene sorgano al di là della ex linea armistiziale che divideva la città nel periodo 1949-67, Netanyahu ha definito “legittima” l’idea di cedere quartieri arabi come Abu Dis e Shuafat a un futuro stato palestinese. “Nessuno – ha spiegato, riferendosi agli ebrei israeliani – desidera aggiungere alla Gerusalemme israeliana una più numerosa popolazione araba”. Tuttavia, ha continuato, vi è chi è preoccupato del fatto che, “se ce ne andiamo da là”, l’Iran islamista in un modo o nell’altro può venire a riempire il vuoto, come ha fatto nel Libano meridionale con Hezbollah e nella striscia di Gaza con Hamas. “Se ce ne andiamo dai quartieri arabi della parte est di Gerusalemme – ha concluso Netanyahu – l’Iran potrebbe fare il suo ingresso, e questa è una preoccupazione legittima”. Già diversi quartieri arabi, che tecnicamente appartengono alla municipalità di Gerusalemme, sono di fatto “divisi” dalla barriera di sicurezza.
Sia a parole che coi fatti gli israeliani hanno dimostrato la disponibilità al compromesso, in una città così unica e di risonanza così centrale nella storia e nella tradizione ebraica, verso la quale così tanti ebrei si sentono profondamente legati. Ma tutte le aperture di pace dal versante israeliano – anche quelle di così vasta portata che tanta parte, forse la maggior parte, degli ebrei israeliani sarebbe riluttante a sostenerle – sono state respinte dai palestinesi.
Al cuore dell’intransigenza palestinese sembra esservi un rifiuto di fondo ad accettare il legame unico del popolo ebraico con Gerusalemme e con altri luoghi storici di Giudea e Samaria (Cisgiordania) ,anch’essi sotto gestione ebraica dopo la guerra dei sei giorni. Come Dayan 44 anni fa, che all’apice dell’ gioia degli ebrei per la riunificazione di Gerusalemme non perse di vista una chance di pace, il popolo ebraico non ha mai perso la speranza di poter vivere un giorno fianco a fianco coi palestinesi in pace: in ebraico “shalom”, uno dei significati del nome Yerushalaim (Gerusalemme). Ma quel giorno potrà giungere solo dopo che i palestinesi avranno abbandonato la loro intransigenza – accuratamente ignorata da una parte troppo grande della comunità internazionale – che li vede dar prova costantemente del loro rifiuto di accettare la legittimità di una sovranità ebraica su qualunque parte di questa terra, indipendentemente da quanto ampie siano le offerte di compromesso da parte di Israele.

(Da: Jerusalem Post, 31.5.11)

Nella foto in alto: L’occupazione araba della parte orientale di Gerusalemme nel 1948. Dal video: “Il mito delle due Gerusalemme sui mass-media” (in inglese):
http://www.youtube.com/watch?v=JXSvrAe5xEM

 




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9 giugno 2011

L’idea che Gaza sia ancora “occupata” è smentita persino dal Consiglio di Sicurezza

Una bislacca idea propagandistica a cui tanti credono volentieri
Di Eugene Kontorovich e Paula Kweskin
Questo mese è in preparazione un’altra flottiglia con l'intenzione di violare il legittimo blocco marittimo israeliano sulla striscia di Gaza. Gli organizzatori sostengono di volersi dirigere verso la striscia di Gaza “occupata” per consegnare “rifornimenti umanitari di assoluta necessità”: ma entrambi questi presupposti sono falsi.
Già all’inizio di quest’anno il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha dichiarato che non vi è alcuna crisi umanitaria nella striscia di Gaza. Inoltre, l’affermazione che la striscia di Gaza sarebbe ancora sotto occupazione da parte di Israele è stata recentemente smentita da una fonte insospettabile: una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Un’accusa ricorrente dei filo-palestinesi anti-israeliani è che l’occupazione israeliana di Gaza non sarebbe terminata con il ritiro militare del 2005 accompagnato dallo sradicamento dei quasi undicimila civili ebrei che vi risiedevano. Anche il Rapporto Goldstone si è basato su questo argomento ed ha avuto larga eco nella stampa e fra gli “esperti” internazionali. Ma è un’opinione che non ha mai avuto molto su cui appoggiarsi.
L’articolo 42 della “Convenzione internazionale dell' Aja su leggi e usi della guerra terrestre” del 1907 stabilisce che “un territorio è da considerarsi occupato quando è effettivamente posto sotto l’autorità di un esercito nemico”. Analogamente la Convenzione di Ginevra, anche nella più ampia interpretazione sostenuta dalla Croce Rossa Internazionale, prevede che delle forze di terra esercitino un “controllo all’interno” di un territorio per poter parlare di occupazione. Di più. Per essere tale, una potenza occupante deve essere in condizione di gestire tutte le funzioni di governo: governare le cose all’interno del territorio occupato, e non semplicemente pattugliarne i confini. Ed è il “governo” di fatto di Hamas che gestisce la striscia di Gaza, senza interventi israeliani.
L’argomento a sostegno della tesi della ininterrotta occupazione è che, siccome Israele mantiene “autorità assoluta sullo spazio aereo di Gaza e sulle sue acque territoriali, esso esercita manifestamente un’autorità di governo su queste aree”, per dirla con le parole del prof. Iain Scobbie. Altri sostengono che il controllo sui confini equivale ad un “controllo effettivo” dell’interno. Ma precedenti blocchi navali, come quello decretato su Cuba dal presidente Usa John F. Kennedy, non sono mai stati considerati forme di “occupazione”. Per non dire del controllo dei confini, che è del tutto normale lungo qualunque frontiera internazionale anche fra paesi molto amichevoli.
E non è nemmeno vero che Israele controlli tutti i confini della striscia di Gaza. Se l’Egitto ha scelto di tenere in gran parte chiuso il suo confine con la striscia di Gaza, lo ha fatto di propria iniziativa senza che ciò avesse nulla a che fare con l’autorità di Israele. Ed oggi, in seguito ai cambiamenti politici in Egitto, il confine di Rafah è completamente aperto, vanificando ulteriormente l’argomento secondo cui il controllo sugli ingressi alla striscia di Gaza sarebbe esercitato esclusivamente da Israele.
Non basta. La recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che autorizza il ricorso alla forza contro il regime libico offre un ulteriore eccellente test per verificare se gli argomenti giuridici largamente usati contro Israele vengono applicati anche in altri casi. Lo scorso marzo, infatti, il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione numero 1973 in risposta alla violenta repressione scatenata da Muammar Gheddafi contro i ribelli anti-governativi. La risoluzione autorizzava l’intervento militare, tracciava una zona di interdizione al volo (no-fly zone) su tutta la Libia, congelava beni libici e autorizzava un ampio uso della forza contro le truppe libiche. Cionondimeno la risoluzione 1973 escludeva espressamente qualunque “occupazione” del territorio libico. Non si tratta di parole usate a caso. La proibizione di un’occupazione è ciò che ha contribuito a garantire il voto favorevole alla risoluzione di diverse nazioni che erano su posizioni scettiche. Alla riunione del Consiglio di Sicurezza, il rappresentante del Libano ha sottolineato che la risoluzione non doveva comportare l’occupazione di “neanche un centimetro” di territorio libico.
Abbiamo dunque la conferma da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che un ampio embargo, una no-fly zone e mesi di costanti bombardamenti dall’aria non costituiscono comunque una “occupazione”. Certo, queste azioni hanno considerevoli effetti sulla Libia e determinano un “controllo” su molto di ciò che avviene al suo interno. È dunque del tutto evidente che, in base a questo standard, le misure israeliane assai meno complete e invasive nei confronti della striscia di Gaza non costituiscono in alcun modo un’occupazione.
Naturalmente la risoluzione sulla Libia non dimostra nulla di nuovo (come si è già ricordato, citando le convenzioni internazionali): è l’argomento secondo cui Gaza sarebbe rimasta sotto occupazione israeliana anche dopo il 2005 che è sempre stato a dir poco bizzarro.
L’evidenza dei principi di cui sopra quando vengono applicati dappertutto meno che a Israele dovrebbe dar molto da pensare a coloro che sono convinti che un completo ritiro israeliano sulle linee pre-1967 conferirebbe automaticamente a Israele la legittimità internazionale e impedirebbe la fabbricazione di altre rivendicazioni pretestuose.

(Da: Jerusalem Post, 1.6.11)

Nella foto in alto: terroristi Hamas sfilano nella striscia di Gaza dopo il ritiro israeliano

 




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8 giugno 2011

Gli applausi del Congresso a Netanyahu sono stati uditi alla Casa Bianca, dagli arabi e dal mondo

Le parole non creano nuove realtà, ma creano consapevolezza
Se ne discute in Israele: commenti sulla stampa israeliana
Scrive Yediot Aharonot: «Il Netanyahu di martedì si è rivelato un leader degno di plauso. Non c’è nulla, nel suo discorso al Congresso, che possa cancellare i suoi errori del passato, ma certamente in quel discorso c’è abbastanza per capire che, in contrasto col dibattito sui mass-media, Netanyahu è un leader che va preso sul serio. Personalmente – continua l’editoriale – non concordo con tutto ciò che ha detto, e nondimeno mi sono sentito orgoglioso della determinazione che ha dimostrato sotto il peso delle pressioni della Casa Bianca. Ho sentito con le mie orecchie verità semplici e da tempo dimenticate, e soprattutto un percorso. Certo, un discorso non è una politica; ma ciò che è stato presentato martedì era la cosa più vicina a una politica da decenni. Le parole non creano nuove realtà, ma creano consapevolezza.»
(Da: Yediot Aharonot, 25.5.11)

Scrive Ma'ariv: «Il leader della destra israeliana è salito sul podio del Congresso americano e ha dichiarato che palestinesi e israeliani condividono la stessa striscia di terra. Ha dichiarato che lo stato palestinese sarà ampio e che Israele sarà generoso. Trent’anni fa questa era la posizione dell’estrema sinistra israeliana. Persino Yitzhak Rabin non aveva mai detto le cose con tanta nettezza. Netanyahu, come esponente della destra storica, ha fatto molti passi avanti. Il che non basterà a portare la pace: ma non per colpa di Netanyahu, bensì per colpa di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che oggi si sta muovendo sulle orme di Arafat.»
(Da: Ma'ariv, 25.5.11)

Scrive Yisrael Hayom: «Dal discorso di Netanyahu di martedì non nasceranno negoziati diplomatici perché in ogni caso Abu Mazen non è interessato a negoziare almeno fino a quando non si saranno tenute le elezioni palestinesi nel 2012. E poi non è chiaro se Netanyahu, col suo discorso, è riuscito a passare a Ramallah l’onere della prova. Uno sforzo l’ha fatto, e si è guadagnato grandi applausi in un luogo molto importante: ma non nell’arena in cui si determinerà il destino di Israele tra pace e guerra.»
(Da: Yisrael Hayom, 25.5.11)

