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19 giugno 2011

Barriera difensiva, perchè è necessaria

 


20 giugno 2011

Spartire la terra, in nome del sionismo

 
Di Ruth Gavison
Nella storia del movimento sionista v’erano coloro che vedevano il suo obiettivo nella riunificazione del popolo ebraico nella sua patria storica e coloro che sottolineavano l’idea che obiettivo del sionismo fosse la rinascita del popolo ebraico nella Terra d’Israele. Ma ogni volta che la dirigenza dell’Yishuv, la comunità ebraica in Terra d’Israele, si è trovata di fronte alla scelta fra avere uno stato ebraico su una parte della terra o restare attaccati al sogno di una “grande Israele”, vale a dire della totalità della Terra d’Israele, essa scelse a grande maggioranza l’opzione dell’indipendenza politica su una parte della terra, dove poter avere una stabile maggioranza ebraica riconoscendo alla minoranza araba diritti ed eguaglianza. Durante un dibattito alla Knesset nell’aprile 1949, il primo ministro israeliano David Ben-Gurion chiarì molto bene questo punto: “Quando è sorta la questione – disse – se mirare all’intero paese senza uno stato ebraico o avere uno stato ebraico senza l’intero paese, abbiamo deciso per lo stato ebraico senza l’integralità della Terra d’Israele”. Questa era la visione che trovò eco nella Dichiarazione d’Indipendenza dello stato d’Israele.
Lo stesso vale oggi. Una forte maggioranza della popolazione ebraica in Israele vuole porre fine all’occupazione e creare una realtà in cui sia garantita una stabile maggioranza ebraica nello stato d’Israele, che non debba governare sopra un altro popolo i cui membri sono privi di diritti civili e politici. Il dibattito, dunque, non riguarda un presunto superamento del sionismo, ma al contrario la creazione delle condizioni di base fondamentali per la realizzazione del sionismo. La validità di questo obiettivo e i progressi in questa direzione non dipendono dalle intenzioni e dalle ambizioni dei palestinesi. Apparentemente anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu coglie questo punto e lo proclama come suo obiettivo, ma né lui né il suo governo hanno mostrato di sostenerlo in modo coerente, né fanno abbastanza per promuoverlo. Hanno invece messo nelle mani dei palestinesi le chiavi per la sua realizzazione. Chiarire questo punto è cruciale per il nostro futuro in questo paese. Le prospettive di pace dipendono dal fatto che tutti i soggetti della regione riconoscano che la guerra contro l’esistenza stessa d’Israele e la sua identità è destinata al fallimento. Quella israeliana non è una società fragile “come una ragnatela” (per dirla con le parole del capo Hezbollah, Hassan Nasrallah), né una società di individui senza radici, arrivati qui per prendere il controllo di un paese che non appartiene loro, all’insegna di colonialismo e imperialismo. Il dibattito interno in Israele sul futuro dei territori non toglie nulla alla convinzione della giustezza complessiva del progetto sionista.
Il movimento sionista ha raggiunto l’apice con la creazione dello stato. La sostanza di questo risultato è il desiderio di soddisfare la necessità e l’ambizione del popolo ebraico di creare nella propria patria le fondamenta per una rinascita nazionale. Le prospettive di pace dipendono dal fatto che i nostri nemici riconoscano che, se non sarà raggiunto con loro alcun accordo diplomatico, il popolo ebraico farà tutto ciò che è necessario fare per proseguire la propria esistenza indipendente, anche se questo significherà sistemarsi in una parte soltanto della patria storica. Identificare la narrativa della “grande Israele”, cioè dell’integralità della terra d’Israele, con il progetto sionista è peggio che una distorsione della storia. Paradossalmente, questo collegamento fa il gioco di coloro, ebrei e arabi, che si oppongono alla spartizione della terra.
Solo attraverso la comprensione del fatto che è in corso un doloroso, profondo dibattito interno al sionismo, il popolo ebraico in Israele potrà prendere le difficili decisioni che vanno prese per promuovere la nostra visione, e non quella della controparte. E soltanto prendendo queste decisioni nel quadro di un ideale condiviso, possiamo custodire quel senso di solidarietà reciproca che è un pilastro fondamentale della nostra forza. Sceglieremo di cedere il controllo politico su una parte della terra, e prenderemo questa decisione perché siamo uniti da un comune ideale sionista che può essere preservato soltanto attraverso tale concessione. La strada scelta per avanzare in questa direzione dipenderà, naturalmente, dalle condizioni politiche e strategiche nel paese, nella regione e nel mondo. Questa è davvero la sfida esistenziale che la nostra generazione deve affrontare. Ancora una volta, come fu prima della nascita dello stato, è giunto il momento di assumerci la responsabilità del nostro destino, di definire con chiarezza gli obiettivi del sionismo e di procedere con determinazione, saggezza e senso di responsabilità.

(Da: Ha’aretz, 10.6.11)




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20 giugno 2011

Un racconto di prima mano da Baghdad

  

 
pubblicato da Stratfor

Nel 2003, subito dopo la caduta di Saddam, Baghdad, pur priva di governo e di polizia, era una bella città. Nel 2004 le attività commerciali erano ripartite, la gente era felice e i negozi erano aperti fino a mezzanotte. Non c’era penuria di carburante né di energia elettrica, le strade erano pulite e il tasso di criminalità era basso. La gente non aveva paura di essere rapita o di saltare in aria. […] C’era addirittura un leone allo zoo di Baghdad, anche se ho saputo che è poi morto di vecchiaia.

Il 2 marzo 2004 il distretto sciita di Kasimiyah fu teatro di violenti esplosioni in cui morirono decine di persone e moltissime rimasero ferite. Da allora gli attentati dovuti alla rivalità fra Sunniti e Sciiti si moltiplicarono trasformando la città in un inferno.

Oggi le strade sono in pessime condizioni, con pattume ovunque – ancora quello del 2003! – molte strade sono bloccate da muri di cemento, vi sono posti di blocco ovunque;  ma chi lavora ai posti di blocco non sembra preparato ad affrontare  potenziali pericoli: infatti  le auto che passano  ben raramente vengono controllate… […] I soldati e la polizia non si sentono leali allo stato iracheno, vanno a lavorare solo per ricevere uno stipendio e sopravvivere. Un tassista mi ha detto che il governo è il primo a non far rispettare la legge, perciò i soldati hanno paura di fermare persone importanti che potrebbero vendicarsi in un secondo momento. […] In ogni caso a ogni posto di blocco ci sono attrezzature che servono a trovare eventuali fucili e esplosivi a bordo della auto. […] Mi è stato detto che la maggior parte degl! i omicidi sono una ‘questione interna’: siccome la polizia e i soldati sono gli unici autorizzati a portare le armi, gli omicidi spesso avvengono per questioni di rivalità o odio reciproco all’interno delle stesse forze di sicurezza. […]

Una mattina siamo andati molto presto nella ‘Zona Verde’,  la zona ‘sicura’ della città dove si trovano le ambasciate straniere. Non mi sembrava affatto sicura: abbiamo attraversato molti controlli per la sicurezza – due iracheni e uno di un’azienda per la sicurezza americana . Qui ci hanno fatto posare telefoni cellulari, acqua e altri liquidi. Il limite di velocità era di circa 7 km/h e c’erano dossi che avrebbero potuto rompere i cingoli di un carro armato. Non c’è vita nella Zona Verde: tutti i negozi sono chiusi, l’area è totalmente militarizzata e sembra una base militare.

A Baghdad e in altre aree inoltre c’è il problema dell’energia elettrica: durante l’estate, la corrente dura meno di dieci ore al giorno. Ovviamente la popolazione è arrabbiata e ritiene il governo responsabile di tali inefficienze. Anche le fogne sono fuori uso – dove esistono – e la disoccupazione è molto alta.

Le persone con cui ho parlato mi hanno rivelato che la città è totalmente sotto il controllo sciita: non solo le forze di sicurezza, ma anche i negozi e le aziende. Durante gli scontri degli anni scorsi i Sunniti hanno lasciato le loro case e i negozi che sono stati immediatamente presi dalle famiglie sciite, i quali non hanno intenzione di restituirli. Il quartiere sunnita di Baghdad è circondato da muri di cemento – simili alla barriera di sicurezza di Israele – e vi sono solo due entrate per accedervi. I Sunniti sono scontenti perché si sentono controllati piuttosto che protetti.

La corruzione dilaga […], non si può ottenere nulla senza pagare. Il tassista dello staff governativo mi ha raccontato una storia: “Devi capire che nell’ufficio passaporti  il funzionario ti dice che non c’è modo di ottenere il passaporto, poi si alza e si dirige verso il bagno. Tu devi seguirlo e dargli del denaro; i bagni sono i luoghi dove si pagano le tangenti.” E ha aggiunto che questo vale per tutti gli uffici governativi, non solo per i passaporti.

 
 

ma Francesco Battistini la pensa diversamente e dà molto credito alla versione palestinese

Testata: Corriere della Sera Sette
Data: 18 giugno 2011
Pagina: 54
Autore: Francesco Battistini
Titolo: «speculazioni, fallimenti, graffiti d’autore: in Israele si vive così lungo il muro»

Riportiamo da SETTE del 16/06/2011, a pag. 54, l'articolo di Francesco Battistini dal titolo "Speculazioni, fallimenti, graffiti d’autore: in Israele si vive così lungo il muro ".


La famiglia Fogel massacrata da due terroristi palestinesi

Nell'articolo Battistini dà molto spazio alle 'motivazioni' dei palestinesi. La barriera viene incolpata di mangiare territori al futuro Stato palestinese, gli scambi sono difficili, i disagi legati ai checkpoint sono insostenibili. Sembra quasi che la barriera sia stata ideata per vessare la popolazione araba.
Battistini non può non scrivere la vera motivazione che ha fatto sì che Israele ideasse la barriera difensiva, la sicurezza dei cittadini israeliani dagli attacchi dei terroristi suicidi, ma per smontarla riporta le dichiarazioni di Saeb Erekat, come se fosse autorevole al riguardo : "
Con la scusa della sicurezza. gli israeliani hanno di fatto preso altra terra e modificato il confine. E gli attentati sono diminuiti per una sola ragione: perché i palestinesi hanno deciso di non farli più..". Gli attentati sono diminuiti perchè vengono impediti dalla barriera. Non si tratta di volontà palestinese, il massacro di Itamar ne è solo una prova, due terroristi hanno sgozzato una famiglia intera, bambini compresi, per il fatto che si trattava di ebrei israeliani.
Finchè ci sarà il rischio di attentati, la barriera non verrà smantellata.
Invitiamo i lettori di IC a scrivere al direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, per chiedergli se un articolo simile sia compatibile con la linea del quotidiano che dirige.
Ecco l'articolo:

