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5 maggio 2011

Cucina kasher cous cous dolce

INGREDIENTI (per 6 persone):

Couscous precotto (500g), burro (200 g), cannella (1 cucchiaio abbondante), zucchero (150-200 g), uvetta (150 g), arance (2).

Tempo di preparazione: 20 minuti — Tempo di cottura: 30 minuti.

PREPARAZIONE:

Cuocere il couscous per pochi minuti come indicato nella scatola; aggiungere il burro e lo zucchero mescolando bene. A parte tenere a mollo, in acqua bollente, le uvette per 10 minuti. Aggiungerle al couscous dopo averle ben strizzate. Decorare il piatto con fette di arance, tagliate fini, passate prima nello zucchero.

Beteavòn! (Buon appetito!)




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5 maggio 2011

“Fra pace con Israele e Hamas, scegliamo Hamas”

“L’Autorità Palestinese deve scegliere tra la pace con Israele e la pace con Hamas”. Lo ha ribadito mercoledì sera il primo ministro israeliano BENJAMIN NETANYAHU, dopo la notizia dell’accordo di riconciliazione raggiunto al Cairo fra Fatah e Hamas. “La pace sia con Israele che con Hamas è impossibile – ha detto Netanyahu – giacché Hamas aspira alla distruzione dello stato d’Israele, e lo dice apertamente. Hamas non ha mai smesso di sparare razzi sulle nostre città e missili anti-carro contro i nostri scuolabus. Ritengo – ha continuato Netanyahu – che l’idea stessa di questa riconciliazione mostri la debolezza dell’Autorità Palestinese, e c’è da domandarsi se Hamas non finirà col prendere il potere in Giudea e Samaria [Cisgiordania] come ha già fatto nella striscia di Gaza. Mi auguro – ha concluso il primo ministro israeliano – che l’Autorità Palestinese sappia fare la scelta corretta, e cioè che scelga la pace con Israele. La decisione è nelle sue mani”.
(Da: MFA, 27.4.11)

“Se dobbiamo scegliere tra la pace con Israele e la pace con Hamas, ogni palestinese a cui lo chiedete vi dirà che noi preferiamo l’unità dei palestinesi rispetto alla pace con Israele”. Lo ha dichiarato giovedì TAWFIQ TIRAWI, autorevole esponente di Fatah. “Noi – ha aggiunto Tirawi – vogliamo che questa riconciliazione arrivi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite [il prossimo settembre]. Così il nostro appello all’Assemblea Generale [perché riconosca uno stato palestinese senza l’accordo di Israele] verrà fatto con il supporto di tutte le fazioni palestinesi e di tutte le nazioni che hanno già riconosciuto lo stato palestinese”. Tirawi ha spiegato che il governo transitorio di unità nazionale Fatah-Hamas previsto dall’accordo di riconciliazione non si porrà il problema di negoziare con Israele, giacché “l’unico ente preposto ai colloqui con Israele a nome del popolo palestinese è l’Olp”. Secondo Tirawi, comunque, non è necessario che tutte le fazioni palestinesi riconoscano Israele perché si possano tenere negoziati: “Forse che il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina o il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina hanno mai riconosciuto Israele? – ha detto – La risposta è no, eppure abbiamo avuto dei negoziati”. Infine, ha precisato Tirawi, il fatto che Hamas sia largamente considerata dalla comunità internazionale come un’organizzazione terroristica è un fattore che non è mai stato preso in considerazione nelle trattative per la riconciliazione fra Fatah e Hamas. “AI nostri occhi – ha detto l’esponete di Fatah – nessun gruppo palestinese è terrorista”. Anche la sorte di Gilad Shalit, il giovane israeliano tenuto in ostaggio a Gaza da quasi cinque anni, stando a Tirawi non è stata in alcuna discussa nelle trattative Fatah-Hamas: “Quella è una faccenda fra Israele, Hamas e il mediatore tedesco”, ha concluso.
(Da: YnetNews, 28.4.11)

Autorevoli membri del Congresso americano hanno dichiarato giovedì che se l’Autorità Palestinese procederà con il piano di riconciliazione con Hamas, tale scelta potrebbe mettere a repentaglio gli aiuti americani ai palestinesi e forse anche farli cessare del tutto. Infatti, viene fatto notare, il Foreign Assistance Act stabilisce precise condizioni per questo genere di aiuti, condizioni che l’Autorità Palestinese con un governo insieme a Hamas non soddisferebbe. Gli Stati Uniti considerano Hamas un’organizzazione terroristica e naturalmente non potrebbero stanziare fondi suscettibili di finire nelle sue mani. “L’accordo Fatah-Hamas di cui parla la stampa – ha spiegato la repubblicana ILEANA ROS-LEHTINEN, presidente della Commissione affari esteri della Camera dei Rappresentanti – significa che un’organizzazione terroristica straniera che invoca la distruzione di Israele farà parte del governo dell’Autorità Palestinese. Il soldi dei contribuenti americani non possono e non devono essere usati per finanziare coloro che minacciano la sicurezza degli Stati Uniti, i nostri interessi e un nostro vitale alleato come Israele. In base alle leggi americane vigenti, tale governo ibrido non potrebbe ricevere soldi dei contribuenti giacché il governo dell’Autorità Palestinese deve, fra l’altro, riconoscere il diritto ad esistere dello stato d’Israele. Entrando in questa partnership con Hamas – ha concluso Ros-Lehtinen – la dirigenza palestinese di Mahmoud Abbas [Abu Mazen] mostra di non essere un valido interlocutore per la pace giacché, stando a quanto si apprende dalla stampa, l’Autorità Palestinese si schiererebbe con coloro che vogliono solo la morte e la distruzione di Israele”.
“Il supposto accordo, che non richiede a Hamas di accettare il diritto ad esistere di Israele, né di riconoscere gli impegni palestinesi previsti dagli accordi precedentemente firmati e nemmeno di rinunciare temporaneamente alla violenza contro Israele, costituisce una ricetta per il fallimento nella violenza, e porterà a un disastro. È un terribile errore che temo verrà pagato in termini di vite innocenti”. Lo ha detto giovedì il democratico GARY ACKERMAN, al vertice della Sottocommissione della Camera per Medio Oriente e Asia meridionale. Ackerman ha aggiunto: “Anziché cogliere la dinamica di questa sorprendente ‘primavera araba’ e promuovere semplicemente riforme costituzionali ed elezioni, la dirigenza dell’Autorità Palestinese ancora una volta ha ingenuamente deciso di mettere alla prova l’affidabilità di una banda di terroristi sanguinari aspiranti teocrati. Benché la mossa possa essere popolare fra i palestinesi, molti dei quali vogliono continuare a credere di poter avere contemporaneamente la pace e quella che loro chiamano ‘resistenza’ (e che noi in inglese chiamiamo ‘terrorismo’), come già altre volte gli Stati Uniti si troveranno costretti dalla decenza, oltre che dalle leggi, a rifiutare qualunque aiuto che possa cadere nelle mani o sotto il controllo anche solo parziale di chiunque appartenga o faccia riferimento a un’entità terrorista come Hamas”.
NITA LOWEY, la congressista democratica di più alto grado nella Sottocommissione aiuti esteri della Camera dei Rappresentanti, ha diffuso una dichiarazione in cui afferma che “a meno che Hamas non accetti i principi del Quartetto [Usa, Ue, Russia, Onu] che prevedono fra l’altro il ripudio della violenza e il riconoscimento di Israele, la formazione di un governo di unità nazionale con Fatah si tradurrà in un colpo fatale per il processo di pace. Un tale governo con Hamas metterebbe a rischio l’assistenza e il supporto statunitense, che si basa sulle condizioni che compilai in qualità di presidente della Sottocommissione per gli stanziamenti di stato e le operazioni estere”.
(Da: YnetNwes, 28.4.11)

Scrive RON BEN-YISHAI: «Israele dovrà rivalutare la situazione, fra l’altro perché ciò che ha spianato la strada a questo inatteso accordo potrebbe essere stata qualche grossa concessione egiziana, tale da convincere Hamas a sottoscrivere un accordo che finora aveva rifiutato. Una concessione che potrebbe presentarsi nella forma di un’apertura del valico di Rafah [fra Egitto e striscia di Gaza] al libero movimento di cose e persone e dell’abolizione delle altre restrizioni finora imposte a Hamas. Un’altra concessione potrebbe essere un impegno egiziano a sostenere la richiesta di Hamas che Abu Mazen e Autorità Palestinese smettano di perseguire le strutture di Hamas in Cisgiordania e garantiscano un certo controllo di Hamas all’interno dell’Olp. Si tratta solo di ipotesi, giacché i dettagli dell’accordo Fatah-Hamas devono ancora venir fuori. Ciò che in passato intralciava l’intesa era la richiesta di Hamas di essere integrata nell’Olp su un piede di quasi parità con Fatah. Il che avrebbe garantito a Hamas la possibilità di impedire qualunque accordo fra Israele e Abu Mazen. L’intesa appena raggiunta dice in effetti che Hamas entrerà nell’Olp, ma non è chiaro che peso essa avrà dentro l’organizzazione-ombrello palestinese. Se uomini di Hamas dovessero essere realmente integrati, nel concreto, nelle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese, ciò rappresenterebbe la fine della efficace cooperazione sulla sicurezza fra Israele e Autorità Palestinese e la fine delle operazioni anti-Hamas dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania. E Hamas potrebbe ricostruirvi le sue strutture politiche e terroristiche. Probabilmente ci vorrà tempo, e questo potrebbe essere il motivo per cui Hamas ha accettato di rinviare di un anno le elezioni palestinesi. Abu Mazen, dal canto suo, ottiene una rinnovata legittimità politica nonostante il suo mandato sia formalmente scaduto da un bel po’. Ora può presentarsi alle Nazioni Unite come il legittimo rappresentante dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania, un bel vantaggio volendo chiedere all’Onu, a settembre, il riconoscimento dello stato di Palestina. Anche Hamas spera di ottenere per questa via una legittimità internazionale. Quel che resta da vedere è se Hamas accetterà le condizioni poste dal Quartetto [Usa, Ue, Russia, Onu] che prevedono il riconoscimento di Israele, il ripudio della violenza e il riconoscimento degli accordi già firmato fra Olp e Israele.»
(Da: YnetNews, 28.4.11)

Scrive ALUF BENN: «Un governo di unità nazionale o “tecnocratico”, come l’hanno definito mercoledì i palestinesi, è una formula bella, ma vuota. Nella vita reale non esiste governo apolitico e non ci sono governi egualitari. C’è sempre una parte predominante, con gli altri al seguito. Sarà dunque la parte più forte, meglio organizzata e meglio armata, vale a dire Hamas, quella che governerà l’Autorità Palestinese e l’Olp, non i “tecnocrati indipendenti”. È così che i comunisti presero il potere in Europa orientale dopo la seconda guerra mondiale. Dal punto di vista di Benjamin Netanyahu, la riconciliazione Fatah-Hamas giustifica il suo ammonimento secondo cui qualunque porzione di territorio abbandonato da Israele sarebbe caduto nelle mani di Hamas, diventando una base per il terrorismo iraniano. E cancella dall’ordine del giorno ogni ipotesi di accordo provvisorio o di ritiro unilaterale. […] Ora cresceranno le pressioni su Tzipi Livni affinché porti Kadima dentro il governo Likud-laburisti per fronteggiare insieme sia i palestinesi che le pressioni internazionali. Se Abu Mazen si allea a Hamas, Kadima non può continuare a dire d’avere un interlocutore per la pace e di avere una politica alternativa da proporre. Dunque, perché mai dovrebbe restare all’opposizione? Il primo a cogliere la situazione è stato il ministro degli esteri Avigdor Lieberman [Israel Beitenu] che già due settimane fa aveva proposto a Livni e Netanyahu di lavorare insieme a una proposta israeliana per un accordo finale con i Palestinesi.»
(Da: Ha’aretz, 28.4.11)