Secondo il Jersualem Post, la formazione di un governo di unità nazionale in Israele potrebbe contrastare quell’impazienza internazionale per l’impasse del processo di pace che già si manifesta in varie capitali del mondo; esso inoltre invierebbe il forte messaggio che gli israeliani sono uniti nel loro desiderio di risolvere il conflitto coi palestinesi. «Benché vi siano numerosi ostacoli sulla strada che porta a un governo di unità nazionale – scrive l’editoriale – alcuni dei quali legati a ristrette politiche di partito, nondimeno è l’interesse nazionale che richiede tale unità.» (Da: Jersualem Post, 25.5.11)

Secondo Ha’aretz «il primo ministro Netanyahu ha perso la sua occasione di presentare una visione per la pace: Netanyahu sta conducendo Israele e palestinesi verso un nuovo round di violenza, insieme all’isolamento di Israele e a un profondo dissenso con l’amministrazione americana.» (Da: Ha’aretz, 25.5.11)

Scrive Herb Keinon: «Nel complesso, l’importanza del discorso di Netanyahu alla sessione speciale del Congresso americano di martedì scorso non sta tanto nel contenuto – egli infatti non ha detto nulla di radicalmente nuovo – quanto nella travolgente, unanime ovazione che ha ricevuto. Netanyahu non si sogna nemmeno di essere accolto in questo modo in Israele. Il primo ministro israeliano è stato applaudito una trentina di volte, spesso da tutti i membri del Congresso in piedi. L’applauso di quasi quattro minuti che ha accolto il primo ministro israeliano al suo ingresso non è stato udito solo da Netanyahu, ma anche dal presidente Baraci Obama, dai palestinesi e dal mondo in generale. Nonostante tutti i discorsi sulla solitudine esistenziale di Israele e sul suo senso di isolamento, quando Netanyahu ha parlato al parlamento più importante del mondo non ha incontrato altro che caloroso affetto per Israele. Anche quando ha detto che gli ebrei non sono intrusi in Cisgiordania come erano i belgi in Congo o i britannici in India, ha ricevuto una tonante standing ovation. Certo, il Congresso non è il mondo e in ultima analisi è il presidente degli Stati Uniti quello che decide la politica estera. Ma il Congresso americano non è nemmeno un organismo insignificante che possa essere trascurato alla leggera, né dal presidente né dal resto del mondo; ed è l’organismo che stabilisce i limiti oltre i quali il presidente non può spingere Israele. Con i fragorosi applausi bipartisan alle parole di Netanyahu su Gerusalemme unita, sul non ritorno alle linee del ’67, sul non negoziare con Hamas e su non permettere ai discendenti dei profughi palestinesi di stabilirsi dentro Israele, Obama ha ricevuto il chiaro segnale dal Congresso che, quando si tratta di Israele, non ha carta bianca.»
(Da: Jersualem Post, 24.5.11)

 




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8 giugno 2011

Animato dalle migliori intenzioni, il presidente Usa non perde occasione di bloccare il processo di pace

Obama, apprendista stregone
Di Moshe Arens
A quanto pare, quando verrà il momento di scrivere la storia del processo di pace israelo-palestinese, il presidente Usa Barack Obama verrà ricordato come una sorta di apprendista stregone che fa più danni che benefici. Sembra quasi che non perda occasione per spingere il processo su un binario morto.
L’ha fatto di nuovo con la sua recente dichiarazione secondo cui Israele, in base a qualunque accordo di pace coi palestinesi, dovrebbe ritirarsi sulle “linee del 1967”. Obama sembra del tutto ignaro del fatto che l’attuale stato di cose nel mondo arabo, così fluido e instabile e offuscato dalla massima incertezza circa gli sviluppi futuri dei vicini di casa di Israele, non rappresenta certo il momento più propizio per chiedere a Israele di assumersi rischi vitali. E sembra ignorare la coalizione che è stata recentemente formata tra Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e i terroristi Hamas di Gaza, cosa che ha di fatto rimosso ogni parvenza di un interlocutore palestinese per i negoziati di pace con Israele, almeno per il momento.
E tuttavia, Obama esorta Israele ad accettare di ritirarsi su quelle che erano le linee armistiziali con la Giordania del 1949. Quelle linee, come Obama sa certamente, correvano 10 chilometri a est dell’area metropolitana di Tel Aviv, e nel cuore stesso della città di Gerusalemme, la capitale d’Israele, spaccandola in due.
Tutto è iniziato due anni fa, quando Obama al Cairo aveva fatto appello per un congelamento di tutti gli insediamenti al di là delle linee armistiziali del 1949, mettendo in chiaro che con questo intendeva la cessazione di ogni attività edilizia anche in quelle zone nord, est e sud di Gerusalemme che sono rimaste sotto occupazione giordana nei 19 anni fra la guerra d’indipendenza d’Israele e la guerra dei sei giorni del 1967. Come c’era da aspettarsi, i negoziatori palestinesi non poterono mostrarsi “meno palestinesi” del presidente degli Stati Uniti. E così, tutt’a un tratto, il congelamento di ogni attività edilizia divenne la loro imprescindibile precondizione per la ripresa dei negoziati con Israele, e ciò rappresentò la fine dei negoziati diretti israelo-palestinesi.
[Lo scorso 24 aprile Abu Mazen dichiarava a Newsweek: “Obama mi ha invitato a salire con una scala sull'albero del congelamento degli insediamenti. Ho accettato e sono salito, ma poi la scala è stata tolta e Obama mi ha detto: adesso salta”.]
Per un momento è sembrato che Obama si fosse reso conto dell’errore che aveva fatto costringendo i negoziatori palestinesi su una posizione insostenibile. Aveva infatti ripiegato sulla richiesta di un congelamento temporaneo degli insediamenti (che Israele ha fatto); ma i palestinesi avevano ormai puntato i piedi sulla sua posizione precedente, per cui alla fine dovette lasciar cadere l’intera questione. Ma a quel punto Obama aveva già intralciato il processo di pace in modo determinante.
Ora chiede a Israele di ritirarsi sulle “linee del 1967”, e così allontana i palestinesi di un altro passo dal processo di pace: un passo da gigante, e ci vorrà parecchio tempo per porvi rimedio. Se e quando i negoziatori palestinesi si rifaranno vivi, il consenso di Israele a un ritiro sulle “linee del 1967” come enunciato dal presidente degli Stati Uniti sarà la loro nuova precondizione per l’avvio dei negoziati. Adesso non possono più accettare nulla di meno. Ma è una richiesta che Israele non può accogliere, e così eccoci a un altro punto morto “made in Washington”.
[Lunedì scorso, 23 maggio, il negoziatore palestinese e membro dell’esecutivo dell’Olp Saeb Erekat ha dichiarato che i palestinesi riprenderanno i negoziati solo se Israele riconoscerà le linee del 1967 come base dei futuri confini: “Finché non sentiremo queste parole – ha detto Erekat – discutere di altre questioni è solo una perdita di tempo”.]
Senza dubbio Obama è animato dalle migliori intenzioni, ma i risultati sono a dir poco sconfortanti. Anziché promuovere il processo di pace israelo-palestinese, è riuscito a creare solo nuovi ostacoli sul suo percorso.

(Da: Ha’aretz, 24.5.11)

 




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8 giugno 2011

Non vi sarà alcun “ritorno” dentro Israele

Di Nahum Barnea
Sono in marcia, in questo momento, verso la barriera di confine: a Majdal Shams, a Maroun al-Ras, a Erez, a Kalandiya. Impugnano bandiere palestinesi e chiedono di “tornare” nei villaggi perduti dai loro nonni nel 1948. I loro politici gli hanno detto che succederà. I chierici hanno promesso l’aiuto di Allah. Sponsor stranieri hanno fornito bandiere e autobus. Si avviano alla loro missione con la totale fiducia che il “progetto sionista” – come lo ha definito Ismail Haniyeh – è destinato a crollare. Ancora una piccola spinta e l’intera Terra d’Israele, dal Giordano al Mare, diventerà Palestina.
Ho una notizia da darvi, miei cari cugini: non succederà. Certamente non nel futuro prevedibile. Voi non “tornerete” nell’Israele che sorge all’interno della Linea Verde. Sessantatre anni sono passati da quella guerra: è giunto il momento di votarsi ad altri sogni.
So che nessuno dei dimostranti della Giornata della Nakba leggerà queste righe. Ma so che vi sono uomini laboriosi e diligenti, in una stanzetta della Muqata di Ramallah, che traducono ogni parola significativa che viene pubblicata sulla stampa ebraica a beneficio di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e dei suoi ministri. È a loro che sono rivolte le mie parole.
Abu Mazen è il più amabile e disponibile politico dei tre governi attualmente in carica in Terra d’Israele. Come ogni politico, è attento agli umori del suo elettorato. A volte le parole che gli escono dalla bocca sono più forti di lui, e si fa trascinare. Alla vigilia della Giornata della Nakba ha promesso alla sua gente che nessun leader palestinese rinuncerà mai al “diritto al ritorno”. “Il ritorno non è uno slogan – ha detto – La Palestina è nostra”. Abu Mazen ha evitato di chiarire come e dove tale diritto dovrebbe essere realizzato. Se attraverso risarcimenti in denaro o col vero e proprio “ritorno” fisico; se nel futuro stato palestinese o anche all’interno di Israele: chiunque poteva intendere quel che voleva dalle parole del presidente palestinese.
Nelle conversazioni in privato, i più alti esponenti dell’Autorità Palestinese oramai da anni affermano di essere ben consapevoli che non c’è modo di far tornare indietro il tempo. Ai profughi (e loro discendenti) verrà offerta l’opzione di reintegrarsi nei paesi dove oggi risiedono o nel futuro stato palestinese, o di ricevere risarcimenti in denaro. Ma alla loro gente dicono cose diverse. Non possono mettere al corrente le centinaia di migliaia di palestinesi che vivono nei campi profughi in Siria e Libano che non vi sarà alcun “ritorno”. Al contrario, alimentano coltivano la loro pia illusione in un ritorno che non si concretizzerà mai.
Lo stesso Abu Mazen si è trovato in un grosso guaio, pochi mesi fa, quando WikiLeaks pubblicò le parole che aveva pronunciato conversando con un diplomatico americano circa l’inutilità di insistere sul “diritto al ritorno”. Naturalmente, Abu Mazen si è precipitato a smentire quel resoconto.
Quando viene chiesto ai governanti palestinesi perché evitano di dire alla loro gente la verità, rispondono che il “diritto al ritorno” è “moneta di scambio”: vi rinunceranno solo in cambio di un’analoga concessione da parte israeliana, ad esempio su Gerusalemme est. Una posizione apparentemente logica: il bazar mediorientale porta rispetto soltanto a chi mercanteggia. Ma le illusioni hanno una loro propria forza. Le false speranze che questi politici danno in pasto al loro pubblico possono trasformarsi in una violenza capace di spazzare l’intera regione. Di fatto, cavalcano una tigre.
La verità circa il “diritto al ritorno” deve essere detta non solo ai palestinesi, ma anche agli israeliani. L’annullamento dell’eventualità di un ritorno in Israele è la linea sulla quale anche gli israeliani favorevoli alla soluzione a due stati non possono cedere. Vi sono molti, nella destra israeliana, che non se ne curano: loro puntano a istituire un unico stato, uno stato fondato sulla discriminazione. Anche a sinistra vi sono coloro che non se ne curano: anche loro mirano a istituire un solo stato, lo stato (arabo) della Nakba e del ritorno. Ma quelli che desiderano vivere in uno stato d’Israele sovrano, sionista e democratico, non hanno altra scelta che continuare a dire ai nostri cugini: con tutto il dovuto rispetto, il passato resta il passato. Siamo destinati a spartire: noi faremo tornare dentro il nostro paese i nostri concittadini dagli insediamenti, voi assorbirete i vostri profughi dentro al vostro paese: non “tornerete” mai a stabilirvi all’interno di Israele.

