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  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
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16 maggio 2011

Di deficienti ed ignoranti e' pieno il mondo!


 

 


No, non ho scritto la verita', mi dovete scusare!
Volevo dire che solo dei porci ignoranti, di qualsiasi credo possano essere, riescono ad imbrattare i muri di quello che resta del Ghetto di Varsavia!!!
Muri che hanno visto IL MALE assoluto!

 



 




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16 maggio 2011

Olocausto, 16 novembre 1940: Varsavia diventa la sede del grande “ghetto ebraico” europeo

 

Il ghetto di Varsavia fu istituito dal regime nazista nel 1940 nella città vecchia, fu il più grande ghetto europeo. L'intera zona, oggi tristemente nota come l'antico "ghetto ebraico" di Varsavia, prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale era abitata in prevalenza da ebrei, i quali costituivano la più grande comunità ebraica dopo quella di New York.

 

Il quartiere, detto Nalewki, era pieno di condomìni e privo di spazi verdi; vi si parlavano l'yiddish, l'ebraico e il russo (dagli ebrei che erano fuggiti dalla Russia) e gli abitanti avevano la libertà di spostarsi e stabilirsi anche negli altri quartieri della città.

Con l'inizio della seconda guerra mondiale, i nazisti trasformarono l'intera zona in ghetto erigendo il 16 novembre 1940 un muro che la circondava completamente e iniziando un processo di distruzione e devastazione che culminò nel 1943, quando il 19 aprile l' Organizzazione ebraica di combattimento si rivoltò alla presenza tedesca con lo scopo di sfidare i nazisti e morire con dignità ed onore; il ghetto fu completamente raso al suolo.

Già precedentemente erano state uccise centinaia di migliaia di persone: all'inizio, il ghetto ospitava 450.000 ebrei, che occupavano circa il 4% della superficie totale del comune di Varsavia pur rappresentando il 30% della popolazione; questo causò immaginabili problemi di sovraffollamento e gli abitanti del ghetto furono costretti a vivere anche in dieci dentro ad una sola stanza.

 

Varsavia, cuore del ghetto
Varsavia, cuore del ghetto

Ufficialmente, esisteva un'amministrazione, il Consiglio Ebraico (Judenrat), ma si trattava solo di una copertura per eseguire ordini nazisti: sterminare gli abitanti del ghetto, creando condizioni drammatiche e adottando la strategia della paura e del terrore.

 

I nazisti introdussero il lavoro schiavistico nelle fabbriche ebraiche, dopo essersene impadroniti, e nell'estate del 1942 cominciò l'evacuazione del ghetto e il trasporto degli abitanti verso i campi di sterminio (principalmente Treblinka) dove trovarono la morte oltre 300.000 persone nelle camere a gas.

Dopo la fine della guerra, la zona fu completamente ricostruita con complessi residenziali, ma vi furono poi costruiti numerosi monumenti in memoria degli orrori.

La "Via della Memoria" (Trakt Mêczeñstwa i Walki ¯ydów), all'interno dell'antico ghetto, ricorda oggi le atrocità commesse in quegli anni.

 

Varsavia, ghetto
Varsavia, ghetto

Si parte dal Monumento agli Eroi del Ghetto (Pomnik Bohaterów Getta), eretto nel 1948 dallo scultore Natan Rapaport e dall'architetto Marek Suzin.

 

Il monumento rappresenta uomini, donne e bambini che lottano tra le fiamme che lentamente divorano il ghetto, e una processione di ebrei condotti ai campi di concentramento dalle baionette naziste.

Il percorso della Via della Memoria è segnato da 16 blocchi di granito, con iscrizioni in polacco, yiddish ed ebraico, che commemorano i 450.000 ebrei uccisi nel ghetto e gli eroi della rivolta.

Poco lontano si trova anche il "Monumento al Bunker" (Pomnik Bunkra), un grosso masso posto su una collinetta che ricorda la posizione del bunker dal quale Mordechaj Anielewicz dette inizio alla rivolta.

 

Memoriale degli eroi del ghetto
Memoriale degli eroi del ghetto

Alla fine, fece esplodere il bunker e si suicidò.

 

La Via della Memoria termina col "Monumento dell'Umschlagplatz" (Pomnik Umschlagplatz), finito nel 1988, nello stesso punto in cui circa 300.000 ebrei vennero caricati su vagoni bestiame e spediti nei campi di concentramento.

La forma, infatti, ricorda proprio quella di un vagone del treno; è in blocchi di marmo nero e bianco e sulla sua superficie sono incisi i nomi di centinaia di abitanti del ghetto.

 

“C’è una disperazione che consiste nel non sapere che si vive disperati.” (Un ebreo)

Stefano Faraoni

 



 




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16 maggio 2011

Le amazzoni anti-terroristi del presidente


 


 

 

 
Sono quasi tutte donne gli agenti del secret service che proteggono Barack Obama nell’ultimo tour prima del voto di Midterm e l’accresciuta minaccia di Al Qaeda si vede da procedure di sicurezza insolite, più rigide. Sebbene Obama scelga di non parlare nei comizi del pericolo dei pacchi-bomba, l’ombra del terrorismo si proietta sull’ultimo miglio della campagna, come avvenne prima delle presidenziali del 2004 e del voto di Midterm del 2006, quando alla Casa Bianca c’era George W. Bush.

Oggi come allora si teme che Al Qaeda voglia colpire l’America nel momento in cui l’affluenza ai seggi ne celebra il sistema democratico. A descrivere l’allerta in questa occasione è l’agenda degli spostamenti del presidente - modificata all’ultim’ora per consentirgli di parlare al telefono col premier britannico e il re giordano - come anche dall’assetto del travel team perché alcuni dei più stretti collaboratori sull’Intelligence hanno seguito Obama sull’Air Force One. Anche l’imminente partenza per l’Asia ne risente: il secret service ha imposto al presidente di portarsi sei limousine blindate.

maurizio molinari la stampa

 



 




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15 maggio 2011

L'Azerbaigian e i piani europei per l'energia

 

 
 

L’UE ha invitato i promotori ad accorpare il Progetto Nabucco e l’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia per ridurne i costi, e per aver maggior peso ai fini di ottenere la concessione sui giacimenti di Shah Deniz II (Azerbaigian), di cui a giugno verranno assegnati i diritti di sfruttamento.

L’Azerbaigian è un partner strategico per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento dell’UE, che dipende dalla Russia per un quarto del gas che consuma. L’Azerbaigian è una pedina importante per i piani studiati dal’UE finora; Bruxelles potrebbe teoricamente ottenere gas anche da Iraq e Iran, ma la situazione geopolitica non lo permette.

Il gasdotto Nabucco dovrebbe costare $10,5 miliardi e trasportare 31 miliardi di metri cubi di gas all’anno dall’Azerbaigian all’Europa sudorientale attraverso la Turchia.

L’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia  dovrebbe costare $3,4 miliardi e trasportare 11,8 miliardi di metri cubi di gas all’anno dall’Azerbaigian all’Italia attraverso Turchia e Grecia.
 

L’Interconnettore Azerbaigian-Georgia-Romania  dovrebbe costare  $3-7 miliardi e trasportare 7 miliardi di metri cubi di gas azero verso un impianto di liquefazione sul Mar Nero, in Georgia, da cui proseguirà via mare verso un rigassificatore romeno sul Mar Nero.

Vi sono però diversi ostacoli da affrontare: innanzitutto è tecnicamente molto difficile  – ma non impossibile – costruire condutture attraverso le montagne della Turchia orientale e sott’acqua (es. Mare Adriatico).  Ma soprattutto occorre essere certi di avere un fornitore affidabile. Per questo l’UE ha deciso di puntare sull’Azerbaigian. 

Attualmente tutto il gas azero va ai suoi vicini: Turchia, Russia, Iran e Georgia. I giacimenti di Shah Deniz II nel Mar Caspio, che non saranno utilizzabili per di alcuni anni, permetterebbero di aumentare la produzione azera dagli attuali 10 miliardi di metri cubi a 25 miliardi di metri cubi l’anno.

Baku sta giocando su più tavoli per ottenere il massimo da tutti i partner (UE, Russia, Iran e Turchia): recentemente la Russia ha offerto di pagare il gas azero al di sopra del prezzo di mercato purché non venga venduto all’Europa. Il governo azero vorrebbe convincere gli Europei a offrire la stessa cifra dei Russi: così potrebbe vendere il gas all’UE senza irritare troppo il Cremlino, e incassare anche di più. In fondo all’Azerbaigian non importa molto chi avrà la gestione dei giacimenti, ma quando i progetti diverranno realtà.

 



 




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15 maggio 2011

BEZNESS… OVVERO come fregare le donne occidentali e farla franca


 

 

 

 Storia vera di Sabrina
SABRINA: “SAND IN DER SEELE” (storia edita nel libro omonimo)
Relazione con un tunisino


Sabrina vive una crisi matrimoniale. Per ritrovare un po' di equilibrio interiore, decide di "staccare" e prendersi un "last minute" al mare. Arriva a Zarzis, in Tunisia, vicino al confine libico.
 
Alla "reception" dell'hotel incontra un uomo, che le cambierà la vita.
 
