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14 giugno 2011

Dopo essere stati mandati allo sbaraglio sul Golan, i palestinesi vengono trucidati da altri palestinesi fedeli al dittatore siriano!

 

VIDEO CHOC / Siria, profughi palestinesi contro i loro vertici: 14 morti

I quattro ragazzi si nascondono dietro a un cassonetto dell’immondizia. Più che nascondersi, in realtà, cercano di proteggersi. Dai colpi di fucile. Dalla rabbia di chi impugna quelle armi. E da un territorio ormai sfuggito a qualsiasi controllo. Solo che a un certo punto i proiettili arrivano verso di loro. Ma dall’altra parte. Dalle loro spalle.

I manifestanti a pochi passi di distanza avvertono i quattro del pericolo. Ma non servirà a molto. Qualcuno prende meglio la mira. E centra in pieno alla testa uno dei quattro. Il sangue ci mette nulla a espandersi sull’asfalto. Gli altri cercano di salvarsi come meglio possono: chi corre, chi accenna un'alzata di mani in segno di resa. Alla fine di quelle contestazioni si conteranno quattordici vittime. Una di loro è stata immortalata in un video pubblicato su YouTube.

(ATTENZIONE! Le immagini qui sotto potrebbero urtare la vostra sensibilità)

Siamo ad Al-Yarmok, campo profughi palestinese non ufficiale a pochi chilometri da Damasco, la capitale siriana. Migliaia di manifestanti – centomila, secondo stime confermate – scendono in strada per celebrare i funerali dei giovani uccisi dall’esercito israeliano domenica 5 giugno durante il “Naqsa Day”, la sconfitta degli eserciti arabi nella “Guerra dei sei giorni” del 1967.

In molti sfogano tutta la loro rabbia contro gli uffici del Fronte popolare per la liberazione della Palestina - Commando Generale, una costola che si è staccata da tempo dal Flpl originario. Migliaia urlano contro l’incapacità organizzativa del Fplp-Cg in occasione del “Naqsa Day”. Altri criticano i capi per non aver saputo coinvolgere i «fratelli» della Striscia di Gaza, della Cisgiordania e del Libano. Altri ancora non nascondono la loro collera nei confronti di chi ha mandato i «fratelli come carne da macello contro gl'israeliani». Nel frattempo qualcuno incendia uno dei palazzi dell’organizzazione.

Qualche minuto dopo i cecchini – militanti del Fplp, secondo molti testimoni – aprono il fuoco contro i manifestanti. È il conflitto tra «fratelli». Fonti ospedaliere di Damasco fanno sapere che 14 palestinesi scesi in strada sono stati dichiarati morti. Altri accusano l’esercito siriano di aver dato una mano al Fronte popolare nel massacro.

Per oggi  è attesa una giornata fotocopia di domenica scorsa. La sensazione – raccolta in ambienti palestinesi sparsi lungo la dorsale siriano-libanese – è che «più che combattere la politica d’Israele, dovremmo togliere dalle fila dei nostri dirigenti quei codardi che pur di mantenere lo status quo si alleano con chiunque e ammazzano i propri fratelli».



: http://www.linkiesta.it/blogs/falafel-cafe/video-choc-siria-profughi-palestinesi-contro-i-loro-vertici-14-morti#ixzz1PMr9t6Px




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14 giugno 2011

Il trucco palestinese all’Onu

 
Di Moshe Dann
La lotta palestinese volta a cancellare Israele, sebbene faccia sempre i titoli sulle prime pagine dei giornali, non è mai stata più che uno spettacolo marginale nel mondo arabo. Comodo strumento usato dai dittatori arabi per distogliere l’attenzione dagli abusi e dalla corruzione interna, essa non comporta e non comporterà importanti conseguenze. Il mondo arabo ha cose ben più importanti di cui preoccuparsi.
Questo è il motivo per cui esagerare le conseguenze delle manovre palestinesi per un riconoscimento (unilaterale) alle Nazioni Unite distorce la realtà e crea un falso senso di disastro incombente per gli israeliani e per il mondo. Montare le trovate palestinesi e gli sforzi volti a delegittimare e demonizzare Israele sono per l’appunto gli espedienti usati dalla propaganda che mira all’annichilimento di Israele.
Si tratta di metodi che sono stati comunemente usati in tutta la storia, sotto forme diverse – calunnie del sangue, teorie razziste, sproloqui nazisti, falsi Protocolli, negazioni della Shoà – diffusi da chiese e moschee. Per alcuni, un vero e proprio stile di vita.
Tuttavia, nonostante tutto il can-can e la spasmodica attenzione dei mass-media, l’impulso per l’indipendenza palestinese rimane un evento minore nel mondo arabo, che sta esplodendo in manifestazioni di massa, rivolte, guerre civili. In termini reali, il marginale show diplomatico dei palestinesi non può competere con le centinaia di persone uccise ogni giorno da forze di sicurezza arabe in Medio Oriente e nord Africa, con rivoluzioni e contro-rivoluzioni senza fine.
Dal momento che godono già del riconoscimento diplomatico di circa 150 paesi, dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite, che cosa cerca ancora l’Olp con il riconoscimento di uno stato alle Nazioni Unite? L’auto-definizione politica dei palestinesi racchiude in sé il non-riconoscimento di Israele e annovera le fazioni terroristiche antisemite come Hamas. L’indipendenza, oltretutto, comporta una capacità effettiva di controllare il territorio rivendicato, ragionevoli e legittime istituzioni civili, l’aspirazione a relazioni pacifiche e – nel caso dell’Olp – la chiusura della questione dei “profughi palestinesi”.
Ancora più significativo è il fatto che l’attuale dirigenza palestinese ha deciso di andare alle Nazioni Unite prima d’aver tenuto le sue elezioni, già a lungo rinviate, il che suscita seri quesiti sulla guerra di potere al suo interno e sui suoi futuri leader. Secondo molti esperti, sarà Hamas che finirà per prendere il potere. Nel mezzo della guerra civile in corso fra Fatah e Hamas, a dispetto della loro temporanea “riconciliazione”, le fughe in avanti dei palestinesi verso l’indipendenza non sono solo premature, sono immature.
L’odio verso gli ebrei non cambierà, con o senza riconoscimento dell’indipendenza palestinese. L’Olp e Hamas continueranno a perseguire il loro obiettivo di eliminare Israele, supportati da islamisti, jihadisti, Fratelli Musulmani e quant'altri. Hezbollah continuerà ad ammassare missili, anche se già ora il suo arsenale, stimato a 50mila tra missili e razzi, è più che sufficiente per fare terra bruciata d’Israele. E noncuranti della richiesta del presidente Obama che diano delle risposte chiare su punti cruciali del contenzioso, i capi palestinesi potranno continuare a starsene zitti, mentre predispongono il conflitto.
Esagerare le mosse palestinesi per il riconoscimento all’Onu è particolarmente pericoloso se serve a farne derivare la pressante richiesta a Israele di “fare subito qualcosa”, incoraggiando gli avversari di Israele a premere sullo stato ebraico perché faccia concessioni “per sventare lo tsunami (diplomatico) in arrivo”. Ancora peggio, questo sposta su Israele tutto l’onere di prevenire le violenze e promuovere la pace.
In fondo, se i palestinesi faranno questa mossa, essa non avrà effetti pratici o diplomatici. Avrà piuttosto un solo effetto sostanziale: la cancellazione degli accordi di Oslo.

(Da: YnetNews, 31.5.11)

Nella foto in alto: Moshe Dann, autore di questo articolo




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14 giugno 2011

Lo Yemen scoppia e nessuno lo aiuta

 

di Daniel Pipes
Liberal

 

Pezzo in lingua originale inglese: The Emptying of Yemen


Se combinate, queste diverse crisi – ecologica, economica, politica, ideologica – potrebbero indurre a un tragico esodo di massa senza precedenti fuori dallo Yemen, che porterà a un'epica reazione violenta anti-yemenita. Una nota personale: sono rimasto affascinato dallo Yemen, grazie a un viaggio da me fatto in questo Paese nel 1972 quand'ero studente. Una terra di così difficile accesso al punto che le potenze coloniali hanno solo lambito i suoi margini, è riuscita a mantenere i suoi costumi, tra cui uno straordinario stile architettonico e una peculiare cultura di uomini che indossano il pugnale e che prevede che la maggior parte degli adulti mastichino qat. Può il mondo esterno evitare la catastrofe? No. Il terreno, la cultura e la politica dello Yemen, tutto rende insostenibile un intervento militare; e chi, in questo momento di deficit e austerità, sovvenzionerà la sua economia sconfortante e debole? Né gli Stati si offriranno spontaneamente per accogliere milioni di profughi. La verità è che nel loro momento più buio gli yemeniti sono soli.

  

Per la prima volta nella sua storia estremamente lunga, lo Yemen si trova a minacciare il mondo esterno. E lo fa principalmente in due modi. Innanzitutto, ancor prima dell'attuale agitazione politica cominciata il 15 gennaio scorso, la violenza che si è scatenata fuori dallo Yemen aveva già colpito gli occidentali. Per quanto il debole governo del presidente Ali Abdullah Saleh controllasse solo una piccola parte del Paese, la violenza era emersa sia vicino allo Yemen (come gli attacchi alle navi Usa e francesi) che a grande distanza (l'istigazione da parte di Anwar al-Awlaki al terrorismo in Texas, in Michigan e a New York). Con l'apparente abdicazione di Saleh del 4 giugno, quando il presidente si è recato in Arabia Saudita per ricevere cure mediche, il mandato del governo centrale si ridurrà ulteriormente. Lo Yemen è destinato a diventare un esportatore di violenza sempre più grande. Ma è il secondo pericolo che mi sconcerta di più: uno svuotamento senza precedenti dello Yemen con milioni di profughi senza arte né parte (molti di loro islamisti) e soprattutto non graditi, che si riversano prima in Medio Oriente e poi in Occidente per chiedere asilo economico.


Tutto è cominciato con un deficit idrico, ormai sempre più catastrofico. Nel 2010, Gerhard Lichtenthaler, uno specialista nel campo, scriveva come in molte delle zone montane del Paese la quantità di acqua potabile disponibile, di solito attinta da una fonte o da una cisterna, fosse scesa a meno di un quarto di litro per persona al giorno. Le falde acquifere, infatti, sono state scavate a un ritmo tale che i loro livelli sotterranei diminuiscono dai 10 ai 20 metri l'anno, minacciando l'agricoltura e lasciando le grandi città senza un'adeguata quantità di acqua potabile. Sanaa potrebbe essere la prima capitale al mondo a rimanere a secco. E non solo Sanaa. Come recita un titolo del Times di Londra, lo Yemen «potrebbe diventare la prima nazione a rimanere senza acqua». Nulla di simile è mai accaduto nei tempi moderni, sebbene modelli simili di siccità siano stati sviluppati in Siria e in Iraq. Come l'editorialista David Goldman sottolinea, le scarse risorse alimentari minacciano di lasciare affamati un gran numero di mediorientali, mentre un terzo degli yemeniti ha patito la fame cronica prima dei disordini. Un numero che sta crescendo rapidamente.

La prospettiva di un collasso economico si profila più minacciosa ogni giorno che passa. Le riserve di petrolio sono ridotte al punto che «camion e autobus stanno in coda per ore alle stazioni di servizio, mentre la mancanza di scorte idriche e l'interruzione di corrente elettrica sono la norma quotidiana». L'attività produttiva è proporzionalmente in declino. Se l'acqua e il cibo non hanno dato abbastanza preoccupazioni, lo Yemen ha uno dei più alti tassi di nascita del mondo, aggravando il problema delle risorse. Con una media di 6,5 figli per donna, quasi una donna su sei è incinta in qualsiasi momento. Si prevede che nel giro di trent'anni la popolazione attuale di 24 milioni raddoppierà.

La politica esacerba il problema. Se Saleh è storia (troppe forze si sono schierate contro di lui per tornare al potere, inoltre i sauditi potrebbero non lasciarlo partire), il suo successore avrà difficoltà a governare anche l'esigua porzione del Paese che lui controllava. Troppe fazioni con obiettivi diversi sono in competizione per il potere – le forze di Saleh, i ribelli Houthi a nord, i secessionisti a sud, le forze stile al-Qaeda, un movimento giovanile, i militari, le tribù al potere e la famiglia Ahmar – per riuscire a coalizzarsi in un chiaro conflitto binario. In un paese governato da un «sistema tribale mascherato da autocrazia militare», l'anarchia sembra essere uno scenario più probabile di una guerra civile, e la Somalia e l'Afghanistan potrebbero essere i modelli. Gli islamisti yemeniti vanno dai membri del Partito Islah, che compete alle elezioni parlamentari, ai ribelli Houthi che combattono le forze saudite, fino ad al-Qaeda nella penisola arabica. La loro crescente forza incrementa "il blocco della resistenza" di stati e organizzazioni appoggiato dall'Iran. Se gli sciiti prevarranno sui sunniti in Yemen, Teheran ci guadagnerà ancor più.




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13 giugno 2011

"Odio, sindrome di Stoccolma, stato palestinese e poi ?"