Oltre la Barriera di separazione ci sono migliaia di tragedie personali, totalmente lontane dagli occhi dell'opinione pubblica israeliana» (Meron Rappaport. giornalista israeliano, 2003). Ci sono cose che gli israeliani sanno fare bene. Questa vergogna del Muro l'hanno fatta bene. La nostra attività s'è bloccata al 90 per cento (Nasser, capo palestinese delle Brigate Al Aqsa di Nablus, 2004).» Come padre di due adolescenti, al tempo dei kamikaze, nel mio profondo ho sempre provato gratitudine per una Barriera di sicurezza che faceva tornare a casa vivi i miei figli (Yossi Klein Halevi, professore universitario israeliano, 2011). «Il Muro di separazione razziale mi circonda da tutti i lati. Siamo diventati come un uccello in gabbia. A volte mi chiedo: perché non posso girare il mondo come tutti gli altri bambini? (Iman Juhalin. 12 anni, palestinese della Cisgiordania. 2007). Non si è d'accordo nemmeno sul nome. Come chiamarlo. quel pitone grigio di cemento che da nove anni taglia case e uliveti, vite e sogni? Da quando Ariel Sharon cominciò a costruirlo in un quartiere di Gerusalemme. gli hanno dato almeno una dozzina di definizioni. Tutte contestate allo stesso modo, tutte ugualmente inadeguate: Barriera di separazione, Barriera di sicurezza, Security Fence. Muro della vergogna, Muro benedetto, Muro d'annessione, Muro dell'apartheid, Chiusura di sicurezza, Muro di separazione razziale, Barriera antiterrorista. Muraglia di protezione... Dal termine che usi, ti dicono, si capisce quel che pensi. E un'opinione in certi casi è imbarazzante, come accadde l'anno scorso a Silvio Berlusconi che l'aveva appena attraversato in auto, durante una visita ufficiale, per raggiungere il leader dell'Autorità palestinese. Presidente, gli chiesero, che impressione le ha fatto passare per il Muro? Sorriso: «Mi spiace. ero intento a leggere delle carte... Non l'ho visto. E costato quattro miliardi dì dollari, finora: più di quel che l'America dà ogni anno a Israele. In certi punti, è alto il doppio del Muro di Berlino: otto metri. In alcuni tratti, ha elettricità e telecamere come la barriera di Tijuana, fra Messico e Stati Uniti. «Ma chi fa paragoni compie una scorrettezza» dice l'ex ambasciatore israeliano all'Onu. Dan Gillerman: »A Berlino, serviva a levare la libertà a interi popoli. In Messico, è per fermare l'immigrazione illegale. Questa barriera, semplicemente, è per la nostra sopravvivenza. L'hanno costruito durante la Seconda Intifada, che ha ucciso quattromila palestinesi e mille israeliani. E servito: gli attentati non sono più un trauma settimanale e in Israele, da più di tre anni, non si fa esplodere un kamikaze.Il buon risultato. sul piano della sicurezza, ha convinto il governo a rallentare i lavori di costruzione e a fermare, in maggio, le betoniere a Gush Etzion e in altre zone. In ogni caso», disse una volta il premier Bibi Netanyahu, »noi non stiamo costruendo su Territori palestinesi: stiamo costruendo su Territori contesi. È una barriera temporanea. E può sempre essere rimossa.. Oltre i confini del '67 Il Muro, ci sono pezzi dove non è neanche un vero muro: filo spinato e fossati, in attesa di nuovi appalti. Tutto anse e zigzag. la sua lunghezza è oltre due volte quella dei confini del 1967 che Obama vorrebbe fossero ripristinati: 725 chilometri progettati, poco meno di due terzi già completati. L'esercito di Tsahal l'ha ridisegnato più volte, spesso su ordine della magistratura israeliana che ha accolto le proteste di palestinesi e pacifisti, ma all'80 per cento il serpentone corre oltre la Linea Verde. divorando il 9 per cento della Cisgiordania, inglobando un'ottantina d'insediamenti illegali e 1'85 per cento dei coloni israeliani. sradicando ulivi e agrumeti. annettendo due terzi delle sorgenti d'acqua. E stato dichiarato illegale dall'Onu e dai giudici internazionali dell'Aia. Anche l'Alta Corte di Gerusalemme, pur riconoscendo il diritto israeliano all'autodifesa. ha detto che la barriera non può comunque andare a scapito della popolazione palestinese. «Il Muro penetra nei nostri Territori fino a 22 chilometri, dice Saeb Erekat, storico portavoce dall'era Arafat: »Con la scusa della sicurezza. gli israeliani hanno di fatto preso altra terra e modificato il confine. E gli attentati sono diminuiti per una sola ragione: perché i palestinesi hanno deciso di non farli più.. I politici di Ramallah sorvolano spesso sulla questione Muro. E infatti non la pongono fra le priorità dei negoziati di pace. C'è un motivo: mentre Sharon costruiva, e tutti protestavano, nello stupore generale si scopri che il cemento per la barriera veniva venduto agli israeliani da un cementificio di proprietà di Abu Ala. l'allora premier palestinese. Uno scandalo. Perché il Muro alimenta anche le sue piccole, grandi speculazioni. Una società olandese, dietro pagamento via web con carta di credito, s'incarica di scrivere frasi di protesta commissionate dai pacifisti di tutto il mondo. il Muro è in paginetta della Lonely Planet e a Gerusalemme, in un albergo della Porta di Damasco, ogni settimana si raccolgono iscrizioni al Tour dell'apartheid.. Un giorno, a vergare sul cemento un «tiratelo giù., tra fotografi e pr che fornivano cartelle stampa della casa discografica. è arrivato anche il Roger Waters dei Pink Floyd, quello di The Wall. Per molti è imperdibile, una marcia con la kefiah. Tempo fa, il giornale Yedioth Ahronot scovò alcuni «turisti della solidarietà., un gruppetto di ragazzi romani col foulard sulla bocca e i pugni alzati, stralunati dal fuso. che erano appena atterrati da una manifestazione no global a Seni: «Siamo venuti a sostenere gli amici di Gaza. disse uno di loro all'interdetto cronista che cercava di ricordargli che la Striscia sta da un'altra parte, ed è un'altra storia. Spalle al muro, rassegnati a considerare il serpentone un confine ineliminabile. ai palestinesi non rimane che elencare le mille. vere tragedie personali. Naji Yousef, il pastore costretto a vendere le sue pecore perché il cemento le divide dal pascolo. Il ristoratore di Betlemme che da un giorno all'altro è stato chiuso sui tre lati, ha perso la clientela che veniva apposta da Gerusalemme e l'ha presa con spirito: perché i vecchi amici non si dimenticassero di lui, ha fatto dipingere il menù sull'altro lato del Muro. Mohammed Shahini, il preside che la mattina deve caricare i libri sull'asinello e farsi tre ore per raggiungere la scuola, oltre i check-point. I medici che a volte non arrivano in ospedale, perché c'è troppa coda. Gli scolaretti di Ras a-Tira che si alzano col buio, pur d'attraversare puntuali il filo spinato. Le ambulanze perquisite per ore. Le merci bloccate per settimane. Perfino i Salesiani di Betlemme, che hanno rischiato di finire separati: di qui (in Israele) i frati con le vigne, (in Palestina) le suore con l'asilo. Una generazione particolare Angosce sputate con gli spray. urlate, com. battute. Le graffitano, pure: Bansky, artista underground di Bristol, ha disegnato finte brecce e dentro ha dipinto i trompe-l'oeil di mari cristallini, palme tropicali e paesaggi alpini, perché questo gli hanno chiesto i ragazzini. Un vero dramma., dice un giornalista di Radio Israel, Gal Berger, .è che sta crescendo una generazione di palestinesi che non ha mai visto un ebreo. E che gli israeliani ormai non vedono più i palestinesi e non vogliono più vederli, La Barriera ha segnato il divorzio fra due popoli e due economie che prima avevano scambi. Se vogliamo prenderla in senso positivo, è un passo visibile verso la soluzione dei due Stati*. Da Tulkarem che sta chiusa fra ben due muri, a Qalqilya che lotta per riavere la sua acqua, la geografia dell'isolamento ha per capitale un villaggio di nome Bilin. Un simbolo: le proteste ogni venerdì, mesi di scontri con la polizia, decine di feriti, alla fine hanno dato ragione agli abitanti, coi giudici israeliani che hanno costretto a spostare la barriera un po' più in là. salvando i campi coltivati. .Il Muro in qualche caso è diventato un simbolo di piccole riscosse, dice Mohammed Mari, giornalista di Ramallah: «Ma un decennio come questo non si cancella. Abbiamo tutti una barriera nella testa, e nessuno la butta giù. L'altra settimana, al confine con la Siria, l'esercito israeliano ha sparato sui palestinesi che cercavano di sfondare il confine. Disperati dei campi profughi pagati dal regime di Damasco, probabilmente. Gente della diaspora che prima o poi ci riproverà. Il governo Netanyahu ha proposto una commissione di studio per risolvere la nuova minaccia di queste invasioni di massa. Come? Costruendo un nuovo muro.

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18 giugno 2011

I 'pacifisti' protestano contro Unexpected Israel, ma tacciono davanti ai massacri siriani

 
Commento di Giorgio Israel

Testata: Tempi
Data: 18 giugno 2011
Pagina: 7
Autore: Giorgio Israel
Titolo: «La fiera di Israele in Piazza Duomo si farà ma con il solito bilancino»

Riportiamo da TEMPI del 16/06/2011, l'articolo di Giorgio Israel dal titolo "La fiera di Israele in Piazza Duomo si farà ma con il solito bilancino".


Giorgio Israel

I centri sociali e i gruppi autonomi hanno presentato un primo conto ai sindaci di sinistra appena eletti. Il conto presentato a Piero Fassino è stato relativamente facile da rinviare al mittente ma va detto che il neo-sindaco di Torino si è comportato in modo ineccepibile. I centri sociali e i gruppi di autonomia torinesi avevano assunto un’iniziativa provocatoria: nell’ambito del “Festival di cultura alternativa” nel Parco Ruffini, avevano installato una sagoma del presidente israeliano Shimon Peres con in mano una Stella di David. Per il modico prezzo di un euro era possibile tirarle tre colpi di scarpa. Per fortuna, all’ignobile trovata è stato posto fine con la rimozione della sagoma da parte della polizia.

Molto più complesso è stato il problema cui si è trovato di fronte il nuovo sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Difatti, da tempo è stata programmata un’esposizione delle realizzazioni tecniche e culturali di Israele significativamente denominata “Unexpected Israel”, “Israele che non ti aspetti”, ovvero non la solita immagine militare di Israele, ma quella della scienza, della cultura, della tecnologia, dell’arte. Essa prevede installazioni tra Piazza Duomo e piazza Castello con un padiglione di 900 metri quadrati, una mostra di design, una serie di incontri con scrittori israeliani, una mostra a Palazzo Reale e un concerto della cantante Noa. Si sono fatti vivi i soliti gruppi estremisti, pronti a mobilitarsi soltanto quando si tratta di Israele. Gli “antagonisti” hanno promesso ferro e fuoco e hanno promosso una manifestazione nazionale anti-israeliana per il 18 giugno a Milano. Alla luce di queste minacce di mobilitazione si è iniziato a discutere della possibilità di “delocalizzare” la manifestazione fuori dal centro e in posti chiusi, il che avrebbe significato un inaccettabile cedimento al ricatto. La prima reazione del sindaco Pisapia non è stata brillante. Egli ha dichiarato: «Credo che su questo il ministro degli Interni, le forze dell’ordine e il Questore siano i più adatti per ogni decisione sulla base della situazione. Quello che posso dire è che, da parte mia, ho sempre creduto in due popoli e due Stati e questo continua ad essere il mio impegno per il futuro». Ci mancherebbe altro! Una dichiarazione che non aveva nulla a che fare con la sostanza della questione e che rassicurava singolarmente nel fatto che il sindaco non crede in “un popolo e uno Stato”. Per fortuna, a questo primo passo falso è seguito un ravvedimento di cui bisogna dare atto: la manifestazione si terrà nelle forme previste, senza alcun ridimensionamento e il sindaco ha dichiarato che non avrebbe avuto senso dire no all’iniziativa. In cambio, egli ha proposto un’iniziativa per far conoscere la realtà della Palestina da tenersi nei prossimi mesi. È il solito gioco del bilancino, che sarà accettabile soltanto nella misura in cui anche questa sarà un’iniziativa culturale e non di propaganda politica, altrimenti anche Israele avrebbe avuto molto da dire sui missili che quotidianamente piovono sulla sua popolazione civile. È da sperare che i gruppi “antagonisti” mantengano la promessa di contestare in modo pacifico. Ancor meglio sarebbe se essi, assieme a certi loro mentori odiatori di sé come Moni Ovadia, manifestassero (pacificamente) sotto l’ambasciata siriana per le orrende stragi che stanno avvenendo in quel paese, nonché sotto l’ambasciata iraniana e di altri paesi che si distinguono per calpestare i diritti umani. Se, assieme al riscatto di Pisapia, avvenisse anche questo, sarebbe un vero miracolo.

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18 giugno 2011

Iran, 'ronde della virtù' per punire chi ha costumi troppo occidentali

 
Cronaca di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 17 giugno 2011
Pagina: 2
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Dalle unghie ai calzini, l’Iran vara la 'sicurezza morale'. Ecco il decalogo»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 17/06/2011, a pag. 2, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo "Dalle unghie ai calzini, l’Iran vara la 'sicurezza morale'. Ecco il decalogo".


Ali Khamenei

Roma. Gli ayatollah lo chiamano “piano di sicurezza morale”. Settantamila poliziotti hanno ricevuto l’ordine di eseguire “ronde della virtù” per correggere mescolanze sessuali, “vizi sociali” e abbigliamenti “immorali”. La Guida suprema, Ali Khamenei, dice che vuole fermare questa “invasione culturale occidentale”. La polizia prenderà di mira le donne che non rispettino adeguatamente l’“hejab”, cioè le regole islamiche dell’abbigliamento, che impongono a ragazze e signore di coprire tutto il corpo, dai capelli ai piedi, con indumenti larghi così da non far trasparire le forme. Fra i bersagli di questa nuova, violenta ondata di “purificazione morale” ci sono anche gli orecchini indossati dagli uomini. Niente deroga ai calzini: nonostante l’estate, l’uomo iraniano dovrà coprirsi caviglie e piedi. Al Parlamento iraniano giace, in attesa di approvazione, una legge che proibisce il possesso dei cani, animali “impuri” nell’islam e che gli ayatollah definiscono “volgare imitazione dell’occidente”. Vietati i jeans stretti, i tatuaggi, abiti dai colori accesi e le unghie lunghe. Banditi i body piercing, le gemme nei denti, i cappottini stretti. In Iran, in base alla legge islamica imposta dopo la Rivoluzione del 1979, le donne già adesso devono coprirsi i capelli in pubblico e indossare abiti larghi. 
Da allora ogni anno si è aggiunto un divieto nuovo. Vietato agli uomini depilarsi le sopracciglia, indossare abiti stretti, camicie dalle maniche troppo corte e i gioielli. Le autorità iraniane di solito intensificano lo sforzo repressivo in estate, quando donne e uomini tendono a indossare abiti più leggeri, sciarpe dai colori vivaci (che spesso spingono anche indietro per mostrare i capelli). Il ministero della Cultura di Teheran ha anche approvato una serie di pettinature da uomo. Si apre al gel, ma no ai capelli lunghi raccolti in una coda né ai crani rasati. Il regime ha anche deciso che un abbigliamento più rispettoso delle regole islamiche sarà imposto alle giornaliste che frequentano per lavoro il Parlamento iraniano. Questa ronda morale si teme possa portare a nuove irruzioni nelle feste in stile occidentale nelle case private e alla proibizione della musica dal vivo. 
Altra stretta per i negozi e i ristoranti che esibiscono insegne con caratteri latini occidentali. La campagna etica di Khamenei è tesa a “promuovere il bene e impedire il male”, uno slogan spesso usato per le operazione dei miliziani islamici volte a punire i trasgressori della morale islamica. Gli occhiuti moralizzatori dovranno fare attenzione in particolare alle donne che vestono “come modelle”. Vietati quindi i foulard che lasciano uscire lunghi ciuffi di capelli. Si darà una nuova stretta anche alla vendita di carte da gioco (Khomeini nel 1979 bandì ogni tipo di gioco). Via i manichini che abbiano “forme sconvenienti” o che “abbiano il viso truccato”. Cravatte e papillon sono vietati nell’esposizione in vetrina, perché considerati “simboli della decadenza occidentale”. 
Gli uomini non possono più lavorare come commessi nei negozi di biancheria intima femminile. E’ stato varato anche il divieto per le donne di indossare stivali con i tacchi sopra ai pantaloni. Ad aprile il ministero della Cultura è stato incaricato di rimuovere dalle confezioni di preservativi e di medicinali per la disfunzione erettile gli annunci sessuali, definiti “immorali e crudi”. Alla recente Mostra internazionale sul Corano a Teheran il regime, per invitare in massa le donne a coprirsi, ha infine esposto una grande Gioconda con il chador, una copia velata della Monna Lisa leonardesca.