(Da: YnetNews, 16.5.11)

Nella foto in alto: Le mappe della pubblicistica palestinese raffigurano costantemente il “diritto al ritorno” (rappresentato dal simbolo della chiave) come la “riconquista demografica” di Israele e la sua cancellazione in quanto stato sovrano del popolo ebraico
 




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8 giugno 2011

Per i palestinesi, la Nakba da cancellare non è l’occupazione del ’67, ma la nascita di Israele nel ’48

La (solita) aggressione ad Israele
Editoriale del Jerusalem Post
Gli incidenti di domenica scorsa al confine con la Siria presso Majdal Shams, attraverso il confine con il Libano a Maroun a-Ras e al confine con la striscia di Gaza rappresentano una formidabile sfida alla sicurezza d’Israele.
Cosa potranno fare le Forze di Difesa israeliane se la stessa tattica di tentare irruzioni di massa attraverso le frontiere venisse ripetuta nelle settimane e nei mesi a venire, e se anziché da poche centinaia di infiltrati i confini venissero forzati da migliaia, o decine di migliaia di cosiddetti “profughi” palestinesi e loro sostenitori? Militari e altre forze di sicurezza israeliane si troverebbero sotto una tremenda pressione: fare tutto il possibile per evitare vittime, e allo stesso tempo impedire che la sovranità israeliana venga calpestata in modo sfrenato. Mancare l’uno o l’altro di questi obiettivi potrebbe comportare conseguenze disastrose.
La morte di qualunque rivoltoso disarmato verrebbe immediatamente travisata come un crimine d’Israele e andrebbe ad alimentare ulteriormente la “narrazione” anti-israeliana. Già domenica scorsa moltissimi mass-media internazionali hanno messo insieme tutte le notizie di morti e feriti addossandole tutte a Israele, anche se le Forze di Difesa israeliane hanno continuato a ripetere che i dieci morti segnalati sul confine libanese erano stati causati dal fuoco dell’esercito libanese. E l’attenzione verrebbe distolta dalla repressione in corso nei regimi arabi, esattamente come domenica scorsa gli scontri ai confini d’Israele hanno tolto i riflettori dai cittadini siriani che in quello stesso giorno venivano ammazzati o gettati in prigione a decine nelle città di Homs, Douma, Hama, Banias, Daraa e Damasco.
D’altra parte, permettere che folle fanatizzate irrompano in Israele forzandone i confini – come si è sciaguratamente verificato a Majdal Shams, dove l’esercito non era adeguatamente preparato per un assalto in massa alla recinzione di frontiera – significherebbe mettere a repentaglio la sovranità d’Israele e rappresenterebbe un serio pericolo per la sicurezza, dal momento che consentirebbe a potenziali terroristi di aprirsi facilmente la strada verso i loro bersagli ebraici. Per fare fronte con successo a questa sfida, i soldati israeliani dovranno essere schierati in modo più efficace, sulla base di migliori informazioni di intelligence, e urgentemente equipaggiati e addestrati all’uso di strumenti non letali antisommossa; e si dovranno rafforzare le frontiere con barriere più efficaci e altri dispostivi fisici di dissuasione. Tenendo presente che la forza di pace dell’Onu, schierata in Libano per l'appunto in vista di questo genere di situazioni, come era prevedibile si è dimostrata totalmente inutile.
Se dunque, da una parte, la prospettiva di ulteriori e più grandi irruzioni di massa “non violente” ai confini d’Israele presenta problemi così complessi, dall’altra le proteste della “Nakba” di domenica scorsa costituiscono anche un promemoria della sostanziale ostilità che esiste tuttora all’esistenza stessa di Israele. Si badi bene: l’anniversario della “Nakba”, celebrato dai dimostranti e da coloro che li hanno mandati, non si riferisce alla “catastrofe” della conquista israeliana nel 1967 di Cisgiordania, striscia di Gaza, alture del Golan e Gerusalemme est. No, si riferisce alla “catastrofe” delle rinascita, nel 1948, dello storico stato ebraico, un evento che ancora oggi essi si rifiutano di accettare. Le proteste sono state lanciate non solo in quei territori “contesi” che alcuni leader palestinesi giurano essere il loro unico obiettivo, ma anche contro i confini d’Israele internazionalmente riconosciuti con il Libano e la striscia di Gaza. Il lugubre messaggio della giornata era: nulla è cambiato dal 1947, quando palestinesi e stati arabi respinsero con la violenza il piano di spartizione dell’Onu.
Da qualche tempo la dirigenza ufficiale palestinese non si prende più nemmeno il disturbo di salvare la facciata dei negoziati di pace. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha stipulato un accordo di unità nazionale con Hamas, un’organizzazione islamista esplicitamente votata all’annientamento di Israele. Lungi dal moderare le posizioni di Hamas, Abu Mazen sembra piuttosto aver estremizzato le sue. Nelle dichiarazioni più recenti, a differenza da quelle precedenti, insiste sul cosiddetto “diritto al ritorno” dei palestinesi. E non parla soltanto di quelli che rimangono dei circa 700.000 palestinesi sfollati dal territorio israeliano prima, durante e subito dopo la guerra scatenata dagli arabi nel 1948; parla anche dei milioni di loro discendenti (i palestinesi sono l’unico popolo al mondo per il quale lo status di profugo si tramanda indefinitamente per generazioni, stando ai criteri stabiliti dall’Unrwa).
La dirigenza palestinese, che ora comprende ufficialmente anche i terroristi antisemiti di Hamas, non paga alcun prezzo diplomatico per le sue esibizioni di estremismo. La rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, ha accolto con favore la riconciliazione fra Fatah e Hamas, così come hanno fatto diversi leader di altri paesi occidentali e della Russia, e il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Se tutto andrà come programmato, a settembre l’Assemblea generale dell’Onu approverà una dichiarazione che, sebbene non vincolante, riconoscerà uno stato palestinese lungo le linee armistiziali del 1949, nonostante il fatto che le questioni centrali del contenzioso con Israele (confini compresi) non siano state ancora risolte. Come ha detto lunedì l’ex ambasciatrice d’Israele all’Onu, Gabriela Shalev, a una commissione della Knesset, la mossa dei palestinesi per il riconoscimento alle Nazioni Unite di un loro stato (senza negoziare un accordo con Israele) costituisce un “obiettivo intermedio” che mira “alla demolizione di Israele di fronte alla comunità internazionale”.
Nel corso dei decenni, la guerra aperta ha lasciato il posto al terrorismo, e poi agli attacchi coi missili. Ora Israele si trova ad affrontare le irruzioni “non violente” attraverso i suoi confini sovrani, la rivendicazione intransigente del “diritto al ritorno” che cancellerebbe Israele in quanto stato ebraico, la non-santa alleanza dei palestinesi con un gruppo terrorista apertamente intenzionato ad annichilire Israele ed ebrei, e una campagna diplomatica per il riconoscimento di uno stato palestinese senza pace né riconciliazione con Israele. Alcune di queste tattiche saranno anche nuove, ma gli obiettivi di fondo sono fin troppo chiaramente immutati sin dal 1947.

(Da: Jerusalem Post, 16.5.11)

DOCUMENTAZIONE
Questa la definizione ufficiale UNRWA di “profugo palestinese”: «Under UNRWA's operational definition, Palestine refugees are people whose normal place of residence was Palestine between June 1946 and May 1948, who lost both their homes and means of livelihood as a result of the 1948 Arab-Israeli conflict. The descendants of the original Palestine refugees are also eligible for registration. » Traduzione: “In base alla definizione operativa dell’Unrwa, profughi palestinesi sono le persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina fra giugno 1946 e maggio 1948, che perdettero sia le loro case che i loro mezzi di sostentamento come conseguenza del conflitto arabo-israeliano del 1948.[…] Anche i discendenti degli originari profughi palestinesi possono registrarsi [presso l’UNRWA]”. A tale proposito, scrive Jonathan Spyer: «[…] Milioni di profughi in tutto il mondo – oltre 130 milioni dalla seconda guerra mondiale – sono stati sotto la responsabilità dell’UNHCR, che mira al reinserimento e alla riabilitazione dei profughi. Ma l’8 dicembre 1949 l’Assemblea Generale dell'ONU approvò la risoluzione 302 che dava vita a un’apposita agenzia dedicata esclusivamente “all’aiuto diretto e ai programmi di lavoro” per i profughi arabi palestinesi – l’UNRWA, appunto – facendone un ente senza eguali. L’UNRWA esiste per perpetuare, non per risolvere, il problema dei profughi palestinesi. Da che esiste, nessun palestinese ha mai perduto lo status di profugo. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l’UNRWA, essi continuano ad essere dei profughi con pieno diritto all’assistenza. In questi sessant’anni l’UNRWA si è trasformata in uno strumento fondamentale per la perpetuazione del problema dei profughi, e in un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Quando l’UNRWA cominciò a contare i profughi, nel 1948, lo fece secondo modalità che non hanno precedenti: puntando cioè a registrare il massimo numero possibile di quelli che definiva “profughi”. Innanzitutto, venne considerato palestinese chiunque avesse vissuto nella Palestina Mandataria britannica nei DUE anni precedenti lo scoppio del conflitto arabo-israeliano. Inoltre, l’UNRWA conta come profughi anche tutti i discendenti dei profughi originari: un sistema che dal 1948 in poi ha generato – caso unico al mondo – un incremento del 400% nel numero di profughi sotto la sua giurisdizione. Si trattava di una definizione di “profugo palestinese” politicamente motivata, con il sottinteso che i palestinesi sarebbero rimasti profughi per sempre o fino al giorno in cui si fossero trionfalmente stabiliti in uno stato arabo palestinese che comprendesse tutto il territorio su cui sorge Israele. Se si ricostruivano una vita altrove, anche dopo molte generazioni – dopo decenni o, in teoria, dopo secoli – rimanevano comunque ufficialmente profughi. Cosa molto diversa dalle altre situazioni nel mondo, dove gli altri profughi mantengono lo status di “profugo” solo finché non trovavano una collocazione permanente altrove, presumibilmente come cittadini di altri paesi. Infine, per l’UNRWA lo status di profugo palestinese si basava soltanto sulla semplice parola del postulante. Perfino la stessa UNRWA, in una relazione del giugno 1998 del suo Commissario Generale, ammise che le sue cifre erano gonfiate: "I numeri di registrazione dell’UNRWA sono basati su informazioni fornite spontaneamente dai profughi stessi con lo scopo principale di ottenere accesso ai servizi dell’agenzia, e quindi non possono essere dati demografici statisticamente validi”. […]»
Da: Jonathan Spyer, “UNRWA? Un ostacolo alla pace”, Jerusalem Post, 27.05.08
http://www.israele.net/articolo,2234.htm

Nell’immagine in alto: In tutta la pubblicistica palestinese la “nakba” (catastrofe) da cancellare è la nascita di Israele nel 1948, costantemente accompagnata dalla rappresentazione geografica delle terre rivendicate (e lo stato d’Israele scompare del tutto)

 




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8 giugno 2011

E Hamas? E i profughi?