 

di Deborah Fait

Di male in peggio, cari amici. Da qualunque parte ci giriamo assistiamo ad attacchi antisemiti. L'ultimo sono le scarpate all'immagine di Shimon Peres a Torino da parte dei centri sociali con l'autorizzazione silenziosa del nuovo sindaco della citta' Piero Fassino. Ragazzate, dira' qualcuno, certo ragazzate di delinquenti e criminali che fanno della loro vita di nullafacenti una serie infinita di odio razziale contro gli ebrei. Schifosissime persone per le quali e' stato promosso il "Festival della cultura alternativa", alternativa alla civilta', all'educazione, al senso comune del vivere tra esseri umani e non tra bestie feroci. Gentaglia che vive di espedienti, mantenuta dalla comunita', gentaglia che sa solo odiare il bene e adorare il male, sono gli stessi che bruciano le bandiere, gli stessi che urlavano 'dieci, cento mille, Nassirya", gli stessi che volevano impedire a alla Mostra del libro di Torino la partecipazione di Israele. Gli stessi che non vogliono in Piazza Duomo a Milano lo stand di Israele. Sempre loro, centri sociali e anarchici, la vergogna dell'Italia democratica, quelli che si fanno chiamare pacifisti perche' sono dalla parte di chi vuole la morte di Israele, la sua scomparsa e eliminazione.
Mi sono imbattuta in questi giorni in uno degli articoli peggiori che io abbia mai letto in tutta la mia vita. Un articolo demenziale scritto da una vecchia conoscenza, Nurit Peled, per la quale non so se provare pena per l'assassinio della figlia tredicenne da parte dei palestinesi o disgusto per quello che pensa e scrive contro il suo popolo in piena, folle e ormai incontrollabile sindrome di Stoccolma! 
Potete trovare qui l'articolo in inglese:
http://www.israeli-occupation.org/2010-03-18/nurit-peled-elhanan-i-will-mourn-on-nakba-day/
e qui la traduzione in italiano: 
http://www.facebook.com/notes/deborah-fait/porter%C3%B2-il-lutto-per-la-nakba-di-nurit-peled-elhanan/133520683392330
Purtroppo questa persona e' docente di "Linguaggio e Educazione" alla Hebrew University di Gerusalemme e approfitta della democrazia del paese su cui sputa con tanto odio per diffamarlo in tutto il mondo dove arrivano i suoi scritti demenziali. Una donna, una mamma la cui figlia e' stata ammazzata da palestinesi, puo' scrivere di altri bambini, quelli israeliani che soffrono dal giorno in cui nascono a causa delle guerre e del terrorismo, della paura: " esseri formati di paura, di male, di razzismo, di amore contorto per una terra che non e' la loro"....?
Li chiama "mostruosi Golem". Come puo'? Come si permette? Come puo'?
Per lei gli eroi sono i terroristi palestinesi, quelli che le hanno ammazzato la figlia.
Parla della Giornata del Ricordo dei nostri soldati morti per difendere Israele "Il giorno che lo precede che noi chiamiamo Giorno della Commemorazione e che non è altro che un giorno dedicato all’idolatria della carne morta, alla fine del quale ciascuno esce e cuoce alla griglia altre carni morte, canta, balla e alla fine è sazio e ubriaco"..... Chi se non un pazzo puo' chiamare "idolatria della carne morta" i pic nic che si fanno nella festa della nostra indipendenza! Grande schifo, grandissimo schifo, immenso schifo e disprezzo per chi odia il proprio popolo, il proprio paese, i bambini che vi vivono.
Chissa' se questa signora si e' disperata per le foto del bambino Hamza al Khatib, torturato e mutilato dalle bande di Bashar Assad che , in Siria, segue fedelmente le orme paterne facendo stragi dovunque senza che nessuno lo fermi.
Si, di male in peggio, amici! Vediamo un po' il calendario delle azioni contro Israele: 
Si prevede una seconda invasione dei nostri confini il 6 giugno per manifestare contro il rifiuto di Israele di farsi distruggere durante la guerra dei 6 giorni. Si proseguira' con l'arrivo della nuova Flotilla a fine giugno. 
L'otto luglio attivisti filopalestinersi dell'ISM, sempre loro i criminali, faranno arrivare al'aeroporto Ben Gurion 500 palestinesi che vivono all'estero.
In settembre nascera' lo stato di Palestina.
Questo e' il calendario, provvisorio, per il momento, perche' i palestinesi e i nazisti loro sostenitori ne hanno di giornate per cui manifestare contro Israele e andranno avanti, come promesso nel 48, fino al giorno in cui riusciranno a raggiungere il loro unico desiderio, la distruzione totale.
Lo faranno con l'aiuto del mondo intero, loro complice in ogni azione che possa portare alla morte di ebrei. Il mondo filopalestinese, praticamente tutto, salvo qualche piccola eccezione, aspetta settembre per urlare di gioia alla nascita di uno stato terrorista che avra' stretto Israele dentro confini indifendibili pronto per un' invasione finalmente vincente. 
Adesso pero' e' d'obbligo una riflessione:
Questi palestinesi che fino al 1967 non esistevano come popolo ma come arabi facenti parte dell'immenso mondo arabo hanno rifiutato sdegnosamente la nascita di un paese per loro nel 1947.
I loro fratelli arabi hanno invaso Israele nel 1948 con 5 eserciti, hanno costretto la maggior parte degli arabi della zona ad andarsene promettendo loro la terra a genocidio ebraico compiuto, secondo gli insegnamenti nazisti.
Per ringraziarli di aver prontamente obbedito li hanno rinchiusi in campi di concentramento dove si trovano a tutt'oggi, sparsi nei vari paesi arabi, mai accolti, mai integrati, tenuti prigionieri senza diritti civili perche' si dica "poveri palestinesi, tutto colpa di Israele" 
Al primo rifiuto di avere un paese ne seguirono altri nel momento in cui nacque l'OLP con a capo un pazzo sanguinario a nome Ahmad al-Shukayri, seguito da un altro pazzo sanguinario psicopatico a nome Yassir Arafat. 
Gli attentati terroristici si moltiplicarono, nel 67 Israele vinse una guerra in 6 giorni conquistando territori che dovevano essere israeliani dall'inizio se gli inglesi non fossero i traditori che sono sempre stati.
Nel frattempo, vent'anni di occupazione giordana avevano espulso, ammazzato gli ebrei e distrutto case, sinagoghe e cimiteri per poter negare la loro presenza in quelle terre. 
Dal 67 a oggi, altre guerre, terrorismo, missili su Israele dall'Iraq, da Gaza e dal Libano. Ogni offerta di Israele accolta da No seguiti o preceduti da attentati con centinaia di morti civili. Stragi in tutto il mondo, in Italia, in Europa, persino alle Olimpiadi di Monaco nel 1970. L'OLP di Arafat era padrona dell'Europa, le sue bande assassine scorazzavano, indisturbate, portando missili di citta' in citta', attaccando aeroporti, ristoranti, stazioni ferroviarie. Il mondo era ai piedi di Arafat, lui era il padrone, portato in trionfo mentre in Israele si moriva negli attentati e ebrei della diaspora venivano uccisi dai suoi scagnozzi. 
I rifiuti palestinesi si sono ripetuti negli anni, ogni summit finiva con netti e sdegnosi niet e sangue per le strade di Israele.
E adesso? Adesso la tattica e' cambiata e hanno deciso di usare l'amore indiscusso che il mondo prova per loro nel modo piu' furbo, convincendo tutti che Israele non conta niente e che la Palestina dovra' essere fondata sulle antiche terre ebraiche di Giudea e Samaria.
E poi? Qualcuno si chiedera' :e tutte le guerre? e tutto il terrorismo? e tutti i rifiuti? e tutti i morti? e tutti i 63 anni di tribolazioni e terrore? Chiederanno almeno scusa per tutto questo? Andranno sulle tombe dei nostri e dei loro figli a dire "scusateci se oggi ci prendiamo quello che abbiamo rifiutato per 63 anni causando la vostra morte"? 
Certamente no! 
Io pretendo le loro scuse a nome di tutti i bambini ammazzati da loro, morti a causa loro, usati da loro come scudi umani, per Kobi, per Yossi, per Adi', per Shalhevet, per Stefano Tache' per le migliaia i bambini ammazzati da quel popolo che il mondo adora. Io pretendo le scuse del mondo intero per aver sempre sostenuto e scusato la loro barbarie.
Non voglio pero' le scuse di Nurit Peled. Un'ebrea israeliana che parla di bambini ebrei israeliani come "esseri formati di paura, di male, di razzismo, di amore contorto per una terra che non e' la loro"....Non ha il diritto di chiedere perdono, per lei solo disprezzo e disgusto. Lei, la professoressa di "educazione", scrive: " Porterò il lutto il giorno della Nakba per essere degna di loro(nda.I palestinesi), perché i miei figli sappiano da che parte sto e perché anch’essi possano credere che c’è una possibilità per la speranza e per un futuro in cui la giustizia prevarrá. Porterò il lutto per la democrazia di questo paese dove la metà dei suoi abitanti deve vivere in condizioni che sarebbero proibite, anche a degli animali, in altre democrazie." 
Spero che i suoi figli l'accontentino e capiscano da che parte sta. Spero che la disprezzino e capiscano che e' proprio questa democrazia che permette a lei di sputare su Israele e che fa vivere piu' di un milione di arabi con pieni diritti civili, sociali e politici nonostante abbiano spesso auspicato e appoggiato guerre e terrorismo, nonostante si siano spesso macchiati di alto tradimento.
Si, nessun dubbio, Nurit Peled e' degna di loro, e' parte di loro, dei kamikaze, di Samir Kuntar, di quelli che, a mani nude, hanno fatto a pezzi i corpicini di Kobi e Yossi e che hanno scritto col loro sangue "Allahu Achbar" sulle pareti della grotta di Tekoa dove li avevano trascinati per ammazzarli.
Nurit Peled e' degna degli assassini della propria figlia. Provo pena per lei.




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13 giugno 2011

PAKISTAN/ Petizione islamica per vietare la Bibbia

 

PAKISTAN/ Petizione islamica per vietare la BibbiaImmagine d'archivio

PAKISTAN PETIZIONE DIVIETO BIBBIA - Il Vescovo ausiliare di Lahore ha espresso la sua preoccupazione relativamente a una petizione inoltrata da un gruppo islamico che chiede di mettere fuori legge la Bibbia. Si tratta di una iniziativa a cura del partito Jamiat-Ulema-e-Islami nella quale si chiede alla Corte suprema di dichiarare blasfemi alcuni passaggi della Bibbia. Se tale richiesta non verrà accolta, chiederanno la messa al bando di tutta la Bibbia. In Pakistan i cristiani che criticano l'Islam vengono già condannati per via della legge sulla blasfemia. Il Vescovo di Lahore ha espresso un preciso punto, e cioè che i pakistani cristiani hanno ogni diritto di avere la Bibbia. Il leader del partito islamico, Maulana Abdul Rauf Farooqi, ha invece detto che nella Bibbia sono contenuti dei passaggi non compresi nel Corano e che in tali passaggi figure come Davide o Salomone sono descritti occupati in crimini morali. In realtà, lo stesso leader islamico ha ammesso che la proposta di vietare la Bibbia è stata una risposta alla minaccia del pastore americano Terry Jones, il quale voleva dare fuoco al Corano. Per il Vescovo invece si tratta di un tentativo di provocare i cristiani e ha invitato alla calma.





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13 giugno 2011

Arabia Saudita, voto alle donne? E' solo un bluff ...

 

In futuro le donne saudite avranno il diritto di voto nelle elezioni municipali. Ieri il Consiglio di Shura (parlamento) ha approvato con 81 voti a favore e 37 contrari, il progetto di legge relativo al diritto per le donne di votare nelle elezioni municipali. La legge non entrerà però in vigore nelle municipali previste per il 29 settembre ma in quelle successive.

Questa notizia ci fa riflettere. Sul timore dell’establishment saudita che l’onda lunga delle proteste possa lambire anche il loro regno. Sulla mancanza di coesione del parlamento, dove un terzo dei membri è comunque contrario al diritto di voto alle donne. E sull’ipocrisia dei sauditi che non faranno entrare in vigore la legge nelle prossime municipali, previste per settembre, ma solo in quelle successive. E viene da domandarsi chissà quando.

In Arabia Saudita le donne non hanno diritto di voto. Ma nemmeno gli uomini. Le municipali sono le uniche consultazioni ammesse in una monarchia assoluta dove non ci sono istituzioni completamente elettive. E le municipali del 2005 sono state l’unico scrutinio organizzato nella storia del regno: gli uomini avevano votato per eleggere la metà dei 178 consigli municipali, mentre l’altra metà era stata nominata dall’establishment.

Ora, se il parlamento saudita vota a favore del diritto delle donne, è solo per dare un pretesto agli uomini – e agli imam e alla polizia religiosa - per impedire alle donne di uscire di casa il 17 giugno, quando sfideranno il divieto di mettersi al volante.

Divieto previsto dagli usi e costumi sauditi, non da una legge. A scoprirlo è stata una donna, saudita, che ha lanciato il tam-tam e chiede all’altra metà del cielo di mettersi al volante. Appuntamento quindi al 17 giugno.

Farian Sabahi Panorama




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12 giugno 2011

Se a venire attaccato è sempre e solo Israele

 
analisi di Ugo Volli

Testata:Moked
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Se a venire attaccato è sempre e solo Israele»

Riportiamo da MOKED l'articolo di Ugo Volli dal titolo " Se a venire attaccato è sempre e solo Israele ".


Ugo Volli

Mi sono sentito obbligato, nei giorni scorsi, a promuovere un appello per sostenere l'esposizione "Unespected Israel" programmata a Milano e minacciata da movimenti antisionisti, estremisti filopalestinesi, nemici di Israele di tutti i tipi. L'appello ha avuto circa un migliaio di adesioni, molte illustri e provenienti da varie parti politiche; insieme a forma più tradizionali di azione politica e diplomatica esso ha aiutato a raggiungere lo scopo di conservare a Israele quella che una volta si chiamava l'"agibilità politica" di Milano. Come sapete il nuovo sindaco, dopo qualche sgradevole esitazione, ha respinto il ricatto. L'apertura del salone, con le sue ricche appendici scientifiche, culturali, economiche e industriali è programmata per domani. Voglio ringraziare tutti quelli che hanno contribuito al nostro appello, innanzitutto naturalmente questo sito, la presidenza dell'Ucei e la Comunità ebraica di Milano che l'hanno appoggiato. E voglio esprimere la mia gioia per questo successo
Fin qui il lato positivo di questa faccenda: il popolo italiano è amico di Israele, di nuovo come durante la Shoà uno di quelli in Europa dove l'antisemitismo è più isolato e condannato. Questo paese, nonostante tutti i profeti di sventura, ha una democrazia viva e solida che non permette il boicottaggio di alcuna posizione pacifica, di alcun paese, di alcun popolo.
E però c'è anche il lato negativo: il semplice fatto di dover difendere la libertà per Israele di poter tenere una manifestazione culturale, scientifica e tecnologica che ovviamente non può far male a nessuno è profondamente preoccupante. Nel mondo non è una novità: non si contano i casi di oratori impediti di parlare nelle università britanniche, norvegesi, svedesi, americane, di spettacoli che non si sono potuti fare in Germania, di prodotti cosmetici boicottati in Francia, di frutta rifiutata (da noi, e poi riammessa – il caso Coop), di libri che si è cercato di non far vedere. Dopo la fiera di Torino di tre anni fa (a proposito, c'è qualcuno che abbia disturbato il padiglione palestinese, ospite d'onore di quest'anno, nonostante lo stillicidio degli attentati atroci fatti in nome del popolo palestinese?), va citato il caso grottesco di un distretto scozzese, che ha espulso i libri stampati in Israele da librerie e biblioteche...
Il punto è che queste cose accadono solo a Israele. Per quanto qualcuno possa essere contrario alla politica dello Stato di Israele, se non è completamente pazzo o ignorante, dovrà ammettere che esistono anche il Tibet e il Sudan meridionale, la Cecenia e la Nigeria cristiana, Cipro e la terra curda, i cristiani copti e il popolo siriano massacrato da Assad, l'atomica iraniana e la repressione in Yemen e Bahrein; le dittature grottesche del Nord Corea e di Cuba, eccetera eccetera. Se ne parla – anche se in certi casi molto poco. E però tutto il boicottaggio, l'odio, il disprezzo, l'umiliazione, la violazione dei confini e quant'altro si riversano solo su Israele. Chi pratica queste "forme di lotta" assicura di non essere antisemita - salvo rari casi di lodevole sincerità, come quello di Gianni Vattimo il quale un paio d'anni fa evocò contro Israele il fantasma dei Protocolli dei savi di Sion e in generale degli arabi quando parlano nella loro lingua. Anzi costoro sostengono che anzi la loro è una politica dei diritti umani e della dignità violata dalla terribile entità sionista eccetera eccetera.
Non discuto qui nel merito, lo faccio spesso altrove. Voglio solo ricordare però che ogni ebreo italiano ed europeo, che ha avuto padri e nonni e parenti espulsi dalle scuole e dal lavoro, boicottati nel loro commercio, espropriati delle loro proprietà, svergognati e discriminati, se pure hanno avuto la buona sorte di scampare al genocidio; ogni ebreo, che abbia raccolto il ricordo di quegli anni, riconosce in queste pratiche di umiliazione e di emarginazione la stessa propedeutica dello sterminio che fu messa in atto allora dai nazifascisti e ora è ripetuto quasi alla lettera da neocomunisti e "pacifisti", buoni cattolici di base di Pax Christi, sindacalisti della Fiom e magari anche qualche cantante ebreo. Quel che si applica a Israele oggi è la ripetizione su scala internazionale di quel che Goebbels e Farinacci hanno applicato agli ebrei europei prima di contribuire a mandarli ad Auschwitz: allora "Kauft nicht bei Juden", stelle gialle, espulsione da scuole e associazioni, propaganda con nasi adunchi, frotte di ratti e ogni sorta di disprezzo morale. Oggi boicottaggi, emarginazione, propaganda dell'odio, disprezzo e demonizzazione, calunnie del sangue vecchie e nuove.
Non bisogna illudersi. Tutto ciò non riguarda solo l'entità politica dello Stato di Israele, ha una ricaduta sulla vita di tutti gli ebrei e continuerà ad averlo sempre di più man mano che l'offensiva propagandistica palestinese continuerà e crescerà di tono. Lo si vede in quella gran parte d'Europa – in Norvegia e in Olanda, in Belgio e in Francia, in Svezia e in Gran Bretagna - dove gli obiettivi non sono le esposizioni di Israele, ma direttamente la vita e il corpo degli ebrei. Come nel '38-'45, non c'è spazio per chiamarsi fuori da questa stretta. Coloro che cercano oggi di fare gli "ebrei buoni" "contro l'occupazione" rischiano di ripetere la parabola di Ettore Ovazza, l'ebreo fascista fedelissimo di Mussolini, leader del gruppo della rivista "La nostra bandiera" di Torino, che arrivò al punto di organizzare un assalto squadrista alla redazione "sionista" di Israel, ma fu comunque massacrato dalle SS al momento decisivo. E' nostro compito spiegarlo, non stancarci di spiegarlo, non avere alcuna indulgenza morale per le ambiguità e le prese di distanza.