Incredibile da credere, quest'uomo appena la vede, capisce che lei diventerà sua moglie. Durante due settimane si frequentano e lui non cerca mai di toccarla. Ma alla partenza di lei, Sabrina lo abbraccia. A parte un singolo bacio, fra i due non era successo niente. Lui ha continuato a dirle di essere sicuro di volerla come moglie. E a lei questa cosa è entrata in testa, tanto che alla fine della vacanza lei si era innamorata di lui.
 
Dopodiché Sabrina cerca di dimenticare quest'uomo. Ma dopo due mesi era ancora a Zarzis, fra le sue braccia. Questa volta scoppia la passione, e lei capisce che lui è l'uomo dei suoi sogni.
 
Si separa definitivamente dal marito, e dopo due mesi guida fino in Tunisia con la sua auto, per restare là un paio di mesi. È il paradiso. Dopo un anno si licenzia dal suo posto di Redattrice capo presso la Casa editrice dell'ex-marito, per trasferirsi definitivamente in Tunisia, dove sposerà il suo grande amore. Concretizza anche il sogno di vivere in una casa bianca di fronte al mare. Siccome là non può lavorare, fa costruire anche un appartamento di vacanza, da affittare ai turisti, e vive della sua rendita.
 
Sperimenta la vita orientale genuina, si confronta con la Cultura islamica e in breve tempo si sente proprio "a casa sua".
 
Il fatto di essere costantemente osservata e di non poter muovere "un passo fuori" casa senza essere accompagnata dal marito o da un parente maschile della famiglia, lei lo accetta: le permette di sentirsi protetta" in quel Paese straniero. È quando comincia a frequentare altre donne tedesche, che trova una grande opposizione. Lui cerca di chiuderla in casa, la picchia e le vieta di avere contatti con qualcuno che non sia membro della sua famiglia. Lei comincia a mostrare che ha una volontà, anche dopo che lui la getta fuori di casa, nel cuore della notte, a piedi scalzi, pur sapendo che làffuori è pieno di scorpioni. Lei sale su un cumulo roccioso e rivolge il pensiero ai suoi genitori, e comincia a pregare Dio, così come le avevano insegnato loro.
 
Quando lui capisce, che la volontà di lei è più forte della sua, lui la abbandona. Lui va in Germania per lavorare, e la lascia nel Paese per lei straniero, da sola. Le poche settimane di vacanza all'anno che lui trascorre in Tunisia, le passa maggiormente con la sua famiglia.
 
Siccome Sabrina lo riprende, lui diventa tirannico. Chiede alla sua famiglia di rendere la vita di lei impossibile: cosa che fanno, fino a renderla quasi pazza. Ma lei resiste.
 
Ora lei vagheggia l'idea del divorzio. Si affida alla politica del Presidente Ben Ali e al concetto di parità "uomo-donna" che c'è in quel Paese. Un avvocato le dice, che tutto quello che una donna apporta finanziariamente nel matrimonio, appartiene a lei, e che in quel Paese avrebbe visto riconosciuti i suoi Diritti. Passa ancora un anno prima che lei si decide a fare "il passo". Vola in Germania per parlare di divorzio con il marito tunisino. Lui la prega immensamente di non lasciarlo, ma lo fa solo per continuare ad avere il Permesso di soggiorno in Germania. Sabrina non ne può più.
 
Vuole scappare, e va dalla sorella in Texas, Stati Uniti. Ma riceve la telefonata di un'amica di Zarzis: il marito tunisino è a Zarzis, e sta facendo il possibile per renderle il ritorno in Tunisia impossibile. Sabrina cambia i suoi piani e dopo tre settimane è in Tunisia. Suo marito è nel frattempo tornato in Germania. Mentre era in Tunisia lui ha rubato i Documenti comuni, e ha sparso la voce che aveva "sbattuto lei fuori di casa", perchè era una donna inaffidabile, la quale non sarebbe più tornata in Tunisia, perchè lui aveva predisposto di farle perdere il Diritto di re-ingresso nel Paese. Anche lui si era quindi organizzato per portare a termine il divorzio da lei, ma secondo le sue usanze, e per non "perdere la faccia".
 
Ora comincia il dramma. I familiari di lui le propongono di sposare il fratello, in modo da far restare tutti gli averi in famiglia. Sabrina li insulta. Poi va in Polizia, per riavere i Documenti dell'auto che lui aveva rubato, ma senza successo. Va dall'avvocato migliore della Città, ma si accorge presto che lui lavora, di comune accordo con la famiglia di lui, contro di lei. Un amico tunisino la porta da un'avvocatessa, che non sembra ancora essere stata "comprata" dalla famiglia di lui. Questo fa infuriare la famiglia di lui, che irrompe nella notte in casa di lei, la rimprovera e la malmena. Impaurita, lascia l'appartamento e si rifugia nel garage di amici tedeschi. Riesce a portar via dall'appartamento alcune sue cose, prima che la famiglia di lui faccia cambiare la serratura e metta un sorvegliante di guardia fuori dall'uscio. Sabrina riesce a mettere la sua auto presso gli amici tedeschi, ma non la può più guidare. Le mancano i Documenti per farlo e nel frattempo l'Assicurazione è scaduta. Suo marito intanto la denuncia per aver rubato degli averi dall'appartamento e per il furto dell'auto. Lei viene prelevata dalla Polizia e trattata come una ladra. Il suocero dice che la casa appartiene a loro, e che lei viveva lì in affitto, sebbene Sabrina avesse i certificati bancari che dicevano tutt'altro. Viene chiamata sei volte davanti al Giudice, prima che il divorzio diventi effettivo. Non sa esprimersi in arabo, ma rende chiaro che non rinuncia alle sue Proprietà: colei che redige il Certificato di divorzio però, scrive, in arabo, che lei vi rinuncia. Scopre presto che non solo la sua avvocatessa ma anche la traduttrice "Dolmetscher" sono state "comprate" dalla famiglia di lui. Altri due avvocati, di una Città vicina cercano di aiutarla a recuperare la sua Fortuna, ma senza successo. Sabrina non si dà per vinta: scrive all'Ambasciata tedesca, al Ministro della Giustizia, al Ministro degli Interni e perfino al Presidente Ben Ali in persona.
 
Ma nessuno la aiuta. Solo il quarto avvocato ha pietà di lei. Redige una denuncia contro il suo ex-marito e la famiglia di lui. Dopo altri dodici snervanti incontri in arabo, per assistere ai quali lei deve percorrere 120 chilometri in bus, o in auto, o con amici -i quali nel frattempo vengono pure massicciamente minacciati da lui e dalla sua famiglia-, lei è alla fine delle sue forze. A novembre si tiene l'ultimo incontro in Tribunale. Gli atti vengono chiusi, e la sua Denuncia viene stralciata senza motivi validi. Infuriata raccoglie le sue forze, se la prende con l'avvocato e se ne va. Dopo dieci minuti si trova presso l'avvocato statale. Racconta a lui, in lacrime, tutta la sua storia, e lui le promette di autarla. Ma lei non gli crede più - non crede più a nessuno.
 
Dopo due settimane lei lascia il Paese, senza soldi, scoraggiata
e traumatizzata, e inizia a elaborare il suo vissuto, che metterà nel libro "Sand in der Seele".
 
Testo originale in tedesco: http://www.1001geschichte.de/Publikation001.pdf  
Community of Interests against Bezness 
Anton Schweizer

http://www.lisistrata.com/cgi-bin/02lisistrata/index.cgi?action=viewnews&id=406




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15 maggio 2011

“Pisciare sul Corano non è reato”

Si può bruciare e orinare sopra un libro considerato sacro da centinaia di milioni di persone? Qual è il limite della libertà d’espressione, specie se inserita in un contesto multiculturale dove i temi religiosi possono provocare difficoltà di convivenze tra etnie e fedi diversi come nell’attuale Francia? La sentenza di assoluzione per un giovane blogger che aveva caricato un video nel quale accusava il Corano dell’11 settembre, per poi distruggere il libro sacro dell’Islam, dargli fuoco e infine farci sopra la pipì, sta già scatenando reazioni di prevedibile indignazione.

