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12 maggio 2011

Quella pessima idea di mettersi coi nemici della pace

 
Se ne discute in Israele: recenti commenti sulla stampa israeliana
Si legge nell’editoriale di YEDIOT AHARONOT: «Il capo di Hamas Khaled Mashaal ha iniziato il suo discorso dicendo che loro, in nome della riconciliazione, sono disposti a fare qualunque cosa. Per trenta secondi mi sono emozionato e commosso. Poi, però, ha detto che "ora l’unico nemico comune è Israele”. E allora ho capito: per riconciliazione, intendeva solo la riconciliazione con Fatah…»
(Da: Yediot Aharonot, 5.5.11)

Scrive YAAKOV KATZ: «All’inizio di quest’anno Hamas e Fatah stavano per firmare un accordo di riconciliazione mediato dall’Egitto, ma all’ultimo minuto Khaled Mashaal, capo dell’ala politica di Hamas che fa base a Damasco, quell’accordo. Poi, però, la terra ha iniziato a tremare, in Siria, e Mashaal ha rapidamente cambiato opinione. Con in bilico la sorte del suo protettore siriano, il presidente Bashar Assad, Mashaal ha fatto un rapido calcolo e ha preso una decisione tattica: cercare di garantirsi la sopravvivenza politica approvando la riconciliazione che pochi mesi prima aveva vistosamente rifiutato. […] I tentativi di dare vita a un governo di unità nazionale palestinese non sono una novità: vanno avanti sin dalla violenta presa del potere sulla striscia di Gaza da parte di Hamas nell’estate 2007. Azzam al-Ahmad, l’alto esponente di Fatah che ha trattato l’accordo odierno, era anche dietro ai falliti tentativi di riconciliazione noti come l’Accordo della Mecca del 2007 e l’Accordo dello Yemen del 2008. Molti in Israele si aspettano che l’Accordo del Cairo 2011 faccia la stessa fine. Ciò che è cambiato, tuttavia, e che ha reso possibile l’accordo di mercoledì scorso è lo sconvolgimento in corso nel Medio Oriente, e il timore di Hamas di perdere il suo sostegno politico e logistico qualora Assad dovesse cadere. Hamas è anche preoccupata per l’eventualità che i tumulti si allarghino alla striscia di Gaza dove la popolazione palestinese non protesterebbe contro Israele, ma contro il regime di Hamas. La riconciliazione con Fatah, invece, dà l’impressione che i palestinesi siano alla vigilia di un nuovo e migliore inizio: che è una buona ragione per fare l’accordo, ma non rappresenta un cambiamento significativo nella politica e nell’ideologia di Hamas. Nonostante l’intesa con Fatah, i capi di Hamas continuano a invocare la guerra contro Israele, che Mashaal mercoledì ha definito “il nemico comune” di tutti le fazioni palestinesi. Dopo le elezioni palestinesi del 2006 vinte da Hamas, il Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) aveva stabilito tre principi per godere della legittimità internazionale: riconoscere il diritto ad esistere di Israele, riconoscere gli accordi precedentemente firmati da Israele e Olp e abbandonare il terrorismo. Hamas rifiutò allora queste condizioni, e continua a rifiutarle oggi. Piuttosto, ha fatto una scelta tattica nella speranza che di garantirsi una parvenza di tranquillità e stabilità almeno fino alla fine dell’anno. Con Assad a rischio di crollo, Hamas potrebbe aver presto bisogno di trovare un nuovo santuario, forse in Giordania, o nel Qatar, o magari in Egitto. Quando Yousef al- Qaradawi, il padrino spirituale dei Fratelli Musulmani egiziani, ha annunciato che sostiene i sunniti siriani nella loro lotta contro il regime di Assad e degli alawiti, ha costretto Hamas, a sua volta emanazione sunnita della Fratellanza Musulmana, a decidere da che parte stare. Ma il mondo non è necessariamente molto interessato alle complicazioni che stanno dietro all’accordo Fatah-Hamas, per cui tutto ciò che Hamas e Fatah devono fare è mantenere una facciata di unità fino alla prevista dichiarazione unilaterale di indipendenza dello stato palestinese alle Nazioni Unite il prossimo settembre, e il governo di unità nazionale palestinese che adesso dovrebbe nascere tornerà utile al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) per mostrare al mondo un popolo palestinese tutto unito.»
(Da: Jerusalem Post, 5.5.11)

Scrive LARRY DERFNER: «Proprio perché sono uno che vorrebbe vedere il mondo fare pressione su Israele affinché ponga fine all’occupazione, uno che spera che le Nazioni Unite riconoscano la Palestina a settembre e che fa il tifo per i leader palestinesi Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e Salam Fayyad, dico che l’accordo che hanno firmato mercoledì per formare un governo di unità nazionale con Hamas è una grossa cantonata. E lo era già prima che i capi di Hamas a Gaza condannassero l’uccisione americana del “santo combattente e martire” Osama bin Laden. Hamas è un binario morto per la causa dell’indipendenza palestinese perché Hamas non può fare un accordo di pace con Israele, mentre arrivare alla pace con Israele è l’unico modo in cui può nascere uno stato palestinese. Gli ottimisti dicono che Hamas diventerà più moderata, ma tutti i segnali da quando è stato annunciato il patto con Fatah, la settimana scorsa, vanno nella direzione opposta. I capi di Hamas hanno già ribadito il loro rifiuto di negoziare con Israele, hanno chiesto all’Autorità Palestinese di ritirare il riconoscimento di Israele del 1993 e – ripeto – tutto questo avveniva prima che l’uccisione di bin Laden li spingesse ad esprimere indignazione per “la politica di distruzione americana”. Da un paio d’anni gli ottimisti raccolgono qua e là qualche dichiarazione fatta dai capi di Hamas a interlocutori occidentali come prova della loro volontà di negoziare e di accettare un “cessate il fuoco a lungo termine” con Israele entro i confini pre-‘67. Ma, quand’anche ignorassimo tutto il resto che sappiamo di Hamas e volessimo prendere sul serio queste dichiarazioni diplomatiche, quale esponente di Hamas ha mai mostrato la minima flessibilità sulla pretesa che a milioni di profughi palestinesi (e loro discendenti) venga permesso di stabilirsi all’interno di Israele pre-’67? E che il Monte del Tempio, il Muro (del pianto), il Monte degli Olivi e tutto il resto dell’area “santa” di Gerusalemme debba finire sotto piena sovranità (islamica) palestinese? E che debbano fare i bagagli e andarsene tutti i 500mila israeliani che vivono al di là dell’ex linea armistiziale del ’49, Gerusalemme compresa, e non soltanto i 100mila che vivono negli insediamenti lontani de quella linea all’interno della Cisgiordania? Persino parlando con Jimmy Carter, nessuno di Hamas ha mai concesso un millimetro sul “diritto al ritorno”, su Gerusalemme o sullo scambio alla pari di territori. Dunque, anche a voler isolare quelle poche osservazioni fatte quando vogliono presentarsi bene, prenderle per vere e dimenticare tutto il resto che dicono e fanno i capi di Hamas, come può pensare l’osservatore anche più ottimista che essi possano arrivare a un accordo di pace con un qualunque governo israeliano? E non ho nemmeno menzionato quella loro Carta fondamentale orrendamente antisemita. Lo so, io non sono palestinese: la scelta spetta a loro, non a me. E infatti non sto dicendo che i palestinesi non hanno il diritto di scegliersi come leader i capi di Hamas. Dico solo che questa scelta, effettivamente sostenuta da una richiesta popolare, è veramente stupida e controproducente. Fa arretrare la causa dell’indipendenza palestinese, rende ancora più difficile rimuovere l’occupazione, e i soli che ne trarranno beneficio sono gli intransigenti su entrambi i versanti.»
(Da: Jerusalem Post, 4.5.11)

Scrive OPHIR FALK: «Gilad Shalit è stato sequestrato da Hamas il 25 giugno 2006 (mentre era in servizio di pattuglia, come militare di leva, in territorio israeliano, ai confini con la striscia di Gaza completamente sgomberata da Israele un anno prima) e da allora viene illegalmente tenuto in ostaggio. Nel totale disprezzo di ogni decenza e di ogni norma umana e del diritto internazionale, in tutti questi cinque anni Hamas non ha mai permesso alla Croce Rossa di vedere il recluso, del quale ha fornito un unico segno di vita. Ora, con la nuova joint venture Hamas-Fatah, la sorte di Gilad Shalit è anche nelle mani di Fatah. Se Mahmoud Abbas (Abu Mazen), presidente dell’Autorità Palestinese e leader di Fatah, insistesse realmente sulla questione, Shalit potrebbe tornare a casa in pochi giorni. Se invece resterà in cattività, questo dimostrerà chiaramente chi è che comanda davvero nel nuovo conglomerato palestinese. Si tratta di un test di leadership basilare. Certo, vi sono altri passaggi fondamentali sulla via di uno stato indipendente, come la stabilità economica, una maggiore sicurezza, il riconoscimento dello stato ebraico, ed una efficace e coerente determinazione a contrastare il terrorismo e l’istigazione all’odio, oggi invece assai carente come dimostrano il recente massacro della famiglia Fogel a Itamar, i continui lanci di razzi da Gaza sui civili israeliani, l’attacco con missili anticarro contro uno scuolabus israeliano, e si potrebbe continuare. Ma un primo, semplice passo può indicare un cambiamento: liberate Gilad Shalit. In fondo, non è complicato. Tutto quello che occorre è un deciso appello da parte di quegli stessi leader di Fatah e Hamas che si sono messi in posa per la foto dell’unità nazionale. Abu Mazen e Ismail Haniyeh sono i due che oggi tengono in ostaggio Shalit. Sono loro che possono e che devono liberarlo. […] È molto semplice. Shalit deve essere liberato subito e senza condizioni. Se succederà, la nuova dirigenza palestinese può guadagnarsi la legittimità richiesta. Se no, dovrà essere semplicemente bandita da ogni società civile.»
(Da: YnetNews, 5.5.11)