Scrivono AVI ISSACHAROFF ed AMOS HAREL: «Le rinnovate relazioni fra Hamas e Fatah, per quanto limitate, possono gettare una nuova luce sulle intenzioni di Abu Mazen; e Netanyahu, che il prossimo mese ha in programma un intervento davanti al Congresso americano, potrà presentare l’accordo fra fazioni palestinesi come la prova del fatto che il presidente dell’Autorità Palestinese non vuole realmente la pace. Se la riconciliazione andrà avanti davvero (il che non è detto, giacché altri accordi in passato sono naufragati), la preoccupazione immediata di Israele sarà la sorte della cooperazione con l’Autorità Palestinese sulla sicurezza. Una testa di ponte di Hamas, per quanto circoscritta, significherebbe per Israele non poter più condividere nessuna intelligence con l’Autorità Palestinese. Se poi la riconciliazione dovesse essere accompagnata da una massiccia scarcerazione di detenuti di Hamas dalle carceri dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania, questo aumenterebbe di molto i rischi di attentati terroristici. D’altra parte, una partecipazione di Hamas in un governo di unità nazionale palestinese, seppure attraverso figure di tecnocrati indipendenti, potrebbe ridurre la volontà di Hamas di rilanciare il conflitto sul fronte di Gaza, il che potrebbe contribuire a mantenere una certa calma. Nello scenario più ottimistico ciò potrebbe persino migliorare le chance di arrivare ad uno scambio per la liberazione di Gilad Shalit, ostaggio nella mani dell’ala militare di Hamas, cosa cui finora l’Autorità Palestinese si opponeva perché lo vedeva come un grande successo per Hamas. Entrambe le fazioni palestinesi sembrano aver interesse ad attuare la riconciliazione, ma molti dettagli restano poco chiari. Un elemento chiave è chi saranno i ministri e, ancora più importante, chi sarà alla loro guida. E cosa ne sarà dei due primi ministri palestinesi attualmente in carica: Ismail Haniyeh, di Hamas, nella striscia di Gaza e Salam Fayyad, dell’Autorità Palestinese, in Cisgiordania. Il caso di quest’ultimo è particolarmente preoccupante per l’Autorità Palestinese, che proprio all’opera di Fayyad deve gran parte del credito internazionale che ha ottenuto negli ultimi tempi. Tuttavia, il rancore personale che molti nutrono contro Fayyad, sia in Hamas che in Fatah, potrebbe significare che questi sarà il primo a pagare il prezzo della riconciliazione.»
(Da: Ha’aretz, 28.4.11)

MAHMOUD ZAHAR, che è uno dei principali capi di Hamas e ha partecipato alle trattative per la riconciliazione con Fatah, ha dichiarato giovedì che il futuro governo unitario di transizione palestinese “non riconoscerà Israele e non condurrà alcun negoziato”, ribadendo che la posizione di Hamas è totalmente diversa da quella di Fatah per quanto riguarda la posizione da tenere nei confronti di Israele. “Hamas – ha detto Zahar – rimane sulla stessa linea: nessun riconoscimento di Israele, nessun negoziato”. Ha tuttavia aggiunto che Hamas non impedirà a Fatah di trattare. “Se Fatah è disposta ad assumersi la responsabilità di negoziare su delle sciocchezze – ha detto – che lo faccia. Se riescono a ottenere uno stato [a fianco di Israele], tanto meglio per loro. Noi non consideriamo quello in corso un processo di pace, e non vi prendiamo parte”. L’esponente di Hamas ha sottolineato che il governo transitorio di riconciliazione palestinese non ha alcun mandato per negoziare la pace con Israele.
(Da: YnetNews, 28.4.11)


Nella foto in alto: il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il “primo ministro” di Hamas nella striscia di Gaza Ismail Haniyeh, in una foto d’archivio


 




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4 maggio 2011

Il mito della pace con la Siria

Di Guy Bechor
È accaduta una cosa terribile, per un intero settore del panorama politico in Israele (e altrove), vale a dire per tutti quei politici, ex ufficiali ed esperti vari che per decenni hanno continuato a parlare di far la pace con la famiglia Assad. Oggi, non solo l’opzione di un siffatto accordo di pace con la Siria non è più all’ordine del giorno, ma si è anche visto che si trattava di una possibilità fasulla la quale, se realizzata, avrebbe gravemente danneggiato Israele.
Per quasi quarant’anni ci hanno detto che la pace con la famiglia alawita che comanda in Siria ci avrebbe portato la pace con tutto il mondo arabo. Poi ci hanno detto che quella pace avrebbe garantito il contenimento di Libano e Hezbollah. Dopodiché hanno detto che un accordo con gli Assad avrebbe portato alla rottura dei legami fra Siria e Iran. E oltre a tutto questo, ci veniva detto che non facevamo abbastanza sforzi per accondiscendere le pretese di Damasco. Il tutto accompagnato da una certa dose di idealizzazione romantica e di ammirazione per la famiglia Assad: padre, figlio e spirito santo.
Ma erano tutti concetti infondati. La Siria, che è isolata all’interno del mondo arabo, non avrebbe spinto nessun altro stato arabo, nemmeno il Libano, a seguirla in una “pace” con Israele. Al contrario, proprio in questo periodo abbiamo ottenuto una certa stabilità sul fronte libanese senza cedere le alture del Golan. Non basta. Gli alawiti, i cui unici alleati al mondo sono gli sciiti di Iran e di Hezbollah, non avrebbero mai rinunciato ai legami con costoro.
In effetti il regime siriano si è semplicemente preso gioco di tutta quella gente che in questi anni ha sostenuto la pace con gli Assad, e da essi ha tratto legittimazione senza pagare pegno. Ora salta fuori l’amara verità che avremmo dovuto conoscere da un pezzo: gli Assad sono una spietata famiglia di dittatori, appartenente a una isolata minoranza etnico-religiosa priva di legittimità a comandare. Il mondo arabo prende le distanze da questa famiglia, e lo stesso fanno i cittadini siriani. Non è affatto certo che essa riesca a restare aggrappata al potere ancora a lungo. Se Assad vorrà mantenersi al comando, dovrà combattere la sua stessa gente in modo analogo a come sta facendo Gheddafi in Libia.
Guai a noi se avessimo concluso un accordo con questa famiglia e con questa minoranza siriana. Avremmo perduto per sempre il Golan, e il regime siriano vi avrebbe insediato un milione di cittadini al solo scopo di propagare la “resistenza” contro Israele. Oggi un accordo firmato con la tirannia degli Assad non varrebbe nulla, la popolazione siriana direbbe che si tratta di una “pace” stretta fra Israele e una minoranza etnico-religiosa priva di qualunque legittimità a governare. Per fortuna non abbiamo firmato nessuna “pace” con gli Assad, mentre sono state preservate stabilità e deterrenza. Da anni abbiamo con la Siria una pace senza “pace” ufficiale, ed è già molto. Per farlo, non abbiamo avuto bisogno di pagare prezzi insostenibili in termini di territorio o di legittimazione, ed è proprio per questo che restano valide altre opzioni future con un eventuale nuovo regime a Damasco.
Quando voleva insolentire Israele, Bashar Assad affermava causticamente che lo stato ebraico non è pronto per la pace e non vuole la pace. Ora che la brutalità del suo regime etnico in Siria è stata mostrata a tutti sottoforma di sistematico assassinio, ogni venerdì, di cittadini dissidenti, possiamo dirlo apertamente: certo che non vogliamo fare un accordo con un regime così sanguinario.
Dovremo attendere qualche anno, fino a quando la situazione si stabilizzerà. Una volta diventato chiaro qual è la nuova leadership siriana (che verosimilmente includerà la maggioranza sunnita), allora potremo riesaminare la possibilità di un vero accordo. Qualunque altro comportamento costituirebbe solo avventurismo sconsiderato.
Israele è interessato a vivere in pace con i suoi vicini, ma dobbiamo assicurarci di fare accordi di pace che godano di un accettabile grado di sostegno da parte delle popolazioni, non con regimi isolati e odiati. Comunque, in nessun caso dovremmo sacrificare le nostre esigenze vitali a favore di tiranni, tanto più se si capisce che non sono destinati a durare per sempre.

(Da: YnetNews, 10.4.11)

Nella foto in alto: Bashar Assad (a destra) con il fratello Maher (a sinistra) e il cognato Assef Shawkat (al centro).

 




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4 maggio 2011

Hamas e Fratelli Musulmani escono allo scoperto. La “democrazia islamica” del terrore

Se qualcuno avesse avuto dubbi sulla reale posizioni di Hamas e dei Fratelli Musulmani egiziani in merito ad Al Qaeda, adesso dovrebbe avere quanto meno le idee più chiare: loro stanno con i terroristi e lo hanno chiaramente dimostrato ieri.

La dichiarazione rilasciata da Ismail Haniyeh ieri a Gaza in merito all’uccisione di Bin Laden è inequivocabile. Il capo di Hamas a Gaza ha condannato la “politica criminale degli USA” e ha reso onore ad un “combattente della guerra santa”. Insomma, Hamas sta con Al Qaeda. Ora sentiamo cosa ci diranno i buonisti occidentali che definiscono Hamas un gruppo democratico e non estremista, addirittura pronto a fare accordi con l’Autorità Nazionale Palestinese. Ora vediamo cosa ne pensa il mondo del fatto che l’Egitto voglia aprire il valico di Rafah che, di fatto, permetterà il libero accesso di armi e terroristi nella Striscia di Gaza.

Già l’Egitto. Sempre i soliti buonisti si sono affrettati ad applaudire la “rivoluzione democratica egiziana” escludendo a priori che il potere potesse finire nelle mani degli integralisti della Fratellanza Musulmana, la stessa da dove viene un certo Ayman Abdel Rahman al Zawahri che, per chi non lo sapesse, è l’ideologo di Al Qaeda e probabile successore di Bin Laden. Anzi, hanno fatto di peggio: hanno affermato che i Fratelli Musulmani egiziani non erano estremisti ma che fossero una forza politica e democratica, lontanissima dall’islam integralista rappresentato proprio dalle idee di Al Qaeda. Beh, i fatti dimostrano l’esatto contrario. A parte le richieste legislative fatte alla giunta militare che tendono a riportare l’Egitto indietro di cinquanta anni (autobus per sole donne, velo obbligatorio ecc. ecc.), a parte costringere Tantawi a riaprire il valico di Rafah, a parte l’essere il padre putativo di Hamas, il movimento della Fratellanza Musulmana ha condannato l’uccisone di Bin Laden così come ha fatto Hamas, solo che ha usato parole diverse, diciamo più soft. Ma il risultato è lo stesso.

E allora mi chiedo: possibile che nessuno veda la manovra che stanno facendo i terroristi di Hamas in combutta con gli integralisti della Fratellanza Musulmana volta esclusivamente a prendere il potere in Palestina (Cisgiordania compresa) e ad accentuare l’isolamento di Israele? Possibile che nessuna si renda conto che dietro a questa gente c’è l’Iran? Siccome personalmente non credo alla ingenuità dei cosiddetti “analisti”, dubito che essi non abbiano capito questa manovra. Allora, a cosa serve  tutta questa cortina fumogena della “rivolte democratiche”? Infine, perché con la rivolta in Iran prima e in Siria poi, i cosiddetti “pacifisti” sono così tiepidi?

Beh, io una idea me la sono fatta. Le rivolte nei Paesi arabi sono “democratiche” solo quando tendono a scaricare dittatori che in qualche modo hanno garantito un equilibrio nell’area medio-orientale e non hanno adottato sistemi estremisti e anti-israeliani. Non sono invece “democratiche” quelle rivolte, come in Iran e Siria, che tentano di abbattere dittatori sanguinari che però sono i capisaldi della lotta anti-israeliana come Ahmadinejad e Assad.

E allora anche Hamas e la Fratellanza Musulmana improvvisamente divengono “movimenti democratici”, quasi un simbolo per i giovani arabi così desiderosi di “democrazia”. Anche una giunta militare come quella guidata in Egitto da Tantawi diventa un simbolo della “democrazia islamica”. Peccato che, come avvenuto ieri, quando si tratta veramente di prendere le distanze dall’integralismo islamico questi “movimenti democratici” rivelano la loro vera indole. Solo che in occidente in molti hanno i paraocchi e fanno finta di non vedere.

Tra qualche mese ci sveglieremo e troveremo le “nuove democrazie islamiche” trasformate in tanti Iran, esattamente come successe proprio in Iran con la rivoluzione Khomeinista. Anche allora l’occidente gridò al “nuovo corso democratico” per poi accorgersi che gli Ayatollah erano tutto meno che democratici. Quando si accorgeranno che Hamas e la Fratellanza Musulmana sono esattamente come gli Ayatollah?

