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19 maggio 2011

Diritto al ritorno su TV di Hamas (alleata di Abu Mazen). 92enne palestinese: «Massacrare gli ebrei come li massacrammo a Hebron [nel 1929]» (inglese)


 

http://www.memritv.org/clip/en/2929.htm




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19 maggio 2011

Obama: Israele é stato ebraico

   

di Nena News

Gerusalemme, 17 maggio 2011. Il quotidiano di Tel Aviv Yediot Ahronot pubblica oggi la bozza del discorso al mondo arabo che il presidente Usa pronuncerà giovedì. Sul New York Times invece Abu Mazen chiede riconoscimento Stato palestinese. Nel nuovo discorso rivolto al mondo arabo che pronuncerà giovedì sera, il presidente americano Barack Obama chiederà ai palestinesi di riconoscere Israele come «Stato degli ebrei» e si esprimerà con forza contro la proclamazione unilaterale d’indipendenza palestinese che il presidente dell’Anp Abu Mazen intenderebbe fare il prossimo settembre.

Sottolineando che il documento non contiene dichiarazioni nettamente discordanti dalla linea del premier israeliano Netanyahu, Yediot Ahronot aggiunge che Obama chiederà a israeliani e palestinesi di riprendere il negoziato, come unica strada per raggiungere una «pace stabile», e a Netanyahu dirà di non espandere le colonie israeliane nei Territori occupati palestinesi. Allo stesso tempo si esprimerà a favore di Gerusalemme capitale non solo di Israele ma anche di un possibile Stato palestinese.

Secondo il giornale il presidente Usa avrebbe modificato nella direzione di Israele il suo discorso dopo il veemente discorso pronunciato alla Knesset da Netanyahu, nel quale il premier israeliano ha ribadito con forza che Israele non cederà mai il controllo di tutta Gerusalemme, della Valle del Giordano e dei blocchi di colonie ebraiche in Cisgiordania.

Il riconoscimento palestinese di Israele come Stato ebraico è il punto sul quale batte ormai da due-tre anni a questa parte l’establishment politico israeliano, di destra e di centrosinistra. Una richiesta mai presentata ai passati tavoli di trattativa volta, di fatto, ad ottenere l’annullamento del «diritto al ritorno» alle loro case (in territorio israeliano) per i profughi palestinesi del 1948 (oggi oltre 4 milioni) sancito dalla risoluzione 194 dell’Onu. Israele sostiene che applicando il «diritto al ritorno» perderebbe il suo carattere «ebraico e sionista».

Intanto oggi sul New York Times, Abu Mazen ha sottolinea che «I negoziati rimangono la nostra prima opzione, ma dato il loro fallimento siamo costretti a rivolgerci alla comunità internazionale…non possiamo aspettare indefinitamente mentre Israele manda nuovi coloni nella Cisgiordania occupata e nega ai palestinesi l’accesso alla maggior parte delle nostre terre e luoghi santi, in particolare Gerusalemme». «Né le pressioni politiche, né le promesse di ricompensa da parte degli Stati Uniti hanno fermato il programma israeliano degli insediamenti», aggiunge. Secondo il presidente dell’Anp «l’ammissione della Palestina all’Onu aprirebbe la strada all’internazionalizzazione del conflitto come questione legale, non solo politica - sostiene - ci permetterebbe di citare Israele davanti all’Onu, gli organismi per i diritti umani e la corte internazionale di giustizia».




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19 maggio 2011

Gaza va liberata innanzitutto dai fondamentalisti islamici

 

 

Prima, a Jenin, hanno ammazzato Juliano Mer Khamiss, direttore del teatro The Freedom Theatre e poi hanno assassinato anche Arrigoni. Due persone che sicuramente non andavano a genio a chi pretende di avere il diritto di poter esercitare il controllo sul pensiero, nel nome del Corano. E ora di fronte a due omicidi del genere, si sostiene che a Gaza un’organizzazione fondamentalista, come lo è quella di Hamas che all’art 11 della sua statuto si proclama Movimento di Resistenza Islamico, non si sia resa conto di quanto stava accadendo per volontà di alcuni salafiti, prima del compimento di questi ultimi omicidi. Con po’ di umiltà si dovrebbe ammettere che, nei quadri di Al-Qaeda , stanno emergendo nuovi protagonisti più indipendenti nelle svolgimento delle proprie risoluzioni e che Hamas preferisce non esporsi troppo in merito. Al punto in cui siamo alle varie flottiglie, crediamo che sarebbe il caso di consigliare di salpare per liberare Gaza, non tanto dal blocco israeliano che peraltro assassino non è ma, bensì quanto da quello del fondamentalismo islamico che, è un immane oltraggio ai diritti umani e, uccide ogni pensiero che si distacchi dalla religione.
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Francesco Mangascià




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19 maggio 2011

Lo stato marittimo e lo stato sulle alture

Di Gideon Biger
Sta per accadere. C’è la pressione a livello mondiale per il riconoscimento dell’indipendenza palestinese, e nel frattempo l’Autorità Palestinese ha firmato un accordo con Hamas, che controlla la striscia di Gaza, per l’unità e una comune attività politica. Ma, a parte il dibattito politico, c’è da porre una questione di carattere geopolitico: può esistere per un lungo periodo uno stato diviso in due parti separate da un altro stato?
Per come stanno le cose, sembra che stiamo per assistere alla nascita sulla mappa del mondo di uno stato la cui caratteristica più singolare sarà quella d’essere composto da due parti senza contiguità territoriale, per terra o per mare, fra l’una e l’altra. Al di là delle diverse opinioni politiche e di ogni considerazione sul fatto se questo sia positivo o negativo per Israele, sorge la domanda se un siffatto stato sia in grado di durare.
Una breve rassegna di casi analoghi del passato non lascia molto spazio all’ottimismo. Nel secolo scorso vi sono stati diversi paesi le cui varie parti non erano territorialmente confinanti. Dopo la prima guerra mondiale, venne creato uno stato tedesco che aveva una parte – la Prussia Orientale e la città di Danzica (Gdansk) – che non era contigua con le altre parti. L’accesso avveniva attraverso un corridoio nel territorio polacco che connetteva la capitale Varsavia col mare. Dopo la seconda guerra mondiale venne creata la Germania Occidentale di cui una parte, Berlino Ovest, non era territorialmente contigua con le altre parti. Quando l’India britannica si sciolse, venne creato lo stato del Pakistan sulla base della popolazione musulmana del subcontinente. Lo stato pakistano del 1947 consisteva in due parti, est e ovest, separate da territorio indiano. Analogamente, tra il 1948 e il 1967 lo stato di Israele ebbe una enclave territoriale, il Monte Scopus di Gerusalemme, che non era territorialmente contigua con le altre parti del paese.
In tutti questi casi vennero messi in atto dei meccanismi intesi a collegare le diverse parti: una strada a passaggio garantito (Berlino), strade o linee ferroviarie speciali, linee aeree, convogli periodici (Monte Scopus) e così via. Tali meccanismi restarono in vigore per periodi di tempo limitati e alla fine vennero meno o a seguito di un’altra tornata di guerra (è il caso delle enclave di Danzica e del Monte Scopus), o per l’unificazione delle due parti (Berlino), o perché una delle parti si è staccata rendendosi indipendente (il Pakistan Orientale, diventato il Bangladesh).
Oggi esiste un solo esempio rilevante di uno stato con un territorio non contiguo: gli Stati Uniti, dove il Canada separa l’Alaska dalle altre parti. Ma esiste un passaggio marittimo sicuro e libero fra le due aree, e le relazioni fra Stati Uniti e Canada sono tali che non occorre nessun accordo speciale per passare da una parte all’altra.
Altri casi si sono creati quando si è sciolta l’Unione Sovietica. Nella regione del Caucaso c’è l’area di Nakhchivan che appartiene all’Azerbaijan, ma è separata da esso da territorio armeno e fra le due parti non c’è collegamento diretto. Contemporaneamente, all’interno dello stesso Azerbaijan esiste la provincia, non ufficiale e provvisoria, del Nagorno-Karabakh che è abitata per lo più da armeni, ma non ha contiguità territoriale con l’Armenia. Un terzo caso è quello dell’area di Kaliningrad, il territorio russo sulle sponde del Mar Baltico tagliato fuori dal resto della Russia. Questi territori peculiari esistono da vent’anni e sono collegati da diversi tipi di vie d’accesso, ma è ancora difficile dire se e come potranno continuare ad esistere.
Per quanto riguarda la Cisgiordania e la striscia di Gaza, si è fatto un gran parlare di passaggi garantiti, strade, ponti, tunnel, collegamenti aerei, dispositivi di supervisione di veicoli e passeggeri ecc. e c’è molta gente che se ne sta occupando. Tuttavia l’esperienza storica dimostra che meccanismi di questo genere, anche quando funzionano per un po’ di anni, alla fine non riescono a durare. Si può sostenere che non si debba trarre conclusioni per il futuro dai fatti del passato. Comunque sembra assai probabile che – sia per le evidenti differenze fra Gaza e Ramallah, sia perché ambedue i territori sono legati dal fatto di essere il frutto di un’occupazione militare del 1948 (egiziana sulla striscia di Gaza e giordana sulla Cisgiordania) senza nessun precedente fondamento di unicità – alla fine ne scaturiranno due stati arabi separati, nella Terra d’Israele/Palestina: uno stato marittimo a Gaza, sulla pianura prospiciente il mare, maggiormente collegato con l’Egitto e il Mar Mediterraneo; e uno stato sulle alture di Cisgiordania, maggiormente collegato con la Giordania e con l’est.

(Da: Ha’aretz, 06.05.11)




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18 maggio 2011

Peres: “Abu Mazen è ancora il partner per la pace”

Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è ancora “certamente” un interlocutore per la pace con Israele, nonostante abbia firmato un accordo di riconciliazione con Hamas. Lo afferma il presidente israeliano Shimon Peres in un’intervista al Jerusalem Post in occasione della 63esima Giornata dell’Indipendenza dello Stato d’Israele.
Definendo “un ponte provvisorio" l’accordo Fatah-Hamas siglato dal scorsa settimana, Peres afferma d’aver criticato Abu Mazen per quel passo, ma aggiunge: “Questo non mi esime dalla necessità di dialogare con lui. Non ho intenzione di voltare le spalle al campo per la pace palestinese, anche se lo devo criticare. Abu Mazen era e rimane un interlocutore – dice Peres – perché vuole intrattenere negoziati con Israele, si oppone alla violenza e desidera la pace”.
A proposito della nuova leadership palestinese che scaturirà dall’accordo Fatah-Hamas, Peres fa appello alla comunità internazionale affinché tenga ferme le condizioni poste a Hamas per la sua legittimazione: che gli islamisti riconoscano il diritto di esistere dello stato d’Israele, che accettino gli accordi precedentemente firmati fra Israele e palestinesi, e che ripudino violenza e terrorismo. Secondo il presidente israeliano, su questi principi dovrebbe incentrarsi l’iniziativa israeliana nei discorsi e negli incontri che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu terrà negli Stati Uniti questo mese.
Peres sottolinea la necessità che la comunità internazionale tenga in considerazione le vitali esigenze di sicurezza di Israele nel momento in cui prende in considerazione gli appelli palestinesi per una dichiarazione di indipendenza unilaterale. “Andare alle Nazioni Unite soltanto con una dichiarazione di indipendenza senza dare le necessarie risposte alle preoccupazioni di sicurezza d’Israele significa la continuazione del conflitto, non la soluzione e la fine del conflitto”.
Alla domanda se Israele dovrebbe a sua volta riconoscere l’indipendenza palestinese, il presidente israeliano risponde: “Sono favorevole al riconoscimento, a patto che i palestinesi riconoscano le necessità di sicurezza d’Israele”, e spiega: “Vi sono due componenti: uno stato palestinesi e le necessità di sicurezza di Israele. Se noi parliamo soltanto delle esigenze di sicurezza di Israele, facciamo solo metà della strada. Se loro parlano soltanto dello stato palestinesi, fanno solo metà della strada. Ma fare solo metà della strada per la pace significa continuazione del conflitto. L’ho detto anche al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon – continua Peres – Gli ho detto: signori, volete decidere per uno stato palestinese? Bene, ma siete in grado di fermare il terrorismo? Siete in grado di fermare gli attacchi e le aggressioni? Potete far cessare l’istigazione all’odio e alla violenza? Oppure, vi sarà uno stato palestinese e tutto questo andrà avanti come prima? E questa sarebbe la pace? È questo che volete?”.
Peres risponde con un deciso “sì” alla domanda se definirebbe in modo inequivocabile il presidente Usa Barack Obama un autentico amico di Israele, e ricorda come Obama abbia detto, a lui e ad altri in varie occasioni: “Finché sarò alla Casa Bianca, la sicurezza di Israele sarà in cima al mio ordine di priorità”.
Forte sostenitore della spinta per la democrazia nel mondo arabo, Peres afferma tuttavia che gli esiti della crisi attualmente in corso possono essere soltanto due: “O il mondo arabo torna al tribalismo e alla miseria, o fa il suo ingresso nel ventunesimo secolo. Non ci sono vie di mezzo. Naturalmente – aggiunge – è interesse d’Israele che il mondo arabo entri nel ventunesimo secolo. Non siamo ottusi. Tutto l’ebraismo si regge sul principio che ogni essere umano è creato a immagine di Dio: i nostri valori sono e devono essere più forti anche delle nostre politiche”.
Alla domanda se immagina che la sollevazione rivoluzionaria possa raggiungere l’Iran, Peres risponde in modo asciutto: “L’Iran è un buon candidato. E gli iraniani certamente lo meritano”.

(Da: Jerusalem Post, 9.5.11)

Nella foto in alto: il presidente d’Israele, Shimon Peres

 




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18 maggio 2011

Sconfitti quelli che odiano Israele su Facebook


 

 

La giustizia trionfa sempre! Grazie agli sforzi di Aish.com e altre persone interessate e le organizzazioni, Facebook ha ormai cancellato il gruppo "terza Intifada" dal suo sito. La libertà di parola ha i suoi limiti, e Facebook non può essere utilizzato per lanciare una guerra terroristica contro Israele.

 

Ciò dimostra che l'attivismo fa la differenza.

 

Ma la lotta non è finita. I  gruppi palestinesi stanno semplicemente giocando al gatto e il topo, pubblicando la pagina della "terza Intifada" altrove. Oltre a questo, Facebook ha ancora decine di gruppi di chiamata per la violenza contro Israele e l'uccisione degli ebrei. (Vedi video sotto)

Firma la petizione qui sotto, invitando Facebook a eliminare dal suo sito l'odio e la violenza!

http://www.youtube.com/watch?v=VWObB4HdDcU&feature=player_embedded

 

http://www.aish.com/v/is/93393689.html?utm_source=mimi_aish_com&utm_medium=email&utm_content=3rd+Intifada%3A+We+won+the+battle___Let%27s+win+the+war&utm_campaign=Help+israel+campaign+3&utm_term=Hating+Israel+on+Facebook

 



 

Hating Israel on Facebook
Arabs try to launch a third Intifada. Stop the hate on Facebook.

Update: Tuesday, March 29, 2011 – Justice triumphs again! Due to the efforts of Aish.com and other concerned individuals and organizations, Facebook has now deleted the group "Third Intifada" from its website. Free speech has its limits, and Facebook cannot be used to launch a terror war against Israel. This shows that activism does make a difference.

But the fight is not over. Palestinian groups are simply playing cat-'n-mouse, posting the "Third Intifada" page elsewhere on Facebook. Beyond this, Facebook still has dozens of groups calling for violence against Israel and the killing of Jews. (see video below)

Sign the petition below, calling on Facebook to remove this hatred and violence!

 

 

Click here to play if you are unable to view YouTube videos.
 

Spread the word - tell your friends!
Join the Facebook Page:
Israel: Just the Facts


FONTE al link




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18 maggio 2011

I coloni israeliani vittime di serie B Le verità scomode scompaiono dai giornali Ignorato l'arresto dei palestinesi assassini di Itamar


 

 Autocensura. Meglio non far conoscere la ferocia degli «amici». I palestinesi, per molta stampa italiana, sono solo vittime. Infatti quando, come è accaduto per il massacro di Itamar vengono arrestati due palestinesi rei confessi di aver sgozzato tre bambini, uno in culla, è meglio ignorare la notizia. Soprattutto se questa arriva dopo l'altra verità scomoda: la morte di un italiano che ha sposato la causa di Hamas, ucciso a Gaza per mano degli uomini di Hamas.

La questione israelo-palestinese è complessa e non a caso è un conflitto tra i più lunghi della storia moderna. È lecito schierarsi. Coraggiosa la scelta di Vittorio Arrigoni che, coerente con le sue idee, ha deciso di stabilirsi a Gaza City e condividere le difficoltà dei palestinesi. Meno rispetto ha l'ipocrisia di coloro che sono pronti a puntare il dito e intingere la penna nell'inchiostro dell'odio a senso unico. In uno stato di guerra permanente è difficile fare distinguo, ma è altrettanto vero che la barbarie va condannata. E la strage della famiglia Fogel nell'insediamento di Itamar rientra in questo ambito. Non è stato il lancio di razzi per rispondere all'occupazione israeliana a ucciderli. Non è stato un conflitto a fuoco tra miliziani e soldati della Tsahal. La strage di Itamar è stata l'azione brutale di due studenti di 18 e 19 anni che volevano diventare «shahid». Due palestinesi che vivevano nella West Bank che sognavano di diventare mujaheddin, guerrieri santi. Uccidendo tre «pericolosi» israeliani di tre mesi, quattro e undici anni.

Una verità scomoda che racconta la ferocia e la violenza cieca, tranquillamente ignorata dalla stampa italiana. Appena un accenno alla fine dell'articolo su Arrigoni ne Il Messaggero. Gli altri quotidiani, da Repubblica, a Stampa, a Unità e al Corriere della Sera l'hanno ignorata. L'ha ignorata anche Il Giornale sempre pronto a schierarsi a favore di Israele. A volte la scelta di campo è tutta italiana. Fa parte dei giochi di potere e delle fazioni di casa nostra. E si perde la capacità di testimoniare i fatti. Così come la vicenda di Vittorio Arrigoni perde spazio sulla stampa libera e intellettualmente superiore. È difficile raccontare cosa si celi dietro certe morti assurde, seppur in una regione del mondo dove l'odio è il nutrimento quotidiano.

La Palestina di Hamas non è quella dell'Anp. C'è chi cerca il dialogo e chi vuole cancellare Israele. E poi ci sono i qaedisti che sognano l'Emirato di Palestina prodromo del ritorno del Califfato in tutta la Mezzaluna fertile. Un tuffo nel Medio Evo in nome dell'interpretazione distorta del pensiero di Maometto. Gli amici italiani della Palestina, di Gaza, cosa pensano dei diritti delle donne nella Striscia? Delle libertà individuali? Gli universitari a fine marzo hanno tentato una protesta a Gaza City sull'onda della Rivoluzione dei gelsomini: la polizia di Hamas li ha malmenati e arrestati così come fa quella del dittatore Assad in Siria o Gheddafi in Libia. Ma è meglio ignorare. I rapitori di Vittorio Arrigoni lo hanno accusato di introdurre a Gaza «costumi occidentali» e la «modernizzazione».

Tra l'altro Arrigoni era animatore di un gruppo di giovani palestinesi su Faceboook e i salafiti di Gaza poco tempo fa hanno distrutto alcuni internet point. Nella Striscia della milizia islamica il traffico di droga, di farmaci e di aiuti internazionali è il business più diffuso. Abu Khaled, l'uomo indicato come il trafficante di uomini che tiene prigionieri centinaia di eritrei nel Sinai, è un uomo di Hamas: controlla una rete di tunnel tra Gaza e l'Egitto, rilascia interviste da Gaza. Questi sono i personaggi che ispirano i giovani palestinesi a uccidere i bambini e lanciare razzi contro gli scuolabus. Il mito del kamikaze viene inculcato sin da piccoli. Un esempio? «Lotta con il martirio perché il martire è l'essenza della Storia»: con questa frase dell'ayatollah Khomeini prende il via un filmato di 52 minuti, prodotto da Hezbollah, dove si esalta la figura del «kamikaze» dove si vedono ragazzini di 7-8 anni con dei kalashnikov in mano. Ieri si celebrava Pesach, il passaggio dalla schiavitù verso la libertà. Un sogno per tanti in Medio Oriente. Non li aiuta un Occidente che racconta mezze verità.

 

Maurizio Piccirilli  I coloni israeliani vittime di serie B




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18 maggio 2011

Il Volto nella Sindone è quello del templare Jacques de Molay

 

 

Era venerdì 13 e, sette secoli addietro, nel 1307 il venerdì 13 del mese di Ottobre, Filippo il bello, fece arrestare con false accuse tutti i templari che erano in Francia, li derubò di ogni cosa che possedevano per poter dare un sostegno alle proprie finanze che erano ormai sull’orlo del collasso, e li consegnò all’inquisizione che, li diffamò torturò e poi bruciò come eretici sodomiti e stregoni, un re invertito, infamò e bruciò dei Santi. Nel 1314 l’ultimo Gran Maestro Jacques de Molay,

 venne arso pubblicamente a Parigi, si sussurra che la sacra Sindone, su cui la scienza non ha mai provato che risalga a 2mila anni fa, abbia ricoperto non il Cristo, ma bensì il  corpo di De Molay; l’inquisitore Imbert ve lo fece avvolgere ancora agonizzante: con la morte di De Molay, l’ordine dei templari scompare, ma non muore, alcuni di loro anni dopo combatteranno a fianco degli scozzesi contro gli inglesi cui daranno una sconfitta tale da tenerli lontani per qualche secolo delle terre dell’highlander, in questa sua oscenità Filippo il Bello, Filippo l’invidioso, Filippo l’invertito, ebbe un complice, Clemente V, uno tra gli impostori più deboli e corrotti che si sono susseguiti, sul trono di Pietro, costui, a Vienna il 3 Aprile 1312, emise una bolla satanica, Vox in Excelso, che soppresse l’Ordine che era stato riconosciuto nel 1128 da Papa Onorio II.

L’Ordine dei Templari, venne riconosciuto ufficialmente nel 1128, da Papa Onorio II, e sotto la guida di un maestro spirituale come l’abate di Chiaravalle, San Bernardo, decise di darsi una Regola, che venne sancita dal Consiglio di Troyes, la lingua ufficiale era il francese, ma poi con Hugo de Payns, i Templari reclutarono proseliti tra i non aventi diritto a regni poiché non primogeniti tra la nobiltà europea; la traduzione della Regola nelle altre lingue consentì diverse interpretazioni sulla stessa, meno che sul mistero.