VIDEO SHOCK – Il tribunale di Strasburgo ha assolto un giovane di trent’anni dell’Alsazia,  Ernesto Rojas Abbate di Bilscheim, nel procedimento contro di lui per incitamento all’odio razziale. Secondo la magistratura francese non era ravvisabile questo intento. Il trentenne, un giovane informatico, aveva caricato e realizzato il video sul proprio blog con intenti provocatori, non per offendere le fedi altrui. Il filmato era stato pubblicato in rete nel mese d’ottobre del 2010, e ritraeva il giovane mentre leggeva il Corano, per poi costruire  con le pagine del libro due aerei di carta che si schiantavano contro due bicchieri di vetro. Una chiara allusione al 11 settembre e alla motivazione religiosa degli attentati di Al Qaeda. Dopo la distruzione degli aerei di carta, il giovane strappava le pagine del Corano, per poi bruciarlo e infine orinare sopra le ceneri.LIBERTA‘ D’ESPRESSIONE SACRA – Secondo il Tribunale di Straburgo però il contenuto del video non era indirizzato contro la comunità islamica, bensì era un commento sulla tragica vicenda del World Trade Center, costata la vita a migliaia di persone ormai dieci anni fa. In questo senso i limiti della libertà d’espressione non sono stati superati, come hanno stabilito i giudici. La procura aveva chiesto una pena di un anno di carcere e 45 mila euro di multa per l’incitamento alla discriminazione su base religiosa riscontrabile nel filmato. Durante il processo il giovane autore del video aveva spiegato di essersi semplicemente divertito. “Non sono una persona di estrema destra, e non è vietato bruciare un libro in casa propria”. Il suo avvocato aveva richiesto l’assoluzione, rimarcando come in Francia dalla rivoluzione del 1789 fosse stata cancellata dai reati l’offesa a Dio. Nei mesi precedenti l’incendio del Corano da parte di un pastore fondamentalista evangelico americano aveva suscitato grosse proteste nei Paesi islamici, determinando scontri anche mortali in Afghanistan, dove da un decennio stazionano le truppe a stelle e strisce




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15 maggio 2011

Israele protegge i giacimenti da Hezbollahh

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La Marina israeliana si allena per proteggere i giacimenti offshore dalle minacce di Hezbollah. I contrasti tra Israele e Libano nel campo energetico sono cresciuti negli ultimi tempi, dopo la scoperta di ingenti risorse nei fondali del Mediterraneo, come il giacimento-gigante Leviathan. Il comando della Marina dello Stato ebraico ha dichiarato che il contesto attuale presenta «numerose sfide», ma ha assicurato che sia Tamar (giacimento a largo di Haifa) che Leviathan rientrano nella zona economica israeliana.

«I giacimenti - hanno dichiarato i vertici militari – si trovano a ovest di Rosh Hanikra (il punto di confine tra Israele e Libano nel Mediterraneo, ndr). Le pretese del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, secondo cui le risorse si estenderebbero anche in acque territoriali libanesi non sono fondate e non trovano ragion d’essere nel quadro del diritto internazionale». Il “partito di Dio” accampa diritti sulle risorse riscontrate nelle profondità del Mare nostrum basandosi sul fatto che i giacimenti di gas possono essere costituiti da varie falde collegate tra loro, come vasi comunicanti. Se Israele iniziasse a estrarre carburante fossile da una falda, potrebbe sottrarre gas da eventuali falde contigue antistanti il Libano. Finora – bisogna notare – tali falde non sono state rintracciate: le proteste di Hezbollah appaiono dunque preventive, fondate su una possibilità ancora tutta da dimostrare. Ma in Medio Oriente la tensione sale facilmente. I due Paesi, tra cui vige uno stato di guerra, da mesi rivolgono l’uno contro l’altro accuse e minacce fuori dai denti. Diversi opinionisti, sui giornali israeliani e internazionali, hanno già profetizzato una prossima “guerra del gas”. In realtà, ad oggi questa ipotesi sembra uno spauracchio più che un pericolo concreto; non di meno, l’equilibrio regionale è notoriamente precario. L’esercito israeliano non vuole farsi cogliere impreparato. «Le minacce che agitano le nostre acque economiche si sono moltiplicate – ammette l’ammiraglio Rani Ben-Yehuda –, strutture strategiche come gli impianti delle compagnie petrolifere rientrano senz’altro nel novero degli obiettivi sensibili». «Ecco perché – aggiunge Ben-Yehuda – l’Alto comando della Marina sta mettendo a punto risposte concrete contro un ampio ventaglio di pericoli».

 






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15 maggio 2011

L'Egitto usa il caporale Shalit per riaggiustare il tiro con Israele

Il Medio Oriente non è solo primavera araba, almeno per Israele. Quel vento di libertà, che soffia oltre le sue frontiere, finora ha offerto ben pochi contributi alla pace in Medio Oriente. Ma il rilascio di Gilad Shalit potrebbe cambiare molte cose: Hamas si è detta pronta a "esaminare un accordo" sul rilascio del caporale catturato nel sud di Israele. Da Gaza però fanno sapere che i dettagli del piano vanno ancora approfonditi. Le elezioni in arrivo potrebbero consigliare ad Hamas un "nuovo look", magari spingendo il gruppo dirigente della organizzazione a non insistere troppo sui nomi dei prigionieri da liberare, visto che Israle non intende fare concessioni su quelli che si sono macchiati di fatti di sangue.

E' il 2006 quando Shalit viene rapito dal braccio militare di Hamas. Partono i primi contatti, ma si arenano subito. Il ruolo dell'Egitto non convince come mediatore, soprattutto i palestinesi di Hamas, che sospettano delle reali intenzioni di Mubarak. Nel 2009 viene annunciato un possibile accordo sulla base del rilascio di un migliaio di prigionieri palestinesi. Sembra fatta, poi non si trova il giusto compromesso sui nomi da rilasciare e salta tutto.

Di nuovo. Lo scorso settembre Israele accetta di rilasciare 20 detenute palestinesi in cambio di un video che provi le buone condizioni di salute del prigioniero. Il 2 ottobre, le televisioni israeliane mostrano una foto del ragazzo con in mano un quotidiano: data 14 settembre. Aprile 2011, si parla di alcuni contatti non confermati dai diretti interessati. Ahmed Jabri, il leader militare di Hamas, atterra in Egitto per un colloquio con il capo della Direzione generale intelligence, Murad Muwafi e con il suo vice Mohammed Ibrahim. L’oggetto dell’incontro è sempre lo stesso: Gilad Shalit. Raggiungere un risultato concreto sembra impossibile. Hamas chiede il rilascio di 1.400 prigionieri in cambio della riconsegna di Shalit.

Il riavvicinamento tra Fatah e Hamas e la caduta del Rais egiziano riaprono i giochi, anche se sembra rischioso sbilanciarsi troppo. Il Cairo esercita può esercitare pressioni su Hamas per ammorbidire la posizione degli islamici, in modo che lo scambio possa essere concluso, ma ancora non esistono veri e propri negoziati e nulla sembra essere stato definito nel dettaglio. Le ultime notizie sul caso vengono trasmesse da Al Jazeera: funzionari egiziani hanno discusso il caso Shalit con leader politico di Hamas Khaled Meshal, mentre Meshal era al Cairo la scorsa settimana. L’Egitto non molla e rafforza la sua azione. Un tale attivismo fa parte di un disegno molto chiaro. In effetti, se si giungesse ad un accordo definitivo i leader egiziani riuscirebbero a scrollarsi di dosso i dubbi che li circondano sull'assetto internazionale dell'Egitto post-Mubarak, e sulla sua alleanza con Israele. Per il Cairo sarebbe un modo di accreditarsi davanti alla comunità internazionale.

In un articolo uscito su Hareetz si afferma che "gli egiziani intendono presentare il loro piano a un inviato israeliano, che si recherà al Cairo nei prossimi giorni". Molto probabilmente l’uomo scelto da Israele per la missione sarà David Meidan, nominato di recente negoziatore dal premier Netanyahu. Si fa sul serio. Alti funzionari egiziani vogliono un accordo in tempi rapidi. Ora forse è possibile. Finora l'ala militare di Hamas è stato il vero problema, ma alcuni osservatori ritengono che ci siano esponenti del gruppo islamico disponibili a un compromesso. La famiglia Shalit dichiara di non essere stata aggiornata sugli ultimi sviluppi e lo stesso Netanyahu smorza i toni con un secco “nulla di nuovo”.  Nonostante le smentite pare evidente che qualcosa si stia muovendo all’ombra delle diplomazie medio orientali. Potrebbe essere uno dei "buoni frutti" della primavera araba?

 http://www.loccidentale.it/node/105424




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14 maggio 2011

La Milano dei violenti Ecco chi sono gli amici sanguinari di Vauro


La bandiera di "Freedom Flotilla" sventolava al concerto per Pisapia. Vauro: l’ho fatta io, sono pacifisti. Ma l’organizzazione pro Hamas nel 2010 cercarono di uccidere le teste di cuoio israeliane
 