 




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12 maggio 2011

Peres: “Abu Mazen è ancora il partner per la pace

 
Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è ancora “certamente” un interlocutore per la pace con Israele, nonostante abbia firmato un accordo di riconciliazione con Hamas. Lo afferma il presidente israeliano Shimon Peres in un’intervista al Jerusalem Post in occasione della 63esima Giornata dell’Indipendenza dello Stato d’Israele.
Definendo “un ponte provvisorio" l’accordo Fatah-Hamas siglato dal scorsa settimana, Peres afferma d’aver criticato Abu Mazen per quel passo, ma aggiunge: “Questo non mi esime dalla necessità di dialogare con lui. Non ho intenzione di voltare le spalle al campo per la pace palestinese, anche se lo devo criticare. Abu Mazen era e rimane un interlocutore – dice Peres – perché vuole intrattenere negoziati con Israele, si oppone alla violenza e desidera la pace”.
A proposito della nuova leadership palestinese che scaturirà dall’accordo Fatah-Hamas, Peres fa appello alla comunità internazionale affinché tenga ferme le condizioni poste a Hamas per la sua legittimazione: che gli islamisti riconoscano il diritto di esistere dello stato d’Israele, che accettino gli accordi precedentemente firmati fra Israele e palestinesi, e che ripudino violenza e terrorismo. Secondo il presidente israeliano, su questi principi dovrebbe incentrarsi l’iniziativa israeliana nei discorsi e negli incontri che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu terrà negli Stati Uniti questo mese.
Peres sottolinea la necessità che la comunità internazionale tenga in considerazione le vitali esigenze di sicurezza di Israele nel momento in cui prende in considerazione gli appelli palestinesi per una dichiarazione di indipendenza unilaterale. “Andare alle Nazioni Unite soltanto con una dichiarazione di indipendenza senza dare le necessarie risposte alle preoccupazioni di sicurezza d’Israele significa la continuazione del conflitto, non la soluzione e la fine del conflitto”.
Alla domanda se Israele dovrebbe a sua volta riconoscere l’indipendenza palestinese, il presidente israeliano risponde: “Sono favorevole al riconoscimento, a patto che i palestinesi riconoscano le necessità di sicurezza d’Israele”, e spiega: “Vi sono due componenti: uno stato palestinesi e le necessità di sicurezza di Israele. Se noi parliamo soltanto delle esigenze di sicurezza di Israele, facciamo solo metà della strada. Se loro parlano soltanto dello stato palestinesi, fanno solo metà della strada. Ma fare solo metà della strada per la pace significa continuazione del conflitto. L’ho detto anche al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon – continua Peres – Gli ho detto: signori, volete decidere per uno stato palestinese? Bene, ma siete in grado di fermare il terrorismo? Siete in grado di fermare gli attacchi e le aggressioni? Potete far cessare l’istigazione all’odio e alla violenza? Oppure, vi sarà uno stato palestinese e tutto questo andrà avanti come prima? E questa sarebbe la pace? È questo che volete?”.
Peres risponde con un deciso “sì” alla domanda se definirebbe in modo inequivocabile il presidente Usa Barack Obama un autentico amico di Israele, e ricorda come Obama abbia detto, a lui e ad altri in varie occasioni: “Finché sarò alla Casa Bianca, la sicurezza di Israele sarà in cima al mio ordine di priorità”.
Forte sostenitore della spinta per la democrazia nel mondo arabo, Peres afferma tuttavia che gli esiti della crisi attualmente in corso possono essere soltanto due: “O il mondo arabo torna al tribalismo e alla miseria, o fa il suo ingresso nel ventunesimo secolo. Non ci sono vie di mezzo. Naturalmente – aggiunge – è interesse d’Israele che il mondo arabo entri nel ventunesimo secolo. Non siamo ottusi. Tutto l’ebraismo si regge sul principio che ogni essere umano è creato a immagine di Dio: i nostri valori sono e devono essere più forti anche delle nostre politiche”.
Alla domanda se immagina che la sollevazione rivoluzionaria possa raggiungere l’Iran, Peres risponde in modo asciutto: “L’Iran è un buon candidato. E gli iraniani certamente lo meritano”.

(Da: Jerusalem Post, 9.5.11)

Nella foto in alto: il presidente




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12 maggio 2011

False illusioni, Quante volte è stato detto che, ritirandosi, Israele avrebbe acquisito il diritto a difendersi con forza?

Di Yoel Meltzer
Uno dei vantaggi dati per scontati della soluzione “due popoli-due stati” è che la creazione di uno stato palestinese dovrebbe rendere finalmente i palestinesi pienamente responsabili delle loro azioni. Dopodiché – vien detto – ogni atto di aggressione originato dalla nuova entità statale contro Israele verrà considerato un attacco a Israele da parte di un paese sovrano, e non più di qualche organizzazione terroristica. È proprio questo mutamento – così si dice – ciò che permetterà a Israele non solo di reagire con forza ad ogni eventuale atto di aggressione da parte palestinese, ma anche di farlo con il pieno appoggio e la comprensione della comunità internazionale.
Sebbene questa linea di ragionamento appaia assai invitante tanto da convincere anche diversi scettici, non la si deve prendere per buona tanto facilmente. In realtà, una rapida rassegna degli ultimi vent’anni sembra piuttosto indicare il contrario.
Al culmine della guerra nel Golfo del 1991, l’Iraq lanciò una quarantina di missili Scud su Israele nel tentativo di trascinarlo nel conflitto. Si trattò del caso classico di un paese arabo sovrano che aggredisce Israele con missili ad alta capacità distruttiva, lanciati contro alcune delle regioni più densamente popolate del paese. Eppure, per via di varie considerazioni di carattere geopolitico e di pressioni esercitate dietro le quinte, Israele decise di non reagire.
Una decina di anni dopo, Israele procedette alla rapida rimozione di tutte le sue truppe dalla “fascia di sicurezza” nel Libano meridionale. All’epoca ci venne promesso che le posizioni abbandonate da Israele sarebbero state prese in consegna dall’Esercito del Libano Meridionale allo scopo di impedire che i terroristi Hezbollah (filo-iraniani) si installassero a un tiro di schioppo dal confine settentrionale di Israele. Di più. Ci venne garantito dall’allora primo ministro israeliano Ehud Barak che, se Hezbollah avesse commesso un qualunque atto di aggressione contro Israele, la nostra risposta sarebbe stata determinatissima. Come al solito Israele si attenne alla sua parte dell’intesa, mentre gli arabi non lo fecero. Risultato: ci ritrovammo con Hezbollah schierato a ridosso del nostro confine. Tale sviluppo offrì a Hezbollah l’opportunità di osservare da vicino i movimenti dei soldati israeliani, cosa di cui approfittarono immediatamente. Dopo pochi mesi di sorveglianza ravvicinata, terroristi Hezbollah attraversarono il confine e sequestrarono tre soldati israeliani. Eppure, nonostante il diritto, acquistato a caro prezzo, di replicare a un atto di aggressione totalmente non provocato, e nonostante la promessa del primo ministro che avremmo reagito con forza a una situazione del genere, alla fine si fece ben poco. Le promesse restarono vane e disgraziatamente i tre soldati vennero uccisi.
Cinque anni più dopo il tragico rapimento in Libano, Israele rimuoveva ogni presenza ebraica, civile e militare, dalla striscia di Gaza. All’epoca venne detto che lo sgombero delle truppe da Gaza avrebbe spostato l’onere della responsabilità sull’Autorità Palestinese, costringendola in questo modo a tenere a freno le varie organizzazioni terroristiche. Ma anche questo, come tutti gli altri vantaggi promessi, si rivelò infondato e gli attacchi contro Israele non fecero che aumentare. È vero che Israele alla fine rientrò nella striscia di Gaza, nel gennaio 2009, nel quadro dell’operazione “piombo fuso” contro Hamas, ma ciò avvenne soltanto dopo che migliaia di razzi erano stati lanciati dalla striscia di Gaza sulle comunità civili ebraiche nella regione attigua al confine. E tutta la comprensione del mondo, che ci era stato promesso che avremmo acquisito col nostro ritiro unilaterale, si sciolse come neve al sole in mezzo a una pioggia di accuse e di ipocrite condanne della comunità internazionale per l’intervento di Israele a Gaza.
Vi sono state occasioni in cui Israele ha risposto con forza a sequele di attacchi da oltre confine, come nella seconda guerra in Libano dell’estate 2006; tuttavia la tendenza crescente nel corso degli anni è stata quella di ricorrere a risposte limitate, o di non reagire del tutto. Non basta. Anziché guadagnarsi il sostegno del mondo grazie a questo comportamento contenuto e rispettoso, il trend è stato accompagnato da un’atmosfera internazionale di crescente ostile verso Israele.
Stando così le cose, perché dovremmo credere che la prossima volta andrà diversamente? È assai più plausibile supporre che gli atti di aggressione da uno stato palestinese in Cisgiordania incontreranno la solita risposta israeliana basata sull’autocontrollo. E in quelle occasioni in cui Israele, esasperato, reagirà con maggior determinazione, si può tranquillamente presumere che il mondo si precipiterà a condannare lo stato ebraico senza alcuna considerazione per le circostanze reali.
Alla luce di tutto questo, come è mai possibile fondare su un presupposto smentito dai fatti un indebolimento della sicurezza nazionale di Israele, cosa che certamente accadrà se verrà creato uno stato palestinese in Cisgiordania?

(Da: YnetNews, 28.4.11)

DOCUMENTAZIONE
Diceva il noto scrittore pacifista israeliano Amos Oz, intervistato da Ha’aretz il 17 marzo 2000, due mesi prima del ritiro israeliano dal Libano: “Nel momento stesso in cui ce ne andremo dal Libano meridionale potremo cancellare la parola Hezbollah dal nostro vocabolario, giacché l’idea stessa di uno scontro fra stato di Israele e Hezbollah era una pura follia sin dall’inizio, e sicuramente non avrà più alcuna rilevanza una volta che Israele sarà tornato al suo confine settentrionale internazionalmente riconosciuto”.