www.moked.it




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12 giugno 2011

1.000.000 di Euro di buone ragioni per non andare a votare i referendum

 Ci sono 1.000.000 di Euro di buone ragioni per non andare a votare. Infatti per effetto della Legge 157/99 modificata dalla Legge 156/2002 che però non ha toccato i rimborsi ai referendum al comitato organizzatore spetta, se viene raggiunto il quorum, un ...rimborso elettorale pari circa 0.52 centesimi per ogni firma. con un massimo di 2,5 milioni di Euro. Quindi ammesso che le firme siano il minimo e cioé 500mila per referendum (ma potrebbero essere di più) in caso di vittoria dei SI lo stato (i CIttadini) pagherebbe a questi signori circa 1 milione di Euro (alcune fonti parlano di circa 1.8 milioni). Meglio andare al mare.Mostra altro




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12 giugno 2011

USA: le spose infedeli dovrebbero essere messe a morte (Shamci Rafani)

 La Visalia Delta Times di California pubblica la lettera di una lectrice, Shamci Rafani, proponendo che queste troie siano lapidate…

Ci avrete forse fatto caso che da alcune settimane, non c'è nient' altro in televisione che l'affare Arnold Schwarzenegger e Maria Shriver.


Venendo da una cultura e da un paese diverso, e in quanto vittima di tradimento e d'infedeltà, mi permetto di immischiarmi di ciò che non mi riguarda. In numerosi paesi, compreso il mio, quando un uomo commette uno sbaglio come quello di Arnold e fa un figlio, la legge ne priva il padre e lo dichiara responsabile. Ma la donna che ha coscientemente commesso un atto reprensibile, senza vergogna e senza timore, deve essere rigorosamente punita.
In numerosi paesi, questa donna sarebbe lapidata a morte dalla popolazione. Credetemi, ciò potrebbe essere la buona risposta al comportamento di queste donne sviate che cercano di attribuire la colpa agli uomini.

Andare a letto con il primo venuto, soprattutto con un uomo sposato, non è qualcosa di cui bisogna essere fieri e che deve essere ricompensato. Queste donne non devono essere ricompensate; devono piuttosto pagare per avere distrutto la felicità ed il futuro delle loro vittime, soprattutto questa donna che viveva con questa famiglia di cui era diventata membro.

Queste troie non sanno dire no. SECONDO ME, le donne che vanno a letto con uomini sposati devono essere rigorosamente punite e messe a morte. Se gli eletti facessero qualcosa, ci sarebbero meno storie come quella di Arnold.

Unfaithful wives should be put to death


 vituccio72




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12 giugno 2011

per chi crede nel “no” ai referendum farebbe meglio a non andare a votare, abbassando il “quorum” al di sotto del 50%

 



 

QUESITI REFERENDARI DEL 12/13 GIUGNO 2011

che per chi crede nel “no” ai referendum farebbe meglio a non andare a votare, abbassando il “quorum” al di sotto del 50%. Per questo ospito una riflessione del “ COMITATO DEL NO AL VOTO” e lamento l'ipocrisia del Presidente della Repubblica e del PD che non indicano nelle scelte corrette anche quella del “non voto” visto che il dovere civico è alle elezioni politiche e non ai referendum. Lo prova lo stesso PD che non più tardi del 2003 faceva pubblicità per il “non voto” ad un referendum a lui sgradito, che nel 2006 promuoveva la legge sull'acqua che oggi vuole bocciare e con Bersani che prima diceva una cosa e adesso ne fa un altra.

SOTIENE IL COMITATO DEL “NO”:

“- Considerato che la nostra costituzione prevede l'istituto del referendum e prevede che i quesiti referendari siano cosa seria e che i quesiti referendari siano chiari e comprensibili a tutti;

- Appurato che i quesiti per i quali noi cittadini italiani siamo chiamati ad esprimerci con un SI o con un NO non sono affatto cosa seria perchè ovvi e;

- Appurato che i quesiti per i quali noi cittadini italiani siamo chiamati ad esprimerci con un SI o con un NO non sono affatto chiari;

Stabilito che non andare a votare è una manifestazione di opinione;

NON ANDATELI A VOTARE, E´ UN DIRITTO COSTITUZIONALE ANCHE QUESTO !

Ultima considerazione. La scelta del non voto è legittima perchè sta a chi ha proposto i referendum l´onere di convincere la metà più uno dei cittadini dell´importanza di un voto su temi che una esigua minoranza (bastano 500.000 cittadini su 50 milioni di elettori) ha voluto proporre all´attenzione di tutti, per cambiare leggi votate dalla maggioranza parlamentare, che è già espressione della maggioranza dei cittadini, scelta con libere elezioni. Per questo i padri costituenti hanno messo un quorum così impegnativo nel caso di questo tipo di referendum...

Marco Zacchera





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11 giugno 2011

Afghanistan, perchè sarebbe un errore ritirarsi ora

 
commenti di Daniele Raineri, Kimberly Kagan, Frederick Kagan, Fausto Biloslavo

Testata: Il Foglio
Data: 09 giugno 2011
Pagina: 8
Autore: Daniele Raineri - Kimberly Kagan - Frederick Kagan - Fausto Biloslavo
Titolo: «Dubbio a Washington. Ce ne andiamo ora che i talebani stanno perdendo? - Non ritiriamoci proprio adesso - I talebani non possono sopportare il gasdotto Tapi»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 09/06/2011, a pag. IV, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " Dubbio a Washington. Ce ne andiamo ora che i talebani stanno perdendo?", l'articolo di Kimberly e Frederick Kagan dal titolo " Non ritiriamoci proprio adesso ", l'articolo di Fausto Biloslavo dal titolo " I talebani non possono sopportare il gasdotto Tapi ".
Ecco i pezzi:

Daniele Raineri : " Dubbio a Washington. Ce ne andiamo ora che i talebani stanno perdendo?"

L’analisi continua sui dati dei combattimenti in Afghanistan indica che qualcosa di strabiliante sta accadendo nella guerra. Dopo due settimane di offensiva di primavera molto intense, a metà maggio gli attacchi dei talebani hanno cominciato a declinare. Tra il 18 e il 22 maggio, in alcune province non è addirittura successo nulla. Eppure questo dovrebbe essere il periodo più violento dell’anno, dovrebbe coincidere con il risveglio della guerriglia dopo i lunghi mesi dell’inattività forzata invernale, quando le strade sono piene di neve e gli spostamenti sono difficili, figurarsi i combattimenti. Nelle province del nord, dove i talebani si sono sforzati durante il 2009 e il 2010 di stabilire una loro presenza fissa, c’è stato un crollo delle attività ostili. Per molti giorni, attorno al 20 maggio, i combattimenti sono calati persino nelle dodici province del sud che formano il cuore della rivoluzione dei pashtun contro Kabul (i pashtun non sono tutti talebani, ma la stragrande maggioranza dei talebani sono pashtun). La quasi tregua afghana sembra coincidere – spiega l’analista John McCreary dell’agenzia KGS, che segue questo tipo di dati per il governo americano – con i rumors sulla morte o la scomparsa del leader carismatico dei talebani, il Mullah Omar. In quei giorni l’intelligence di Kabul ha sostenuto che Omar fosse stato cacciato dal suo rifugio sicuro in Pakistan – gli era fornito dai servizi segreti di Islamabad – a causa del raid americano contro Bin Laden. Una seconda incursione, questa volta per catturare o uccidere il leader talebano, sarebbe stata troppo imbarazzante. L’intelligence afghana sostiene da almeno tre anni di sapere con un buon grado di esattezza dove si trova il proprio nemico numero uno, e che comunque “è sotto la protezione del Pakistan”. Il 23 maggio il portavoce dei talebani ha rassicurato i fedeli che il Mullah Omar è vivo e sta bene, senza però spiegare la misteriosa assenza. Dopo il comunicato, i combattimenti si sono ravvivati per un po’, ma senza l’intensità di prima. Dice McCreary: “I numeri degli scontri dello scorso inverno sono di molto superiori a quelli di questa offensiva di primavera cominciata a maggio”. Si combatte meno adesso rispetto ai mesi freddi. Ed è anche la prima volta che si verifica una pausa da quando i talebani sono tornati in piena attività, nell’estate 2006. Prima di McCreary, anche il veterano corrispondente di guerra del Washington Post, Rajiv Chandrasekaran, inviato in quelle province del sud che hanno generato i talebani e che vedono i capitoli più importanti della lotta, ha scritto la stessa cosa. “Per la prima volta da quando la guerra è cominciata quasi un decennio fa, i talebani stanno iniziando la stagione estiva dei combattimenti con meno controllo e influenza sul territorio nel sud di quanto ne avessero un anno fa”. Chadrasekaran cita esempi incoraggianti, sebbene il numero dei caduti continui a essere alto: “A Sangin, un’area fluviale che era una delle più mortali del paese per le truppe della Coalizione, il viaggio fra due basi durava otto ore per colpa delle mine interrate dai guerriglieri. Ora può essere completato in 18 minuti. A Zhari, un distretto un tempo impenetrabile di Kandahar, la gente del posto ha preso a pietrate i talebani”. Il momento sembra favorevole. Eppure, nel mese di Saratan, che in termini occidentali corrisponde al periodo tra il 22 giugno e il 2 luglio, comincia il passaggio di consegne alle forze di sicurezza afghane in almeno sette aree del paese e a Washington non si parla d’altro che del ritiro, fissato per il 2014, ma che se avvenisse prima – ora che Bin Laden è stato ucciso e le casse dell’America sono in sofferenza per la crisi economica – sarebbe tanto meglio. La pressione politica sta diventando fortissima, e più ci si avvicina alle elezioni e più aumenterà. Non mancano le voci che sostengono il contrario. Un rapporto presentato ieri dal Partito democratico, costato due anni per la preparazione, afferma che l’Afghanistan entrerà in una crisi economica spaventosa quando la Coalizione se ne andrà. L’ambasciatore Ryan Crocker, sobrio risolutore di problemi dai tempi dell’Iraq, spiega, davanti al Senato che ha confermato la sua nomina, che “il lavoro non è finito, non possiamo ancora andarcene perché la minaccia di al Qaida e dei talebani è troppo forte”. Il generale americano che si occupa dell’addestramento degli afghani, William Caldwell, nelle stesse ore ha detto: “Mi serve più tempo, fino al 2017”.