 La Colomba dedicata da Vauro agli amichetti di «Freedom Flotilla» sarà nelle intenzioni anche pacifica, ma svolazza sulle ali di una memoria comodamente corta. Una memoria opportunamente resettata non appena Daniela Santanchè, ospite giovedì sera di Annozero, ricorda al vignettista che la bandiera - disegnata per Freedom Flotilla e sventolata durante le manifestazioni per Pisapia sindaco - rischia di sollevare altri sospetti di collusioni tra estrema sinistra e terrorismo.
Per capirlo basta tornare al 31 maggio di un anno fa. Quella notte una squadra di commandos israeliani di Flotilla 13, l’equivalente dei Navy Seals americani impiegati per eliminare Osama Bin Laden, si cala sulla Mavi Marmaris, una nave turca che guida la spedizione di Freedom Flotilla pronta a forzare il blocco di Gaza. Convinti di fronteggiare dei pacifisti gli incursori si calano dagli elicotteri con le sole pistole, ma si ritrovano circondati da una folla di militanti aggressivi e violenti, armati di spranghe, coltelli e asce. I primi tre incursori vengono circondati feriti e sopraffatti. Uno trascinato sottocoperta è preso in ostaggio. Un altro, gravemente ferito, si butta in mare.
Un terzo lotta in attesa dei rinforzi. Per salvarlo dal linciaggio e recuperare il prigioniero sottocoperta i commandos si ritrovano costretti a uccidere nove «pacifisti» e a ferirne una cinquantina. «Chi si avvicinava - racconterà uno dei sette feriti israeliani - voleva solo ucciderci, ero prigioniero... quando ho sentito la pugnalata allo stomaco mi sono buttato di sotto, ma hanno ripreso a colpirmi e allora mi sono tuffato in mare».
Già l’atteggiamento di un organizzazione «pacifista» pronta ad attaccare uno dei migliori reparti d’elite al mondo dovrebbe destare qualche sospetto.
Ma il peggio sugli «amici» di Vauro salta fuori quando si scopre che sono militanti dell’Ihh («Insani Yardim Vakf»), un’organizzazione umanitaria turca sospettata di collusioni con il terrorismo islamico e legata ad Hamas. Secondo un dossier del 2006 firmato dall’analista americano Evan Kohlman per l’ «Istituto danese di studi internazionali» l’Ihh è nel mirino dell’antiterrorismo turco fin dal 1997. Quell’anno una perquisizione del suo quartier generale ad Istanbul porta alla luce armi, esplosivi, istruzioni per confezionare ordigni esplosivi e documenti sui militanti andati a combattere in Bosnia, Cecenia e Afghanistan. Nel 1996 un memorandum dell’Uclat, il centro francese d’antiterrorismo, rivela invece che Bulent Yildirim, fondatore di Ihh, è coinvolto nel reclutamento di volontari dell’internazionale islamica.
Sospetti comprovati - stando al rapporto - dalle intercettazioni dalle telefonate tra Yildirim e i militanti della moschea milanese di via Jenner impegnati, al tempo, sui fronti della Bosnia.
Le relazioni sospette del gruppo «umanitario» che guida la spedizione di Freedom Flotilla dello scorso anno non si limitano al passato. L’organizzazione, secondo l’intelligence israeliana, coordina le proprie campagne con Hamas ed ha rapporti diretti con i suoi capi. Accuse comprovate dalle foto dell’incontro del gennaio 2009 a Damasco tra il numero uno dell’Yhh Bulent Yildirim e il segretario generale di Hamas Khaleed Meshal. L’Ihh fa inoltre parte della «Union of Good» una confederazione di organizzazioni umanitarie islamiche a cui, nel novembre 2008, il dipartimento del Tesoro americano congela i fondi dopo aver trovato le prove del «trasferimento di milioni di dollari alle associazioni consociate con Hamas».
La bandiera di "Freedom Flotilla" sventolava al concerto per Pisapia. Vauro: l’ho fatta io, sono pacifisti. Ma l’organizzazione pro Hamas nel 2010 cercarono di uccidere le teste di cuoio israeliane
L’elemento più grottesco è però la profonda dissonanza con cui i fondamentalisti turchi e l’estrema sinistra italiana ed europea reagiscono all’episodio della Mavi Marmaris. Per la sinistra «pacifista» di casa nostra l’episodio è un massacro frutto della violenza israeliana. Per i parenti e i compagni di fede, intervistati dai quotidiani turchi, la morte sulla tolda della Mavi Marmaris è un sacrificio voluto e cercato. «Prima di imbarcarsi ripeteva sempre di voler diventare un martire, lo desiderava tanto» - racconta al quotidiano Milliyet Sabir Ceylan quando apprende che tra i morti figura anche l’amico 39enne Ali Haydar Bengi. «Aiutava gli oppressi, sognava di andare in Palestina e pregava Allah di farlo diventare un martire» conferma in un altra intervista la moglie del defunto. Persino il 55enne «Ali Ekber Yaratilmis padre di cinque figli - stando a quanto riferisce al quotidiano Sabah l’amico Mehmet Faruk Cevher - desiderava da sempre una morte da martire». E il cognato del 61enne Ibrahim Bilgen così descrive la morte del parente ucciso: «Il martirio gli si addiceva proprio... Allah gli ha concesso la morte che desiderava».
Prima di disegnar altre colombe Vauro dovrebbe capire, insomma, a chi vuole dedicarle. Se agli amici del terrore islamico o al pacifismo autentico e sincero. Che naviga, però, assai lontano dalle torbide acque di Freedom Flotilla.




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14 maggio 2011

La disinformazione attraverso l'omissione, La specialità di Ugo Tramballi


Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 14 maggio 2011
Pagina: 9
Autore: Ugo Tramballi
Titolo: «La folla torna in piazza al Cairo»

Sul SOLE24ORE di oggi, 14/05/2011, a pag.9, con il titolo "La folla torna in piazza al Cairo", Ugo Tramballi ci offre un esempio della sua capacità nel NON-informare i lettori del giornale sul quale scrive.
Comincia con lo scrivere che
"ieri era la giornata dell'unità nazionale ma anche della Nakba, la catastrofe del 1948, quando nacque uno Stato ebraico ma non uno per i palestinesi, diventati un popolo di profughi", avendo cura di evitare di scrivere che lo stato palestinese nel 1948 non è nato non  per colpa di Israele, ma degli stati arabi che l'hanno rifiutato. Una omissione non da poco, che insinua nel giudizio di chi legge l'opposto di quanto è accaduto.
Aggiunge poi che fra chi protesta
"forse" c'è dell'odio verso Israele, come dire può esserci ma anche no. Anche se descrive "manichini impiccati con la stella di Davide" gli sembra che potrebbe essere anche un "happening divertente" se non ci fosse quel benedetto problema della sicurezza. Il pezzo si conclude con una valutazione della serietà dei Fratelli musulmani.
Cari lettori, Tramballi non scrive sul quotidiano di Rocca Cannuccia, ma sul giornale della Confindustria.
Ecco il pezzo:


Ugo Tramballi

«A chi cerca di dividerci rispondiamo che saremo uniti per sempre», dice uno striscione con la croce, la mezzaluna e i colori della bandiera egiziana. Vorrebbe essere la risposta alle violenze di sabato scorso fra copti e islamici che hanno fatto 12 morti. È per questo "venerdì dell'unità nazionale" che la folla ha deciso di tornare in piazza al Tahrir.

Effettivamente nella grande piazza ci sono quasi tutti a manifestare per un Egitto solo, ma ognuno per conto proprio. I partiti d'ispirazione islamica davanti all'Università Americana; i network sociali verso l'angolo con via Talaat Harb; ancora più in là quelli del vecchio partito liberale Wafd, poco prima dei nasseriani che mandano sul loro piccolo palco un giovane rapper. Mettendosi al centro della piazza si riescono ad ascoltare le voci di almeno cinque comizi contemporanei: una incomprensibile cacofonia politica. I copti non ci sono. Manifestano altrove, a 500 metri dalla piazza, sul lungo Nilo davanti alla tv di Stato. Dalla calca emergono solo striscioni di protesta e di preoccupazione: non ce n'è uno che parli di unità nazionale.

Era da un mese che la folla non tornava nel cuore del Cairo e forse non si sentiva più il bisogno che vi tornasse. In realtà non era neppure la gran folla di un tempo: forse 50mila persone, molte delle quali disorientate dagli slogan della manifestazione. «Cristiani e musulmani uniti per liberare la Palestina». Perché quella di ieri era la giornata dell'unità nazionale ma anche della Nakba, la catastrofe del 1948, quando nacque uno Stato ebraico ma non uno per i palestinesi, diventati un popolo di profughi. C'è grande considerazione per la tragedia palestinese e profonda antipatia, forse odio, per Israele. Ma la gente era venuta ad ascoltare altro. «Liberiamo prima noi stessi, occupiamoci della liberazione delle nostre donne», protesta un padre di famiglia venuto con le figlie e le bandierine con la croce e la mezzaluna sovrapposte.
Con la causa palestinese irrompe in piazza al Tahrir la retorica della rivoluzione, quella che non serve alla sua vittoria. Manichini con la stella di David impiccati, corteo improvvisato a favore della Primavera siriana, avanti e indietro per la piazza: ieri ancora sei vittime del regime a Damasco e in altre città. Bandiere della rivolta di Bengasi, discorsi di fuoco contro il dittatore dello Yemen. La notizia dei 15 giorni di detenzione per Suzanne Mubarak, la ex first lady, arriva senza provocare fremiti. È accusata di aver sottratto allo Stato più di 3 milioni di dollari ma tutti sanno che passerà le due settimane di detenzione accanto al marito, in una clinica di Sharm el-Sheikh.

La piazza sarebbe un happening divertente se la crisi economica non incominciasse a farsi sentire, se la sicurezza non fosse diventato un problema serio, se questa non fosse la fase più delicata della transizione verso la democrazia. Sembra che si stiano divertendo tutti. Tranne i Fratelli musulmani che nel loro angolo hanno organizzato un palco professionale, hanno una lista ordinata di iscritti a parlare, dicono cose concrete. Loro sono già in campagna elettorale.

Per inviare al Sole24Ore la propria opinione, cliccare sulla e-mail sottostante.


letterealsole@ilsole24ore.com
 




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14 maggio 2011

Vacanze a Gerusalemme per il Festival delle Luci

Se avete intenzione di concedervi  una vacanza assolutamente indimenticabile, allora Gerusalemme è la meta ideale.  Potreste approfittare del Festival delle Luci, che si terrà nella città dal 15 al 22 giugno. Durante questo evento, giunto alla terza edizione, Gerusalemme si illumina a festa. Scenari studiati ad arte renderanno la città ancora più bella. Le strade, i siti archeologici dell’area antica verranno magistralmente illuminati per esaltarne l’innata bellezza.

