.
Annunci online

  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
Diario
 








  







Liberali per Israele 






     
  A Shuny 
                     

    
  




 Contatori visite gratuiti


9 maggio 2011

Complottisti di tutto il mondo pentitevi! Al Qaeda vi smentisce

Stefano Magni

 

 

Niente immagini di Bin Laden morto. Ed è subito complotto. Le teorie della cospirazione sull’uccisione di Osama hanno varie gradazioni. Si parte da quelle moderate: “non ci hanno raccontato come è andato realmente il raid”. Alle più drastiche: “lo sceicco del terrore non è mai esistito”. Per ironia della sorte, la foto pubblicata da molti quotidiani online (in Italia dal Corriere della Sera e da La Repubblica) è stata diffusa nel 2006 proprio dai teorici del complotto più estremi. Mostrando il cadavere di un finto Bin Laden ucciso, con un colpo in un occhio, allora (e allora c’era George W. Bush alla Casa Bianca) miravano a dimostrare che la caccia al terrorista fosse solo un pretesto per continuare l’Afghanistan, Guantanamo, i rapimenti dei sospetti jihadisti, gli interventi in tutto il mondo nel nome della guerra ad Al Qaeda. Quante volte, poi, abbiamo sentito ripetere che “Osama non è mai esistito”? O che esisteva, ma era “un agente della Cia”? Questa seconda teoria del complotto, ancor più radicale, prende spunto dal passato di Osama Bin Laden prima della sua fatwa contro gli Usa (1988), quando era un protagonista della lotta contro l’Unione Sovietica in Afghanistan (1979-1988). Non ci sono prove per dimostrare che il futuro leader qaedista fosse un agente pagato da Washington: negli anni ‘80, fra l’altro, bastava la rete di “carità” di tutto il mondo musulmano (un business da 600 milioni di dollari) per finanziare la guerriglia anti-comunista. Ma l’idea, di origine sovietica, di un Bin Laden agente della Cia, ha alimentato la tesi sull’11 settembre quale auto-attentato americano. Di più: “La famiglia Bin Laden era in buoni rapporti d’affari con Bush”. Questa sentenza, resa celebre dal regista Michael Moore nel suo documentario “Farenheit 9-11” (che alcune scolaresche italiane hanno dovuto vedere obbligatoriamente) è quantomeno vaga. Per rendere un’idea di quanto vasta sia la famiglia Bin Laden basti ricordare che Osama è figlio della decima moglie di suo padre. Nel suo clan allargato, molti vivono all’occidentale, sono filo-occidentali, lavorano negli Usa. Non è stato provato alcun legame fra il signor George W.H. Bush, suo figlio George W. Bush e il signor Osama Bin Laden. Ma la frase, in sé corretta, “La famiglia Bin Laden era in buoni rapporti d’affari con Bush”, ha raggiunto comunque il suo scopo: quello di dimostrare che lo sceicco del terrore è un finto nemico, una pedina nelle mani degli Usa. Tutti questi teorici della cospirazione dell’11 settembre, li possiamo raggruppare sotto l’etichetta di “Truther”, tutti coloro che sono convinti che il governo federale americano non abbia detto mai la verità sugli attentati al Pentagono e alle Torri Gemelle. Ne fanno parte ideologie diversissime: sinistra (Noam Chomsky, Naomi Klein), destra (Pat Buchanan, Lyndon LaRouche), libertari (Justin Raimondo, Lew Rockwell). Di riflesso, anche in Europa abbiamo i nostri “Truther”, Thierry Meyssan in Francia, Maurizio Blondet e Giulietto Chiesa in Italia. Questa corrente di pensiero, abituata a mettere in dubbio tutto ciò che riguarda la “versione ufficiale” degli eventi dell’11 settembre, ha convinto circa un terzo dell’opinione pubblica statunitense. Ai “Truther” si aggiungono ora i “Birther”. Coloro che non credono mai, per principio, che il presidente Obama dica la verità, nemmeno sul suo certificato di nascita. La mancanza di foto e immagini, il rifiuto della Casa Bianca di pubblicarle, rafforzeranno o indeboliranno i complottisti? La Casa Bianca non ha nulla da guadagnare con la loro pubblicazione. Milioni di persone abituate a pensare, da un decennio, che la versione sull’11 settembre sia falsa e che, oggi, non credono ai risultati del test del Dna sul cadavere di Bin Laden, a maggior ragione non si ricrederebbero di fronte a una foto. Tanto ha già pensato Al Qaeda a smentire tutti i complottisti americani, mediorientali ed europei. Venerdì mattina l’organizzazione rimasta orfana di Osama ha confermato la morte del suo fondatore.

L'Opinione 8 maggio 2011

 

 

 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 9/5/2011 alle 7:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


8 maggio 2011

Yom Hazikaron (Giorno della Memoria dei Caduti delle Guerre di Israele)

Memorial Day
 

 

 

 

Yom Hazikaron è il giorno della memoria dei caduti in guerra e delle vittime del terrorismo, e si celebra ogni anno al 4o giorno di Iyar, tra la fine di aprile e l'inizio di maggio, una settimana dopo Yom Hasho'a, il giorno della Memoria dell'Olocausto, e due settimane dopo Pesach. E' dedicato a tutti i caduti in battaglia, dai soldati, ai membri delle forze di sicurezza, ai caduti dei movimenti clandestini precedenti la fondazione di Israele, alle vittime del terrorismo. Yom Hazikaron venne decretato per legge nel 1963, ma la consuetudine della celebrazione in questa data risale al 1951, fissando il legame tra il giorno dell'Indipendenza e tutti coloro che, per ottenere e mantenere questa indipendenza, sacrificarono la propria vita.

 

La giornata inizia la sera del 4o giorno di Iyar e termina la sera successiva, con l'apertura delle celebrazioni del Giorno dell'Indipendenza. Per legge, ogni luogo di divertimento rimane chiuso, le cerimonie commemorative si svolgono in tutto il paese e le bandiere vengono abbassate a mezz'asta. Una sirena risuona alla vigilia di Yom Hazikaron, alle 8, poi di nuovo la mattina seguente, alle 11, e durante il suono è consuetudine rimanere in silenzio. Le celebrazioni si svolgono nei centri cittadini, nei pubblici edifici e nei cimiteri, e i programmi radiotelevisivi sono dedicati al tema della giornata.

 

Consuetudini

 

In Israele è difficile che qualcuno non abbia perso un familiare, un amico o un conoscente in una delle guerre subite dal paese, per questo motivo Yom Hazikaron è un giorno particolarmente significativo per tutti. Sono in molti a partecipare alle celebrazioni, e i familiari dei caduti si recano a visitare i cimiteri militari.

 

Informazioni importanti

 

Yom Hazikaron non è una festività, e tutte le attività che non riguardano intrattenimento e ricreazione si svolgono regolarmente,In ogni caso, la particolare atmosfera di lutto è percepibile in ogni strada.
 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 8/5/2011 alle 22:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


8 maggio 2011

Yom Hazikaron

 
STASERA ORE 20 ISRAELIANE(19 ITALIANE),SUONERA' LA SIRENA PER YOM HAZIKARON E ANCHE DOMATTINA ALLE ORE 11 ISRAELIANE(10 ITALIANE).
 
 
http://www.youtube.com/watch?v=N3feZtJn2Wc&feature=share




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 8/5/2011 alle 20:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


8 maggio 2011

Allegria!

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Testata: Informazione Corretta
Data: 08 maggio 2011
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Allegria!»

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Allegria!

Cari amici,
avete visto? C'è chi discute se gli ebrei fanno bene a festeggiare per la morte di Bin Laden (io per conto mio ho già detto quel che penso: brindo e ringrazio il cielo). Ma la madre dei troppo generosi è sempre incinta e quelli che danno ragione per principio ai propri nemici collettivi, salvo odiare i propri nemici politici interni, sono legione. Per non parlare delle organizzazioni internazionali come l'Onu, che quando la Siria o l'Iran ammazzano oppositori civili a centinaia sorridono educatamente, dato che si tratta di buoni nemici dell'Occidente – mentre se gli americani eliminano un importante comandante nemico (questo era Bin Laden, questo erano i personaggi palestinesi uccisi negli anni scorsi dall'esercito israeliano, a partire dallo sceicco Jassin, fondatore di Al Queida), si stracciano le vesti in nome dei diritti umani violati.

Il fatto è che questo è niente. Perché in realtà, gli arabi dovrebbero essere in festa e gli occidentali in lutto. Infatti, forse non lo sapete, ma Bin Laden era un agente sionista o comunque era utilizzato da Israele. Chi l'ha detto? Ma uno bravo quasi come il defunto, il dittatorello dell'Iran Ahmadinejad (http://www.europe-israel.org/2011/05/iran-ben-laden-etait-une-marionnette-du-regime-sioniste/). D'altro canto, ve l'ho raccontato nei giorni scorsi, ci sono fondati motivi per credere che anche Mubarak fosse un agente dell'entità sionista (http://www.libero-news.it/news/657381/Egitto__sangue_in_piazza__Ore_contate_per_Mubarak.html) e così Gheddafi, che è addirittura ebreo (http://www.stampalibera.com/?p=23559), come i suoi mercenari (http://falafelcafe.wordpress.com/2011/03/02/al-jazeera-dietro-ai-mercenari-usati-da-gheddafi-si-nasconde-israele/), ma anche i suoi oppositori. Israele è dietro anche la rivolta siriana, benché gli alawiti – la setta di cui è parte Assad che è al potere in Siria, sia storicamente alleata degli ebrei secondo quella fonte impeccabile che è "Il manifesto" (http://www.mister-x.it/notizie/ultime_oggi.asp?id=740771&category=Dal%20Mondo). E naturalmente era ebreo Hitler (http://www.ilgiornale.it/cultura/studio_shock_hitler__aveva_origini_ebraiche__e_prova_e_suo_dna/26-08-2010/articolo-id=469247-page=0-comments=1) e nel suo piccolo anche la nuova capa dell'estrema destra francese Marie Le Pen è naturalmente finanziata da Israele (http://www.europe-israel.org/2011/05/video-un-musulman-accuse-marine-le-pen-detre-financee-par-letat-disrael/).

Insomma, gli ebrei hanno colpa di tutto. Allora perché dibattere sul bene e sul male dell'esecuzione di Bin Laden? Qualunque cosa facciate, chiunque incontriate, contro chiunque combattiate, sappiate che dietro c'è il nemico ebreo. Un po' confuso, magari, ma onnisciente e onnipotente – un po' divino, insomma. Che ha il solo difetto di farsi continuamente male da solo, facendo scontrare i suoi diversi agenti solo per fare confusione o godersi lo spettacolo. Dunque non ci resta, nel dubbio, che festeggiare. Come diceva Mike Bongiorno (giustamente imprigionato dai nazisti, con quel nome...): "Allegria!"

Ugo Volli


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 8/5/2011 alle 14:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


8 maggio 2011

Madre italiana o yiddishe mame

 

Se uno di voi sarà più dolce con sua madre, una sera, per causa mia e di mia madre, non avrò scritto invano.

In questo festoso week-end ferrarese dal sapore internazionale dedicato per la seconda volta al Libro Ebraico che cade, casualmente, in concomitanza con la festa dedicata alla Mamma, assume forse un valore aggiunto ricordare, tramite la frase in incipit, una delle tante e pregnanti che lo costellano e lo informano, Il Libro di mia Madre di Albert Cohen, scrittore ebreo ed intellettuale immenso che ebbe il coraggio di pubblicare il testo solo 11 anni dopo la scomparsa della madre, un lutto elaborato a fatica, forse mai metabolizzato del tutto, divenuto un canto d’amore nel tentativo di sottrarla all’oblio, di fissarla in immagini struggenti e dolci che ne restituissero la semplicità, l’ingenuità e le piccole quotidiane debolezze, la dedizione alla famiglia ma, soprattutto, l’amore per l’unico figlio: un amore totale, assoluto, come è quello di ogni madre. Un amore che i figli sanno comprendere pienamente solo quando le madri non sono più.

Più sereno e rasserenante, ad un tempo, il ricordo invece che Don Umberto Pasini, grande figura di docente e sacerdote portuense scomparso da tempo, dedicò alla propria madre, una lirica delicata transustanziata, se si passa il neologismo, in un simbolo da sempre parte della nostra cultura cristiana e cristologica, il pane. 

Buono come il pane fatto in casa, si diceva una volta, facendo riferimento ad un cibo, ad una leccornia o, più metaforicamente, ad una persona dotata di particolari qualità, umanamente parlando: e cosa c’è di più buono di una madre, di ciò che una madre fa per il figlio nel corso della sua esistenza.

E in fondo, ellitticamente, anche la madre cui è dedicata la poesia che segue è, al di sopra di ogni religione o fede una madre a tutto tondo, una yiddishe mame come quella di Albert Cohen che per il figlio sarebbe morta…

 

 

Il pane di casa

 

Mi lasciavi, mamma,

quando il mattino

m’era compagno

dei sogni.