 




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11 maggio 2011

Lo stato marittimo e lo stato sulle alture

 
Di Gideon Biger
Sta per accadere. C’è la pressione a livello mondiale per il riconoscimento dell’indipendenza palestinese, e nel frattempo l’Autorità Palestinese ha firmato un accordo con Hamas, che controlla la striscia di Gaza, per l’unità e una comune attività politica. Ma, a parte il dibattito politico, c’è da porre una questione di carattere geopolitico: può esistere per un lungo periodo uno stato diviso in due parti separate da un altro stato?
Per come stanno le cose, sembra che stiamo per assistere alla nascita sulla mappa del mondo di uno stato la cui caratteristica più singolare sarà quella d’essere composto da due parti senza contiguità territoriale, per terra o per mare, fra l’una e l’altra. Al di là delle diverse opinioni politiche e di ogni considerazione sul fatto se questo sia positivo o negativo per Israele, sorge la domanda se un siffatto stato sia in grado di durare.
Una breve rassegna di casi analoghi del passato non lascia molto spazio all’ottimismo. Nel secolo scorso vi sono stati diversi paesi le cui varie parti non erano territorialmente confinanti. Dopo la prima guerra mondiale, venne creato uno stato tedesco che aveva una parte – la Prussia Orientale e la città di Danzica (Gdansk) – che non era contigua con le altre parti. L’accesso avveniva attraverso un corridoio nel territorio polacco che connetteva la capitale Varsavia col mare. Dopo la seconda guerra mondiale venne creata la Germania Occidentale di cui una parte, Berlino Ovest, non era territorialmente contigua con le altre parti. Quando l’India britannica si sciolse, venne creato lo stato del Pakistan sulla base della popolazione musulmana del subcontinente. Lo stato pakistano del 1947 consisteva in due parti, est e ovest, separate da territorio indiano. Analogamente, tra il 1948 e il 1967 lo stato di Israele ebbe una enclave territoriale, il Monte Scopus di Gerusalemme, che non era territorialmente contigua con le altre parti del paese.
In tutti questi casi vennero messi in atto dei meccanismi intesi a collegare le diverse parti: una strada a passaggio garantito (Berlino), strade o linee ferroviarie speciali, linee aeree, convogli periodici (Monte Scopus) e così via. Tali meccanismi restarono in vigore per periodi di tempo limitati e alla fine vennero meno o a seguito di un’altra tornata di guerra (è il caso delle enclave di Danzica e del Monte Scopus), o per l’unificazione delle due parti (Berlino), o perché una delle parti si è staccata rendendosi indipendente (il Pakistan Orientale, diventato il Bangladesh).
Oggi esiste un solo esempio rilevante di uno stato con un territorio non contiguo: gli Stati Uniti, dove il Canada separa l’Alaska dalle altre parti. Ma esiste un passaggio marittimo sicuro e libero fra le due aree, e le relazioni fra Stati Uniti e Canada sono tali che non occorre nessun accordo speciale per passare da una parte all’altra.
Altri casi si sono creati quando si è sciolta l’Unione Sovietica. Nella regione del Caucaso c’è l’area di Nakhchivan che appartiene all’Azerbaijan, ma è separata da esso da territorio armeno e fra le due parti non c’è collegamento diretto. Contemporaneamente, all’interno dello stesso Azerbaijan esiste la provincia, non ufficiale e provvisoria, del Nagorno-Karabakh che è abitata per lo più da armeni, ma non ha contiguità territoriale con l’Armenia. Un terzo caso è quello dell’area di Kaliningrad, il territorio russo sulle sponde del Mar Baltico tagliato fuori dal resto della Russia. Questi territori peculiari esistono da vent’anni e sono collegati da diversi tipi di vie d’accesso, ma è ancora difficile dire se e come potranno continuare ad esistere.
Per quanto riguarda la Cisgiordania e la striscia di Gaza, si è fatto un gran parlare di passaggi garantiti, strade, ponti, tunnel, collegamenti aerei, dispositivi di supervisione di veicoli e passeggeri ecc. e c’è molta gente che se ne sta occupando. Tuttavia l’esperienza storica dimostra che meccanismi di questo genere, anche quando funzionano per un po’ di anni, alla fine non riescono a durare. Si può sostenere che non si debba trarre conclusioni per il futuro dai fatti del passato. Comunque sembra assai probabile che – sia per le evidenti differenze fra Gaza e Ramallah, sia perché ambedue i territori sono legati dal fatto di essere il frutto di un’occupazione militare del 1948 (egiziana sulla striscia di Gaza e giordana sulla Cisgiordania) senza nessun precedente fondamento di unicità – alla fine ne scaturiranno due stati arabi separati, nella Terra d’Israele/Palestina: uno stato marittimo a Gaza, sulla pianura prospiciente il mare, maggiormente collegato con l’Egitto e il Mar Mediterraneo; e uno stato sulle alture di Cisgiordania, maggiormente collegato con la Giordania e con l’est.

(Da: Ha’aretz, 06.05.11)




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11 maggio 2011

Vignette sull’accordo Hamas-Fatah

di Yitzhak
RUBRICA L'ANGOLO DI YITZHAK. Yitzhak, la forma ebraica del nome Isacco, vuol dire letteralmente “Egli riderà” (Gen. 21,6). Ogni giorno una delle maggiori espressioni dell'arte umoristica ebraica, le vignette, vede la luce sulle testate israeliane. Scelte e tradotte da Limes.
 

 

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Ancora una volta un vignettista di Haaretz prende spunto dal  matrimonio dei reali d’Inghilterra per ironizzare sull’accordo di  riconciliazione tra Hamas e al Fatah. Con allusione a una delle foto  delle nozze tra William e Kate circolate in quei giorni  (quella in cui i due sposini affacciati al balcone si baciano,  mentre una bambina, una delle damigelle di nozze, assiste  stanca e annoiata al loro fianco), Amos Biderman ripresenta  la stessa scena, ma con Haniyeh e Abu Mazen nei panni degli sposini. Netanyahu, che osteggia fortemente questa riconciliazione ma che  nulla può fare per impedirla, veste i panni della damigella.Autore: Amos BidermanFonte: Haaretz, 2 maggio 2011
Ancora una volta un vignettista di Haaretz prende spunto dal matrimonio dei reali d’Inghilterra per ironizzare sull’accordo di riconciliazione tra Hamas e al Fatah.
Con allusione a una delle foto delle nozze tra William e Kate circolate in quei giorni (quella in cui i due sposini affacciati al balcone si baciano, mentre una bambina, una delle damigelle di nozze, assiste stanca e annoiata al loro fianco), Amos Biderman ripresenta la stessa scena, ma con Haniyeh e Abu Mazen nei panni degli sposini.
Netanyahu, che osteggia fortemente questa riconciliazione ma che nulla può fare per impedirla, veste i panni della damigella.

Autore: Amos Biderman
Fonte: Haaretz, 2 maggio 2011




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11 maggio 2011

Quelli che celebrano la morte di bin Laden, ma condannavano l’uccisione di Yassin

 
Da un articolo di Manfred Gerstenfeld
La raffica di reazioni internazionali alla notizia dell’uccisione di Osama bin laden da parte delle forze armate americane offre un’ottima opportunità di dimostrare il doppio standard che viene applicato ai danni di Israele da parte di tanti, nel mondo occidentale e altrove. Tutto quello che occorre fare è confrontare le reazioni dei principali organismi e leader del mondo con quelle rilasciate dopo la morte di Ahmed Yassin, il capo e fondatore dell’organizzazione terroristica Hamas ucciso dalle Forze di Difesa israeliane nel 2004. Yassin era il diretto responsabile di un grande numero di micidiali attentati contro civili israeliani, comprese molte stragi suicide.
Lunedì scorso il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha detto ai giornalisti che “la morte di Osama bin Laden, annunciata domenica sera dal presidente Barack Obama, costituisce un punto di svolta nella nostra comune battaglia globale contro il terrorismo”. Eppure, dopo l’uccisione di Yassin, l’allora segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, aveva dichiarato: “Condanno fermamente l’assassinio mirato dello sceicco Yassin e degli altri che sono morti con lui. Tali azioni non solo sono contrarie al diritto internazionale, ma non contribuiscono in nulla alla ricerca di una soluzione pacifica”. La Commissione Onu per i Diritti Umani (oggi sostituita dal Consiglio Onu per i Diritti Umani) condannava “la tragica morte dello sceicco Ahmed Yassin in violazione della IV Convenzione dell’Aja del 1907”. E al Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti dovevano ricorre al diritto di veto per impedire una condanna di Israele.
Dopo l’uccisione di bin Laden, i leader del Consiglio d’Europa European Council e della Commissione Europea hanno affermato che la sua morte ha reso il mondo un posto più sicuro, dimostrando che gli attentati terroristici non rimangono impunti. Invece, dopo l’uccisione di Yassin, l’allora rappresentante della politica estera della UE, Javier Solana, aveva detto: “Questo genere di azioni non contribuisce per nulla a creare le condizioni per la pace. È una notizia molto, molto brutta per il processo di pace. La politica dell’Unione Europea ha sempre coerentemente condannato le uccisioni extra-giudiziali”.
Il primo ministro britannico David Cameron si è congratulato col presidente Obama per il successo dnell’uccisione di bin Laden. Secondo Cameron, si tratta di un enorme passo avanti nella lotta conto il terrorismo estremista. Anche l’ex primo ministro Tony Blair (oggi inviato del Quartetto per il Medio Oriente) ha accolto con favore la morte di bin Laden. Viceversa, l’uccisione di Yassin era stata definita “inaccettabile” e “ingiustificata” dall’allora ministro degli esteri britannico Jack Straw. Il portavoce ufficiale dell’allora primo ministro Tony Blair aveva condannato la “illegale aggressione”e aveva aggiunto: “Abbiamo ripetutamente messo in chiaro la nostra opposizione al ricorso da parte di Israele a uccisioni e omicidi mirati”.
Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha salutato l’uccisione di bin Laden come un colpo ben assestato nella lotta contro il terrorismo. Ha telefonato al presidente Obama per elogiare la determinazione e il coraggio del presidente Usa e di tutti coloro che hanno dato la caccia al capo di al-Qaeda per dieci anni. Sarkozy ha aggiunto d’aver concordato con Obama sulla necessità di continuare la giusta e indispensabile lotta contro la barbarie del terrorismo e contro coloro che lo sostengono. Eppure, dopo la morte di Yassin, un portavoce del ministero degli esteri francese, Herve Ladsous, aveva detto: “La Francia condanna l’azione intrapresa contro lo sceicco Yassin, esattamente come ha sempre condannato il principio di qualunque esecuzione extra-giudiziale in quanto contrario al diritto internazionale”. L’allora ministro degli esteri francese, Dominique de Villepin, aveva dichiarato che “tali atti possono solo alimentare la spirale della violenza”.
Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha detto ad una recente conferenza stampa: “Sono lieta che l’uccisione di bin Laden sia pienamente riuscita”, e l’ha definita “una buona notizia”. Ma l’allora ministro degli esteri tedesco, Joschka Fischer, dopo l’uccisione di Yasin aveva detto che il governo tedesco era “profondamente turbato per tale sviluppo”.
La Russia ha diffuso una dichiarazione riguardo a bin Laden nella quale si afferma che la punizione arriva inevitabilmente a colpire tutti i terroristi, e che la Russia è pronta a “rafforzare” il coordinamento nella lotta internazionale contro il terrorismo globale. Dopo l’uccisione di Yassin, un portavoce del ministero degli esteri russo aveva detto che Mosca era profondamente preoccupata per la situazione.
Il presidente turco Abdullah Gul ha dichiarato che l’uccisione di bin Laden è un chiaro messaggio per le organizzazioni terroristiche in tutto il mondo. Ma il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan aveva definito l’uccisione di Yassin “un atto terroristico” e “un assassinio disumano”.
Vale la pena ricordare che un documento ufficiale dell’Unione Europea inteso a dare una definizione del concetto di antisemitismo, nell’offrire esempi di come l’odio pregiudiziale antiebraico possa manifestarsi nei riguardi dello Stato d’Israele cita, fra l’altro, il caso in cui “viene applicato un doppio standard, esigendo da Israele comportamenti che non ci si attende né si pretende da nessun altra nazione democratica”.