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18 giugno 2011

Siria, come distogliere l'attenzione dalla repressione

 
attaccando Israele e prendendo il controllo del Libano. Analisi del Foglio

Testata: Il Foglio
Data: 18 giugno 2011
Pagina: 1
Autore: Redazione del Foglio
Titolo: «La Siria prepara il piano per scaricare la sua crisi sul Libano e su Israele»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 18/06/2011, in prima pagina, l'articolo dal titolo "La Siria prepara il piano per scaricare la sua crisi sul Libano e su Israele".


Bashar al Assad

Roma. La notizia riportata da Libération della fuga a Parigi dell’ex premier libanese Saad Hariri – su sollecitazione dell’intelligence di Washington e Riad – è l’ennesimo segnale della forza deflagrante della crisi siriana. La resistenza del movimento di protesta siriano che ormai conta più di 1.400 vittime – ieri altre 20, almeno – spinge il regime di Bashar el Assad a scaricare all’esterno le tensioni, aumentando le pressioni sul Libano, così come tra Siria e Israele: per domenica Damasco prepara un altro assalto alla frontiera sul Golan. A Beirut è appena stato formato un nuovo governo egemonizzato da Hezbollah: dopo mesi di crisi, il sunnita Najib Mikati è riuscito a nominare un esecutivo grazie all’ennesimo voltafaccia del druso Walid Jumblatt nei confronti dell’ex premier Saad Hariri. Il Libano è così tornato a essere un protettorato della Siria e dell’Iran, pronto a sommare le strategie jihadiste e nazionaliste di Hezbollah alla volontà di scaricare sulla regione le drammatiche crisi interne a Teheran come a Damasco.
Nella Repubblica islamica, infatti, è in corso uno scontro di potere tra il presidente, Mahmoud Ahmadinejad, e la Guida Suprema, Ali Khamenei, che potrebbe portare alla vittoria di forze ancora più radicali di quelle che già sono al potere. A riprova delle tensioni, ieri a Tripoli, nel nord del Libano, in un duro scontro tra alawiti (filosiriani) e i seguaci sunniti di Hariri si sono avuti sei morti e decine di feriti. Sul fronte interno siriano, nel quindicesimo “venerdì della collera” si è replicato lo scenario abituale, con una novità: per la prima volta una manifestazione di una certa consistenza ha coinvolto centinaia di studenti nell’Università di Aleppo e una protesta si è mossa anche nel quartiere Midan, nel centro di Damasco.
Le forze di sicurezza sono intervenute pesantemente in entrambi i casi, facendo uso di armi da fuoco. Al Jazeera è riuscita ad aggirare la pesante cappa di censura del regime, mandando in onda immagini delle manifestazioni di ieri a Daraa e a Hama attraverso webcam fisse, piazzate dai dissidenti durante la notte. Cortei e scontri con le forze di sicurezza anche a Latakia, Qamishli, Homs e Banias dove si contano alcuni morti. E’ dunque confermata la straordinaria forza di resistenza del movimento di protesta così come l’inarrestabile forza inerziale di una repressione che ha ormai superato il punto di non ritorno. Mentre la Turchia continua ad alzare i toni contro la Siria, minacciando un intervento, Francia e Germania stanno agendo in ambito europeo per inasprire le sanzioni, dopo che non sono serviti a nulla i provvedimenti restrittivi deliberati qualche settimana fa nei confronti di 14 gerarchi.
Di fatto, la strategia di Bashar el Assad e di suo fratello, il generale Maher, si è ormai assestata su due costanti: repressione sempre più accompagnata però da una continua promessa di riforme mai attuate. Si attende di ora in ora l’ennesimo messaggio televisivo del dittatore, nella certezza che conterrà soltanto vaghe promesse e addirittura la solidarietà alle famiglie delle vittime, ipocritamente definite “martiri”.
L’unica, insignificante svolta che Assad pare disposto ad attuare è la defenestrazione di alcuni gerarchi, additati come capri espiatori. Con mossa teatrale, il tycoon Rami Makhlouf, cugino di Assad, detto “mister 5 per cento” per le tangenti che impone sui grandi affari del paese, proprietario della società di telecomunicazioni Syriatel, ha dato le dimissioni dalle cariche societarie “per dedicarsi a opere di beneficenza”, o più probabilmente per evitare le sanzioni.

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18 giugno 2011

I 'pacifisti' protestano contro Unexpected Israel, ma tacciono davanti ai massacri siriani

 
Commento di Giorgio Israel

Testata: Tempi
Data: 18 giugno 2011
Pagina: 7
Autore: Giorgio Israel
Titolo: «La fiera di Israele in Piazza Duomo si farà ma con il solito bilancino»

Riportiamo da TEMPI del 16/06/2011, l'articolo di Giorgio Israel dal titolo "La fiera di Israele in Piazza Duomo si farà ma con il solito bilancino".


Giorgio Israel

I centri sociali e i gruppi autonomi hanno presentato un primo conto ai sindaci di sinistra appena eletti. Il conto presentato a Piero Fassino è stato relativamente facile da rinviare al mittente ma va detto che il neo-sindaco di Torino si è comportato in modo ineccepibile. I centri sociali e i gruppi di autonomia torinesi avevano assunto un’iniziativa provocatoria: nell’ambito del “Festival di cultura alternativa” nel Parco Ruffini, avevano installato una sagoma del presidente israeliano Shimon Peres con in mano una Stella di David. Per il modico prezzo di un euro era possibile tirarle tre colpi di scarpa. Per fortuna, all’ignobile trovata è stato posto fine con la rimozione della sagoma da parte della polizia.

Molto più complesso è stato il problema cui si è trovato di fronte il nuovo sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Difatti, da tempo è stata programmata un’esposizione delle realizzazioni tecniche e culturali di Israele significativamente denominata “Unexpected Israel”, “Israele che non ti aspetti”, ovvero non la solita immagine militare di Israele, ma quella della scienza, della cultura, della tecnologia, dell’arte. Essa prevede installazioni tra Piazza Duomo e piazza Castello con un padiglione di 900 metri quadrati, una mostra di design, una serie di incontri con scrittori israeliani, una mostra a Palazzo Reale e un concerto della cantante Noa. Si sono fatti vivi i soliti gruppi estremisti, pronti a mobilitarsi soltanto quando si tratta di Israele. Gli “antagonisti” hanno promesso ferro e fuoco e hanno promosso una manifestazione nazionale anti-israeliana per il 18 giugno a Milano. Alla luce di queste minacce di mobilitazione si è iniziato a discutere della possibilità di “delocalizzare” la manifestazione fuori dal centro e in posti chiusi, il che avrebbe significato un inaccettabile cedimento al ricatto. La prima reazione del sindaco Pisapia non è stata brillante. Egli ha dichiarato: «Credo che su questo il ministro degli Interni, le forze dell’ordine e il Questore siano i più adatti per ogni decisione sulla base della situazione. Quello che posso dire è che, da parte mia, ho sempre creduto in due popoli e due Stati e questo continua ad essere il mio impegno per il futuro». Ci mancherebbe altro! Una dichiarazione che non aveva nulla a che fare con la sostanza della questione e che rassicurava singolarmente nel fatto che il sindaco non crede in “un popolo e uno Stato”. Per fortuna, a questo primo passo falso è seguito un ravvedimento di cui bisogna dare atto: la manifestazione si terrà nelle forme previste, senza alcun ridimensionamento e il sindaco ha dichiarato che non avrebbe avuto senso dire no all’iniziativa. In cambio, egli ha proposto un’iniziativa per far conoscere la realtà della Palestina da tenersi nei prossimi mesi. È il solito gioco del bilancino, che sarà accettabile soltanto nella misura in cui anche questa sarà un’iniziativa culturale e non di propaganda politica, altrimenti anche Israele avrebbe avuto molto da dire sui missili che quotidianamente piovono sulla sua popolazione civile. È da sperare che i gruppi “antagonisti” mantengano la promessa di contestare in modo pacifico. Ancor meglio sarebbe se essi, assieme a certi loro mentori odiatori di sé come Moni Ovadia, manifestassero (pacificamente) sotto l’ambasciata siriana per le orrende stragi che stanno avvenendo in quel paese, nonché sotto l’ambasciata iraniana e di altri paesi che si distinguono per calpestare i diritti umani. Se, assieme al riscatto di Pisapia, avvenisse anche questo, sarebbe un vero miracolo.

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18 giugno 2011

Gaza... dicono sia come Auschwitz

 
http://rotter.net/forum/scoops1/17013.shtml




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17 giugno 2011

Consigli su come favorire la cancellazione di Israele, firmati Avraham Burg

 
Usa e Ue appoggino la proclamazione unilaterale dello Stato palestinese

Testata: Il Manifesto
Data: 17 giugno 2011
Pagina: 1
Autore: Avraham Burg
Titolo: «Riconosciamo la Palestina»

Riportiamo dal MANIFESTO di oggi, 17/06/2011, a pag. 1-13, l'articolo di Avraham Burg dal titolo "Riconosciamo la Palestina".


Avraham Burg

Avraham Burg sostiene che se i negoziati con i palestinesi continuano a fallire la colpa sia tutta di Israele e, in particolare, di Bibi Netanyahu, il quale ha rifiutato di accettare il ritorno ai confini del '67.
Burg si guarda bene dallo specificare che dei confini del genere sarebbero indifendibili e che è per questo che Israele non può accettare. Per altro persino Obama ha dichiarato di intendere, in realtà, uno scambio di territori più che il ritorno ai confini originari del '67, ma Burg doveva essere distratto quando la notizia è stata diffusa dai media internazionali.
Burg è favorevole alla proclamazione unilaterale dello Stato palestinese. Ovviamente il fatto che questa comporterebbe un inevitabile conflitto con Israele e le perplessità destate dall'accordo tra Fatah e Hamas (che continuano a rifiutare di riconoscere lo Stato ebraico) non vengono menzionati. Sarebbe ammettere che Israele fa bene a non accettare.
Burg parte dal presupposto (errato) che ai palestinesi interessi la fondazione di uno Stato palestinese e sostiene che la trovata della proclamazione unilaterale sia piena di dignità. Non è una questione di dignità, ma di realtà. Se i palestinesi fossero stati interessati a un loro Stato, l'avrebbero già accettato nel '48. Il loro obiettivo è la cancellazione dell' 'entità sionista' dalle carte geografiche, e i fallimenti di tutti i negoziati lo dimostrano.
Burg apprezza il fatto del riconoscimento unilaterale in quanto tale, ma critica aspramente Israele per essersi ritirato unilateralmente da Gaza e per aver eretto la barriera difensiva per proteggere la sua popolazione dagli attacchi terroristici suicidi.
Niente di diverso dal solito Burg.
Ecco l'articolo:

Le immagini che ci arrivano della visita del primoministro Netanyahu a Washington potrebbero rappresentare il momento decisivo del nuovo MedioOriente. Immagino che il premier e il suo entourage, insieme ai suoi accaniti sostenitori in Israele siano estasiati - dall’onore, l’apprezzamento quasi idolatrico, il senso di potenza e soprattutto da questa carezza al loro ego individuale e collettivo.Ma che cosa hanno visto i palestinesi? Cosa hanno visto i giovani degli stati confinanti? Prima di tutto hanno visto come Israele continui a ingannare il mondo intero con il miraggio dei negoziati. Come se le condizioni limite poste da Netanyahu dessero una qualche possibilità di fondare uno stato palestinese sostenibile. Nel suo discorso Netanyahu ha ripetuto la parola «pace» cinquanta volte,ma non si è datomolta pena di nascondere il «no» che era tra le righe. Ha detto «no» ripetutamente e con un sorriso compiaciuto e una sconcertante sicurezza di sé: no ai confini del 1967 come base dei negoziati, no a Gerusalemme futura capitale dei due stati. Netanyahu è certamente disposto a continuare a parlare di pace e indubbiamente intenzionato a mantenere il controllo dei territori occupati sotto gli auspici del processo di pace, ma chiunque abbia occhi per vedere capisce che un vero negoziato è impossibile alle condizioni enunciate a Washington da Israele. In secondo luogo, i giovani arabi e palestinesi hanno visto un’America naïve e distaccata applaudire l’ostinazione politica, un’America cieca ai giochi di prestigio della destrezza verbale di Netanyahu. Hanno visto le due Camere del Congresso americano acclamare la dichiarazione diNetanyahu che Gerusalemme non sarà mai divisa – ovvero l’annuncio che il processo di pace era morto. Hanno visto i rappresentanti degli Stati Uniti chinare il capo all’unico paese occidentale che ancora opprime un’altra nazione, e continua a farlo da quasimezzo secolo. Hanno visto gli Stati Uniti partecipare alle emozioni di ieri senza darsi la pena di apprezzare le possibilità di domani. È possibile che il futuro dimostri che proprio in quei momenti cruciali aWashington i vecchi Stati Uniti hanno perso il nuovo Medio Oriente. Il credito acquisito da Obama al Cairo meno di due anni fa è stato buttato via in una mossa sola. Un palestinese che veda Netanyahu acclamato a Washington cosa può pensare della potenza mondiale che dovrebbe fungere da intermediario neutrale nel conflitto regionale? Questo è un momento fondante in cui l’Europa deve fare da ponte tra Washington lontana e soggiogata e il potenziale umano che si sta risvegliando nelMedio Oriente. Da ogni parte si sentono sollevare gli argomenti contro le misure unilaterali e a favore di un ritorno a negoziati diretti. Appelli che risuonano come gli spasmi mortali di una concezione chiusa e superata. Cosa c’è di unilaterale nell’appello per essere riconosciuti dalle nazioni del mondo? Esiste forse un modo più pieno e dignitoso di raggiungere l’indipendenza politica? Non sono forse le impossibili condizioni limite poste da Netanyahu nel suo discorso di Washington un’espressione molto più clamorosa di unilateralismo? Non è forse venuto ilmomento di riconoscere che i negoziati sono mezzi per raggiungere fini politici e che il fallimento di quei mezzi non può significare la rinuncia a quei fini, se ci sono altre opzioni possibili? In questi giorni ricorrono i quarantaquattro anni dall’inizio dell’occupazione israeliana della Striscia di Gaza e della Cisgiordania. Anni in cui Israele ha compiuto innumerevoli atti unilaterali: l’annessione di Gerusalemme, la costruzione di decine di insediamenti ebraici, l’erezione del Muro di Separazione e il disimpegno dalla Striscia di Gaza. La metà o quasi di quegli anni di occupazione è trascorsa sotto gli auspici del processo di pace. Gli incontri nelle capitali europee e nel giardino antistante la Casa Bianca non hanno impedito a Israele di continuare a prepararsi il terreno adottando misure unilaterali, alcune delle quali esiziali per il processo di pace stesso. C’è tempo per altri vent’anni di negoziati? Non abbiamo ancora capito che la delusione di un ulteriore giro di discorsi inutili potrebbe avere conseguenze tragiche per gli israeliani come per i palestinesi? L’appello che ho rivolto ai capi di stato europei insieme al gruppo di personalità israeliane fa parte dello sforzo degli elementi democratici di Israele per fermare il peggio. Oggi, dopo trent’anni di ostinazione monomaniacale, Netanyahu è disposto a riconoscere che Israele non può mantenere tutti gli insediamenti sotto la sua sovranità. Quanti anni dovranno ancora passare e quante vite si dovranno perdere prima che riconosca che anche il passo ulteriore è inevitabile? Prima o poi nascerà uno stato palestinese. Per evitare altre perdite di vite umane, per evitare lo spreco di tutta una nuova generazione che aspira a costruire il proprio destino la comunità internazionale e Israele dovrebbero, anzi debbono riconoscerlo fin dal primogiorno e negoziare da uguali le questioni ancora sul tavolo. Israele si trova comprensibilmente in una situazione critica. Fluttuiamo in continuazione fra sindrome traumatica e sindrome post-traumatica. Ci è difficile fidarci. Siamo sospettosi, sempre più aggressivi del necessario. Siamo ancora paralizzati, e perciò la soluzione non verrà da Israele. Questo non è un fallimento politico è una condizione morbosa psico-politica. Da tempo abbiamo dimenticato le idee di fondo che avevamo predicato per anni. Ora sembra che alcuni palestinesi abbiano capito qualcosa di molto profondo che era alla base del progetto sionista del secolo scorso. Che l’azione civile e la protesta non violenta sono strumenti politici nazionali molto più efficaci delle guerre. E sono gli strumenti scelti dalla leadership palestinese. Sono gli strumenti su cui oggi scommettono migliaia di giovani palestinesi. La strategia palestinese che unisce la costruzione delle istituzioni statali all’appello per il riconoscimento delle Nazioni Unite non mette la speranza al posto della pacema piuttosto riflette i venti nuovi che soffiano nel Medio Oriente. Porta al culmine un processo di pace durato troppo a lungo. Nascerà uno stato palestinese. Solo se saremo pronti a riconoscerlo, ad accoglierlo nella famiglia delle nazioni, potremo favorire l’avvento del giorno in cui i due stati si divideranno quel piccolo territorio tra il Giordano e il MarMediterraneo in condizioni di pace e buon vicinato. Allora il prossimo Settembre accogliamo lo stato della Palestina a braccia aperte!

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16 giugno 2011

Uno Stato, una legge, una forza dell’ordine

 

M. Paganoni per NES
“La mia soluzione per salvaguardare uno Stato che sia ebraico e democratico è quella di avere due stati nazionali con limiti ben definiti. Quando ci saranno due stati per due popoli, potremo rivolgerci agli arabi israeliani e dir loro: la vostra sovranità nazionale si realizza altrove, non in Israele. Qui siete cittadini con pari diritti, ma siete cittadini dentro uno Stato che è la sede nazionale del popolo ebraico”. Questo concetto, che il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni di recente ha ribadito parlando a un gruppo di liceali (Jerusalem Post, 11.12.08), ha suscitato molto scalpore, fin quasi ad insinuare che la leader di Kadima sia diventata fautrice del famigerato “trasferimento” (o espulsione) degli arabi da Israele. In realtà, la Livni dice una cosa che è al contempo ovvia e importante. Dovrebbe essere ovvio, infatti, che “due stati per due popoli” significa due stati nazionali, uno arabo e uno ebraico. Ed è importante ribadire che le minoranze non-ebraiche dentro Israele, pur avendo titolo ad ogni diritto come singoli cittadini, non devono aspirare a forme collettive di autonomia o autogoverno in quanto minoranza nazionale, eventuale anticamera di future rivendicazioni para-secessioniste di qualche porzione del paese. In questo senso, mette in chiaro la Livni, le aspirazioni nazionali arabo-palestinesi troveranno espressione nel futuro Stato palestinese e solo in quello, così come quelle ebraiche trovano espressione nello Stato d’Israele.
Il concetto, aggiungiamo noi, non è del tutto ovvio nemmeno in campo ebraico. E non pensiamo tanto, qui, alla equivoca concezione sedicente post-sionista (in realtà anti-sionista) di coloro che amano propugnare uno Stato d’Israele “di tutti i suoi cittadini” (espressione codificata per intendere: uno Stato spogliato di ogni carattere ebraico e sionista), fino a prospettare lo Stato unico detto “bi-nazionale”, cioè in pratica a maggioranza arabo-islamica e dunque arabo-islamico tout-court. Il che, appunto, sarebbe in contraddizione con la soluzione “due popoli-due stati”.
Pensiamo piuttosto a quei gruppi di estremisti israeliani che, asserragliati in qualche insediamento come a Hebron, non solo militano esplicitamente contro la spartizione della Terra, ma sembrano voler prefigurare una sovranità ebraica alternativa a quella dello Stato d’Israele, quando non ad esso apertamente contrapposta. Una contrapposizione che assume le forme dell’ingiuria, dell’eversione, della violenza fisica. “Osservando le scene dell’occupazione non autorizzata e dello sgombero forzato di una casa a Hebron – scrive Sergio Della Pergola (Ucei informa, 9.12.08) – si ha l’impressione che in certi ambienti sia in atto il movimento costituente dello Stato di Giudea: un’entità che non riconosce la legalità di Israele, incluse le sue forze armate, e ha una propria politica alternativa, di alto profilo mediatico e non aliena dall’uso delle armi. Ciò avviene dopo 40 anni di laissez faire da parte di chi non ha voluto o saputo chiarire senza equivoci che una e indivisibile è la sovranità dello Stato d’Israele, una la sua legge, una la sua forza dell’ordine, uno il suo interesse geopolitico”.
“Gli ebrei anti-sionisti del gruppo Naturei Karta – nota il Jerusalem Post in un suo editoriale (5.12.08) – si oppongono allo Stato ebraico perché il Signore non ha ancora inviato il Messia. Invece, questi coloni estremisti sganciati dal tradizionale campo del nazionalismo religioso ebraico, sono arrivati al punto di contrapporsi allo Stato perché interpretano le sue politiche e le sue istituzioni come contrarie al volere del Signore. Da qui derivano i loro comportamenti. Ma noi – continua il giornale israeliano, facendo propria una presa di posizione congiunta di Likud, Israel Beiteinu, Kadima e Laburisti – condanniamo senza riserve quei coloni che si sono comportanti in modo inammissibile, scagliando pietre e insulti all’indirizzo del personale di sicurezza: quello stesso personale a cui spesso, un istante dopo, devono rivolgersi per essere difesi dai palestinesi. Condanniamo gli estremisti per aver provocato risse con la popolazione araba del posto, per aver violato moschee, abitazioni, veicoli e cimiteri. Vi è uno scollamento ormai inconciliabile fra coloro che sono disposti a praticare o giustificare la violenza dei coloni estremisti imbevuti di follia messianica, e la stragrande maggioranza del pubblico israeliano; tra coloro che si sono ormai sganciati dall’impresa sionista, certamente imperfetta, con le sue forze armate e le sue istituzioni politiche, e la stragrande maggioranza di chi vuole preservare lo stato di diritto”.
Anche un’osservatrice come Evelyn Gordon, che pure lo scorso settembre spese parole controcorrente per sostenere che è nel cattivo funzionamento del processo decisionale democratico israeliano che va cercata l’origine della deriva anti-sistema di questi giovani estremisti, oggi sente il bisogno di ribadire che, in ogni caso, “il teppismo è qualcosa che nessuna società può tollerare e dunque bisogna far rispettare la legge con maggior rigore: coloro che si sono posti fuori dalla legge devono incorrere nei rigori della legge e in una condanna sociale senza ambiguità. Una società controlla dai teppisti non merita d’essere abitata: basta dare un’occhiata all’Autorità Palestinese”. (Jerusalem Post, 11.12.08).
“Quando Theodor Herzl scrisse nel suo diario, la sera del primo Congresso sionista (1897) ‘oggi a Basilea ho fondato lo Stato ebraico’ – nota Shlomo Avineri (Ha’aretz, 10.12.08) – riteneva d’aver dato agli ebrei ‘il sentimento di appartenere a un unico consesso nazionale’. Fino ad allora gli ebrei non solo non avevano un territorio, ma neanche un’autorità istituzionale che parlasse a nome della nazione e ne rivendicasse la sovranità. Questo era il profondo significato del Congresso, dell’elezione di organismi rappresentativi, del versamento dell’obolo volontario”. Il fatto che oggi due opposte interpretazioni religiose (quella alla Naturei Karta e quella dei coloni estremisti) possano portare alla radicale delegittimazione dello Stato d’Israele deve far riflettere: “almeno per quanto riguarda il pubblico ebraico, la minaccia più insidiosa al sionismo non giunge tanto dalla estrema sinistra detta post-sionista, quanto da gruppi di profonda osservanza religiosa”, con una forte erosione dell’approccio tradizionalmente rappresentato dal partito nazional-religioso. “Le scelte di David Ben Gurion di fronte al disarmo della nave Altalena e del Palmach – continua Avieri – possono essere criticate per inflessibile intransigenza, ma si fondavano sulla consapevolezza che uno Stato, per reggersi, deve esprimere un’autorità condivisa e riconosciuta, anche se talvolta bisogna ricorrere a misure drastiche per affermarla e preservarla. L’attuale bancarotta della sovranità palestinese rappresenta il più chiaro esempio di cosa può accadere a una nazione la cui leadership si dimostri incapace di capire o di attuare questo principio”. La posizione dei Naturei Karta, che si rifiutano di rispettare la sovranità israeliana, e quella degli estremisti di Hebron che definiscono “antiebraico” il governo di Gerusalemme e danno del “nazista” ai soldati di Tzahal indicano che il processo avviato da Herzl e Ben Gurion non è ancora completato. “In questo senso – conclude Avieri – è vero che siamo ancora nell’esilio”.