Miriam Bolaffi

© 2011, Secondo Protocollo http://www.secondoprotocollo.org/?p=2656




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4 maggio 2011

Triste lezione di storia dal Medio Oriente

Guy Bechor
Ecco una delle famose favole di Esopo. Un giorno i lupi mandarono una delegazione dalle pecore proponendo di far pace per sempre. “I cani sono i colpevoli del conflitto fra di noi – dissero i lupi alle pecore – Sono loro la fonte della controversia: ci abbaiano contro, ci minacciano, ci provocano. Cacciate via i cani e non vi sarà più nulla che impedisca amicizia e pace eterna fra di noi”. Le pecore, stolte, credettero ai lupi e cacciarono i cani. Dopodiché, senza più la protezione che i cani-pastore garantivano, le pecore caddero facile preda dei lupi.
Oggi che il mondo inorridisce alla vista dell’efferatezza del regime del terrore siriano che senza alcuna pietà massacra i suoi stessi cittadini, si può vedere con chiarezza cosa sarebbe accaduto agli ebrei in Medio Oriente se non avessero avuto la loro forza di protezione, le Forze di Difesa israeliane.
Purtroppo menzogne, ipocrisie e illusioni hanno libero corso. Molti, qui in Israele e nel mondo in generale, credono alla meravigliosa favola mediorientale della definitiva pace, democrazia e amicizia fra le nazioni, e credono alla reiterata propaganda secondo cui Israele sarebbe il Golia e gli arabi il piccolo Davide. Ma la realtà si è incaricata di dimostrare quanto si sbagliano. Si ricorderà come Tom Friedman, dalle colonne del New York Times, avesse sgridato Israele per non aver colto al volto la nuova “era di libertà” in Medio Oriente; analoghi sentimenti sono stati espressi da altri ebrei naif, una categoria che non fece mostra di spiccato istinto di sopravvivenza nel corso della storia dell’ebraismo in Europa.
Quando si guarda alla sorte dei cristiani in Medio Oriente, ci si rende conto di cosa sarebbe successo agli ebrei se fossero stati sconfitti, o se fossero rimasti senza difese. Cristiani vengono oggi trucidati in paesi che hanno sperimentando il “cambiamento democratico”, come l’Iraq, l’Egitto e la Tunisia; le loro chiese vengono date alle fiamme, e loro vengono spinti a fuggire mentre le loro proprietà vengono saccheggiate. Per loro disgrazia i cristiani, nel Medio Oriente dei fanatismi e delle tribù, a differenza degli ebrei non sono stati abbastanza fortunati da riuscire a creare uno stato dall’identità chiaramente cristiana. Ingenuamente hanno creduto nella collaborazione con altre etnie, ed ora ne stanno pagando il prezzo: in Libano, dove si stano estinguendo, nell’Autorità Palestinese e ben presto anche in Siria.
Questa è la ragione del tutto evidente per cui i nemici di Israele puntano a minarne l’identità nazionale ebraica. Il desiderio di istituire, come dicono, “uno stato per tutti i cittadini”, cioè uno stato bi-nazionale o multi-nazionale, mira a cancellare ogni identità ebraica del paese, eliminando a poco a poco la stessa presenza ebraica da questi paraggi. E qui appare in tutta chiarezza il grande significato del nazionalismo ebraico, vale a dire del sionismo, dopo che tanti gli hanno dato addosso o l’hanno dato per superato.
Questa è anche la ragione per cui vi sono elementi esterni, e purtroppo anche alcuni all’interno di Israele, che cercano di sfibrare le Forze di Difesa israeliane attraverso un martellamento di ridondanti commissioni d’inchiesta, istigamenti e critiche preconcette, propaganda ostile e sforzi volti ad infangare il prestigio morale dell’esercito d’Israele. Questa è la ragione per cui vengono emessi mandati d’arresto internazionale ai danni di ufficiali delle Forze di Difesa israeliane: l’obiettivo principale è quello di debilitare e demolire la sola forza di difesa che protegge gli ebrei in Medio Oriente.
Ma quando si vede il vero Medio Oriente che insorge a massacrare la sua stessa gente in Siria, tutti noi ci troviamo di fronte a una tragica lezione di storia “dal vivo”. La verità non si lascia intimidire e mostra chi è che in questa regione minaccia di sterminio e chi è minacciato, chi sono gli assassini e chi le vittime. Tutt’a un tratto la propaganda araba, che il mondo ha ascoltato per decenni, si va dissolvendo: non può nulla di fronte alla verità e alla storia. Di fronte al massacro dei giorni scorsi nella città siriana di Deraa, degna continuazione della gloriosa tradizione della famiglia Assad, si tenga sempre a mente la fiaba delle pecore che divennero facile preda dei lupi a causa della loro fatale ingenuità. In realtà non c’è nulla di nuovo nella brutalità e nella stoltezza delle nazioni: Esopo ne scriveva già duemilacinquecento anni fa. Siamo noi ebrei che dobbiamo specialmente ricordarcelo.

(Da: YnetNews, 26.04.11)

 




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4 maggio 2011

Israele: i valichi di Gaza passano alla ANP. Ora cosa si inventeranno i pacifinti?

Secondo quanto si è appreso ieri sera, il Governo israeliano si appresterebbe a trasferire il controllo di alcun valichi con Gaza all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Il provvedimento riguarda in particolare il valico di Kerem Shalom.

Secondo fonti giornalistiche israeliane nella notte di mercoledì vi sarebbe stato un incontro tra il Generale Eitan Dangot, coordinatore delle attività di governo nei territori, e Hussein al- Sheikh, ministro della ANP per gli affari umanitari. I due avrebbero deciso di istituire diverse squadre di controllo miste israelo-palestinese per favorire il passaggio graduale delle consegne dei valichi in oggetto. I due avrebbero poi deciso di costruire nuove e importanti infrastrutture proprio al valico di Kerem Shalom che diverrebbe il principale varco per gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Secondo stime non ufficiali, nel giro di poco tempo gli attuali 100 camion che passano ogni giorno per il valico di Kerem Shalom diretti a Gaza dovrebbero diventare 250 (al giorno n.d.r.) da qui la necessità di ampliare le infrastrutture del valico.

Israele sta valutando anche la possibilità di aprire il valico di Karni per tre giorni alla settimana invece che per due. A Karni non possono passare i camion per ragioni di sicurezza, per cui i materiali (principalmente mangimi, grano e ghiaia) vengono trasferiti a Gaza attraverso un nastro trasportatore.

Per quanto riguarda il valico di Rafah Israele vorrebbe affidare il suo controllo ad una missione mista affidata alla EUBAM Rafah (European Union Border Assistance Mission presso il valico di Rafah ) esattamente com’era fino al 2007 quando Hamas cacciò gli osservatori europei con la forza. Anche in questo caso all’inizio gli osservatori europei verrebbero affiancati da militari dell’IDF.

La scorsa settimana diversi uomini politici europei hanno potuto visitare il valico di Kerem Shalom dove hanno constatato con i loro occhi la grande quantità di materiali che ogni giorno vengono introdotti a Gaza. Nonostante questo l’Unione Europea vorrebbe la riapertura ai camion del valico di Karni, giudicato uno snodo di fondamentale importanza. Questo è l’unico punto sul quale Israele non può cedere. Come detto prima a Karni ci sono dei nastri trasportatori a causa dell’estrema pericolosità del luogo. Il personale che lavora al valico è continuamente fatto bersaglio di tiri di cecchini e di mortaio. L’ultimo missile sparato da Gaza (Giovedì) è piombato sul valico proprio mentre veniva visitato dalla delegazione europea.

Quello su cui Israele preme maggiormente è che ai valichi, oltre alla presenza di militari palestinesi della ANP, ci siano anche osservatori internazionali al fine di controllare che non passino materiali proibiti e che da Gaza non si introducano in Israele terroristi di Hamas. Per il resto nei prossimi giorni le merci che entreranno a Gaza quotidianamente aumenteranno notevolmente nonostante siano già più che sufficienti e quindi Israele mantiene fede alle promesse fatte alla Comunità Internazionale.

Il problema ora saranno, come sempre, i pacifinti. E’ molto improbabile, infatti, che la cosa vada bene a questi personaggi molto ambigui. La mossa di Israele tende infatti a isolare completamente Hamas e a togliergli gli incassi che provengono dal taglieggiamento delle merci di contrabbando che entrano a Gaza attraverso il sistema di tunnel lungo il confine con l’Egitto. Questo fatto farà parecchio incavolare tutti quei gruppi di pacifinti e “organizzazioni umanitarie” che fino ad oggi hanno sostenuto la causa di Hamas piuttosto che la causa palestinese. Cosa ne sarà adesso di loro e delle loro flottilla? Cosa si inventeranno adesso?

Noemi Cabitza

© 2010, Secondo Protocollo http://www.secondoprotocollo.org/?p=1223




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4 maggio 2011

“Al cuore del conflitto c'è sempre il mancato riconoscimento dello stato ebraico”

Gerusalemme non cederà sulla richiesta che i palestinesi riconoscano Israele come stato nazionale del popolo ebraico, un punto che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu definisce “il cuore stesso del conflitto”.
Intervistato da AFP alla viglia della pasqua ebraica, Netanyahu conferma che sta lavorando a una iniziativa che intende presentare il mese prossimo davanti a una sessione congiunta del Congresso degli Stati Uniti, senza tuttavia fornire ulteriori dettagli.
“Il cuore del conflitto – spiega Netanyahu – è sempre stato il persistente rifiuto della dirigenza palestinese di riconoscere lo stato ebraico all’interno di qualunque confine. Questo è il motivo per cui questo conflitto ha imperversato per quasi cinquant’anni prima del 1967, prima cioè che vi fosse un solo insediamento in Cisgiordania”.
Mettendo in dubbio l’impegno palestinese per una soluzione basata sul principio due stati per due popoli, Netanyahu si domanda: “Perché i palestinesi non fanno una cosa così semplice come riconoscere lo stato ebraico? Dopo tutto, noi siamo pronti a riconoscere uno stato palestinese. Come mai non possono ricambiare, se veramente vogliono la pace?”. Questo rifiuto, dice Netanyahu, chiarisce qual è la causa che sta alla radice dell’assenza di pace.
A proposito delle preoccupazioni di Israele per la sicurezza, Netanyahu conferma la richiesta da tempo sostenuta da Israele di mantenere una presenza delle sue Forze di Difesa nella Valle del Giordano e smonta l’idea che una forza internazionale possa garantire sufficiente protezione sul confine orientale del futuro stato palestinese. “Abbiamo assoluta necessità – dice – di una protezione fisica che impedisca la penetrazione dell’Iran e dei suoi fiduciari”. Secondo il primo ministro israeliano, una forza internazionale lungo la Valle del Giordano non resterebbe al suo posto abbastanza a lungo da garantire gli interessi vitali della sicurezza dello stato ebraico, e fa l’esempio della situazione che si è creata dopo il disimpegno israeliano dalla striscia di Gaza del 2005, quando venne schierata una forza di sicurezza europea per monitorare il confine fra la striscia di Gaza e l’Egitto allo scopo di impedire il traffico di armi ed esplosivi e il passaggio di terroristi. Dopo il ritiro israeliano, ricorda Netanyahu, la forza europea levò le tende non appena la striscia di Gaza cadde sotto il controllo violento di Hamas, e la partenza della forza europea permise all’Iran di introdursi facilmente attraverso il confine meridionale del territorio palestinese, riempiendolo di armi.
Netanyahu affronta anche il tema degli insediamenti, che agli occhi dei palestinesi e di buona parte della comunità internazionale sembrano essere diventati la questione centrale di tutto il conflitto, tanto da giustificare il blocco di quei negoziati diretti che per anni erano stati invece condotti senza porre precondizioni su questo aspetto. “Ma gli insediamenti – dice Netanyahu – sono una conseguenza, non la causa che sta al cuore del conflitto”. E proprio i negoziati, aggiunge, sono il solo strumento valido per risolvere questo come altri nodi, e permettere così ai palestinesi di conseguire la loro indipendenza statale.
Netanyahu accusa l’Autorità Palestinese d’aver abbandonato la strada del negoziato a favore della ricerca di dichiarazioni unilaterali da parte della comunità internazionale e delle Nazioni Unite. E spiega: “I palestinesi pensano: perché mai dovremmo negoziare, quando possiamo ottenere un placet gratuito dalla comunità internazionale? Possiamo benissimo evitare i negoziati (dove bisogna anche concedere), e dare tutta la colpa a Israele”. Secondo Netanyahu, è vero che rivolgendosi all’assemblea generale dell’Onu, come intendono fare a settembre, i palestinesi potrebbero rovesciare su Israele ulteriori pressioni politiche, ma questo non li aiuterà affatto a porre fine al conflitto.
“Io sono pronto a negoziare da subito – conclude Netanyahu – La dirigenza palestinese è disposta a fare altrettanto? No. Perché? Perché vogliono evitare il negoziato: vogliono una soluzione imposta dall’esterno”.
Ciò che, appunto, Israele non accetterà mai.

(Da: Jerusalem Post, 19.4.11)


Nella foto in alto: Il rifiuto dell’esistenza di Israele sulla tv di Fatah (Autorità Palestinese) – Telequiz a premi quotidiano nel periodo di Ramadan, 11-22 agosto 2010: 100 dollari in contanti a chi nomina cinque “città palestinesi”. I partecipanti citano per lo più città israeliane e ricevono regolarmente il premio (offerto dal Palestine Investment Fund).
Vedi il filmato (sottotitoli in inglese):
http://www.youtube.com/watch?v=aUVc0LP4rn4&feature=channel_video_title

 




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3 maggio 2011

Riflessioni sull'uccisione di Osama bin Laden

di Daniel Pipes

Pezzo in lingua originale inglese: Thoughts on the Killing of Osama bin Laden

Bin Laden era solo una parte di al Qaeda, che è solo una parte dello sforzo terroristico islamico che, a sua volta, è solo una parte del movimento islamista; pertanto, l'annuncio della sua morte questa notte per mano del governo Usa cambia poco le cose a livello operativo. La guerra al terrore non è sostanzialmente cambiata, tanto meno è stata vinta.

Una folla si è radunata spontaneamente davanti alla Casa Bianca per festeggiare la scomparsa di Osama bin Laden.