(Da: YnetNews, 3.5.11)

Nella foto in alto: Poster di Hamas che inneggia ad Ahmed Yassin e ad altri capi terroristi jihadisti, fra i quali Osama bin Laden

 




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11 maggio 2011

M.O.: NETANYAHU PARLERA' AL CONGRESSO USA IL 24 MAGGIO

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu parlera' al Congresso americano il 24 maggio, in occasione della sua visita negli Usa. Lo ha annunciato lo speaker repubblicano John Boehner. Netanyahu, che incontrera' Barack Obama il 20 alla Casa Bianca, parlera' delle sue proposte per un accordo di pace con i palestinesi. Ma il premier mettera' anche in guardia il suo alleato di ferro dal negoziare con Hamas, dopo l'accordo di riconciliazione tra il movimento islamista al potere a Gaza e al Fatah del presidente palestinese Abu Mazen, che controlla la Cisgiordania. .




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11 maggio 2011

Hamas, il nuovo alleato di Abu Mazen, condanna “l’assassinio del santo martire Osama bin Laden” (sottotitoli in inglese)


 

http://www.youtube.com/watch?v=VnJOMHDArQc




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11 maggio 2011

Dov’è lo sdegno?

 
Da un articolo di David Horovitz
È da quando, mercoledì scorso, Fatah e Hamas hanno annunciato la loro “riconciliazione”, che aspetto di sentire il coro dello sdegno internazionale. Ho aspettato di sentire la condanna globale dell’Autorità Palestinese e del suo presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) per aver scelto di legare il loro destino a un’organizzazione ideologicamente votata a cancellare dalla carta geografica l’unico stato ebraico esistente al mondo. Sessantaquattro anni dopo che la famiglia delle nazioni – con sei milioni di morti di ritardo – aveva finalmente interiorizzato l’imperativo di far rivivere una sovranità del popolo ebraico nella sua terra storica, ho aspettato che quelle stesse nazioni insorgessero con ira concorde per questa nuova, esplicita legittimazione di un movimento armato consacrato a depredare gli ebrei.
Aspettavo di veder sprofondare nel ridicolo la farsesca difesa che Abu Mazen ha tentato della sua ultima intesa con Hamas. L’idea che egli possa continuare a negoziare seriamente con Israele su come spartire il controllo di questo territorio conteso mentre Hamas se ne sta seduta zitta nel suo stesso governo – quella Hamas la cui ragion d’essere è eliminare Israele – è evidentemente assurda. Come non bastasse, Hamas ha reso quell’idea ancora più stravagante quando si è affrettata a chiarire che non ha alcuna intenzione di starsene da parte in silenzio, ed anzi ha chiesto apertamente ad Abu Mazen di revocare il riconoscimento di Israele da parte dell’Olp: un fatto di per sé “illegittimo”, stando alle parole del “primo ministro” di Hamas, Ismail Haniyeh.
Ho aspettato che perlomeno i più responsabili degli stati membri delle Nazioni Unite facessero a pezzi la ridicola affermazione secondo cui i palestinesi, dopo essersi legati ai banditi che quattro anni hanno preso il controllo della striscia di Gaza uccidendo palestinesi a centinaia, ora godono di una dirigenza unitaria capace di governare una nuova Palestina secondo le norme della sovranità. Una dirigenza unificata che persegue l’indipendenza, ma che incorpora al proprio interno un soggetto il cui obiettivo dichiarato è scalzare lo stato sovrano vicino.
Ma ho aspettato invano. Che sia illusa, ottusa o semplicemente affetta dal buon vecchio anti-ebraismo, fatto sta che gran parte della comunità internazionale ignora l’ordine di “uccidere gli ebrei” che sta alla base la Carta di Hamas. Dicendosi convinta che Hamas potrebbe in qualche modo trasformarsi in un’entità rispettosa di Israele, la comunità internazionale preferisce non tener conto all’implacabile insistenza con cui gli stessi capi di Hamas dichiarano che per loro non riconoscere Israele è un imperativo religioso, e che pertanto non lo riconosceranno mai. E perlomeno una parte della comunità internazionale addossa al governo israeliano degli ultimi due anni la colpa di non aver lasciato ad Abu Mazen – così dicono – altra scelta che quella di tirare a bordo Hamas, come se il non essere riusciti a trovare un possibile compromesso di pace, di chiunque sia la colpa, legittimasse il suo ricorso a un alleanza con gli stragisti islamisti. E ostinatamente si preferisce ignorare la comprovata, sanguinosa propensione di Hamas ad approfittare di ogni occasione costruttiva per perseguire in modo sprezzante i suoi spietati obiettivi: prima sfruttare i ritiri israeliani dalle città di Cisgiordania per costruirvi un esercito di attentatori suicidi; poi, impadronirsi con la violenza della striscia di Gaza non appena “liberata” da tutti gli ebrei, civili e militari, per farne una base terroristica da cui continuare ad attaccare Israele.
Hamas, ha osservato giovedì il capo dello staff della Casa Bianca William Daley, “è un’organizzazione terroristica che mira a colpire i civili”. Già, proprio così. E dunque una comunità internazionale con un mimino di moralità (per lo meno quella che si rallegra per l’eliminazione di Osama bin Laden) dovrebbe cercare di toglierle ogni legittimità, dovrebbe fare tutto il possibile per impedirle di rafforzasi, mettendo bene in chiaro che non c’è posto per gente del genere nei rapporti internazionali. Invece Daley, in quella stessa dichiarazione, ha affermato che “gli Stati Uniti appoggiano la riconciliazione palestinese a patto che serva a promuovere la causa della pace”. Ma che razza di doppiezza è mai questa? Come potrebbero mai “promuovere la causa della pace” l’intesa Fatah-Hamas quando una delle due proclama apertamente ad ogni occasione di perseguire esattamente il contrario?
Le conseguenze di quelli che in passato sono stati errori di valutazione, abbagli, cecità intenzionale, condiscendenza e mancanza di moralità sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni in cui in Israele si celebra la Giornata della Shoà e si ricordano tutti gli innocenti che persero la vita anche a causa di una comunità internazionale che non seppe vedere né agire con sufficiente prontezza. Hamas nel 2011 non può ancora disporre delle armi necessarie per conseguire il suo obiettivo genocida verso lo stato ebraico. Ma è finanziata, addestrata e armata da un paese, l’Iran, che sta alacremente sviluppando gli strumenti per cercare di spazzarci via. E la sua partnership con il volto presumibilmente moderato della dirigenza palestinese costituisce un passo avanti potenzialmente cruciale per le sue ambizioni.
Abu Mazen accoglie, nella sua dirigenza internazionalmente osannata, un’organizzazione verso la quale non dovrebbe esistere alcuna tolleranza internazionale. Se la cosa verrà ufficializzata, tutti i componenti di questo quadro di governo palestinese – un’alleanza che comprende quelle che lo stesso Abu Mazen, dopo il golpe nella striscia di Gaza, ebbe a definire “le forze delle tenebre” – dovrebbero essere messi fuori dalla cerchia della famiglia delle nazioni.
Israele è alla ricerca di un possibile compromesso per separarsi dai palestinesi, un compromesso in base al quale i palestinesi possano conseguire la loro indipendenza senza minacciare la nostra. Abu Mazen si appresta a voltare le spalle a questa via. La comunità internazionale, anziché compiacerlo, dovrebbe premere perché ci ripensi. Ma i principali attori internazionali hanno optato per l’ipocrisia, davanti alla capitolazione di Abu Mazen nelle braccia degli estremisti islamisti. Quel che invece bisognerebbe far arrivare è una netta riprovazione morale, e un messaggio inequivocabile: questa coalizione coi terroristi non verrà tollerata.
L’uomo che otto mesi fa Benjamin Netanyahu chiamava “il mio interlocutore per la pace” sta per sottoscrivere formalmente questo mostruoso amalgama. Ho aspettato finora la condanna internazionale. Non è ancora troppo tardi.