 

Nel buio della stanza

s’ingigantivano i fantasmi

per turbarmi il sonno,

 

ma la sua voce

di sotto, accanto al fuoco,

mi riscaldava

– lo sai –

dolcemente.

 

Ogni tuo gesto

che indovinavo nel buio

mi amava

di tenere carezze.

 

Il babbo – una volta

almeno ricordo

che c’era –

condivideva quell’alba

ancor troppo lontana.

 

Un rito di lievito

ed acqua,

un’intimità coniugale

più arcana,

consumata sul desco

in cucina.

 

Era come per generarmi

un’altra volta

che le vostre mani

si congiungevano

in silenzio

a gramolare un impasto

che poi diventasse

il pane.

 

Ancora lo avverto,

adesso ch’è tardi,

spezzandolo,

il dolce profumo

di buono

che allora inondava

il mattino

levandosi

caldo il forno

come una carezza

di sole.

 

Mi sazia

quella fragranza

di albe

conservata dai giorni

lontani

 

Ed oggi che amara

è la mia solitudine

più forte mi tenta

– nell’ora di cena –

la voglia di bimbo.

 

Mangiamolo insieme

ancora una volta

– in piedi tu, madre,

e babbo al suo posto –

quel pane di casa.

 

Maria Cristina Nascosi Sandri

 

 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 8/5/2011 alle 10:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


7 maggio 2011

Israele ha sempre torto perchè ha un esercito più forte, La tesi di Sergio Romano che mette d'accordo tutti gli odiatori

Testata: Corriere della Sera
Data: 07 maggio 2011
Pagina: 47
Autore: Sergio Romano
Titolo: «Israele e Gaza, la situazione»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 07/05/2011, a pag. 57, la risposta di Sergio Romano ad un lettore dal titolo "Israele e Gaza, la situazione".


Sergio Romano

Per leggere la lettera precedente di Fausto Cohen con risposta di Sergio Roman e commento di IC, cliccare sul link sottostante: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=2&sez=110&id=39585.

Romano, in una frase, cerca di spiegare da che cosa deriva l'accusa di sproporzione che muove sempre contro Israele.
La potenza maggiore ha un esercito più forte, perciò, a priori, ha più responsabilità. Con questo ragionamento Israele è sempre colpevole, qualunque mossa faccia. Se non si difende è colpevole di permettere ai terroristi della Striscia di lasciar massacrare la popolazione, se si difende ha torto perchè è più forte e quindi, alla fine, anche se Hamas usa scudi umani la responsabilità maggiore sarà sua. Romano non specifica quale via dovrebbe scegliere Israele, forse quella suggerita da Hamas, ossia la cancellazione dalle mappe geografiche ?
Ecco lettera e risposta:

Caro Romano, già nel passato lei ha avuto la compiacenza di applicare la « par condicio » : due lettere lei e due lettere io. Spero vorrà applicarla anche questa volta. Io avevo chiuso la mia lettera auspicando una sua maggiore equidistanza tra i due contendenti. In pronta risposta mi trovo, viceversa, di fronte a una lunga requisitoria a carico di Israele e, cosa veramente triste, non una sola critica a movimenti non propriamente pacifici quali Hamas, Hetzbollah, ecc ecc.

Franco Cohen
franco.cohen@yahoo.it

Nei rapporti internazionali asimmetrici la potenza maggiore ha più armi per combattere, più cose da dare e, in ultima analisi, più responsabilità. L’equidistanza non può ignorare queste disparità.

Per inviare la propria opinione al Corriere della Sera, cliccare sull'e-mail sottostante


lettere@corriere.it
 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 7/5/2011 alle 22:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


7 maggio 2011

L'Onu tace coi dittatori, preferisce attaccare le democrazie occidentali

analisi di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 07 maggio 2011
Pagina: 14
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «L’Onu dorme sulla Siria e si sveglia contro gli Usa»

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 07/05/2011, a pag. 14, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo "L’Onu dorme sulla Siria e si sveglia contro gli Usa".


Fiamma Nirenstein, Navi Pillay

Sull'eliminazione di Bin Laden si ragiona e si sragiona parecchio,e al solito la seconda parte è affidata all'Onu. Quando la signora Navi Pillay, presidente del Consiglio per i diritti umani, quella signora che non va a Oslo alla premiazione del Premio Nobel cinese Liu Xiaobo per impegni irrinunciabili, che lascia perdere l'Iran, e il Tibet, e la Cecenia, e il Sudan...ma che tre quarti del suo tempo lo dedica alle risoluzioni di condanna a Israele; dicevamo, quando questa signora chiede una spiegazione chiarissima, proprio fino in fondo e urgente (anche se tutto suggerisce che Obama debba tenersi qualche segreto), su come Bin Laden sia stato ucciso perché «si devono osservare delle regole anche nella lotta contro il terrorismo »; beh, sospettiamo che le sue intenzioni più che legalitarie siano ideologiche.Insomma,ragioni anti americane, antioccidentali, anti israeliane, anti noi. Ci si potrebbe per esempio sentire rassicurati se poi l'attivismo dell’Onu trovasse riscontri rassicuranti sia nell'Hrc, sia ai vertici dell’Assemblea Generale. Allora, per esempio, invece di vedere Ban Ki Moon che chiede (l'ha fatto ieri) il permesso di Bashar Assad per mandare una delegazione a verificare sepercasosi violanoi diritti dei cittadini mentre quello ha già fatto 600 morti, invece di accontentarsi che lui, e questo la dice lunga, glielo accordi; invece di constatare che il Consiglio di Sicurezza non l'ha condannato a causa del veto Cinese e Russo, vedremmo i caschi blu che vanno a dire a Bashar che non si spara sulla propria popolazione inerme. Invece non è così. Del resto sempre ieri, da parte dei 27 paesi della Ue riuniti a Bruxellesper parlaredella repressione siriana mentre in uno dei soliti venerdì di sangue Bashar sparava sulla folla, l'Onu,che dovrebbe ottenere una spinta democratica e legalitaria dai Paesi occidentali, ha avuto un segnale molto pallido, sanzioni personali a 14 personalità di damasco, escluso, udite, Assad stesso. Abbiamo istituzioni internazionali senza speranza. I ribelli dalla Siriasupplicanoperemailchegli si comunichi qual è il numero dei mortioltre ilqualesiamodispostia mobilitarci,mille,diecimila,unmilione? Invece per la Libia ci siamo mobilitati subito, Gheddafi era un dittatore crudele e molesto ma bizzarro e in fondo isolato tanto quanto invece Bashar è protetto dall' Iran che ne fa il perno della suapresenza in Medio Oriente.Enoi buoni. La Siria può persino ancora ambire (non ha ritirato la candidatura) ad avere un seggio nel Consiglio per i Diritti umani,ne ha diritto perché è uno dei quattro stati asiatici che ne hanno fatto richiesta.Sarebbe uno spettacolo pirotecnico almeno quanto l'entrata dell'Iran nel 2009 nella Commissione per lo stato delle donne. Alla richiesta di un'indagine legale sull'eliminazione di Bin Laden sottendel'idea che essa sia stata illegale secondo la legge internazionale. Non è certo sola in questo la signoraPillay: Christof Heynas l'investigatore indipendente dell’Onu sulle uccisioni extragiudiziali, il portavocedel Vaticanomonsignor Federico Lombardi, l'arcivescovo di Canterbury,Fidel Castro,il vertice della Croce Rossa e poi tanti personaggi nostrani sollevano dubbi. Chi più chi meno e ciascuno con motivi diversi, nessuno di questi condivide l'idea che si sia agito secondo quanto stabilito dal congresso una settimana dopo l'11 di settembre con l'Aumf, ovvero l'Autorizzazione all'uso della forza militare. La verità è che si tratta di dubbi politici: di chi non crede che sia in corso un'autentica guerra al terrorismo e non ammette che faccia una differenza la scelta del nemico di combattere con mezzi non convenzionali prendendo di mira i civili, di chi immagina che questa guerra sia una scusa dell’Occidente per dominare il mondo, una forma di sfogo dei nostri mai sopiti istinti coloniali, che la pace è dietro l'angolo, basta essere buoni. E l'Onu, dopo aver per un paio di decenni pensato di poter creare una fratellanza di intenti sotto lo stesso tetto, oggi comincia a far davvero fatica ad albergare gli ayatollah insieme alla democrazia jeffersoniana.
www.fiammanirenstein.com

Per inviare la propria opinione al Giornale, cliccare sull'e-mail sottostante


segreteria@ilgiornale.it
 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 7/5/2011 alle 19:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


7 maggio 2011

Pakistan, peggiora la situazione dei cristiani

Lorenzo Cremonesi intervista Paul Bhatti

Testata: Corriere della Sera
Data: 07 maggio 2011
Pagina: 12
Autore: Lorenzo Cremonesi
Titolo: «Un musulmano al posto di mio fratello: cristiani a rischio»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 07/05/2011, a pag. 12, l'intervista di Lorenzo Cremonesi a Paul Bhatti dal titolo "Un musulmano al posto di mio fratello: cristiani a rischio".


Paul Bhatti, Shahbaz Bhatti

Difficile essere cristiani in Pakistan di questi tempi. Si vive all’ombra della vendetta dell’estremismo islamico per la morte di Bin Laden e tra i più a rischio sono proprio loro: «i crociati» , come li definisce Al Qaeda nei suoi messaggi, facilmente associabili al «diavolo» americano. Costituiscono meno del 2 per cento tra i 165 milioni di musulmani, eppure sono sempre nel mirino nei periodi di tensione. Lo testimonia Paul Bhatti, fratello cinquantenne del più celebre Shahbaz Bhatti, 42 anni, assassinato il 2 marzo scorso nel centro di Islamabad mentre da ministro delle Minoranze era impegnato nella battaglia per cancellare la famigerata «legge sulla blasfemia» , che permette una facile persecuzione dei non-musulmani sospettati di avere offeso l’Islam. Per Paul, da molti anni medico a Treviso — parla italiano perfettamente — il ritorno a Islamabad per il funerale di Shahbaz aveva rappresentato una dolorosa immersione nel Paese natio e la scelta di un nuovo impegno. «Avevo scoperto una comunità in pericolo e allo stesso tempo alla ricerca di riscatto. Mio fratello aveva costituito un’associazione per la difesa delle minoranze del Paese, che tutte assieme rappresentano circa il 5 per cento della popolazione. Da ministro simboleggiava la speranza di una vita migliore, più eguale e integrata alla maggioranza musulmana. Così avevo scelto di prendere il suo posto, almeno per qualche anno. Sono quindi rientrato in Italia, dove sono stato ricevuto dalle massime autorità, ho preso congedo dalle mie attività e sono subito tornato in Pakistan» , racconta. Dopo pochi giorni viene accolto con amicizia e simpatia dal primo ministro Asif Ali Zardari, che lo nomina consigliere personale per le Minoranze. «Una carica che pensavo potesse continuare con dignità quella di mio fratello. Non sapevo ancora se sarei diventato ministro nella prossima legislatura. Ma comunque mi sentivo libero di operare a mio piacimento» , aggiunge. La doccia fredda arriva però lunedì 2 maggio, solo poche ore dopo il blitz dei Navy Seals contro Bin Laden. Come un fulmine a ciel sereno il governo nomina Riaz Hussain Pirzada nuovo ministro delle Minoranze. Per Paul è un vero sgambetto: all’improvviso la sua carica viene ridimensionata, la sua libertà d’azione limitata. Pirzada non solo è di fede islamica, ma soprattutto è rappresentante in parlamento del Pml, che sta per Lega dei Pachistani Musulmani, il partito confessionale da poco entrato nella coalizione di governo. «Ammetto che si tratta di una mossa strana. Devo ancora capirla. Appena Zardari torna dai suoi viaggi all’estero chiederò spiegazioni» , minimizza ora Paul. Non vuole dire se si tratti di un passo del governo per cercare di calmare le piazze rabbiose dopo il blitz americano. Ma la sua posizione ora è in forse. Come potrà chiedere l’abolizione della «legge sulla blasfemia» , se il suo diretto superiore è un musulmano legato alle formazioni che proprio quella legge intendono conservare? Lui non sa cosa gli risponderà Zardari. Ma una nuova certezza si sta facendo spazio nei suoi piani. «Prima di lunedì pensavo che sarei rimasto in Pakistan a lungo. Ora non più. Il mio ritorno in Italia potrebbe avvenire in tempi molto più brevi» .