I Cavalieri Templari che combattevano indossavano una tunica bianca con una croce rossa sul petto e sulla schiena, mentre quelli addetti solo al servizio ecclesiastico indossavano una veste verde con una croce rossa. Non nobis, Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam. Nos perituri mortem salutamus-.



italiasvegliati
Non nobis, Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam. Nos perituri mortem salutamus
-. 

   
F G Mangascià
francesco.mangascia@gmail.com

 

 


 




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18 maggio 2011

"La Shoah? Una fandonia, un complotto" viaggio nel negazionismo via internet


 

 

Siti, blog, forum spesso registrati all'estero per bypassare le eventuali restrizioni. Si va da quelli dei movimenti neonazisti a quelli più o meno ufficiali di Forza Nuova, a profili privati sui social network. Interventi non sempre anonimidi MARCO PASQUA

Dai forum dei movimenti neonazisti a quelli, più o meno ufficiali, di Forza Nuova, passando per privati profili di Facebook e blog a tema. I negazionisti italiani e, soprattutto, i loro simpatizzanti, sfruttano il web per far circolare le loro assurde tesi che mirano a diffondere la convinzione che il piano di sterminio degli ebrei, disposto dal regime nazista, non sia mai esistito. Non sempre si nascondono dietro all'anonimato e, talvolta, firmano i loro interventi con nome e cognome. Alcuni di loro sono disposti ad ammettere che i nazisti hanno fatto delle vittime, ma certamente non nelle "camere a gas", di cui negano l'esistenza. I loro siti sono spesso registrati all'estero, con l'intento di bypassare le eventuali restrizioni sui contenuti imposte da alcune piattaforme di blogging. Contenuti che sono costantemente monitorati dalla polizia postale che, alcune volte, riesce a contestare loro la violazione della legge Mancino. Una lista di queste pagine web era già finita al centro di un'indagine promossa dal Comitato di indagine conoscitiva sull'Antisemitismo, presieduto dalla deputata Fiamma Nirenstein, e oggetto di minacce sugli stessi siti.

Il forum neonazista Stormfront, nella sua versione italiana, ospita spesso interventi in difesa dei negazionisti, con attacchi agli esponenti delle comunità ebraiche italiane e a quei politici che si battono per la difesa della verità storica. Sito registrato in America, espone in homepage una croce celtica e la scritta, in inglese, "orgoglio bianco mondiale". Il suo fondatore, Don Black, è un ex leader del Ku Klux Klan. Alcuni thread sono dedicati al tema della Shoah, definita "una fandonia" oppure "un complotto ebreo", ma anche "la colonna portante di un castello di menzogne, una colonna di cartapesta, che può e deve essere abbattuta". I commentatori abituali, che arrivano anche a negare la veridicità dei fatti narrati da Anna Frank nel suo diario ("i fatti da lei narrati non sono una prova del piano di sterminio"), sono protagonisti di insulti contro "i truffatori ebrei" ma anche contro i media controllati, a loro dire, dalla lobby ebraica. Su questo forum circolavano, nel 2008, le canzoni dei 99 Fosse, il gruppo che irrideva la Shoah, ridicolizzando il tema dei morti nei campi di concentramento con parodie di canzoni famose.

Anche i simpatizzanti e i militanti del movimento di estrema destra Forza Nuova hanno una loro tribuna virtuale, dalla quale vengono lanciati insulti antisemiti. La strategia è la stessa dei revisionisti: negare le cifre dello sterminio e minare la credibilità delle certezze acquisite dalla ricerca storica ufficiale. "Tutti i tabù sono caduti tranne questo, ma è solo questione di tempo, perché l'opprimente Diga Liberticida è infiltrata da mille rivoli di verità", scrive un utente a proposito dell'Olocausto, riguardo al quale, viene sostenuto più volte, non esistono documenti che testimonino l'ordine di sterminio fisico degli ebrei. E' questo, uno dei punti cardine della lezione tenuta da Claudio Moffa 1 all'università di Teramo, alla fine di settembre (il docente viene citato ad esempio dai militanti forzanovisti). E poco importano i racconti dei testimoni, sopravvissuti alla Shoah, e le verità ricostruite dagli storici: i negazionisti non sono disposti ad ammettere che le loro tesi non possono trovare alcuna credibile conferma storiografica. Sempre dal forum riconducibile a Forza Nuova, partono attacchi antisemiti agli esponenti delle comunità ebraiche, mentre si accusa Roma di non "saper tenere a bada la manesca, fanatica tribù di Giuda. Ora questa Roma alla vaccinara antifascista ne teme la vendetta". Stesso tenore nei commenti sul forum dedicato a Benito Mussolini, i cui utenti inneggiano al presidente iraniano Ahmadinejad, per aver negato l'Olocausto.

Tra i siti registrati all'estero, c'è "Vho", che fa capo alla Castle Hill Publishers, casa editrice di Germar Rudolf, colonna portante della storiografia revisionistica. Negli anni Novanta è stato condannato a 14 mesi di carcere, mentre successivamente la magistratura fece confiscare un suo testo negazionista. Fuggito in Inghilterra, dove ha fondato la sua casa editrice, nel 1999, in seguito alle pressioni esercitate dalla Germania, si è rifugiato in America. Nel 2006, dopo che gli Stati Uniti hanno respinto la sua richiesta di asilo politico, è stato rispedito in Germania, dove ha scontato una condanna a due anni e sei mesi di carcere. Il sito, registrato negli Usa, raccoglie una serie di link a testi di negazionisti, tra i quali figura l'italiano Carlo Mattogno. E' tradotto in cinque lingue e, come è immaginabile, si batte per una pseudo-libertà di ricerca "scientifica non conformista", e per contrastare le leggi che, in alcuni Paesi europei, prevedono l'arresto dei negazionisti. Tra le sue finalità, c'è "l'assistenza finanziaria ai revisionisti che, a causa del proprio operato, vengano sottoposti a processi giudiziari, ad aggressioni fisiche o a calunnie, o che vengano vittimizzati o perseguitati in altra maniera". "Il momento, per i revisionisti, non è allegro - si legge nella pagina principale -  non solo la ricerca storica e scientifica non conformista - quando si tratta di 'Shoah' - è  penalmente perseguita nella maggior parte dei Paesi europei, ma addirittura Ernst Zündel e Germar Rudolf, dopo essere stati subdolamente deportati dagli Stati Uniti, sono stati recentemente condannati in Germania. Tutto questo solo per aver scritto e pubblicato libri e articoli critici della versione ufficiale dell''Olocausto'. Dunque anche l'Unione Europea (come la vecchia Unione Sovietica) ha i propri prigionieri politici".

Le vignette antisemite di Holywar, articolazione web di un "Movimento di Resistenza Popolare L'Alternativa Cristiana", sono spesso fatte circolare tramite Facebook, e vengono continuamente aggiornate, anche seguendo le evoluzioni dell'attualità politica italiana (il che lascia presupporre che sia curato da mani italiane). Quasi sempre si tratta di attacchi a singoli esponenti politici: oltre al sindaco di Roma, Gianni Alemanno (ritratto spesso con Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana), si insultano "l'ebreo Mario Draghi", ma anche Gianfranco Fini, la compagna Elisabetta Tulliani e il fratello di lei, Giancarlo, (definiti "i soliti arroganti ebrei"). Vengono riportati testi che dimostrerebbero le "falsificazioni fotografiche" relative alla Shoah. Anche qui si sostiene che "il diario di Anna Frank sia stato un falso clamoroso". Il sito è intestato a nome del norvegese Alfred Olsen, cattolico tradizionalista. Nel 2000 fece discutere, perché mise in rete i cognomi di 9.800 famiglie ebree italiane. Quella lista c'è ancora oggi, su una pagina dominata dalla stella di David e della locandina di un Dvd antisemita (acquistabile online).

La nascita della fondazione dell'associazione AAArgh (acronimo che sta per Associazione degli Anziani Amatori di Racconti di Guerra e di HOlocausto) risale al 1996, e la sua pagina web è tradotta in 22 lingue, tra le quali figura anche l'ebraico. Oltre a testi revisionistici europei, ci sono molti interventi contro chi propone, in Italia, di introdurre leggi che puniscano le teorie dei negazionisti.

Variopinto il panorama dei blog personali, anche se pochi pubblicano materiale con costanza. Da quelli che ripropongono i testi dell'italiano Carlo Mattogno (che, viene scritto, è a capo della "ditta di olo-demolizioni") a siti dedicati ai negazionisti arrestati. Come "Olotruffa", aperto per celebrare, si legge nella sua homepage,  quei negazionisti "discriminati, perseguitati, condannati, deportati ed internati per anni nei lager olo-sterminazionisti per lo psicoreato di 'leso olocausto'". Anche Andrea Carancini, su un blog che porta il suo nome, si occupa di negazionismo sul web dal 2008, dando notizia degli storici arrestati, in Europa, e traducendo testi di revisionisti stranieri.

Tutti siti, questi, che vengono monitorati dalla polizia postale che, in alcuni casi, riesce ad applicare la legge Mancino, che permette di perseguire l'incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici religiosi o nazionali. Così, nell'aprile del 2009, la magistratura ha individuato e denunciato per propaganda di idee fondate sulla superiorità e sull'odio razziale, un pensionato 61enne, curatore di "Thule-Toscana", in cui si sosteneva, tra le altre cose, che nei lager nazisti si svolgessero attività ricreative (una delle teorie che accomuna quasi tutti i negazionisti). La sua pagina web è stata sequestrata dalla Procura di Arezzo, città nella quale aveva sede il provider della pagina. Lo scorso mese di marzo, invece, è stato individuato il referente italiano del Ku Klux Klan, che, oltre a predicare la superiorità della razza bianca, insultava ebrei ed omosessuali. http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/15/news/la_shoah_una_fandonia_un_complotto_viaggio_nel_negazionismo_via_internet-8071892/