Ogni sera, poi, spettacoli di ogni genere, musicali, artistici, teatrali, animeranno il centro della città coinvolgendo popolazione locale e i molti turisti che abitualmente affollano Gerusalemme.  Questa città è un simbolo importante per i credenti di tutto il mondo, dato che racchiude in sé i luoghi sacri delle tre religioni monoteiste più importanti. La città antica è un vero e proprio museo a cielo aperto. Divisa in quattro zone (ebraica, cristiana, armena, musulmana) questa parte della città merita di essere visitata tutta e con molta attenzione. Partendo dalla Porta di Damasco, sono imperdibili anche Haram esh-Shariff, la Cupola della Roccia, Qubbet es-Sakhra, la moschea El Aqsa, la Porta dei Leoni, la Via Dolorosa, il Santo Sepolcro, la chiesa di San Giovanni, la Cittadella, la torre di Fasaele, la Cattedrale di San Giacomo, la Porta di Giaffa, il Muro del Pianto, le Sinagoghe Sefardite e non ultima la Spianata del tempio. Tutti monumenti storici che riportano alla mente tempi passati.
Oggi si può facilmente raggiungere lo Stato d’Israele, e Gerusalemme in particolare, anche dall’Italia. Se si cerca online si troveranno molte offerte anche a prezzo abbordabili.




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14 maggio 2011

Non c'è solo la Libia, anche Baghdad va a fuoco

di Daniel Pipes
Liberal

Pezzo in lingua originale inglese: Iraq - A Province of Iran?

Dopo che le forze americane lasceranno l'Iraq alla fine del 2011, Teheran cercherà di trasformare il suo vicino in una satrapia (cioè una provincia, uno stato satellite) a grande svantaggio degli interessi occidentali, arabi moderati ed israeliani. L'Iran sta lavorando con grande solerzia per raggiungere questo obiettivo, sia appoggiando le milizie irachene sia inviando le proprie truppe nelle zone di confine. Baghdad reagisce con debolezza a questo progetto, con il suo capo di Stato Maggiore che propone un patto regionale con l'Iran e i politici di spicco che ordinano attacchi contro il Mujahedeen-e-Khalq (Mek), un'organizzazione di dissidenti iraniani con 3.400 membri residenti a Camp Ashraf, a 60 miglia a nordest di Baghdad. La questione del Mek è l'emblema della sottomissione irachena all'Iran. Anche alla luce di alcuni sviluppi recenti.

Ancora un video trasmesso da Fox News in cui le forze militari irachene attaccano Camp Ashraf.

Il 7 aprile scorso il Mek ha reso pubbliche delle informazioni riguardo la crescente capacità iraniana di arricchire l'uranio, una rivelazione che il ministro degli Esteri iraniano ha rapidamente confermato.

L'8 aprile, proprio mentre il segretario alla Difesa Usa Robert Gates visitava l'Iraq, le forze armate del paese hanno attaccato Ashraf. Le sequenze trasmesse da Fox News e dalla CNN mostrano gli iracheni negli Humvees, i veicoli blindati per il trasporto truppe forniti dagli Usa, e i bulldozer che travolgono i residenti disarmati, mentre i cecchini sparano contro di loro, uccidendo 34 persone e ferendone 325. L'ordine del piano d'attacco top secret dell'esercito iracheno "l'Iraqi Security Forces Operation Order No. 21, Year 2011", rivela come Baghdad consideri i residenti di Ashraf come «il nemico», evidenziando una collusione tra Baghdad e Teheran.

Questo episodio ha avuto luogo malgrado le recenti promesse di Baghdad di trattare umanamente i dissidenti iraniani e di proteggerli. Il presidente della Commissione per le Relazioni estere del Senato Usa John Kerry ha giustamente descritto l'attacco come un «massacro», mentre l'ex-governatore Howard Dean ha definito il premier iracheno un «assassino di massa». L'Alto Commissario Onu per i diritti umani «ha condannato» l'attacco e la Missione Onu di Assistenza all'Iraq (Unami) ha espresso una «profonda preoccupazione».

Il premier iracheno Nouri al-Maliki e il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

L'11 aprile, il consigliere per gli affari militari del Leader supremo iraniano Ali Khamenei (secondo un comunicato stampa) «ha elogiato l'esercito iracheno per il suo recente attacco alle roccaforti [del Mek] e ha chiesto a Baghdad di continuare ad attaccare la base terroristica fino a distruggerla».

Il 24 aprile, malgrado l'insistenza delle Nazioni Unite che «i residenti di Camp Ashraf fossero protetti dalla deportazione forzata, dall'espulsione o dal rimpatrio», Baghdad e Teheran hanno siglato un accordo di estradizione che i media di stato iraniani interpretano come un meccanismo per trasferire forzatamente i membri del Mek in Iran, dove li aspetta un destino terribile.

I maltrattamenti iracheni dei dissidenti iraniani non solo sollevano delle preoccupazioni umanitarie, ma mettono anche in evidenza una maggiore importanza del Mek come meccanismo volto a contrastare l'obiettivo americano di minimizzare l'influenza di Teheran in Iraq.

Detto questo, Washington – che nel 2004 ha concesso lo status quo di "persone protette" ai residenti di Ashraf in cambio della loro resa – ha una parziale responsabilità per gli attacchi contro Ashraf; nel 1997, ha dato un contentino a Teheran e, contrariamente alla realtà e alla legge, ha ingiustamente annoverato (e continua a farlo) il Mek nella lista delle Organizzazioni terroristiche straniere. "Un'etichetta" che Baghdad sfrutta a suo vantaggio. Ad esempio, il deputato Usa Brad Sherman (democratico della California) asserisce che «in occasione di discussioni private, l'ufficio dell'ambasciatore iracheno ha detto che le mani del governo iracheno non sono imbrattate di sangue, ma almeno in parte lo sono quelle del Dipartimento di Stato perché il Mek compare nella lista dei gruppi terroristici, e pertanto, l'Iraq non ritiene di dover rispettare i diritti umani di coloro presenti nel campo». La designazione terroristica offre altresì a Baghdad un pretesto per espellere i residenti di Ashraf e possibilmente estradarli in Iran.

L'Unami è stata istituita nel 2003 ed è diretta dal.

In questo momento di crisi, come rispondere all'appello del senatore Kerry lanciato a «tutte le parti interessate (…) per cercare una soluzione pacifica e durevole?» Qui di seguito tre raccomandazioni: 1) Al governo Usa. Eliminare il Mek dalla lista delle organizzazioni terroristiche, in seguito alla volontà di una larga maggioranza bipartisan in seno al Congresso, dell'ex-consigliere per la sicurezza nazionale di Barack Obama e di eminenti repubblicani. 2) All'Unione europea. Imporre delle sanzioni economiche all'Iraq, se Baghdad continuerà a bloccare una delegazione di parlamentari dell'Ue che desidera visitare Ashraf (non dimentichiamoci che l'Ue è il secondo partner commerciale dell'Iraq). 3) Alle Nazioni Unite. Insediare ad Ashraf una delegazione dell'Unami, sorvegliata da una piccola forza Usa, per impedire futuri attacchi iracheni e soddisfare la richiesta dell'Alto Commissario Onu per i diritti umani di avviare «un'inchiesta completa, indipendente e trasparente» sull'attacco ad Ashraf in modo che «qualsiasi persona responsabile di un uso eccessivo della forza» venga perseguita. Perché è arrivato il momento di agire con urgenza a Camp Ashraf, apripista di una crescente influenza iraniana sull'Iraq, prima che Teheran trasformi l'Iraq in una satrapia.




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14 maggio 2011

Prima Saviano, adesso Vendola!

 

 

Anatema a chi non odia Israele!



PACIFINTI RAZZISTI CONTRO VENDOLA

 


 

 

 

 

 
 

Vendola, l’amico dei sionisti

di Andrea Mollica

Roma, 12 Maggio 2011 – “Boicotta Israele, boicotta Nichi Vendola”. Sabato prossimo a Roma si leggeranno questi striscioni, portati dai Forum per la Palestina, dai Campi antiimperialisti e dalla seconda Flottilla di Gaza. Nichi Vendola paga questa improvvisa botta di impopolarità in una frangia della sinistra radicale per aver ricevuto ufficialmente l’ambasciatore di Israele, un gesto che gli è costato pure l’accusa più terribile per questi settori, l’essere un sionista.

Vendola però non ha fatto altro che il suo dovere istituzionale, perchè se si fosse rifiutato di ricevere l’ambasciatore israeliano avrebbe compiuto un atto grave, così come ha fatto bene ad ospitare in Puglia un festival sulla cultura ebraica. Le sue parole di elogio ad Israele erano per lo più formali, condivisibili e per nulla denigratorie nei confronti delle sofferenze del popolo palestinese. La lettera minacciosa di Luisa Morgantini, ex europarlamentare di Rifondazione, che gli intima una smentita perdita la stima sua e di molti compagni, appare invece la consueta visione a senso unica di un problema complesso e drammatico.

Il riconoscimento di Israele e del suo diritto all’esistenza è una precondizione per una politica estera di uno Stato democratico, membro dell’Onu, della Nato e dell’Unione Europea. Criticare il governo di Gerusalemme è più che legittimo, così come sarebbe benvenuta una presa di coscienza degli aspetti più controversi della causa palestinese. I tifosi, in questo caso, non aiutano nessuno delle due parti in causa.