(Da: Jerusalem Post, 2.5.11)

Nella foto in alto: il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il “primo ministro” di Hamas nella striscia di Gaza Ismail Haniyeh, in una foto d’archivio

 




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10 maggio 2011

Quelli che detestano bin Laden, ma favoriscono Hamas

Da un editoriale del Jerusalem Post
Quasi dieci anni dopo l’11 settembre – il più micidiale attacco terroristico mai perpetrato su suolo americano – il capo dell’organizzazione responsabile di quella morte e devastazione non c’è più. Nonostante la tarda ora in cui l’annuncio è stato fatto, domenica, dal presidente americano Barack Obama, migliaia di americani esultanti hanno spontaneamente invaso Times Square, a New York, e si sono raccolti davanti alla Casa Bianca, a Washington, scandendo “U-S-A” fino al mattino.
Anche a livello internazionale, innumerevoli le reazioni entusiaste. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha detto a Obama: “Osama bin Laden era responsabile della morte di migliaia di persone innocenti; questa notte hanno vinto le forze della pace”. Poi, come tanti altri, ha avvertito: “Il terrorismo internazionale non è ancora sconfitto. Dovremo rimanere vigili”. Il primo ministro britannico David Cameron ha dichiarato che la morte di Osama bin Laden “porterà grande sollievo” in tutto il mondo. Persino il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha reagito positivamente. “Liberarsi di bin Laden – ha detto il suo portavoce Ghassan Khatib – è cosa buona per la causa della pace in tutto il mondo, ma ciò che conta è che siano superati i discorsi e i metodi violenti creati e incoraggiati da bin Laden e da altri nel mondo”.
Inspiegabilmente, però, mentre alla maggior parte della gente appare del tutto chiaro che è giusto rallegrarsi per la fine di un cervello del terrorismo, lo stesso buon senso non viene generalmente applicato all’ascesa di un’altra forza terroristica: Hamas. Anzi, alcuni degli stessi leader ed opinionisti che si sono precipitati ad acclamare l’uccisione di bin Laden sono gli stessi che assecondano Abu Mazen nel momento in cui si appresta a sottoscrivere un accordo di “riconciliazione” con un’organizzazione terrorista islamista che condivide – per sua esplicita dichiarazione – gran parte degli obiettivi, delle radici ideologiche e dei metodi di Osama bin Laden, e che ha fatto a gara con lui nel massacrare indiscriminatamente civili innocenti.
La responsabile della politica estera dall’Unione Europa, Catherine Ashton, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, i leader della Russia – tutti e tre paesi membri, con gli Usa, del Quartetto per il Medio Oriente – hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche di sostegno o condiscendenza verso la rinnovata unità fra Fatah, un partito che ha accolto con favore la fine di bin Laden, e Hamas, che non l’ha fatto e al contrario l’ha condannata. Persino l’amministrazione americana, che oggi giustamente raccoglie le congratulazioni di tutto il mondo per aver finalmente fermato bin Laden, dà ad intendere di credere che l’alleanza di Fatah con gli odiatori d’Israele di Hamas possa in qualche modo servire alla causa della pace.
Assai significativamente, per Ismail Haniyeh, capo del regime di Hamas sulla striscia di Gaza, l’eliminazione di Osama bin Laden è motivo di lutto e di protesta. Per Haniyeh e gli altri capi di Hamas, Osama bin Laden è un martire, e coloro che l’hanno ucciso sono dei criminali. E il “primo ministro” di Hamas a Gaza non ha nessuno scrupolo a dirlo apertamente. “Noi condanniamo l’assassinio di bin Laden, l’uccisione di un santo combattente arabo – ha dichiarato lunedì in conferenza stampa – Noi la consideriamo una continuazione della politica americana basata sull’oppressione e sullo spargimento di sangue arabo e musulmano”.
La reazione di Haniyeh non sorprende affatto. A parte alcune differenze circa la campagna di jihad globale di al-Qaeda rispetto alle più localizzate attività di Hamas puntate primariamente contro obiettivi israeliani, le due organizzazioni terroristiche islamiste – quella globale e quella palestinese – condividono pienamente l’ideologia di violenza indiscriminata e di morte in nome di una perversa interpretazione della volontà divina. Sia al-Qaeda, di Osama bin Laden, sia Hamas, emanazione della Fratellanza Musulmana, sono state profondamente influenzate dal teologo estremista egiziano Sayyid Qutb. Entrambe professano il credo della necessità di una jihad violenta per correggere supposte ingiustizie perpetrate in Medio Oriente contro i musulmani: in particolare dagli Stati Uniti e da Israele, ma anche da altri stati non musulmani e in generale dai “crociati dell’occidente”. Entrambe proclamano che i civili, comprese donne e bambini, sono bersagli legittimi. Entrambe sono intrinsecamente antisemite e strepitano continuamente contro presunte cospirazioni ebraiche ai danni del mondo intero (bizzarramente, Hamas sostiene addirittura nel suo statuto ufficiale che gli ebrei eserciterebbero la loro nefanda influenza a livello internazionale attraverso benevole organizzazioni come i Rotary e i Lions Club).
Eppure, mentre la comunità internazionale ha da tempo interiorizzato il concetto che un mondo senza al-Qaeda e senza bin Laden è senz’altro un posto migliore in cui vivere, il potenziale ritorno di Hamas come dirigenza politica predominante del popolo palestinese, non più soltanto nella striscia di Gaza ma anche in Cisgiordania, viene guardato nel migliore dei casi con grande serenità.
La miserabile, ma prevedibile, reazione di Hamas alla notizia della morte di Osama bin Laden non fa che ricordare a tutti i paesi che amano la libertà e condannano il terrorismo che il caporione del terrorismo globale e quelli del movimento terrorista palestinese appartengono alla stessa categoria.
È tragicamente paradossale che, mentre milioni di persone nei paesi di tutto il mondo celebrano spontaneamente la morte di uno dei peggiori cervelli della storia del terrorismo, ad un’altra velenosa rete terroristica viene accordata sempre più legittimità, e proprio da alcuni di quegli stessi paesi.

(Da: Jerusalem Post, 2.5.11)

Nell’immagine in alto: VIDEO Hamas, il nuovo alleato di Abu Mazen, condanna “l’assassinio del santo martire Osama bin Laden” (sottotitoli in inglese):
http://www.youtube.com/watch?v=VnJOMHDArQc

 




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10 maggio 2011

Stregoni e spiriti maligni il nuovo incubo degli ayatollah

di Bijan Zarmandili
RUBRICA IL CUORE DEL NEMICO. In Iran, con l'accusa di aver stabilito contatti con i Ginn, con gli spiriti e con le creature soprannaturali, sono stati arrestati i più stretti collaboratori di Mahmud Ahmadinejad, tra cui il consuocero e candidato a succedergli, Esfandiar Rahim-Mashei (articolo pubblicato su la Repubblica il 09/5/2011).

Non più i filo-occidentali, "Gharbi", i riformisti, "reformi", oppure i non-intimi, "Nakhodi": i nuovi nemici dell'Ayatollah Ali Khamenei, la Guida della rivoluzione, sono i "Khorafati", cioè i superstiziosi, in altre parole gli stregoni. Con l'accusa di aver stabilito contatti con i Ginn, con gli spiriti e con le creature soprannaturali, sono stati arrestati i più stretti collaboratori di Mahmud Ahmadinejad, tra cui il consuocero e candidato a succedergli, Esfandiar Rahim-Mashei. Gli endemici scontri tra le opposte fazioni in seno della Repubblica islamica assumono dunque valenze metafisiche e rischiano di produrre caos e melodrammi farseschi.

 

Intanto va detto che i cieli del mondo islamico sono da sempre popolati da eserciti di angeli e demoni, di Ginn e di spiriti di ogni genere. "Dì: Mi è stato rivelato che un gruppo di Ginn ascoltò il Corano, poi dissero: 'Davvero predicazione udimmo meravigliosa - che guida alla Retta Via; vi crediamo dunque e nulla più associeremo al Signore!" (Corano, sura dei Ginn 1-3). La metafisica e il soprannaturale sono stati e sono parte integrante dell'islam sunnita e in particolare di quello sciita, da secoli in attesa dell'arrivo de "'Imam-e-Gheib", cioè del dodicesimo imam scomparso, il Mahdi, che con la sua apparizione porterà sulla terra il regno della pace. L'ultima setta dei "Mahdion", degli adoratori di Mahdi, è nata in Iran negli anni Cinquanta per opera di un certo Ahmad Kafi, morto pochi anni prima della rivoluzione khomeinista. Probabilmente lo stesso Ahmadinejad è un suo seguace.

 

Nulla di straordinario, insomma, se con la Repubblica islamica si sono moltiplicate le associazioni che pretendono contatti con il soprannaturale. Gli sciiti credono che nella battaglia nel deserto di Karbala, dove fu ucciso il terzo imam, Hussein (626 a.c), un esercito di 4000 angeli era pronto a combattere al suo fianco. L'Ayatollah Khomeini più di una volta ha affermato che la sua impresa rivoluzionaria è stata aiutata da creature venute dall'al-di-là. Durante la guerra Iran-Iraq (1980-88) tutte le volte che le forze armate iraniane respingevano il nemico, Hashemi Rafsangiani, l'allora presidente, sosteneva che per sconfiggere il nemico "abbiamo avuto l'aiuto delle creature soprannaturali". In ogni angolo dell'odierno Iran si svolgono decine e decine di riunioni di ghostbusters, dove vengono convocati i Ginn e si svolgono cerimonie non troppo lontane dalla stregoneria. Akbar Ganji, il dissidente islamico in esilio, racconta la sua partecipazione ad alcuni riunioni di Ginnghir, di "acchiappaginn", ritenendo che fossero perfettamente in linea con i dettami della religione.