Kimberly Kagan - Frederick Kagan : " Non ritiriamoci proprio adesso "


Kimberly Kagan, Frederick Kagan

Sono passati diciotto mesi da quando il presidente Obama ha annunciato il surge delle truppe in Afghanistan, e luglio 2011 – la data che il presidente americano ha fissato per l’inizio del ritiro – è quasi arrivato. Washington non ha ancora deciso se il ritiro sarà “modesto”, come sta chiedendo il segretario alla Difesa Robert Gates, o più sostanziale come, secondo le indiscrezioni trapelate sui media, preferirebbe la Casa Bianca. Ma quel che sta accadendo in Afghanistan spiega chiaramente che nessuna delle condizioni sul campo giustifica il ritiro di truppe americane o delle forze della coalizione. La battaglia sta per raggiungere l’apice, i progressi rimangono fragili, abbiamo bisogno di tutti i soldati a disposizione – americani, della coalizione e afghani – per mantenere il momentum. Il rischio di un piccolo ritiro (diciamo di 5.000 unità) è con ogni probabilità gestibile. Ma qualsiasi ritiro di questo genere sarebbe determinato da ragioni politiche e non da motivi strategici. I miglioramenti della situazione sul campo sono innegabili. Le forze della coalizione hanno spinto i talebani fuori dai loro santuari nel sud dell’Afghanistan e continuano a tenerli sotto pressione. I talebani hanno lanciato una campagna per riconquistare il territorio perduto, ma al momento non hanno avuto successo. Le loro tattiche rivelano la loro debolezza. Da tempo avevano smesso di lanciare attacchi suicidi contro i civili afghani per paura di alienarsi l’appoggio della popolazione, ma ora hanno ricominciato. Questa nuova serie di attentati sta creando un divario tra il nemico e la popolazione, un fenomeno di cui abbiamo già avuto esperienza in Iraq. Ci sono tutte le ragioni per credere che le forze della coalizione e i loro partner afghani – sempre più efficaci – possono mantenere le conquiste nel sud durante questa stagione di combattimenti (che continuerà fino a novembre). Questa situazione permetterebbe alle forze della coalizione per la prima volta dal 2001 di creare zone di sicurezza significative intorno a tutti i maggiori centri urbani del sud. Unica condizione è avere le risorse e il tempo per farlo. Operazioni più aggressive sono riuscite a mantenere un alto livello di sicurezza a Kabul e da lì si stanno lentamente espandendo. Comunque il nemico continua a mantenere paradisi sicuri nell’Afghanistan dell’est, che devono essere ripuliti prima di passare sotto la responsabilità afghana. Anche il network Haqqani – che opera dall’Afghanistan dell’est ed è legato ad al Qaida e altre organizzazioni terroristiche, come Lashkar e Taiba, con aspirazioni internazionali – deve essere sconfitto. Fino a questo momento non è stato possibile portare avanti operazioni di pulizia nell’est perché il surge può contare su non più di 30.000 soldati. Senza il pacchetto completo richiesto dal generale Stanley McChrystal, i comandanti hanno dovuto prima concentrarsi sull’Afghanistan del sud che nel 2009 rischiava di cadere nelle mani dei talebani. La rimozione prematura delle forze americane negherebbe alla coalizione la possibilità di spostare soldati nell’Afghanistan dell’est. Le forze di sicurezza afghane, per quanto riescano a di Kimberly Kagan e Frederick Kagan mantenere il terreno e a combattere in modo efficiente, non sono ancora in grado di affrontare la minaccia talebana da sole. Soprattutto, la popolazione afghana ha bisogno di acquisire fiducia prima di riuscire davvero a impegnarsi a resistere ai talebani e a sostenere il governo. Ma può fidarsi solamente se vede che la coalizione e le forze afghane respingono l’arrivo del prossimo contrattacco talebano. Una stagione di successo quest’anno permetterebbe operazioni decisive nell’Afghanistan dell’est nel 2012. Le stesse regole dovrebbero essere applicate a quelle operazioni: se la coalizione ripulirà i paradisi talebani dell’est nel 2012, è molto probabile che il nemico contrattacchi nel 2013 e, a quel punto, la coalizione e gli afghani dovranno respingere il contrattacco per dimostrare alla popolazione locale che i fondamentalisti hanno perso e non torneranno più. Le tempistiche delle operazioni sono compatibili con la scadenza del 2014, annunciata l’anno scorso a Lisbona dal presidente Obama e dagli alleati della Nato, per trasferire il controllo della sicurezza agli afghani e ridurre l’apporto degli americani nell’addestramento e nelle operazioni di controterrorismo. Queste tempistiche permetterebbero anche l’inizio del ritiro di forze considerevoli nel 2013, assumendo che il progresso continui nel sud e che si riesca a sconfiggere i contrattacchi nemici nell’est. Le pressioni per il ritiro sono determinate per lo più dalla paura del deficit degli Stati Uniti, dalla frustrazione nei confronti del governo afghano, dalla rabbia nei confronti del Pakistan e l’esuberanza irrazionale causata dall’uccisione di Osama bin Laden. Ma la morte di Bin Laden non è rilevante rispetto alla situazione sul terreno in Afghanistan oggi perché non ha nessun effetto significativo sull’atteggiamento della popolazione rispetto alla possibilità che i fondamentalisti siano battuti o riescano a vincere. Per quanto riguarda gli altri problemi, il ritiro prematuro li aggraverà tutti. Più il governo afghano crederà che l’America non sia seria nella sua volontà di successo, più si comporterà in modo controproducente. E’ molto più probabile che i militari pachistani rafforzino il sostegno ai gruppi in Afghanistan sul loro libro paga se Obama continua a sostenere la sua convinzione decennale secondo cui l’America inevitabilmente finirà per abbandonare la regione. Il fallimento del Pakistan nell’affrontare il problema delle basi terroristiche all’interno del paese andrà di pari passo con la rinascita dei santuari in Afghanistan. Le motivazioni di carattere economico hanno ancora meno senso. Il risparmio marginale del ritiro dall’Afghanistan di 5.000 o 15.000 soldati dodici o diciotto mesi in anticipo è insignificante rispetto al costo del fallimento. Se ci sconfiggiamo da soli in Afghanistan adesso, dovremo scegliere poi se accettare probabili attacchi sul suolo americano o se intervenire militarmente ancora una volta – a un costo molto maggiore di quello che potremmo sperare di ottenere adesso. Se Obama annuncerà il ritiro di tutte le forze del surge dall’Afghanistan nel 2012, la guerra sarà con ogni probabilità persa. Al Qaida, Lashkar e Taiba e altre organizzazioni terroristiche globali ristabiliranno quasi certamente le loro roccaforti in Afghanistan. E’ molto probabile che lo stato afghano collassi e che il paese piombi in una guerra civile. Il risultato di questa politica sarebbe molto peggiore della decisione di Nixon di accettare la sconfitta in Vietnam, perché aumenterebbe contestualmente il rischio di un attacco sul suolo americano. Gli americani possono essere stanchi della guerra, ma la guerra non si è stancata di noi. Migliaia di persone in giro per il mondo si svegliano ogni mattina e pensano a come uccidere cittadini americani e distruggere lo stile di vita americano. Adesso abbiamo il momentum contro questi nemici in Afghanistan. E’ il tempo di insistere con la guerra.

Fausto Biloslavo : "I talebani non possono sopportare il gasdotto Tapi"


Fausto Biloslavo

Ai tempi di Marco Polo lo sviluppo economico correva sulla via della seta: oggi ci sono i gasdotti. Come quello che partirà dal Turkmenistan per raggiungere l’India attraversando Afghanistan e Pakistan, un progetto ideato nel 1995, ma fermo a causa della guerra afghana. Da un anno i soldati italiani conquistano terreno ai talebani attorno a Bala Murghab, in direzione del confine turkmeno. L’obiettivo finale è rendere possibile il progetto che darà lavoro e da mangiare a migliaia di afghani. Il prossimo anno partiranno i lavori del gasdotto lungo 1.680 chilometri – si chiama Tapi, dalle iniziali dei paesi coinvolti (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India). I tubi saranno interrati a fianco della Ring Road, la strada circolare che collega tutto l’Afghanistan, nel tratto da nord di Herat fino a Kandahar, per poi scendere a Quetta, in Pakistan. Per gli afghani il progetto significa: migliaia di posti di lavoro, due miliardi di metri cubi di gas e circa 1,4 miliardi di dollari l’anno di diritti per il passaggio. “Gli obiettivi militari della Nato coincidono con quelli civili dello sviluppo e dell’economia. Per questo considero il progetto un importante elemento di pacificazione”, spiega al Foglio il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto. Saipem, Eni ed Enel sono interessati a mettere in piedi le infrastrutture collegate al gasdotto, che si estenderà soprattutto nell’Afghanistan occidentale, sotto il controllo del contingente italiano. Il 20 maggio i parà della Folgore, con truppe afghane e americane, hanno allargato del 50 per cento la bolla di sicurezza a Bala Murghab in direzione del Turkmenistan. Dal giacimento di Dauletabad saranno pompati 33 miliardi di metri cubi di gas all’anno nelle tubature che arriveranno al confine afghano. Poi proseguiranno sottoterra, per evitare facili sabotaggi, a fianco della Lithium, il nome in codice che la Nato ha dato alla strada che collega il Turkmenistan alla Ring Road, che sarà ben presto asfaltata. Il gasdotto continuerà verso sud lungo l’arteria principale, che nel corso degli anni i soldati italiani hanno liberato dai talebani. Per i talebani il gasdotto sarà un obiettivo prioritario, ma la sicurezza sarà garantita da settemila uomini delle forze di Kabul disposti lungo il tracciato. Il Parlamento afghano ha votato il 30 aprile il via libera al progetto. L’11 dicembre dello scorso anno i rappresentanti dei paesi coinvolti hanno chiuso l’accordo ad Ashgabat. I lavori inizieranno nel 2012 e dovranno concludersi nel 2014. Il progetto era allo studio fin dai tempi dei talebani con il consorzio americano Unocal. Poi naufragò e i soldati americani trovarono i piani del gasdotto sotto il letto del Mullah Omar, quando nel 2001 era appena fuggito da Kandahar. Soltanto nel 2005 la Banca dello sviluppo dell’Asia è tornata a investire nell’impresa, grazie alle pressioni americane. Washington ha così assestato un colpo alla Russia e all’Iran nella sfida per le vie del gas. Il generale David Petraeus, che ora comanda le operazioni in Afghanistan ma è stato nominato capo della Cia, ha capito subito l’impatto socio-economico del progetto e ha fatto pressioni per accelerare i lavori. “Vista l’alta disoccupazione e il basso costo della manodopera più che camion serviranno manovali con pala e piccone, che così sfameranno le loro famiglie”, sottolinea Crosetto. Le aziende italiane parteciperanno all’iniziativa “che servirà da volano per l’intera area, dove prevediamo altri progetti – anticipa il sottosegretario – come il potenziamento dello scalo merci dell’aeroporto di Herat e lo sfruttamento delle risorse naturali nell’Afghanistan occidentale, a cominciare dal litio”. I talebani sanno che lo sviluppo porta lavoro e stabilità e faranno di tutto per fermare questo processo. Entro il 31 luglio i partner di Tapi dovranno firmare l’accordo definitivo sul prezzo del gas, che dal Turkmenistan arriverà fino alla città indiana di Fazilka. Il gasdotto costerà 7,6 miliardi di dollari. Secondo il ministro del Petrolio di Nuova Delhi, S. Jaipal Reddy, questa è la via della seta del XXI secolo”.

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11 giugno 2011

Gaza: Hamas riceve centinaia di missili dalla Libia

 

A Gaza sono arrivati centinaia di missili libici

Centinaia di missili Grad con una gittata di 60-70 chilometri sono stati trafugati nelle ultime settimane dalla Libia alla Striscia di Gaza, dove sono stati subito presi in consegna dal braccio armato di Hamas. Lo riferisce oggi il quotidiano Maariv secondo cui il contrabbando di armi libiche ha assunto dimensioni che ormai destano preoccupazione fra i dirigenti israeliani.

Oltre ai missili Grad (che da Gaza possono colpire la periferia di Tel Aviv) sono stati contrabbandati nella Striscia – secondo il giornale – anche razzi di più breve gittata, nonchè razzi anticarro di fabbricazione russa. Maariv aggiunge che l’Egitto cerca di lottare contro il flusso illegale di armi attraverso il Sinai. Il giornale sostiene che la chiusura temporanea del valico di Rafah fra Egitto e Gaza – la settimana scorsa – è stata decisa dopo l’arresto di un contrabbandiere di armi. Nel frattempo il valico è stato riaperto.

(Fonte: Swisscom, 10 giugno 2011)



Commenta! Scritto da Emanuel Baroz




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11 giugno 2011

Siria, i manifestanti fuggono in Turchia

 
Cronaca di Davide Frattini

Testata: Corriere della Sera
Data: 10 giugno 2011
Pagina: 19
Autore: Davide Frattini
Titolo: «Migliaia di siriani in fuga dai tank del regime»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 10/06/2011, a pag. 19, l'articolo di Davide Frattini dal titolo "Migliaia di siriani in fuga dai tank del regime".


Davide Frattini, Bashar al Assad

I soldati avevano la barba» , dice lo studente ferito alla gamba. «Nell’esercito siriano è proibito. Non parlavano arabo e impugnavano armi diverse. Erano iraniani» . I rifugiati che riescono a passare il confine portano con loro disperazione e informazioni. Jisr al Shughour, la città che hanno lasciato, è ormai deserta. Sarebbero rimasti solo gli uomini tra i venti e i quarant’anni per difendere le case dalle bande dei saccheggiatori. Oltre mille siriani hanno raggiunto la Turchia da mercoledì, più del doppio da aprile. Il governo di Ankara promette di lasciare aperta la frontiera. «Come potremmo non accoglierli?» , dice Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro, che spiega di aver parlato con Bashar Assad, il presidente siriano, tre giorni fa. Chi per adesso non arriva ai centri per gli sfollati, si accampa tra le rocce e le terre coltivate, il confine è lungo ottocento chilometri e poco controllato. L’accesso alle tende è pattugliato dai poliziotti turchi. Non è permesso entrare a cercare amici e parenti. «Sono responsabile della sicurezza di queste persone — commenta un agente al New York Times —. Devo essere certo di non lasciar infiltrare agenti segreti di Damasco che vogliono vendicarsi» . I carriarmati percorrono già le strade di Jisr al Shughour, le case sono assediate e i soldati della Quarta Divisione sarebbero stati spostati dalla capitale verso il nord del Paese. Le truppe d’élite sono controllate da Maher Assad, fratello minore del presidente, quello che sui manifesti di regime appare sempre in uniforme mimetica e con le lenti scure da aviatore, lo stesso modello di occhiali che portava il padre Hafez. La Quarta Divisione è meglio equipaggiata e addestrata delle unità semplici dell’esercito. L’intervento confermerebbe che i soldati locali si sono ribellati agli ordini di sparare sui vicini di casa. L’opposizione parla di una «insurrezione nelle caserme» , la televisione di Stato racconta invece che «bande di terroristi» avrebbero indossato le uniformi e bersagliato i civili «per rovinare la reputazione delle forze armate» . Gli attivisti pro-democrazia presentano ancora un’altra versione: le «bande» sarebbero uomini degli apparati di sicurezza e uccidono i militari che si rifiutano di aprire il fuoco sui manifestanti. I notiziari hanno mostrato ieri i soldati della Quarta Divisione accolti dagli abitanti con fiori e yogurt. «Siete venuti a liberarci da questi criminali» , proclama un intervistato. I vertici dell’esercito sono dominati da ufficiali alauiti, la setta della famiglia Assad che rappresenta il 12 per cento della popolazione. Una rivolta dei soldati sunniti, la maggioranza nel Paese, potrebbe portare a una guerra civile. L’opposizione annuncia per oggi nuove manifestazioni, dopo le preghiere di mezzogiorno in moschea: l’invito alla protesta è stato chiamato «venerdì delle tribù» . La propaganda del governo ha alimentato la paura di uno scontro religioso e ha propagato la teoria del complotto straniero. Il nord è diventato il centro della rivolta. Dal sud, da Deraa, dove sono cominciate le manifestazioni a metà marzo, arrivano altre immagini della repressione nelle scorse settimane. L’emittente araba Al Jazeera ha mostrato il corpo di Thamer al Sahri, un ragazzino di quindici anni arrestato, torturato e restituito cadavere alla famiglia dopo un mese e mezzo. Non ha i denti, ha perso un occhio, la pelle è coperta da bruciature di sigaretta e fori di proiettili. Era amico di Hamza al Khatib, anche lui fatto sparire, ucciso e mutilato dai servizi segreti: Hamza aveva due anni di meno, erano usciti insieme per partecipare a un corteo.