Giornalettismo

Nella foto in alto: l’immagine denigratoria utilizzata dai pacifinti nei loro siti per attaccare Nichi Vendola




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14 maggio 2011

"Trent’anni di torture finite in un suicidio. Storia dell’iraniano Pourzand"


 

  

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 13/05/2011, a pag. 2, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo "Trent’anni di torture finite in un suicidio. Storia dell’iraniano Pourzand".


Siamak Pourzand      Giulio Meotti

Roma. Siamak Pourzand aveva già tentato d’impiccarsi due volte, la seconda persino con i pantaloni. Alcuni giorni fa, a ottant’anni, è riuscito a suicidarsi gettandosi dal sesto piano della sua casa a Teheran, dove viveva agli arresti. E’ il colpo più duro nella recente storia della dissidenza iraniana. Le imputazioni contro il decano del giornalismo iraniano, che era solito chiamare gli ayatollah “Savonarola islamici”, si erano srotolate come un catalogo ben rodato: “Propagandista antislamico”, “spia”, “emigrato”, “collaborazionista”, “servo”, “adultero” e “consumatore di vino”. Nel mercuriale del regime è stata copiata dalla Repubblica democratica tedesca la spiegazione per i suicidi politici: “Depressione”. I mullah hanno detto così anche quando il blogger Omidreza Mirsayafi si è ucciso nel carcere di Evin. Il “Gandhi di Teheran”, come era chiamato Pourzand, non ha retto a tre decenni di torture. C’è chi lo ha paragonato a Jan Palach, lo studente che si diede fuoco contro l’occupazione sovietica di Praga. O a Szmuel Zygielbojm, l’ebreo polacco che nel 1943, in segno di protesta contro l’indifferenza degli Alleati sull’Olocausto, si uccise con il gas a Londra. Altri a Nelson Mandela e a Vaclav Havel. Eminente intellettuale prima della presa di potere islamista del 1979, Pourzand era noto in Europa per via della collaborazione alla prestigiosa rivista francese Cahiers du Cinéma. A suo favore nel 2006 era intervenuto anche l’attuale vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Quando due anni fa i gendarmi iraniani hanno ucciso Neda Soltan, la ragazza simbolo delle proteste, Pourzand disse: “Hanno assassinato mia figlia”. La famiglia aveva chiesto che il dissidente venisse sepolto nel cimitero di Teheran riservato agli artisti, il Behesht-e Zahra. Il regime lo ha negato, perché “Pourzand ha vissuto ed è morto in maniera antislamica”. Nel 2001 fu sequestrato e torturato, nonostante avesse settant’anni. Fu costretto a confessare in tv. Quando un funzionario gli fece una domanda non prevista, Pourzand si rivolse al suo avvocato d’ufficio: “Questa non è nell’elenco, che devo dire?”. “Amava l’Iran e si è ucciso perché provava disgusto per un regime disumano e antiraniano”, ha dichiarato la famiglia. Dagli Stati Uniti gli ha scritto una lettera una delle figlie, Azadeh: “Ho sentito dire che per un momento ti sei aggrappato al bordo del balcone prima di lasciarti andare. E’ perché ti stavi pentendo di essere saltato giù? O perché per un secondo hai creduto di sentirmi bussare alla porta? Non te ne faccio una colpa, neanche per un momento. Avevi tutto il diritto di cercare la libertà in questo modo. Sappi che ora il pensiero della tua testa infranta su quel terreno, il tuo sorriso meraviglioso e tutte le cose che mi hai sempre detto mi danno forza e, al tempo stesso, mi fanno morire ogni secondo di una brutta morte”.




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13 maggio 2011

Chi piange Bin Laden?

Il nemico pubblico numero uno aveva anche tanti amici…

Personalmente ho accolto con grande soddisfazione la notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden in un raid delle forze speciali americane. Avrei preferito che fosse stato catturato e processato e lasciato marcire a vita in una qualche prigione federale in USA, ma un simile epilogo era semplicemente impossibile. Un Bin Laden vivo e prigioniero, infatti, sarebbe stato un vero e proprio incubo. Quanti dirottamenti e sequestri sarebbero avvenuti per chiederne la liberazione? Quanti attentati sarebbero stati ancora consumati in suo nome? Lo sceicco, poi, sapeva troppo. Esiste un’ampia documentazione dei rapporti che legavano Osama a vari esponenti del mondo politico e finanziario di molti paesi islamici (e non solo) e in particolare Arabia Saudita e Pakistan. Il libro “The Bin Ladens” di Steve Coll rappresenta un ottimo punto di partenza per farsi una buona idea dei favori e delle amicizie di cui godeva il capo indiscusso di Al-Qaeda.

PERCHE’ SI - Aveva anche molti nemici, e gli americani erano solo gli ultimi della lista, perché già da tempo i servizi segreti di molti paesi avevano ricevuto l’ordine di eliminarlo: una condanna a morte siglata all’indomani del ritiro sovietico dall’Afghanistan, quando lo sceicco fu costretto a riparare in Sudan per sfuggire agli agenti incaricati di eliminarlo perché diventato fonte di imbarazzo per la dinastia saudita. Per questo è un bene che siano stati gli americani a raggiungerlo prima di altri: la sua uccisione era una condizione necessaria per voltare la pagina iniziata con gli attentati dell’11 settembre 2001 che hanno innescato una lunga scia di guerra e morte. I media ci hanno illustrato innumerevoli espressioni di compiacimento e soddisfazione per la definitiva scomparsa di Osama Bin Laden e la sua uccisione è stata definita un grande successo nella lotta contro il terrorimo internazionale. Addirittura qualcuno ha parlato di un vero e proprio miracolo strettamente connesso alla beatificazione di Papa Giovanni Paolo II. Tuttavia c’è anche un sacco di gente che ha accolto con dolore e disappunto la notizia, ed è interessante esaminare anche questo aspetto della vicenda perché può fornire utili elementi di valutazione. Innanzitutto c’è Hamas, la forza politica (e terroristica) che controlla la Striscia di Gaza. Il suo leader, Ismail Haniyeh, ha definito Bin Laden un “mujhahid combattente arabo” e ne ha condannato l’uccisione. Si tratta di una presa di posizione che non lascia alcun dubbio sulla natura e sui fini di Hamas e che porta tanta acqua al mulino di Israele, che da sempre sostiene l’impossibilità e inopportunità di considerare Hamas come un valido interlocutore in un eventuale processo di pacificazione.

NO - Poi c’è Famiglia Cristiana che in un articolo di Francesco Anfossi commenta il raid affermando che esso mostra “la faccia feroce dell’America”. Probabilmente Anfossi ritiene che gli Stati Uniti, dopo aver subito il più devastante attacco terroristico della storia con tremila morti e il World Trade Center raso al suolo, avrebbero dovuto porgere l’altra guancia. Questo è un tipico esempio del buonismo che riempie le nostre strade di violentatori, rapinatori, assassini, ladri e truffatori che invece dovrebbero marcire in carcere. Scontata la rabbia dei Talebani che hanno sempre offerto protezione a Bin Laden al punto da sacrificare il proprio paese e il proprio regime pur di non consegnarlo agli americani che avevano inviato un chiaro ultimatum prima dell’attacco all’Afghanistan. C’è poi qualche blog che non nasconde la propria ammirazione per Bin Laden, definito “combattente per la libertà del suo popolo” (evidentemente dimenticando che Bin Laden è nato in Arabia Saudita e non ha mai combattuto contro la casta che governa quel paese). E i complottisti? Come hanno preso la morte dell’uomo che – secondo loro – non ha mai commesso né autorizzato alcuno degli attentati terroristici di cui è accusato (e che egli stesso ha ammesso…)? In questo caso il problema non si pone: secondo loro Bin Laden non è stato ucciso, il raid è una farsa. Poco importa che ormai anche i suoi familiari, affiliati e amici abbiano ammesso e riconosciuto la sua uccisione: è un altro complotto che si aggiunge ai tanti puntualmente “scoperti” dai complottisti.

http://www.giornalettismo.com/archives/124662/chi-piange-bin-laden/




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13 maggio 2011

Il Gerush del 1510: L`espulsione degli Ebrei dal Regno di Napoli

 


Nel 2010 ricorre il V Centenario dell’espulsione degli Ebrei e dei Marrani dall’Italia del Sud. La prammatica sanzione con la quale si ordinava agli ebrei e ai neofiti di lasciare il Regno di Napoli entro quattro mesi venne pubblicata il 23 novembre 1510. Il Re era Ferdinando il Cattolico, il Viceré Raimondo da Cardona. A duecento famiglie venne concesso di restare fino alla espulsione “definitiva” del 1541. Nel maggio 1515 una nuova prammatica ribadiva che anche i “nuovi cristiani” dovevano abbandonare il Regno.
Il Gherùsh dall’Italia del Sud è avvenuto dunque nel corso di cinquant’anni: ha inizio nel 1492-3 con l’espulsione dalla Sicilia e dalla Sardegna e termina nel 1541. In questo arco temporale riveste un’importanza decisiva l’anno 1510.
Che cosa ha significato la fine di 15 secoli di vita e cultura ebraica per il Meridione?
Che significato ha per le Chiese cristiane d’Italia?
Quale importanza riveste, nella memoria d’Israele?
Sono domande che, si spera, troveranno una risposta nei mesi a venire.