Ma poiché bin Laden ha simboleggiato il terrorismo islamico, la sua presenza provocatoria nelle registrazioni video e audio per quasi dieci anni dopo l'11 settembre ha incoraggiato i suoi alleati e ha demoralizzato i suoi nemici. Invece, la sua uccisione da parte delle forze americane nella città di Abbottabad, in Pakistan, rende gli americani orgogliosi del loro Paese, incoraggia le organizzazioni che si occupano di sicurezza e di intelligence ed è un duro colpo per gli islamisti.

Ecco cosa bisogna tenere d'occhio in futuro:

  1. Da parte americana, l'improvvisa unanimità e l'orgoglio dureranno più di qualche giorno? O l'abituale reticenza della sinistra tornerà a prendere piede?
  2. Riguardo agli islamisti, quanto sarà dura la loro reazione al governo Zardari che ha permesso alle forze americane di uccidere bin Laden in territorio pakistano? I cittadini americani e gli interessi Usa all'estero e in patria saranno oggetto di attacchi terroristici in risposta all'esecuzione del leader simbolico del jihad?




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3 maggio 2011

A Gaza gli aiuti entrano: allora perché un nuova “flotilla”?

Nella Striscia di Gaza gli aiuti entrano in gran quantità. I dati disponibili e ufficiali parlano chiarissimo: nella settimana che va dal 28 novembre al 3 dicembre (ultimi dati disponibili) sono entrati da Israele nella Striscia di Gaza 1.083 camion di aiuti umanitari per un totale di 26.167 tonnellate di merci.

Nel dettaglio dal valico di Kerem Shalom sono entrati a Gaza 847 camion (16.935 tonnellate) con merce di ogni tipo tra cui, riso, spezie, grano, sale, olio da cucina, legumi, frutta e verdura, prodotti a base di carne, pollo e pesce, farina, latticini, zucchero ecc. ecc. ma anche materiali da costruzione tra i quali cemento (16 camion), ferro (4 camion), aggregati (93 camion), profili di vetro, alluminio e legno (83 camion). E ancora 94 camion di mangimi per gli allevamenti di Gaza, 65 camion di prodotti in ceramica e per l’idraulica, 42 camion di prodotti elettrici, 34 camion di prodotti per l’agricoltura, 26 per l’igiene personale, 9 camion di medicine e di materiale medico, 38 di abbigliamento e calzature, 178 camion di materiale umanitario essenziale ecc. ecc. Oltre a questo per il valico di Erez sono usciti dalla Striscia di Gaza 233 operatori umanitari mentre sono 250 quelli entrati. Infine sono usciti da Gaza 303 pazienti con urgente bisogno di aiuto medico, tutti accompagnati da almeno una persona. Tutto questo in una sola settimana, mentre la settimana precedente i camion erano stati 1.105 per un totale di 25.108 tonnellate di merce (questi sono i dati ufficiali forniti dal Ministero degli affari esteri israeliano e verificati da personale internazionale).

Ora, dall’Italia giunge notizia che un gruppo di Ong vuole organizzare una nuova spedizione  navale per forzare il blocco israeliano su Gaza e portare così aiuti umanitari alla popolazione di Gaza che, secondo quanto riferiscono questi signori, sarebbe stremata dalla mancanza di beni di prima necessità. E’ chiaro che, o questi signori sono male informati oppure l’obbiettivo è un altro e non c’entra niente con gli aiuti umanitari. Il sospetto è che questa gente voglia in effetti fare solo della sterile provocazione al fine di aiutare Hamas che è ben altra cosa che aiutare la popolazione palestinese. Una cosa del genere era avvenuta qualche mese fa con quella spedizione chiamata “freedom flotilla” che scaturì poi in un incidente internazionale e che allontanò la Turchia da Israele. Anche allora, come adesso, tra gli organizzatori c’era una Ong turca sospettata di essere fiancheggiatrice del terrorismo islamico, la IHH, una organizzazione cosiddetta umanitaria che, tra le altre cose, si prefigge la distruzione di Israele.

Non ho intenzione di entrare nella polemica scaturita dal fatto che l’Ordine Nazionale dei Giornalisti di Roma ospiterà una conferenza stampa di presentazione di quella che è stata chiamata “freedom flotilla 2”, non voglio nemmeno ribadire quanto strumentali siano le affermazioni secondo cui il blocco imposto da Israele a Gaza (in effetti è un blocco ad Hamas) affami la popolazione, sono i dati ufficiali a smentirle, voglio però ribadire un concetto che a molti sfugge ma che certamente non sfugge agli organizzatori della “freedom flotilla 2”: Hamas è una organizzazione terroristica e aiutare una gruppo terrorista è un reato. Cercare di forzare il blocco israeliano su Gaza significa sostanzialmente cercare di aiutare Hamas e quindi un gruppo terrorista che come unico obbiettivo ha la distruzione di Israele. Non ci sono ragioni umanitarie dietro alla “freedom flotilla 2” semplicemente perché non c’è nessuna emergenza umanitaria a Gaza. A Gaza c’è solo un gruppo terrorista che tiene in ostaggio 1,5 milioni di palestinesi e che ha bisogno di iniziative come queste per fare pressione affinché il blocco navale su Gaza venga tolto così che le navi iraniane possano sbarcare tranquillamente armi e nuovissimi missili con i quali colpire Israele. Tutto qua. L’azione umanitaria non c’entra proprio niente e questo gli organizzatori della “freedom flotilla 2” lo sanno benissimo.

Sharon Levi

© 2010, Secondo Protocollo http://www.secondoprotocollo.org/?p=2050




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3 maggio 2011

Il quarto Reich turco-iraniano: obbiettivo distruggere Israele, altro che aiuti a Gaza

Devo ammettere che in questa organizzazione siamo un po’ tutti preoccupati per il futuro di Israele. L’opinione comune è che si stia lavorando per trascinare la piccola democrazia ebraica in una guerra ad ampio raggio che coinvolga più Stati. L’attacco mediatico con relativi atti di puro antisemitismo che sta subendo Israele negli ultimi mesi sono solo l’arma di sfondamento di un piano studiato nei minimi dettagli da menti raffinate e senza scrupoli.

Parliamoci chiaro, la questione di Gaza è solo una scusa, un pretesto per innalzare la tensione e per mettere sotto accusa Israele, accuse che per altro non tengono sotto nessun profilo. Da anni si parla di “crisi umanitaria” a Gaza ma si evita accuratamente di individuare i responsabili di questa crisi che poi, andando a ben vedere, nemmeno esiste. E’ paradossale che si continui ad accusare Gerusalemme e si sorvoli sulle responsabilità di un gruppo armato e giudicato terrorista, qual’è Hamas, che da oltre quattro anni tiene letteralmente in ostaggio 1,5 milioni di persone. L’uso strumentale a fini politici o per mero interesse della presunta sofferenza di quel milione e mezzo di persone che viene fatto dai supposti “pacifisti” o “attivisti” che dir si voglia, è uno dei capitoli più vergognosi della storia dell’intervento umanitario. Lo stravolgimento dei fatti perpetrato in maniera capillare e l’uso sistematico dell’intervento umanitario come arma politica e di offesa è quanto di più subdolo si sia mai visto negli ultimi sessant’anni.

Il bello è che la cosa, nonostante sia sotto gli occhi di tutti, invece che placarsi, sbugiardata dai fatti, si intensifica e diventa provocazione militare vera e propria. Le navi che stanno convergendo su Gaza, nascoste da quella cortina fumogena che si chiama “intervento umanitario”, nascondono scopi e obbiettivi che nulla hanno a che vedere con l’umanità o con l’aiuto a popolazioni in difficoltà. La provocazione è evidente nonostante ancora in molti si ostinino a non volerla vedere. L’unica cosa che forse ancora è fumosa, sono gli obbiettivi finali, il fine ultimo di tutta questa complessa e costosa operazione. Di certo la situazione palestinese non c’entra niente. Dei palestinesi non frega niente a nessuno, tanto meno a turchi e persiani che sotto l’aspetto della repressione di popoli non hanno niente da imparare da nessuno, anzi, possono far scuola. Allora, dando per scontato che quando si attua una provocazione lo si faccia per raggiungere uno scopo, qual’è l’obbiettivo di questa orda di selvaggi che si sta avvicinando alle coste di Gaza?

Di certo l’obbiettivo ultimo non è solo quello di dipingere Israele, agli occhi del mondo, come un Paese repressivo, questo è solo una tappa del percorso, la prima tappa. Dipingere il nemico nel peggiore dei modi possibile è senza dubbio uno degli elementi fondamentali nella preparazione di qualsiasi forma di attacco. Scordatevi che l’obbiettivo ultimo sia riportare Israele sui confini del 1947 e la conseguente nascita di uno Stato Palestinese. Come detto prima, dei palestinesi non frega niente a nessuno. L’unico obbiettivo realistico che rimane è quello della totale cancellazione dello Stato Ebraico, una idea questa accarezzata a lungo da molti Paesi Arabi e poi abbandonata per una serie di motivi politici e, soprattutto, per la tenace resistenza israeliana che non si è fatta sopraffare dagli eserciti arabi e che, anzi, ha conquistato importanti fette di territorio nemico (il Sinai, poi restituito, le Alture del Golan ecc. ecc.). Ma se gli arabi hanno accantonato (almeno apparentemente) l’idea della cancellazione di Israele, questa idea è stata, paradossalmente, ripresa e ampliata dalle due uniche potenze regionali nemiche degli stessi arabi, l’Iran e la Turchia.

Ma questa volta persiani e ottomani non hanno fatto lo stesso errore degli arabi, non hanno attaccato Israele a muso aperto. Questa volta hanno studiato un percorso molto più lungo e complesso che comprende diversi tipi di attacco e di mosse diplomatico-militari atte ad accerchiare il piccolo Stato ebraico e ad isolarlo, sia militarmente che diplomaticamente. Insomma, hanno lavorato ai fianchi. I persiani molto più apertamente, gli ottomani in maniera molto più subdola e traditrice.

L’Iran si è saldamente posizionata in Siria e, soprattutto in Libano, diventato ormai una vera e propria succursale degli Ayatollah in Medio Oriente. Hanno potenziato all’inverosimile gli Hezbollah tanto che proprio ieri il Segretario alla Difesa americano, Robert Gates, ha parlato per la prima volta di “inversione di tendenza nei rapporti di forza tra Israele ed Hezbollah” non nascondendo la sua profonda preoccupazione. Negli ultimi anni Teheran ha lavorato al perfezionamento e al potenziamento dei suoi missili balistici, missili che oggi sono in grado di colpire facilmente Israele e, volendo, anche l’Europa. Da quasi due anni, per completare l’accerchiamento, gli iraniani stanno cercando di infiltrasi anche a Gaza e di armare Hamas.

La Turchia, dal canto suo, non è rimasta con le mani in mano. Erdogan ha lavorato incessantemente alla progressiva islamizzazione del paese e alla conseguente eliminazione dei garanti della laicità dello Stato. Ha estromesso, arrestandoli con l’accusa di aver ordito un tentativo di colpo di Stato, i maggiori comandanti dell’esercito rimpiazzandoli con uomini di sua assoluta fiducia. Ha rispolverato nei fanatici islamici l’idea dell’impero ottomano. Si è messo contro gli Stati Arabi assumendo la figura del leader islamico di tutte le confessioni. Per fare questo ha finanziato diverse organizzazioni estremiste, sia in territorio turco che in Europa e nei Paesi arabi (i Fratelli musulmani in Egitto, la Islamic Society of Britain in Gran Bretagna, la Diyanet Isleri Türk Islam Birligi e la Verband der islamischen Kulturzentren in Germania), ha finanziato organizzazioni umanitarie e missionarie come la famigerata IHH. Insomma si è dato un gran da fare per far assumere alla Turchia (e a se stesso) un ruolo di primo piano nell’Islam mondiale. Chiaro che un buon leader islamista non può avere Israele tra i suoi alleati. E così si è alleato all’Iran in quella che ormai sembra una missione prioritaria, la cancellazione della democrazia israeliana.

Si mettano, quindi, il cuore in pace coloro che pensano che Iran e Turchia stiano inviando navi cariche di aiuti umanitari ai palestinesi assediati a Gaza. Primo perché a Gaza non manca niente, secondo perché, come sempre, la questione palestinese viene usata per attaccare Israele, specialmente questa volta. Lo scopo finale è trascinare Israele in un conflitto armato dove, però, lo Stato ebraico appai come l’oppressore e non come l’oppresso. A quel punto ogni azione sarà giustificata e se gli Stati arabi si opporranno, anche solo verbalmente, saranno le orde di fanatici al loro interno a ribellarsi agli sceicchi e agli emiri.

Qualche giorno fa Ahmadinejad ha detto in diretta alla IRIB, la radio-televisione iraniana, che “Iran e Turchia hanno assunto un ruolo distinto e senza eguali negli equilibri internazionali e saranno le due potenze giuste del futuro”. In questa frase è racchiuso il succo del discorso. Solo che Iran e Turchia non potranno essere grandi potenze fino a quando ci sarà nel cuore del Medio Oriente quel piccolo Stato democratico chiamato Israele.