 

Ci sono tuttavia anche delle polemiche teologiche assai complesse nell'islam sciita circa il soprannaturale e, in primo luogo, su chi sarebbe autorizzato ai contatti con il "mondo assente" e con le sue creature. Tale privilegio, sostengono i fondamentalisti, è monopolio assoluto del Faghih, del Dotto che rappresenta l'Imam scomparso Mahdi. Fuori dalla casta degli ayatollah, qualsiasi tentativo di contatto autonomo con quel mondo è "khorafat" appunto, è superstizione, è stregoneria. Ed ecco la genesi del dissenso tra Ahmadinejad e Khamenei, ora trasformato in palese scontro politico. L'adorazione esibita e enfatizzata del presidente nei confronti del Mahdi spesso ha creato del malcontento negli ambienti dei fondamentalisti. Khamenei ha letto progressivamente dietro alla ripetuta rievocazione di Mahdi da parte di Ahmadinejad qualcosa di insidioso per il proprio ruolo di Velayate-Faghih, l'articolo della costituzione che gli attribuisce il potere di veto sulla totalità delle decisioni degli organi dello Stato.

 

Ma la nuova generazione dei rivoluzionari, nati e cresciuti nei fronti di otto anni di guerra, quella generazione che ha trovato in Ahmadinejad la sua espressione politica, era destinata a sentirsi in una camicia di forza cucita dalla vecchia casta degli ayatollah e dall'aristocrazia del clero sciita. Lo scontro tra Ahmedinejad e Khamenei ha avuto nel corso di questi ultimi sei anni diverse tappe, in cui il presidente ha rafforzato le proprie posizioni, mentre Khamenei ha cercato di non perdere terreno, accettando compromessi, ma anche resistendo all'ascesa di Ahmadinejad. Gli equilibri si sono rotti a distanza di due anni dalle prossime presidenziali, quando Ahmedinejad ha tentato d'imporre la candidatura del consuocero Rahim-Mashai, noto per il suo nazionalismo e per le sue idee non conformi con la Guida, in particolare in materia di politica estera. A quel punto si è capito che in ballo c'è l'autorità del Velayat-e-Faghih e la mutazione della stessa geografia politica del paese. Con Ahmedinejad che si oppone all'autorità di Khamenei, l'intera opposizione, quella riformista e quella nata dal movimento verde, sarà costretta a prendere posizione, polarizzando l'intera dialettica politica.

 

In questa nuova ingarbugliata situazione non possono che essere coinvolte anche le forze armate, i Pasdaran e i Basiji, come la borghesia nazionale e i bazari, insieme ai ceti e alle classi meno abbienti rurali oppure urbane: una prospettiva caratterizzata da parecchie incertezze per un paese, considerato fondamentale per i rapporti di forza nella regione mediorientale, già scossa dalle rivolte delle masse arabe.

 

Bijan Zarmandili, scrittore e corrispondente di Limes per l'Iran. Vedi il suo blog Il cuore del nemico




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10 maggio 2011

Pace fra Hamas e Fatah

 

 
 

Il 4 maggio 2011 Hamas e Fatah hanno celebrato il nuovo accordo di pace che dovrebbe teoricamente mettere fine a un divorzio durato 4 anni. Molti credono che ora la strada verso la nascita di uno stato palestinese e un accordo di pace con gli Israeliani sarà più semplice; ma le cose stanno diversamente.

Gli islamisti di Hamas e i ‘laici’ di Fatah sono da sempre rivali ideologici, e la loro divisione è accentuata dalla geografia – con la striscia di Gaza controllata da Hamas e la Cisgiordania da Fatah. Le due fazioni non hanno soltanto divergenze personali e ideologiche, ma sono rivali fra di loro su tutti i punti  cruciali: la gestione della sicurezza dello stato, la divisione dei finanziamenti e la spartizione del potere – tant’è che non sono nemmeno riuscite a decidere chi avrebbe preso per primo la parola alla cerimonia di pacificazione!

L’incontro e l’accordo sono stati gestiti dall’Egitto, che cerca di ritrovare un ruolo attivo ed egemone nella politica regionale, non sgorga da necessità davvero sentite dai dirigenti dei due gruppi.

Fatah ha avuto il monopolio del potere in Cisgiordania fino a quando Hamas ha vinto le elezioni nel 2006, e non ha intenzione di cedere il potere agli avversari – pur avendo perso l’appoggio e la fiducia di buona parte della società palestinese. Perciò la strada verso una ‘reale’ pacificazione sarà davvero tortuosa. Israele ha interesse a mantenere i Palestinesi divisi per evitare che proclamino unilateralmente lo stato e soprattutto perché non scatenino una nuova intifada.

Ironicamente l’accordo Fatah-Hamas non aiuterà il processo di pace: fino a quando Hamas non riconoscerà il diritto a esistere di Israele e non rinuncerà alla violenza, Gerusalemme si opporrà a qualsiasi negoziato.

 

 




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10 maggio 2011

Dimagrire mangiando la pasta a cena? Si può!

Dimagrire con la pasta

L’estate si avvicina e la prova costume anche e se vogliamo perdere peso dovremmo tenere in considerazione un nuovo studio scientifico sull’alimentazione che contrariamente a quello che si pensa, consiglia di consumare la pasta a cena piuttosto che a pranzo per dimagrire. Quello che già si sapeva grazie a recenti studi è che che inserire i carboidrati in orari differenti durante la giornata, portano a differenti effetti sul nostro peso, ma la scoperta che è stata fatta dai ricercatori dell’Università di Gerusalemme è la dimostrazione che per dimagrire è meglio scegliere di mangiare la pasta la sera.
L’esperimento è stato fatto su due gruppi di persone, che soffrivano di obesità, a cui era stato prescritto lo stesso regime alimentare. Ma a uno dei due gruppi è stato imposto di consumare i cibi ricchi di carboidrati , come pasta e pane, più che altro nelle ore serali. Il risultato è stato che dopo sei mesi le persone che seguivano questa direttiva, avevano perso più peso e avevano avuto una significativa riduzione della massa grassa e di conseguenza della circonferenza addominale.
Oltre a questo i pazienti in questione presentavano valori migliori nei livelli di colesterolo e glucosio nel sangue, e avevano meno fame degli altri.
Quindi non è sempre vero che la pasta fa ingrassare e che va bandita dalle diete, si tratta di capire quanta ne possiamo mangiare (non troppa!) e sopratutto quando la consumiamo. I medici spiegano che il fenomeno è regolato da due ormoni che si chiamano leptina e l’adiponectina.
Il rilascio di questi ormoni pare che cambi proprio in base al consumo serale dei carboidrati, che permetterebbe quindi innescare la fase di dimagrimento. Questa è naturalmente una bellissima notizia e tutti quelli che per perdere qualche chilo si astenevano dal mangiare la pasta, possono fare un passo indietro. Il consiglio però è di non affidarsi al fai da date, ma di parlarne con un medico nutrizionista che prescriverà il regime alimentare più adatto.




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10 maggio 2011

Iran: fanno tardi la sera, Facebook vietato ai calciatori

 

TEHERAN- Facebook vietato ai calciatori iraniani, colpevoli di far tardi al computer e di fare troppe polemiche sulle partite: l'ordine, scrive oggi il sito Khabaronline, e' stato impartito dalla Lega calcio alle squadre, che dovranno sorvegliare i loro giocatori perche' rispettino il divieto. ''Molti calciatori sono membri di social sites, mettono fotografie sulle loro pagine e coltivano i rapporti con i tifosi'', rileva la Lega, con accento negativo.(ANSA).




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10 maggio 2011

Medio Oriente – le donne sfregiate con acido

Medio Oriente – le donne sfregiate con acido

MEDIO ORIENTE, SFREGIATE CON ACIDONon potevo aprire gli occhi, era come se le palpebre fossero incollate, mi sentivo tutto il viso gonfio. Questa è solo una delle tante testimonianze di donne, ragazze, bambine (perché a 12 anni si è ancora bambine) che hanno subito una gravissima violenza fisica, ma anche perso la propria identità, il proprio passato, e anche il proprio futuro a causa dell’acido solforico che in pochi minuti le ha sfregiate per sempre.

 

Pakistan, Bangladesh, ma sempre più spesso anche in Afghanistan e nel Medio Oriente; questi i paesi dove chi rifiuta di sposarsi o di una richiesta di divorzio, donne dai 12 ai 27 anni rischiano di essere “punite” con un bicchiere di acido gettato in viso, rovinando in un istante i tessuti della pelle in maniera irrimediabile, causando la perdita della vista e compromettendo i movimenti del viso fino a doversi nutrire di soli liquidi mediante una cannuccia.

 

L’acido corrosivo si trova facilmente in commercio a costi molto bassi, la maggior parte delle violenze avviene nelle zone povere e spesso le donne che ne sono vittima non possiedono il denaro necessario per coprire gli enormi costi delle operazioni chirurgiche. Donne fantasma, private dell’identità, emarginate dalla società, abbandonate dalla famiglia. Il primo caso documentato di violenza con acido solforico si ha nel 1967 a causa di una proposta di matrimonio rifiutata, nel 1979 il Bangladesh sottoscrive la convenzione Onu per eliminare la discriminazione contro le donne, negli anni ’80 le violenze però invece di diminuire vanno aumentando, raggiungendo il picco massimo nel 2002 con 485 donne colpite. Nel 1995 viene decisa la pena di morte per chi commette questi reati.