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16 giugno 2011

Il 9 di Av e il futuro del sionismo

 
Da un editoriale del Jerusalem Post
I palestinesi che sposano un cittadino arabo israeliano allo scopo di ottenere la cittadinanza (e la residenza) israeliana dovranno prestare un giuramento di lealtà allo “stato ebraico e democratico”. Lo ha stabilito il governo domenica scorsa, emendando una decisione del maggio 2002 che di fatto inficiava il diritto alla “riunificazione familiare” dei palestinesi spostati a cittadini arabi israeliani. Le organizzazioni per i diritti umani criticano fortemente Israele per questo provvedimento, che invece costituisce un tentativo di impedire – come accadeva – a palestinesi potenzialmente ostili allo stato d’Israele di acquisire cittadinanza e residenza attraverso il matrimonio, e di preservare al contempo i principi sanciti nella Legge Fondamentale israeliana su Libertà e Dignità Umana.
Ma la decisione del governo solleva anche una questione più sostanziale in merito alla pertinenza di uno stato “ebraico e democratico” nel XXI secolo.
In linea di principio, non c’è necessariamente un conflitto intrinseco fra i due valori, “ebraico” e “democratico”. La bandiera d’Israele, l’inno, le feste nazionali del paese, i suoi eroi e la sua religione prevalente riflettono la cultura ebraica della maggioranza della popolazione senza violare in alcun modo i diritti umani della popolazione non-ebraica d’Israele. Anche la Legge del Ritorno, che attribuisce automaticamente la cittadinanza israeliana a qualunque ebreo venga a stabilirsi in Israele (mentre qualunque non ebreo può ottenere la cittadinanza secondo procedure del tutto simili a quelle in vigore in altri paesi) può essere giustificata alla luce di analoghe leggi “sul rimpatrio” adottate da paesi come Grecia, Germania, Finlandia, Irlanda, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Slovenia, Croazia e Armenia.
Tuttavia, questo delicato equilibrio fra il carattere “ebraico” e il carattere “democratico” dello stato di Israele è finito di recente sotto attacco da diverse parti politiche interne al popolo ebraico.
All’estrema sinistra i post-sionisti, ignorando o rifiutando come illegittima l’aspirazione del popolo ebraico all’autodeterminazione in un proprio stato con una cultura e un patrimonio comuni, condannano il carattere “ebraico” di Israele come un impedimento al suo essere democratico e liberale. Anche nelle sue forme più misurate, il cosiddetto post-sionismo invoca una “normalizzazione” dello stato di Israele che verrebbe spogliato di tutte le sue caratteristiche ebraiche e sioniste, magari cambiandone persino il nome. La Legge del Ritorno viene comunemente additata e censurata, da chi condivide questo punto di vista, come una legge anacronistica, se non addirittura razzista, sulla base dell’assunto che Israele non abbia più bisogno di fungere da “stato rifugio” rispetto alle minacce dell’antisemitismo.
All’estrema destra, intanto, il carattere democratico di Israele risulta sospetto e le libertà faticosamente ottenute e difese non vengono pienamente apprezzate. Effetti di questa china non democratica sono la recente decisione della Knesset di revocare alcune prerogative parlamentari alla deputata del partito Balad Haneen Zuabi come sanzione per la sua provocatoria adesione alla flottiglia turca pro-Hamas, e la dichiarazione del ministro dell’istruzione Gidon Sa’ar secondo cui bisognerebbe penalizzare i docenti universitari che sostengono il boicottaggio anti-Israele.
Non basta. Un’ulteriore minaccia all’equazione “ebraico e democratico” proviene dal campo ebraico ultra-ortodosso che nelle ultime settimane, insieme al partito Israel Beiteinu, ha tentato di far passare una legge sulle conversioni che mira a ridefinire la dimensione “ebraica” di Israele in un modo decisamente ristretto e limitante. In passato, la risposta alla domanda “chi è ebreo?” era stata lasciata volutamente ampia e inclusiva nello sforzo di abbracciare il più alto numero possibile di appartenenti al popolo ebraico. Ora invece il disegno di legge di Israel Beiteinu propone di conferire la “responsabilità sulle conversioni” al capo-rabbinato controllato dagli ultra-ortodossi. Se questa legge dovesse passare, cosa che sembra sempre meno probabile, essa alienerebbe gli ebrei “reform”, “conservative”, “reconstructionist” e non affiliati, che troverebbero molto difficile, se non impossibile, identificarsi con una “ebraicità” definita in conformità ai criteri della sola ortodossia.
Il giorno 9 del mese di Av (Tisha Be’av), mentre tutto il popolo ebraico ricorda il terribile prezzo pagato (la distruzione del Tempio, la perdita della sovranità nazionale e la dispersione forzata) a causa delle lotte e delle disgregazioni interne, i leader di Israele dovrebbero cercare le modalità per includere, non per escludere gli altri ebrei.
Il sionismo, più di ogni altro movimento ebraico della storia moderna, ha saputo aggregare diverse correnti e diversi convincimenti ebraici, dai laici liberali ai pietisti ultra-ortodossi, dai socialisti ai coloni del nazionalismo religioso. Il futuro successo del sionismo dipende dalla sua capacità di mantenere preservare sia un’identità ebraica ampia e inclusiva, sia una sana democrazia. La grande maggioranza degli ebrei deve poter rinnovare serenamente il proprio impegno di fedeltà verso uno stato d’Israele ebraico e democratico.

(Da: Jerusalem Post, 20.7.10)




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16 giugno 2011

Spartire la terra, in nome del sionismo

 
Di Ruth Gavison
Nella storia del movimento sionista v’erano coloro che vedevano il suo obiettivo nella riunificazione del popolo ebraico nella sua patria storica e coloro che sottolineavano l’idea che obiettivo del sionismo fosse la rinascita del popolo ebraico nella Terra d’Israele. Ma ogni volta che la dirigenza dell’Yishuv, la comunità ebraica in Terra d’Israele, si è trovata di fronte alla scelta fra avere uno stato ebraico su una parte della terra o restare attaccati al sogno di una “grande Israele”, vale a dire della totalità della Terra d’Israele, essa scelse a grande maggioranza l’opzione dell’indipendenza politica su una parte della terra, dove poter avere una stabile maggioranza ebraica riconoscendo alla minoranza araba diritti ed eguaglianza. Durante un dibattito alla Knesset nell’aprile 1949, il primo ministro israeliano David Ben-Gurion chiarì molto bene questo punto: “Quando è sorta la questione – disse – se mirare all’intero paese senza uno stato ebraico o avere uno stato ebraico senza l’intero paese, abbiamo deciso per lo stato ebraico senza l’integralità della Terra d’Israele”. Questa era la visione che trovò eco nella Dichiarazione d’Indipendenza dello stato d’Israele.
Lo stesso vale oggi. Una forte maggioranza della popolazione ebraica in Israele vuole porre fine all’occupazione e creare una realtà in cui sia garantita una stabile maggioranza ebraica nello stato d’Israele, che non debba governare sopra un altro popolo i cui membri sono privi di diritti civili e politici. Il dibattito, dunque, non riguarda un presunto superamento del sionismo, ma al contrario la creazione delle condizioni di base fondamentali per la realizzazione del sionismo. La validità di questo obiettivo e i progressi in questa direzione non dipendono dalle intenzioni e dalle ambizioni dei palestinesi. Apparentemente anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu coglie questo punto e lo proclama come suo obiettivo, ma né lui né il suo governo hanno mostrato di sostenerlo in modo coerente, né fanno abbastanza per promuoverlo. Hanno invece messo nelle mani dei palestinesi le chiavi per la sua realizzazione. Chiarire questo punto è cruciale per il nostro futuro in questo paese. Le prospettive di pace dipendono dal fatto che tutti i soggetti della regione riconoscano che la guerra contro l’esistenza stessa d’Israele e la sua identità è destinata al fallimento. Quella israeliana non è una società fragile “come una ragnatela” (per dirla con le parole del capo Hezbollah, Hassan Nasrallah), né una società di individui senza radici, arrivati qui per prendere il controllo di un paese che non appartiene loro, all’insegna di colonialismo e imperialismo. Il dibattito interno in Israele sul futuro dei territori non toglie nulla alla convinzione della giustezza complessiva del progetto sionista.
Il movimento sionista ha raggiunto l’apice con la creazione dello stato. La sostanza di questo risultato è il desiderio di soddisfare la necessità e l’ambizione del popolo ebraico di creare nella propria patria le fondamenta per una rinascita nazionale. Le prospettive di pace dipendono dal fatto che i nostri nemici riconoscano che, se non sarà raggiunto con loro alcun accordo diplomatico, il popolo ebraico farà tutto ciò che è necessario fare per proseguire la propria esistenza indipendente, anche se questo significherà sistemarsi in una parte soltanto della patria storica. Identificare la narrativa della “grande Israele”, cioè dell’integralità della terra d’Israele, con il progetto sionista è peggio che una distorsione della storia. Paradossalmente, questo collegamento fa il gioco di coloro, ebrei e arabi, che si oppongono alla spartizione della terra.
Solo attraverso la comprensione del fatto che è in corso un doloroso, profondo dibattito interno al sionismo, il popolo ebraico in Israele potrà prendere le difficili decisioni che vanno prese per promuovere la nostra visione, e non quella della controparte. E soltanto prendendo queste decisioni nel quadro di un ideale condiviso, possiamo custodire quel senso di solidarietà reciproca che è un pilastro fondamentale della nostra forza. Sceglieremo di cedere il controllo politico su una parte della terra, e prenderemo questa decisione perché siamo uniti da un comune ideale sionista che può essere preservato soltanto attraverso tale concessione. La strada scelta per avanzare in questa direzione dipenderà, naturalmente, dalle condizioni politiche e strategiche nel paese, nella regione e nel mondo. Questa è davvero la sfida esistenziale che la nostra generazione deve affrontare. Ancora una volta, come fu prima della nascita dello stato, è giunto il momento di assumerci la responsabilità del nostro destino, di definire con chiarezza gli obiettivi del sionismo e di procedere con determinazione, saggezza e senso di responsabilità.

(Da: Ha’aretz, 10.6.11)

Nella foto in alto: Ruth Gavison, autrice di questo articolo




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16 giugno 2011

Israele come non l’avresti mai immaginato: l’altro volto d’Israele in mostra per dieci giorni a Milano

 “Nonostante le sue dimensioni, Israele è uno degli otto paesi al mondo in grado di lanciare da soli i propri satelliti nello spazio”. “Strano a dirsi, ma la più grande struttura ospedaliera israeliana è anche la seconda più grande al mondo”. Queste e molte altre le notizie che si possono scoprire esplorando le installazioni multimediali di “Unexpected Israel” (l'Israele che non ti aspetti), aperte al pubblico a Milano fino al 23 giugno. Turisti con macchina fotografica al collo, professionisti in giacca e cravatta, semplici curiosi passeggiano tra le colonne multimediali che raccontano con immagini e videoregistrazioni la tecnologia, la sanità, la cultura e le altre eccellenze israeliane.
Delle polemiche dei giorni scorsi rimane traccia nelle transenne che circondano gli stand e in un paio di ragazzi che, appena fuori, distribuiscono volantini inneggianti al boicottaggio dell’iniziativa. Nel frattempo, invece, “Unexpected Israel” accoglie i suoi visitatori all’ombra del Duomo, oltre che a Palazzo Mezzanotte, dove martedì 14 si terrà il Forum economico fra Italia e Israele, e al Teatro Nuovo di piazza San Babila, che il 15 giugno ospiterà il concerto di Noa con l’intervento dello scrittore David Grossman, mentre il 18 sarà la volta del musicista Idan Raichel.
La kermesse spazia dalla tecnologia – con cinque seminari dedicati alle tecnologie idriche, i "new media", la sanità, la sicurezza interna e la robotica – alla cultura, dall'economia al turismo. E poi ancora, chi passa per Milano in questi giorni avrà a disposizione numerose mostre, tra cui una dedicata al kibbutz, e il Festival del nuovo cinema israeliano, promosso dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea e dalla Cineteca italiana.
Innumerevoli occasioni per scoprire davvero l’Israele che non ti aspetti.

Si veda:
unexpectedisrael
http://www.unexpectedisrael.it




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16 giugno 2011

Se il dittatore siriano è alle corde

 
Editoriali di Jerusalem Post e Yediot Aharonot
Quando la tv siriana, pesantemente controllata dallo stato, trasmette ai suoi ascoltatori immagini in diretta, si può star certi che è in corso qualcosa di molto ben orchestrato. Infatti, in occasione della recente Giornata della Naksa – la nuova commemorazione della disfatta araba del 1967 – per un breve momento le emittenti siriane sono diventate insolitamente e improvvisamente molto liberali, e hanno mandato in onda materiale dal confine israeliano non censurato. La cosa avveniva dopo che le autorità avevano esortato le masse – ricorrendo anche alla corruzione, secondo insistenti informazioni – a violare gli sbarramenti della frontiera e riversarsi dentro Israele. Lo scopo evidente era quello di mettere in scena uno spettacolo che carpisse l’attenzione dei mass-media. Di qui l’improvviso e temporaneo allentamento delle inveterate restrizioni siriane al lavoro dei giornalisti. Si tratta, va sottolineato, della stessa televisione di stato che è riuscita ad evitare di trasmettere qualsiasi immagine del caos e delle stragi in corso da settimane nelle città siriane sconvolte dalle proteste contro lo spietato regime di Bashar Assad. Naturalmente, la mancata copertura degli sconvolgimenti interni siriani e la successiva alacrità nel fomentare e riportare scontri con i soldati israeliani sono fatti intrinsecamente connessi fra loro. Così come esiste un preciso legame fra il minimizzare deliberatamente il numero di civili siriani uccisi dalle truppe di Assad e l’esagerare quello delle vittime dello show messa in scena al confine con Israele.
Ma ci sono segnali anche più indicativi, a parte l’inconsueta apertura della tv siriana sul Golan. Sul versante siriano, infatti, le zone in prossimità del confine con Israele sono sempre state zone militari off-limits dove non poteva mai accadere che una persona non autorizzata vagasse inavvertitamente. È questo il modo in cui Damasco ha mantenuto eccezionalmente calmo il suo confine con Israele per decenni: decenni nei quali la calma, su quel confine, rispondeva ai suoi scopi. Poi improvvisamente domenica scorsa, in una sorta di replica della Giornata della Nakqa orchestrata tre settimane fa, quell’area è stata invasa da un pullulare di gente portata coi pullman, munita di bandiere e cartelloni, spronata con slogan e altoparlanti. A completare lo show, squadre di cameraman e autoambulanze. C’è una sola spiegazione plausibile: tutto l’evento era stato ben organizzato in anticipo, con approvazione dall’alto.
Ma il dato ancor più rivelatore è stato che i marciatori anti-israeliani – che avrebbero dovuto essere palestinesi –si sono fatti puntiglio di gridare a voce spiegata il loro appassionato e imperituro sostegno ad Assad: tutto l’evento era permeato da una incondizionata uniformità filo-regime, senza la minima voce dissenziente. Eppure la causa di Assad non è particolarmente popolare, di questi tempi, fra gli abitanti del suo feudo. Sicché la singolare lealtà verso Assad e al suo regime in scena domenica sul Golan appare inspiegabilmente in contrasto con lo stato d’animo così evidente all’interno della Siria.
Il che è servito a ricordarci che le assortite autocrazie nostre vicine di casa, quando considerano che sia loro interesse imporre controllo e autocontrollo, sanno molto bene come farlo. Per motivi loro – e non certo per amore d’Israele – egiziani, giordani, Autorità Palestinese (sia il ramo di Ramallah che quello di Gaza) e persino il Libano sotto schiaffo di Hezbollah hanno optato per il mantenimento della disciplina, nel giorno della Naksa. Dal momento che Assad ha ampiamente dimostrato di saper mantenere l’ordine al confine, questo suo insolito “insuccesso” di domenica sul Golan corrobora l’ovvia deduzione che egli da quella messinscena sperava di ottenerne un vantaggio.
Assad è ormai entrato nella fase “più nulla da perdere” del suo travaglio. Il venerdì precedente la Giornata della Naksa, decine di migliaia di siriani, forse anche di più, avevano invaso le strade invocando la sua estromissione. Lo stesso giorno della Naksa, mentre era in pieno svolgimento l’artificiosa performance del Golan, decine di siriani venivano uccisi nel nord del paese. Assad sarebbe solo contento se la comunità internazionale si concentrasse sulle vittime che sostiene inflitte da Israele anziché su ciò che egli sta facendo alla sua stessa popolazione. Per questo, più sangue viene sparso al confine, tanto meglio è per i suoi scopi. Per aumentare l’effetto della manipolazione, Assad ha gonfiato il numero delle presunte vittime causate da Israele. Tanto nessuno può controllare in modo attendibile né verificare nulla, nel suo totalitario cortile di casa.
La brutale tattica diversiva di Assad non era pensata soltanto per l’opinione pubblica estera, ma anche per le folle dentro casa. Assad ha assoluto bisogno di replicare la sua riuscita tattica degli anni passati, che consiste nel tenere unite le diversissime componenti che costituiscono la popolazione siriana demonizzando Israele come il loro comune nemico. Paradossalmente, a questo riguardo, Israele finora è servito alla dinastia degli Assad come uno dei suoi durevoli pretesti per mantenere il potere. Il regime degli Assad – è stato inculcato nella testa dei siriani – protegge il campo arabo dall’orco Israele. Cosa che oggi gli viene beffardamente ritorta contro dai dissidenti dell’opposizione, alcuni dei quali lo bollano causticamente come “lacchè di Israele”. A volte persino propagandisti e provocatori dispostici raccolgono tempesta. Ma questo non significa che Assad non vada perso sul serio. La sua accresciuta vulnerabilità, in effetti, lo rende più disperato e di conseguenza più imprevedibile.
(Da: Jerusalem Post, 8.6.11)