Le diplomazie sono al lavoro ma, ormai, il procedimento sembra irreversibile. Le opinioni pubbliche arabe sono contro i loro leader accusati di immobilità. Chiedono la fine di Israele. La caccia all’ebreo è ripartita anche in Europa, esattamente come successe prima della seconda guerra mondiale. Iran e Turchia, il quarto Reich, sanno di avere l’appoggio dei popoli islamici di ogni confessione e sanno che alla prossima provocazione/reazione Israele sarà veramente sotto attacco globale. Siamo alla scena finale, non facciamoci illusioni. Le uniche speranze per il mondo libero sono riposte negli Stati Uniti e nell’Onu, ma non facciamoci illusioni, i primi sono governati da un uomo senza gli attributi mentre le Nazioni Unite sono ormai solo un fantoccio in mano ai paesi islamici. Non ho nemmeno nominato l’Europa perché politicamente è come se non ci fosse. Alla fine, come sempre, il destino di Israele (e del mondo libero) sarà nelle mani degli israeliani e questa è, forse, l’unica cosa che ci rassicura.

Franco Londei

© 2010, Secondo Protocollo.http://www.secondoprotocollo.org/?p=1151




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3 maggio 2011

Medio Oriente: 1000 missili balistici siriani puntati su Israele. Immobilità internazionale

La Siria ha oltre 1000 missili balistici puntati su Israele. A riferirlo a Debka File, il sito molto vicino all’intelligence israeliana, sono fonti militari israeliane. Secondo quanto diffuso ieri dal sito di Debka i missili sarebbero puntati tutti su obbiettivi militari e civili israeliani, in particolare sulle zone altamente abitate intorno a Tel Aviv.

Secondo quanto si apprende da fonti dell’intelligence israeliana, la Siria avrebbe contrabbandato buona parte del suo propellente liquido per missili verso Hezbollah mentre i tecnici siriani, coadiuvati da ingegneri nordcoreani, avrebbero messo a punto un propellente solido per i missili balistici. Il propellente solido permette ai missili balistici di essere molto più precisi e di avere una maggiore gittata rispetto al propellente liquido.

Fonti militari occidentali, tra le quali una componente dell’intelligence del Pentagono, riferiscono che il centro di comando nato per coordinare una offensiva missilistica contro Israele, sarebbe posizionato presso la sede del coordinamento tra le forze siriane, quelle iraniane, di Hezbollah e di Hamas nel centro di Damasco. Il centro di coordinamento interforze, che opera sotto diretto comando iraniano è nato, secondo quanto riferisce Debka, da una riunione tra il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, il Presidente siriano Bashar Assad e il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, tenutosi a Damasco lo scorso 25 febbraio. Lo scopo del coordinamento interforze è quello di individuare gli obbiettivi primari da colpire in Israele.

Debka riporta anche alcune dichiarazioni del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che non lasciano adito a dubbi sulle reali intenzioni del trittico terrorista formato da Siria, Iran ed Hezbollah, intenzioni che sono chiaramente volte alla distruzione di Israele.

Visto e considerato che le informazioni date da Debka File sono, purtroppo, sempre risultate veritiere e visto che le fonti di Debka sono assolutamente attendibili (intelligence israeliana, USA e NATO), non ci rimane altro che considerare la minaccia siriana (iraniana) molto attendibile.

E’ chiaro che negli ultimi mesi il continuo riarmo di Hezbollah, della Siria e dell’Iran con missili sempre più potenti e distruttivi unito alle chiare e non interpretabili dichiarazioni dei leader si Hezbollah, Iran e Siria, non può che essere considerato un atto ostile verso Israele.

Israele ha il Diritto di difendersi in tutti i modi, compresi quelli considerati come “azioni preventive” oppure “azioni di guerra contro gruppi terroristici”. In particolare in quest’ultimo caso la legislazione internazionale risulta essere piuttosto lacunosa e per questo andrebbe tempestivamente rivista e aggiornata. E’ inconcepibile che un civile armato (terrorista), come nel caso dei miliziani di Hamas ed Hezbollah, possa essere difeso dalle leggi internazionali solo perché non indossa una divisa. Questa è una stortura del Diritto Internazionale che va corretta al più presto.

Infine, lasciatemi dire che l’immobilità della comunità internazionale verso Siria, Iran ed Hezbollah, sta portando il Medio Oriente verso una crisi bellica dalle conseguenze difficilmente immaginabili. In particolare l’incompetenza dell’amministrazione americana sta facendo tantissimi danni ai quali sarà pressoché impossibile porre rimedio. Non si può più chiedere a Israele di rimanere passiva ad aspettare il prossimo olocausto. Il Diritto all’esistenza di Israele non può più essere messo in dubbio.

Miriam Bolaffi

© 2010, Secondo Protocollo http://www.secondoprotocollo.org/?p=1031




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3 maggio 2011

Speciale Medio Oriente: missili Scud siriani a Hezbollah. Tensione tra Siria e Israele alle stelle

Secondo fonti di intelligence israeliana, diversi missili Scud con un raggio di azione di 700 Km starebbero per essere consegnati dalla Siria alle milizie terroriste di Hezbollah, in aperto sfregio alla risoluzione 1701 delle Nazioni Unite.

Secondo quanto si apprende da ambienti vicini al Mossad almeno 7 Scud A e 10 Scud SS-1B starebbero per valicare il confine tra Siria e Libano con destinazione Mariayoun, cioè poco sopra la linea che delimita l’area di intervento delle forze ONU (Unifil 2), delimitata dal fiume Litani.

Israele, attraverso Washington, ha avvisato la Siria che non permetterà la consegna ad Hezbollah di armi di tale gittata e che, nel caso la consegna non si fermi immediatamente, provvederà ad intervenire con la sua aviazione in territorio libanese. I satelliti israeliani e americani sono puntati sul valico di Chebaa Shab’a dove i semoventi che portano i missili SS-1B sono fermi in attesa di istruzioni.

La tensione tra Israele e Siria è alle stelle. Gli Scud SS-1B possono portare testate chimiche a 700 Km dal punto di lancio e sono montati su mezzi semoventi, il che li rende imprevedibili e difficili da tracciare. Se Hezbollah entrasse in possesso di tali armi diventerebbe il pericolo numero uno per Israele e costringerebbe Gerusalemme a intervenire in Libano. Altre notizie appena disponibili.

© 2010, Secondo Protocollo. http://www.secondoprotocollo.org/?p=818




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3 maggio 2011

Siria: Hezbollah teme la caduta di Assad e sposta i missili a lungo raggio

Secondo quanto riferito da fonti di intelligence israeliana Hezbollah starebbe per spostare i suoi depositi di missili a medio e lungo raggio che attualmente si trovano in territorio siriano. La decisione deriverebbe dalla convinzione che il regime di Assad stia per cadere e servirebbe per mettere in sicurezza quelle che sono le armi più moderne e devastanti in mano ai terroristi libanesi.

I missili in questione sarebbero i Fatah-110 di origine iraniana, gli M600 e i Gecko (SA-8) in grado di raggiungere qualsiasi punto di Israele. Poi ci sarebbero diverse batterie di missili antiaerei e terra/terra a media distanza di tipo Grad, anche questi di provenienza iraniana. Secondo quanto si apprende da fonti di intelligence israeliana il dittatore siriano, Bashar al-Assad, lo scorso anno avrebbe accettato di stoccare molte delle armi destinate ad Hezbollah nei sui depositi, il tutto in attesta di spostarle velocemente in Libano nel caso di un conflitto con Israele.

Molte di questi depositi sarebbero custoditi presso la base di Aleppo che fa capo alla 11°divisione dell’esercito siriano, la più potente e agguerrita a disposizione di Assad. Solo che nei giorni scorsi sono filtrate voci di insurrezioni proprio all’interno della 11° divisione, il che avrebbe convinto i leader del gruppo terrorista libanese a spostare con urgenza i missili in territorio libanese in previsione di una imminente caduta di Assad.

Il problema che si pone adesso è come reagirà la forza multinazionale presente nel sud del Libano (UNIFIL 2) a questa notizia dato che, secondo il mandato conferitole dall’ONU, dovrebbe impedire che qualsiasi arma entri nel Libano soprattutto se destina ad Hebollah. Per questo motivo il Governo israeliano ha messo in guardia il comando di UNIFIL avvertendo che se non saranno i militari dell’ONU a impedire che i missili stoccati in Siria raggiungano il Libano, saranno le forze di difesa israeliane a farlo come atto di legittima difesa.

Sharon Levi

© 2011, Secondo Protocollo.http://www.secondoprotocollo.org/?p=2646




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2 maggio 2011

Sderot

Immagina, tutti i giorni così.

Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo annoquesto non è palliwood …!


 

 
E poi questi i vigliacchi si fanno passare per vittime …
 




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2 maggio 2011

Come far innervosire il vicino sull'aereo?

1. estrarre il PC portatile

2. lentamente e cautamente aprire il Laptop

3. accenderlo

4. controllare che il vicino stia guardando

5. Aprire Internet

6. Chiudere un attimo gli occhi, aprirli nuovamente e rivolgere lo
sguardo al cielo

7. respirare profondamente ed aprire questo link

http://www.myit-media.de/the_end.html



 




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2 maggio 2011

Comunisti e naziislamici

Questo post è dedicato a polifilo e gabrielita che difendono con accanimento questi tomi qui sotto :

che addestrano questi e sono amici di questo qui e di questi qui che un anno fa dichiaravano e naturalmente questi e questi non vedono e non sentono, guarda caso. Ovviamente queste dichiarazioni per voi non significano nulla  e naturalmente neanche queste :

Non ci sarà pace finché Israele continuerà a occupare la Cisgiordania? Sbagliato. Non ci sarà pace finche ci saranno ebrei vivi tra il Mediterraneo e il Giordano.

Ecco cosa si insegna ai campi estivi della Jihad  Islamica, a Gaza

Most important, the children understand that the conflict with the Jews is not over land, but rather over religion. As long as Jews remain here, between the [Jordan] river and the sea, they will be our enemy and we will continue to pursue and kill them. When they leave we won’t hurt them.

Buona vita nella mistificazione, nella menzogna, nella faziosità e nella disonestà intellettuale.

Aggiornamento : Intanto i loro amici terroristi intimidiscono e fanno fuori tutti coloro che con inchieste serie li potrebbero portare davanti ad un tribunale.. Alla faccia della legalità!

Per rinfrescare la memoria a qualcuno che l’ha volutamente persa : ADOLF HITLER E IL MUFTI’ DI GERUSALEMME , se poi ne volete sapere di più allora leggetevi la pagina dedicata all’islam.

http://www.diavolineri.net/ospitalieri/terrorismo/comunisti-e-naziislamici/




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2 maggio 2011

La Jihad da Maometto a Bin Laden

il concetto islamico di «guerra santa» è andato soggetto a numerose e varie interpretazioni, tanto che numerosi capi lo usarono per i loro scopi puramente politici

L’11 settembre del 2001, un commando di terroristi islamici riuscì a dirottare alcuni aerei di linea che sorvolavano gli Stati Uniti. Due di essi si schiantarono contro le Torri Gemelle del World Trade Center di New York, uno colpì il Pentagono mentre un quarto, diretto forse contro la Casa Bianca o forse contro l’Air Force One (l’aereo presidenziale) precipitò nei pressi di Pittsburgh per la tempestiva reazione dei passeggeri. L’episodio scosse il mondo e provocò una serie di guerre, ritorsioni, attentati riproponendo uno dei temi che sembravano esser destinati a rimanere per sempre ad ammuffire nei manuali di storia: le «guerre di religione» – in lingua araba, «jihad».

Ma che cos’è, esattamente, la «jihad»? Vi sono due interpretazioni:

1) per il sufismo, la dottrina mistica dell’Islam (ora in declino), la jihâd-ul-akbar è la Grande Guerra Santa che viene combattuta contro il proprio «io» inferiore ed è di massima importanza per ogni musulmano: in pratica, si riferisce all’aspetto personale e spirituale di sopraffare i desideri peccaminosi;

2) nel secondo significato, molto più letterale, la parola indica l’uso della violenza per diffondere la fede.
Ci riferiremo, per andare a fondo nella questione, alle fonti islamiche del Corano e degli hadith. Il Corano, com’è noto, è una raccolta degli insegnamenti che Maometto dettò in vita a quattro scribi; fu standardizzato 19 anni dopo la morte di Maometto e ne esistono quattro diverse redazioni, di cui la più usata è quella seguita dai musulmani sunniti (che rappresentano l’85% di tutti i credenti nell’Islam) – ci riferiremo a questa. Gli hadith («ahadith») sono invece raccolte scritte («tradizioni») dei detti e delle azioni di Maometto, il cui esempio e autorità hanno grande importanza nell’Islam. Gli hadith, assieme al Corano, sono intesi a governare ogni aspetto della vita, inclusa la legge civile. Esistono diverse raccolte di hadith, ma quella compilata da Bukhari, che visse 200 anni dopo Maometto, è considerata molto importante. Il Corano è suddiviso in 114 capitoli chiamati sure. Gli hadith di Bukhari sono numerati consecutivamente, e sono suddivisi in 9 volumi, e a loro volta in vari libri.