Editoriale del Jerusalem Post
È apparso evidente dalle parole che ha pronunciato domenica al convegno di Aipac (American Israel Public Affairs Committee), che il presidente Usa Barack Obama ha recepito le critiche mosse al suo precedente discorso sul Medio Oriente tenuto giovedì al Dipartimento di Stato.
Come c’era da aspettarsi, le parole di domenica, calibrate per un pubblico ebraico, sono andate innanzitutto a toccare le corde giuste. Obama ha fatto appello perché si ponga fine ai “cinque lunghi anni” di prigionia di Gliad Shalit; ha ricordato il sostegno militare americano a Israele; ha proclamato l’impegno degli Stati Uniti ad impedire che l’Iran ottenga armi nucleari; ha promesso che il suo paese combatterà i tentativi di “erodere” la legittimità di Israele. Per tutto il discorso, ha ribadito il refrain dell’incrollabile sostegno dell’America a Israele. Tutte dichiarazioni che sono state giustamente accolte con calorosi applausi.
Ad un livello più sostanziale, comunque, Obama si è dato da fare per chiarire, se non addirittura riformulare, alcuni dei punti più problematici del suo discorso di giovedì. In quel discorso si era domandato ad alta voce come Israele potesse “negoziare con una controparte che si è dimostrata indisponibile a riconoscere il suo diritto ad esistere”. Ma in quel discorso non aveva fatto nulla di più che augurasi che i capi palestinesi “forniscano una risposta credibile a questo interrogativo”. Parlando ad Aipac, invece, Obama ha esplicitamente chiesto a Hamas di riconoscere il diritto di Israele ad esistere, di abbandonare il terrorismo e di onorare gli accordi precedenti: che poi sono i tre criteri stabiliti dal Quartetto sul Medio Oriente (Usa, Ue, Russia, Onu). Il che chiaramente non accadrà, e Obama lo sa bene. Ma non ha delineato quali passi concreti gli Stati Uniti intendano intraprendere quando Hamas ribadirà il suo rifiuto. Ora l’accordo di unità fra Hamas e Fatah, che rispecchia cupamente le reali intenzioni di Fatah, costituisce un ostacolo centrale a qualunque progresso. Peccato che Obama non l’abbia sottolineato, preferendo invece ribadire che “lo status quo non è sostenibile” e che la situazione attuale non permette nessun “temporeggiamento”. Ma il rifiuto di Israele di negoziare con Hamas non è un “temporeggiamento”. Ed è Mahmoud Abbas (Abu Mazen) quello che si rifiuta di sedere al tavolo del negoziato, e che si è rifiutato di farlo anche durante i dieci mesi di congelamento degli insediamenti dell’anno scorso, mentre Israele scongiurava di avviare i colloqui.
Obama ha anche modificato il suo messaggio di giovedì là dove affermava che “i confini di Israele e Palestina dovranno basarsi sulle linee del 1967 con scambi di territorio reciprocamente concordati”. Visibilmente irritato per quella che ha definito una polemica “infondata”, Obama è tornato sulla questione per mettere in chiaro – convenendo pubblicamente con la lettera di George W. Bush del 2004 all’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon, poi approvata da entrambe le camere del Congresso americano – che i confini reciprocamente concordati saranno “diversi – parole testuali – dalle linee che esistevano il 4 giugno 1967”, e che dovranno tenere conto delle “nuove realtà demografiche sul terreno”: un chiaro riferimento ai cosiddetto blocchi di insediamenti. Il che non costituisce solo una chiarificazione, ma un sostanziale miglioramento della formula ambigua usata in precedenza, e che era stata generalmente interpretata come una marcia indietro rispetto alla posizione di Bush sui blocchi di insediamenti [e addirittura, da tanta stampa approssimativa, come una richiesta di ritiro esattamente sulle linee del '67, quasi fossero realmente confini immodificabili].
Purtroppo l’altro punto cruciale della lettera di Bush, che faceva riferimento al problema dei “profughi” palestinesi, è rimasto significativamente assente dalla chiarificazione offerta da Obama ad Aipac. Bush aveva nettamente respinto la rivendicazione palestinese del cosiddetto “diritto al ritorno”, affermando che “la cornice per una soluzione concordata, equa e realistica della questione dei profughi palestinesi, nel quadro di un accordo sullo status definitivo, dovrà essere cercata nella creazione di uno stato palestinese e nell’insediamento di profughi palestinesi in esso anziché in Israele”. La precedente amministrazione americana aveva cioè perfettamente capito che avallare la pretesa palestinese di applicare il “diritto al ritorno” a tutti coloro che vengono definiti “profughi” palestinesi (compresi i milioni di discendenti di seconda, terza, quarta e quinta generazione di coloro che effettivamente abbandonarono il territorio israeliano durante la guerra d’indipendenza del 1948) comporterebbe la fine di Israele come stato nazionale del popolo ebraico. La reiterata omissione da parte di Obama della questione dei profughi solleva seri interrogativi. Effettivamente il presidente americano ha più volte affermato il suo sostegno a Israele come “patria del popolo ebraico”. Con tutta evidenza, salvaguardare tale patria significa escludere il riconoscimento di un “diritto al ritorno” per tutti i palestinesi che comprometterebbe alla radice la sovranità ebraica. Come mai Obama, che ha colto questa occasione per chiarire e riformulare alcuni degli aspetti più problematici del suo discorso di settimana scorsa, non ha fatto chiarezza anche su questo punto essenziale? L’ostinata insistenza dei palestinesi nel pretendere il “diritto al ritorno” di milioni di “profughi” all’interno dei confini di Israele equivale al rifiuto di accettare Israele come stato ebraico. Questa insolente pretesa, unita al fatto che Hamas, un’organizzazione terroristica antisemita votata alla distruzione di Israele, è ora socio alla pari nella dirigenza politica ufficiale del popolo palestinese, costituisce il vero ostacolo alla pace. Se Obama desidera sinceramente contribuire alla pace, deve prendere atto di questo e fare tutto il possibile per porre rimedio a tale situazione.

(Da: Jerusalem Post, 23.5.11)

Nell'immagine in alto: Le mappe della pubblicistica palestinese raffigurano costantemente il “diritto al ritorno” (rappresentato dal simbolo della chiave) come la “riconquista demografica” di Israele e la sua cancellazione in quanto stato sovrano del popolo ebraico

 




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8 giugno 2011

“Non siamo gli inglesi in India, siamo il popolo ebraico nella terra dei suoi padri”