Per inviare la propria opinione al Corriere della Sera, cliccare sull'e-mail sottostante


lettere@corriere.it
 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 7/5/2011 alle 17:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


7 maggio 2011

Osama bin Laden morto: al Qaeda minaccia attentati in Occidente

Cronache e analisi di Dimitri Buffa, Maurizio Molinari, Andrea Malaguti, Guido Olimpio, Redazione del Foglio

Testata:Il Foglio - Corriere della Sera - La Stampa - L'Opinione
Autore: Redazione del Foglio - Guido Olimpio - Maurizio Molinari - Dimitri Buffa - Andrea Malaguti
Titolo: «Un messaggio per i seguaci rimasti senza la Guida - Obama, onore ai Navy Seals: Sconfiggeremo Al Qaeda - Il problema palestinese dopo la morte di bin Laden - Facciamo il funerale per Osama»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 07/05/2011, in prima pagina, l'articolo dal titolo " Quella casa della Cia ad Abbottabad per tenere d’occhio il vicino Osama". Dalla STAMPA, a pag. 7, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " Obama, onore ai Navy Seals: Sconfiggeremo Al Qaeda ", a pag. 10, l'articolo di Andrea Malaguti dal titolo " Facciamo il funerale per Osama ". Dall'OPINIONE, l'articolo di Dimitri Buffa dal titolo " Il problema palestinese dopo la morte di bin Laden ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 11, l'articolo di Guido Olimpio dal titolo " Un messaggio per i seguaci rimasti senza la Guida ".
Ecco gli articoli:

Il FOGLIO - " Quella casa della Cia ad Abbottabad per tenere d’occhio il vicino Osama "


La villa di Osama bin Laden ad Abbottabad

New York. Oltre alla sua, c’era una seconda casa particolare ad Abbottabad. Una casa meno appariscente della fortezza di Osama bin Laden costruita dal nulla nel 2005, occupata da agenti della Cia inviati in Pakistan nel fatidico agosto del 2010, quando l’intelligence americana ha individuato, attraverso il corriere Abu Ahmed al Kuwaiti, la casa dove probabilmente si nascondeva Bin Laden. Il motivo per cui Bin Laden si trovava lì è lo stesso per cui anche gli uomini di Leon Panetta hanno potuto ottenere il loro avamposto in città: Abbottabad non è una roccaforte del terrorismo. Non ha nulla a che vedere con il brulichio fondamentalista di Quetta, Peshawar o Karachi, città in cui l’intelligence americana avrebbe avuto più difficoltà a insediarsi e raccogliere informazioni per mesi senza essere vista dagli occhi di al Qaida o da quelli delle forze di sicurezza del Pakistan. L’ambiente relativamente tranquillo di Abbottabad – luogo di residenza dei veterani, ma anche città dove i soldati americani addestravano l’esercito di Islamabad – consentiva agli abitanti di entrambe le case di poter svolgere le proprie mansioni con un certo grado di copertura. Bin Laden sapeva che l’occhio della Cia guardava altrove; la Cia sapeva che lo stesso faceva l’occhio pachistano. “Questo era il tallone di Achille di Bin Laden – ha spiegato un ex agente dela Cia – perché chiunque poteva andare ad Abbottabad”. Il Washington Post ha raccontato per primo l’imponente sforzo d’intelligence compiuto dagli americani a pochi passi dalle mura che nascondevano lo sceicco di Riad, una delle operazioni più segrete organizzate dalla Cia negli ultimi decenni. Nei mesi di spionaggio gli agenti hanno usato tutti i mezzi a disposizione del governo per carpire informazioni. I satelliti dall’alto scandagliavano il compound alla ricerca di possibili cunicoli preparati per la fuga, mentre dalla loro casa con i vetri schermati gli agenti scattavano foto con macchine di precisione e cercavano di raccogliere registrazioni a distanza degli abitanti della casa. I tre piani della casa di Bin Laden potevano essere osservati da diverse angolazioni e con relativa facilità l’intelligence è riuscita a ricostruire una planimetria abbastanza dettagliata da ridurre i margini di errore una volta cominciata l’azione. L’operazione era così sofisticata e costosa che il direttore della Cia ha dovuto chiedere un ulteriore finanziamento al Congresso, roba da decine di milioni di dollari. Nessuno degli agenti è mai riuscito a fotografare direttamente il circospetto Bin Laden, ma le informazioni ambientali raccolte finivano al comando di Langley e da lì ritrasmesse alla base militare di Bagram, in Afghanistan, dove i Navy Seal stavano facendo le prove per il raid. Quando gli elicotteri del “team six” sono arrivati sul compound di Abbottabad, probabilmente gli uomini della Cia scrutavano l’operazione da fuori, perché “il lavoro della Cia era quello di trovare informazioni e preparare” – come ha detto un ufficiale militare al WP – non quello di intervenire. Soltanto al termine dei quaranta minuti decisivi dell’operazione, quando Osama è stato dichiarato “Ekia”, nemico ucciso in combattimento – ieri lo ha ammesso anche al Qaida, minacciando vendetta – gli uomini inviati da Langley sono sgusciati via nella notte chiudendo la seconda casa più famosa di Abbottabad: aveva esaurito il suo scopo.

CORRIERE della SERA - Guido Olimpio : " Un messaggio per i seguaci rimasti senza la Guida "


al Zawahiri

I superstiti di Al Qaeda hanno dovuto attendere e verificare la notizia. Poi hanno confermato la morte di Bin Laden trasformando il martirio, come di consueto, in un’arma. Il comunicato vuol restituire vigore ad un movimento scosso e sorpreso dalla caduta del leader che ritenevano imprendibile. Una sortita che delude quanti credono che la guida sia ancora in vita o gridano alla truffa. Ai seguaci I terroristi spiegano che Osama «non ha creato un’organizzazione che possa morire dopo il suo decesso» . C’è continuità, la guerra prosegue. In passato il Califfo aveva esortato i suoi uomini ad agire come se non ci fosse più, questo perché sapeva che poteva essere ucciso. Con il comunicato i qaedisti rassicurano i seguaci. La mancata designazione di un successore e l’attribuzione del documento alla «direzione generale» lascia spazio agli interrogativi. Ci sono contrasti su chi dovrà indossare il mantello? Oppure, come sostengono gli osservatori, i militanti non hanno fretta e cercano di evitare altri colpi. Sul piano politico, però, il messaggio avrebbe avuto un altro impatto se fosse stato accompagnato dalla nomina del nuovo emiro. Quanto alla successione, fonti pachistane affermano che Ayman Al Zawahiri, negli ultimi due anni, avrebbe formato una propria corrente isolando Osama. Ciò spiegherebbe perché spesso i due si sono espressi sullo stesso tema a breve distanza di tempo. La tesi della frattura non è peraltro nuova. I piani Nel testo ci sono le solite minacce. Vanno prese per quello che sono. Parole che possono essere seguite dai fatti. Oppure esagerazioni verbali. Gli Usa sono in guardia. Al Qaeda deve reagire. Per dimostrare che davvero è impermeabile alla decapitazione del movimento. Ed è strano che la risposta non sia ancora arrivata. Gli analisti avvertono che i qaedisti sono pazienti. Non può essere un attacco qualsiasi. «Presto, Dio volendo, la loro felicità si tramuterà in tristezza» , recita il comunicato. Al tempo stesso è chiaro che ogni singola esplosione, piccola o grande, sarà presentata come la vendetta. Oltre agli Stati Uniti, un Paese a rischio è la Francia, in quanto attira l’odio della «casa madre» e delle fazioni minori come quella algerina. L’ultimo audio di Osama, in gennaio, era rivolto proprio a Parigi. Analisi sul futuro che si sommano a quelle sul passato. Dalle carte segrete sequestrate ad Abbottabad risulta che il ruolo di Bin Laden non era solo quello dell’ispiratore. Conservava possibili progetti di attentato a treni, acquedotti, città: magari per esprimere il suo parere vincolante. Gli investigatori ricordano che Osama aveva corretto i piani per le stragi in Africa (1998) e quelli dell’ 11 Settembre. L’abbondanza di rivelazioni fatte dagli investigatori è anche un tentativo di dissuadere i terroristi a proseguire nell’azione: sappiamo quello che fate, fermatevi. Il Pakistan I qaedisti invitano a rovesciare il governo pachistano. Una citazione specifica legati ai sospetti dei jihadisti: gli americani sono arrivati ad Osama con l’aiuto del Pakistan. Infatti parlano di «tradimento» . Se è vero che, in questi anni, i servizi segreti locali— o parte di essi— hanno protetto i militanti, è indubbio che il Paese abbia subito attentati gravi per mano dei jihadisti. Washington accusa Islamabad di doppio gioco, la stessa cosa fanno i seguaci di Bin Laden. Un’azione in Pakistan non sarebbe una sorpresa. La Palestina Seguendo un trend degli ultimi due anni, i qaedisti tornano sulla causa palestinese: «Gli Usa non potranno mai vivere in sicurezza fin quando il nostro popolo in Palestina» non godrà della stessa tranquillità. E’ un modo per guadagnare punti, anche se Osama e Zawahiri si sono spesso scontrati con i partiti storici palestinesi considerati troppo morbidi davanti a Israele. Le cellule salafite a Gaza sono cresciute proprio in contrapposizione ad Hamas. Le rivolte Osama, anche da morto, prova a mettere il cappello sulle rivolte arabe. I qaedisti annunciano l’imminente diffusione di un audio testamento che contenere un «saluto» speciale a chi si è sollevato. E’ il tentativo di inserirsi in una scena che ha visto Al Qaeda finire nell’angolo: le dimostrazioni di piazza hanno vinto in Egitto e in Tunisia, non le bombe. Uno smacco terribile per Bin Laden.

La STAMPA - Maurizio Molinari : " Obama, onore ai Navy Seals: Sconfiggeremo Al Qaeda "


Maurizio Molinari

L’ eliminazione di Bin Laden è stato un fatto storico ma non significa che la guerra contro Al Qaeda è finita». Barack Obama arriva nella base di Fort Campbell, Kentucky, per incontrare in segreto assieme al vicepresidente Joe Biden i Navy Seals del «Team Six» protagonisti del blitz di Abbottabad e spiegare davanti ad un pubblico di oltre mille «Aquile Urlanti» che adesso «la lotta continua». L’incontro con i Navy Seals inizia con i soldati che raccontano il blitz, il presidente fa domande a raffica, ascolta i dettagli, li saluta uno a uno. E infine gli assegna la «Presidential Unit Citation», il riconoscimento più alto che può essere dato ad un soldato. Non vi sono immagini né citazioni da riportare, solo le notizie filtrate dalla Casa Bianca. Ma bastano per riscaldare il parterre delle «Screaming Eagles» della 101ª divisione aviotrasportata: furono i primi soldati a mettere piede in Normandia il 6 giugno 1944, aprirono la strada verso Kuwait City nel 1991 e Baghdad nel 2003 così come furono schierate da Dwight Eisenhower nell’Università del Mississippi per consentire a James Meredith di diventare il primo studente nero dell’ateneo. Parlare qui significa per il comandante in capo richiamarsi al «coraggio che ha forgiato la nazione» e farlo all’indomani di Abbottabad è un omaggio non solo al «Team Six» - vicino all’hangar 3 anche se nessuno lo vede - ma a tutti «gli uomini e donne in divisa che con i loro sacrifici ci rendono più sicuri».

«Sono qui per dirvi grazie a nome dell’America è stata una settimana storica, il leader terrorista che ci ha aggredito non camminerà più» esordisce il presidente fra le ovazioni, raccontando di aver detto agli eroi del Team Six: «Job well done», lavoro ben fatto. «Sono dieci anni che tutti voi combattete in prima linea - continua Obama, citando le imprese della 101ª in Afghanistan e Iraq - e ognuno di voi deve sapere che stiamo facendo progressi contro i terroristi».

Il riferimento è all’Afghanistan dove «abbiamo interrotto il momento favorevole ai taleban» e al Pakistan dove «l’obiettivo resta smantellare, distruggere e sconfiggere Al Qaeda». Sono tali risultati che «consentono di iniziare una nuova fase in Afghanistan con il trasferimento di poteri a partire da luglio», ma ciò non significa abbassare la guardia: «Dobbiamo continuare a vigilare contro possibili attacchi da parte di Al Qaeda» dice Obama, riferendosi ai piani per un nuovo 11 settembre trovati nei computer della villa di Bin Laden. Il presidente cita la lettera di Payton Wall, la 14enne orfana dell’11 settembre che ha abbracciato a Ground Zero per concludere che «l’America è più forte di sempre» nonostante il dolore sofferto. Da qui l’appello alla nazione che «non ha mai oscillato» affinché guardi in avanti con fiducia: «Non ci sono sfide che non possiamo vincere».