Molti musulmani, è noto, sono persone straordinariamente benevole e desiderose della pace. E l’Islam ha in sé molti elementi di pacifismo: As-Salâm, ovvero «la Pace», è uno dei novantanove nomi di Allah; e «pace, pace» è il canto dei beati nel Paradiso musulmano. A parte queste premesse, però, chiunque voglia commettere una violenza è perfettamente giustificato dal Corano a farlo. Sebbene la violenza nel Corano a volte sia intesa come autodifesa, altre volte è violenza gratuita. Ci sono tre motivi per cui qualcuno può essere ucciso: assassinio, adulterio, o abbandono dell’Islam (apostasia); secondo la legge pakistana, chiunque insulti Maometto può essere messo a morte, mentre in Siria per essere uccisi basta pronunciare la parola «ebreo» (inserita in qualsiasi contesto). Molti passaggi nel Corano esortano i musulmani a uccidere gli infedeli, termine che in origine designava gli Arabi che non si sottomettevano all’Islam ma, dopo la morte di Maometto e la violenta espansione territoriale islamica, passò ad indicare tutti i non-musulmani.

Così, per esempio, nella sura 2 (190-193): «Combattete per la causa di Allah contro coloro che vi combattono [...]. Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio. [...] Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti. Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia [reso solo] ad Allah». O nella sura 4 (76): «Coloro che credono combattono per la causa di Allah, mentre i miscredenti combattono per la causa degli idoli. Combattete gli alleati di Satana. Deboli sono le astuzie di Satana». Interessante è poi la sura 5 (33), ove alla «giustizia umana» si affianca la «giustizia divina»: «La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al suo messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso». Ancora, nella sura 9 (5-23): «Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. [...] Combatteteli finché Allah li castighi per mano vostra, li copra di ignominia, vi dia la vittoria su di loro, guarisca i petti dei credenti [...]. Oh voi che credete, non prendete per alleati i vostri padri e i vostri fratelli se preferiscono la miscredenza alla fede». Il versetto 29 è illuminante: «Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il suo messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità»; questo è molto grave perché il popolo della Scrittura comprende gli Ebrei e i Cristiani! Inoltre, il Corano incita a non aver pietà del nemico finché non si converta (sura 47, versetto 35): «Non siate dunque deboli e non proponete l’armistizio mentre siete preponderanti».

Quelle appena citate, ovviamente, sono solo alcune delle numerose sure che incitano alla «guerra santa» in nome di Allah.
Ma il Corano non è la sola base per la violenza nell’Islam. L’esempio di Maometto stesso ha posto le fondamenta per la violenza mediante le sue opere e i suoi comandi, che si trovano negli hadith. L’11% delle pagine degli hadith di Bukhari fa riferimento alla Guerra Santa. La jihad militare è una parte tradizionale dell’Islam, sebbene la partecipazione alla guerra santa sia oggi ritenuto dalle correnti moderate un dovere facoltativo e non un obbligo.

Maometto proclamò di aver avuto la sua prima visione da Dio nell’anno 610 dopo Cristo, e i primi 13 anni del suo ministero furono contraddistinti da una predicazione pacifica nella città della Mecca; durante questo periodo, Maometto si mostrò come un uomo ben intenzionato che cercava di elevare la condotta morale del suo popolo attraverso una serie di leggi che – perché fossero accettate da tutti – faceva credere gli fossero state dettate da Dio. Ma nell’anno 623 egli divenne un leader politico nella città di Medina: col suo potere politico comparve un nuovo comportamento aggressivo. Attaccò le carovane e usò la spada per diffondere la sua religione e accrescere il suo potere: nei soli 10 anni in Medina, Maometto condusse personalmente 27 sanguinose invasioni e ne preparò 65, ordinando ai suoi seguaci di condurne molte altre. Si trattava, in pratica, di razzie e saccheggi per procurarsi il cibo, tanto che alcuni teologi musulmani sostengono che le uniche «guerre sante» siano quelle da lui combattute; tuttavia, già nel VII secolo il califfo Omar proibì ai suoi soldati di comperare e coltivare appezzamenti di terra – desiderava restassero una casta militare dedita alle arti belliche, anche se avrebbero dovuto essere in gran parte mantenuti a spese dello Stato: ovviamente, una tale situazione rendeva la guerra inevitabile per procurarsi i beni con cui pagare i soldati. Maometto, inoltre, assassinò molti dei suoi oppositori durante la sua vita, compresi poeti e poetesse di opere satiriche. Durante la sua battaglia contro i quraisciti, attaccati a tradimento dopo che lui stesso li aveva convinti ad una tregua, donne e bambini furono venduti come schiavi, e centinaia di uomini catturati furono decapitati (pratica che abbiamo visto essere comune per i terroristi di oggi); anche alcuni del suo stesso popolo furono inorriditi da queste cose.
Osama bin Laden (il miliardario saudita che vive rintanato in qualche grotta dell’Afghanistan o del Pakistan ed ha progettato l’attacco dell’11 settembre contro gli Stati Uniti), nel famoso videotape scoperto in Afghanistan nel 2001, disse: «Mi è stato ordinato di combattere la gente fino a quando essi non diranno che non c’è altro Dio se non Allah, e che Maometto è il suo profeta». In queste parole echeggia il linguaggio del Corano stesso! Inoltre, ai musulmani viene insegnato che chi combatte e muore in una jihad riceve il perdono di tutti i peccati commessi, e viene ricompensato con una vita sensuale e lussuriosa in Paradiso: il Paradiso islamico si chiama «Giardino delle Delizie» ed è descritto come una grande oasi, dove i beati vivono in ricchi palazzi, banchettano con cibi squisiti e bevande inebrianti (comprese quelle proibite sulla terra) e fanno l’amore con le sempre-vergini urì. Molte sure promettono, a chi muore in guerra, di andare «nel più alto dei Paradisi»; si veda, ad esempio, la sura 3 (157-158): «E se sarete uccisi sul sentiero di Allah, o perirete, il perdono e la misericordia di Allah valgono di più di quello che accumulano. Che moriate o che siate uccisi, invero è verso Allah che sarete ricondotti» e più ancora nel versetto 195: «Il loro Signore risponde all’invocazione: “In verità non farò andare perduto nulla di quello che fate, uomini o donne che siate, ché gli uni vengono dagli altri. A coloro che sono emigrati, che sono stati scacciati dalle loro case, che sono stati perseguitati per la mia causa, che hanno combattuto, che sono stati uccisi, perdonerò le loro colpe e li farò entrare nei Giardini dove scorrono i ruscelli, ricompensa questa da parte di Allah. Presso Allah c’è la migliore delle ricompense”». Oppure alla sura 4, versetto 74 si legge: «Combattano dunque sul sentiero di Allah, coloro che barattano la vita terrena con l’altra. A chi combatte per la causa di Allah, sia ucciso o vittorioso, daremo presto ricompensa immensa», come anche si esplicita alla sura 22 (58-59): «Quanto a coloro che sono emigrati per la causa di Allah, che furono uccisi o morirono, Allah li ricompenserà nei migliore dei modi. In verità Allah è il migliore dei compensatori! Li introdurrà in un luogo di cui saranno soddisfatti. In verità Allah è il Sapiente, il Magnanimo». Inoltre si veda Bukhari 4:63, 72, 80, 85, 137, 175, 216, 266.

Dunque, uccidendo i non-musulmani si ottiene la ricompensa più elevata in questa religione. Non solo: poiché Allah è libero nelle sue scelte, può far andare un uomo all’Inferno anche se quello non ha mai fatto nulla di male e, anzi, si è comportato sempre in modo irreprensibile. C’è un solo modo per essere quasi sicuri di andare in Paradiso: morire in una jihad.
Da qui ai kamikaze (parola giapponese che durante la Seconda Guerra Mondiale designava i piloti nipponici che si suicidavano gettandosi con gli aerei contro le navi americane per avere la certezza di colpirle) il passo è breve: sebbene Maometto condanni il suicidio, negli anni ’80 del XX secolo il dittatore iraniano Khomeini stabilì che chi si toglie la vita per uccidere – o tentare di uccidere – un nemico non-musulmano diventa martire e va in Paradiso. Agli aspiranti kamikaze vengono imposte veglie, digiuni e la lettura di passi del Corano (non solo quelli che abbiamo segnalato) che inneggiano alla morte per Allah ed ai premi che si riceveranno. Un vero e proprio «lavaggio del cervello»!

Già nel «Milione» (e siamo quindi in pieno Medioevo!), Marco Polo racconta del Vecchio della Montagna che aveva fondato la «setta degli assassini»: nel suo inaccessibile castello aveva fatto crescere un rigoglioso giardino e qui faceva crescere dei giovani facendo loro credere d’essere in Paradiso. Quando voleva uccidere un nemico, addormentava uno di questi giovani e lo faceva trasportare in una stanzetta fredda e angusta. Poi gli prometteva che l’avrebbe fatto tornare in Paradiso in cambio di un omicidio. Sia che il giovane sopravvivesse sia che morisse nell’impresa, era sicuro di tornare in Paradiso!

Nel 2005, la televisione di Stato iraniana mandò in onda un cartone animato orripilante: era la storia di un ragazzino palestinese che, dopo aver visto uccidere i suoi genitori dai soldati israeliani, si recava dai kamikaze e si faceva dare una cintura esplosiva, gettandosi poi su un convoglio israeliano e facendosi saltare in aria insieme agli odiati nemici. Questo cartone era la «ciliegina sulla torta» che andava a coronare una serie di affermazioni con cui nei giorni precedenti si era auspicata la cancellazione dello Stato d’Israele dal planisfero geopolitico e fu trasmesso sul canale governativo nell’ora di maggior ascolto dei bambini. La tradizione di violenza, che è iniziata con Maometto, continua ai giorni nostri. In ogni parte del mondo molti musulmani uccidono o comunque perseguitano le persone semplicemente perché non sono musulmane. Questi fatti sono ben documentati in Nigeria, Algeria, Sudan (dove è presente anche la moderna schiavitù), Egitto, Iran, Afghanistan, Tajikistan, Pakistan, Iraq e Malesia.

Secondo l’organizzazione «Voice of the Martyr» (i dati risalgono al 2002-2003), ben 160.000 Cristiani vengono uccisi ogni anno a causa della loro fede, e la stragrande maggioranza sono uccisi da musulmani.

Se l’Islam è una religione di pace, come si sente dire di tanto in tanto non solo dai musulmani ma anche dai mass-media, perché c’è così tanta oppressione in tutti i Paesi islamici?

Secondo un documentario PBS Frontline intitolato «Saudi Time Bomb?» («Bomba a orologeria Saudita?»), nell’anno 2000 i libri di testo del Ministero dell’Educazione dell’Arabia Saudita contenevano un insegnamento ripugnante proveniente dagli hadith (Bukhari 4:176-177) e secondo l’insegnamento di Maometto stesso. Quest’insegnamento fa parte dell’istruzione dell’obbligo per tutti i bambini delle scuole medie dell’Arabia Saudita. L’insegnamento, intitolato «La vittoria dei musulmani sugli ebrei», è il seguente: «L’ultima ora non verrà prima che i musulmani combatteranno gli ebrei, e i musulmani li uccideranno. Così gli ebrei si nasconderanno dietro le rocce e gli alberi. Allora le rocce e gli alberi grideranno: “Oh, musulmani. Oh, servitori di Dio. C’è un ebreo dietro di me. Venite e uccidetelo”».

Fa parte del testo anche un elenco di princìpi, che comprendono il seguente: «Ebrei e Cristiani sono i nemici dei credenti. Essi non approveranno mai i musulmani. State attenti a loro». Quest’insegnamento è perfettamente in linea con i precetti del Corano (sura 5, versetto 51): «Oh voi che credete, non sceglietevi per amici i giudei e i Cristiani».

E vengono in mente le parole che aveva pronunciato Gesù dinanzi ai suoi discepoli: «L’ora viene che chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio. E faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me» (Vangelo secondo Giovanni, capitolo 16, versetti 2-4). Queste parole hanno oggi un significato potente.

Quanto detto finora spiega perché i leader musulmani in tutto il mondo siano stati così accomodanti nel condannare l’attacco dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Anche in America, la loro risposta è stata: «Sì, l’attacco era sbagliato, ma…» È ciò che segue il «ma» che è importante per comprendere le loro reali opinioni.