Marco Morselli

Qui di seguito vi riporto una prima opinione su quelle che furono le conseguenze della cacciata degli ebrei. Tratto dal sito del Comune di Ascoli

La perdita per Ascoli, per la Puglia e per l’intero Mezzogiorno dovette essere enorme, se Carlo V, a seguito di un’istanza delle popolazioni, che ritenevano necessaria la presenza degli Ebrei, in quanto facevano circolare ingenti somme di denaro incrementando i commerci, emano, il 23 novembre 1520, un editto, che li richiamava nel ducato alfine di arginare l’usura esercitata dai cristiani.
Purtroppo, la condizione degli Ebrei peggioro`definitivamente con l’arrivo del vicere don Pedro da Toledo, che, il 5 gennaio 1533, concesse loro sei mesi di tempo per uscire dal regno: chi non avesse ubbidito sarebbe diventato schiavo con la conseguente perdita di ogni suo avere; segui una proroga a tal e termine e, il 28 febbraio 1535, fu concluso un accordo tra il vicere e gli Ebrei, per cui si concedeva a questi ultimi di abitare nel regno per altri dieci anni. Il vicere emise, quindi, il 1° dicembre 1540, un nuovo provvedimento di espulsione con proroga di quattro mesi e, il 31 ottobre 1541, avvenne il loro definitivo allontanamento dalla Puglia e da tutto il regno di Napoli.
La capitolazione degli Ebrei era ormai totale: nel 1553, il papa Giulio III imponeva la distruzione del Talmud, vietandone lettura e possesso, e, il 14 luglio 1555, la Costituzione “Cum nimis absurdum”53 del papa Paolo IV istituiva il Ghetto a Roma.
Scomparivano cosi le comunita ebraiche pugliesi, come narra il maggior cronista ebreo del tempo, Josef Cohen: “E i figli d’Israele andarono dispersi qua e la come un gregge senza pastore: di loro, alcuni se ne andarono in Turchia, altri perirono in mare, altri ancora furono presi dai Ragusei e il comandante delle loro navi li porto a Marsiglia, dove venivano maltrattati; ma il re di Francia ebbe pieta di loro, li tolse dalla loro afflizione e li mando con sue navi in Oriente”
Dunque, il Mezzogiorno perse la borghesia imprenditoriale e finanziaria ebraica, che venne sostituita totalmente da quella dell’Italia centrosettentrionale.
Ma i capitali degli Ebrei ascolani, pugliesi, meridionali restavano in loco, mentre i capitali dei vari Acciaioli, Bardi, Peruzzi drenavano ricchezza dalle nostre zone e la trasferivano nell’Italia centro-settentrionale.
Cosi, quando, “l’Italia meridionale diventa il campo piu fecondo dell’investimento capitalistico veneziano, fiorentino, italiano, e proprio allora che il Sud diventa necessario ed indispensabile alla economia dei popoli piu colti della Penisola e della nazione tutta quanta” sicche Napoli, Bari, Brindisi e Taranto diventano “le piazze piu affollate del commercio monetario italiano, monopolizzato da grandi compagnie, fruttifero d’interessi lautissimi, saldamente garantito e
protetto” mentre “le societa dei Bardi e dei Peruzzi, degli Acciaioli e dei Tolomei, in concorrenza con societa venete e genovesi, intrecciano tante e cosi' robuste reti dalle Alpi allo Stretto, accettano tanti e cosi cospicui depositi dai piccoli proprietari liberi del Regno, ottengono tanti e cosi importanti privilegi di trasporto, d’incetta, di appalti, che il Regno di Napoli sembra
diventato la terra promessa di tutti gli speculatori”.
Dunque, nel passaggio dalla borghesia ebraica locale alla borghesia colonialistica, il Sud perdeva una possibilita di sviluppo capitalistico autonomo.
D’altronde, la Spagna con la cacciata degli Ebrei aveva gia regalato all’Olanda l’intraprendenza della borghesia ebraica. E fu cosi che il Seicento spagnolo e napoletano fu tanto distante dal Seicento olandese quanto il ricorso ad un protettore piu o meno santo era distante dalla frequentazione della Borsa di Amsterdam. I grandi mercanti genovesi e banchieri toscani, con cui il vicereame era indebitato fino al collo, investivano le loro enormi rendite nell’acquisizione e nell’acquisto di feudi nell’Italia meridionale, producendo, da una parte, la rifeudalizzazione e l’infeudamento del Sud e, dall’altra, lo sviluppo precapitalistico del Centro-Nord. E cosi in Toscana ebbero la civilta' del Rinascimento e il Palazzo degli Uffizi, e noi qui avemmo la civilta' della Mena delle pecore e Palazzo Dogana.




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13 maggio 2011

Ebrei: don Michelone proclamato 'Giusto fra le Nazioni'

Nascose famiglia Segre in canonica. Cerimonia in paese torinese

 

Don Martino Michelone, il parroco di Moransengo (Asti) che, nella sua canonica, nascose ai nazisti la famiglia di Riccardo Segre, e' stato proclamato oggi ''Giusto fra le Nazioni'' dallo Yad Vashem, l'istituzione che onora la memoria delle vittime della Shoah.

Il diploma e la medaglia di ''Giusto fra le nazioni'', che e' il piu' alto riconoscimento israeliano per le persone non ebree che hanno contribuito a salvare vite umane dai nazisti, sono stati consegnati dall'ambasciatore d'Israele a Roma, Ghideon Meir, ai parenti di don Michelone, morto nel 1979. (ANSA).
 




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13 maggio 2011

E` giusto salvare Shalit Gilad a qualsiasi costo?

 

Il governo israeliano sta`trattando per il rilascio del giovane caporale Shalit Gilad,rapito nel giugno del 2006 da Hamas, ed in cambio sembra pronto a rilasciare circa 980 carcerati palestinesi tra i quali sono inclusi assassini e terroristi.
In realta`, la trattativa sembra ruotare tutta intorno a quattro persone (Ibrahim Hamad,Abdullah Barghouti, Abbas Asayeb e Ahmed Sa'adat) che Hamas vuole assolutamente e che Israele ha forti difficolta` a rilasciare.
I quattro sono alcuni tra i principali responsabili del bagno di sangue che avvenne in Israele tra il 200 e il 2003, in seguito a una lunga serie di attentati suicida.
Nello specifico, Hamad (leader dell`ala armata di Hamas a Ramallah) e` in carcere, perche` nel 2004 uccise una donna israeliana incinta di otto mesi e i suoi 4 figli di 11, 9, 7 e 2 anni.
Abdullah Barghouti, figlio di Marwan Barghouti, e` lo stratega che preparo` le cinture esplosive usate dai terroristi suicida per provocare almeno 4 stragi nei primi tre anni del nuovo millennio.
Abbas Asayeb organizzo` l`attentato suicida al Park Hotel di Netanya che costo` la vita a 29 persone.
Ahmed Sa'adat, l`unico non appartenente ad Hamas, e` il leader del fronte per la liberazione della Palestina, ed e` in carcere per aver assassinato nel 2001 Rehavam Ze'evi, ex ministro al turismo.
Inevitabilmente l`eventualita` di un loro rilascio preoccupa e divide l`opinione publica israeliana.
In particolare, due sono le obiezioni che vengono mosse al governo israeliano.
Una e`di natura “morale”, in quanto rilasciare questi terroristi significa infliggere una nuova ferita alle persone vittime degli attentati o che in essi hanno perso dei cari.
L`altra riguarda la sicurezza d`Israele.
Legittimamente, infatti, ci si chiede se rilasciare questi strateghi del terrore non comporti la possibilita` che scoppi una terza intifada,(secondo alcuni commentatori gia` pronta a verificarsi a causa della lotta di potere tra Hamas e Al Fatah) con una nuova raffica di attacchi terroristici in tutto Israele.
Inoltre l`accettazione dello scambio sara` presentata da Hamas come una vittoria,cosa questa che ne` favorira` l`espansione nella societa` palestinese.
Infine, l`accordo potrebbe spingere i terroristi a compiere ulteriori rapimenti di soldati e cittadini israeliani.
In una qualsiasi altra democrazia la questione molto probabilmente non si sarebbe nemmeno posta, perche` in una situazione normale nessun stato cederebbe ad un simile ricatto.Israele invece deve affrontare la questione perche`e` uno stato sempre minacciato di estinzione da parte dei vicini.
Uno stato, una societa` in tali condizioni, non puo` fare a meno della coesione del suo esercito e tantomeno puo`rischiare che si diffonda la convinzione che i soldati vivi o morti possano essere lasciati nelle mani del nemico.
Molto probabilmente, la diffusione di questa concezione, sarebbe l`inizio della fine per lo stato d`Israele.
A questo aspetto ne va poi aggiunto anche un`altro di natura "filosofico-ontologica".
La contrapposizione tra Israele e l`islamismo sia esso espresso attraverso gruppi terroristici (Hamas Hezbollah), stati (Iran) e/o reti transnazionali (Fratelli Musulmani) e` soprattutto una contrapposizione tra due concezioni dell`uomo,della vita del mondo. Da una parte il movimento islamista che fonda, o sogna di realizzare, societa` chiuse basate sul terrore e sull`odio, dove alle persone viene instillato un valore che va contro la natura dell`uomo qual`e` l`amore per la morte.
Dall`altra una societa` aperta basata sull`amore per la vita, la tutela dei deboli, l`impegno a dare un futuro ai propri figli.
Israele,proprio perche` e`ben consapevole di cio` non puo` lasciare che i propri figli siano abbandonati agli islamisti, nemmeno quando questo comporta sacrifici incredibili.
Non puo` farlo nemmeno se, come ricorda oggi Pierluigi Battista sul Corriere, cio` comporta rilasciare in quasi trent`anni 7000 detenuti arabi molti dei quali implicati in atti di terrorismo per riavere "solo" 14 soldati o i loro resti.