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18 maggio 2011

False illusioni

 
Di Yoel Meltzer
Uno dei vantaggi dati per scontati della soluzione “due popoli-due stati” è che la creazione di uno stato palestinese dovrebbe rendere finalmente i palestinesi pienamente responsabili delle loro azioni. Dopodiché – vien detto – ogni atto di aggressione originato dalla nuova entità statale contro Israele verrà considerato un attacco a Israele da parte di un paese sovrano, e non più di qualche organizzazione terroristica. È proprio questo mutamento – così si dice – ciò che permetterà a Israele non solo di reagire con forza ad ogni eventuale atto di aggressione da parte palestinese, ma anche di farlo con il pieno appoggio e la comprensione della comunità internazionale.
Sebbene questa linea di ragionamento appaia assai invitante tanto da convincere anche diversi scettici, non la si deve prendere per buona tanto facilmente. In realtà, una rapida rassegna degli ultimi vent’anni sembra piuttosto indicare il contrario.
Al culmine della guerra nel Golfo del 1991, l’Iraq lanciò una quarantina di missili Scud su Israele nel tentativo di trascinarlo nel conflitto. Si trattò del caso classico di un paese arabo sovrano che aggredisce Israele con missili ad alta capacità distruttiva, lanciati contro alcune delle regioni più densamente popolate del paese. Eppure, per via di varie considerazioni di carattere geopolitico e di pressioni esercitate dietro le quinte, Israele decise di non reagire.
Una decina di anni dopo, Israele procedette alla rapida rimozione di tutte le sue truppe dalla “fascia di sicurezza” nel Libano meridionale. All’epoca ci venne promesso che le posizioni abbandonate da Israele sarebbero state prese in consegna dall’Esercito del Libano Meridionale allo scopo di impedire che i terroristi Hezbollah (filo-iraniani) si installassero a un tiro di schioppo dal confine settentrionale di Israele. Di più. Ci venne garantito dall’allora primo ministro israeliano Ehud Barak che, se Hezbollah avesse commesso un qualunque atto di aggressione contro Israele, la nostra risposta sarebbe stata determinatissima. Come al solito Israele si attenne alla sua parte dell’intesa, mentre gli arabi non lo fecero. Risultato: ci ritrovammo con Hezbollah schierato a ridosso del nostro confine. Tale sviluppo offrì a Hezbollah l’opportunità di osservare da vicino i movimenti dei soldati israeliani, cosa di cui approfittarono immediatamente. Dopo pochi mesi di sorveglianza ravvicinata, terroristi Hezbollah attraversarono il confine e sequestrarono tre soldati israeliani. Eppure, nonostante il diritto, acquistato a caro prezzo, di replicare a un atto di aggressione totalmente non provocato, e nonostante la promessa del primo ministro che avremmo reagito con forza a una situazione del genere, alla fine si fece ben poco. Le promesse restarono vane e disgraziatamente i tre soldati vennero uccisi.
Cinque anni più dopo il tragico rapimento in Libano, Israele rimuoveva ogni presenza ebraica, civile e militare, dalla striscia di Gaza. All’epoca venne detto che lo sgombero delle truppe da Gaza avrebbe spostato l’onere della responsabilità sull’Autorità Palestinese, costringendola in questo modo a tenere a freno le varie organizzazioni terroristiche. Ma anche questo, come tutti gli altri vantaggi promessi, si rivelò infondato e gli attacchi contro Israele non fecero che aumentare. È vero che Israele alla fine rientrò nella striscia di Gaza, nel gennaio 2009, nel quadro dell’operazione “piombo fuso” contro Hamas, ma ciò avvenne soltanto dopo che migliaia di razzi erano stati lanciati dalla striscia di Gaza sulle comunità civili ebraiche nella regione attigua al confine. E tutta la comprensione del mondo, che ci era stato promesso che avremmo acquisito col nostro ritiro unilaterale, si sciolse come neve al sole in mezzo a una pioggia di accuse e di ipocrite condanne della comunità internazionale per l’intervento di Israele a Gaza.
Vi sono state occasioni in cui Israele ha risposto con forza a sequele di attacchi da oltre confine, come nella seconda guerra in Libano dell’estate 2006; tuttavia la tendenza crescente nel corso degli anni è stata quella di ricorrere a risposte limitate, o di non reagire del tutto. Non basta. Anziché guadagnarsi il sostegno del mondo grazie a questo comportamento contenuto e rispettoso, il trend è stato accompagnato da un’atmosfera internazionale di crescente ostile verso Israele.
Stando così le cose, perché dovremmo credere che la prossima volta andrà diversamente? È assai più plausibile supporre che gli atti di aggressione da uno stato palestinese in Cisgiordania incontreranno la solita risposta israeliana basata sull’autocontrollo. E in quelle occasioni in cui Israele, esasperato, reagirà con maggior determinazione, si può tranquillamente presumere che il mondo si precipiterà a condannare lo stato ebraico senza alcuna considerazione per le circostanze reali.
Alla luce di tutto questo, come è mai possibile fondare su un presupposto smentito dai fatti un indebolimento della sicurezza nazionale di Israele, cosa che certamente accadrà se verrà creato uno stato palestinese in Cisgiordania?

(Da: YnetNews, 28.4.11)

DOCUMENTAZIONE
Diceva il noto scrittore pacifista israeliano Amos Oz, intervistato da Ha’aretz il 17 marzo 2000, due mesi prima del ritiro israeliano dal Libano: “Nel momento stesso in cui ce ne andremo dal Libano meridionale potremo cancellare la parola Hezbollah dal nostro vocabolario, giacché l’idea stessa di uno scontro fra stato di Israele e Hezbollah era una pura follia sin dall’inizio, e sicuramente non avrà più alcuna rilevanza una volta che Israele sarà tornato al suo confine settentrionale internazionalmente riconosciuto”.

 




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17 maggio 2011

Nakba: la responsabilità che gli arabi non vogliono ammettere

 
Di Shlomo Avineri
I tentativi di vari esponenti dell’estrema destra israeliana di impedire ai cittadini arabi del paese di commemorare la “Nakba” sono meschini, sciocchi e destinati a fallire. Ma le iniziative dell’estrema sinistra volte a trasformare il “giorno della Nakba” in una giornata commemorativa condivisa da tutti i cittadini d’Israele sono altrettanto sbagliati e condannati all’insuccesso. Israele non è uno stato binazionale, e con tutto il rispetto per liberalismo e umanesimo è arduo trattare allo stesso modo la vittoria degli aggrediti e la sconfitta degli aggressori.
Quel che si può chiedere alla maggioranza ebraica d’Israele è di portare rispetto per il lutto dei palestinesi. Il che, però, è reso difficile dal modo in cui la narrazione palestinese ha finora presentato la Nakba, e i liberal israeliani dovrebbero essere abbastanza intellettualmente onesti da fare i conti con questo fatto.
Innanzitutto, il concetto stesso di Nakba, parola araba per “catastrofe” o “disastro” – come se gli eventi del 1948 fossero una calamità naturale, anziché il risultato di azioni umane – offusca il contesto storico degli eventi. La cosiddetta Nakba non fu un disastro naturale. Fu la conseguenza di una sconfitta politica e militare, frutto a sua volta di decisioni politiche la cui responsabilità ricade su specifiche persone.
In secondo luogo, nel mondo arabo in generale e fra i palestinesi in particolare c’è grande riluttanza a confrontarsi con la Shoà. Nondimeno spesso si sente condurre un parallelo fra Shoà e Nakba: un parallelo che è in se stesso moralmente ottuso. Ciò che accadde ai palestinesi fra il 1947 e il 1948 fu il risultato di una guerra in cui arabi e palestinesi vennero sconfitti, laddove la Shoà fu lo sterminio metodico e pianificato di una massa di civili: i sei milioni di ebrei d’Europa assassinati nella Shoà non erano scesi in guerra contro la Germania. Anzi, gli ebrei di Germania erano in realtà buoni patrioti tedeschi, e molti ebrei dell’Europa orientale vedevano nella cultura tedesca l’apice della civiltà europea.
In terzo luogo, ed è forse il punto più importante, il discorso palestinese non affronta mai il fatto che ciò che fece precipitare sui palestinesi il terribile disastro furono le decisioni politiche arabe. Esistono centinaia, se non migliaia, di libri e articoli in arabo sulla guerra del 1948 e analisi di esperti sulle ragioni della sconfitta militare degli arabi. Ma ancora oggi non esiste alcuna volontà di fare i conti con un fatto molto semplice: la decisione di scendere in guerra contro la risoluzione dell’Onu per la spartizione della Palestina Mandataria fu un tragico errore morale e politico da parte del mondo arabo. Se palestinesi e paesi arabi avessero accettato il piano di spartizione, lo stato arabo di Falastin sarebbe nato nel 1948 e non vi sarebbe stato nessun problema di profughi. Non è stata la creazione dello stato d’Israele a generare il problema dei profughi, bensì il fatto che gli arabi scatenarono la guerra contro la nascita di uno stato ebraico in una parte della Palestina/Terra d’Israele.
Gli israeliani che desiderano la riconciliazione hanno diritto di reclamare che la parte araba faccia i conti con questi fatti. Così come è impossibile separare l’espulsione di dodici milioni di tedeschi dall’Europa orientale dopo il 1945 dall’aggressione della Germania alla Polonia nel 1939, allo stesso modo non è possibile ignorare la dimensione morale della decisione araba di entrare in guerra contro l’idea stessa di spartizione. Quando di scatena la guerra e si perde, si subiscono delle conseguenze, sebbene anche i vincitori restino responsabili delle loro azioni.
Se vogliamo davvero muovere verso una soluzione a due stati, bisogna aspettarsi un minimo di autocritica da parte araba, qualcosa che si avvicini a ciò che ha fatto tanta nuova storiografia israeliana per la parte ebraica. Questo renderebbe molto più facile, per gli israeliani, condividere il dolore dei palestinesi. I venti di democrazia che iniziano a spirare sul mondo arabo ispirano la speranza che il prossimo passo, dopo Piazza Tahrir, possa essere lo sviluppo di un discorso critico: l’inizio della liberazione non solo da regimi autocratici, ma anche dall’incapacità di darsi una sincera occhiata nello specchio.

(Da: Ha’aretz, 11.5.11)

DOCUMENTAZIONE
«Esiste un precedente storico suggestivo, che merita d’essere ricordato. Nel 1938 vivevano nei Sudeti tre milioni di persone di lingua e cultura tedesca. Adolf Hitler se ne servì come pretesto per aggredire la Cecoslovacchia e, in definitiva, per scatenare la guerra. Una delle conseguenze della guerra d’aggressione tedesca fu che quei tedeschi vennero alla fine espulsi senza tanti complimenti dalle terre che avevano abitato per generazioni, e dovettero reinsediarsi in Germania. Anche il dramma dei profughi palestinesi ebbe origine da una guerra d’aggressione, quella scatenata dagli stati arabi che si servirono della questione palestinese per rifiutare la nascita dello stato ebraico d'Israele e dello stesso stato arabo palestinese previsti dal piano di spartizione dell’Onu del 1947. Il precedente è tanto più interessante perché ci offre anche un’idea di come quelle due nazioni, entrambe oggi nell’Unione Europea, abbiano fatto i conti con il loro doloroso passato. Nel gennaio 1997 Germania e Repubblica Ceca hanno firmato una dichiarazione “di riconciliazione” che affronta di petto la questione. È un documento di grande rilievo, che merita d’essere letto con attenzione. In esso le due parti si dichiarano “convinte che le ingiustizie inflitte nel passato non possono essere cancellate, ma soltanto nel migliore dei casi alleviate, e che nel farlo non si devono produrre nuove ingiustizie”. Entrambe le parti si dichiarano “consapevoli che il cammino comune verso il futuro richiede una chiara presa di posizione circa il proprio passato, che non manchi di riconoscere cause ed effetti della sequenza degli eventi. La parte tedesca – continua il documento – riconosce la responsabilità della Germania per il suo ruolo nello sviluppo storico che ha condotto allo smembramento forzato e all’occupazione della repubblica cecoslovacca. Essa esprime rincrescimento per le sofferenze e le ingiustizie inflitte, ed è consapevole del fatto che la politica di violenza verso la popolazione ceca ha contribuito a preparare il terreno, nel dopoguerra, per la fuga, l’espulsione forzata e il reinsediamento forzoso. La parte ceca esprime rincrescimento per il fatto che, con l’espulsione dei tedeschi dei Sudeti dopo la guerra e con gli espropri e la privazione della cittadinanza, sono state inflitte molte sofferenze e ingiustizie a gente innocente. Entrambe le parti concordano che le ingiustizie inflitte nel passato appartengono al passato e pertanto orienteranno i loro rapporti verso il futuro. Proprio perché sono consapevoli dei tragici capitoli della loro storia, esse sono decise a continuare a dare priorità al dialogo e all’accordo reciproco nello sviluppo dei loro rapporti. Pertanto entrambe le parti dichiarano che non graveranno le loro relazioni con questioni politiche e legali che scaturiscono dal passato”. Si notino bene i particolari. La parte tedesca (quella che ha patito l’espulsione, ma che in realtà con la propria aggressione aveva scatenato “la sequenza di cause ed effetti”) riconosce d’aver “contribuito a preparare il terreno” per l’esodo forzato. La parte ceca (quella che ha cacciato i tedeschi, ma dopo aver subito un’aggressione che mirava al suo “smembramento e occupazione”) riconosce d’aver inflitto “molte sofferenze e ingiustizie”, ma – giustamente – non si accolla la “responsabilità nello sviluppo storico” che creò quella tragica situazione. Entrambe le parti, infine, dichiarano che il passato non può essere disfatto ("cannot be undone", nel teso inglese), col che la Germania riconosce che il dato di fatto dell’espulsione dei profughi è irrevocabile. Si tratta di un documento di altissimo livello, la cui stesura ha richiesto una notevole dose di onestà e coraggio. Per questo vorremmo consigliarne la lettura a chi sostiene che Israele dovrebbe “come minimo ammettere la propria responsabilità nell’origine del dramma dei profughi palestinesi”, per poi procedere a “disfare” il passato invadendo Israele con i discendenti dei profughi, non essendo riusciti a farlo con eserciti e terroristi.»
(Da: http://www.israele.net/sezione,,197.htm )