Le parole pronunciate da Obama a Fort Campbell coincidono con un inasprimento dei rapporti con il Pakistan. Tanto il Congresso che l’intelligence mantengono alta la pressione su Islamabad per obbligarla a far venire alla luce quello che Leon Panetta, capo della Cia, definisce il «network che ha protetto Bin Laden». Da Capitol Hill a farsi sentire sono alcuni dei più stretti alleati del presidente. Il senatore Carl Levin, capo della commissione Forze Armate, afferma di «non avere dubbi» sul fatto che «alti funzionari pachistani siano stati a conoscenza del rifugio di Bin Laden e sappiano adesso dove si nascondono altri leader terroristi come il mullah Omar» che guidò il regime dei taleban. Chuck Schumer, senatore di New York, ne trae le conseguenze: «Il Pakistan sarà il maggiore problema di sicurezza nazionale dei prossimi anni».

Ciò che accomuna i leader democratici a Capitol Hill è la richiesta a Islamabad a «svelare chi e come ha protetto Bin Laden» al fine di evitare che tale network continui a «minacciarci». Ma al momento Islamabad resiste alle pressioni e anzi va al contrattacco, dando incarico ad alcuni dei più noti lobbisti di far capire al Congresso che «non abbiamo protetto Bin Laden», come dice un portavoce dell’ambasciata negli Usa. Lo scontro con il Congresso rischia di portare al blocco dei tre miliardi di aiuti annuali al Pakistan ma questo fronte di tensione politico-economica non è l’unico perché la Cia tiene aperto quello militare. A neanche 24 ore di distanza dal monito di Islamabad a ritirare la metà delle forze militari Usa in Pakistan, la risposta dell’Agenzia di Langley è arrivata con un blitz dei droni che hanno bersagliato l’accampamento di una cellula jihadista nel Nord Waziristan uccidendo almeno 17 persone a ridosso del confine afghano. Autorizzando l’attacco, Panetta ha voluto far comprendere ai servizi segreti pakistani (Isi) che la Cia non è disposta ad allentare la pressione su Al Qaeda, taleban e jihadisti ma anzi punta ad aumentarla per ottimizzare l’impatto dell’eliminazione di Bin Laden.

La Casa Bianca deve però guardarsi anche dalle polemiche sul fronte interno. Per rispondere alle obiezioni sulla gestione del corpo di Bin Laden dopo l’uccisione, Obama assicura alla tv Cbs che «la sepoltura in mare è avvenuta in maniera rispettosa» sulla base di una «decisione comune». «Abbiamo avuto più accortezze nei confronti di Bin laden di quante ne abbia avute lui con noi, uccidendo quasi tremila persone, senza trattarli con grande rispetto e sacralità». È «questa differenza che ci rende differenti» conclude Obama che però ieri si è trovato davanti alle prime contestazioni quando ad Allison, in Indiana, alcune persone lo hanno accolto con i cartelli «Tu menti» e «Obama come Bush».

L'OPINIONE - Dimitri Buffa : " Il problema palestinese dopo la morte di bin Laden "


Dimitri Buffa

La pace fatta tra le leadreship di Hamas e quella di Fatah ha un unico scopo: mettere l’Onu davanti al fatto compiuto dell’auto proclamazione verticistica di uno stato palestinese alla sessione autunnale del Palazzo di Vetro. Sarà uno pseudo evento preceduto da un can can mediatico che ci delizierà tutta questa estate. Sentiremo una marea di finti esperti di geo politica magnificarci questa cosa. Non mancheranno moniti e suggerimenti ad Israele di prenderne atto e di ritirarsi senza contropartita da Gerusalemme Est e magari anche di accettare il principio del ritorno di 3 milioni e mezzo di profughi virtuali nel proprio territorio. Uomini e donne in realtà nipoti di gente andata via volontariamente ormai sessanta anni orsono da quelle terre dopo avere rifiutato la proposta Onu di dividerle con la popolazione di religione ebraica. Tutto ciò però non potrà cambiare l’unica realtà attuale che caratterizza non solo il “dopo Bin Laden” ma soprattutto il “dopo piazza Tahrir” e il dopo tutte le rivoluzioni ancora in fieri nel mondo arabo: la causa palestinese non è più centrale. Anzi ormai è “un problema locale”. Come lo furono in Europa le dispute tra Inghilterra e Ira e quelle tra Spagna e Eta. Le masse arabe non sono più manovrabili come ai tempi del panarabismo anti israeliano di Nasser e nemmeno come ai tempi della seconda Intifada del terrorismo islamico sponsorizzata da Arafat. In Tunisia, Egitto, Bahrein, Siria, Yemen, Arabia Saudita la popolazione giovane ha scoperto che il benessere e la libertà valgono più dell’ideologia e della religione. Esattamente come da noi in Occidente si dà per assodato da almeno mezzo secolo. La grande truffa dell’”andate a immolarvi per la causa palestinese” è sempre più difficile da vendere anche agli abitanti delle zone più arretrate di Gaza o della West Bank. L’esempio dei capi militari che vivono in ville lussuose e che non mandano i propri figli a fare gli “shaid”, ma quelli degli altri, ormai è scoperto. Cosicchè questo accordo di vertice, come dice giustamente il premier di Gerusalemme Bibi Nethanyahu, è solo una foglia di fico per proclamare questa indipendenza della Palestina che rischia di avere altrettanta efficacia giuridica e mediatica di quella della Padania di Bossi del 1998. Inoltre le corrotte leadership di Fatah e Hamas sanno che ormai non bastano più l’anti semitismo e l’anti americanismo come collante e quindi sono corse ai ripari prima di vedersi disarcionare da quegli stessi giovani da loro ingannati per così tanti anni. Se per i paesi arabi alla fine della seconda guerra mondiale il problema era il colonialismo europeo e il “come uscirne”, oggi per quelle popolazioni la cappa cui sottrarsi è rappresentata dai loro stessi tiranni e dalle autorità religiose che in taluni casi li appoggiano. Come nel caso dell’Egitto e dell’ala conservatirce dei Fratelli Mussulmani. In Pakistan, dopo la cattura di Osama a due passi dl quartiere generale dei servizi di sicurezza, ci si aspetta un’epurazione di massa, ma anche in loco le masse non tarderanno a sollevarsi contro chi li ha ingannati con decenni di anti americanismo “cheap”, defraudandoli intanto di ogni loro bene e libertà. Rimane un grande doppio problema: le Nazioni Unite e la percezione del mondo arabo islamico da parte della vetero sinistra europea. Per quanto riguarda le prime, parla da sola la tronfia e arrogante posizione di Navi Pillay, l'alto commissario per i diritti umani, che perentoriamente ha chiesto “chiarimenti sull’operazione segreta degli Usa”. Naturalmente in questi stessi giorni neanche una letterina di “complain” è stata invece mandata al presidente siriano Assad, il boia che ha fatto sparare sui dimostranti alla stregua di un Bava Beccaris di umbertina memoria. Per quanto riguarda le seconde, le sinistre europee vetero ideologiche, il loro problema è che sono rimasti con la testa ai tempi di Carlos, l’avventuriero del terrorismo di sinistra finanziato dalla Stasi negli anni ’70. Chi avesse seguito il bel film del regista Olivier Assayas, trasmesso in tre puntate negli scorsi giovedì sul canale Fx 131 sulla piattaforma di Sky, avebbe colto la precisa descrizione della strumentalizzazione che della causa palestinese facevano a quei tempi gente come Saddam Hussein o Muhammar Gheddafi. Entrambi dipinti come i mandanti del rapimento degli sceicchi dell’Opec a Vienna nel 1975. L’azione doveva passare come una ritorisone anti israeliana dopo l‘epilogo della guerra di Yom Kippur del 1973 e Carlos lesse anche un comunicato di appoggio alla resistenza dell’Olp davanti alle tv di tutto il mondo. In realtà però, l’obbiettivo era uccidere o ricattare il ministro saudita del petrolio Yamani e il suo omologo dell’Iran, erano ancora i tempi dello Sha, perchè addivenissero alle proposte estremiste di Gheddafi e Saddam che volevano fare alzare il prezzo del petrolio. Oggi quella maniera di sfruttare la causa palestinese per motivi geopolitici è morta e sepolta e l’accordo Hamas - Fatah è l’ultimo disperato tentativo di “ritorno al passato”.

La STAMPA - Andrea Malaguti : " Facciamo il funerale per Osama "


Osama bin Laden

Il funerale londinese di Osama bin Laden è una manifestazione rabbiosa di duecento persone che arrivano all’improvviso su Upper Brook Street diretti all’ambasciata americana. Sono attivisti musulmani con cartelli che non lasciano dubbi: «L’Islam dominerà il mondo»; «Esiste solo la legge della Sharia»; «Osama martire per la libertà». Un predicatore con la camicia blu chiusa fino al collo e la barba che arriva al terzo bottone impugna un microfono e lancia slogan minacciosi che il corteo replica a gran voce. «No alla democrazia, no alla libertà, sì alla legge di Dio. Se Osama è un terrorista siamo tutti terroristi». Un boato.

Nella pancia del gruppo il leader del movimento radicale Islam4Uk. Si chiama Anjem Choudary e un tempo faceva l’avvocato. Ha quattro figli, il passaporto inglese e una certezza: «I musulmani moderati sono come i vegetariani che mangiano hamburger. Un controsenso». Porta un cappellino di lana marrone, occhialini sottili, rettangolari, un cafetano bianco. Ha 44 anni. Intorno a lui guardie del corpo giovanissime. Barbe, occhiali da sole. Un gigante di un metro e novanta e la pancia di un lottatore di sumo lo abbraccia con l’amore maldestro degli uomini eccessivamente alti. «Il momento sta arrivando». E’ lui la guida. Sguardi truci. Grida. «Morte agli americani». Solo Choudary sorride. Alle sue spalle un battaglione di donne col burqa nero. Hanno occhi bellissimi e aggressivi. «Siamo qui per dare l’estremo saluto a un santo».

Ancora urla. Questa volta arrivano dall’altra parte della strada. All’angolo con Grosvenor Square, dominata dal profilo imponente dell’aquila dell’ambasciata degli Stati Uniti, un gruppo di militanti dell’English Defense League corre verso il corteo. Aspettavano Choudary da un paio d’ore. Sono carichi di birre e di slogan fascisti. Hooligans cacciati dagli stadi. «Scum, scum, scum». «Feccia, feccia, feccia». Cercano lo scontro. Sono l’altra faccia del delirio. Sventolano un manichino di Osama che brucia tra le fiamme. «L’abbiamo mandato all’inferno. Ridateci il nostro Paese». La tensione cresce. La polizia interviene. Insulti. Finché uno dei predicatori ordina di girare a destra. E’ l’ambasciata l’obiettivo. Arrivano sul viale d’ingresso. «Assassini, assassini, assassini». Ci sono pachistani, afghani, inglesi convertiti. Invocano la jihad. Sono motivati e pronti a tutto.

Uno dei leader, Abu Muaz si chiama, viene dal Bangladesh. Ha 25 anni. Ne dimostra quindici di più. La barba folta. «L’English Defense League ci fa pena. Non sanno quello che dicono. Siamo qui per la janazah, il funerale islamico. Buttare il corpo di Bin Laden in mare è stato solo l’ultimo modo per ridicolizzare l’Islam. Credono di averci fermato. Non si rendono conto che la storia non si blocca. Da questo momento in avanti migliaia di uomini e donne in tutto il mondo chiameranno i loro figli Osama. Io stesso farò così col mio». Lo circondano di microfoni. Riporterete il terrore a Londra? Pontifica. «Io sono contrario agli attentati. Ma molti non la pensano come me. E non sono stati forse i servizi segreti inglesi a dire che il rischio è alto?». Viene risucchiato dal gruppo. «Allah akbar, Allah akbar». Choudary prende la parola. «L’Occidente si fida delle promesse di Cameron e di Obama. Noi abbiamo Dio al nostro fianco. Chi credete che vincerà la battaglia?». Ovazione. Pochi metri più in là, nel parco, ragazze in minigonne si abbronzano al sole. Venticinque gradi. Margherite. Signore con collane di perle. Tacchi alti. Banchieri della City leggono il Financial Times. Uno sguardo rapido e poi si ributtano sulla Borsa. In lontananza arriva il ruggito dell’English Defense League. «Scum, scum, scum».

Choudary continua il suo monologo con gli occhi tristi di un santo di terracotta. «Osama vive nei nostri cuori». Il corteo scarica aggressivamente il fiato verso il cielo di Londra prima di sciogliersi lentamente pieno di rancore.

Per inviare il proprio parere a Foglio, Corriere della Sera, Stampa e Opinione, cliccare sulle e-mail sottostanti


lettere@ilfoglio.it
lettere@corriere.it
lettere@lastampa.it
diaconale@opinione.it
 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 7/5/2011 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


7 maggio 2011

Moni Ovadia, sempre in prima linea contro Israele, pur di colpire lo Stato ebraico si può giustificare anche Hamas


Testata: L'Unità
Data: 07 maggio 2011
Pagina: 3
Autore: Moni Ovadia
Titolo: «Israele, strani democratici !»