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha tenuto martedì il suo attesto discorso di fronte al Congresso americano, che lo ha accolto con calorosi applausi ed ovazioni. Nel suo discorso, Netanyahu fra l’altro ha sollecitato il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha strappare il patto con Hamas e fare la pace con lo stato ebraico, sottolineando che Israele è pronto a ritirarsi da parte degli insediamenti in Cisgiordania.
“Sono profondamente commosso da questo vostro caloroso benvenuto – ha esordito il primo ministro israeliano – e sono profondamente onorato dell’opportunità che mi date di rivolgermi a questo Congresso per la seconda volta [dopo quella del 1996]. Vedo qui molti vecchi amici ed anche un bel po’ di amici nuovi, sia democratici che repubblicani. Israele non ha un amico migliore dell’America, e l’America non ha un amico migliore di Israele”.
“Come mai finora la pace ci è sfuggita? – si è poi domandato Netanyahu, passando ad analizzare il conflitto arabo-israeliano – Perché finora i palestinesi non sono stati disposti ad accettare uno stato palestinese se questo significa accettare uno stato ebraico al suo fianco. Noi desideriamo che i palestinesi vivano liberamente nel loro stato. Perché i palestinesi non sono disposti a riconoscere lo stato ebraico di Israele, e continuano a inculcare nei loro figli l’odio verso Israele? Abu Mazen deve fare quello che ho fatto io quando ho detto ai miei concittadini che avrei accettato uno stato palestinese: deve dire alla sua gente di accettare Israele come stato nazionale del popolo ebraico”.
Netanyahu ha rimarcato che Israele non è una potenza coloniale. “Il popolo ebraico – ha detto – non è un occupante straniero. Noi non siamo gli inglesi in India, o i belgi in Congo. Questa è la terra dei nostri padri: nessuna distorsione della storia potrà mai smentire il legame di quattromila anni tra il popolo ebraico e la terra ebraica”.
“La storia ci ha insegnato a prendere sul serio le minacce – ha continuato il primo ministro – Israele si riserverà sempre il diritto di difendersi. La pace con Giordania ed Egitto non è sufficiente: dobbiamo trovare un modo per fare pace con i palestinesi”. Riconoscendo che lo stato palestinese dovrà essere “abbastanza grande da essere vitale”, Netanyahu ha affermato: “Sono pronto a fare dolorose concessioni pur di arrivare alla pace. In quanto leader, è mia responsabilità guidare il mio popolo alla pace. Non è facile, perché mi rendo conto che per un’autentica pace ci verrà chiesto di cedere parti dell’ancestrale patria ebraica. Saremo generosi – ha continuato il primo ministro – circa le dimensioni dello stato palestinese, ma saremo molto determinati su dove porre i confini. Come ha detto il presidente Barack Obama, il confine definitivo sarà diverso da quello del 1948. Israele non tornerà alle linee del 1967”.
Gerusalemme, in ogni caso, “deve rimanere la capitale unita d’Israele”. Solo lo stato democratico d’Israele, ha sottolineato Netanyahu, “ha protetto la libertà di tutte le religioni” nella città santa.
Netanyahu ha dichiarato che lo status degli insediamenti (in Cisgiordania) verrà concordato nel quadro dei negoziati di pace, e ha aggiunto: “In qualsiasi vero accordo di pace che ponga fine al conflitto, una parte degli insediamenti finirà col trovarsi al di là delle frontiere di Israele”, e in ogni caso “l’esatto confine verrà stabilito nel negoziato”. Anche il problema dei profughi e dei loro discendi, ha aggiunto, dovrà trovare soluzione al di fuori delle frontiere di Israele.
Citando il ritiro israeliano dalla striscia di Gaza e dal Libano meridionale, “da dove Israele ha poi ricevuto solo missili”, il primo ministro ha messo in guardia rispetto al pericolo di un massiccio afflusso di armi nel futuro stato palestinese, che potrebbero essere usate contro Israele dopo che si fosse ritirato dai territori. Per questo, lo stato palestinese dovrà essere smilitarizzato e dovrà permanere una presenza militare israeliana nella Valle del Giordano, lungo il confine con la Giordania.
All’inizio del discorso Netanyahu si è congratulato con gli Stati Uniti per l’eliminazione del capo di al-Qaeda, Osama bin Laden: “Che sollievo!”, ha esclamato. Ed ha ringraziato il presidente Obama per il suo forte impegno verso la sicurezza di Israele. “Israele – ha poi aggiunto – non negozierà con un governo palestinese sostenuto dall’equivalente palestinese di al-Qaeda. Hamas non è un interlocutore per la pace, giacché rimane votata al terrorismo e alla distruzione di Israele. Hanno una Carta che non invoca soltanto l’annichilimento di Israele. Essa dice: uccidete gli ebrei”. Netanyahu ha anche ricordato che il capo di Hamas ha condannato l’uccisione del “martire” bin Laden. È vero che la pace va negoziata coi nemici, ha osservato Netanyahu, “ma solo coi nemici che vogliono fare la pace”.
A un certo punto il discorso è stato interrotto da una manifestante, alla quale il primo ministro israeliano ha reagito dicendo: “Sapete, io prendo come un onore, e sono certo che lo fate anche voi, il fatto che nella nostra società libera si può manifestare. Nei ridicoli parlamenti di Tripoli e di Tehran questo non potrebbe accadere: ecco la vera democrazia”. Netanyahu ha ricordato di nuovo al Congresso che Israele è la sola democrazia in un turbolento Medio Oriente. “In un Medio Oriente instabile, Israele è l’unica àncora di stabilità” ha affermato, ribadendo che Israele sarà sempre amico dell’America.
Infine Netanyahu si è rivolto direttamente al presidente Abu Mazen sollecitandolo a cancellare l’accordo di riconciliazione con Hamas. “Straccia quel patto con Hamas – ha detto – siediti a negoziare per fare la pace con lo stato ebraico, e Israele sarà fra i primi a dare il benvenuto a uno stato palestinese”.

(Da: YnetNews, Ha’aretz, Jerusalem Post, 24.5.11)

 




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7 giugno 2011

In questi giorni , cari amici, c'e' un contenzioso su un cane di Gerusalemme, si un cane, proprio un cane e ne voglio scrivere per tranquillizzare alcuni preoccupati lettori


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 

Il cane di Gerusalemme e Striscia la Notizia
di Deborah Fait


Deborah Fait

In questi giorni , cari amici, c'e' un contenzioso su un cane di Gerusalemme, si un cane, proprio un cane e ne voglio scrivere per tranquillizzare alcuni preoccupati lettori di informazionecorretta.
Dunque, la notizia di un cane lapidato a Gerusalemme dai soliti perfidi giudei e' apparsa sui media italiani che vi elenco: Libero, con un articolo di Carlo Nicolato, TG2 ore 20.30 del 4/6/2011, Il Corriere del 4.6.2011 con un articolo a firma di Francesco Battistini. La notizia che ha fatto scomodare i pezzi da 90 del giornalismo italiano e' che in una sinagoga di Gerusalemme sarebbe (il condizionale e' d'obbligo) stato lapidato un cane perche' posseduto dall'anima di un miscredente.
Ho cercato la notizia su tutti i media israeliani, ho ascoltato i notiziari della TV israeliana, ho persino controllato un famoso forum italiano antisemita che pubblica anche come gli israeliani fanno la pipi' per dare fastidio ai poveri palestinesi.
Niente!
Non ho trovato notizia di nessun cane lapidato ma, chissa' perche', mi e' venuta in mente Striscia la Notizia programma che guardo ogni sera perche' mi diverte e perche' seguo i servizi del bravissimo Edoardo Stoppa sugli animali maltrattati in Italia e nel mondo , maltrattamenti e barbarie di cui, al di fuori di Striscia, nessuno parla o scrive....ma se qualcosa avviene in quel di Israele.... caspita bisogna scriverlo subito, anche senza prove. 
Tipico, no? Tutto serve per creare almeno antipatia.
L'Edo di "Cari amici animali e umani di Striscia", con un coraggio disumano rischia ogni giorno l'incolumita' denunciando abusi e vergogne italiane contro gli animali:
Locali notturni che tengono in minuscoli terrari, al buio, al fumo, nella confusione piu' totale serpenti, iguane, tartarughe e altri rettili, alcuni anche morti e lasciati la' dentro a marcire per la gioia dei clienti.
Cani rinchiusi in canili fatiscenti, senza cibo, senza acqua , malati, costretti a sopravvivere mescolati a carcasse di altri cani gia' morti.
Cavalli tenuti in box di cemento, dove non possono nemmeno girarsi, al buio perche' usati per le corse clandestine quindi devono abituarsi al buio della notte, poi vengono dopati e fatti correre sull'asfalto.
Chi ama i cavalli come me sa che far galoppare o trottare un cavallo sull'asfalto equivale a distruggergli le zampe per sempre quindi quando non servono piu' vengono ammazzati.
Giorni fa Stoppa ha fatto un servizio sui cani serviti nei ristoranti cinesi e vietnamiti. Decine di cani rinchiusi in un unica gabbia, poi ammazzati e serviti ai clienti come prelibatezza. Se andate in quei paesi non mangiate mai carne, per carita'!          
 
http://www.striscialanotizia.mediaset.it/news/2009/11/17/news_5173.shtml
 
http://www.farminachannel.com/d_viewarticolo.php?articolo=1763
 
Edoardo Stoppa e' stato pestato, come potete leggere nel link , gli hanno bruciato il cottage, viene costantemente aggredito da chi si macchia di simili delitti contro gli animali in Italia e i media italiani vanno a inventarsi la storia di un cane lapidato in Israele?
Bene, cioe' male , malissimo ma fa parte della logica della propaganda.
Desidero pero' informare le brave persone che si sono preoccupate che :
1. In Israele non esiste la lapidazione, particolarita' del mondo islamico.
2. Il cane non  e' impuro per l'ebraismo, il cane e' impuro per l'Islam!
3. In Israele non esiste la caccia intesa come sport.
  
Gli israeliani adorano gli animali, basta camminare per le strade per incontrare in quantita'   cani e gatti che, da come vengono trattati, dimostrano la civilta' di un popolo.
I gattini randagi sono protetti e sterilizzati.
I Cani randagi sono una rarita' per fortuna, perche'  le persone che vogliono un cane,  e sono tantissime, vanno a prendere i meticci nei canili e perche' qui non esiste la barbarie di abbandonare gli animali quando si va in vacanza.
Ricordo che una delle mie prime emozioni appena fatta l'alyia' sono stati gli uccellini che, per niente spaventati dagli umani, venivano a beccare sui tavolini dei bar e i clienti abbassavano la voce  per non farli volar via.
Questo accadeva a Tel Aviv, la metropoli, non in campagna!
 
Israele e' per tre quarti parco nazionale http://www.parks.it/world/IL/index.htmldove non si puo' entrare dope le cinque della sera perche' e' l'ora in cui gli animali selvaggi vanno ad abbeverarsi quindi non devono essere disturbati.
http://it.wikipedia.org/wiki/Aree_naturali_protette_d%27Israele
Per non parlare degli stambecchi del Neghev che sono superprotetti e curati come neonati. Chi e' stato a Mizpe' Ramon ha vissuto l'emozione di vedere gruppetti di stambecchi camminare indisturbati quasi tra le gambe delle persone.
Nel villaggio del Neghev dove vive mio figlio e' comune incontrare nei viali famigliole di stambecchi passeggiare impettiti  e rispettati anche dai cani che, quando li vedono, cambiano strada...per sicurezza....!
Certo, essendo Israele un paese abitato da esseri umani, essendo gli esseri umani buoni e cattivi, e' possibile che non tutti amino gli animali. E' possibile che un cane entrato in una sinagoga venga fatto uscire, forse anche gridando e tirandogli dietro qualche sassolino, anche se credo sia difficile trovare sassi in un luogo di culto.
E' possibile che un cagnolino venga scacciato da adulti o bambini stupidi  ma da questo a riempire i media di articoli sulla lapidazione di un cane a Gerusalemme passano duemila anni di follia antisemita. 
Stiano quindi tranquilli gli amici degli animali: Israele e' il paese dove la natura e' rispettata in tutte le sue forme, dove esistono leggi per proteggerla, dove sono vietati persino i circhi che usino gli animali, selvaggi o domestici,  come intrattenimento .
Oggi in Israele si festeggia Shavuot, la festa dedicata alla natura, la festa delle primizie, della mietitura. La Festa in cui D*o diede in dono al popolo di Israele la Tora' , il Lbro che parla spesso anche di obbligo al rispetto degli animali.
Pensiamo a Noe' che non si limita a salvare dal Diluvio solo gli esseri umani ma anche gli animali, pensiamo all'obbligo di rispettare il riposo dello shabat :
" ....Il settimo giorno sara' giornata di cessazione dal lavoro... riposerai tu, tua moglie, i tuoi figli, il tuo schiavo, la tua schiava, il tuo asino, tutto il tuo bestiame e il forestiero che si trova nelle tue citta' ".
Credo esistano poche culture dove il rispetto per gli animali sia addirittura sancito tra gli obblighi religiosi e sono molto orgogliosa che esista nell'ebraismo .
 
Un saluto a Edoardo Stoppa con grande ammirazione per il suo impegno in difesa degli indifesi e buon Shavuot a tutti.