Nell’immagine in alto: Ogni anno i palestinesi commemorano la Nakba con la rappresentazione grafica della rivendicazione dell’intera Terra d’Israele/Palestina, cioè col rifiuto della spartizione e la cancellazione di Israele dalla mappa geografica.

 




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17 maggio 2011

"La memoria di milioni di vittime dell’Olocausto si perderanno nell'oblio quando coloro che li ricordano ancora ci lasceranno"


 

 

Il museo Yad Vashem (Ebraico: ?? ???) è il memoriale ufficiale di Israele delle vittime ebree dela Shoà fondato nel 1953 grazie alla Legge del memoriale approvata dalla Knesset, il parlamento Israeliano.

Il nome del museo, che significa "un memoriale e un nome", viene dal libro di Isaia 56:5, dove D-o dice, "concederò nella mia casa e dentro le mie mura un memoriale e un nome ... darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato".

Questa immane iniziativa nasce proprio perche non avendo una tomba dove portare un sasso o dire un Kaddish,lo Yad Vashem è tutto questo...Soprattutto.per"Non Dimenticare"

 

La costruzione dell’archivio, durata cinquant’anni, ha consentito finora l’individuazione di 3 milioni di nomi. Queste informazioni sono state raccolte attraverso tre tipi di fonti. Il nucleo fondamentale della classificazione è costituito da due milioni circa di testimonianze scritte da parenti delle vittime sui formulari predisposti dallo Yad Vashem. Ottocentomila di questi vennero raccolti già negli anni cinquanta. Allegate ai formulari, sono state raccolte anche decine di migliaia di immagini fotografiche delle persone uccise. Un ulteriore campo di ricerca è stato lo studio di numerose e svariate altre fonti archivistiche e documentarie: registri dei nazisti e dei collaborazionisti, come le liste di beni confiscati e delle deportazioni; documentazioni personali, come diari, lettere, passaporti; documenti delle istituzioni ebraiche; atti giudiziari contro i nazisti. Un’altra fonte infine sono gli elenchi costruiti per i numerosi progetti commemorativi locali, regionali o nazionali. Va ricordato, come cospicuo esempio per l’Italia di un’iniziativa di questo tipo, Il libro della Memoria di Liliana Picciotto Fargion.Tuttavia mancano dalle liste milioni di nomi ancora. Allo Yad Vashem sono coscienti della impossbilità di poterli ricostruire tutti, confidano comunque di salvarne dall’oblio almeno il numero di sei milioni, complessivamente. Purtoroppo per molti altri la totale distruzione delle loro famiglie, delle loro case, dei loro villaggi ed il tempo ne ha cancellato ineluttabilmente la memoria.

Ho Taggato solo alcuni che hanno avuto genitori e nonni vittime della Shoà

 

 

 

 

 

 

 




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17 maggio 2011

Equivalenze immorali


 

 

Editoriale del Jerusalem Post
L’espressione “la Grande Menzogna” venne coniata da Adolf Hitler nel Mein Kampf, dove sosteneva che una menzogna sufficientemente colossale ha buone probabilità d’essere creduta proprio per via della convinzione che nessuno “possa avere l’impudenza di distorcere la verità in modo così ignobile”. Il suo ministro per la propaganda Josef Goebbels applicò questa tattica in modo efficace in base all’idea che “quando uno mente, deve mentire alla grande e sostenere la menzogna a spada tratta”.
Per tutti i decenni successivi, la consuetudine della Grande Menzogna è rimasta viva e vegeta, in Medio Oriente, adeguata quel tanto per adattarsi al linguaggio postmoderno. L’ultimo esempio è stato offerto dal paragone che si è voluto fare tra il deliberato massacro della famiglia Fogel a Itamar e gli effetti di un errore di tiro durante uno scontro a fuoco a Gaza.
Lo scorso 11 marzo, cinque membri della famiglia Fogel venivano atrocemente ammazzati a coltellate nella loro abitazione a Itamar: i genitori Udi e Ruth e i figli Yoav di 11 anni, Elad di tre anni e Hadas di tre mesi. A Udi, Yoav e alla neonata Hadas è stata tagliata la gola mentre dormivano nei loro letti; Elad è stato ucciso con due pugnalate al cuore: certo non il frutto di errore fortuito, bensì un atto pensato e perpetrato con agghiacciante freddezza, uno scempio opera di terroristi che si sono parati faccia a faccia davanti alle loro vittime innocenti e, con spietata premeditazione, non hanno esitato ad affondare il coltello nella gola di una neonata.
Martedì scorso una unità delle Forze di Difesa israeliane ha fatto fuoco su un commando terrorista, uccidendone i quattro membri responsabili di recenti attacchi con razzi Grad sulla città israeliana di Beersheva. Una delle granate israeliane, accidentalmente andata fuori mira, ha disgraziatamente colpito dei civili a Sajaya, uccidendo quattro palestinesi di 11, 17, 20 e 51 anni. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha immediatamente espresso rammarico per la involontaria perdita di vite innocenti, sottolineando tuttavia come Hamas continui coi suoi razzi a “bersagliare intenzionalmente innocenti civili israeliani e a utilizzare i suoi stessi civili come scudi umani”. Netanyahu ha aggiunto che Israele non può far altro che agire a difesa della sua popolazione. Una dichiarazione dello stesso tenore veniva diffusa anche dal ministro della difesa Ehud Barak.
Tuttavia, quello che dovrebbe essere l’interlocutore di Israele per la pace, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), si è precipitato a brandire la fasulla analogia fra i casi di Itamar e di Gaza: cosa che, oltre ad implicare senza fondamento premeditati disegni omicidi da parte di Israele, ha anche il furbo effetto di minimizzare la bestialità di ciò che è avvenuto a Itamar. Ad un incontro promosso dal Centro Peres per la Pace all’Università di Tel Aviv, il ministro degli esteri dell’Autorità Palestinese Riad Malki ha parlato dei fatti di Itamar e di Gaza come moralmente equivalenti, domandando retoricamente al primo ministro israeliano se avesse intenzione di scusarsi pubblicamente per i morti di Gaza così come Israele chiede che faccia l’Autorità Palestinese, senza ambiguità e sui suoi mass-media in arabo, per i morti israeliani. Di proposito Malki ha ignorato la costernazione già pubblicamente espressa da Israele al massimo livello, ma ancor di più il fatto che, sebbene entrambi gli incidenti siano sfociati nella morte di innocenti, si tratta di due casi intrinsecamente e radicalmente diversi. Categoricamente Israele non prende di mira i non-combattenti. Viceversa, i nemici d’Israele prendono di mira deliberatamente e sistematicamente i civili israeliani, come ha amaramente ricordato ancora una volta l’attentato esplosivo di mercoledì alla fermata d’autobus di fronte al Centro Congressi Binyanei Ha’uma di Gerusalemme, e come dimostrano chiaramente i razzi sparati senza alcuna provocazione dalla striscia di Gaza indiscriminatamente sui centri abitati israeliani. Qui sì che l’obiettivo è quello di uccidere il maggior numero possibile di innocenti: proprio per avere l’effetto più micidiale possibile, le testate dei razzi da Gaza come l’ordigno di Gerusalemme vengono imbottiti di biglie d’acciaio.
Il dato di fatto incontrovertibile è che, se non arrivasse nessun attacco dalla striscia di Gaza – un territorio da cui Israele si è completamente ritirato sin dal 2005, sgomberando ogni sua presenza civile e militare – non vi sarebbe nessun bisogno di fuoco difensivo da parte di Israele.
La bugiarda equazione Itamar-Gaza è stata amplificata da parlamentari arabo-israeliani dal podio della Knesset. Quando Netanyahu ha chiesto una condanna più esplicita da parte palestinese dell’atrocità di Itamar, il parlamentare Ahmed Tibi (lista Ta’al) ha tuonato: “E perché tu non condanni l’assassinio di bambini a Gaza da parte dei soldati israeliani?”. Gli ha fatto eco Jamal Zahalka (lista Balad) battendo sullo stesso concetto.
Sarebbe una magra consolazione se questa falsa equivalenza morale fosse un’idiosincrasia tutta araba. Purtroppo invece risuona anche altrove. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, ad esempio, ha condannato aspramente e con veemenza l’azione delle Forze di Difesa israeliane a Gaza, anche lui mettendo sullo stesso piano chi attacca e chi reagisce difendendosi.
Nessuno si è preso la briga di sottolineare i festeggiamenti scoppiati a Gaza alla notizia della mattanza di Itamar (solo costernazione, in Israele, alla notizia dell’errore a Gaza), né l’assurdità che lo stesso ministro palestinese Malki abbia messo in dubbio pubblicamente la matrice palestinese del massacro della famiglia Fogel. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha deplorato l’attentato a Itamar alla radio israeliana, ma lui e la sua gerarchia continuano imperterriti a celebrare i terroristi, a chiederne la scarcerazione, a ricompensarli finanziariamente, a intitolare scuole e strade a loro nome, ad esaltarli come modelli a cui ispirarsi, a tollerare l’indottrinamento pro-terroristi nei mass-media, nelle moschee, nelle scuole.
Da una parte il deliberato assassinio di civili perpetrato in un clima di odio esasperato; dall’altra, l’uccisione accidentale di civili in quanto sventurata conseguenza della necessità di difendere i propri civili da attacchi nemici non provocati: motivazioni, circostanze e obiettivi totalmente diversi. Metterli ipocritamente sullo stesso piano non è che una vergognosa variante della Grande Menzogna.

(Da: Jerusalem Post, 24.3.11)

Nelle foto in alto: 23 marzo 2011 – Gerusalemme, soccorsi a un ferito nell’attentato esplosivo alla fermata d’autobus – Beersheva, abitanti corrono verso l’ingresso di un rifugio durante un attacco di razzi Grad palestinesi – Beersheva, una donna soccorsa dopo un attacco di razzi Grad palestinesi.