Riportiamo dall'UNITA' di oggi, 07/05/2011, a pag. 3, l'articolo di Moni Ovadia dal titolo " Israele, strani democratici ! ".


Moni Ovadia

Moni Ovadia si scaglia contro Israele perchè ha osato manifestare qualche perplessità circa l'accordo tra Hamas e Fatah e scrive : "per quanto riguarda l'ala estrema di Hamas, la ripulsa dell'accordo è del tutto comprensibile, anche se non giustificabile. Ma come spiegare quella dei superdemocratici che governano Israele. La spiegazione è una ed una sola: parlano di democrazia e intendono apartheid, parlano di pace e pensano diffusione ipertrofica della colonizzazione. Questi politicanti israeliani hanno le facce di bronzo". Non è ben chiaro per quae motivo l'ipotetico rifiuto dell'ala più estrema di Hamas per l'accordo con Fatah sia 'comprensibile', mentre non può esserlo quello israeliano. Hamas continua ad avere come obiettivo la cancellazione di Israele, rifiuta di riconoscerlo. E' impossibile trattare con chi vuole cancellarti. Non secondo Ovadia che, quando si tratta di odio per Israele, riesce pure a legittimare i terroristi della Striscia. Israele sarebbe uno Stato di apartheid, i suoi politici hanno la 'faccia di bronzo' perchè osano preoccuparsi per la sicurezza dei propri cittadini. Sul terrorismo di Hamas, sui razzi qassam, sul massacro della famiglia Fogel dal parte di terroristi palestinesi, sullo studente assassinato da un razzo di Hamas poche settimane fa, sulla prigionia di Gilad Shalit, inutile scriverlo, manco una parola.
Tutto l'articolo contiene solo insulti astiosi contro Israele e il suo governo, in perfetto stile Ovadia. 
Ecco l'articolo:  
 

L'editorialista del quotidiano israeliano Ha'aretz, Akiva Eldar, in un suo recente articolo si è domandato:" che cosa hanno in comune - i falchi dell'ala militare di Hamas; il Primo Ministro Benjamin Netanyhau; la sua guardia del corpo, il Ministro della Difesa, Ehud Barak; e il Premio Nobel Shimon Peres Presidente di Israele? Hanno dato fuori di matto per l'accordo di riconciliazione fra Hamas e Fatah!". Ladomanda di Akiva Eldar è evidentemente retorica. C'è una grande notizia, gli Islamisti estremi e gli unici democratici del Medioriente, "uomini di pace" soi disant, condividono lo stesso sentire nei confronti dell'unità della leadership legittima del popolo palestinese, precondizione imprescindibile per una vera trattativa di pace e non per quelle chiacchiere truffaldine, con la benedizione del quartetto, che da anni raggirano i palestinesi,ma anche gli israeliani. Ora, per quanto riguarda l'ala estrema di Hamas, la ripulsa dell'accordo è del tutto comprensibile, anche se non giustificabile. Ma come spiegare quella dei superdemocratici che governano Israele. La spiegazione è una ed una sola: parlano di democrazia e intendono apartheid, parlano di pace e pensano diffusione ipertrofica della colonizzazione. Questi politicanti israeliani hanno le facce di bronzo, in yiddish si chiama khtzpe. Il colmo della khutzpe è questo: "a Varsavia un ebreo viene giudicato per matricidio e parricidio e viene condannato al massimo della pena. Quando il giudice gli da la parola l'ebreo dice: « vostro onore ho diritto alle attenuanti, sono un povero orfano». Ebbene questo ebreo è undilettante al confronto dei governanti israeliani.

Per inviare la propria opinione all'Unità, cliccare sull'e-mail sottostante


lettere@unita.it
 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 7/5/2011 alle 12:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


6 maggio 2011

Siria: continua la repressione. Ue a favore delle sanzioni contro il regime di Assad


lettere@ilfoglio.it
lettere@avvenire.it
 

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 06/05/2011, a pag. 1-4, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " Rastrellamenti siriani ". Da AVVENIRE, l'articolodi Vittorio Emanuele Parsi dal titolo " In Libia sì, in Siria e Bahrein no - Quei calcoli freddi".
Ecco i due articoli:

Il FOGLIO - Carlo Panella : "Rastrellamenti siriani "


Carlo Panella         Bashar al Assad

Roma. Dopo una settimana di rastrellamenti feroci, la colonna formata da una dozzina di carri armati e una ventina di camion trasporto truppe ha lasciato ieri Deraa, la capitale della rivolta siriana. Alcune centinaia di soldati della quarta divisione diretta da Maher el Assad sono comunque rimaste nella città, e verso mezzogiorno hanno stretto d’assedio la moschea al Omri, occupata da non meno di 250 oppositori.
Forzata la porta, i miliziani hanno arrestato tutti i presenti e l’imam della moschea, Sheikh Ahmad Sayyasana, che per settimane è stato il punto di riferimento della rivolta di una città che ha pagato il prezzo di almeno duecento vittime. Contemporaneamente, rastrellamenti di uguale ferocia sono stati scatenati a Rastan, a venti chilometri da Homs, con tecniche da legge marziale e con l’appoggio dell’artiglieria leggera dei blindati. Le forze schierate erano imponenti: ben trenta carri armati della Guardia repubblicana e una settantina di autocarri, per un totale di duemila militari.
Un trattamento simile è toccato a Banias, una città strategica perché sede della più importante raffineria del paese, e a Saqba, un sobborgo popolare della cintura di Damasco. Il presidente Bashar el Assad impiega una tecnica più raffinata, ma non meno feroce, rispetto a quella di suo padre, Hafez, che usò l’artiglieria per fermare la rivolta di Hama nel 1982, uccidendo cinquemila persone. Tutti i quartieri delle città sotto assedio sono rastrellati casa per casa, ci sono liste di sospetti fornite dalla polizia e i militari nelle strade sparano ad alzo zero contro tutti i manifestanti che cercano di contrastare o rallentare i rastrellamenti. Neanche gli ospedali sono risparmiati: l’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo ha denunciato l’arresto nella corsia di un ospedale vicino a Latakia di Maher Abdellatif Sahiuni, un giovane ricoverato per trauma cranico, che è stato torturato perché fornisse i nomi dei partecipanti ai cortei nella zona (una quarantina i morti).
L’Osservatorio ha anche denunciato decine di sparizioni tra le persone arrestate dalla polizia nelle settimane scorse. Di loro non c’è più traccia. In Siria, una ventina di centri subiscono un trattamento da codice di guerra e gli oppositori sono trattati come “insorti al soldo di potenze nemiche”. Queste parole sono state impiegate dal vescovo cattolico caldeo di Aleppo, Antoine Audo, che ha definito gli oppositori “prezzolati e asserviti a interessi stranieri”. Audo ha aggiunto che “il 90 per cento della popolazione ama il nostro presidente e sta con il governo. Bashar el Assad sta facendo molto bene e difende il nostro paese con grande dignità”.
Monsignor Audo esprime una posizione di totale appoggio al regime che è comune a tutta la gerarchia cattolica e cristiana della Siria (il 10 per cento dei siriani è cristiano). Il totale e irresponsabile schiacciamento a favore di Bashar el Assad – che ovviamente comporterà gravissime conseguenze sui cristiani se mai il regime cadesse, come successo in identico contesto in Iraq) – si basa sulla piena partecipazione ai privilegi politici ed economici di cui gode la minoranza alawita al potere, e spiega in parte l’anomalia della rivolta siriana. A differenza di quanto accaduto in Tunisia, Egitto, Yemen e Libia, le due principali città siriane, Damasco e Aleppo, nei cui quartieri storici è concentrata la maggioranza dei cristiani, non sono state scosse da proteste e manifestazioni – che a Damasco si sono però estese a tutta la cintura suburbana, abitata da sunniti. In attesa di verificare se il movimento di protesta riuscirà ancora a esprimersi dopo la preghiera del venerdì, arrivano i primi, tardivi segnali di pressione su Bashar el Assad da parte degli Stati Uniti e dell’Ue.
Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, ha confermato la decisione europea di applicare “sanzioni che comportino la restrizione alla circolazione di persone direttamente implicate nelle violenze, e la sospensione del negoziato Ue con la Siria”.

AVVENIRE - Vittorio Emanuele Parsi : "In Libia sì, in Siria e Bahrein no - Quei calcoli freddi"


Vittorio Emanuele Parsi

Sono settimane che le autorità della Siria e del Bahrein reprimono violentemente le proteste dei propri cittadini, con modalità assimilabili a quelle impiegate dal colonnello Gheddafi, che furono all'origine dell'intervento occidentale in Libia. Con il trascorrere del tempo e l'intensificarsi delle operazioni militari, torna a farsi legittimamente strada una domanda: perché il principio della responsabilità di proteggere invocato per giustificare l'uso della forza contro Gheddafi non trova la medesima applicazione in Bahrein o in Siria? Sulle motivazioni che hanno indotto ad agire in Libia, molto è stato scritto e detto, e non vorrei tornarci sopra. Mi preme solo sottolineare come proprio l'attentato di Marrakech ci rammenti quanto sia tuttora radicata e pericolosa l'internazionale del terrorismo di ispirazione qaedista, nonostante il duro colpo infertole con l'eliminazione di Osama Benladen, e quindi come la preoccupazione di non fornire spazio alla sua propaganda radicale, che ha sempre accusato l’Occidente di costituire il sistematico puntello di regimi corrotti e dittatoriali, si confermi oggi più che mai drammaticamente essenziale. Meno si è invece discusso sulle ragioni che hanno spinto verso una timidezza assai maggiore nei confronti della Siria e del Bahrein. Si tratta di due regimi tra loro molto diversi e con un posizionamento internazionale opposto. La Siria è una Repubblica laica, espressione di quel socialismo arabo di cui l'egiziano Nasser fu il principale protagonista, progressivamente trasformatasi nella dittatura personale della famiglia Assad. È il principale alleato dell'Iran, finanzia Hezbollah in Libano, è dichiaratamente ostile allo Stato di Israele e ha un posizionamento internazionale anti - occidentale. Il Bahrein è un emirato tradizionale, che ospita la principale base della V Flotta degli Stati Uniti, ha relazioni strettissime con l'Arabia Saudita e teme che l'Iran possa far leva sulla discriminata maggioranza sciita per realizzare il proprio disegno egemonico nel Golfo. Proprio nel ruolo internazionale che questi due Paesi ricoprono (in chiave non esclusivamente regionale) risiede la ragione principale che spiega l'estrema difficoltà di qualunque intervento nei loro confronti. Al di là di ogni altra considerazione, intervenire in Siria significherebbe inevitabilmente restare coinvolti nel grande e irrisolto conflitto arabo-israeliano. Basti pensare che, benché la Lega Araba si sia espressa con molta durezza anche nei confronti di Damasco, difficilmente potrebbe accettare il ridimensionamento di un Paese cruciale per tutto il Levante, che assegnerebbe a Israele un vantaggio tale da allontanare sine die qualunque prospettiva di uno Stato palestinese. Oltretutto, un tracollo del regime siriano e l'anarchia che ne deriverebbe rischierebbero di produrre un contagioso “effetto domino” sul Libano e probabilmente sulla Giordania, spingendo le fazioni libanesi ostili a Hezbollah a regolare i tanti conti aperti con quel gruppo (a iniziare dall'omicidio di Rafik Hariri), innescando una nuova guerra civile che potrebbe arrivare a coinvolgere lo stesso Israele. Intervenire in Bahrein comporterebbe il coinvolgimento nella grande "guerra fredda" arabo-iraniana, provocando la destabilizzazione dell'intera area del Golfo, e altererebbe l'equilibrio strategico a favore di Tehran. Parliamo cioè di Paesi la cui rilevanza sugli assetti regionali è determinante, che hanno un ruolo in vicende più complesse, che trascendono i propri confini nazionali e che registrano la competizione tra interessi occidentali, arabi, israeliani e iraniani, con intrecci tutt'altro che scontati. Questo non era e non è il caso della Libia. La fredda analisi dei "frutti" di quella guerra conferma che la maggior conseguenza extra-nazionale diretta è stata, finora, quella di provocare una temporanea impennata del flusso di migranti dalla Libia verso i Paesi vicini e, in minima parte, verso l'Italia e l'Europa.

Per inviare la propria opinione a Foglioe Avvenire cliccare sulle e-mail sottostanti

 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 6/5/2011 alle 23:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


6 maggio 2011

Polonia: marcia giovani in ricordo della Shoah

varsavia

In Israele vivono circa duecentomila sopravvissuti alla Shoah e alcuni di essi assieme a migliaia di giovani provenienti da vari continenti lo scorso 02 maggio hanno partecipato ad Auschwitz in Polonia alla tradizionale Marcia dei Vivi in memoria dell’eccidio di sei milioni di ebrei sterminati nell'Olocausto. La 20ma edizione della manifestazione si è svolta presso l'ex campo di concentramento e di sterminio nazista.