Scrive YEDIOT AHARONOT: «Il cinico uso dei palestinesi fatto dai siriani nel giorno della Naksa sulle alture del Golan si è ritorto come un boomerang contro il presidente Assad. Nell’arena palestinese, ora il terreno gli trema sotto i piedi. Dopo quella giornata, è venuta alla luce una spaccatura tra lui e i palestinesi dei campi in Siria che fino ad oggi erano stati una delle comunità più fedeli agli Assad. Va ricordato che, quando sono arrivate nel campo di Yarmuk (alla periferia di Damasco) le bare coi giovani che avevano perso la vita nell’assurdo assalto alla frontiera israeliana del giorno della Naksa, nel campo sono scoppiati disordini la cui rabbia non era rivolta contro Israele, bensì contro coloro che avevano mandato quei ragazzi al confine con Israele. I membri del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina di Ahmed Jibrils, strettamente identificato al regime siriano, hanno subito il peso dell’indignazione popolare. Nello stesso giorno in cui scoppiavano i disordini nel campo di Yarmuk, l’esercito siriano cancellava i permessi di passaggio dei palestinesi attraverso i posti di blocco che controllano le strade per il Golan a 15-20 chilometri dal confine, impedendo ai palestinesi di raggiungere l’area. Forse qualcuno nella dirigenza siriana ha colto la misura della rabbia nei campi e il potenziale pericolo nel continuare a usarli contro Israele.»
(Da: Yediot Aharonot, 9.6.11)

Nella foto in alto: palestinesi in rivolta, nel campo di Yarmuk, sotto il fuoco dei palestinesi fedeli al regime siriano di Assad.
Per il video completo (attenzione: immagini molto crude):
http://www.linkiesta.it/blogs/falafel-cafe/video-choc-siria-profughi-palestinesi-contro-i-loro-vertici-14-morti#ixzz1OnX4EToP




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15 giugno 2011

Il micidiale gioco al massacro degli assalti ai confini

 
Di Herb Keinon
A breve termine, Israele è uscito con pochi danni dagli scontri di domenica sul confine siriano. Non ci sono state vittime fra i soldati, e non si sono levate le usuali proteste dal resto del mondo per quello che si è configurato chiaramente come il diritto di Israele di difendere l’integrità delle proprie frontiere. La morte di alcuni siriani è senz’altro deplorevole, ma la responsabilità ricade interamente su coloro che hanno cercato di sfondare il confine d’Israele. Nessun paese può permettere che la sua sovranità venga violata. Si immagini come reagirebbero gli Stati Uniti se migliaia di messicani si avventassero sul confine del Texas, o come reagirebbe l’India se migliaia di pakistani cercassero di irrompere attraverso il confine. Forse è per questa ragione per cui gli scontri al confine siriano – che secondo le autorità siriane (non particolarmente note per attendibilità) avrebbero lasciato più di venti morti sul terreno e centinaia di feriti – non sono stati il tema dominante dei notiziari di domenica. Non lo sono stati nemmeno sui notiziari dei mass-media arabi, dove le notizie dallo Yemen hanno avuto l’onore della prima pagina, e gli scontri al confine israelo-siriano si contendevano lo spazio con il presidente siriano Bashar Assad che fa sparare a zero sulla sua stessa popolazione. Né i paesi del mondo sono sembrati tanto disposti a emanare dichiarazioni di condanna contro Israele per aver impedito con la forza la violazione dei suoi confini (pur con qualche eccezione, in particolare la Russia).
Si confronti tutto questo con la situazione di un anno fa, quando nove militanti turchi anti-israeliani resatarono uccisi a bordo della Mavi Marmara nello scontro con un commando delle Forze di Difesa israeliane salito a bordo per impedire la violazione del blocco navale anti-Hamas sulla striscia di Gaza. La differenza, questa volta, non è dovuta solo al fatto che molti capiscono il diritto di Israele a difendere i propri confini, ma anche al fatto che, dopo i massacri inflitti da Assad alla sua popolazione, rimangono ben poche illusioni in occidente sulla vera natura del regime siriano. E vi è la consapevolezza che, in quel paese, semplicemente non può accadere che colonne di autobus carichi di manifestanti si presentino spontaneamente al confine senza la collusione del governo. È evidente che Assad sta disperatamente cercando di cambiar il discorso.
Dunque, questa volta Israele ha schivato il colpo. Nessuna condanna spropositatamente dura, nessun appello per inchieste internazionali, nessuna richiesta di trascinare Israele davanti alla Corte Penale internazionale per crimini di guerra. Ma questo non significa che le immagini dal confine non abbiano un deleterio effetto cumulativo sul lungo periodo. Se iniziano a circolare immagini di “cecchini” israeliani che sparano a “manifestanti indifesi”, anche se quei manifestanti stanno tentando di forzare il confine e di fare irruzione nel paese, prima o poi coloro che si adoperano per la delegittimazione di Israele useranno quelle immagini a sostegno delle loro accuse e per dipingere Israele come uno stato criminale. Una rappresentazione che ai palestinesi non par vero di promuovere, mentre si avvicinano alla loro mossa di chiedere l’indipendenza, a settembre alle Nazioni Unite (senza accordo con Israele). Si è molto discusso nelle scorse settimane, dopo il primo assalto ai confini del 15 maggio, quanto tutto questo non possa essere una sorta di prova generale del modo in cui i palestinesi intendono reagire nel caso in cui l’assemblea generale dell’Onu dovesse riconoscere uno stato palestinese senza che però nulla cambi sul terreno. Il che però non coglie il punto. Ciò che fa comodo in questo momento alla narrazione palestinese sono le immagini di “profughi” che vengono uccisi mentre cercano di tornare alle “loro case”. Cosa che, sul piano emotivo, rafforza la loro tesi all’Onu di riconoscere uno stato per il popolo palestinese “senza stato” (anche senza accordo con Israele).
Ciò che non verrà discusso, all’Onu, è che i palestinesi non considerano il loro futuro stato come l’approdo per i profughi che strepitano ai confini settentrionali di Israele, giacché essi vogliono veder “tornare” quei profughi all’interno di Israele pre-’67. I palestinesi, tanto quanto si adoperano per la legittimazione del loro stato alle Nazioni Unite, altrettanto si adoperano senza sosta per delegittimare Israele agli occhi del mondo, buttarlo fuori come un paria, come uno stato da apartheid, un reietto che non si fa scrupolo di sparare su manifestanti disarmati (delegittimazione di Israele che non è affatto necessaria per promuovere la soluzione a due stati, e che anzi va contro tale soluzione).
E qui sta il guaio, per Israele. Come si può impedire che i propri confini vengano violati senza fare il gioco dell’altra parte? Situazione resa ancora più complicata dal fatto che Assad è visto sempre più come qualcuno che non ha nulla da perdere, che è poi il motivo per cui, a differenza di Giordania e Libano, permette per la prima volta in trentacinque anni che interi convogli di autobus carichi di manifestanti raggiungano il confine. Giordania e Libano hanno da perdere, in uno scontro con Israele. Assad non più.
E poi non è chiaro se vi sia qualcuno che abbia effettiva influenza sul dittatore siriano. Mosca, in una certa misura, ha contribuito a trattenere la comunità internazionale opporsi troppo duramente ad Assad, un frutto dell’antico rapporto protettore-cliente che esiste fra i due paesi. È probabile che Israele stia cercando di usare le sue buone relazioni con la Russia per convincere Assad che l’ultima cosa di cui ha bisogno in questo momento è di innescare seri problemi con Israele sul confine. Ma, se i fatti di domenica sono un indicatore, anche l’influenza di Mosca su Damasco appare limitata. E se Assad ha la sensazione di andare a fondo, non si farà sfuggire l’opportunità – che ritiene possa aiutarlo – di erodere ulteriormente la legittimità di Israele agli occhi del mondo. Per questo, gli scontri sul confine di domenica scorsa molto probabilmente sono destinati a non essere gli ultimi.

(Da: Jerusalem Post, 7.6.11)

Nella foto in alto: l’autore di questo articolo Herb Keinon




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15 giugno 2011

Se l’Egitto si tira la zappa sui piedi

 
Di Alex Fishman
Paradossalmente molti funzionari della sicurezza, in Israele, non sono scontenti che l’Egitto abbia aperto in via definitiva il valico di frontiera di Rafah fra Sinai e striscia di Gaza. Nessuno di loro lo dice apertamente, ma nelle discussioni interne ai massimi livelli si può notare un senso si sollievo per la mossa unilaterale del Cairo. Molti ufficiali dicono che finalmente Israele può procedere verso il disimpegno completo dalla striscia di Gaza. L’agognato sogno d’Israele sta prendendo forma: ora è l’Egitto che si assume la responsabilità per gli abitanti della striscia di Gaza.
I mass-media arabi in generale, e la tv al-Jazeera in particolare, descrivono continuamente l’apertura del valico come un atto che umilia Israele. Facendolo, gli egiziani hanno sfoggiato disprezzo non solo verso Israele, ma anche verso le altre parti che avevano sottoscritto l’accordo su Rafah (del novembre 2005): gli Stati Uniti, in quanto membri del Quartetto internazionale sul Medio Oriente (con Ue, Russia e Onu), e la stessa Autorità Palestinese. Eppure, a quanto pare, nessuna delle parti contraenti di quell’accordo sembra aver fretta di mostrarsi indignata, e non è un caso.
Quell’accordo, che in ogni caso non era stato più rispettato negli ultimi quattro anni, è diventato del tutto irrilevante dopo i più recenti sviluppi in Medio Oriente. Nel 2010 più di 130.000 abitanti di Gaza sono transitati attraverso il valico, e altri 30.000 vi sono passati dall’inizio della sollevazione in Egitto. L’apertura ufficiale del valico non cambierà in modo sostanziale la realtà già esistente sul terreno: la gente continuerà ad attraversarlo senza alcuna supervisione da parte di Israele, del Quartetto né dell’Autorità Palestinese. Gli egiziani hanno semplicemente istituzionalizzato una situazione che già esisteva di fatto. Finora, quando l’Egitto voleva lasciare entrare membri della Jihad Islamica, semplicemente lo faceva. E se vorrà farlo in futuro, continuerà a non chiedere il premesso a nessuno.
Pertanto la nuova violazione dell’intesa a suo tempo sottoscritta non avrà immediate implicazioni per la sicurezza di Israele. Coloro che temono che l’ostaggio Gilad Shalit possa essere clandestinamente trafugato nella penisola del Sinai attraverso il valico devono tener presente che potrebbe essere già stato trasportato attraverso la rete di tunnel sotterranei. Il divieto di far passare merci attraverso il valico di Rafah, che in questo momento resta in vigore, veniva già aggirato dagli abitanti di Gaza per mezzo di piccoli container o grandi bauli fatti passare per “bagaglio personale”. Se qualcuno è preoccupato per l’eventuale traffico di armi via Rafah, di nuovo deve rendersi conto che l’apertura del valico non fa grande differenza: già prima erano regolarmente operativi circa settanta tunnel sotterranei.
D’altra parte, il fatto che l’Egitto abbia aperto il valico in modo ordinato implica una dichiarazione di fatto di assunzione di responsabilità rispetto alla popolazione della striscia di Gaza. Israele, che attualmente subisce una campagna di delegittimazione globale sulla questione del “blocco” di Gaza, potrà ora dire alle nazioni del resto del mondo che in pratica non è in vigore più alcun “blocco”. La famosa sensazione di soffocamento degli abitanti di Gaza non ha più alcuna ragion d’essere, dal momento che possono andare e venire a piacimento dall’Egitto, anche ufficialmente. Il destinatario delle rimostranze non è più Israele, ma l’Egitto. Con il valico di Rafah aperto, gli ospedali di el-Arish (nel Sinai egiziano) diventeranno la destinazione naturale delle esigenze di assistenza umanitaria degli abitanti di Gaza.
La decisione egiziana dovrebbe anche neutralizzare la prossima “flottiglia umanitaria”. Israele deve iniziare a relazionarsi con la striscia di Gaza in modo diverso. Vi sono navi che vogliono raggiungere Gaza con la grande flottiglia programmata per la fine di giugno? Si accomodino. Le navi dovrebbero soltanto essere controllate in mare per accertarsi che non abbiano a bordo armi che potrebbero raggiungere Gaza. E se una nave si oppone con la forza al controllo, che venga indirizzata verso el-Arish.
Gli egiziani, essendo in questo momento deboli, si sono tirati la zappa sui piedi. Il regime di Mubarak non aveva nessuna intenzione di cadere in questa trappola assumendosi la responsabilità per gli abitanti della striscia di Gaza. Invece il nuovo regime guidato dai militari lo ha fatto, con l’intento di condiscendere i Fratelli Musulmani. Hamas, dal canto suo, ha ottenuto un successo diplomatico, psicologico e politico a breve termine. Il che costituisce anche un brutto segnale per le relazioni fra Israele ed Egitto, dal momento che gli egiziani hanno apertamente violato un accordo sottoscritto con Israele. Tuttavia, nel lungo periodo, Israele avrà solo da guadagnarci.