 




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17 maggio 2011

Ruth Gruber

 

Ruth Gruber fra pochi mesi compiera 100 anni , alcuni di voi si domanderanno ma chi e Ruth Gruber , io non sapevo niente di lei fino a ieri , stavo di fronte alla TV a giravo i canali ad un certo punto sono finito su SHOWTIME ( canale cable USA ) dove era appena iniziato un documentario su una signora Ebrea americana di Brooklyn il documentario si chiama AHED OF TIME , e la signora era appunto Ruth Gruber.
Ho iniziato a vedere il documetario che racconta la vita della Gruber da quando e nata fino al 1947 .
La Gruber e nata a NEW YORK ma essendo nata molto curiosa ando a finire i suoi studi in Germania in Colonia , un anno dopo quando aveva solo 20 anni ricevette il suo dottorato, efu la piu giovane studentessa a ricevere un PHD del mondo.
Tanto era curiosa che un giorno ando ad una manifestazione dove parlava Adolph Hitler , e lei racconta che solo il suono della voce del dittatore tedesco a venire, era terrificante, e ancora piu terrificante il suono dei suoi sostenitori che urlavano " morte agli Ebrei , morte agli USA " ( in Iran non hanno nemmeno la fantasia di cambiare le parole )
Comunque la Gruber fu ricevuta come un eroe per il suo dottorato quando rientro negli USA , e il documentario continua con la carriera della Gruber che viene assunta dal HERALD TRIBUNE .
Gli ultimi 30 minuti del documentario sono dedicati alla nascita di Israele, la Gruber fu l'unico giornalista accreditato dagli Inglesi per documentare la storia della nave EXODUS e dei suoi passegeri , le molte foto che avete visto nei libri o in TV sono state scatate dalla Gruber, che aveva molto a cuore la sorte di tutti gli Ebrei in particolari di quei poveracci sulla nave .
Lei segui la nave dal porto di Haifa fino alla Francia addirittura in Germania dove fu rimandata dagli Inglesi .
In germania quando le fu concensso di visitare la nave accompagnata da il ministro del interno inglese , lei comincio a scattare delle foto , il ministro le impose immediatamente di consegnargli la macchina fotografica , lei giro i tacchi e se ne ando , la mattina dopo le foto erano pubblicate da tutte le agenzie di stampa del mondo , la pressione fu tale che gli Inglesi dovettero cedere e rimandare la nave in Israele.
Nel documentario la Gruber incontra il capitano della nave Itzhack Ahoronovitch , che al tempo aveva 23 anni , parlavano come se fossero i piu grandi amici di sempre era bello vederlo, Ahoronovitch e morto poco dopo avere girato questo documentario.
La Gruber ricorda che ad un certo punto aveva radunato tutti i passeggeri della nave chiedendogli " perche volete andare in Israele ? sarete circondati da arabi che vi vogliono massacrare , non e meglio se venite in America ? "
Lei racconta che tra tutte le risposte che ricevette la piu bella le fu data da un ragazzino di 16 anni che le disse " tutti hanno le loro case e i loro paesi , gli Italiani , i Francesi , gli Americani, gli Svedesi e i Brasiliani , noi non abbiamo niente , vogliamo andare in Israele quella e il nostro paese e la nostra casa "

A presto

Alon




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17 maggio 2011

Le rivoluzioni non sono tutte uguali. Scegliamo con chi stare


 


 

 


Era tutto lontanissimo da noi, i dittatori mediorientali ultranazionalisti e corrotti, lo scontro fra sciiti e sunniti, le alleanze spurie fra questi e quelli, i loro disegni di dominio. Che ce ne importava, dopo tutto? Adesso che il Medio Oriente e l’Africa sono vicinissimi, questo zoom disegna campi, preferenze, aspettative che costringono l’Occidente a un corso accelerato di studi islamici. Dove ci porta tutto questo, che cosa dobbiamo auspicare, da che parte stare? Per ora la risposta è stata solo umanitaria, ma ben presto saremo costretti a chiederci quali dittatori è meglio che cadano e quali meglio che sopravvivano almeno un altro po'. Il fatto che l’esercito egiziano abbia fatto sapere che vuole restare ancora un po' al potere e non lasciare subito il campo libero, adesso che la Fratellanza Mussulmana ha mostrato la sua testa d’Idra ed è pronta a prendersi l’Egitto, può anche farci piacere senza dove rsi vergognare.

Oggi la maggiore sfida viene dalla ineludibile battaglia che si configura da quando la Siria è pesantemente in gioco. Niente è decisivo come Bashar Assad rispetto al nuovo equilibrio ambiziosamente disegnato in questi anni dall’Iran e, in parallelo e talora con azioni convergenti, anche dalla Turchia. Mentre Gheddafi è un attore importante ma distante e lo Yemen ribolle senza ancora prendere forma, mentre la Giordania ha un destino incerto, la Siria da una parte e il Bahrain dall’altra disegnano, comunque si concluda la storia, un conflitto di interessi fra i due maggiori attori sciita e sunnita, rispettivamente l’Iran e l’Arabia Saudita, quest’ultima intenta a bloccare la rivoluzione sciita nell’isoletta che sta di guardia al golfo del petrolio e che Teheran considera sua.

Non a caso Assad, ora in ritirata con la nomina di un nuovo governo tampone, accusa la rivoluzione di essere un’artificiosa mossa sunnita, non a caso i ribelli assicu rano che si sono viste fra le forze di sicurezza che hanno fatto tanti morti fra i dimostranti, guardie che parlavano farsi e militanti di Hezbollah. Non è un caso neppure che Nasrallah abbia impartito ai suoi uomini che mensilmente vanno in pellegrinaggio religioso in Siria al santuario di Sayyeda Zainab il consiglio di sospendere il viaggio. E proprio in questi giorni e per chiudere il cerchio, il Bahrain ha presentato al governo libanese una protesta per l’incitamento di Nasrallah contro il governo di Manama. Il suo ministro degli esteri, lo sceicco Khaled bin Ahmed al Khalifa, ha infatti affermato e “non senza l’approvazione degli Stati del Golfo”, che il suo Paese non sarà morbido con chi promuove il terrorismo “non solo nel Bahrain, ma in altri paesi arabi”. Si può immaginare che in cima alla lista cui allude al Khalifa ci sia l’amica l’Arabia Saudita, odiata dall’Iran e dai suoi alleati e accorsa in aiuto dei sovrani. E qui, torna subito in mente la denunc ia gridata di Gheddafi: la rivolta contro di me è di fatto frutto di una congiura saudita. Molti sono gli interessi, molti gli scontri.

La Turchia gioca a sua volta un grande gioco ottomano: benché sia una democrazia e questo la renda diversa dagli altri Stati mussulmani, in questi ultimi anni ha perseguitato stampa, militari, giudici, borghesia laica fino a suscitare risposte dure anche in piazza; inoltre ha stretto rapporti senza precedenti con la Siria, con cui era in conflitto fino alle minacce militari, e dal giugno 2010 tra il Golfo Persico, il Mar Caspio, il Mar Nero, Turchia, Siria, Iran, Russia, hanno elaborato una fitta rete di trattati strategici ed economici. Le visite reciproche fra Ahmadinejad ed Erdogan sono state molteplici, i loro trattati parecchi e il sostegno della Turchia all’Iran contro le sanzioni sul nucleare evidente e deciso quanto l’incitamento contro Israele, paragonabile solo a quello iraniano. Adesso la Turchia ha cercato di frenare la coali zione belligerante contro Gheddafi, fino a doversi tuttavia arrendere per non perdere il credito occidentale.

Sembra ieri quel 25 febbraio 2010 in cui a Damasco Bashar Assad ospitò una riunione di enorme importanza strategica: l’ospite d’onore era il presidente iraniano Ahmadinejad, applaudito, accanto all’azzimato padrone di casa, come un antico re persiano. E dopo la folla l’incontro rarissimo: Hassan Nasrallah, il capo degli Hezbollah, non si muove mai dal suo bunker a Beirut, ma stavolta era là insieme ai suoi sponsor e a Khaled Mashaal, il capo di Hamas. Qualche giorno dopo, la stessa riunione si è spostata a Teheran: vi parteciparono anche il capo della Jihad islamica Abdullah Sellah e per il Fronte della liberazione della Palestina, Ahmad Jibril e Maher Al Taheri. Un vertice che certo in queste ore in cui il potere siriano vacilla è oggetto di grande nostalgia per gli Ayatollah.

L’Iran da anni dunque costruisce una ragnatela di grande respiro c on la Siria al centro. Quanto possa godere delle nuove rivoluzioni è risultato chiaro quando, pochi giorni fa, due navi iraniane hanno compiuto il loro ingresso nel Mediterraneo tramite il Canale di Suez approdando probabilmente con un carico d’armi nei porti della Siria. Tramite la Siria hanno raggiunto l’Iraq migliaia di guerriglieri, la Siria ha consegnato agli Hezbollah 40mila missili per distruggere Israele e a Hamas soldi e missili.

In una parola, si comprende che le rivoluzioni in corso sono varie per interesse strategico, che sempre di più si disegna nel futuro la loro appartenenza a due campi contrapposti, quello iraniano e quello saudita. Adesso che i dittatori cadono come foglie d’autunno, ci si impone una complessità di giudizio che derivi insieme dal nostro sacrosanto interesse di Paesi democratici come dall’ammirazione per i giovani in piazza. La Siria e il Bahrain, l’Egitto e la Libia non sono la stessa cosa, anche se è faticoso impararlo .
Il Giornale, 29 marzo 2011
 

Fiamma Nirenstein




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17 maggio 2011

Taqiya, ignorabimus


 

 

 

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

 



Cari amici,
una delle cose che spiegano l'inferiorità dell'Occidente rispetto alla grande civiltà islamica è la nostra insufficiente comprensione dell'ambiguità o della dissimulazione (in arabo è una speciale virtù, chiamata taqiya : http://en.wikipedia.org/wiki/Taqiyya). Noi siamo troppo primitivi, pensiamo che non si debba mentire e ancor meno contraddirci, non abbiamo le sfumature sufficienti a un pensiero complesso.

Faccio qualche esempio, partendo dal semplice: esiste una compagnia di bandiera egiziana, che si chiama Egipt Air e fa da molti anni  regolari voli in Israele sull'aeroporto Ben Gurion. Dopo la rivoluzione, ha continuato a farli, ma ha tolto dalle sue mappe Israele, Tel Aviv, l'aeroporto Ben Gurion. Non ci ha messo la Palestina, questo no; ha solo prolungato il territorio giordano fino al mare. Dunque i suoi arerei volano ufficialmente verso un aeroporto che non c'è. (http://www.focusonisrael.org/2011/03/25/egypt-air-israele-mappa-voli/). Ci volano nonostante non esista; oppure non c'è nonostante ci volino? Fuori di battuta, la notizia è che ci continuano a volare, anche se non lo riconoscono (situazione pericolosa per i passeggeri ma politicamente più leggera, significa fare allo spirito antisraeliano quel che gli americani chiamano "lip service", un omaggio verbale, e andare avanti come prima), oppure all'inverso la notizia è che non lo riconoscono, sebbene provvisoriamente debbano continuare ad andarci, ma appena possibile non lo faranno più? Il dilemma resta nell'ambiguità. Sta a noi stupidi cartesiani occidentali, districarci nel raffinato labirinto della taqiya.