Ricordiamo che sino all’estate del 1942 il campo di Auschwitz era stato luogo di detenzione e di esecuzione per prigionieri polacchi; le SS lo trasformarono in un campo di sterminio destinato agli ebrei di tutta Europa. Il campo, nei pressi di Katowice in Polonia, si estendeva su un’area di circa 40 km. Il 26 marzo dello stesso anno, i primi a giungervi furono 2000 ebrei provenienti da Bratislava, seguiti ben presto da circa 1000 polacchi provenienti dalla Francia e in quello stesso mese iniziarono le esecuzioni. Chi era abile al lavoro era tatuato con un numero sull’avambraccio e inviato ai lavori forzati mentre i bambini erano subito avviati alle camere a gas, perché inadatti al lavoro. I treni di deportati giungevano al campo con regolarità e portavano bambini, donne e vecchi.
 

Il campo di Auschwitz, la cui entrata riporta la scritta Arbeit macht frei - il lavoro rende liberi, era suddiviso in campi che fornivano lavoratori-schiavi alle industrie tedesche che avevano costruito appositi stabilimenti nei pressi, mentre Birkenau definito Auschwitz II era un campo di sterminio dove venivano eliminati tutti coloro che erano ritenuti inadatti al lavoro. Birkenau aveva quattro camere a gas e nei forni crematori furono inceneriti oltre un milione di ebrei. Le cifre della distruzione degli ebrei sono impressionanti, basti pensare alle vittime di altri Paesi come Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria, Paesi Bassi, Francia, Iugoslavia, Grecia, Austria, Belgio, Albania, Italia, Norvegia, Lussemburgo, Danimarca. Pertanto, sono sei milioni gli ebrei sterminati dalla follia nazista.

 

La Polonia, quindi, ancora in festa per la tanto attesa beatificazione di Papa Giovanni Paolo II avvenuta domenica 1 maggio, il giorno seguente si è stretta per celebrare la Giornata in ricordo della Shoah per appunto non dimenticare le enormi atrocità avvenute durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla manifestazione sono intervenuti l'ex rabbino di Israele Meir Lau e Branko Lustig, produttore del film Schindler's List. Molte le iniziative e i messaggi dei leader del Paese ebraico perché l’Olocausto sia ancor oggi un severo monito contro ogni forma di razzismo. In particolare, nella stessa giornata Israele ha celebrato la Shoah (celebrata otto giorni prima della festa dell'Indipendenza nazionale) accendendo sei fiaccole dinanzi l’Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto a Gerusalemme. Inoltre, alle 10 del mattino per due minuti sono state messe in funzione le sirene e ogni attività si è fermata, traffico automobilistico e pedonale inclusi.

 

Al memoriale il primo ministro d’Israele Benjamin Netanyahu ha ricordato di non minimizzare le attuali minacce denunciando i tentativi da parte dell’Iran di negare l’Olocausto e gli appelli alla distruzione dello stato ebraico di Hamas e di Hezbollah. A tal proposito, secondo i dati diffusi dal Centro Studi sull’Antisemitismo dell’Università di Tel Aviv, nel 2010 si sono quasi dimezzate le aggressioni d’impronta antisemita avvenute nel mondo. La ricerca denuncia, tuttavia, la preoccupante diffusione online di testi antiebraici.

http://www.levanteonline.net/esteri/europa/4242-polonia-marcia-giovani-in-ricordo-della-shoah.html




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 6/5/2011 alle 19:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


6 maggio 2011

Sukhoi Su-37: caccia russo senza rivali

 
 

 


Sukhoi Su-37

Il Sukhoi Su-37, uno dei caccia russi di ultima generazione. È un aereo assolutamente senza rivali nel combattimento manovrato, ed è più veloce della celebrata controparte statunitense, ovvero l'F-22, che però è costato notevolmente di più e sta incontrando numerosi problemi tecnici nell'integrazione nei reparti di prima linea (…), per tacere del fatto che il Su-37 ridicolizza anche il Typhoon, caccia europeo in fase di sviluppo da parecchi anni e costato ai contribuenti un sacco di soldi: non stupisce che il nomignolo affibbiato dalla NATO a questa meraviglia dei cieli sia Terminator...

 

Sfatando il luogo comune secondo cui la tecnologia russa è più rozza e arretrata di quella occidentale, questo straordinario velivolo, che integra caratteristiche tecniche di assoluto rilievo (come gli ugelli vettorabili), si affianca idealmente ad altre "meraviglie" come i siluri a cavitazione, i missili antinave supersonici o i giganteschi ekranoplani da trasporto, (…) tanto per citare i primi che vengono in mente.

 

(…) Naturalmente il critico di turno potrebbe obiettare che tanta manovrabilità in un combattimento aereo serve a ben poco, se non si riesce a "vedere" il proprio avversario, e l'F-22 è progettato con caratteristiche stealth per ridurre al massimo la sua impronta radar. Giusto, ma se è vero, come è trapelato un paio di anni fa e da me già segnalato, che i russi hanno sviluppato un sistema di invisibilità radar basato su un campo di plasma generato da un dispositivo di dimensioni relativamente modeste e installabile virtualmente in qualunque velivolo (da un aereo da turismo come il Cessna 172 ad un gigantesco aereo da trasporto Antonov), (….) allora lo scenario che abbiamo di fronte è del tutto diverso: come non rammentare l'episodio di qualche tempo fa, in cui un'intera squadriglia di bombardieri russi in esercitazione è penetrata impunemente nello spazio aereo dell'Alaska ed è stata rilevata solo quando si trovava sulla via del ritorno (….)

 


 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 6/5/2011 alle 13:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


6 maggio 2011

Musulmani: un forum spiega cosa si puo' fare e cosa no

Cio' che dispiace ad Allah e' haram. Proibito. Un forum islamico aiuta a capire come compaortarsi correttamente in un paese non musulmano.




Sei musulmano/a e hai dei dubbi se il tuo abbigliamento sia dignitoso? Oppure se un tuo comportamento sia in linea con la sharia (la legge islamica) e non è haram (proibito)? Rivolgiti con fiducia al forum sul web (http://islam.forumup.it/), dove torverai una risposta a tutti i tuoi dubbi ... Domanda: "Vorrei sapere se mettere scarpe con i tacchi sia islamicamente corretto o meno ... (parlo anche di tacchi non altissimi, 3-5-7 cm). Ho letto che è un modo per alterare la creazione di Allah o per "imbrogliare" gli altri, ma poi vedo moltissime ragazze musulmane che li indossano, e non ci capisco più niente. E la stessa cosa vale per i pantaloni ... le donne non possono indossarli, seppur molto larghi e con una camicia sotto il ginocchio?"

Pronta la risposta: Portare i tacchi non è haram, ma certo se sono più alti di x centimetri, danno alla camminata un che di ondeggiante che non è dignitoso per una musulmana, attira gli sguardi delle persone (zina) e causa fitna. Se sono tacchi modesti e non fanno rumore possono essere portati tranquillamente. Per i pantaloni, vale sempre il principio di modestia dell'hijab. Se sono larghi e si mette sopra una camicia o una maglia abbastanza lunghe (al ginocchio) che non sono trasparenti e non lasciano intravedere le forme, si possono indossare in tranquillità. Anzi, in alcuni casi, se lo si ritiene opportuno, è meglio privilegiare i pantaloni (vedi vento forte, salire e scendere da macchina o bus, camminare spedite, lavoro, ecc. ...) perchè il vestito potrebbe spostarsi con più facilità e lasciare intravedere le caviglie o le gambe. Chiaro no?

Non vuoi toglierti il velo, ma devi andare dal parrucchiere? Non c'è problema. Chiedi. ... "Qualcuno sà qualche parrucchiere per le donne con il hijab???" Chiede ansiosa una fanciulla che vuole farsi la mesa in piega senza togliere il velo. Semplice la risposta: "Il fatto è che orecchie, collo e capelli (parti ovviamente esposte quando si va' dal parrucchiere) sono parte dell'"awra" femminile, ovvero delle parti del corpo che una donna musulmana deve mantenere coperte di fronte ad estranei (non-mahram) dell'altro sesso e di fronte a donne non-musulmane (ragion per cui la parrucchiera dev'essere musulmana)". .

Un giovane scrive: .."Vorrei fare un'altra domanda.. anche se leggermente imbarazzante ... Masturbarsi è vietato? è una mia curiosità, non ho mai sentito qualcuno parlarne!n materia di fiqh, l'imbarazzo". Risposta: "Non esiste. Il fiqh copre anche cose come la sessualità, l'igiene personale, e altre cose "imbarazzanti" che però è importante sapere, e le cose si sanno studiandole e facendo domande. In merito alla precisa questione della masturbazione, tra i sapienti delle quattro scuole v'è divergenza circa il fatto che essa sia haram (vietata), makruh (disapprovata ma non vietata), o mubah (un'azione lecita il cui compimento è indifferente ai fini della shari'ah), e la posizionje pi+ sicura è quella di considerarla haram. Il riferimento è sempre alla masturbazione che si effettua da soli (non quella che ci si può scambiare tra coniugi, che è lecita), e quella effettuata senza l'ausilio di alcolici, droghe, o materiali pornografici (nei quali casi essa è sempre rigorosamente vietata)". 

E ancora: "E' vero che i baci ... non sono islamici? sono solo una moda europea???io ho sempre pensato che fossero il preliminare più semplice in un rapporto intimo...e anche il Profeta SAAWS invitava i credenti ad essere dolci ed a utilizzare appunto preliminari nel rapporto...l'ho letto in un hadith..."

Rassicurante la risposta: "Innanzitutto non vergognarti della tua domanda, siamo qui proprio per porre i nostri quesiti. Prima di rispondere vorrei chiederti quale è la fonte dalla quale hai tratto quest'informazione ... per capire meglio la provenienza di quanto detto.
Personalmente non ne ho mai sentito parlare in questo modo, ma appunto si tratta solo di me , ricordo anche di aver letto in passato a proposito di episodi in cui il Profeta(SAWS) usava fare la doccia con sua moglie, e le tenerezze non mancarono sicuramente anche in svariati altri aneddoti della sua vita.
Per la risposta cercherò di fornirti i link utili in fretta ... anche se sono un pò arrugginito data la mia lunga assenza, in ogni caso sono convinto che i fratelli e le sorelle sapranno anche loro darti risposte esaurienti"

L'integrazione passa anche attraverso questi dubbi.

Giorgio Nadali

 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 6/5/2011 alle 10:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


6 maggio 2011

Dov’è lo sdegno?