 




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7 giugno 2011

Se Obama impedisce l’unica soluzione pragmatica di pace

Di Gidi Grinstein
Il presidente Barack Obama proprio non ce la fa. Ci prova e ci riprova, ma sbaglia. Vorrebbe benedire il processo di pace e finisce per dannarlo. Un altro capitolo di questa infelice vicenda è stato scritto l’altra settimana quando Obama, ancora una volta, ha convogliato le parti nel vicolo cieco di un accordo per lo status definitivo, intralciando al contempo la strada verso la creazione di uno stato palestinese: unica chance di reale progresso diplomatico fra Israele e palestinesi.
Le sue intenzioni erano buone: ancorare il principio dei due stati per due popoli, che sembrerebbe accettabile per entrambe le leadership, israeliana e palestinese. Obama ha condiviso spartito la sua buona volontà: ha dato ai palestinesi le linee del 1967 e agli israeliani il riconoscimento dell’ebraicità di Israele. Ha fatto appello a entrambe le parti perché riprendano i negoziati per l’accordo sullo status definitivo, mentre dichiarava la sua contrarietà alla dichiarazione di uno stato palestinese alle Nazioni Unite il prossimo settembre.
Ma c’è un ma. Sin dalla vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi del gennaio 2006, non c’è più né può esservi un interlocutore palestinese per un siffatto processo diplomatico. Da una parte, infatti, una fronte palestinese che includesse Hamas, che si rifiuta di riconoscere Israele e gli accordi già esistenti, non può essere un interlocutore nei negoziati sullo status definitivo. Dall’altra, senza Hamas il sistema palestinese manca di legittimità interna, il che impedisce di fare le necessarie concessioni storiche. Questo è il motivo per cui tutti gli appelli da Washington, da Bruxelles e da Gerusalemme per una ripresa delle trattative fra Israele e palestinesi cadono nel vuoto, ed il motivo per cui i negoziati condotti nel quadro del processo di Annapolis (novembre 2007) erano condannati all’insuccesso sin dall’inizio.
C’è una sola formula che ha qualche probabilità di far fare progressi verso una situazione permanete basata sul principio due popoli-due stati: quella di fare passi unilaterali coordinati, basati su tacite intese e tacita cooperazione. È così che sono state create le istituzioni dell’Autorità Palestinese negli anni scorsi, garantendo sicurezza e crescita economica in Cisgiordania. E nonostante questi significativi progressi, la gamma delle possibili intese e cooperazioni fra Israele, Autorità Palestinese in Cisgiordania e Stati Uniti e tutt’altro che esaurita. La stessa imminente dichiarazione d’indipendenza di uno stato palestinese, a settembre alle Nazioni Unite, andrebbe vista in questo contesto.
Ma Obama è intrappolato in una visione delle cose ormai obsoleta. È convinto che Israele e palestinesi debbano e possano arrivare a un accordo sullo status definitivo capace di risolvere in un colpo tutte le questioni chiave del contenzioso, di istituire uno stato palestinese e di porre fine al conflitto. Per questo cerca ripetutamente di creare le condizioni che riportino le due parti al tavolo del negoziato per poi arrivare all’ineluttabile e agognato accordo sullo status definitivo. Come un atleta in un match combinato che continua a migliorare le sue prestazioni senza rendersi conto che il risultato è già noto in partenza, Obama continua a dilapidare risorse diplomatiche: congelamento delle costruzioni negli insediamenti, gesti sauditi, linee del 1967.
Ed è questo il motivo per cui Obama perde, invece, l’opportunità che ha sotto il naso: la dichiarazione di uno stato palestinese a settembre porta con sé la possibilità di una svolta diplomatica, nonché significativi vantaggi per Israele. L’istituzione di un tale stato contribuirebbe ad fissare il principio due stati per due popoli dando forma a una situazione permanente in cui Israele mantiene il controllo sugli asset fondamentali della sua sicurezza e sui dintorni del nuovo stato, e ridurrebbe il problema dei “profughi” emarginando l’Unrwa e ponendo limiti allo status di “profugo” riconosciuto.
Nonostante i bei discorsi di Obama, il processo diplomatico resterà a un punto morto mentre si avvicina a grandi passi il momento decisivo di settembre. A quel punto gli Stati Uniti avranno un’altra opportunità di fare la cosa giusta: garantire che l’istituzione di uno stato palestinese sia conforme alle vitali esigenze di Israele.

(Da: Ha’aretz, 31.5.11)

Nella foto in alto: l’autore di questo articolo, Gidi Grinstein, fondatore e presidente del Reut Institute

 




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7 giugno 2011

Libri al bando in Scozia: scrittori israeliani vietati

 
 
 

Alcuni distretti li escludono dalle biblioteche pubbliche. E' il modo più incivile di mostrare odio verso un popolo. Si censura la cultura di un Paese perché si permette di difendere i suoi confini

Ci sono tanti modi di cancellare qualcuno che odi, con un bazooka, con le bombe, con la delegittimazione, la negazione della dignità della sua esistenza fisica e psichica. La marcia dei vicini in guerra con Israele (palestinesi, siriani, giordani...) preparata per oggi al fine di scavalcarne in massa i confini da ogni parte, come non esistessero, dice una cosa precisa: Israele non c'è. Ne neghiamo l'esistenza. Ed è francamente orrido che a questa affermazione di prepotenza internazionale senza precedenti si accompagni un'altra forma di seppellimento in vita dello Stato Ebraico, quello culturale. Il boicottaggio culturale di Israele è cosa vecchia, anche in Italia la Fiera del Libro di Torino del 2008, le liste di proscrizione delle università di varie città italiane, il blocco di progetti scientifici e artistici comuni, la manifestazione come quella progettata per i prossimi giorni a Milano per cancellare una mostra sulle meraviglie scientifiche di quel Paese, ci hanno allenato. A questo si uni il boicottaggio di merci della Coop e della Conad, poi ritirato.
Queste azioni smodate si chiamano antisemitismo, e come altri potrebbe chiamarsi l'accusa a Israele di apartheid o di pulizia etnica, del tutto priva di fondamento, nel momento in cui ci se ne infischia delle stragi di cristiani nel mondo islamico o delle stragi di massa in Africa, o in questi giorni in Siria e in Yemen.
Ma stavolta, nonostante gli episodi di boicottaggio fioriscano in un clima di beota confusione mentale come quello che ha ispirato i centri sociali al Parco Ruffini di Torino a creare un bersaglio sull'immagine Shimon Peres, un episodio colpisce: ci è toccato immaginarci uno scozzese col suo kilt che si alza una mattina e non sapendo come passare la giornata in assenza del mostro di Lochness, decide di boicottare i libri israeliani. Non solo i cetrioli o i pompelmi, ma i capolavori di Aleph Beth Yehoshua, Amos Oz, David Grossman, magari di Shmuel Yosef Agnon, premio Nobel della letteratura nel 1966. Si, i cittadini scozzesi in vari distretti non potranno più acquistare le edizioni inglesi di libri di autori israeliani. Prima i volenterosi scozzesi partirono, dopo l'operazione Cast Lead in cui Israele si difese dall'attacco di migliaia di missili da Gaza, con il boicottaggio di merci. Poi, insistendo su un punto chiaro, ovvero la proibizione a difendersi, il consiglio regionale del Dunbartonshire Occidentale è passato alla cultura col suo bel rogo di libri, seguito da Dundee che però, dato che il boicottaggio è proibito, si limita a affiggere sui muri manifesti di invito alla cittadinanza al boicottaggio. Il brillante portavoce del Dunbartonshire ha ammesso che Israele è l'unico boicottato, e che non c'è intenzione di occuparsi dell'Iran, o della Siria. Intanto il consigliere regionale James Bollan ha dichiarato che Hamas è un'organizzazione di combattenti per la libertà, e che è eletta con una maggioranza più grande di quella del governo israeliano.
Questa deiezione scozzese, assai prossima a molte espressioni antisraeliane inglesi, dove il motore è un misto di opinione islamista e di perbenismo, non è certo isolata. Restando al boicottaggio culturale e lasciando da parte mille altri segni di ostilità, nel 2006 il più grande sindacato inglese di professori ha escluso i rapporti con accademici israeliani, nel 2009 la Spagna ha chiuso i progetti di ricerca solare con l'Università Israeliana, nel 2010 cinquecento professoroni americani hanno supportato il boicottaggio accademico, Johannesburg nel 2011 ha sospeso le ricerche universitarie sulla purificazione dell'acqua. Brian Eno, Roger Waters, Ken Loach, Jean Luc Godard, Carlos Santana, Elvis Costello, i Pixies, 500 artisti di Montreal, 100 intellettuali norvegesi, 300 irlandesi, tutti questi signori hanno sdottoreggiato, condannato, hanno ritenuto che gli israeliani non siano degni di una loro visita artistica o culturale e che gli debba essere proibito l'accesso… No, non c'è qui estremismo nel ricordare che proprio due giorni or sono il mentore di Ahmadinejad ha dichiarato che è cosa santa uccidere donne e bambini israeliani; non è fuori tema ricordare che i palestinesi marciano verso un riconoscimento unilaterale all'ONU da cui è cancellata la trattativa, come se Israele non esistesse. Non facevano prima i nostri scozzesi a dire che il mentore di Ahmadinejad gli è simpatico piuttosto che boicottare Amos Oz e ignorare Bashar Assad? non farebbero meglio a unirsi alla seconda Flottilla sperando che qualche altro shahid dia il via al treno delle condanne internazionali sempre in corsa; o a unirsi al movimento nuovo della Naksa (non nakba!) che oggi cercherà di penetrare i confini di uno Stato sovrano, bersaglio ormai di tutta la stupidità e di tutta l'aggressività mondiale. Non capite il nesso? Siete fatti per la cultura? Non ci credo.