Oppure, più seriamente: i palestinesi di tutte le tendenze, quale più quale meno, continuano ad attaccare Israele e i suoi cittadini quando possono (500 razzi e proiettili negli ultimi due anni;http://www.mfa.gov.il/MFA/Terrorism-+Obstacle+to+Peace/Hamas+war+against+Israel/Palestinian_ceasefire_violations_since_end_Operation_Cast_Lead.htm, per una statistica più generale, sulle vittime dal 2000: http://bokertov.typepad.com/btb/2011/03/we-are-names-not-numbers.html). Quel che succede di recente è che nei casi più gravi borbottano qualche condanna. Così è accaduto di recente per la strage della famiglia Fogel a Itamar e per la bomba a Gerusalemme. Il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha pronunciato qualcosa come una condanna e lo stesso ha fatto il premier Fayyad. Ma poi in realtà quando parlano in arabo continuano a rivendicare le loro "operazioni militari" e a chiedere la liberazione dei "prigionieri" (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/143176). Anzi, questa è diventata una nuova precondizione per la pace (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/03/abbas-adds-new-condition-for-peace.html). E allora come la mettiamo: l'assassinio di gente nel sonno, di donne e di bambini, gli spari di razzi contro le scuole, le bombe agli autobus sono delitti moralmente ripugnanti o sono eroici atti della lotta del popolo palestinese contro l'orribile oppressione colonialista di Israele, da rivendicare ora e per sempre? O meglio ancora Abbas, pur dovendo soddisfare la sua base onorando i macellai che in passato hanno ammazzato donne e bambini ebrei sui pullman, si è reso conto di quanto la cosa sia sbagliata e almeno per il pubblico internazionale la condanna, oppure fa il buono per i suoi sostenitori occidentali che lo vogliono "moderato" e poi però dove conta, cioè alla sua gente, incoraggia a continuare le stragi? Taqiya, ignorabimus. 

Ma forse no. perché in una vecchia intervista una degli "uomini forti" dell'Autorità Palestinese, Muhammed Dahalan, ha spiegato questo giochino a proposito di Arafat, che "di giorno faceva discorsi di pace", ma poi di notte faceva "la cosa onorevole", cioè organizzava il terrorismo , "ingannando il mondo" (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/132591, con un video). Ah, la superiore finezza intellettuale della grande cultura araba! Ci arriveremo mai?

Ugo Volli




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16 maggio 2011

L’intervento in Libia potrebbe risolversi in un boomerang


 


 

 

Yehezkel Dror
A prima vista il violento intervento occidentale in Libia si merita il plauso di chi sostiene libertà e diritti umani. Ad un esame più approfondito, tuttavia, sorgono dei dubbi circa le virtù dell’intervento e i risultati che si può aspettare.
In parte il sostegno europeo all’intervento nasce da un sincero impegno umanitario. Ma la mancanza di sforzi altrettanto seri per impedire assassinii e stupri di massa in aree dell’Africa sub-sahariana o nel Darfur sudanese suscitano dubbi sulla purezza delle ragioni dell’intervento in Libia. L’Europa ha un suo preciso interesse alla stabilizzazione della Libia, in particolare per prevenire un afflusso ai propri confini di profughi sgraditi. Anche le vaste riserve petrolifere della Libia giocano il loro ruolo. Un’ulteriore considerazione è legata al fatto che questo intervento militare è relativamente “a buon mercato” in termini di rischio per i soldati occidentali, che possono combattere dall’aria.
Il peso degli interessi di realpolitik nel decidere l’intervento in Libia non sfuggirà agli occhi degli osservatori arabo-islamici. Anche la partecipazione di alcune forze arabe non cancellerà l’idea, in larga parte del mondo arabo-islamico, che si tratti per lo più di un’aggressione neo-colonialista. Un’idea che verrà ulteriormente rafforzata dall’assenza di azioni occidentali contro autocrati che reprimono rivolte civili in altri paesi arabi ma che l’occidente ha interesse che restino al potere, o contro i quali comunque non è disposto a rischiare la vita dei propri soldati.
Nel frattempo la trasformazione della Libia in un tranquillo stato democratico è lungi dall’essere garantita (anche in caso di successo degli insorti), mentre il precedente rappresentato da questo intervento militare non servirà a dissuadere altri autocrati dal reprimere con estrema violenza le ribellioni. D’altra parte, l’intervento in Libia potrebbe incoraggiare sollevazioni in altri stati arabi (e non arabi) o forze anche favorire un processo di riforme.
Non è possibile prevedere il risultato di tali sviluppi, ad eccezione di un caratteristico crescendo del livello di impeto sociale nei paesi arabi. Ma l’intervento in Libia potrebbe facilmente dirigere tali energie contro l’occidente per via della sua immagine neocolonialista e della sensazione che voglia imporre i suoi valori alle società islamiche. Un certo incremento di terrorismo anti-occidentale è da mettere nel conto delle possibilità concrete.
Ma ancora più grave è la lezione che verosimilmente gli autocrati arabi trarranno dalla vicenda libica, e cioè che gli conviene dotarsi di armamenti in grado di dissuadere l’occidente. Sicuramente il capo libico Muammar Gheddafi oggi si rammarica di aver abbandonato (nel 2003) il suo programma per armi nucleari. Se oggi disponesse di armi di distruzione di massa, o perlomeno vi fosse la sensazione che ne abbia, le nazioni dell’occidente si tratterrebbero, indipendentemente da quanto sia dispotico il suo regime, o almeno lo farebbero finché la Libia non ponesse una serie e concreta minaccia contro di loro.
Altri non vorranno ripetere il suo “errore”. L’intervento contro Gheddafi rafforzerà la determinazione dell’Iran a sviluppare armamenti nucleari. Ed anche altri autocrati prenderanno esempio dalla Corea del Nord, dove l’arma atomica protegge un regime tirannico rispetto ad eventuali azioni di forza dall’esterno.
Le cose starebbero in modo diverso se l’intervento contro Gheddafi annunciasse davvero un nuovo ordine globale che vedesse le potenze mondiali intervenire negli altri paesi, anche con il ricorso alla forza, per impedire assassinii di massa, promuovere i diritti umani, fermare lo sviluppo di armi di distruzioni di massa. Israele sarebbe fortemente interessato a un tale ordine mondiale, che risponderebbe ai valori dell’ebraismo e garantirebbe la sua sicurezza, eventualmente anche al prezzo di accordi di pace non del tutto soddisfacenti per Gerusalemme. Ma un tale nuovo ordine mondiale è, allo stato attuale, estremamente improbabile. Dunque l’intervento dell’occidente contro Gheddafi può facilmente portare più danni che benefici.
Per quanto concerne Israele, è meglio che Gerusalemme se ne tenga fuori. Certamente non c’è alcuno spazio per simpatie verso Gheddafi, ma è tutt’altro che certo che coloro che stanno cercando di prendere il suo posto saranno meno ostili. E, per Israele, sforzi ancora più decisi da parte iraniana per sviluppare armamenti nucleari sono decisamente un male.

(Da: Ha’aretz, 22.3.11)

Nella foto in alto: Yehezkel Dror, autore di questo articolo

 




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16 maggio 2011

Uccise musulmano, deve risarcire due mogli : Cos'è questo? il primo passo per far accettare anche da noi l'idea della poligamia?


 

 

 

 

 

 

 

 Roma, 15 ott - I giudici della III Corte d'Assise di Roma hanno riconosciuto il diritto al risarcimento ad ambedue le mogli di un musulmano senegalese ucciso in Italia in seguito a una banale lite.

Il fatto avvenne il 31 gennaio del 2009 a Civitavecchia.

 

L'omicida - un ispettore di Polizia in servizio presso il Commissariato di Civitavecchia, riconosciuto dalla Corte semi infermo di mente - e' stato condannato a dieci anni di reclusione e tre anni in casa di cura e custodia.

 La vittima, di religione musulmana aveva due mogli, ''cosa - spiega all'Asca il magistrato Paolo Colella componente il collegio giudicante - che l'ordinamento italiano non consente, ma la Corte ha dovuto prendere in considerazione il fatto che invece in Senegal e' una situazione di diritto.

 

Dunque, si e' assicurato il risarcimento a entrambe le mogli considerandone una come convivente''.

 

da ASCA




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16 maggio 2011

L'Egitto cambia idea sugli islamisti

 

 
 
 

Da un articolo di Yaroslav Trofimov apparso sul Wall Street Journal l’11 marzo 2011.

CAIRO — Centinaia di integralisti islamici sono evasi di prigione durante i disordini che hanno portato alle dimissioni del presidente Hosni Mubarak lo scorso mese.

Ora i dimostranti premono per il rilascio e la riabilitazione dei prigionieri politici, inclusi […] diversi guerriglieri coinvolti in attacchi terroristici.

Fra i dimostranti si sta diffondendo l’idea che i terroristi affiliati ad al Qaeda abbiano ripiegato sulla violenza perché spinti dagli eccessi della dittatura: visto che ora è stata rovesciata, non rappresenterebbero più una minaccia per la democrazia.

"Sono vittime, la loro è stata una reazione alla tortura," ha detto Wael Abbas, uno dei leader dei giovani dimostranti di piazza Tahrir. (…)

Khaled Dweik, che ha allestito la tendopoli dove erano ospitati i dimostranti fino a mercoledì, è d'accordo: "Il terrorismo non può esistere in Egitto, al momento attuale; se ci sono ingiustizia e repressione, la gente uccide ed è disposta a morire, ma se c'è libertà la gente esprime la propria creatività e collabora alla ricostruzione del paese".

Molti dei prigionieri islamisti egiziani appartengono a Gamaa Islamiyya, un movimento responsabile dell'uccisione di centinaia di turisti stranieri, poliziotti e intellettuali laici, e coinvolto nell'attentato al World Trade Center bombing di New York nel 1993. Gamaa Islamiyya è stato il co-fondatore di al Qaeda insieme all' Egyptian Islamic Jihad di Ayman al Zawahri – anche se nello scorso decennio molti dei suoi leader hanno rinunciato alla violenza.

Circa 500 prigionieri legati a Gamaa Islamiyya, sono già stati liberati nelle scorse due settimane. […]

Un ufficiale dell'antiterrorismo statunitense ha affermato che gli Stati Uniti sono preoccupati per la liberazione dei detenuti e che seguono la situazione con attenzione. Finora non ci sono prove che i rilasciati abbiano ripreso le attività di militanza.    Israele però è preoccupata dal ritorno di diversi militanti di Hamas alle loro case, nella striscia di Gaza. […]

Sotto il governo Mubarak, oggetto di numerosi attentati islamisti, l’apparato di sicurezza  conosciuto con il nome di Amn al Dawla reprimeva duramente gli attivisti militanti, torturando i sospetti e arrestando intere famiglie. Le leggi di emergenza  varate nel 1981 dopo l’omicidio del predecessore di Mubarak, Anwar Sadat,  permettevano di tenere in custodia per anni i sospettati anche in assenza di prove; di solito i terroristi erano poi processati in tribunali militari. Per questo gli USA dopo l'11 settembre 2001 inviarono una lista di sospettati in Egitto – dove le regole su custodia e tortura erano meno rigide.[…]

"Uno degli obiettivi politici del regime corrotto era quello di fomentare divisioni tra musulmani e cristiani per governare meglio", dice Fathi Abdel-Rahman, un altro leader della tendopoli di piazza Tahrir che ha passato 5 anni in prigione perché sospettato di attività islamista. "Nessuno di quelli che sono in prigione ha mai piazzato bombe: sono tutti vittime innocenti del vecchio sistema, e devono essere immediatamente rilasciati".