 
Da un articolo di David Horovitz
È da quando, mercoledì scorso, Fatah e Hamas hanno annunciato la loro “riconciliazione”, che aspetto di sentire il coro dello sdegno internazionale. Ho aspettato di sentire la condanna globale dell’Autorità Palestinese e del suo presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) per aver scelto di legare il loro destino a un’organizzazione ideologicamente votata a cancellare dalla carta geografica l’unico stato ebraico esistente al mondo. Sessantaquattro anni dopo che la famiglia delle nazioni – con sei milioni di morti di ritardo – aveva finalmente interiorizzato l’imperativo di far rivivere una sovranità del popolo ebraico nella sua terra storica, ho aspettato che quelle stesse nazioni insorgessero con ira concorde per questa nuova, esplicita legittimazione di un movimento armato consacrato a depredare gli ebrei.
Aspettavo di veder sprofondare nel ridicolo la farsesca difesa che Abu Mazen ha tentato della sua ultima intesa con Hamas. L’idea che egli possa continuare a negoziare seriamente con Israele su come spartire il controllo di questo territorio conteso mentre Hamas se ne sta seduta zitta nel suo stesso governo – quella Hamas la cui ragion d’essere è eliminare Israele – è evidentemente assurda. Come non bastasse, Hamas ha reso quell’idea ancora più stravagante quando si è affrettata a chiarire che non ha alcuna intenzione di starsene da parte in silenzio, ed anzi ha chiesto apertamente ad Abu Mazen di revocare il riconoscimento di Israele da parte dell’Olp: un fatto di per sé “illegittimo”, stando alle parole del “primo ministro” di Hamas, Ismail Haniyeh.
Ho aspettato che perlomeno i più responsabili degli stati membri delle Nazioni Unite facessero a pezzi la ridicola affermazione secondo cui i palestinesi, dopo essersi legati ai banditi che quattro anni hanno preso il controllo della striscia di Gaza uccidendo palestinesi a centinaia, ora godono di una dirigenza unitaria capace di governare una nuova Palestina secondo le norme della sovranità. Una dirigenza unificata che persegue l’indipendenza, ma che incorpora al proprio interno un soggetto il cui obiettivo dichiarato è scalzare lo stato sovrano vicino.
Ma ho aspettato invano. Che sia illusa, ottusa o semplicemente affetta dal buon vecchio anti-ebraismo, fatto sta che gran parte della comunità internazionale ignora l’ordine di “uccidere gli ebrei” che sta alla base la Carta di Hamas. Dicendosi convinta che Hamas potrebbe in qualche modo trasformarsi in un’entità rispettosa di Israele, la comunità internazionale preferisce non tener conto all’implacabile insistenza con cui gli stessi capi di Hamas dichiarano che per loro non riconoscere Israele è un imperativo religioso, e che pertanto non lo riconosceranno mai. E perlomeno una parte della comunità internazionale addossa al governo israeliano degli ultimi due anni la colpa di non aver lasciato ad Abu Mazen – così dicono – altra scelta che quella di tirare a bordo Hamas, come se il non essere riusciti a trovare un possibile compromesso di pace, di chiunque sia la colpa, legittimasse il suo ricorso a un alleanza con gli stragisti islamisti. E ostinatamente si preferisce ignorare la comprovata, sanguinosa propensione di Hamas ad approfittare di ogni occasione costruttiva per perseguire in modo sprezzante i suoi spietati obiettivi: prima sfruttare i ritiri israeliani dalle città di Cisgiordania per costruirvi un esercito di attentatori suicidi; poi, impadronirsi con la violenza della striscia di Gaza non appena “liberata” da tutti gli ebrei, civili e militari, per farne una base terroristica da cui continuare ad attaccare Israele.
Hamas, ha osservato giovedì il capo dello staff della Casa Bianca William Daley, “è un’organizzazione terroristica che mira a colpire i civili”. Già, proprio così. E dunque una comunità internazionale con un mimino di moralità (per lo meno quella che si rallegra per l’eliminazione di Osama bin Laden) dovrebbe cercare di toglierle ogni legittimità, dovrebbe fare tutto il possibile per impedirle di rafforzasi, mettendo bene in chiaro che non c’è posto per gente del genere nei rapporti internazionali. Invece Daley, in quella stessa dichiarazione, ha affermato che “gli Stati Uniti appoggiano la riconciliazione palestinese a patto che serva a promuovere la causa della pace”. Ma che razza di doppiezza è mai questa? Come potrebbero mai “promuovere la causa della pace” l’intesa Fatah-Hamas quando una delle due proclama apertamente ad ogni occasione di perseguire esattamente il contrario?
Le conseguenze di quelli che in passato sono stati errori di valutazione, abbagli, cecità intenzionale, condiscendenza e mancanza di moralità sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni in cui in Israele si celebra la Giornata della Shoà e si ricordano tutti gli innocenti che persero la vita anche a causa di una comunità internazionale che non seppe vedere né agire con sufficiente prontezza. Hamas nel 2011 non può ancora disporre delle armi necessarie per conseguire il suo obiettivo genocida verso lo stato ebraico. Ma è finanziata, addestrata e armata da un paese, l’Iran, che sta alacremente sviluppando gli strumenti per cercare di spazzarci via. E la sua partnership con il volto presumibilmente moderato della dirigenza palestinese costituisce un passo avanti potenzialmente cruciale per le sue ambizioni.
Abu Mazen accoglie, nella sua dirigenza internazionalmente osannata, un’organizzazione verso la quale non dovrebbe esistere alcuna tolleranza internazionale. Se la cosa verrà ufficializzata, tutti i componenti di questo quadro di governo palestinese – un’alleanza che comprende quelle che lo stesso Abu Mazen, dopo il golpe nella striscia di Gaza, ebbe a definire “le forze delle tenebre” – dovrebbero essere messi fuori dalla cerchia della famiglia delle nazioni.
Israele è alla ricerca di un possibile compromesso per separarsi dai palestinesi, un compromesso in base al quale i palestinesi possano conseguire la loro indipendenza senza minacciare la nostra. Abu Mazen si appresta a voltare le spalle a questa via. La comunità internazionale, anziché compiacerlo, dovrebbe premere perché ci ripensi. Ma i principali attori internazionali hanno optato per l’ipocrisia, davanti alla capitolazione di Abu Mazen nelle braccia degli estremisti islamisti. Quel che invece bisognerebbe far arrivare è una netta riprovazione morale, e un messaggio inequivocabile: questa coalizione coi terroristi non verrà tollerata.
L’uomo che otto mesi fa Benjamin Netanyahu chiamava “il mio interlocutore per la pace” sta per sottoscrivere formalmente questo mostruoso amalgama. Ho aspettato finora la condanna internazionale. Non è ancora troppo tardi.

(Da: Jerusalem Post, 2.5.11)

Nella foto in alto: il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il “primo ministro” di Hamas nella striscia di Gaza Ismail Haniyeh, in una foto d’archivio

 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 6/5/2011 alle 7:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


5 maggio 2011

La Carta di Hamas

 
Documentazione
Il 18 agosto 1988 Hamas, l'organizzazione del fondamentalismo jihadista palestinese, pubblicava la propria Carta fondamentale, tuttora in vigore: un “manifesto” in cui viene invocata una jihad (guerra santa) senza compromessi contro gli ebrei, Israele e la civiltà moderna.


Sintesi in italiano:
http://www.israele.net/articolo,1070.htm


Testo integrale in italiano:
http://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm

Sintesi in inglese:
http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Terrorism/Hamas_covenant.html

Testo integrale in inglese:
http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Terrorism/Hamas_covenant_complete.html

Tratto da Yale Law School:
http://avalon.law.yale.edu/20th_century/hamas.asp

Nell'immagine in alto: Il simbolo di Hamas, con la rappresentazione delle sue rivendicazioni territoriali: lo Stato di Israele è cancellato

 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 5/5/2011 alle 23:31 | Versione per la stampa


5 maggio 2011

Gli impianti nucleari di Sellafield obiettivo ideale per i terroristi?

 

 

Dopo che 5 uomini sono stati arrestati in base al Terrorism Act nei dintorni della centrale di Sellafield, che ospita un bunker con 100 tonnellate di plutonio (abbastanza per fare migliaia di bombe atomiche), in Gran Bretagna e nei Paesi nord europei si infiamma il dibattito su terrorismo e nucleare, anche in vista dei nuovi rischi dopo l'uccisione di Osama Bin Laden.

Secondo diverse associazioni ambientaliste britanniche e quella norvegese-russa Bellona, Sellafeild, che è il primo complesso nucleare militare e la centrale nucleare di Calder Hall, sono ??una continua minaccia a causa delle attività di ritrattamento che ne fanno un obiettivo di possibili infiltrazioni terroristiche.

Sellafield di recente è stata al centro di polemiche per le scorie radioattive liquide stoccate nel sito. Le scorie liquide low level son il risultato dell'incremento delle attività di riprocessamento, le quantità di scorie da stoccare nel nuovo impianto sono due o tre volte maggiori di quanto inizialmente previsto per Sellafield. La Norvegia è molto preoccupata per la quantità di scorie radioattive liquide, che sono stoccate in 21 container, che potrebbero sversare in mare per un incidente e contaminare le coste norvegesi.

Le cose stanno cambiando rapidamente dopo Fukushima e la morte di Bin Laden: solo il 3 marzo scorso il Cumbria County Council's Cabinet aveva sollecitato il governo conservatore-liberale a portare avanti i preparativi per il nuovo impianto di ritrattamento nucleare a Selladfield. La nuova generazione di reattori  britannici dovrebbe utilizzare il famigerato combustibile mixed plutonium and uranium oxide (Mox), che sta provocando il rilascio di cesio da uno dei reattori di Fukushima Daiichi. E il  Cumbria County Council's Cabinet chiedeva al governo di «Prendere in considerazione il caso di costruire uno o più reattori destinati a bruciare  Mox da realizzare su un terreno a fianco dei siti di Sellafield e della NuGeneration Ltd».  

Nils Bohmer, un fisico nucleare di  Bellona, spiega che «L'inconcepibile avviene in realtà di volta in volta. Non dobbiamo dimenticare una delle lezioni più importanti di Fukushima: quel che sembra inconcepibile ogni tanto si verifica effettivamente. Sellafeild è ricca di potenziali obiettivi per il terrorismo. Ci sono così tante scorie e materiali radioattivi concentrati in uno spazio così piccolo: la più alta concentrazione di scorie di  tutto il mondo in uno spazio così piccolo, che non può non essere una preoccupazione per il terrorismo. Di particolare interesse per i terroristi sarebbero i bunker del plutonio e i container per lo di stoccaggio delle scorie radioattive high-level».

I 5 uomini arrestati erano stati visti dalla polizia locale prendere fotografie del complesso di Sellafield, erano tenuti sotto controllo, ma la situazione sembra essere precipitata dopo l'esecuzione del capo di Al Qaida in Pakistan. Il primo ministro britannico David Cameron ha detto che dopo la morte di Bin Laden la Gran Bretagna nelle prossime settimane dovrà essere «Extra-vigilant» contro il terrorismo.

Gli uomini arrestati, tutti giovanissimi intorno ai 20 anni, sono incappati in una verifica fatta dalla Civil Nuclear Constabulary su un'auto ferma accanto al sito di Sellafield, in Cumbria. La polizia della Cumbria ha detto che sarebbero tutti originari del Bangladesh.

Il sito di Sellafield lavora alla  disattivazione ed al ritrattamento delle scorie nucleari e alla produzione di combustibile nucleare per conto della Nuclear decommissioning authority britannica. L'impianto, operativo fin dagli anni '40 è teoricamente molto protetto sia da imprese di sicurezza private sia dal Civil Nuclear Constabulary. Böhmer, che ha visitato numerose volte Sellafield negli ultimi 10 anni, dice che le misure di sicurezza intorno alla centrale non sono poi così strette, ma che gli uomini della Civil Nuclear Constabulary hanno agito in modo appropriato: «Le fotografie sono in genere consentite, mentre si accompagnano le visite predisposte con il personale di Sellafield, ma è opportuno che le foto non autorizzate siano vietate, contro possibili complotti terroristici. E' prassi comune». Sulla struttura di Sellafield ci sono ormai ben pochi segreti: la stessa Bellona ha fotografato gran parte del sito, poi c'è Google Earth e ci sono le foto satellitari....

In base al Great Britain's Terrorism Act del 2000, un agente di polizia può arrestare chiunque in base ad un  "ragionevole sospetto" possa essere ritenuto un terrorista, probabilmente i terroristi/fotografi in erba bengalesi non erano così pericolosi, ma comunque la North West Counter Terrorism Unit sta proseguendo le indagini e si temono rappresaglie su obiettivi "sensibili" come gli impianti nucleari da parte di gruppi di simpatizzanti di Al Qaeda, anche se la Greater Manchester Police ha detto che «In questa fase non siamo a conoscenza di alcuna connessione con i recenti avvenimenti in Pakistan. L'inchiesta è nelle sue fasi iniziali e non saranno ancora rilasciate ulteriori informazioni».

http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=10167




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 5/5/2011 alle 22:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


5 maggio 2011

L'ipocrisia del mondo davanti alla capitolazione di Abu Mazen nelle braccia degli estremisti islamisti