http://www.paginainizio.com/link.php?url=webpin.ilgiornale.it




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7 giugno 2011

Se l’Egitto si tira la zappa sui piedi

 
Di Alex Fishman
Paradossalmente molti funzionari della sicurezza, in Israele, non sono scontenti che l’Egitto abbia aperto in via definitiva il valico di frontiera di Rafah fra Sinai e striscia di Gaza. Nessuno di loro lo dice apertamente, ma nelle discussioni interne ai massimi livelli si può notare un senso si sollievo per la mossa unilaterale del Cairo. Molti ufficiali dicono che finalmente Israele può procedere verso il disimpegno completo dalla striscia di Gaza. L’agognato sogno d’Israele sta prendendo forma: ora è l’Egitto che si assume la responsabilità per gli abitanti della striscia di Gaza.
I mass-media arabi in generale, e la tv al-Jazeera in particolare, descrivono continuamente l’apertura del valico come un atto che umilia Israele. Facendolo, gli egiziani hanno sfoggiato disprezzo non solo verso Israele, ma anche verso le altre parti che avevano sottoscritto l’accordo su Rafah (del novembre 2005): gli Stati Uniti, in quanto membri del Quartetto internazionale sul Medio Oriente (con Ue, Russia e Onu), e la stessa Autorità Palestinese. Eppure, a quanto pare, nessuna delle parti contraenti di quell’accordo sembra aver fretta di mostrarsi indignata, e non è un caso.
Quell’accordo, che in ogni caso non era stato più rispettato negli ultimi quattro anni, è diventato del tutto irrilevante dopo i più recenti sviluppi in Medio Oriente. Nel 2010 più di 130.000 abitanti di Gaza sono transitati attraverso il valico, e altri 30.000 vi sono passati dall’inizio della sollevazione in Egitto. L’apertura ufficiale del valico non cambierà in modo sostanziale la realtà già esistente sul terreno: la gente continuerà ad attraversarlo senza alcuna supervisione da parte di Israele, del Quartetto né dell’Autorità Palestinese. Gli egiziani hanno semplicemente istituzionalizzato una situazione che già esisteva di fatto. Finora, quando l’Egitto voleva lasciare entrare membri della Jihad Islamica, semplicemente lo faceva. E se vorrà farlo in futuro, continuerà a non chiedere il premesso a nessuno.
Pertanto la nuova violazione dell’intesa a suo tempo sottoscritta non avrà immediate implicazioni per la sicurezza di Israele. Coloro che temono che l’ostaggio Gilad Shalit possa essere clandestinamente trafugato nella penisola del Sinai attraverso il valico devono tener presente che potrebbe essere già stato trasportato attraverso la rete di tunnel sotterranei. Il divieto di far passare merci attraverso il valico di Rafah, che in questo momento resta in vigore, veniva già aggirato dagli abitanti di Gaza per mezzo di piccoli container o grandi bauli fatti passare per “bagaglio personale”. Se qualcuno è preoccupato per l’eventuale traffico di armi via Rafah, di nuovo deve rendersi conto che l’apertura del valico non fa grande differenza: già prima erano regolarmente operativi circa settanta tunnel sotterranei.
D’altra parte, il fatto che l’Egitto abbia aperto il valico in modo ordinato implica una dichiarazione di fatto di assunzione di responsabilità rispetto alla popolazione della striscia di Gaza. Israele, che attualmente subisce una campagna di delegittimazione globale sulla questione del “blocco” di Gaza, potrà ora dire alle nazioni del resto del mondo che in pratica non è in vigore più alcun “blocco”. La famosa sensazione di soffocamento degli abitanti di Gaza non ha più alcuna ragion d’essere, dal momento che possono andare e venire a piacimento dall’Egitto, anche ufficialmente. Il destinatario delle rimostranze non è più Israele, ma l’Egitto. Con il valico di Rafah aperto, gli ospedali di el-Arish (nel Sinai egiziano) diventeranno la destinazione naturale delle esigenze di assistenza umanitaria degli abitanti di Gaza.
La decisione egiziana dovrebbe anche neutralizzare la prossima “flottiglia umanitaria”. Israele deve iniziare a relazionarsi con la striscia di Gaza in modo diverso. Vi sono navi che vogliono raggiungere Gaza con la grande flottiglia programmata per la fine di giugno? Si accomodino. Le navi dovrebbero soltanto essere controllate in mare per accertarsi che non abbiano a bordo armi che potrebbero raggiungere Gaza. E se una nave si oppone con la forza al controllo, che venga indirizzata verso el-Arish.
Gli egiziani, essendo in questo momento deboli, si sono tirati la zappa sui piedi. Il regime di Mubarak non aveva nessuna intenzione di cadere in questa trappola assumendosi la responsabilità per gli abitanti della striscia di Gaza. Invece il nuovo regime guidato dai militari lo ha fatto, con l’intento di condiscendere i Fratelli Musulmani. Hamas, dal canto suo, ha ottenuto un successo diplomatico, psicologico e politico a breve termine. Il che costituisce anche un brutto segnale per le relazioni fra Israele ed Egitto, dal momento che gli egiziani hanno apertamente violato un accordo sottoscritto con Israele. Tuttavia, nel lungo periodo, Israele avrà solo da guadagnarci.

(Da: YnetNews, 30.5.1)

 




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7 giugno 2011

Le parole non creano nuove realtà, ma creano consapevolezza

Se ne discute in Israele: commenti sulla stampa israeliana
Scrive Yediot Aharonot: «Il Netanyahu di martedì si è rivelato un leader degno di plauso. Non c’è nulla, nel suo discorso al Congresso, che possa cancellare i suoi errori del passato, ma certamente in quel discorso c’è abbastanza per capire che, in contrasto col dibattito sui mass-media, Netanyahu è un leader che va preso sul serio. Personalmente – continua l’editoriale – non concordo con tutto ciò che ha detto, e nondimeno mi sono sentito orgoglioso della determinazione che ha dimostrato sotto il peso delle pressioni della Casa Bianca. Ho sentito con le mie orecchie verità semplici e da tempo dimenticate, e soprattutto un percorso. Certo, un discorso non è una politica; ma ciò che è stato presentato martedì era la cosa più vicina a una politica da decenni. Le parole non creano nuove realtà, ma creano consapevolezza.»
(Da: Yediot Aharonot, 25.5.11)

Scrive Ma'ariv: «Il leader della destra israeliana è salito sul podio del Congresso americano e ha dichiarato che palestinesi e israeliani condividono la stessa striscia di terra. Ha dichiarato che lo stato palestinese sarà ampio e che Israele sarà generoso. Trent’anni fa questa era la posizione dell’estrema sinistra israeliana. Persino Yitzhak Rabin non aveva mai detto le cose con tanta nettezza. Netanyahu, come esponente della destra storica, ha fatto molti passi avanti. Il che non basterà a portare la pace: ma non per colpa di Netanyahu, bensì per colpa di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che oggi si sta muovendo sulle orme di Arafat.»
(Da: Ma'ariv, 25.5.11)

Scrive Yisrael Hayom: «Dal discorso di Netanyahu di martedì non nasceranno negoziati diplomatici perché in ogni caso Abu Mazen non è interessato a negoziare almeno fino a quando non si saranno tenute le elezioni palestinesi nel 2012. E poi non è chiaro se Netanyahu, col suo discorso, è riuscito a passare a Ramallah l’onere della prova. Uno sforzo l’ha fatto, e si è guadagnato grandi applausi in un luogo molto importante: ma non nell’arena in cui si determinerà il destino di Israele tra pace e guerra.»
(Da: Yisrael Hayom, 25.5.11)

Secondo il Jersualem Post, la formazione di un governo di unità nazionale in Israele potrebbe contrastare quell’impazienza internazionale per l’impasse del processo di pace che già si manifesta in varie capitali del mondo; esso inoltre invierebbe il forte messaggio che gli israeliani sono uniti nel loro desiderio di risolvere il conflitto coi palestinesi. «Benché vi siano numerosi ostacoli sulla strada che porta a un governo di unità nazionale – scrive l’editoriale – alcuni dei quali legati a ristrette politiche di partito, nondimeno è l’interesse nazionale che richiede tale unità.» (Da: Jersualem Post, 25.5.11)

Secondo Ha’aretz «il primo ministro Netanyahu ha perso la sua occasione di presentare una visione per la pace: Netanyahu sta conducendo Israele e palestinesi verso un nuovo round di violenza, insieme all’isolamento di Israele e a un profondo dissenso con l’amministrazione americana.» (Da: Ha’aretz, 25.5.11)

Scrive Herb Keinon: «Nel complesso, l’importanza del discorso di Netanyahu alla sessione speciale del Congresso americano di martedì scorso non sta tanto nel contenuto – egli infatti non ha detto nulla di radicalmente nuovo – quanto nella travolgente, unanime ovazione che ha ricevuto. Netanyahu non si sogna nemmeno di essere accolto in questo modo in Israele. Il primo ministro israeliano è stato applaudito una trentina di volte, spesso da tutti i membri del Congresso in piedi. L’applauso di quasi quattro minuti che ha accolto il primo ministro israeliano al suo ingresso non è stato udito solo da Netanyahu, ma anche dal presidente Baraci Obama, dai palestinesi e dal mondo in generale. Nonostante tutti i discorsi sulla solitudine esistenziale di Israele e sul suo senso di isolamento, quando Netanyahu ha parlato al parlamento più importante del mondo non ha incontrato altro che caloroso affetto per Israele. Anche quando ha detto che gli ebrei non sono intrusi in Cisgiordania come erano i belgi in Congo o i britannici in India, ha ricevuto una tonante standing ovation. Certo, il Congresso non è il mondo e in ultima analisi è il presidente degli Stati Uniti quello che decide la politica estera. Ma il Congresso americano non è nemmeno un organismo insignificante che possa essere trascurato alla leggera, né dal presidente né dal resto del mondo; ed è l’organismo che stabilisce i limiti oltre i quali il presidente non può spingere Israele. Con i fragorosi applausi bipartisan alle parole di Netanyahu su Gerusalemme unita, sul non ritorno alle linee del ’67, sul non negoziare con Hamas e su non permettere ai discendenti dei profughi palestinesi di stabilirsi dentro Israele, Obama ha ricevuto il chiaro segnale dal Congresso che, quando si tratta di Israele, non ha carta bianca.»
(Da: Jersualem Post, 24.5.11)

 




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7 giugno 2011

Israele propone la pace, Hamas promette guerra per generazioni

IL MINISTRO DELLA DIFESA ISRAELIANO EHUD BARAK ha parlato martedì di un possibile piano per un accordo di pace coi palestinesi, accennando quelli che potrebbero essere i punti principali che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu illustrerà questo mese nel suo prossimo discorso davanti al Congresso americano e al presidente Barack Obama. Parlando al ricevimento tradizionalmente organizzato per i soldati in servizio nel quartier generale delle Forze di Difesa israeliane a Tel Aviv, Barak ha detto che Israele è pronto a compiere “passi coraggiosi” pur di arrivare alla pace. “Alla vigilia di questa 63esima Giornata dell’Indipendenza – ha detto – Israele si presenta come il paese più forte e più stabile nel raggio di 1.500 chilometri attorno a Gerusalemme. Questa posizione di forza e di fiducia in se stessi richiede che Israele formuli un piano ampio e coraggioso per bloccare quella sorta di tsunami politico che sta per arrivare il prossimo settembre”. Il riferimento è al proposito dell’Autorità Palestinese di dichiarare alle Nazioni Unite l’indipendenza dello stato palestinese unilateralmente, cioè senza negoziato né accordo con Israele. Barak ha detto che Israele è pronto a prendere “decisioni difficili” fintanto che rimangono integre la sua sicurezza e i suoi rapporti con gli Stati Uniti. Dopodiché ha presentato i punti salienti del suo piano:
– Un confine permanente, definito sulla base dei vitali interessi di sicurezza e demografici, tale che i grandi blocchi di insediamenti a ridosso della ex linea armistiziale e i quartieri a maggioranza ebraica di Gerusalemme rimangano sotto sovranità israeliana, accompagnato da scambi di terre tali da lasciare nelle mani dei palestinesi una quantità di territorio analoga a quella che stava al di là della linea armistiziale prima del 1967.
– Misure di sicurezza che prevedano una presenza militare israeliana permanente lungo il fiume Giordano, a protezione del confine orientale, e garanzie che lo stato smilitarizzato palestinese non possa diventare un’altra striscia di Gaza o un altro Libano.
– Insediamento dei profughi palestinesi (e loro discendenti) nello stato palestinese.
– Intese concordate per l’area santa di Gerusalemme.
– Infine, ma più importante, una esplicita dichiarazione che, con l’accordo di pace, il conflitto è terminato e con esso cessa ogni ulteriore rivendicazione fra le parti, unita a un riconoscimento formale di Israele come stato nazionale del popolo ebraico e dello stato palestinese come stato nazionale degli arabi palestinesi.
Barak ha spiegato che questi principi corrispondo in pratica alle richieste che Israele avanza sin dall’anno 2000. Ha chiesto inoltre alla comunità internazionale di adoperarsi per lo “smantellamento delle strutture terroristiche nella striscia di Gaza” e di fare propri i principi stabiliti dal Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Ue, Russia,Onu), e cioè: riconoscimento del diritto di Israele ad esistere, riconoscimento degli accordi precedente sottoscritti da israeliani e palestinesi, ripudio della violenza e del terrorismo. “Ai quali aggiungerei – ha concluso Barak – la richiesta perfettamente comprensibile per qualunque persona civile che, prima di ogni altra cosa, venga permesso alla Croce Rossa di vedere Gilad Shalit”, l’ostaggio israeliano trattenuto da Hama nella striscia di Gaza sin dal giugno 2006.