 



 




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16 maggio 2011

Per Ian Buruma il burqa è sexy Lo dica alle donne afghane costrette a metterlo per evitare il linciaggio...

Ian Buruma : " No al burqa ma è sbagliato vietarlo con una legge dello Stato "


Ian Buruma e il suo ideale di donna sexy.

Buruma è contrario a proibire il burqa per legge e, per quanto riguarda la Francia, scrive : "  Non si capisce come mai le usanze ebraiche o altre forme di devozione cristiana siano più compatibili con i valori repubblicani ". La società francese è laica. Per questo nei luoghi pubblici sono assenti tutti i simboli religiosi. Quella contro il burqa non è una crociata anti islamica, ma la decisione di applicare la legge senza fare distinzioni. Il burqa è fuori legge perchè rende irriconoscibile chi lo indossa e perchè va contro i valori delle democrazie occidentali.
Buruma scrive : "
Non spetta al governo francese il compito di interpretare la tradizione islamica.". E infatti non è quello l'obiettivo di Sarkozy, La legge contro il burqa non ha lo scopo di interpretare la tradizione islamica, quanto favorire l'integrazione degli immigrati islamici e sradicare un simbolo di segregazione. 
"
Esiste sempre un equilibrio delicato tra opinioni condivise e libertà individuali. Ci sarà ancora chi condanna l'omosessualità, ma ben pochi cittadini europei invocherebbero leggi apposite per proibirla.". Il paragone è inappropriato. Essere omosessuali non ha nulla in comune con l'essere integralisti islamici . L'omosessuale, in quanto tale, non discrimina le donne,  se lo fa lo fa indipendentemente dalla sua omosessualità. Chi costringe la moglie a mettere il burqa, invece, sì.
Buruma azzarda un altro paragone assurdo: "
 è lecito tuttavia imporre un certo tipo di abbigliamento per certe professioni, senza vietare un determinato indumento a tutti, indiscriminatamente. In fin dei conti, chi ha mai visto giudici e insegnanti che si presentano al lavoro in bikini? ". A parte che il bikini non è imposto a nessuna donna dall'uomo di casa, in ogni caso se è vero che nessuna donna se lo metterebbe per andare al lavoro, non si può dire lo stesso delle donne costrette dal marito a mettere il burqa per poter uscire di casa.
Buruma scrive : "
Che cosa fare allora di quelle usanze che noi giudichiamo illiberali, se non è possibile vietarle per legge? Talvolta è preferibile non fare nulla. Vivere a contatto con valori estranei ai nostri è il prezzo da pagare per una società pluralistica, ma per spegnere i focolai di conflittualità basterebbe garantire a tutti i cittadini un buon livello di istruzione.". Come no, visto che il problema è di poche e in nome dell'islamicamente corretto, la soluzione ideale e far finta di nulla e " far leva, perché no, anche sull'umorismo. Non che la satira debba per forza mostrarsi ostile, come nel caso delle vignette danesi ".
Le vignette danesi non erano ostili, ma satiriche. La satira non piace mai a chi ne è preso di mira, si sa. Ma l'unico elemento ostile della vicenda è stata la reazione islamica. Il disegnatore delle vignette su Maometto, Kurt Westergaard è costretto a vivere blindato e continua, a distanza di anni, a subire attacchi da fondamentalisti islamici, e la sua vita è tuttora a rischio. 
Buruma conclude l'articolo così : "
Di recente, una marca tedesca di biancheria intima ha diffuso una pubblicità dal tocco delicato e coinvolgente. Nel filmato si vede una splendida donna che si ammira allo specchio, prima di infilarsi, con evidente compiacimento, un paio di slip molto sexy di pizzo nero e fissare le calze alle giarrettiere. Con un ultimo gesto, si ammanta con il burqa, lasciando scoperti solo due occhi stupendi, accentuati dal mascara. Lo slogan pubblicitario recita: "Tutti hanno il diritto a sentirsi sexy." ". Ecco fin dove può arrivare il maschilismo dell'autore dell'articolo. La donna deve indossare biancheria di pizzo con giarrettiere, truccarsi gli occhi con molto mascara e poi, ciliegina sulla torta, coprirsi con un burqa, in modo che solo l'uomo di casa possa godere di simili meraviglie.
Se davvero Buruma crede che una donna possa condividere la sua visione di libertà, allora delle donne non ha capito niente.
Si legga l'intervista (che segue) di Gabriel Bertinetto a Malalai Joya, una donna afghana ex deputata e minacciata di morte dai talebani. Lei il burqa è obbligata a metterlo, ma eviterebbe di farlo. Lo indossa solo per rendersi irriconoscibile ai suoi aspiranti assassini. E' sexy anche questo? Nascondersi per evitare di finire lapidate per essersi battute per i diritti della donna in Afghanistan?
Buruma magari può anche chiederle se si trucca pesantemente gli occhi e se sceglie biancheria di pizzo nero, sempre per essere libera di sentirsi sexy, si capisce...
Ecco l'articolo di Buruma:

I l parlamento francese vuole vietare il burqa nei luoghi pubblici. Il burqa è diverso dall'hijab, il foulard che copre i capelli, già bandito dalla scuola pubblica francese, dove è proibita qualsiasi "ostentazione" di simboli religiosi. Il burqa invece è il velo integrale che copre anche il viso, in uso nei paesi arabi a stretta osservanza islamica, e oggi adottato anche da donne non arabe di fede musulmana. In Francia si tratta di circa 1900 donne su un totale di quasi sei milioni di musulmani, e quasi nessuna proviene da paesi dove il burqa fa parte dell'abbigliamento tradizionale femminile.

Il motivo per cui i parlamentari francesi, dai comunisti ai conservatori, hanno dato pieno appoggio a questo divieto è da ricercarsi nell'opinione assai diffusa che indossare il burqa "va contro i valori della Repubblica." Nella celebre frase del presidente francese, Nicolas Sarkozy, il burqa "non è ammissibile in Francia." Per questa ragione alle immigrate che si coprono il viso è stata rifiutata la cittadinanza francese. Le femministe, comprese alcune donne delle comunità musulmane, hanno appoggiato il divieto perché considerano il burqa un'usanza degradante per la dignità femminile. E un deputato comunista del parlamento, André Gerin, ha lanciato il monito, che terrorismo ed estremismo possono benissimo "nascondersi sotto il velo."

In realtà, solo i socialisti si sono rifiutati di votare a favore del decreto parlamentare. Nemmeno a loro piace il burqa, ma sono convinti che non serve a nulla combatterlo a suon di leggi.

A mio avviso i socialisti hanno ragione. A prescindere dal fatto che il governo francese si ritrova oggi ad affrontare problematiche ben più gravi e impellenti che non lo stile sartoriale di poche centinaia di donne, qui è in gioco la libertà individuale. Alcune donne sono certamente costrette a coprirsi dietro pressioni familiari o della loro comunità. Lo stesso dicasi per le donne ebree ortodosse, che devono radersi il capo e portare la parrucca dal giorno del matrimonio. Non si capisce come mai le usanze ebraiche o altre forme di devozione cristiana siano più compatibili con i valori repubblicani, per non parlare degli ideali femministi, rispetto ai precetti del salafismo. E' peraltro inammissibile che la donna sia costretta a coprirsi.

Ma costringerla a non coprirsi? Una francese, che ha adottato il burqa di propria iniziativa, ha protestato: "Dicono che la Francia sia un paese libero, ma oggi le donne hanno il diritto di togliersi i vestiti, non di metterseli." Un'altra contestatrice ha affermato, "Se ci costringono a toglierlo, ci toglieranno una parte di noi stesse. A questo punto preferisco la morte."

Alcuni musulmani, compresi diversi religiosi, sostengono che velare il volto non è in realtà una tradizione islamica. L'imam egiziano Sheikh Mohammad Tantawi vuole proibire l'uso del velo che nasconde il volto nelle scuole del suo paese. Ma questo non spiega perché le donne francesi non possano accedere a uffici postali, banche, scuole o altri luoghi pubblici indossando il burqa. Non spetta al governo francese il compito di interpretare la tradizione islamica.

Si potrebbe sostenere che i governi nazionali devono far rispettare le leggi comuni, non i valori. Eppure, sebbene le democrazie in generale siano meno propense della Repubblica francese a imporre "valori nazionali" ai loro cittadini, la legge non può essere totalmente disgiunta da valori comuni. Il matrimonio con un unico coniuge in Europa è una norma legale e al contempo culturale. E le prese di posizione sulla discriminazione sessuale, di genere e razziale subiscono trasformazioni con il passar del tempo che si rispecchiano nella legislazione. Esiste sempre un equilibrio delicato tra opinioni condivise e libertà individuali. Ci sarà ancora chi condanna l'omosessualità, ma ben pochi cittadini europei invocherebbero leggi apposite per proibirla.

Nel complesso, le scelte individuali devono essere consentite, purchè non arrechino danno ad altri, anche se non incontrano il favore di tutti. Sarebbe davvero fastidioso assistere allo svolgimento di funzioni pubbliche da parte di magistrati, insegnanti, forze dell'ordine con il volto coperto; è lecito tuttavia imporre un certo tipo di abbigliamento per certe professioni, senza vietare un determinato indumento a tutti, indiscriminatamente. In fin dei conti, chi ha mai visto giudici e insegnanti che si presentano al lavoro in bikini?

Vorrei ricordare poi un altro motivo, di ordine pratico, che sconsiglia di vietare il burqa. Se vogliamo davvero integrare gli immigrati nella società occidentale, occorre incoraggiarli a muoversi in pubblico il più possibile. Vietare il burqa costringerebbe questa minuscola minoranza di donne a restare chiuse in casa, rendendole ancor più dipendenti dai loro uomini per qualunque scambio con il mondo esterno.

Che cosa fare allora di quelle usanze che noi giudichiamo illiberali, se non è possibile vietarle per legge? Talvolta è preferibile non fare nulla. Vivere a contatto con valori estranei ai nostri è il prezzo da pagare per una società pluralistica, ma per spegnere i focolai di conflittualità basterebbe garantire a tutti i cittadini un buon livello di istruzione. E far leva, perché no, anche sull'umorismo. Non che la satira debba per forza mostrarsi ostile, come nel caso delle vignette danesi. Di recente, una marca tedesca di biancheria intima ha diffuso una pubblicità dal tocco delicato e coinvolgente. Nel filmato si vede una splendida donna che si ammira allo specchio, prima di infilarsi, con evidente compiacimento, un paio di slip molto sexy di pizzo nero e fissare le calze alle giarrettiere. Con un ultimo gesto, si ammanta con il burqa, lasciando scoperti solo due occhi stupendi, accentuati dal mascara. Lo slogan pubblicitario recita: "Tutti hanno il diritto a sentirsi sexy."

Non solo siamo davanti a una pubblicità spiritosa e di grande impatto visivo, ma dalle mie personali osservazioni nei centri commerciali del Medio Oriente, devo ammettere che riflette accuratamente la realtà. Certo, si può benissimo immaginare, come fa il parlamentare comunista, che sotto il burqa si nasconda un estremista o un aspirante terrorista. Ma lo stesso vale per un giovanotto in jeans, o per una donna in tailleur. Forse troppo spesso dimentichiamo che la persona sotto il burqa è semplicemente una donna.

 



 




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