L’Islam è una dottrina di potere e di gloria. I musulmani trovano difficile credere che i Cristiani possano adorare Gesù, data la sua mancanza di potere politico e la sua apparente sconfitta per mano delle autorità. Inoltre, non ammettono che Gesù possa essere stato crocifisso, sia perché nell’Islam nessuno può versare il proprio sangue in remissione di altri, sia perché Allah non poteva permettere che un suo messaggero morisse; secondo il Corano (che ha ripreso l’eresia nestoriana), Dio portò in salvo Gesù in cielo e i Romani crocifissero «un’ombra vaga». In realtà, l’Islam non è una religione: è un’ideologia con dei chiari interessi sociopolitici. Non esiste la separazione tra Chiesa e Stato nell’Islam ortodosso. Le nozioni occidentali di democrazia e libertà sono in opposizione all’Islam ortodosso: così come Allah è uno, unico deve essere il suo rappresentante sulla terra. L’umanità intera deve essere controllata completamente dalla legge islamica, e non deve essere permesso allontanarsi dall’autorità di Allah. Per usare le parole del dottor Samuel Schlorff, esperto di religione islamica dell’Arab World Ministries, «i musulmani credono che il destino dell’Islam sia di estendere il proprio controllo fino a quando l’intera Dar al-Harb [che significa "Casa della Guerra", e designa l'intero mondo non-musulmano] sia soggetta alla legge islamica in uno Stato islamico, e ciò include l’uso della forza». Il fatto stesso che non esista libertà di religione in molti dei Paesi musulmani è una prova che dimostra che l’Islam non vuole altro che il dominio globale attraverso il controllo politico.
Si sente affermare comunemente dalla stampa e dai media che l’Islam è una religione di pace. Questo è vero soltanto se inteso in un senso – la pace verrà quando tutte le religioni «concorrenti» saranno state sottomesse all’Islam (vedere la sura 9, versetto 29, già citata più sopra). I musulmani che dicono che l’Islam è una religione di pace, possono dirlo solo ignorando o adattando i suoi comandamenti violenti. Quando finirà questa catena di sangue? La risposta è racchiusa nell’intelligenza e nel cuore dell’uomo!

di Simone Valtorta

http://www.diavolineri.net/ospitalieri/jihad/la-jihad-da-maometto-a-bin-laden/




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 2/5/2011 alle 15:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


1 maggio 2011

Siria: Storia, analisi, prospettive

di Mordechai Kedar, Maurizio Molinari, Carlo Panella

Testata:Informazione Corretta.La Stampa- Libero
Autore: Mordechai Kedar-Maurizio Molinari-Carlo Panella
Titolo: «Fino all'ultimo siriano-E' una nazione artificiale, se cade Damasco è il caos-Mosca arma e protegge il tiranno di Damasco»

Sugli avvenimenti siriano pubblichiamo il commento di Mordechai Kedar, dal titolo " Fino all'ultimo siriano",  l'intervista a Robert Kaplan, di Maurizio Molinari, sulla STAMPA di oggi, 30/04/2011, a pag.17, con il titolo "E' una nazione artificiale, se cade Damasco è il caos" e da LIBERO l'analisi di Carlo Panella, dal titolo "Mosca arma e protegge il tiranno di Damasco":

 

 

Fino all’ultimo siriano
di Mordechai Kedar
(traduzione di Angelo Pezzana)

 

 

 

La paura ha abbandonato entrambe le parti: la gente non teme più di scendere nelle strade e il governo senza alcun ritegno spara sulla folla. Fra le fila del regime sono sempre più frequenti coloro che se ne vanno: il Muftì di Siria si è dimesso tre settimane fa; membri del Parlamento hanno rassegnato le dimissioni  in diretta su  Al-Jazeera la scorsa settimana, il direttore di uno dei giornali più influenti è stato licenziato dopo che aveva criticato con cautela il governo, ufficiali dell’esercito hanno restituito la divisa in segno di protesta, soldati hanno abbandonato la loro compagnia senza restituire le armi, personaggi pubblici di rango hanno espresso in pubblico disapprovazione verso le forze di sicurezza dopo che avevano ricevuto l’ordine di sparare sulla folla.

 Man mano che diminuiscono gli alleati di Bashar, più cresce la crudeltà  e il senso di accerchiamento. Non combattono più per difendere il regime ma per salvare la propria pelle. Il sangue delle vittime viene lavato con quello dei combattenti in uniforme di Assad. I fedeli al regime si preparano a combattere fino all’ultimo uomo.

 
La città di Hama è il simbolo della rivolta del 1982 da parte dei Fratelli musulmani , che fu crudelmente soffocata con migliaia di vittime. L’invio di truppe a Dar’a è stato il segnale della rivolta del 2011. La domanda è quante migliaia di persone devono venire uccise in Siria prima che ci sia un intervento come in Libia.

 
Al governo d’Israele suggerisco di paracadutare medicinali sulle città siriane tramite droni anonimi, sarebbe un eccellente investimento per il futuro.

 

Scenari futuri possibili

1)      Salvaguardia dello stato siriano con una nuova leadership

E’ possibile che ad un certo punto le alte sfere dell’esercito siriano o i capi di qualche agenzia di intelligence, capiscano che è meglio fare qualche compromesso per salvare il salvabile. Per esempio arrestando Bashar Assad con il fratello Maher e altri parenti della famiglia Makhlouf, quella della madre. Seguirà un rapido processo, nel quale verranno trattati come si aspettano i rivoltosi, il tutto per garantire l’ordine sociale. Verrànno annunciati cambiamenti nella costituzione e riforme economiche, con l’annuncio  di elezioni in tempi successivi.  Uno scenario simile a quello egiziano.

 Se chi prenderà queste decisioni sarà un appartenente alla tribù degli Alawi , è ovvio che il popolo non lo accetterà e continuerà la protesta. Se sarà un sunnita, c’è la speranza che ci sarà un’attesa per vedere come si svilupperà la situazione, soprattutto se ci sarà una diminuzione della corruzione economica e uno stop del bagno di sangue che ha colpito i dimostgranti. L’aspetto più significativo di questo scenario è la sopravvivenza della macchina dello stato, che continui a funzionare e ad amministrare lo stato. Negli anni che verranno, ci saranno poi i cambiamenti, e chi aveva preso parte al passato regime sarà gradualmente sostituito.

 
Se la velocità delle riforme non soddisferà le masse, ci sarà un ritorno nelle strade, con una opposizione al regime che impedirà di governare. I dimostranti sanno di poter contare e non cederanno a compromessi, soprattutto dopo tanti morti in nome della libertà.

 
2)      Il regime si spacca

 
Il governo va in frantumi se e quando fra le forze di sicurezza – esercito e intelligence – esplodono i conflitti, con il cambio di lealtà dal regime ai rivoltosi, come era accaduto in Libia e Yemen. Se le cose andranno come in Libia, scoppierà una guerra tra chi nell’esercito sta dalla parte dei ribelli e chi rimane dalla parte del regime. Se succederà come in Yemen, l’esercito si sentirà come paralizzato fra  due lealtà. La Siria potrà dividersi in due parti che rifletteranno la divisione geografica delle forze in campo, con una possibile guerra fra le due parti come in Libia.  Questo scenario creerà una situazione instabile poichè ognuna delle due parti continuerà ad essere guidata da militari, e i problemi fondamentali della Siria rimarranno insoluti, se non peggiorati.  Il regime sarà sostenuto dall’ Iran, mentre l’Occidente starà con i ribelli.

 
3)      Il crollo dello Stato

 

Se gli Alawiti perderanno la battaglia nelle strade e il controllo del Parlamento, ci sarà la loro sconfitta; le masse sunnite scatenate entreranno nei quartieri alawiti di Damasco, Homs, Hama e Aleppo, armati di coltelli, pronti a ‘tagliare teste alawite dai loro colli’. Tutti i musulmani in Siria sanno che ‘gli alawiti sono infedeli e adoratori di idoli e,come tali, da condannare a morte’. Gli alawiti si rifugeranno sulle montagne della Ansayriyyah, la terra della Siria occidentale dalla quale erano venuti, e, asserragliati, difenderanno le loro vite.

 
I curdi nel nord dichiareranno la loro indipendenza come hanno fatto i loro fratelli in Iraq; i drusi, a Jabal al.Driz nel Sud, proclameranno la loro autonomia che gli fu tolta dalla Francia nel 1925; i beduini a est costituiranno un loro Stato con Dir a-Zur come capitale; gli abitanti di Aleppo sfrutteranno l’opportunità di scrollarsi l’odiato giogo di Damsco.  Nasceranno così sei stati  dalle rovine della Siria, molto più omogenei della Siria di prima unita in un solo stato, quindi agli occhi dei suoi abitanti più legittimata. Questo richiama quanto avvenuto in Yugoslavia.

 
Questi sei stati non avranno bisogno di un nemico esterno, per esempio Israele, il cui ruolo permanente è stato quello di unire i popoli sotto un unico vessillo, quello del presidente. Ci sarà quindi una reale e più grande  possibilità di una pace fra lo stato che è stato fondato dall’altra parte del Golan (lo Stato di Damasco ?) e Israele. E dato che questi stati  non avranno buone relazioni con l’Iran, il mondo non potrà far altro che benedire questo cambiamento, che,isolando maggiormente l’Iran, avrà spezzato l’asse del male ..

 
Il confine ‘caldo’ con Israele

 
Fino al 1970, tutte le volte che il regime siriano doveva affrontare problemi interni, creava tensioni al confine con Israele per avere l’opportunità di infiammare le masse: “ I barbari sionisti vogliono distruggerci, per cui dovete mettere da parte tutti i conflitti e restare uniti sotto la protezione del salvatore, il presidente”. Questa pratica è stata seguita per trentasette anni, ma è difficile credere che venga riesumata perchè la gente non ha più alcuna intenzione di dar retta a questa storia.

 
Anche se il regime ha a sua disposizione esercito e polizia, non cercherà di portare un attacco a Israele, perchè Israele risponderà duramente, in particolare bloccando gli elicotteri per impedire che entrino in azione.  Ciò nondimeno, nel caso di un crollo totale dell’apparato statale, qualcuno all’interno del regime siriano, potrebbe ragionare “ moriremo insieme con gli israeliani”, lanciando armi chimiche in direzione di Israele. In questo caso, potrebbe essere difficile per Israele rispondere in maniera efficace perchè non ci sarebbe nessun potere da dissuadere o da punire. Israele deve essere pronto ad uno scenario del genere, con orecchie e occhi bene aperti sulle armi di distruzione di massa nelle mani dei siriani.

 

La Stampa-Maurizio Molinari:" E' una nazione artificiale, se cade Damasco è il caos"-Intervista con Robert Kaplan.

 


Robert Kaplan             Maurizio Molinari

 

La caduta di Bashar Assad potrebbe far riemergere le questioni irrisolte, etniche e religiose, che risalgono alla fine dell’Impero Ottomano». A parlare di «rischio di caos in Siria» è Robert Kaplan, esperto di strategia del Center for a New American Security di Washington, secondo il quale «il regime per 40 anni ha imposto un nazionalismo che ora potrebbe dissolversi».

L’uso dei carri armati può consentire a Bashar Assad di arginare le proteste di piazza?

«La Siria si trova imprigionata in una spirale di violenza. Più civili vengono uccisi dalle forze di sicurezza di Bashar Assad, più funerali vengono celebrati, più manifestazioni si moltiplicano e più la repressione continua ad aumentare per tentare di proteggere il regime. Assad sta adoperando la forza per riprendere le redini della situazione ma la Siria non è più quella del 1982».

Che cosa avvenne nel 1982?

«La strage di Hama. Hafez Assad, padre dell’attuale Presidente, usò l’esercito per schiacciare nel sangue una rivolta islamica facendo almeno 20 mila morti. Ma allora Internet non c’era e le notizie si diffusero lentamente, andando di bocca in bocca, il regime riuscì così a limitare l’impatto della strage. Oggi è tutto diverso: i morti sono molti di meno rispetto a Hama, nell’ordine delle centinaia, ma i social network e le tv satellitari hanno diffuso le informazioni con tale rapidità da far traballare il regime. Se Bashar sta tentando di ripetere ciò che fece Hafez nel 1982, rischia questa volta di far crollare il suo regime».

Che cosa potrebbe avvenire dopo?

«Nessuno può dirlo con certezza perché la Siria è un Paese con un’identità nazionale molto debole. In realtà è anche difficile definirla una nazione. Nacque infatti all’indomani della fine dell’Impero Ottomano mettendo assieme un mosaico etnico che include i sunniti della regione di Damasco, Homs e Hama, gli eretici alawiti vicini agli sciiti delle montagne del Nord-Ovest, i drusi nelle regioni del Sud e le minoranze curde, cristiane, armene e circasse. Sono queste identità che potrebbero tornare a emergere, gettando la Siria in un caos etnico e religioso dalle conseguenze imprevedibili».

Ma allora perché i manifestanti in piazza inneggiano alla Siria?

«È un risultato di quarant’anni di regime autoritario degli Assad che hanno imposto l’identità siriana come una sorta di ideologia. Ma questo regime non ha dato cibo e lavoro e dunque la gente è scesa in piazza. Se dovesse prevalere la protesta, del regime potrebbe rimanere ben poco, identità siriana inclusa».

Vede un’analogia con la frammentazione etnica dell’Iraq?