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11 giugno 2011

Non c'è nessuna 'Primavera araba'

 
Analisi di Daniele Raineri, Paola Peduzzi, Daniel Pipes. Cronaca di Alberto Mucci

Testata:Il Foglio - It.danielpipes.org
Autore: Daniele Raineri - Paola Peduzzi - Alberto Mucci - Daniel Pipes
Titolo: «Amina e la notte - Ma non vogliono la vostra libertà all’occidentale, dice Ramadan - Primavera araba: una definizione non appropriata»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 10/06/2011, a pag. I, l'articolo di Daniele Raineri e Paola Peduzzi dal titolo " Amina e la notte ", l'articolo di Alberto Mucci dal titolo " Ma non vogliono la vostra libertà all’occidentale, dice Ramadan ". Da IT.DANIELPIPES.ORG l'analisi di Daniel Pipes dal titolo "Primavera araba: una definizione non appropriata" .
Ecco i pezzi:

Il FOGLIO - Daniele Raineri - Paola Peduzzi : " Amina e la notte "


Daniele Raineri, Paola Peduzzi

Tutti zitti, c’è Anita. Ieri Anita McNaught, giornalista inglese di al Jazeera, era esterrefatta. Mandata al confine tra Siria e Turchia per intervistare i profughi siriani in fuga da Jisr al Shogour – dove, secondo Damasco, “bande di terroristi travestiti da soldati uccidono civili e altri soldati e mutilano i corpi” – ha scoperto che semplicemente era impossibile. L’idea era buona: se Damasco impedisce ai giornalisti stranieri di andare a vedere che cosa succede, aspettiamo che siano i siriani a venire da noi; ma non ha funzionato. Spostati su torpedoni, e poi tutti rinchiusi in un campo sorvegliato da telecamere, i siriani non sono raggiungibili dall’esterno.
A un fotografo turco dell’Associated Press è stata strappata la fotocamera e la memoria digitale è stata sequestrata. Tutti i siriani feriti – ha notato Anita – sono stati rispediti indietro. La giornalista si chiede: “C’è un patto tra il presidente siriano Bashar el Assad e quello turco Recep Tayyip Erdogan?”. Damasco non riesce a bloccare i profughi, ma può ottenere dal vicino che non parlino. Il risultato è che dopo cinque giorni nessuno ancora ha capito che cosa è successo a Jisr al Shogour. L’opposizione parla di centoventi morti e dice che i servizi di sicurezza hanno sparato addosso ai soldati che rifiutavano di aprire il fuoco contro i civili disarmati. L’agenzia ufficiale di stato, la Sana, insiste: “Gruppi di terroristi si sono vestiti con uniformi militari e si sono filmati durante le atrocità per screditare l’esercito” e hanno persino “scavato una finta fossa comune vicino a una centrale delle forze di sicurezza”. Martin Chulov, l’inarrestabile inviato del Guardian che si è formato professionalmente durante la guerra in Iraq, è riuscito a parlare con qualche ferito. Chulov conferma la versione dell’opposizione.
Quella non sono io. Martedì sera, in un talk show in onda su France 24, all news in lingua francese, l’ambasciatrice siriana a Parigi, Lamia Shakkur, ha detto di volersi dimettere a causa di “quel ciclo di violenze” che sta sconvolgendo la Siria: “Riconosco la legittimità delle richieste del popolo per una maggiore democrazia e libertà”, ha spiegato parlando adagio, la voce limpida. Subito la notizia è rimbalzata in tutto il mondo, la Reuters ha chiamato l’ambasciata siriana in Francia per avere conferma, e l’ha ottenuta. Ecco la prova evidente degli scricchiolii del regime, dopo 14 settimane di repressione. Mercoledì mattina Lamia Shakkur ha convocato una conferenza stampa urgentissima nel suo ufficio, ha smentito di essersi dimessa e anzi ha minacciato di querelare France 24.
“Quella donna non sono io”, ha detto l’ambasciatrice, mentre la tv di stato siriano gridava al falso, al complotto, all’immancabile zampino sionista. Ma chi era allora la signora che ha parlato in tv? Renée Kaplan di France 24 ha spiegato che l’emittente ha seguito la via ufficiale di richiesta di un’intervista e l’ha ottenuta sempre in via ufficiale dall’ambasciata. Ma Lamia Shakkur smentisce, e si fa riprendere di fianco a un grande ritratto del rais siriano Assad. Ambasciatrice dal 2008, ha ereditato il posto direttamente da suo padre e ora minaccia di far giustizia di questo “tremendo atto di disinformazione”. Ancora è un mistero chi fosse realmente la signora andata in onda. Quel che è certo è che France 24 è stata molto dura nel raccontare la repressione siriana, e Damasco non deve aver gradito.
Le confessioni comandate. Il regime siriano ricorre agli stessi strumenti di propaganda già usati senza successo da Ben Ali in Tunisia, Mubarak in Egitto e Gheddafi in Libia: il movimento che chiede più diritti sarebbe in realtà guidato da estremisti salafiti, uomini di al Qaida e infiltrati stranieri. Le confessioni di questi salafiti sono trasmesse sulla televisione di stato, ma l’esule Robin Yassin-Kassab dice: “Ne ho vista una, è l’amico di un mio amico. Non è nemmeno religioso, figurarsi se è un terrorista salafita. Il figlioletto di sette anni è stato arrestato con lui e non se ne hanno più notizie: di sicuro ha a che fare qualcosa con la sua ‘confessione’ in televisione”.
E dire che pochi anni fa la finta confessione di un salafita era persino lo sketch di un programma comico trasmesso in Siria: un irredimibile edonista era costretto da una serie di disavventure a mostrarsi in televisione travestito da durissimo salafita, lui, rammollito da lussi e dissolutezze, in kefiah e lunga barba posticcia, e a confessare la sua ferocia ideologica. Oggi il format che sollazzava i siriani è di nuovo in onda, questa volta sul serio. Il vero volto di Amina.
Forse Amina non esiste neppure, di certo non ha il volto che finora ci ha mostrato, quegli occhi dolci e grandi sono di un’altra ragazza, che Amina non l’ha mai neanche conosciuta: si chiama Jelena Lecic, vive a Londra ed è andata alla Bbc mercoledì sera a spiegare che le foto che sono uscite sui giornali sono sue, erano sul suo profilo di Facebook, ma lei non è Amina. Amina è l’autrice di un blog che si chiama “A gay girl in Damascus” ed è scomparsa, o almeno così ha scritto lunedì quella che si spaccia per sua cugina – ogni tentativo di contattarla si è rivelato inutile. Il blog è bello e coraggioso, racconta di un padre formidabile che difende la figlia dalle maldicenze e dalle botte, racconta di una vita difficile ma piena di speranze.
Ma forse è tutto un falso. The Lede, il meraviglioso blog di attualità del New York Times, ha ricostruito nel dettaglio tutta la vicenda: nessuno ha mai incontrato Amina. Nessuno. Il Guardian l’ha intervistata un mese fa, ma l’ha fatto via email, perché per due volte è stato fissato un appuntamento e per due volte Amina non si è presentata. Però, confermano dal Guardian, le foto da loro pubblicate, che ora si è scoperto essere di un’altra, sono state inviate da Amina. Con il suo stesso nome, Amina Arraf, nel 2007, era stato aperto un altro blog (http://aminaarraf.blogspot.com/) in cui si diceva che quello era materiale autobiografico che sarebbe servito per un romanzo, un misto tra fiction e realtà. In “A gay girl in Damascus” la presentazione è molto più sfumata, l’elemento di fiction non c’è più. Amina dice di avere anche la cittadinanza americana, ma al momento l’ambasciata statunitense a Damasco non è riuscita a incrociare alcun dato con quelli forniti dai siriani.
E nella comunità gay di Damasco – che non è grandissima – nessuno su 40 contattati da The Lede ha mai visto Amina, né parlato con lei. C’è chi ha trovato su Netlog una pagina registrata a suo nome, in cui dice che la sua lingua è l’ebraico. Anche in un post sul blog, Amina aveva detto di aver studiato l’ebraico e di sognare di vivere a Tel Aviv. Il dettaglio naturalmente ha fatto scattare le teorie del complotto e molti hanno pensato che il blog servisse all’intelligence siriana per individuare dissidenti.
Chi c’è allora dietro al blog, bello e realistico, che ha conquistato l’attenzione di tutto il mondo alimentando il movimento “Free Amina” non appena si è saputo che era scomparsa? Nessuno lo sa, ma chi di apprensione vive davvero ricorda all’opinione pubblica mondiale che è normale che una ragazza lesbica a Damasco voglia camuffare la sua identità: Amina forse non esiste, ma di Amine ce ne sono tante. Il prezzo della comparsa. La più grande operazione di disinformatia durante la primavera araba per ora è stata tentata dal governo siriano.
Centinaia di palestinesi sono stati pagati da Damasco per andare al confine con Israele, sulle alture del Golan, a inscenare manifestazioni contro il governo di Gerusalemme, prima in occasione dell’anniversario della Nabka, in arabo “la catastrofe” della nascita dello stato ebraico, e poi per l’anniversario della Naksa, “la sconfitta” nella Guerra dei sei giorni. Voleva essere un tentativo di deviare lo slancio della primavera araba – che a dispetto dei suoi esiti incerti ancora riscuote simpatie in occidente – contro il nemico di sempre. Il calcolo cinico del regime è stato questo: pazienza, anzi meglio, se qualcuno dei manifestanti finisce per essere ammazzato negli scontri con le guardie di frontiera, determinate a non lasciare passare nessuno; ogni morto sarà un atto d’accusa contro Israele e alleggerirà la pressione internazionale sui morti che stiamo facendo noi.
La messinscena non ha retto: le alture brulle e deserte del Golan non sono un posto dove può nascere sul serio una manifestazione senza la partecipazione attiva del governo, che infatti ha provveduto agli autobus per il trasporto, li ha fatti passare attraverso i checkpoint militari e ha pagato i manifestanti mille dollari ciascuno, diecimila dollari alla famiglia in caso di morte. I morti in effetti ci sono stati – almeno otto palestinesi sono stati uccisi dallo scoppio di una mina siriana, innescata inavvertitamente dalle loro bottiglie molotov.
Ocampo e la traccia di Viagra. Luis Moreno Ocampo, procuratore della Corte internazionale dell’Aja, sta raccogliendo le prove contro il colonnello Gheddafi. Testimonianze, resoconti, numeri. L’impresa non è semplice, verificare le fonti è quasi impossibile, i capi di imputazione sono molto vaghi, e già leggendari. Come la storia del Viagra.
Ocampo ha spiccato il 16 maggio scorso mandati di cattura al colonnello, a suo figlio Seif al Islam (quello con gli occhialetti da intellettuale che piaceva molto in occidente) e al capo dei servizi segreti per crimini contro l’umanità durante la repressione dei ribelli in rivolta. Due giorni fa Ocampo ha detto che esistono le prove che Gheddafi abbia ordinato alle sue truppe di violentare centinaia di donne come arma contro i ribelli dell’est del paese. E per fare il lavoro per bene, il colonnello – secondo alcune testimonianze – ha ordinato Viagra in grande quantità e l’ha poi somministrato (in modo coatto) ai soldati in modo da aumentare le possibilità di stupro. Ocampo ha detto che la storia – che già era stata sollevata dall’ambasciatrice americana all’Onu, Susan Rice, quando si stava decidendo la risoluzione dell’Onu che ha autorizzato le operazioni militari in Libia – “sta avendo conferme nei dettagli dalla polizia, ora bisogna capire chi è coinvolto”.
L’azienda che produce il Viagra ha condannato ogni “uso non conforme” del medicinale, ma intanto ha anche sottolineato che da febbraio non è stato più venduto alcunché a Tripoli, in quanto erano in vigore le sanzioni.
I teatrini del regime libico sotto le bombe. I giornalisti a Tripoli sono portati ogni giorno da una parte all’altra della città per vedere lo scempio combinato dai bombardamenti delle forze dell’Alleanza atlantica – da soli non possono girare. Come racconta Toni Capuozzo su questo giornale quotidianamente, ci sono molte incongruenze, parecchie comparse, molte domande senza risposte. Di certo ci sono le esplosioni, sempre più intense, tutte le notti. Il resto è una messinscena a uso e consumo dei media occidentali. L’inviato del Guardian ha raccontato di essere andato in un ospedale a vedere una bimba che giaceva in un letto, vittima di un bombardamento notturno. Mentre i giornalisti erano lì al capezzale, un medico ha passato un biglietto con scritto: “Ha avuto un incidente stradale”. Capuozzo è stato a vedere il cilindro ammaccato, prova evidente di un “missile della Nato”, che però aveva scritte in cirillico. Il regime non ha saputo dare spiegazioni, o meglio, ne ha date tante – “un cartone animato”, ha scritto Capuozzo –, e alla fine i giornalisti sono rimasti a vegliare su quello che, senza ombra di dubbio, era uno Scud.
Intanto lì intorno si aggirava lo stesso uomo che poche ore prima, in ospedale, si era presentato come lo zio di una bambina ferita in un bombardamento. Se la Nato bombarda i ribelli. Come è noto, la comunità internazionale ha deciso di intervenire in Libia per difendere i ribelli dalle minacce cruente di Gheddafi: “Ratti, vi verremo a prendere zenga zenga”, vicolo per vicolo, disse il colonnello alla viglia dell’attacco a Bengasi, scongiurato con l’arrivo delle forze alleate. Ora, mentre dall’occidente austero ma generosissimo arrivano finanziamenti ai ribelli, come ha annunciato orgoglioso il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, la Nato – secondo fonti britanniche – dice di essere pronta a bombardare i ribelli (sì, i ribelli) se non finiscono i continui resoconti degli attacchi ai civili da parte delle forze dei ribelli dell’est. A testimoniare il lato nero degli intellettualissimi rivoltosi di Bengasi è stato, lunedì, Human Rights Watch, che in un report ha spiegato che i ribelli detengono molti civili sospettati di infedeltà (e di lealtà al regime libico, naturalmente) e che uno di questi sarebbe morto a causa delle torture subite.
La settimana precedente, un panel delle Nazioni Unite che sta investigando sulla guerra aveva stabilito che entrambe le parti, ribelli e regime, avevano commesso crimini di guerra durante il conflitto. I ribelli non l’hanno presa bene: “Non accettiamo minacce dalla Nato – hanno detto – L’Alleanza partecipa alle azioni militari soltanto perché è stata invitata da noi”. Sono i ribelli che individuano gli obiettivi, sono i ribelli che stanno facendo radere al suolo Tripoli in questa tremendissima caccia all’uomo, sono sempre i ribelli che – come ha raccontato il New York Times – hanno squadroni della morte che vanno a Bengasi e dintorni a prendere tutti quelli che non manifestano eterna fedeltà. Vicolo per vicolo. Le sorti dell’erede di Bin Laden. Un altro pezzo di disinformazione arriva dal Pakistan. Venerdì scorso è stato ucciso in un attacco di droni americani sulle aree tribali il capo militare di al Qaida, forse il successore stesso di Osama bin Laden, il pachistano Ilyas Kashmiri. Ex membro delle forze speciali di Islamabad circondato da un alone di leggenda – si dice abbia decapitato un soldato indiano e abbia portato la testa al suo comandante, il futuro presidente Pervez Musharraf –, Kashmiri era il peggior nemico immaginabile, puro veleno in circolo nel complicato sistema Afghanistan-Pakistan- Kashmir-India.
E’ stato lui a organizzare la strage di Mumbai del 2009. Il giorno dopo l’attacco di venerdì scorso, il commissario politico per il Waziristan del sud a nome del governo ne ha annunciato la morte, anche se le agenzie riferivano di corpi così mal conciati dalle fiamme da essere irriconoscibili (e subito seppelliti). La morte è stata confermata da un portavoce del suo gruppo terroristico, lo Harkat ul Jihad al Islami (Huji), con un breve messaggio scritto a mano, postato su Internet e faxato alle agenzie. Il portavoce è però sconosciuto. E nel messaggio il nome del gruppo è scritto in modo sbagliato. E la foto che mostrerebbe il corpo di Kashmiri è in realtà quella di un terrorista ucciso a Mumbai – un po’ come accadde dopo il raid di Abbottabad, quando subito circolarono finte foto del cadavere di Bin Laden. Gli abitanti di Ghwa Khwa fanno sapere – attraverso un intermediario, le aree tribali sono chiuse ai giornalisti – di avere saputo del bombardamento ma di non avere sentito nulla sulla morte di Kashmiri. Eppure il ministro dell’Interno Rehman Malik quattro giorni fa ha detto a Reuters di essere “sicuro al 98 per cento”.
Il giorno dopo ha detto di esserlo “al cento per cento”. Gli americani non si pronunciano, non sono in grado di confermare. Il super terrorista era già stato dichiarato morto dopo un attacco aereo nel settembre 2009, ma il giornalista pachistano Syed Saleem Shahzad era riuscito ad avere un’intervista con lui – redivivo. Quattro giorni prima della seconda morte di Kashmiri, Syed è stato rapito e ucciso. Essere creduto morto sarebbe indubbiamente di grande aiuto per il successore di Bin Laden, se avesse deciso di allontanare i suoi inseguitori. Sangue, bugie e videotape. Video che contraddicono video che smentiscono altri video ancora. La rivoluzione siriana sta diventando una lotta tra fonti. Come segnala il New York Times, l’opposizione è riuscita a entrare in possesso di alcuni brevi filmati girati da agenti delle forze di sicurezza durante la repressione. Si vedono gli uomini del regime passeggiare sui corpi di civili uccisi sul tetto di una moschea di Daraa, seminando armi e munizioni, per dare credibilità alla versione della tv di stato: non ci sono manifestanti pacifici, ma soltanto gang indefinite di pericolosi “uomini armati”. In realtà, come si capisce dai sacchetti della spesa accanto, si trattava semplicemente di corrieri che portavano acqua e viveri ai quartieri assediati dall’esercito. Un altro di questi video-trofeo mostra gli agenti camminare sui corpi degli arrestati, costretti a cantare canti pro regime. Damasco ha tentato di sostenere che si trattasse di un vecchio video girato anni fa in Iraq, ma è stata smentita dalle testimonianze degli abitanti del posto.