(Da: YnetNews, 30.5.1)




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15 giugno 2011

Minacce che non ti aspetteresti a Milano, Italia

 
«Il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, e il presidente della Comunità Ebraica di Milano, Roberto Jarach seguono attentamente e con preoccupazione il susseguirsi di notizie e di dichiarazioni riguardanti la manifestazione "Israele che non ti aspetti"», si legge in un comunicato diffuso martedì a proposito delle gravi intimidazioni lanciate contro la manifestazione in programma a Milano a partire dal 12 giugno: una settimana dedicata alla storia, alla cultura e alla realtà israeliana in Piazza del Duomo. «È in corso – prosegue la nota – un palese tentativo da parte di forze, gruppi e persone animati da preconcetta ostilità verso lo Stato d’Israele di far cancellare, fallire o almeno ridimensionare la portata di questo importante evento che è finalizzato a rafforzare i rapporti di amicizia e collaborazione fra i due Paesi. Le Comunità ebraiche si uniscono per sostenere l’intenzione annunciata sia dalle autorità israeliane sia da quelle italiane di non attuare alcun cambiamento al programma stabilito, sottolineando che i contenuti della iniziativa sono orientati verso la cultura, il progresso, la tecnologia e l’arte, tutti temi che adeguatamente sviluppati possono solo agire positivamente verso la convivenza e la pace tra i popoli, e perché cedere alle minacce equivarrebbe ad assicurare un successo politico a coloro che stanno diffondendo con tutti i mezzi a loro disposizione messaggi di pregiudizio e di odio».

UNA PETIZIONE ALLE AUTORITÀ
La campagna di intimidazione lanciata all’insegna del grottesco slogan “No all’occupazione israeliana di Milano” e la ventilata possibilità che tali intimidazioni inducessero le autorità a spostare la manifestazione da Piazza Duomo in altra sede, ha spinto un gruppo di persone a redigere una lettera aperta indirizzata al neo sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, al presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, al ministro degli interni, Roberto Maroni, al presidente del consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, e al presidente della repubblica, Giorgio Napolitano. Eccone il testo:

«Gentili autorità, come sapete il prossimo 12 giugno è prevista l’inaugurazione a Milano in Piazza Duomo di un padiglione dedicato a illustrare le realizzazioni economiche e le bellezze turistiche di Israele. Essa è corredata da un ricco programma culturale, con conferenze di scrittori, concerti di cantanti, mostre d’arte. La manifestazione, a suo tempo concordata con le autorità competenti, ha ricevuto tutte le autorizzazioni necessarie. Non si tratta affatto di un’”occupazione”, come scrivono i suoi boicottatori, ma di un momento di scambio culturale che arricchisce la vita culturale della città di Milano. Apprendiamo dalla stampa che la manifestazione è minacciata da estremisti che intendono impedirla per motivi politici, a costo di “mettere a fuoco la città”, cioè di usare la violenza fisica. Queste minacce sono largamente diffuse in Internet, su volantini e manifesti, diffusi in Italia e all’estero. Comunque si giudichino le vicende del Medio Oriente, è inaccettabile che gruppi di estremisti impediscano la libera manifestazione del pensiero, sfidino l’ospitalità dell’Italia, siano decisi a impedire ogni contatto con Israele secondo logiche di apartheid che ricordano i boicottaggi agli ebrei organizzati dai regimi nazifascisti. Noi sottoscritti, appartenenti a diversi schieramenti politici e culturali, con opinioni diverse sul conflitto mediorientale, facciamo appello alle autorità centrali e locali della nostra Repubblica perché non sia consentito impedire nel nostro Paese una libera manifestazione del pensiero e di scambio con un altro paese democratico. Vi chiediamo di intervenire per assicurare il regolare corso della rassegna israeliana a Milano.»

È possibile sottoscrivere questa petizione compilando e inviando il modulo in calce alla pagina:
http://www.mosaico-cem.it/articoli/primopiano/unexpected-israel-le-minacce-non-devono-vincere

Martedì, in serata, il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, e il presidente della Comunità Ebraica di Milano, Roberto Jarach, hanno dichiarato: «Vogliamo esprimere apprezzamento per il comportamento fermo e coerente tenuto dal sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, e dal questore della città lombarda, Alessandro Marangoni. La decisione di confermare definitivamente lo svolgimento della settimana dedicata a “Unexpected Israel”, un evento culturale già autorizzato e accuratamente preparato, nella Piazza del Duomo di Milano, deve essere da tutti interpretata come un esempio e un segnale che la vera democrazia non è debole, imbelle e tollerante con i violenti. La civiltà non china il capo di fronte alle minacce, ma al contrario rafforza la propria determinazione a pretendere da tutti il rispetto della legalità, della libertà e, in questo caso, il rispetto per un paese amico dell'Italia quale è lo Stato di Israele».




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15 giugno 2011

Golan in prima pagina finché Assad sarà impegnato a difendere il suo regime

 
L’indagine delle Forze di Difesa israeliane sui fatti di domenica al confine con la Siria rivela che i dimostranti siriani e le loro molotov hanno innescato l’esplosione di alcune mine causando la morte di otto o dieci di loro. Le forze israeliane hanno invocato per tre volte una “tregua” per consentire alla Croce Rossa di raccogliere i feriti, ma ogni volta i dimostranti ne hanno approfittato per cercare di guadagnare terreno.
Secondo le forze israeliane, molti dei dimostranti siriani che domenica hanno preso d’assalto la recinzione di confine e il valico di frontiera di Quneitra (in occasione dell’anniversario della guerra dei sei giorni del 1967, ribattezzato Giornata della Naksa o “arretramento”) si sono procurati le ferite, talvolta mortali, causando la detonazione di mine anticarro notoriamente posizionate da tempo su entrambi i versanti della frontiera. Secondo l’esame dei fatti condotto dalle forze armate israeliane, i dimostranti che hanno innescato le esplosioni delle mine non hanno usato alcuna precauzione, né si erano muniti di semplici strumenti come degli estintori: un comportamento irresponsabile che ha messo in gravissimo pericolo loro stessi e gli altri presenti. Alcuni di loro, specie all’altezza del valico di Quneitra, hanno anche gettato ordigni incendiari sui campi minati, con lo stesso risultato.
Secondo la valutazione riferita da fonti militari israeliane, diversi dimostranti hanno riportato gravi conseguenze o hanno perso la vita a causa dell’impossibilità della Croce Rossa di raggiungerli, dovuta al rifiuto dei dimostranti di cessare le violenze per consentire lo sgombero dei feriti. I comandanti delle Forze di Difesa israeliane hanno proclamato ben tre “tregue”, ma ogni volta i dimostranti ne hanno approfittato per cercare di avanzare.
Fonti dell’opposizione siriana, da tre mesi sotto il fuoco della repressione del regime di Bashar Assad in molte località del paese, sostengono che i dimostranti erano per lo più contadini siriani poveri, pagati 1.000 dollari ciascuno per partecipare all’assalto al confine israeliano e a tale scopo trasportati al confine in modo organizzato, con autobus messi a disposizione dalle autorità di Damasco. Secondo tali fonti, le autorità siriane avrebbero anche promesso fino a 10.000 dollari alle famiglie di chi fosse eventualmente rimasto ucciso negli scontri. (Da: YnetNews, 6.6.11)

La Siria sostiene che domenica, al confine, sarebbero rimasti uccisi 23 dimostranti e 350 feriti, numeri che l’esercito israeliano ritiene grossolanamente esagerati e che nessuno, nemmeno la Croce Rossa, ha potuto verificare. Secondo i primi risultati dell’inchiesta dell’esercito israeliano, i soldati hanno fatto un uso delle armi estremamente contenuto e mirato, sparando solo alle gambe dei trasgressori e solo dopo ripetute intimazioni in arabo e colpi in aria d’avvertimento. Alti ufficiali israeliani hanno confermato che le operazioni di domenica sono state condotte in modo da ridurre al minimo possibile il numero di feriti. Tutte le vittime si sono verificate sul versante siriano del confine, un dato che rende più complesso da parte delle Forze di Difesa israeliane l’accertamento dei dati esatti, che comunque devono essere molto inferiori a quelli diffusi dalle autorità siriane. Israele accusa la Siria d’aver creato ad arte una deliberata provocazione allo scopo di sviare l’attenzione interna e mondiale dalla perdurante sanguinosa repressione delle proteste anti-regime al suo interno. Polizia e militari siriani hanno assistito al tentativo di irruzione oltre confine senza intervenire in alcun modo per prevenirlo. La folla di dimostranti era anche accompagnata da équipe della tv di stato siriana. (Da: Ha’aretz, 6.6.11)

La ben preparata risposta delle Forze di Difesa israeliane al nuovo tentativo di far irrompere rivoltosi civili attraverso la frontiera settentrionale del paese ha fatto arrivare ai vicini ostili il fermo messaggio che Israele prende molto sul serio la difesa della propria sovranità. La confusione che si era registrata il 15 maggio, quando gruppi di attivisti erano riusciti ad attraversare il confine, ha spinto i comandi a fortificare la linea di frontiera e a posizionare un numero adeguato di soldati, con alti ufficiali presenti sul terreno pronti a reagire rapidamente agli sviluppi con nuovi ordini. Anche questa volta c’era il rischio che la situazione andasse fuori controllo, con un numero di vittime ben superiore, se le forze israeliane non avessero fatto tesoro dell’esperienza del mese scorso. I comandi hanno concentrato le truppe nelle aree giuste, presso Majdal Shams e Quneitra, e nessun militare si è lasciato cogliere di sorpresa quando dalla Siria è giunta la notizia, poi rivelatasi falsa, che la marcia verso il confine era stata cancellata. Le Forze di Difesa israeliane sono perfettamente consapevoli che devono combattere una guerra per i mass-media, oltre a quella per la difesa dei confini. Per questo ai soldati era stata data istruzione di aprire il fuoco soltanto dopo aver dato ripetuti avvertimenti contro il tentativo di forzare il confine. (Da: Jerusalem Post, 6.6.11)

Le alture del Golan hanno cessato di essere il fronte tranquillo dello stato d’Israele. La valutazione è che, finché il presidente siriano Assad sarà impegnato a difendere con la violenza il suo potere, e forse la sua stessa vita, le alture del Golan resteranno sulle prime pagine dei giornali. I siriani spingeranno i palestinesi nei punti di attrito con le Forze di Difesa israeliane, lungo il confine, nel tentativo di creare continui scontri che contribuiscano a distogliere l’attenzione locale e globale dalla profonda crisi interna siriana. L’organizzazione di queste nutrite dimostrazioni popolari non viene fatta coi social network di internet. Facebook giocherà forse un ruolo importante in Egitto, in Libia e in Tunisia, ma sul fronte palestinese non c’è nulla di nuovo: i palestinesi continuano ad essere docili strumenti nelle mani dei regimi di Siria, Libano, Giordania, Egitto e della stessa Autorità Palestinese, che li manovrano a piacere. Non è un caso se domenica i confini d’Israele con Giordania e Libano sono rimasti tranquilli, giacché le autorità di quei paesi hanno preferito, per il momento, mantenere la quiete. Ma se lo stallo diplomatico continuerà, questo potrebbe non essere più vero per l’Autorità Palestinese. (Da: Yediot Aharonot, 6.6.11)

DOCUMENTAZIONE
L’attivista siriano per i diritti umani Muntaha Al-Atrash, intervistato il 4 aprile scorso dal quotidiano arabo edito a Londra Al-Sharq Al-Awsat, ha dichiarato: “Ogni volta che chiediamo libertà e democrazia, ci dicono che il nostro scontro con Israele è più importante delle meschine questioni interne".
Per la versione in inglese dell’intervista, si veda:
http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/207/0/5203.htm