«La Siria è assai più debole dell’Iraq perché l’Iraq ha per vicini nazioni solide come l’Iran e la Turchia o ricche come l’Arabia Saudita, mentre la Siria è circondata da aree a forte instabilità come il Libano, la Giordania, lo stesso Iraq e il confine con Israele. L’instabilità irachena ha trovato nei Paesi confinanti una cornice di contenimento. Nel caso siriano questo argine non esiste, i Paesi vicini rischiano piuttosto di essere contagiati, basti pensare al Libano».

Vede un Medio Oriente in decomposizione?

«Bisogna tener presente che nell’area che va dal Mediterraneo orientale all’altopiano iranico vi sono poche nazioni davvero solide, come l’Iran, l’Oman o qualche sceiccato del Golfo Persico. Tutte le altre sono frutto dei problemi irrisolti dell’Impero Ottomano, dalle guerre tribali alle dispute etniche, a cui le potenze coloniali risposero disegnando nel deserto i confini artificiali di nuove nazioni. Così nacquero Siria, Iraq e anche la Giordania».

Quali potrebbero essere le conseguenze della ricomparsa delle etnie in Medio Oriente?

«Nessuno può dirlo, ma è un processo che può portare a ridiscutere l’esistenza di molti Stati senza storia né identità nazionale, come la Siria. È questa decomposizione che può favorire l’affermarsi di gruppi fondamentalisti religiosi».

Come spiega la cautela che dimostra Israele rispetto a quanto sta avvenendo a Damasco?

«Con il fatto che Israele si trova davanti a una situazione ambivalente: da un lato vede la possibilità di un rovesciamentodel regime arabo che più di tutti si è dimostrato un bastione dell’antisionismo negli ultimi decenni, ma dall’altro teme le conseguenze della caduta degli Assad che, in una maniera o nell’altra, hanno mantenuto una pace di fatto con lo Stato ebraico sin dal 1974. Il confine del Golan è stato fra i più stabili del Medio Oriente e a Gerusalemme temono che tutto ciò possa cambiare».
 

 

Libero-Carlo Panella:" Mosca arma e protegge il tiranno di Damasco"
 

Il Kremlino                               Carlo Panella

 Ha dell’incredibile la motivazione con cui nei giorni scorsi la Russia - assieme alla Cina - ha posto il veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu a una mozione di condanna e di sanzioni per le stragi di manifestanti da parte del regime siriano. Stragi che hanno fatto più di 500 morti (qualche decina ieri) e che sono molto più gravi (e documentate da molti video su Internet) di quelle che hanno motivato la guerra contro Gheddafi (di cui mai si è vista peraltro un’immagine). Secondo la Russia, l’Onu non deve prendere provvedimenti contro la repressione in atto in Siria, perché questa «non costituisce una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale mentre un’ingerenza esterna potrebbe minacciare la sicurezza dell’area». Quindi Medvedev concede all’Onu nulla più di una ipocrita «indagine conoscitiva sui fatti».Posizione cinica, a fronte del fatto che l’Onu è appena intervenuta in Libia non per difendere la sicurezza internazionale, ma per proteggere la popolazione civile. Motivazione però rivelatrice di una scabrosa continuità tra la politica di Medvedev e Putin e quella dell’Unione Sovietica, confermata peraltro dallo stesso Bashar al Assad che recentemente ha affermato: «La Guerra Fredda non è mai finita in Medio Oriente». Oggi come negli anni bui di Breznev la Siria è infatti un caposaldo della presenza politica di Mosca in Medio Oriente, che Medvedev intende difendere oltre ogni decenza, finanziando ampiamente e armando il regime baathista con sistemi missilistici, mig, carri armati e ogni tipo di armamento. Oggi come allora, l’intera presenza russa in questa strategica area del pianeta si articola sull’asse Mosca-Damasco- Iran che si è formato dopo il 1979, con la vittoria della rivoluzione khomeinista. Alleanza non solo diplomatica ma anche energetica e di potenza nucleare. Prima Putin e oggi Medvedev infatti puntano a recuperare un ruolo di potenza mondiale, proprio con la avventuristica fornitura della tecnologia e gli impianti russi con cui Teheran sta procedendo a passi rapidi verso la bomba atomica (che peraltro i russi avevano ceduto anche ai siriani, come confermano le indagini della Aiea sul sito nucleare clandestino distrutto nel 2007 dall’aviazione israeliana). Russi, sono anche i carri armati e i Mig che sparano e bombardano contro le città ribelli di Deraa, Banias e nel quartiere periferici di Damasco di Duma. Sempre di fabbricazione russa sono le armi e i lacrimogeni che le forze di sicurezza siriane hanno sparato ieri nel quartiere Qanawat di Damasco, così come a Saqba, altro sobborgo della capitale. Sempre ieri, nella città portuale di Latakia, i manifestanti hanno chiuso le strade con le barricate, attaccate poi dai militari che hanno sparato molti colpi di arma da fuoco. Ma la grande novità degli ultimi giorni è che oltre alle pubbliche e polemiche dimissioni dal partito unico Baath di due parlamentari e di centinaia di dirigenti periferici, frange dell’esercito si stanno schierando con la rivolta. Dura da due giorni a Deraa lo scontro tra la Quarta Divisione, comandata da Maher al Assad fratello del presidente e i militari della Quinta Divisione che si sono rifiutati di sparare sui manifestanti e si sono schierati armi alla mano in loro difesa. A testimoniare della gravità di questa frattura che si è aperta nell’esercito siriano concorrono peraltro le stesse cifre fornite dal regime che sostiene che ad oggi sono morti ben 78 militari e poliziotti che sicuramente non sono stati vittime di manifestanti che protestano a mani nude.

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I segnali che arrivano dalla Siria indicano che entrambe le parti, il regime e l’opposizione, hanno raggiunto un punto di disperazione tale da non poter rinunziare alle loro posizioni, non importa il prezzo che dovranno pagare. Dal punto di vista dei manifestanti, il limite delle richieste cresce man mano che aumentano le vittime: quando la protesta ebbe inizio, la richiesta era la fine della legge d’emergenza, ma ora il regime viene giudicato il vero nemico del popolo e se ne chiede la caduta. Distruggere i monumenti degli Assad- padre e figlio – insieme ai loro ritratti è diventato routine, e la gente lo fa con grande entusiasmo.

Intanto il bagno di sangue si allarga, le cento vittime di oggi sono i cento funerali di domani, ciscuno a rappresentare i morti che verranno,e così sarà dopo,con la partecipazione più forte man mano che la violenza del regime diventa più pesante.


lettere@lastampa.it
lettere@libero-news.eu
 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 1/5/2011 alle 23:22 | Versione per la stampa


1 maggio 2011

Paletina Judenrein ?

di Giovanni Quer

Con la nascita di uno Stato gli individui residenti entro i confini del territorio sui quali questo esercita giurisdizione devono assumere la cittadinanza dello Stato nascente. La presenza delle colonie ebraiche nella West Bank finora si è considerata alla base del conflitto arabo-israeliano, tuttavia quando e se la Palestina sarà uno stato, il loro futuro sarà duplice: o gli ebrei assumeranno cittadinanza palestinese, oppure dovranno andarsene..

Fino alla fine della prima guerra mondiale esisteva in Oriente il sistema delle capitolazioni, che si sostanziava nella parziale autonomia di vare comunità dell’Impero Ottomano attraverso intrecci di passaporti per cui gli individui erano soggetti a differenti sistemi giuridici a seconda del passaporto di appartenenza. Questo sistema si incrinò con la guerra italo-turca, e finì con la caduta dell’Impero Ottomano. Da allora, con la supremazia del modello di stato-nazione, i diritti politici e civili sono legati all’assunzione della cittadinanza dello stato in cui si risiede. La nascita della Palestina in quanto stato pone i coloni ebrei di Cisgiordania difronte a un dilemma fondamentale: rimanere in Palestina, e divenirne cittadini, oppure rientrare entro la linea verde?

L’ipotesi di una permanenza degli ebrei in Palestina, come minoranza ebraica di uno stato arabo, è teoricamente fattibile. Alcune colonie ebraiche della West Bank sono state fondate per una volontà religiosa di vivere in luoghi sacri alla storia ebraica, come Shilo. Altre colonie non hanno una specifica missione religiosa e sono per la maggioranza laiche; alcune hanno creato istituzioni aperte agli arabi palestinesi, come l’Università di Ariel che conta un consistente numero di studenti palestinesi che preferiscono in particolar modo le facoltà scientifiche israeliane ai corsi della vicina università palestinese di Bir Zeit.
La possibilità di permanere nel futuro stato come cittadini palestinesi ebrei pone alcune questioni di ordine pratico:
quale sarebbe il loro destino? Nella migliore delle ipotesi, fingendo che gli attori dello scenario siano razionali, gli ebrei potrebbero avere passaporto palestinese e godere di una certa autonomia per quanto riguarda istituzioni culturali, religiose e un certo attaccamento allo stato di Israele.
In sostanza si tratterebbe di creare un parallelo ebraico in Palestina di ciò che è la minoranza araba in Israele. Tuttavia questo futuro è ben lontano dalla realtà. Considerato il fatto che la shari’a progressivamente conquista gli spazi del sistema giuridico palestinese, e il crescente potere di Hamas che ha introdotto la shari’a a Gaza, è da ritenere che lo status degli ebrei in Palestina sarebbe regolato dalla dhimma, l’istituto islamico che tratta dei diritti e doveri degli infedeli in una società islamica.

Una seconda ipotesi potrebbe vedere un movimento in massa dei coloni entro i confini israeliani, in fuga da un possibile regime islamico, che si rende di giorno in giorno più probabile. Lo scenario non sarebbe dissimile da quanto avvenuto negli stati arabi all’indomani della dichiarazione d’indipendenza di Israele, con un’ondata di profughi ebrei per la maggior parte installatasi in Israele e in altri Paesi d’Europa.

Se la presenza delle colonie non è chiara da un punto di vista giuridico, la loro distruzione per far spazio a uno stato palestinese non è di certo più legittima. Varie analisi si concentrano sulle azioni legali che la Palestina potrebbe avanzare contro le azioni militari israeliane nei Territori, ma non si pensa al destino degli ebrei di Cisgiordania?
La costituzione di uno stato palestinese senza aver prima risolto il problema delle colonie non porta ad altra soluzione se non all’espulsione dei coloni israeliani la cui vita in un ambiente islamico profondamente antisemita non sarebbe di certo florida e sicura. Non si tratta qui di diritto alla terra, ma di un preciso disegno politico di rendere la Palestina “Judenrein”.
Allora quale sarà la risposta della comunità internazionale?


Giovanni Quer


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 




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1 maggio 2011

"Mafia, pace e royal wedding"


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 

Cartoline da Eurabia
di Ugo Volli

Cari amici,
ho una bellissima notizia per voi. Sapete che qualche tempo fa c'è stata una scissione nella mafia, fra corleonesi e "vincenti"? Be', è tutto finito, si vogliono di nuovo bene. Grazie alla mediazione della n'drangheta calabrese si sono riconciliati. Sono apparsi davanti alla televisione Al Cotv (Criminalità Organizzata TeleVisione) e hanno firmato col sangue un documento di pacificazione. Entro un anno si spartiranno i territori e ogni cosca deciderà a chi aderire. Per ora comunque condurranno insieme le loro nobili attività di ricatto, omicidio, contrabbando di droga e altro.
La n'drangheta da parte sua ha approfittato dell'occasione per annunciare che riaprirà lo Stretto di Messina alle spedizioni mafiose, così duramente provate dall'assedio dello stato. La pacificazione è stata festeggiata da "Manifesto" e "Unità", esaltata da Camorra e Sacra Corona Unita, considerata "positiva" da una dichiarazione dell'Onu, mentre sembra che il Dipartimento di Stato abbia deciso di "wait and see".
L'aspetto più significativo è che una delle due fazioni, purtroppo non mi ricordo quale, aveva promesso di rinunciare alla violenza nella sua attività e stava per essere riconosciuta come provincia autonoma. L'altra però è troppo attaccata alle sue tradizionali lupare e ha dichiarato che non si sente affatto vincolata a rinunciare ai suoi storici mezzi di lotta armata contro la prepotenza dello stato.
E però quando la camera di commercio ha fatto notare che in questa maniera la situazione dei suoi associati soggetti al pizzo e spesso ammazzati per rappresaglia era destinata a peggiorare e che la parte "pacifica" doveva scegliere fra le trattative per la legalizzazione e la lupara – be', è stata messa a tacere come negativa, poco fiduciosa e conservatrice..
Cari saluti e buon primo maggio "di lotta e di governo" – un po' come ha deciso di fare la mafia

Ugo Volli

PS: Vi chiedete cosa c'entra il Medio Oriente? Be' niente, naturalmente.
Lì si sono messe d'accordo due nobili organizzazioni politiche estremamente idealiste come Fatah e Hamas: la Resistenza islamica. Chi oserebbe paragonarle alla mafia? Piuttosto il loro incontro è come il royal wedding, un grande evento mediatico. Ma questo è un altro discorso

 




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