Il FOGLIO - Alberto Mucci : " Ma non vogliono la vostra libertà all’occidentale, dice Ramadan "


Tariq Ramadan

Roma. Le donne hanno avuto un ruolo da protagoniste nella primavera araba ma non è la prima volta, segnalano una dopo l’altra le oratrici invitate dal manifesto per il convegno “La speranza scende in piazza”. Cherifa Bouatta, docente dell’Università Alger II, apre l’incontro sottolineando che “le donne sono state protagoniste della rivoluzione d’indipendenza algerina. C’è tuttavia una differenza fondamentale: durante i movimenti di liberazione lottavano per la liberazione del paese senza pensare alla propria”. Nel film “La battaglia di Algeri” Gillo Pontecorvo raffigura perfettamente la donna algerina, vestita da Costa azzurra degli anni 50, come l’unica in grado di portare fuori dalla Casbah (dove gli uomini del Fronte di liberazione nazionale erano nascosti) armi e messaggi. “Anche in Egitto l’attivismo femminile non è una novità”, spiega Lilia Zaouali scrittrice e attivista tunisina, “la figura di Nabawiyya Musa è indicativa: negli anni Venti creò la prima associazione femminile e fu anche a Roma per una manifestazione femminista. Al suo ritorno una folla di donne velate la accolse, Nabawiyya fece scivolare il velo e scoppiò un applauso generale”. Ma, nonostante gli episodi del passato su cui gli interventi insistono, la massiccia partecipazione delle donne ha colto la maggioranza di sorpresa. La donna non ha avuto un ruolo soltanto in Egitto e Tunisia. Indicativo è un episodio in Yemen, il più povero tra i paesi arabi e dove le donne istruite sono meno di un terzo di quelle del Cairo o di Tunisi. Saleh aveva chiamato le donne che manifestavano “non islamiche” a causa della promiscuità della piazza ma, dopo violente proteste, è stato costretto a smentirsi precipitosamente. Adesso, racconta Manan Hassin, una coordinatrice di piazza Tahrir, “le donne non sono solo presenti, hanno un ruolo da protagoniste: siamo state noi a riempire piazza Tahrir, ad allestire l’ospedale provvisorio, a rimanere fino all’ultimo giorno e ad accamparci per settimane”. Le donne presenti in piazza, è innegabile, erano numerose: in Bahrein Ayat al Gormezi, una studentessa di venti anni incarcerata da più di due mesi senza motivo, è diventata il simbolo della rivolta nel paese del Golfo. A smorzare l’entusiasmo della sala è stato l’intervento di Tareq Ramadan (forse perché l’unico uomo invitato), notissimo docente di Oxford, che, come dice Marco d’Eramo, storica firma del manifesto, al Foglio “abbiamo invitato proprio per questo”. Ramadan sposta subito il centro del dibattito: “Non vedo un futuro per la rivoluzione, la chiamerei invece una rivoluzione incompiuta”. Il cinismo di Ramadan però non è legato alla presenza di islamisti o dei Fratelli musulmani (Ramadan è il nipote di uno dei fondatori del movimento), ma dagli interessi geopolitici. “L’occidente non ha problemi a sostenere gli islamisti, basta guardare all’Arabia Saudita”. Il tono di Ramadan si fa più concitato e denuncia la contrapposizione fittizia che l’occidente ha creato: o un governo islamista o la dittatura: “L’islam non è monolitico, ci sono tante forme di islamismo quanti sono i musulmani. Sì, le piazze hanno chiesto giustizia e libertà ma queste non possono essere intese nel senso europeo, bisogna inserirle nel contesto culturale mediorientale che è appunto islamico. Lo stesso si può dire per il secolarismo: con cosa è associato il concetto in medio oriente? Prima con il colonialismo e poi con le dittature imposte dall’occidente”. Per non inimicarsi maggiormente il pubblico Ramadan ammette, “sì ci sono cambiamenti per le donne ma, anche se è presto per trarre conclusioni, la vera rivoluzione arriverà con la volontà dei nuovi governi di avere relazioni con il terzo mondo. Questo causerà uno spostamento dell’ideologia dominante”.

IT.DANIELPIPES.ORG - Daniel Pipes : " Primavera araba: una definizione non appropriata "


Daniel Pipes

Per il pezzo in lingua originale inglese, cliccare qui

Negli ultimi cinque mesi e mezzo si è parlato di "primavera araba" per descrivere impropriamente le turbolenze in Medio Oriente; Google menziona l'espressione 6,2 milioni di volte, contro 660.000 per "rivolta araba" e solo 57.000 per "sconvolgimenti arabi". Ma io non uso mai questa espressione e non lo faccio per tre motivi:

1. È inesatta sul piano della stagione. I disordini sono cominciati in Tunisia il 17 dicembre 2010 sul finire dell'autunno e i principali avvenimenti sono accaduti durante l'inverno – le dimissioni di Ben Ali del 14 gennaio, quelle di Mubarak rassegnate l'11 febbraio, i disordini in Yemen scoppiati il 15 gennaio e in Siria il 26 gennaio e poi le sommosse in Bahrein e in Iran del 14 febbraio e per finire la rivolta libica del 15 febbraio. La primavera è quasi terminata e poco o nulla è accaduto negli ultimi mesi. Quindi, a voler essere precisi, si dovrebbe parlare di "inverno arabo" (espressione che è menzionata 88.000 volte su Google).

2. Questa espressione implica un ottimismo ingiustificato riguardo all'esito. Benché io rilevi l'emergere di un nuovo spirito costruttivo sia in Piazza Tahrir sia altrove, e nonostante apprezzi le sue opportunità a lungo termine, le conseguenze a breve termine sono state un depauperamento e migliaia di vittime, senza poter scartare l'eventualità di una svolta islamista.

3. Le manifestazioni di protesta svoltesi in Iran nel 2011 non riescono per nulla a raggiungere le proporzioni di quelle del 2009, ma esse hanno avuto luogo nel febbraio scorso e rischiano di infiammarsi – in tal caso, la loro importanza sovrasterebbe ogni altra cosa che accade nella regione. Pertanto, è un errore trascurare l'Iran.

Così, a mio avviso, non c'è nessuna "primavera araba". (E non sto qui a dire che questo termine mi evoca l'immagine di un'oasi nel deserto.) Preferisco delle espressioni neutre e appropriate come "sconvolgimenti mediorientali" (87.000 menzioni su Google).

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lettere@ilfoglio.it
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11 giugno 2011

Qualunque popolo ha diritto al proprio Stato. Tranne quello ebraico

 
Il quotidiano comunista non si smentisce mai

Testata: Il Manifesto
Data: 10 giugno 2011
Pagina: 8
Autore: Redazione del Manifesto
Titolo: «Ricorso all'Onu giusto, Obama sbaglia»

Riportiamo dal MANIFESTO di oggi, 10/06/2011, a pag. 8, la breve dal titolo " Ricorso all'Onu giusto, Obama sbaglia ".


Hanan Ashrawi

La redazione del Manifesto fa proprie le dichiarazioni di Hanan Ashrawi, dirigente dell'Olp, il quale sostiene che la richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese che gli arabi intendono fare all'Onu a settembre non è un atto unilaterale. Negare l'evidenza, è questa la nuova strategia degli odiatori?
Ashrawi dichiara : "
l'aspirazione d'un popolo a uno Stato non è in sé materia di negoziato, ma piuttosto un diritto intrinseco ". La stessa regola non vale per Israele, come mai? Hamas non riconosce a Israele il diritto di esistere, nè tanto meno quello a difendersi. Ma Ashrawi queso non lo dice, chissà come mai. Anche il quotidiano di Rocca Cannuccia glissa su questo 'dettaglio'. E' giusto cercare di cancellare Israele e il suo popolo non ha diritto a uno Stato. Per i palestinesi, invece, questo diritto deve essere garantito. Sul fatto che Israele nel '48 e in seguito non si sia opposto alla nascita di uno Stato palestinese, nemmeno una sillaba.

Ecco la breve:

Il ricorso all'Onu a settembre per il riconoscimento formale d'uno Stato palestinese, in assenza delle condizioni minime di un negoziato con Israele, è una iniziativa legittima che il presidente degli Usa, Barack Obama, sbaglia a criticare. Lo ha affermato ieri senza mezzi termini Hanan Ashrawi, dirigente di spicco dell'Olp (istanza suprema palestinese) e figura storica del processo di pace. Secondo Ashrawi, rivolgersi all'Onu, «il più eminente consesso internazionale,è tutt'altro che un atto unilaterale». Per questo la dichiarazione congiunta di mercoledì di Obama e di Angela Merkel, in cui si è tornato a chiedere ai palestinesi di rinunciare all'iniziativa di settembre, è irricevibile e «controproducente». Tanto più - avverte l'esponente dell'Olp - che «l'aspirazione d'un popolo a uno Stato non è in sé materia di negoziato, ma piuttosto un diritto intrinseco».

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11 giugno 2011

Gli odiatori alzano la voce e continuano ad attaccare Unexpected Israel, ma senza successo

 

Unexpected Israel si terrà a Milano, in piazza Duomo, come stabilito fin dall'inizio e nonostante le proteste degli odiatori.
Seguono tre lanci Ansa e Adnkronos con le dichiarazioni degli odiatori, scocciati perchè le loro minacce non sono andate a buon fine.

Gianni Vattimo piagnucola perchè nessun quotidiano pubblica le sue opinioni, incolpa della cosa una presunta lobby ebraica e accusa Pisapia di aver gestito male l'intera faccenda. Secondo Vattimo, infatti, Unexpected Israel non doveva tenersi a Milano, ma fuori dalla città (perchè in città no, ma fuori sì?).
I due lanci Adnkronos riportano le dichiarazioni del comitato contro Unexpected Israel. Secondo gli odiatori la manifestazione non dovrebbe avere luogo, negano di aver fatto minacce (chissà perchè, allora, si è posto da subito il problema sicurezza) e sostengono il loro diritto legittimo a criticare uno Stato. La libertà d'espressione, ovviamente, va a senso unico. Loro hanno diritto a censurare una manifestazione culturale, ma Israele non ha diritto di parola. Non ci deve essere spazio, nelle piazze italiane, per Israele e le sue conquiste scientifiche, economiche e la sua cultura.
Ecco i lanci:

ISRAELE: VATTIMO, ERRORE PISAPIA, DOVEVA SPOSTARE KERMESSE
È PROPAGANDA A PAESE ILLEGALE, SONO BOICOTTATO DAI MEDIA

(ANSA) - ROMA, 8 GIU - «Pisapia ha sbagliato con la kermesse
per Israele a non spostarla: è una propaganda a un paese
illegale, io avrei fatto diversamente. Quella kermesse andava
fatta fuori dalla città, fuori da Milano». Lo ha detto
l'eurodeputato dell'Idv, Gianni Vattimo, alla Zanzara su Radio
24.
Vattimo ha quindi sostenuto di essere «boicottato dai
media» perché parla «contro Israele». «Da quando parlo
contro Israele vengo boicottato: non ho più spazio sui media,
soprattutto sui grandi giornali che fanno opinione. C'è
un'osservanza generale a una lobby che controlla i giornali. I
direttori sono come Giovanardi. Ricevo minacce, dietro c'è per
forza qualcosa. Perché, ad esempio - si domanda Vattimo - non
scrivo sul Fatto? Furio Colombo era un mio amico, ma ora non ci
parliamo più perché lui è troppo filo israeliano. È così
anche con tutti gli altri giornali: per me - ha concluso - è
una perdita anche economica». (ANSA).