 

Nascono numerose organizzazioni internazionali con lo scopo di dare un sostegno concreto, “l’Acid Survivors Foundation“ che ha l’appoggio dell’UNICEF, in Italia nel 2000 viene creata “smileagain” e la “Coopi” che raccoglie fondi per l’assistenza medica nei paesi sottosviluppati oltre ad agire con campagne di sensibilizzazione. Chi commette queste violenze, spesso viene protetto dalle autorità e dalla società perché una donna che offende un uomo rifiutandolo merita una punizione, vi sono stati casi in cui le vittime, spesso bambine si erano rifiutate di avere rapporti sessuali con uomini adulti e anziani e per questo hanno subito il trattamento dell’acidificazione.

Melania toniolo



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9 maggio 2011

Yom Ha'atsma'ut (Giorno dell'Indipendenza)

 
 
 

Il giorno dell'Indipendenza, festa nazionale israeliana, commemora la Dichiarazione di Indipendenza di Israele e la fine del Mandato Britannico, ed è l'unica festività piena del calendario decretata per legge che non provenga da una tradizione millenaria. La ricorrenza cade nel 5o giorno del mese ebraico di Iyar, dalla fine di aprile a metà maggio, il giorno in cui, nel 1948, David Ben Gurion, primo premier israeliano, dichiarò l'indipendenza della nazione. Yom Ha'atsma'ut venne decretata piena festività tramite una legge emanata dallo Knesset nel 1949, nel corso degli anni le tradizioni celebrative si sono evolute, e ad oggi è divenuta anche una festa delle famiglie, che si recano nei luoghi più belli della nazione per trascorrere un giorno di picnic in compagnia. La ricorrenza inizia la sera del 5o giorno di Iyar, al termine di Yom Hazikaron, il Giorno della Memoria dei Caduti delle Guerre di Israele, con una particolare cerimonia che esalta la transizione dal giorno di lutto alla festa dell'Indipendenza, e la cerimonia principale avviene ad Har Herzl (Monte Herzl), a Gerusalemme. Nel corso della festività, sempre a Gerusalemme si disputa il World Bible Quiz e, con una speciale cerimonia, viene consegnato il prestigioso Israel Prize ai vincitore dell'anno. Nel Giorno dell'Indipendenza molte attività si fermano, ma caffé, ristoranti e luoghi di intrattenimento rimangono aperti, poiché non si tratta di una celebrazione religiosa.

 

Consuetudini

 

Bandiere - Le bandiere israeliane colorano case, portici e automobili, spesso affiancate a decorazioni variopinte.

 

Intrattenimento - Consiederata la natura laica di Yom Ha'atsmo'ut, la tradizione si è evoluta in un libero intrattenimento da parte di artisti, ballerini e comici che, alla vigilia della festa, vanno in scena nei centri cittadini e nelle comunità con uno spettacolo spesso accompagnato da fuochi d'artificio, richiamando una grande folla nelle strade delle città e dei villaggi.

 

Barbecue - Il Giorno dell'Indipendenza è diventato una informale festa del barbecue, in cui le famiglie, portando con sè enormi quantità di carne, organizzano picnic in ogni area verde del paese.

 

Visita agli accampamenti dell'esercito - Molti accampamenti militari durante questa festa vengono aperti al pubblico, offrendo agli israeliani l'opportunità di osservare armi, imbarcazioni militari, carri armati e aerei da combattimento.

 

Cinema israeliano - I canali televisivi locali dedicano i loro programmi alla ricorrenza, e spesso trasmettono vecchi films israeliani divenuti di culto.

 

Preghiera - Anche se si tratta di una festa nazionale e non religiosa, i Sionisti religiosi recitano una speciale preghiera composta dal rabbino capo, che talvolta include il suono dello shofar, il corno di montone in cui si soffia durante alcune festività.

 

Informazioni importanti

 

Molti luoghi di campagna durante Yom Ha'atsm'ut divengono affollati, poiché è l'unica festività in cui gli ebrei sia laici che religiosi possono viaggiare. Perciò, considerando che molti israeliani si recano in gita fuori porta, potrebbe essere che i turisti, al contrario, desiderino rimanere in città, dove le strade principali sono comunque movimentate.




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9 maggio 2011

Rai News 24: l'infamia è in onda (e la risposta non arriva)


Un gruppo di esponenti della comunità degli Italkim (fra cui Sergio Della Pergola, Angela Polacco e Vito Anav) scrive alla redazione di Rai News 24 riguardo alle infamie deliranti finite in onda recentemente sul caso Arrigoni. Ma invano. Ecco la lettera cui nessuno, dal servizio pubblico, si degna di dare risposta. . 

 

Siamo un gruppo di ascoltatori di Rai News 24, residenti in varie città in Israele. Con profonda indignazione abbiamo seguito i servizi del canale sull'uccisione, nella zona di Gaza, dell'operatore italiano Vittorio Arrigoni da parte di terroristi palestinesi. 
Il lavoro di Rai News in questa penosa vicenda è stato di una incompetenza e di una parzialità vergognose, tali da stravolgere qualsiasi concetto di professionalità, di corretta informazione, di cronaca equilibrata in una situazione di conflitto. 
Abbiamo aspettato inutilmente questa settimana un contraddittorio alle trasmissioni di Rai News 24, andate in onda venerdi 15 aprile e dedicate alla memoria di Vittorio Arrigoni, che hanno visto la televisione pubblica responsabile di aver sostenuto tesi calunniatrici nei riguardi dello Stato di Israele e del popolo ebraico. 
Un'analisi accurata dei materiali andati in onda e facilmente accessibili su internet potrebbero essere alla base di una denuncia per calunnia aggravata nei confronti di Rai News 24 e in generale della Rai - azione che ci riserviamo di compiere qualora non ci venissero fornite pronte e adeguate spiegazioni e scuse ufficiali per l'avvenuto. 
Ci saremmo aspettati che dopo le prime 24 ore di reportage "a caldo", concitati, emotivi e inaccurati, ci fosse almeno una smentita rispetto a tutte le tesi calunniose proposte dai vari intervistati che, senza prove e senza dubbi, hanno subito avuto la certezza dei "veri mandanti" dell'assassinio di Vittorio Arrigoni - ossia che nella loro pazzesca fantasia fossero lo Stato di Israele e vari movimenti ebraici estremisti. 
Gran parte della stampa nazionale ed internazionale, con molta più professionalità, equilibrio e onestà intellettuale ha riportato le dichiarazioni di Hamas (che le rammentiamo, è riconosciuto dall'Italia e in sede europea e internazionale come organizzazione terroristica) che si assumeva la piena responsabilita' dell'accaduto. Sarebbe bastato tradurre il testo del video che ritraeva l'Arrigoni picchiato e bendato, e il motivetto musicale di sottofondo, per capire chi si è reso responsabile di questo assassinio - ossia gruppi terroristici legati direttamente o indirettamemte al governo di Hamas a Gaza. 
Vogliamo rilevare in particolare la faziosità della trasmissione condotta da Annamaria Esposito, nel pomeriggio di venerdi 15 aprile, nella quale intervistava Maurizio Fantoni Minella. Ci sarebbe da fare un'analisi approfondita sulla tipologia mediatica usata da Rai News 24 e dal personale in studio e sul campo, ma ci limiteremo solo a alcuni aspetti.

    In genere in un'intervista un conduttore pone delle domande ed aspetta che l'intervistato risponda più diffusamente: in questo caso la Esposito non si è limitata a porre le domande ma ha addirittura guidato l'interlocutore su argomenti da lei stessa suggeriti. Da notare che la Esposito ha parlato per 4.10 minuti circa, a fronte dei 5.22 minuti del suo interlocutore. Si è trattato dunque di una finzione di intervista, un pretesto perché la Esposito potesse liberamente esternare il suo pensiero, usando un interlocutore acquiescente.

  1. Quando l'intervistato Fantoni Minella, sicuro che il mandante fosse Israele, attraverso l'esercito o i servizi segreti, oppure non meglio identificati "ebrei ortodossi" radicali, o estremisti della destra ebraica, ha esposto questa tesi assolutamemte infondata, mai l'intervistatrice ha obiettato che ci potessero essere altre spiegazioni, richiamando per esempio altre responsabilità. Tutto questo avveniva, mentre in quello stesso momento un gruppo palestinese aveva già rivendicato l'azione.
  2. Entrambi i personaggi hanno continuato a parlare di "integralisti ebrei", "ebrei ortodossi", "estremisti della destra israeliana", mettendo nel calderone tutti, in un crescendo dialettico tipico della peggiore espressione antisemita. L'apice è stato raggiunto nell'affermazione che gli unici israeliani buoni sono "coloro che si vergognano della politica del loro paese, mentre tutti gli altri non conoscono né cosa sia la civiltà né la democrazia". Eppure Vittorio Arrigoni sapeva benissimo che fidarsi di Hamas, che democratico e filo-occidentale non è, avrebbe potuto essere pericoloso per lui.
  3. La conclusione del loro "dialogo" non poteva che essere conseguente: secondo il duo Esposito-Fantoni Minella il rapimento era "un falso", ormai "smascherato", pertanto si trattava di una "esecuzione " palesemente eseguita da chi aveva tutto l'interesse a far fuori Arrigoni, e cioé tutti quelli sopra citati.