L’ORGANIZZAZIONE ISLAMISTA PALESTINESE HAMAS sarebbe anche disposta ad accettare uno stato palestinese nelle linee del 1967, ma non accetterà mai di riconoscere lo stato di Israele perché questo significherebbe contraddire l’obiettivo del movimento di “liberare tutta la Palestina” e privare le future generazioni palestinesi della possibilità di “liberare tutte le loro terre”. Lo ha detto mercoledì all’agenzia di stampa palestinese Ma'a Mahmoud al-Zahar, uno dei più alti esponenti di Hamas nella striscia di Gaza.
Alludendo alla possibile linea politica del costituendo governo di unità nazionale palestinese Fatah-Hamas, al-Zahar ha detto che riconoscere il diritto ad esistere di Israele significa “precludere il diritto delle future generazioni di liberare le terre”, e si è domandato (con un riferimento quasi esplicito al principio palestinese di riservarsi il “diritto di “invadere” Israele con i discendenti dei profughi palestinesi): “Quale sarebbe in quel caso il destino di cinque milioni di palestinesi in esilio?”
Al-Zahar ha spiegato che, nel frattempo, Hamas è disposta ad accettare uno stato palestinese “su qualunque parte di Palestina”, senza con questo contraddire il suo obiettivo proclamato di arrivare a uno stato palestinese “dal fiume Giordano al mar Mediterraneo”.
Al-Zahar ha anche parlato della tregua militare con Israele, confermando che il movimento islamista palestinese è disposto ad andare avanti col cessate il fuoco, purché sia chiaro che “la tregua fa parte della lotta armata, non di un suo ripudio”, e che “in ogni caso tregua non significa pace”.
Al-Zahar ha poi affermato che, pur avendo riposto molte speranze nell’unità della fazioni palestinesi e nel suo impatto sull’imminente creazione di uno stato palestinese, egli tuttavia dubita che tale progetto possa essere portato a termine il prossimo settembre, una scadenza che l’Autorità Palestinese ha posto prima di siglare l’accordo con Hamas. “Tutto questo parlare di uno stato palestinese – ha detto al-Zahar – è un tentativo di pacificarci”, per poi domandarsi quale sarebbe la natura di tale stato palestinese, se venisse proclamato fra pochi mesi: “Quale sarebbe il suo territorio? Quelli che vivono in Cisgiordania e striscia di Gaza sarebbero i suoi cittadini? E che ne sarebbe dei cinque milioni di palestinesi in esilio? Intendiamo forse rinunciare al loro diritto al ritorno?”

(Da: Ha’aretz, YnetNews, 11.5.11)

Nelle foto in alto: il ministro della difesa israeliano, Ehud Barak; l’“uomo forte” di Hamas a Gaza, Mahmoud al-Zahar

 




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6 giugno 2011

Se guardassero con obiettività al 1948, i palestinesi vedrebbero che stanno ripetendo gli stessi errori

Quella coazione a ripetere gli errori all’origine della Nakba
Editoriale del Jerusalem Post
Secondo palestinesi e arabi israeliani, la creazione dello stato d’Israele è stata una “nakba”, ovvero una catastrofe. Venerdì in tutte le città arabe d’Israele hanno avuto inizio tre giornate di commemorazioni della Nakba con marce, raduni e comizi.
Sebbene queste cerimonie abbiano luogo ogni anno, questa volta la cosa è diversa per un aspetto significativo e positivo. L’assurda pratica per cui ad organizzazioni e municipalità era permesso usare fondi statali per finanziare gli eventi della Nakba è stata interrotta. La legge approvata dalla Knesset nel marzo scorso, nota come “legge della Nakba”, dà facoltà allo stato di sanzionare coloro che finanziano queste cerimonie con denaro pubblico. La legge non impedirà, né intendeva farlo, agli arabi israeliani o a chiunque altro di commemorare come meglio crede la Giornata dell’Indipendenza d’Israele, purché in modo pacifico. La legge ha invece posto fine alla follia per cui Israele finanziava attività volte a scalzare le fondamenta stesse del sionismo, presentandolo falsamente come un movimento imperialista che durante la guerra d’indipendenza si sarebbe dedicato alla pulizia etnica e all’espulsione intenzionale e totale di tutta la popolazione araba fuori dei confini dello stato.
Comunque, benché rientri nel diritto di palestinesi e arabi israeliani commemorare la Nakba accusando Israele di crimini che non ha mai commesso e gettando sul movimento sionista tutte le colpe del loro fallimento, il fatto che continuino a farlo costituisce, per loro, un comportamento autolesionista e un grosso ostacolo sulla strada per la pace.
Se i palestinesi guardassero con chiarezza e obiettività a quello che fu il loro atteggiamento all’epoca della fondazione dello stato d’Israele, capirebbero che oggi stanno ripetendo molti degli stessi errori che commisero allora. Il “jihadismo” – ovvero l’odio verso l’infedele e il desiderio di annientarlo – fece da sfondo in grande misura all’aggressione palestinese contro il sionismo dagli anni ’20 agli anni ’40. Il leader del movimento nazionale palestinese in quegli anni, Haj Amin al-Husseini, era un chierico furiosamente antisemita, strettamente legato ai nazisti. Analogamente, oggi, molti palestinesi hanno scelto di abbracciare la forma più estremista di leadership islamista. Nelle elezioni del 2006 in Cisgiordania e striscia di Gaza, Hamas sbaragliò l’apparentemente laico Fatah. E l’accordo di unità nazionale siglato il 7 maggio scorso al Cairo, che gode di ampio sostegno fra i palestinesi, ha riportato Hamas – un’organizzazione terrorista islamista rabbiosamente antisemita, all’origine di decine di stragi suicide e di migliaia di lanci di razzi e obici contro la popolazione civile israeliana – nel cuore della dirigenza palestinese in tutta la sua gloriosa intransigente reazionaria.
Fu proprio questo genere di estremismo religioso e intransigente che esasperò nel 1948 la condizione dei palestinesi. Tanto per fare un esempio, nelle prime settimane della guerra d’indipendenza (scatenata dall’aggressione araba contro la nascita d’Israele sancita dall’Onu), il sindaco di Giaffa, Yousef Heikal, tentò di arrivare a un accordo di non-belligeranza con la vicina Tel Aviv ebraica per consentire che il raccolto e l’esportazione ì degli agrumi. Ma Husseini pose il veto e lanciò la “jihad contro gli ebrei”. Risultato: molti degli arabi di Giaffa persero le loro case durante la guerra che ne seguì.
Un altro errore palestinese ripetuto nel secolo scorso è stato quello di rifiutare la soluzione a due stati. I palestinesi hanno costantemente rifiutato una serie di successive offerte di compromesso: nel 1937 la spartizione prevista dalla Commissione Peel con uno stato ebraico sul 17% soltanto del territorio ad ovest del Giordano; nel 1947 il piano di spartizione dell’Onu con il 45% della terra agli arabi; nel 2000 il piano di spartizione del primo ministro israeliano Ehud Barak e del presidente Usa Bill Clinton con il 20% del territorio agli arabi. Ed ogni intransigente rifiuto è stato regolarmente accompagnato da violenze e terrorismo.
Nella guerra d’indipendenza del 1948, dopo aver rifiutato il piano di spartizione dell’Onu che avrebbe dato loro uno stato, i palestinesi lanciarono una sanguinosa offensiva per impedire la nascita di uno stato ebraico (su qualunque porzione della terra). Se avessero vinto la guerra, il risultato sarebbe stato un massacro di massa degli ebrei a soli pochi anni dallo sterminio di sei milioni di ebrei nella Shoà.
L’atteggiamento violento, ostile e gretto della popolazione araba di Palestina ha ripetutamente tentato di distruggere qualunque speranza del popolo ebraico di ripristinare la propria indipendenza nella terra patria, dopo quasi duemila anni di esilio e dopo aver patito il peggior genocidio mai conosciuto dalla storia del genere umano.
Per fortuna non ci sono riusciti.
Oggi, l’unico stato ebraico al mondo è circondato da ventun paesi arabi e ha dimostrato la propria disponibilità a contribuire alla nascita del ventiduesimo stato arabo, per i palestinesi. Eppure, in gran parte a causa della loro visione distorta della storia – e la Nakba non è che un esempio – i palestinesi continuano a concentrarsi interamente sulla loro condizione di vittime e sulle loro sofferenze preferendo ignorare le responsabilità personali per la loro difficile situazione. Uno degli ostacoli psicologici cruciali, oggi, sulla strada per la pace è la caparbia insistenza di palestinesi e arabi israeliani a ignorare il ruolo da loro stessi svolto nella genesi del problema dei profughi e nel mancato ottenimento dell’autogoverno politico palestinese.
Invece di dedicare così tante energie ad enfatizzare il loro ruolo di vittime, palestinesi e arabi israeliani farebbero bene ad apprendere dai loro errori. Allo stato attuale, invece, sembrano decisi a ripeterli.

(Da: Jerusalem Post, 12.5.11)

Nell’immagine in alto: Tutta la pubblicistica palestinese identifica la “Nakba” (catastrofe) con la nascita dello stato di Israele, e la cancellazione di Israele come l’unica “giusta soluzione”

 




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