ISRAELE: COMITATO DIMOSTRANTI, CONTESTEREMO PACIFICAMENTE
ISRAELE: COMITATO DIMOSTRANTI, CONTESTEREMO PACIFICAMENTE =
NON MINACCIAMO NESSUNO, TANTOMENTO LA COMUNITÀ EBRAICA

Milano, 8 giu. (Adnkronos) - «Ribadiamo che non minacciamo
nessuno. Oltretutto di minacce si parla tanto ma non c'è un
giornalista che fornisca un solo elemento oggettivo e le stesse
sembrano piuttosto vaghe viste che in sole 24 ore le preoccupazioni di
Questura e Prefetto sono rientrate: saremo però ovunque possibile a
contestare pacificamente questa kermesse di propaganda, a cui
parteciperanno diversi ministri di un governo responsabile di crimini
contro l'umanità, a cui sarebbe dignitoso nemmeno stringere la mano».
Lo afferma, in una nota, il comitato «No all'occupazione israeliana
di Milano», a proposito della programmata manifestazione Unexpected
Israel.
«Leggiamo sulla stampa di oggi - continua il Comitato - le
dichiarazioni di Filippo Penati in merito alla kermesse israeliana di
piazza Duomo che esprime 'solidarieta' a Israele e alla comunità
ebraica... di fronte ad un attacco ad un Paese e alla sua comunità
nazionale.... per una manifestazione pacifica che ha il solo obiettivo
di far conoscere la cultura di una nazione e del suo popolò,
concludendo che la conoscenza è infatti la strada maestra per il
superamento di ogni conflittò».
«Ci permettiamo di segnalare all'ex-presidente della Provincia -
continua il Comitato - da sempre amico di Israele con il quale ha
anche firmato ambigui accordi in materia tecnologica e biotecnologia
(da sempre uno dei campi di interesse di Penati e del suo entourage):
nessuno ha minacciato la comunità ebraica di Milano (come lui
sostiene)». (segue)
ISRAELE: COMITATO DIMOSTRANTI, CONTESTEREMO PACIFICAMENTE (2) =
RIVENDICHIAMO DIRITTO DI OPPORCI A STATO FONDATO SU APARTHEID
Adnkronos) - Per il Comitato «nessuno ha attaccato,
politicamente, la comunità nazionale di Israele, ma lo Stato
costruito sull'occupazione, l'espulsione dei palestinesi, la
colonizzazione. Penati potrà non essere d'accordo, ma criticare uno
stato fondato sull'Apartheid è un diritto che rivendichiamo».
Secondo il Comitato «la kermesse è l'esatto contrario di una
fonte di 'conoscenza', ma un'operazione politica e di marketing
diretta a mascherare le politiche di oppressione e colonizzazione che
ancora continuano (e che hanno i loro risvolti scientifici, culturali,
economici) e ripulire così l'immagine di Israele».
«Questo - conclude il Comitato - è chiaramente dimostrato dal
fatto che nessun palestinese, di nessun ramo della cultura umana, è
stato invitato, né alcun israeliano ebreo oppositore del governo
israeliano (altro che le ciance di Fiano sulla Tel Aviv che ha
manifestato contro l'occupazione, che nella kermesse proprio non
esiste)».
Per inviare la propria opinione a Ansa e Adnkronos, cliccare sulle e-mail sottostanti

redazione.internet@ansa.it
segreteria.redazione@adnkronos.com




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10 giugno 2011

Turchia laica, un debole ricordo, 'grazie' all'islamismo di Recep Erdogan

 Mi suicido piuttosto che farmi processare”, aveva detto un anno fa Kenan Evren, il generale del “colpo di stato democratico” del 1980 in Turchia. Lunedì un magistrato si è recato a casa del militare, un tempo icona intoccabile, per la prima udienza che vede Evren sospettato per il golpe assieme ad altri generali. Il caso Evren è emblematico dello scontro fra il primo ministro, Recep Tayyip Erdogan, e l’esercito autore di tre colpi di stato e custode della Repubblica laica di Kemal Atatürk. Evren, novantacinquenne, è semplicemente “il Generale”, figlio di imam che ha dichiarato guerra al fondamentalismo islamico, il golpista che impedì la guerra civile e riconsegnò il paese al suo solitario modello istituzionale demo-liberale nel mondo islamico e che anche il filosofo Lucio Colletti, negli anni della “rivoluzione in occidente”, invocò in Italia al fine di una funzione stabilizzatrice.

Il 12 settembre 1980 Evren assunse il potere, sciolse il Parlamento, sospese le attività politiche e mise al vertice dello stato un Consiglio di sicurezza nazionale. I militari dissero che il regime democratico era arrivato al capolinea, sotto il duplice peso del fondamentalismo islamico e del terrorismo rosso-nero. Il 7 novembre 1982 venne approvata per referendum una Costituzione che dichiarava la Turchia uno stato “democratico, laico e sociale”. Negli anni successivi vennero tolte le residue restrizioni. Il golpe però ebbe conseguenze dure sulla società turca: 650 mila persone arrestate, 230 mila a processo, 517 messe a morte. Fu Evren nel 1987 a bandire il velo islamico dalle università turche, un gesto che Erdogan ha promesso di ribaltare. Con la sua retorica da discepolo di Atatürk, Evren disse: “C’erano una dozzina di veli nel 1980, oggi ce ne sono migliaia, domani decine di migliaia. Devi spezzare il serpente mentre dorme, prima che ti addenti”.

Oggi la Turchia è alleata dell’Iran, con il quale ha trattati economici e politici, mentre negli anni del generale al potere a Teheran si gridava spesso per strada “morte a Evren”. Teorico della “nazione virile” fatta di repubblicanesimo e nazionalismo laico, alfiere dell’alleanza con Stati Uniti e Israele, Evren è stato l’artefice del “sublime isolamento” turco. Diceva ai suoi ufficiali: “Ricordate sempre, siete al di sopra di tutti e tutto, superiori in conoscenza e carattere”. I militari, per Evren, erano “i salvatori supremi”, “i guardiani della democrazia”, in turco “derin devlet”, lo stato forte, sacro e laico che deve difendere il paese da islamici, greci, armeni, iraniani, arabi e curdi. Un esercito che, nella versione ideologica di Evren, crede di non aver ancora portato a termine (dopo novant’anni) la propria missione di modernizzazione kemalista del paese.

A pochi giorni dalle elezioni parlamentari del 12 giugno, intanto, resta serrata la caccia della magistratura turca agli alti ufficiali sospettati di golpe contro il premier Erdogan assieme a industriali, giornalisti e accademici. E’ stato appena arrestato Bilgin Balanli, generale a quattro stelle capo delle Accademie militari e indicato come prossimo comandante dell’Aviazione. E’ l’ufficiale più alto in grado ancora in servizio a essere stato incriminato nell’ambito delle diverse inchieste su complotti antigovernativi. Dei circa 300 generali turchi in servizio, ben 30 sono in carcere, un decimo del totale. Uno dei più celebri scrittori, Bedri Baykam, ha detto che “la democrazia morirà in Turchia se non è intubata con l’ossigeno che le proviene dalla laicità”. Ecco, per metà del paese, il generale golpista, algido e tetragono, è stato quel tubo.

Giulio Meotti Il Foglio




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10 giugno 2011

La guerra dello Yom Kippur e la crisi petrolifera

lo scontro arabo-israeliano degli anni Settanta costituì l’occasione di una prova di forza con il mondo occidentale ritenuto contrario alle aspirazioni del mondo arabo

 

La guerra dello Yom Kippur iniziò il 6 ottobre 1973 con l’attacco di Egitto e Siria contro Israele.

Lo Yom Kippur è il giorno più sacro nel calendario ebraico, un giorno di “espiazione”, durante il quale gli ebrei adulti sono tenuti a digiunare, con lo scopo di meditare e di avvicinarsi a Dio; analogamente, anche per i musulmani, quel giorno rientrava nel mese del Ramadan, durante il quale ricorre il digiuno di Sawm.

In quel momento religioso e meditativo, dal quale derivava un generale lassismo, il governo israeliano, con il Primo Ministro Golda Meir, considerava quasi improbabile un attacco diretto contro il proprio territorio, poiché le rispettive festività proibivano la guerra.

Diversamente, il presidente egiziano Anwar Sadat, forte dell’appoggio del mondo arabo ed in collaborazione con Abu Sulayman Hafez al-Assad, presidente della Siria, decise di avvantaggiarsi, sfruttando quel prezioso momento per attaccare e riconquistare i territori persi durante le precedenti guerre arabo - israeliane. L’Egitto attaccò il territorio del Sinai, colpendo il confine occidentale d’Israele e al contempo la Siria attaccò i territori delle alture del Golan, invadendo il confine nord - orientale. Gli aiuti di carattere militare ed economico per quest’attacco congiunto provenivano dalla Libia, dall’Iraq, dal Kuwait, dal Libano, dall’Algeria, dal Marocco, dalla Palestina, dalla Giordania e dall’Arabia Saudita. Nei primi giorni, l’Egitto e la Siria riuscirono ad ottenere buoni risultati. Inizialmente, l’Unione Sovietica tentò di convincere il presidente egiziano Sadat di sospendere le operazioni militari e di addivenire ad un “cessate-il-fuoco”. Tuttavia, su richiesta dello stesso Sadat e sulla scia degli iniziali successi militari, Mosca iniziò un’attività di supporto diplomatico – militare a favore degli arabi. Allorché gli Stati Uniti cercarono la collaborazione di Mosca nel tentativo di imporre il “cessate al fuoco”, l’Unione Sovietica rifiutò proprio nel momento in cui le forze arabe stavano ottenendo considerevoli risultati.

Tuttavia, il successo delle forze arabe non continuò oltre l’11 ottobre, quando le truppe israeliane riuscirono a riprendere il controllo della situazione, dapprima respingendo le truppe della Siria dalle zone che avevano conquistato e poi lanciando a loro volta un contrattacco all’interno dello stesso territorio siriano. Dal 16 ottobre, anche le forze egiziane iniziarono a subire dei rovesci militari e, anche in questo settore, le truppe israeliane, dopo aver respinto l’attacco iniziale, contrattaccarono con successo e oltrepassarono il Canale di Suez, mettendo in serio pericolo la capitale, Il Cairo. In tal modo, appena trascorsa una settimana dall’inizio del conflitto, l’esito della guerra volgeva ormai a favore degli israeliani.

Durante le ultime fasi del conflitto, le forze israeliane beneficiarono degli aiuti statunitensi sotto la forma di un ponte aereo.

Soltanto con la tardiva risoluzione dell’ONU, propugnata dal segretario generale Kurt Waldheim, la guerra ebbe una “fine” ufficiale, il giorno 22 ottobre. La risoluzione era la numero 338 e la sua prima dichiarazione imponeva il cessate al fuoco a tutte le parti coinvolte nel conflitto; tuttavia, gli scontri tra egiziani ed israeliani proseguirono anche dopo il 22 ottobre e costrinsero il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad emanare altre due risoluzioni (339 e 340) analoghe alla 338.

Nel frattempo, il Segretario di Stato statunitense Kissinger, si era recato in visita a Mosca. In quella occasione, i sovietici sollevarono la questione che la mancata osservazione da parte degli israeliani della risoluzione 338 avrebbe potuto provocare un diretto intervento militare sovietico. Tale ipotesi, ad ogni modo, spinse gli Stati Uniti a concludere il conflitto nel più breve termine di tempo possibile predisponendo maggiori aiuti da destinare ad Israele. La minaccia di intervento sovietico, anche se ridimensionata dalla scelta di campo degli Stati Uniti, riuscì tuttavia a diminuire il livello di aggressività israeliano e contribuì ad addivenire, il giorno 11 novembre, alla firma dell’accordo dei Sei Punti tra Egitto ed Israele. L’accordo si riproponeva il rispetto da entrambe le parti delle risoluzioni dell’ONU e la  definitiva conclusione del conflitto.

Durante la guerra, i paesi arabi associati all’OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countries), decisero di supportare lo sforzo militare di Egitto e Siria, utilizzando l’arma del petrolio. Il 16 ottobre, essi aumentarono il prezzo del greggio da 3 a 5 dollari per barile. Il costo aumentò fino a toccare gli 11,65 dollari per barile nel mese di dicembre. Oltre all’uso dell’arma del petrolio, i paesi arabi adottarono altre due linee d’azione: una nei confronti dei paesi che avevano apertamente sostenuto Israele e l’altra nei confronti dei paesi che si erano limitati ad assumere posizioni antiarabe. La prima linea, che consisteva in un embargo del greggio, fu applicata nei confronti degli Stati Uniti, dell’Olanda, del Portogallo, del Sud Africa e della Rhodesia. La seconda linea consisteva in una ponderata distribuzione della produzione globale del greggio ai vari Stati importatori, ottenendo, tra l’altro, il risultato di evitare che la sovrapproduzione di greggio causasse una caduta dei prezzi. In altre parole, ciò significava che gli Stati non potevano più importare la quantità di greggio di cui avevano realmente bisogno, bensì una quantità diversa, decisa dai paesi arabi dell’OPEC e venduta ad un prezzo più elevato di quello del periodo precedente alla guerra dello Yom Kippur. Tale misura fu applicata a tutti i paesi europei, con l’eccezione della Francia, in virtù del suo allineamento filoarabo mantenuto durante il conflitto. Invero, i paesi europei della NATO non avevano accettato l’invito degli Stati Uniti ad intervenire in sostegno d’Israele, con la giustificazione che la copertura di difesa stabilita nel patto Atlantico non interessava quella del conflitto dello Yom Kippur. Questa giustificazione per quanto corretta dal punto di vista formale, celava, a malapena, il timore nutrito dagli altri paesi della NATO di future ritorsioni economiche che avrebbero potuto attuare i paesi arabi dell’OPEC.

In particolare, la Francia, che si era opposta fino dai tempi di De Gaulle a qualsiasi integrazione militare con gli Stati Uniti, si faceva promotrice, all’indomani della guerra, di un nuovo dialogo con il mondo arabo senza interferenze da parte degli Stati Uniti. In questo modo, la Comunità Europea cercava di ricucire con i paesi dell’OPEC gli strappi del conflitto, mettendo da parte gli Stati Uniti e suscitando le pesanti parole di Kissinger, che prevedeva “gravi conseguenze” per l’Europa. Il Segretario di Stato, subito dopo la fine del conflitto, aveva iniziato un’imponente attività diplomatica, caratterizzata da trattative bilaterali (prima fra Siria ed Israele e poi fra Egitto ed Israele), che si concluse il 31 maggio 1974 con la dichiarazione di disimpegno militare da parte della Siria, dell’Egitto e dell’Israele. I dettagli dell’accordo prevedevano la suddivisione del territorio delle alture del Golan tra Siria ed Egitto, sotto la supervisione dell’ONU. Allo stesso modo, una parte del Sinai rimaneva ad Israele e l’altra all’Egitto, con lo schieramento di forze dell’ONU, per il controllo del rispetto degli accordi. Infine i rispettivi prigionieri di guerra furono restituiti.

La guerra, pur non registrando gravi perdite umane, ebbe una pesante ripercussione economica sull’approvvigionamento delle fonti energetiche che perdurò fino alla fine degli anni ’70. I paesi europei, che furono i primi ad essere colpiti dal funesto aumento dei prezzi del greggio, non si avvantaggiarono dalla fine dell’embargo del petrolio nel 1974. Anzi, per evitare peggiori conseguenze, furono costretti a sostenere il mondo arabo e a favorire la causa palestinese, anche dinanzi ad atti terroristici e violenti.

Inoltre, la crisi petrolifera contribuì alla paralisi della Comunità Europea, che non riuscì, durante gli anni successivi alla guerra, a predisporre un comune piano economico volto alla ripresa delle economie degli Stati membri. Diversamente, I singoli Stati comunitari reagirono isolati, ricorrendo all’aumento degli investimenti e praticando una politica antideflazionista, o incidendo sulla spesa pubblica, aumentando il deficit nazionale.

La ripresa fu possibile soltanto agli inizi degli anni ’80, quando la congiuntura economica internazionale era ormai mutata. Tuttavia, la frattura, che la guerra dello Yom Kippur aveva provocato nel rapporto tra Stati Uniti e paesi europei, rimase un segno incancellabile nella storia delle relazioni politiche tra Nuovo e Vecchio Continente.

 

 

Bibliografia:

 

-              E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali 1918 – 1999 (Edizione Laterza);

-              L. Atticciati, Storia della guerra fredda;

-              G. Mammarella, P. Cacace – Storia e politica dell’unione europea (Edizione Laterza);

-              G. Pertugi, M. Bellocci, Lineamenti di Storia, terzo volume, Il Novecento, Zanichelli;

-              A.A.V.V. Enciclopedia Larousse multimediale 2001;

-              The Jewish Virtual Library, http://www.us-israel.org/jsource/History/1973toc.html ;

-              The Anti Defamation League Online, http://www.adl.org/ISRAEL/Record/yomkippur.asp

 


 




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10 giugno 2011

Milano - Nasce WE FOR, la foresta virtuale dei Giusti

Milano - Nasce WE FOR, la foresta virtuale dei Giusti

 

 

Vede oggi la luce WE FOR, progetto per la Memoria realizzato dal Comitato Giardino dei Giusti con il contributo dell'Unione Europea che verrà presentato questo pomeriggio dalla Fondazione Corriere della Sera. Spazio digitale che riunisce idealmente tutti i Giusti d'Europa in una grande foresta virtuale, WE FOR è pensato per onorare la memoria di quanti si opposero al male e ai totalitarismi mettendo in gioco la propria esistenza. Sarà uno strumento di approfondimento e conoscenza aperto a tutti, particolarmente prezioso per quegli insegnanti che organizzano la propria didattica in funzione di una maggiore partecipazione diretta degli studenti. WE FOR ha una struttura divisa in tre sezioni. Nella Sezione Giardini sarà possibile fare una ricognizione dei vari Giardini dei Giusti europei e reperire informazioni testuali, video, audio e fotografiche relative alle figure dei Giusti ricordati. Nella Sezione Studi e ricerche è stato predisposto materiale di approfondimento teorico e storico sul concetto di Giusto e sull'analisi comparativa delle figure di Giusti nei vari totalitarismi. La sezione You For infine prevede kit didattici e spazi interattivi per lo scambio di informazioni. Due le macroaree di WE FOR. La prima è una rappresentazione tridimensionale della Foresta Europea dei Giusti con l'ausilio di numerose forme di dialogo che aumenteranno il livello di partecipazione degli utenti, la seconda è costituita da alcune pagine bidimensionali che attraverso strumenti interattivi permetteranno la realizzazione di eventi commemorativi, cerimonie e celebrazioni virtuali.
Nel corso dell'incontro odierno, dal titolo I Giardini dei Giusti - Resistenza morale contro i totalitarismi in Europa, interverranno Svetlana Broz, nipote di Tito e autrice del libro I giusti nel tempo del male, Kostanty Gebert, giornalista ed esponente di Solidarnosc, Marek Halter, autore del libro La force du Bien e del documentario I Giusti, Pietro Kuciukian, console onorario d'Armenia in Italia e creatore del Muro della Memoria di Yerevan, Gabriele Nissim, scrittore e presidente del Comitato Foresta dei Giusti, e Ulianova Radice, curatrice del progetto WE FOR. 

Ucei




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10 giugno 2011

Come manipolare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu

Di Emanuel Baroz

Dal momento che il documento in questione ha ripreso ultimamente a girare via Internet…

Come manipolare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu

un vs israel focus on israelCircola in internet un documento che presenta una visione fuorviante delle prese di posizione del Consiglio di Sicurezza rispetto a Israele

Si immagini di assistere a una partita a scacchi e di cercare di capire le mosse dei pezzi neri senza poter vedere i pezzi bianchi. O di assistere alla differita di una partita di calcio dalla quale siano stati tagliati i fischi dell’arbitro verso una squadra per dare l’impressione che il gioco dell’altra sia inutilmente aggressivo e scorretto. Questa piu’ o meno e’ l’operazione che hanno fatto gli autori (anonimi) di un documento che ultimamente va per la maggiore su internet.

Titolo: “Settantatre’ risoluzioni dell’Onu di condanna a Israele”. Sottotitolo (insinuante): “Nessun ispettore, nessuna guerra per farle rispettare”. Segue un nudo elenco di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che “esprimono condanna all’operato di Israele”, citate per numero e data e accompagnate da brevi “estratti che ne illustrano il contenuto”. Insomma: un documento che parla da se’, che non ha bisogno di commenti tanto e’ evidente il torto di Israele.

E invece di commenti ha bisogno eccome. Per questo ci sentiamo costretti a tornare, con maggiore dettaglio, su un tema gia’ affrontato su queste pagine (Vedi NES ott. 2002: Il falso parallelo).

Innanzitutto le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non sono tutte uguali. Vi sono quelle approvate sulla base del Capitolo 6 della Carta delle Nazioni Unite e quelle sulla base del Capitolo 7.

 

Il Capitolo 6 si intitola “Composizione pacifica dei conflitti” e afferma (art. 33) che “le parti in causa in un conflitto […] dovranno innanzitutto cercare una soluzione […] con mezzi pacifici”. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 6 e’ come se dicesse agli Stati in guerra fra loro: “Dovete negoziare per comporre il conflitto e dovete farlo sulla base delle linee che vi indico”. Il Capitolo 7, invece, si intitola “Azioni in caso di minacce alla pace, violazioni della pace e atti di aggressione”. Gli articoli di questo Capitolo conferiscono al Consiglio la responsabilita’ di individuare le minacce alla pace mondiale e gli danno facolta’ di varare risoluzioni con valore esecutivo e vincolante, autorizzando la comunita’ internazionale a ricorrere a varie forme di coercizione per ottenere la loro applicazione, dalle sanzioni fino all’uso della forza militare. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 7 e’ come se dicesse a uno Stato: “Il tuo comportamento mette in pericolo la pace del mondo: o ti adegui a quanto di dico di fare o interveniamo con la forza”.

Ora, come ricordava qualche mese fa anche l’Economist (10.10.02), “nessuna delle risoluzioni a proposito del conflitto arabo-israeliano e’ stata emanata ai sensi del Capitolo 7. Imponendo sanzioni anche militari contro l’Iraq, ma non contro Israele, l’Onu non fa che rispettare le sue stesse regole interne”. E aggiungeva: “Che le risoluzioni ai sensi del Capitolo 7 siano diverse, e che nessuna di esse sia stata approvata contro Israele, e’ un fatto riconosciuto dagli stessi diplomatici palestinesi”, che infatti se ne lamentano. Quella irresponsabile minaccia nel titolo del documento (“nessuna guerra per farle rispettare”) puo’ essere stata scritta solo da una persona molto ignorante o in mala fede.

Vale la pena sottolineare che la distinzione fra Capitolo 6 e Capitolo 7 non e’ puramente formale. Essa riflette due situazioni politiche completamente diverse. In un caso, infatti, il Consiglio di Sicurezza individua nel regime iracheno e nei suoi comportamenti una minaccia alla stabilia’à e alla pace regionale e mondiale. Pertanto il Consiglio esige da quel regime comportamenti diversi, pena il ricorso alla forza. Nell’altro caso, invece, il Consiglio di Sicurezza deve promuovere la composizione di un conflitto arabo-israeliano pluri-decennale che vede coinvolte piu’ parti, ognuna con le proprie responsabilita’. Ma gli autori del documento vogliono che le responsabilita’ siano solo di Israele e dunque riportano, di molte risoluzione, solo la parte che si rivolge a Israele, convenientemente scordando l’altra parte, quella che si rivolge agli arabi. Appunto, come una partita truccata.

Cosi’ ad esempio, e’ vero – come dice il documento – che le risoluzioni 1402 e 1403 (2002) chiedevano “alle truppe israeliane di ritirarsi dalle citta’ palestinesi”. Ma chiedevano anche e contemporaneamente “l’immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, compresi tutti gli atti di terrore, provocazione, istigazione”. In sostanza il Consiglio di Sicurezza ribadiva che solo un cessate il fuoco “significativo” (meaningful, nel testo originale), cioe’ non a parole, unito a un ritiro israeliano dalle ultime posizioni rioccupate, avrebbe permesso la ripresa del negoziato di pace. Tacendo mezza risoluzione, gli autori del documento fanno dire al Consiglio che Israele doveva ritirarsi senza se e senza ma, mentre i palestinesi potevano continuare con spari e attentati. Giudichi il lettore se e’ la stessa cosa.

Allo stesso modo, e’ vero – come dice il documento – che la risoluzione 1435 (2002) chiedeva a Israele “la fine immediatamente delle misure prese a Ramallah e dintorni” e “il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle citta’ palestinesi”. Ma e’ vero anche che essa ribadiva “la richiesta di una completa cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione istigazione”, e faceva “appello all’Autorita’ Palestinese affinche’ adempia al suo esplicito impegno di garantire che i responsabili di atti terroristici vengano da essa assicurati alla giustizia”. Ma di nuovo, questa parte della risoluzione e’ scomparsa.

Il piu’ delle volte il Consiglio di Sicurezza, quando chiama in causa Israele, formula anche contemporaneamente precise richieste alle controparti arabe, e cio’ per la ovvia considerazione che la pace in Medio Oriente non puo’ essere fatta da una parte soltanto. Ma questo e’ appunto cio’ che gli autori del documento non vogliono capire (o farci capire).

Non basta. Gli autori non omettono solo pezzi di risoluzione. Omettono anche intere risoluzioni. Ad esempio, per restare nel 2002, non viene citata la 1397. Come mai? Forse perche’ esprimeva “grave preoccupazione […] per i recenti attentati”, chiedeva “l’immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione, istigazione” ed esortava “le parti israeliana e palestinese e i loro dirigenti a cooperare nella realizzazione del piano Tenet e del Rapporto Mitchell, allo scopo di riavviare i negoziati per una composizione politica”: tutte cose che la parte palestinese, non quella israeliana, si e’ rifiutata di fare.

Vistosa, poi, l’assenza di una delle piu’ importanti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza di tutta la storia del conflitto: la 242 del 1967. Di nuovo, come mai? Forse perche’ chiedeva (agli arabi, ovviamente) la “fine di ogni stato di belligeranza” e il “riconoscimento del diritto [di Israele] di vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti, libero da minacce o atti di forza”?

Della 425 (1978) si dice che “ingiungeva a Israele di ritirare le sue forze dal Libano”. Ma non si ricorda che chiedeva anche il ripristino della pace al confine israelo-libanese e un “rigoroso rispetto della integrita’ territoriale, sovranita’ e indipendenza politica del Libano”, tutte cose che truppe siriane, milizie palestinesi, agenti iraniani e terroristi Hezbollah non si sognano minimamente di fare. Ne’ viene riportata la Dichiarazione del 18 giugno 2000 con cui il Consiglio di Sicurezza certificava che “Israele ha ritirato le sue forze dal Libano in conformita’ con la risoluzione 425″.

Ancora piu’ curioso il fatto che l’elenco delle risoluzioni viene fatto iniziare con la n. 93 del 18 maggio 1951. Eppure il conflitto arabo-israeliano scoppia almeno tre anni e mezzo prima, con il rifiuto arabo della risoluzione di spartizione 181 dell’Assemblea Generale dell’Onu (29.11.47) e l’attacco degli eserciti arabi a Israele. Prima della 93 (1951) a noi risultano non meno di 21 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, tra cui quelle – ufficialmente respinte dai governi arabi – che chiedevano il cessate il fuoco e il rispetto della 181.

Non manca, invece, la risoluzione 487 del 19 giugno 1981: quella che condannava “con forza” la distruzione del reattore nucleare iracheno di Osirak da parte dell’aviazione israeliana. Una risoluzione che, riletta oggi, basta da sola a screditare l’Onu agli occhi degli israeliani e di chiunque abbia a cuore la pace e la stabilita’ internazionali.

Resta da fare un’ultima considerazione, di carattere storico-politico. Tutti sanno che i paesi arabi, ripetutamente sconfitti in campo aperto, hanno fatto costantemente ricorso al terrorismo (dai feddayin degli anni ’50 fino agli Hezbollah degli anni ’80 e ’90) per esercitare una continua pressione militare ai confini e all’interno dello Stato di Israele. L’hanno fatto organizzando, finanziando, addestrando, capeggiando varie formazioni “guerrigliere” palestinesi, nella consapevolezza che l’Onu avrebbe dovuto per forza condannare le “violazioni” delle linee d’armistizio fatte da uno Stato (Israele), ma non avrebbe mai potuto condannare allo stesso modo le “violazioni” (infiltrazioni, attentati, stragi di civili) fatte da formazioni irregolari (i terroristi) che provocavano la reazione d’Israele. Un trucco palese, persino dichiarato, che non inganna piu’ nessuno. Salvo i “volonterosi” autori del documento e i loro sfortunati lettori.

Israele.net

(Fonte: NES n.3, anno 15)

 



 




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