Ci sembra che questa bieca demonizzazione di Israele e del mondo ebraico faccia parte di un disegno politico ben noto e molto pericoloso. Purtroppo il triste episodio di Vittorio Arrigoni ne è la prova. E, tragicamente, Arrigoni è stato ucciso proprio da coloro i quali nella loro carta costitutiva includono un preciso riferimento al documento antisemita dei "Protocolli dei Savi Anziani di Sion". 
Alla fine, i presunti esecutori del delitto sono stati uccisi dalle forze di polizia di Hamas. Bell'esempio anche questo di giustiza sommaria fuori da qualsiasi concetto di legalità giuridica. 
Parteggiare per Hamas ha un significato riprovevole, in modo particolare per noi israeliani, perché significa sostenere un movimento che nel suo statuto inneggia all'eliminazione non solo di Israele come Stato, ma di ogni ebreo come individuo (vedi art. 7 dello statuto di Hamas). 
Sarebbe stato più opportuno che Rai News 24, come organo di informazione pubblico, avesse preso le distanze dalle affermazioni deliranti e menzognere mandate in onda, ma ciò non è avvenuto. 
Sarebbe stato opportuno almeno riparare a tutte le interviste offensive e tendenziose trasmesse venerdi 15 aprile, ma questo non è avvenuto. 
In una testata giornalistica seria, i responsabili sarebbero stati richiamati alle loro responsabiità, ma questo non è avvenuto. 

Ucei




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9 maggio 2011

È giusto festeggiare la morte di Bin Laden? L’etica ebraica

 
 
Benjamin Netanyahu (Credits: Epa/Jim Hollander Pool)

Benjamin Netanyahu (Credits: Epa/Jim Hollander Pool)

Anna MomiglianoTra chi ha espresso soddisfazione per l’uccisione di Osama Bin Laden, naturalmente, c’è anche il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu. Che ha definito il fatto come “una vittoria per la giustizia, per la libertà e per i Paesi democratici che combattono fianco a fianco contro il terrore”.

Da notare, però, che Netanyahu (forse pensando più al pubblico israeliano che a quello internazionale) è stato molto cauto nel scegliere le sue parole. E soprattutto si è ben guardato dal definire l’uccisione del padre di Al Qaeda un evento da “festeggiare”. Perché secondo l’Ebraismo “festeggiare” la morte di qualcuno, fosse anche il più temibile e odiato tra i nemici, è una faccenda estremamente controversa. Infatti nella Bibbia sta scritto Quando il tuo nemico cade, non gioire.

Sembra semplice, no? E invece la faccenda è assai complicata, dal punto di vista dell’etica ebraica. Perché i testi religiosi, soprattutto l’Antico Testamento e il Talmud, offrono interpretazioni contrastanti su cosa sia lecito o no provare nei confronti del nemico ucciso in battaglia.

Proprio prendendo spunto dai festeggiamenti cui abbiamo assistito in tutto il mondo in occasione della morte di Bin Laden, ha fatto una riflessione interessante il rabbino Tzvi Freeman, la cui analisi è stata tradotta in italiano e resa pubblica in rete da Chabad-Lubavitch, una delle principali associazioni religiose ebraiche internazionali.

Freeman parte commentando l’Antico Testamento, dove già troviamo i primi paradossi: Re Salomone scrive nel libro dei Proverbi 11,10: “Quando i malvagi periscono, c’è un canto gioioso”. Sembra molto esplicito, tuttavia lo stesso autore dice, nello stesso libro, 24,17-18: “Quando il tuo nemico cade, non gioire, e quando inciampa, che il tuo cuore non esulti, nel caso che il Signore veda e ne sia scontento, e tolga la Sua ira da lui”.

Per poi proseguire con il Talmud, che offre una visione altrettanto complessa. In Sanhedrìn 113b è scritto: “Quando i malvagi periscono da questo mondo, viene portato del bene nel mondo, com’è scritto, quando i malvagi periscono, c’è un canto gioioso”… Nello stesso volume, 39b, dice poi: “Quando gli Egizi stavano annegando nel Mar Rosso, gli angeli volevano cantare. Il Signore disse loro, l’operato delle Mie mani sta annegando nel mare e voi volete cantare?”.

In altre parole, le scritture ebraiche tendono, come sempre, a porre delle domande più che a fornire risposte belle che e pronte all’uso. Ma certamente sono uno spunto sull’opportunità di mantenere una certa pacatezza anche davanti alla scomparsa del re del terrore.

Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher




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9 maggio 2011

Usa, Al Qaida non ancora sconfitta

 

 

(ANSA) Gli Stati Uniti non possono considerare Al Qaida ‘’strategicamente sconfitta” ma l’uccisione di Obama bin laden e’ un importante passo in avanti nella distruzione dell’organizzazione terroristica. Lo ha detto il consigliere per la sicurezza nazionale di Barack Obama, Tom Donilon, secondo il quale Ayman al-Zawahri, numero due di Al Qaida, e’ ”lungi dall’essere un capo” come lo e’ stato Bin Laden.




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9 maggio 2011

Il terrorismo dopo Bin Laden

Secondo Al Qaeda, la morte del suo fondatore Osama Bin Laden è una “maledizione” per gli Stati Uniti. Il network del terrorismo islamico esorta il Pakistan alla rivolta e i musulmani di tutto il mondo alla vendetta. Ma la creatura dello sceicco del terrore ha un futuro anche se priva del suo storico fondatore?

Si è detto e ripetuto in tutte le analisi che, ormai, Bin Laden fosse più un’icona che non un vero e proprio comandante. Nell’ultimo decennio Al Qaeda, che già era nata con una struttura fortemente decentrata (ogni cellula era autonoma, solo le direttive principali provenivano da Al Qaeda Centrale, di cui Osama era a capo), si è via via rarefatta. Oggi ogni cellula fa da sé. Si tratta di una federazione di varie sigle del terrorismo jihadista che si pongono autonomamente sotto la supervisione di Al Qaeda per inserirsi in una lotta globale contro l’Occidente e avvalersi dei fondi che vengono attratti da quel “marchio”. Il sistema è stato giustamente paragonato al “franchising”, proprio come quei ristoranti che si associano a McDonald’s. Anche se qui stiamo parlando di bombe e rapimenti e non certo di hamburger. E così ritroviamo, ad esempio, un grande gruppo terroristico algerino, quale il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, assumere il marchio della casa madre e diventare Al Qaeda nel Maghreb. Abbiamo gli Shebaab, i guerriglieri delle corti islamiche in Somalia, che combattono nel nome della causa di Al Qaeda. Anche sotto il comando di un integralista islamico americano (Abu Mansur “Al Amriki”) che diffonde la sua propaganda in perfetta lingua inglese negli Stati Uniti.

Questo arcipelago di associazioni non ha più bisogno di un capo per continuare a svolgere la propria attività di guerriglia o terroristica a seconda dei Paesi in cui opera. La regione del mondo in cui è ancora forte è la regione del Mare Arabico. Sia la costa settentrionale (Yemen) che quella meridionale (Somalia) sono dominate da bande armate affiliate ad Al Qaeda. La Somalia è ormai quasi del tutto dominata dagli Shebaab. Lo Yemen rischia di diventare una seconda Somalia, se, dopo un mese di proteste contro il dittatore Saleh, qualcosa dovesse andare troppo storto nel processo di transizione dalla tirannia a un nuovo governo più democratico. L’attività dei pirati somali nel Mare Arabico “produce”, in media, 200 milioni di dollari all’anno, estorti con il sequestro di navi mercantili e dei loro equipaggi. Almeno una parte di questo bottino va a finanziare le casse degli islamisti orfani di Osama, sia in Somalia che nello Yemen.

L’altra roccaforte di Al Qaeda è, come detto, il Maghreb, dove operano i salafiti. Algeria, Mauritania, Mali e Niger sono diventati Paesi a rischio, soprattutto nelle loro regioni desertiche e lungo le loro sterminate e incontrollabili frontiere. Fra stranieri rapiti e liberati dietro riscatto, traffico di schiavi e donazioni di facoltosi integralisti simpatizzanti, si stima che Al Qaeda nel Maghreb riesca a raccogliere una media di 15 milioni di dollari all’anno.

Poi restano i vecchi campi di battaglia: Iraq e Afghanistan. Qui, però, l’organizzazione terroristica è più debole, proprio perché è stata ridotta ai minimi termini dagli interventi militari occidentali. Il Pakistan, comunque, resta la principale base ideologica e la principale fonte di finanziamento. I soldi arriverebbero anche da canali “ufficiali”, se è vero, come denunciava due settimane fa l’ammiraglio americano Mike Mullen, che una parte deviata del servizio segreto (Isi) sponsorizza il terrorismo. E’ sempre in Pakistan che si nasconderebbe l’attuale “numero 1” di Al Qaeda, l’ideologo e braccio destro di Bin Laden Ayman al Zawahiri. Secondo la stampa saudita, sarebbe stato proprio lui a “vendere” Osama per prendere il comando dell’organizzazione. Ma siamo sempre nel regno delle ipotesi.

Altri terroristi pluri-ricercati potrebbero prendere il posto dello sceicco del terrore. Abu Yahya al Libi (libico) è considerato il principale “astro nascente”. Poi è sospetto anche Saif Al Adel, egiziano come Zawahiri. Secondo la rivista Newsweek, invece, il prossimo Bin Laden sarà il meno noto Ilyas Kashmiri. Due leader della rete del terrore (uno saudita e l’altro turco) sono stati uccisi dai russi nelle scorse settimane: il Caucaso settentrionale, storico campo di battaglia della jihad internazionale, è un altro fronte in cui si è fortemente indebolita dopo due decenni di guerriglia. L’informazione russa, comunque, è volutamente vaga, non distingue fra Al Qaeda e il Fronte del Caucaso (organizzazione che ha rivendicato anche l’ultimo attentato contro l’aeroporto Domodedovo di Mosca), dunque è più difficile stabilire quanto sia forte l’organizzazione del fu Osama in quelle terre. Senza trascurare l’Asia orientale (Thailandia, Filippine e Indonesia hanno tutte un grave problema qaedista nel loro territorio), non dimentichiamo che Al Qaeda esiste ancora anche in Europa. Non è passato nemmeno la metà di un anno da quando è stata smantellata una cellula di Amburgo. Le rivelazioni di Wikileaks su Guantanamo ci mostrano anche una Londra divenuta centro di reclutamento e smistamento di terroristi. Qui (anche in Europa) sono i leoni.

L'Opinione 8 maggio 2011

 

 

 




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