Alessandro Bertonelli




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13 maggio 2011

La poverta` influenza la qualita` del terrorismo non la quantita`

 

All`Univerista` di Harvard si e` svolto un convegno su uno dei temi piu` controversi degli ultimi 20 anni: la correlazione tra il terrorismo islamico e le condizioni di poverta`.
Molti giornalisti e intellettuali,soprattutto se liberals e/o di scuola marxista, tendono a presentare tale correlazione come l`unica plausibile, giusta spiegazione al fenomeno del terrorismo. I fatti dimostrano che sicuramente la poverta` l`alienazione il disagio sociale sono fattori da considerare nello spiegare l`influenza e la diffusion dell`islamismo, ma non sono le cause prime di quel fenomeno ne della sua manifestazione terroristica.
E` sufficente scorgere le biografie degli attentatori sucidi, per verificare come la stragrande maggioranza di essi appartengono alla media o all`alta borghesia e abbiano quantomeno il diploma superiore Ultimo caso quello di Mohamed Game.Game cerco` lo scorso ottobre di farsi esplodere dentro la caserma S.Barbara a Milano. Il giorno dopo,quasi tutti i giornali come se fosse un riflesso incondizionato hanno descritto l`attentato come l`atto di un estremista isolato, povero depresso.Nei giorni successivi e` risultato invece che l`attentatore era membro integrato della comunita` islamica milanese ed aveva una laurea in ingegneria.
Altri esperti sostengono che se la poverta` non e` determinante nelle azioni terroristiche di AlQueda, lo e` invece per quanto riguarda il terrorismo palestinese.
Da questo punto di vista tale convegno e` risultato molto interessante.Gli studiosi hanno analizzato i dati forniti dall` ISA, (l`Agenzia di Sicurezza Israeliana) a proposito dei palestinesi che dal 2000 al 2006 hanno compiuto attacchi(o hanno provato a farlo) in Israele, nella West Bank, nella Striscia di Gaza, e sono giunti alla conclusion che la poverta` influenza la qualita` non la quantita` degli attacchi suicida.
In altre parole le varie organizzazioni terroristiche palestinesi per compiere gli attentati piu` complessi,contro obbiettivi ritenuti piu` importanti e la cui riuscita comporta maggiori benefici(anche in termini mediatici) all`organizzazione, reclutano persone con una cultura e un reddito superiore alla media.
In particolare risulta che tra gli attentatori suicida la media di coloro che frequentano l`universita` o sono gia` laureati e` piu` alta dell`8% rispetto alla media generale.
Al contrario per compiere attentati considerate di minor rilevanza, o piu` facili vengono spesso impiegate persone con un livello culturali e un reddito uguale o inferiore alla media che dimostrano spesso anche una minor efficenza.
Risultano evidenti le analogie con il terrorismo islamista mondiale che per gli attentati nelle grandi citta` (New York,Bali, Istanbul, Rabat) ha utilizzato esperti laureate della media alta borghesia, mentre in Afghanistan o in Iraq utilizza anche analfabeti e poveri.
Vi sono inoltre altre interessanti notizie deducibili dale loro biografie.Infatti, la maggior parte di loro proveniva dalla West Bank, risultavano piu` efficaci se avevano un`adeguata istruzione, erano in larga parte maschi tra i 20 e i 30 anni
Nel contempo,pero`, dalle indagini risulta che un alto livello di disoccupazione amplia il “bacino d`utenza” delle organizzazioni terroristiche, soprattutto se queste, come fa Hamas, forniscono anche supporto sociale e culturali,mettendo a disposizione della popolazione asili,scuole e ospedali.
Questo non significa pero` che la soluzione sia quella preferita dall`Unione Europea e dale Nazioni Unite: i finanziamenti a pioggia.
Infatti i finanziamenti svincolati da qualsiasi progetto educativo e sociale aiutano esclusivamente le organizzazioni “socio-terroristiche” come Hamas ad ampliare il loro potere e la loro influenza sulla popolazione.
Mi sono limitato a fornire alcune riflessioni; per coloro che fossero intressati ad approfondire l`argomento possono trovare il resoconto del convegno:

"Economics conditions and the Quality of Suicide Terrorism" sul sito dell`Universita` di Harvard

Alessandro Bertonelli




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12 maggio 2011

L’eloquente differenza fra crimini ed errori. Goldstone si è ricreduto, Sergio Romano no, e sbaglia.

L’eloquente differenza fra crimini ed errori
di Marco Paganoni, aprile 2011
Si sa, in cauda venenum: il veleno infilato alla fine di un articolo è quello che resterà, e farà opinione. Per questo, alla fine del suo pezzo sul Rapporto Goldstone (Corriere della Sera, 22.04.11) Sergio Romano scrive che “la guerra di Gaza fece più di 1.400 vittime nel campo palestinese e 13 in quello israeliano: una disparità che è più eloquente di qualsiasi rapporto”. Suona vero, e invece è falso.
Come Romano NON sottolinea nel suo pezzo, l’accusa più infamante avallata dal Rapporto Goldstone era che Israele avesse preso di mira intenzionalmente obiettivi civili commettendo in questo modo dei crimini di guerra. Oggi invece Goldstone ammette che non esiste alcuna prova che da parte israeliana vi fosse intenzionalità nel colpire i non combattenti; mentre, scrive Goldstone, “va da sé che i razzi di Hamas erano consapevolmente e indiscriminatamente indirizzati contro obiettivi civili”. Se Romano permette, la distinzione è fondamentale: è quella che fa la differenza fra guerra e crimine di guerra, fra combattenti e terroristi.
Che quasi due terzi delle 1.166 (non 1.400) vittime palestinesi fossero combattenti lo ha riconosciuto lo stesso “ministro” degli interni di Hamas, Fathi Hammad, che al giornale pan-arabo edito a Londra al-Hayat (1.11.10) ha parlato di almeno 700 caduti fra i miliziani a vario titolo affiliati a Hamas e ad altre fazioni armate: un dato sorprendentemente vicino a quello sempre sostenuto da Israele di 709 combattenti nemici uccisi.
Poi, disgraziatamente, esistono i civili uccisi senza intenzione: tragedie, non crimini. E sarebbero stati molti di più se Israele non avesse adottato (contro ogni logica strettamente militare) tutta una serie di misure per avvertire la popolazione civile degli attacchi imminenti (con le migliaia di volantini e persino telefonate di pre-allarme). Errori – non crimini – purtroppo sono sempre possibili. Basti ricordare che degli stessi soldati israeliani morti in quell’operazione, quasi la metà caddero per “fuoco amico”, certamente non intenzionale. Criminale, piuttosto, è l’uso dei civili come scudi umani. Ed è raccapricciante vantarsene, come fece lo stesso Fathi Hammad alla tv Al-Aqsa (29.2.08) quando dichiarò che i palestinesi “formano scudi umani fatti di donne, bambini, anziani e mujahidin [combattenti] allo scopo di sfidare la macchina da bombardamento sionista”. Ecco perché Goldstone ha dovuto rimangiarsi la sua accusa.
Con buona pace di Sergio Romano, tolte da ogni contesto, le nude cifre (oltretutto inesatte) lungi dall’essere eloquenti sono anzi ingannevoli. In ogni guerra, obiettivo delle forze armate è quello di infliggere il maggior danno possibile ai combattenti nemici, cercando di subire il minor danno possibile. Accusare i militari d’aver fatto esattamente questo, oltre che ingiusto è irragionevole. In nessuna guerra si è mai chiesto a una parte – specie a quella che reagisce a un’aggressione – di “proporzionare” il numero di nemici uccisi al numero di perdite subite. Cosa dovrebbero dire gli israeliani ai loro soldati? Di farsi ammazzare un po’ di più per soddisfare le esigenze di “proporzionalità” degli spettatori? Tanto per fare un esempio, nell’infausta battaglia degli elicotteri Black Hawk abbattuti a Mogadiscio il 3-4 ottobre 1993, caddero 18 soldati americani contro diverse centinaia di somali, forse addirittura mille, per lo più combattenti di Mohamed Farrah Aidid. In quel periodo, in Somalia, caddero anche 14 italiani (undici militari, un’infermiera della Croce Rossa e due giornalisti). Si perdoni la crudezza, ma si è mai sentita un’opinione pubblica occidentale lamentare che il proprio paese subisse “troppe poche perdite” rispetto a quelle inflitte al nemico? Pretendere da Israele l’impossibile serve solo a demonizzare gli israeliani proprio su un terreno, quello dell’etica di guerra, su cui nonostante tutto sono sempre riusciti a mantenere standard più elevati di tanti altri, e certamente dei loro nemici.

Nella foto in alto: Richard Goldstone




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