Nella foto in alto: Un video di origine sconosciuta, messo on-line dall’opposizione siriana, mostra soldati siriani che si fanno beffe dei corpi di civili uccisi dalle forze repressive del presidente Assad. Secondo le fonti dell’opposizione, il filmato sarebbe stato girato sul tetto di una moschea della città meridionale di Dara’a, epicentro delle proteste anti-regime. La tv Al-Arabiya ha mandato in onda una parte del video oscurando il volto delle vittime. Nella versione completa del filmato (raggiunta da decine di migliaia di contatti su YouTube) si sentono i militari scherzare fra loro. Uno ad esempio dice: “Papà ti aveva detto di stare attento, ma non l’hai fatto” rivolto al corpo di un uomo apparentemente colpito da un proiettile in testa a distanza ravvicinata, mentre un altro militare siriano dice all'operatore che vuole avere una copia del video.
Per la parte del filmato mandata in onda dalla tv Al-Arabiya, si veda:
http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4079027,00.html




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15 giugno 2011

Hamas: “Lotta armata fino alla cacciata di tutti gli israeliani''

 
BRANO TRATTO DA UN’INTERVISTA A OSAMA HAMDAN, CAPO COLLEGAMENTI ESTERI DI HAMAS, TRASMESSA IL 4 MAGGIO 2011 DALLA TV AL-JADID (LIBANO):

OSAMA HAMDAN: «Anziché avere un partito che negozia [Fatah] e un altro che conduce la resistenza armata [Hamas], entrambi i partiti, o meglio tutte le forze palestinesi opereranno all’interno del quadro unico del confronto con l’entità sionista, e non sarà una battaglia facile.»
Intervistatrice: «Sarà un confronto armato?»
OSAMA HAMDAN: «Sì, sarà un confronto armato, oltre a tutte le altre forme di lotta compresa l’intifada civile contro l’occupazione, contro il muro e contro la giudaizzazione di Gerusalemme. Ma non c’è dubbio che lo scontro armato continuerà ad essere lo sforzo principale e la spina dorsale della resistenza fino alla liberazione della Palestina […] Ritengo che politicamente la soluzione a due stati sia finita. Lo dicono quelli stessi che proponevano questo concetto. Pertanto, cercare di parlare ancora di una soluzione a due stati e come parlare di una cosa che è superata e che non c’è più. Penso che stiamo entrando nella fase della liberazione della Palestina. Quando parliamo di liberazione della Palestina, parliamo del concetto di “ritorno”: il ritorno dei profughi alla loro terra e il ritorno degli israeliani nei paesi da dove sono venuti.»

Per vedere il video di questo brano dell’intervista a Osama Hamdan (con sottotitoli in inglese): http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/2949.htm

BRANO TRATTO DA UN’INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL’AUTORITÀ PALESTINESE MAHMOUD ABBAS (ABU MAZEN), TRASMESSA IL 2 GIUGNO 2011 DALLA TV DELL’AUTORITÀ PALESTINESE:

ABU MAZEN: «Per quanto riguarda lo stato ebraico, o quello che è, questa non è mai stata una questione. Durante tutti i negoziati fra gli israeliani e noi, dal 1993 fino a un anno fa, non abbiamo mai udito le parole “stato ebraico”. Ora hanno iniziato a parlarne, e la nostra risposta è stata: “Andate all’Onu e chiamatevi come vi pare. Non è a noi che dovete rivolgervi. Di più: noi ci rifiutiamo di riconoscere uno stato ebraico. Cercate di strapparlo all’Onu o a qualcun altro [Nota: già nella risoluzione 181 del 1947, l’Onu parlava di “Jewish State”, cioè “stato ebraico”]. Perché Israele insiste a chiederlo a noi e solo a noi? Non l’ha chiesto agli arabi, all’Egitto, alla Giordania o a qualunque altro paese arabo con cui abbia negoziato. Solo a noi. Noi sappiamo il motivo e diciamo: “No, ci rifiutiamo”.»

Per vedere il video di questo brano dell’intervista ad Abu Mazen (con sottotitoli in inglese): http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/2959.htm


Si veda anche:

“[…] Si tocca, qui, il famoso “diritto al ritorno”, nel cui culto sono state allevate intere generazioni di irredentisti arabi e palestinesi. Strano “diritto”, però, quello al “ritorno” dei profughi palestinesi e di tutti i loro discendenti (molti dei quali non hanno mai messo piede in terra di Palestina in tutta la loro vita) a stabilirsi non nel loro futuro stato indipendente (come sancisce, ad esempio, per gli ebrei la Legge del Ritorno israeliana), bensì all’interno dello stato ebraico. Strano “diritto al ritorno”, mai riconosciuto né in linea di principio né di fatto ai milioni di musulmani e indù profughi da India e Pakistan, ai vietnamiti profughi dal Vietnam del Sud, agli italiani profughi da Istria e Dalmazia. E nemmeno, naturalmente, ai milioni di ebrei, e loro discendenti, trasferiti in Israele dai paesi d’Europa, del Medio Oriente e del resto del mondo. […]”
http://www.israele.net/sezione,,197.htm

“[…] Vengono spesso sollevate due obiezioni. La prima è: che bisogno ha Israele che la sua identità venga definita da un soggetto esterno? La risposta a questa domanda da “finto tonto” è che, naturalmente, non si tratta di questo: non è che l’identità di Israele debba essere determinata dai palestinesi, è che ai palestinesi viene chiesto di accettare la definizione che Israele dà di se stesso. In altri termini, si tratta di mettere in chiaro che i palestinesi, nel momento in cui intraprendono dei negoziati, accettano il principio che “due stati per due popoli” significa Israele per gli ebrei e stato palestinese per i palestinesi. Come si è detto, si tratta di un presupposto cruciale per l’elaborazione stessa delle clausole del contratto, che si ripercuote anche sulle questioni relative ai profughi (arabi ed ebrei), e che offre la speranza che l’accordo, una volta raggiunto, possa davvero porre fine al conflitto. Anche la seconda obiezione – perché tale riconoscimento non venne chiesto in passato a Egitto e Giordania? – è un po’ da “finto tonto”. All’epoca della firma dei rispettivi trattati di pace con Israele, giordani ed egiziani non rivendicavano l’intero territorio d’Israele, e non indottrinavano intere generazioni di figli all’ethos del “ritorno nelle case di Jaffa e di Haifa”. La mancanza di un esplicito riconoscimento da parte di Giordania ed Egitto di Israele come stato ebraico non ne costituiva un implicito rifiuto, che è invece esplicito nelle posizioni palestinesi. Inoltre Egitto e Giordania non condussero negoziati tutti fatti di vaghezza, doppiezza e insincerità.[…]”
http://www.israele.net/articolo,2987.htm

“Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora non può chiamarsi Israele perché popolo d’Israele è sinonimo di popolo ebraico. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora la sua Dichiarazione di Indipendenza deve essere annullata, perché parla della fondazione di uno stato per il popolo ebraico chiamato Israele. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora deve essere revocata la risoluzione Onu del 29 novembre 1947 che prevedeva la spartizione del Mandato Britannico in due stati, uno arabo e l’altro ebraico. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora deve essere abrogata non solo la Legge del Ritorno, ma anche la Legge Fondamentale su “Libertà e Dignità Umana” secondo la quale i valori di Israele si fondano sul fatto di essere uno stato “ebraico e democratico”. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora bisogna trovare un altro inno nazionale al posto della Hatikva. Se Israele non è uno stato ebraico, non sarà né uno stato cattolico né uno stato buddista: diventerà uno stato arabo-islamico, anche se questo risultato verrà conseguito attraverso la formula dello stato bi-nazionale. Se Israele non è lo stato del popolo ebraico, allora non vi saranno mai due stati per due popoli. Se Israele diventerà uno stato arabo-islamico, molto probabilmente non sarà uno stato democratico. Se Israele diventerà tutto questo, i suoi intellettuali e i suoi giornalisti anti-sionisti e post-sionisti saranno i primi a scappare. Quelli che resteranno indietro saranno gli ebrei originari dei paesi del Medio Oriente. Tempo fa fuggirono da un regime arabo per andare a vivere in uno stato ebraico, ma quello stesso regime che li aveva umiliati e oppressi ora li avrà agguantati di nuovo, questa volta senza via di scampo. […]”
http://www.israele.net/articolo,1922.htm




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14 giugno 2011

Dove sbaglia la sinistra pacifista israeliana

 
di Gadi Taub
Come al solito la sinistra pacifista israeliana ha perso un’altra occasione di autoanalisi. La sinistra pacifista sembra avere il compito di fare da coscienza critica di tutti noi, salvo poi non esserlo mai di se stessa: evidentemente la coscienza critica serve solo per giudicare gli altri, mai per essere giudicati.
Peccato. Perché il risultato è che la sinistra pacifista non impara granché dai suoi stessi successi e insuccessi. Da una parte, infatti, può vantare grandi successi: la sua posizione politica di fondo, la necessità di spartire il Paese (prospettiva che un tempo apparteneva solo a una piccola minoranza), è diventata la visione della maggioranza. Tanto è vero che persino il primo ministro di un governo israeliano di destra ha dovuto dichiarare, benché senza entusiasmo, che questa è la posizione ufficiale di Israele.
D’altra parte, tuttavia, più le posizioni della sinistra pacifista sono si diffondevano verso il centro, più la sinistra pacifista si è fatta chiusa, sdegnata e alienata. Come se la sensazione di essere una piccola minoranza nel giusto fosse più importante che riuscire a incidere sulla politica israeliana. Ed ora che le masse dei più semplici appaiono convinte delle sue posizioni, la sinistra pacifista sente come la necessità di venirsene fuori con un’altra posizione minoritaria che sembra fatta apposta per permetterle di continuare ad evitare ogni coinvolgimento con quelle masse.
Ciò nondimeno, poco prima dello scorso Yom Kippur, si è visto un buon tentativo di autoanalisi: un lungo manifesto politico intitolato “Una sinistra nazionale”, redatto da Shmuel Hasfari e Eldad Yaniv (che, per dovere di chiarezza, devo dire d’aver personalmente sottoscritto). Un manifesto che ha scatenato ire furibonde, soprattutto – penso – perché attacca pesantemente i renitenti alla leva.
Tuttavia, mi sono anche chiesto se parte della furia provocata dal documento tra i professionisti della sinistra pacifista – quel campo della sinistra che ama preservare il suo glorioso isolamento – non avesse magari a che fare col fatto che Hasfari e Yaniv hanno essenzialmente ragione: la sinistra pacifista israeliana ha perso la sua forza perché ha fondamentalmente dimenticato gli argomenti che originariamente custodiva a favore dello Stato d’Israele anziché contro di esso, argomenti che scaturivano da genuina preoccupazione per lo Stato, e non da un senso di alienazione dallo Stato.
Stando alla terminologia sviluppata da questa sinistra, a un estremità dello spettro politico israeliano ci sono i cattivi, comunemente indicati come “campo nazionalista”, mentre all’altra estremità i sono i buoni, più noti come i campioni dei “diritti umani”. Questa fasulla percezione è una delle ragioni che spiegano il drastico declino elettorale della sinistra israeliana. Giacché, invece, parte integrante dei diritti umani è anche il diritto all’autodeterminazione nazionale. (Se dovessimo giudicare il ritiro dalla striscia di Gaza esclusivamente in base ai diritti umani individuali, dovremmo subiti ristabilirvi l’occupazione israeliana perché la situazione dei diritti umani individuali, nella striscia di Gaza sotto il regime dell’orrore di Hamas, è gravemente peggiorata.)
Anche il successo che ha conosciuto la sinistra nello spostare l’opinione pubblica israeliana verso il concetto di spartizione non si fonda solo sui diritti umani individuali. Il suo assunto sta, anzi, nella comprensione che il nostro diritto nazionale all’autodeterminazione corre un serio pericolo. L’argomento fondamentale dei sostenitori della spartizione trae forza proprio da qui, e se la sinistra fosse disposta a impegnarsi in una genuina autoanalisi capirebbe che Hasfari e Yaniv almeno su questo hanno perfettamente ragione: una sinistra anti-patriottica non otterrà nessun risultato, a parte la sua personale convinzione di essere nel giusto; viceversa, la sinistra patriottica è quella che ha convinto gli israeliani che è nel loro interesse lasciare i territori, se vogliono evitare di finire sommersi in uno Stato bi-nazionale (di fatto arabo). Solo questa sinistra è quella che può portare alla realizzazione di tale aspirazione nelle difficili condizioni che vedono l’assenza di un valido interlocutore.
Ne risulta che una genuina autoanalisi della sinistra è anche una genuina autoanalisi di noi tutti. È tempo di mobilitare il nostro genuino desiderio di vivere, basato sulla convinzione nel diritto di Israele ad esistere, a sua volta basato sul diritto di tutte le nazioni – la nostra compresa – all’autodeterminazione. Perché tutti noi, in forza dell’amore per Israele e non dell’odio verso di esso, dobbiamo scuoterci dall’illusorio torpore con cui ci lasciamo trascinare dai coloni. È tempo di guardarci negli occhi e dire chiaramente che gli insediamenti sono stati un tragico errore politico e che, per noi prima ancora che per i palestinesi, in nome del nostro patriottismo e non per un rigetto di “sentimenti nazionali”, dobbiamo trovare il modo di eliminare l’occupazione prima che l’occupazione elimini noi.

(Da: YnetNews, 29.09.09)




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