Dov’è lo sdegno?
Da un articolo di David Horovitz
È da quando, mercoledì scorso, Fatah e Hamas hanno annunciato la loro “riconciliazione”, che aspetto di sentire il coro dello sdegno internazionale. Ho aspettato di sentire la condanna globale dell’Autorità Palestinese e del suo presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) per aver scelto di legare il loro destino a un’organizzazione ideologicamente votata a cancellare dalla carta geografica l’unico stato ebraico esistente al mondo. Sessantaquattro anni dopo che la famiglia delle nazioni – con sei milioni di morti di ritardo – aveva finalmente interiorizzato l’imperativo di far rivivere una sovranità del popolo ebraico nella sua terra storica, ho aspettato che quelle stesse nazioni insorgessero con ira concorde per questa nuova, esplicita legittimazione di un movimento armato consacrato a depredare gli ebrei.
Aspettavo di veder sprofondare nel ridicolo la farsesca difesa che Abu Mazen ha tentato della sua ultima intesa con Hamas. L’idea che egli possa continuare a negoziare seriamente con Israele su come spartire il controllo di questo territorio conteso mentre Hamas se ne sta seduta zitta nel suo stesso governo – quella Hamas la cui ragion d’essere è eliminare Israele – è evidentemente assurda. Come non bastasse, Hamas ha reso quell’idea ancora più stravagante quando si è affrettata a chiarire che non ha alcuna intenzione di starsene da parte in silenzio, ed anzi ha chiesto apertamente ad Abu Mazen di revocare il riconoscimento di Israele da parte dell’Olp: un fatto di per sé “illegittimo”, stando alle parole del “primo ministro” di Hamas, Ismail Haniyeh.
Ho aspettato che perlomeno i più responsabili degli stati membri delle Nazioni Unite facessero a pezzi la ridicola affermazione secondo cui i palestinesi, dopo essersi legati ai banditi che quattro anni hanno preso il controllo della striscia di Gaza uccidendo palestinesi a centinaia, ora godono di una dirigenza unitaria capace di governare una nuova Palestina secondo le norme della sovranità. Una dirigenza unificata che persegue l’indipendenza, ma che incorpora al proprio interno un soggetto il cui obiettivo dichiarato è scalzare lo stato sovrano vicino.
Ma ho aspettato invano. Che sia illusa, ottusa o semplicemente affetta dal buon vecchio anti-ebraismo, fatto sta che gran parte della comunità internazionale ignora l’ordine di “uccidere gli ebrei” che sta alla base la Carta di Hamas. Dicendosi convinta che Hamas potrebbe in qualche modo trasformarsi in un’entità rispettosa di Israele, la comunità internazionale preferisce non tener conto all’implacabile insistenza con cui gli stessi capi di Hamas dichiarano che per loro non riconoscere Israele è un imperativo religioso, e che pertanto non lo riconosceranno mai. E perlomeno una parte della comunità internazionale addossa al governo israeliano degli ultimi due anni la colpa di non aver lasciato ad Abu Mazen – così dicono – altra scelta che quella di tirare a bordo Hamas, come se il non essere riusciti a trovare un possibile compromesso di pace, di chiunque sia la colpa, legittimasse il suo ricorso a un alleanza con gli stragisti islamisti. E ostinatamente si preferisce ignorare la comprovata, sanguinosa propensione di Hamas ad approfittare di ogni occasione costruttiva per perseguire in modo sprezzante i suoi spietati obiettivi: prima sfruttare i ritiri israeliani dalle città di Cisgiordania per costruirvi un esercito di attentatori suicidi; poi, impadronirsi con la violenza della striscia di Gaza non appena “liberata” da tutti gli ebrei, civili e militari, per farne una base terroristica da cui continuare ad attaccare Israele.
Hamas, ha osservato giovedì il capo dello staff della Casa Bianca William Daley, “è un’organizzazione terroristica che mira a colpire i civili”. Già, proprio così. E dunque una comunità internazionale con un mimino di moralità (per lo meno quella che si rallegra per l’eliminazione di Osama bin Laden) dovrebbe cercare di toglierle ogni legittimità, dovrebbe fare tutto il possibile per impedirle di rafforzasi, mettendo bene in chiaro che non c’è posto per gente del genere nei rapporti internazionali. Invece Daley, in quella stessa dichiarazione, ha affermato che “gli Stati Uniti appoggiano la riconciliazione palestinese a patto che serva a promuovere la causa della pace”. Ma che razza di doppiezza è mai questa? Come potrebbero mai “promuovere la causa della pace” l’intesa Fatah-Hamas quando una delle due proclama apertamente ad ogni occasione di perseguire esattamente il contrario?
Le conseguenze di quelli che in passato sono stati errori di valutazione, abbagli, cecità intenzionale, condiscendenza e mancanza di moralità sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni in cui in Israele si celebra la Giornata della Shoà e si ricordano tutti gli innocenti che persero la vita anche a causa di una comunità internazionale che non seppe vedere né agire con sufficiente prontezza. Hamas nel 2011 non può ancora disporre delle armi necessarie per conseguire il suo obiettivo genocida verso lo stato ebraico. Ma è finanziata, addestrata e armata da un paese, l’Iran, che sta alacremente sviluppando gli strumenti per cercare di spazzarci via. E la sua partnership con il volto presumibilmente moderato della dirigenza palestinese costituisce un passo avanti potenzialmente cruciale per le sue ambizioni.
Abu Mazen accoglie, nella sua dirigenza internazionalmente osannata, un’organizzazione verso la quale non dovrebbe esistere alcuna tolleranza internazionale. Se la cosa verrà ufficializzata, tutti i componenti di questo quadro di governo palestinese – un’alleanza che comprende quelle che lo stesso Abu Mazen, dopo il golpe nella striscia di Gaza, ebbe a definire “le forze delle tenebre” – dovrebbero essere messi fuori dalla cerchia della famiglia delle nazioni.
Israele è alla ricerca di un possibile compromesso per separarsi dai palestinesi, un compromesso in base al quale i palestinesi possano conseguire la loro indipendenza senza minacciare la nostra. Abu Mazen si appresta a voltare le spalle a questa via. La comunità internazionale, anziché compiacerlo, dovrebbe premere perché ci ripensi. Ma i principali attori internazionali hanno optato per l’ipocrisia, davanti alla capitolazione di Abu Mazen nelle braccia degli estremisti islamisti. Quel che invece bisognerebbe far arrivare è una netta riprovazione morale, e un messaggio inequivocabile: questa coalizione coi terroristi non verrà tollerata.
L’uomo che otto mesi fa Benjamin Netanyahu chiamava “il mio interlocutore per la pace” sta per sottoscrivere formalmente questo mostruoso amalgama. Ho aspettato finora la condanna internazionale. Non è ancora troppo tardi.

(Da: Jerusalem Post, 2.5.11)

Nella foto in alto: il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il “primo ministro” di Hamas nella striscia di Gaza Ismail Haniyeh, in una foto d’archivio

 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 5/5/2011 alle 20:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


5 maggio 2011

Umorismo ebraico: Tre figli

Tre figli

Tre figli ebrei lasciarono la loro casa, si resero indipendenti e prosperarono.

Quando si riunirono di nuovo parlarono dei regali che avevano potuto fare alla loro madre.

Il primo disse: Io ho costruito una casa enorme per nostra madre.

Il secondo disse: Io le ho mandato una Mercedes con l'autista!

Il terzo disse: - Vi ho battuti entrambi: voi sapete quanto piaccia alla mamma leggere la Torah e sapete che non ci vede molto bene. Io le ho mandato un gran pappagallo marrone che sa recitare la Torah nella sua interezza. Ci sono voluti 20 anni a 12 rabbini per insegnarglielo. Io ho contribuito con 1 milione di dollari all'anno, per vent'anni, ma ne è valsa la pena. Mamma deve solo nominare il capitolo e lui lo recita!

Poco dopo Mamà inviò le sue lettere di ringraziamento.

Scrisse al primo figlio: Maurizio, la casa che hai costruito è così grande. Io vivo in una stanza sola, ma devo pulire tutta la casa.

Scrisse al secondo figlio: Mosè, sono troppo vecchia per viaggiare. Resto tutto il tempo in casa, quindi non ho mai usato la Mercedes.

Scrisse al terzo figlio: Carissimo Manuel, sei stato l'unico figlio che ha avuto il buon senso di sapere cosa piace a sua madre. Il pollo era buonissimo!!!

Grazie a Sabrina




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 5/5/2011 alle 17:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


5 maggio 2011

Sulla Siria sbagliavo

Di Sever Plocker
Sulla Siria mi ero sbagliato, e lo ammetto. Per tre volte, negli scorsi tre anni, ho scritto degli articoli a favore di un trattato di pace tra Israele e Siria. Avevo scritto, sulla base di numerose conversazioni con alti funzionari della sicurezza, che Israele poteva arrivare alla pace con il regime di Assad in cambio della disponibilità a ritirarsi dalle Alture del Golan, il cui valore per la sicurezza era ormai discutibile, se non del tutto inesistente. Nel sostenere questa tesi, non tenevo conto del carattere tirannico del regime di Damasco.
Mi sono ingannato. Anche quando Assad ottenne il 98% del voti nelle ultime elezioni, non ho aperto gli occhi e non ho detto: non dobbiamo fare la pace con quest’uomo. Ho creduto così tanto nella pace da essere cieco davanti alla realtà. E invece avrei dovuto vederla, la realtà. Essendo uno che ha studiato e scritto sulla caduta di regimi tirannici, avrei dovuto capire che gli esperti di regimi arabi sbagliano, esattamente come prima di loro sbagliavano gli esperti di Unione Sovietica. Gli abitanti di Aleppo non sono diversi dagli abitanti di Danzica. Gli uni e gli altri vogliono vivere da uomini liberi, e la sete di libertà è come la sete di acqua: non ammette surrogati. Prima o poi straripa e abbatte qualunque diga. Nikita Khrushchev sembrava un politico rispettabile, fino a quando non mandò i carri armati a reprimere la democrazia in Ungheria. Leonid Brezhnev sembrava un interlocutore equilibrato e razionale, fino a quando anche lui non mandò i carri armati a reprimere la democrazia in Cecoslovacchia, e più tardi in Afghanistan. Quelli che trattavano coi tiranni sbagliavano, e invece aveva ragione l’allora presidente americano Ronald Reagan: non si deve trattare la pace con l’impero del male.
Anche Benjamin Netanyahu aveva ragione, nel suo primo discorso davanti al Congresso a Washington, il 10 luglio 1996, quando disse che una pace concreta fra Israele e i suoi vicini non sarebbe stata possibile in mancanza di un mondo arabo democratico. È tempo di mettere la democratizzazione e i diritti umani in cima all’agenda del Medio Oriente, disse Netanyhau in quell’occasione. E aggiunse che, quantunque Israele possa fare la pace con stati arabi non democratici, quella pace non sarà mai una pace a tutti gli effetti, sarà una pace fondata solo su severe misure di sicurezza. Una vera pace per le generazioni a venire può essere fatta solo con regimi democratici che rispettano i diritti umani.
In ogni caso, la mancanza di democrazia e il carattere tirannico dei governi nel mondo arabo non legittima il continuo controllo da parte di Israele su un altro popolo e su una terra che non ci appartiene interamente. La fine dell’occupazione è un interesse strategico e nazionale, per Israele, non un concetto astratto. È un concetto molto pratico, e dipende dalla domanda su chi è il nostro interlocutore per la pace. Mi ero dimenticato di questa lezione storica, quando espressi un sostegno senza riserve per un accordo con l’assassino Assad.
Sarebbe peggiore, l’attuale situazione di Israele, se vi fosse un’ambasciata israeliana a Damasco e le Alture del Golan fossero per lo più sotto sovranità siriana? Credo proprio di sì. In quel caso, la ribellione in Siria avrebbe assunto una forma radicalmente anti-israeliana. La repressione e il massacro da parte delle truppe di Assad contro i suoi stessi cittadini sarebbe stata percepita come uno mezzo per imporre l’accordo di pace con Israele. Un nuovo regime – e dopo tutto a Damasco si instaurerà un nuovo regime – avrebbe annullato d’un colpo quel trattato. A questo proposito si dovrebbe guardare a quanto accade in Egitto. Anche se Mubarak non è stato rovesciato a causa del suo attenersi (per altro debolmente) al trattato di pace con Israele, e benché la pace con Israele non abbia giocato un ruolo chiave nel discorso dei rivoltosi, l’atteggiamento bellicoso da parte di diversi mass-media ora liberi non ha fatto che rafforzarsi da quando si è instaurata un po’ di democrazia. E il risultato è che solo una metà scarsa degli egiziani sostiene il trattato di pace nei sondaggi d’opinione. E non mancano le prime crepe anche a livello governativo. Un trattato di pace con Assad sarebbe crollato completamente il giorno dopo la caduta di Assad.
Non scrivo a nome della sinistra israeliana. Non ho alcun titolo per farlo. Scrivo a nome di me stesso: sento la necessità di avviare una riflessione. Sento la necessità di ricordare a me stesso e non dimenticare più, come invece avevo fatto, il seguente principio: un dittatore è pur sempre un dittatore, e resta un dittatore. E la pace con un dittatore sarà sempre una pace handicappata, viziata in partenza, instabile. La pace con questo genere di tiranni è immorale, non auspicabile e pericolosa per Israele.

(Da: YnetNews, 29.4.11)

Nella foto in alto: Sever Plocker, autore di questo articolo

 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 5/5/2011 alle 14:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

sfoglia     aprile   <<  1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9  >>   giugno
 

 rubriche

Diario
La cucina ebraica
Filmati e humour
Documenti
Israele
Archivio
Ebraismo
Viale dei giusti e degli eroi
Made in Israel
Il meglio in libreria
Kibbutz

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

Komunistelli
il reazionario
animaliediritti
Facebook
yahoo gruppi
informazione
israele
ucei
hurricane
CERCO CASA
Esperimento
Antikom
societapertalivorno
iljester
lehaim
milleeunadonna
lideale
bendetto
focusonisrael
asianews
viva israele
giuliafresca
stefanorissetto
ilberrettoasonagli
pensieroliberale
jewishnewssite
ControCorrente
Fort
Centro Pannunzio
bosco100acri
essere liberi
Fiamma
Maralai
Nomi in Ebraico
Barbara
Raccoon
Salon-Voltaire
Frine
Serafico
Enzo Cumpostu
Israele-Dossier.info
Dilwica
300705
Deborah Fait
Nuvole di parole
calendario laico
gabbianourlante
imitidicthulhu
Fosca
Geppy Nitto
Topgonzo

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom