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24 maggio 2011

Perché Hamas "abbraccia" Fatah?

 

 

 

 

pubblicata da Stefano Magni
 

 

Dopo anni di guerra civile, i due maggiori partiti palestinesi, Fatah (pragmatico e dominante in Cisgiordania) e Hamas (jihadista e dominante a Gaza) hanno annunciato l’imminente firma di un accordo al Cairo. Salutato dalla comunità internazionale come un passo avanti verso la pace in Medio Oriente, il compromesso Hamas-Fatah solleva più di un dubbio nel governo israeliano.

L’accordo fra i due partiti nasce “a seguito delle recenti sollevazioni in tutto il Medio Oriente e rischia di risultare nella presa di controllo della Cisgiordania da parte di Hamas”. Questa l’opinione del ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman. L’intesa fra i partiti prevede fra l’altro la liberazione dei rispettivi prigionieri (fra cui molti terroristi di Hamas) e la formazione di un governo tecnico che porti a nuove elezioni legislative e presidenziali entro la fine dell’anno.

 

La rottura fra i laici e gli islamici era avvenuta con il golpe di Hamas a Gaza del 2007. Hamas aveva raggiunto il massimo della popolarità durante la guerra del 2009. Ora, con i Fratelli Musulmani (a cui è affiliato) in ascesa nel vicino Egitto, il partito jihadista palestinese potrebbe riservare moltissime sorprese.

L'Opinione

 

 

 

 

 



 




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24 maggio 2011

articolo IC7


 

Come dico sempre, non passano ora, giorno o settimana che in Israele ci si possa prendere il lusso di annoiarci un po' , le notizie si rincorrono, gli avvenimenti si accavallano e tutti noi, col fiatone, cerchiamo di stargli dietro.

Questa settimana si apre con il premio Dan David al Presidente Giorgio Napolitano in visita in Israele, premio prestigioso che Israele consegna ogni anno a personalita' distintesi in ogni campo, come scrive Wikipedia :
"Il Dan David Prize viene conferito annualmente a tre soggetti, persone, istituzioni o comunità, che si siano distinti per eccezionali contributi nel campo della scienza, della tecnologia, della cultura o del benessere sociale.Il premio, promosso dalla Dan David Foundation e dall'Università di Tel Aviv, riconosce la somma di 1 milione di dollari a ciascuno dei destinatari nelle tre categorie di premi, Past, Present e Future." http://it.wikipedia.org/wiki/Dan_David_Prize:
Premio meritato, meritatissimo, peccato che poi Napolitano abbia deluso tanti e fatto arrabbiare molti alla notizia, davvero inaspettata,  che il Presidente italiano lo ha devoluto all'Istituto "West-Eastern Divan", dell'orchestra diretta da Daniel Baremboim.
Tremenda gaffe, Presidente!
Il premio consegnatole da Israele, lei lo passa a uno dei peggiori nemici di Israele!
A quel Baremboim che giorni fa e' andato a suonare a Gaza, davanti a hamas, organizzazione terrorista fra le peggiori del mondo.
A quel Baremboim che non ha avuto nemmeno l'umanita' di chiedere pubblicamente, approfittando dell'occasione di essere nel covo dei terroristi, riverito dal loro capo Hanije' come grande amico,  cosa ne avessero fatto di Gilad Shalit.
Brutta gaffe , Presidente!
Ecco, lei avrebbe fatto miglior figura, mi perdoni se glielo dico, se avesse devoluto il suo milione di dollari all'organizzazione israeliana che si batte per avere Gilad libero, dopo 5 anni di prigionia non si sa dove e non si sa in quali condizioni.
Se non voleva farlo per evitare attriti con i palestinesi avrebbe avuto decine di altre organizzazioni israeliane e italiane cui consegnare il premio, alcune fra tante, per la ricerca in Italia, per finanziare attivita' di conoscenza tra Italia e Israele, per la lotta contro l'antisemitismo in Italia, per costruire biblioteche comuni ai due paesi, per aiutare lo scambio di studenti e personalita' culturali.
Per quale motivo consegnare un milione di dollari, ma anche fossero stati dieci dollari la gaffe sarebbe stata uguale, a chi non ha mai nascosto il suo desiderio di fare di Israele l'ennesimo stato arabo coll'esilio degli ebrei, vivi o morti,  verso il resto del mondo, ancora esiliati, ancora privati della loro Terra, ancora alla merce' dell'odio occidentale.
Vabbe', una delusione tra le tante che ci cadono  tra capo e collo per ricordarci che tutti sono amici di Israele fino a che non dimostrano platealmente il contrario, sinceramente non me lo aspettavo da Giorgio Napolitano che ho sempre considerato persona equilibrata e saggia.
Oso pensare che sia stato mal consigliato da chi tanto amico non e'.
E' stato scritto molto sul giorno della nakba, il lutto palestinese per la fondazione di Israele. Tutti dimenticano che questo giorno fu istituito da Arafat, il terrorista furbacchione, solo nel 1998, in pieno processo di "pace".
Prima non esisteva nessuna nakba ma dopo di allora l'odio palestinese e' stato ufficializzato con celebrazioni violente dedicate all'uopo.
Ogni tentativo di far capire al mondo che gli arabi palestinesi se ne sono andati non perche' espulsi dagli ebrei ma perche' obbligati a farlo dalla Lega Araba, resta inascoltato.
Ogni tentativo di far conoscere al mondo che e' esistita una vera nakba nella cacciata di tutti gli ebrei dai paesi arabi dove vivevano da centinaia d'anni, non viene nemmeno preso in considerazione.  
Per difendersi da tutto questo odio e per evitare almeno di finanziarlo, la Knesset legifero' affinche' chi volesse manifestare contro Israele si pagasse almeno le spese. 
Niente di piu' giusto. Vogliono bruciare le bandiere di Israele? Si paghino i fiammiferi e tutto l'occorrente.
Almeno questo, no?
Naturalmente tutto il mondo filopalestinese e filoterrorista ha criticato la decisione della Knesset, per questo tipo di gente, Israele, che esiste illegalmente e che deve scomparire quanto prima, dovrebbe anche pagare le manifestazioni inneggianti alla propria eliminazione.
Quest'anno gli arabi hanno superato se stessi e hanno commemorato il loro lutto invadendo Israele dai confini siriani e libanesi per far capire al mondo che Israele, essendo un paese inesistente, puo' essere violato ai confini da migliaia di persone urlanti Allahu Akhbar , sperando di farla franca.
I soldati israeliani, dopo aver tentato di arginare l'invasione sparando in aria e gettando lacrimogeni ha fatto quello che ogni altro paese sovrano avrebbe fatto, ha sparato.
Ha sparato contro la folla di fanatici, aizzati da hezbollah, anche l'esercito libanese , morti e feriti attribuiti a Zahal senza se e senza ma. Ne potevate dubitare? 
Erano disarmati, urlano i soliti, certo disarmati con bombe molotov, pietre e bastoni che hanno mandato all'ospedale 13 soldati, dopo aver vandalizzato il villaggio druso di Majdal Shams.
Nessuno si aspettava un simile attacco da parte della Siria il cui confine e' sempre stato tranquillo dopo la batosta sofferta dai siriani nel 1973, e prima nel 1967,  ma questa volta Bashar Assad aveva un paio di motivi validissimi per scatenare le sue folle contro Israele: doveva depistare l'attenzione del mondo dal massacro di piu' di mille siriani e dalle fosse comuni e, da bravo arabo esperto, sapeva  che tutti si sarebbero scatenati contro Israele dimenticandosi di lui.
Cosi' e' accaduto, puntualmente!
Tra l'altro il bagno di sangue in Siria continua ma tutto tace in occidente, troppo occupati a far fuori il beduino Gheddafi, Assad no, non e' mica un beduino che vive in tenda, e' un signore vestito in giacca e cravatta, vive in un bel palazzo e se spara sul suo popolo ....poco male.
Il secondo motivo e' quello millenario tipico delle dittature, attirare l'attenzione del popolo contro un capro espiatorio e quale migliore di Israele?
Non hanno usato lo stesso metodo in Europa, e  per millenni, contro gli ebrei?
Sappiano i nostri nemici che Israele difendera' sempre i suoi confini per la sicurezza e la tranquillita' dei suoi cittadini.
Il resto della settimana e' stato dedicato alla solita saga Gheddafi-NATO. E' morto, no e' vivo, e' scappato, no ecco che ricompare, lo ammazzeremo no lo prenderemo prigioniero, vincono i ribelli, no i governativi. E cosi' via tra un bombardamento e l'altro sulla Libia.
Come diversivo abbiamo avuto le esternazioni naziste a Cannes del regista danese Lars von Trier, espulso dal festival per aver espresso simpatie a Hitler e per aver definito Israele "a pain in the ass"...traducete voi....
Un pover uomo, devastato nel cervello,  ma meno pericoloso di altri che vengono considerati dei geni,  mi riferisco a Ken Loach, Oliver Stone  e molti altri che odiano Israele e si rifiutano a partecipare a festival dove siano presenti israeliani.
Lars Von...e' ridicolo,  suscita indignazione mista a pena,  come se parlasse un povero demente per farsi bello e attirare l'attenzione.
I dirigenti del festival di Cannes avrebbero il coraggio di espellere un Loach per le sue esternazioni di odio antiisraeliano? Certamente no.
Lars Von.... e' un signor nessuno ricordato solo perche' chi vede i suoi film ha voglia di suicidarsi dopo la prima mezz'ora .         
Concludiamo la settimana con Barak Obama.
All'inizio del suo mandato il Presidente americano si era subito premurato di farsi amico del mondo arabo e adesso, di fronte a Israele, non poteva fermarsi a meta' strada.
Ha continuato dunque imperterrito dicendo a Bibi Netaniahu che Israele deve ritirarsi ai confini del 1967 ( che sono in realta' quelli delle linee armistiziali del 1948).
Bibi gli ha risposto picche  e questo deciso no israeliano lo ha fatto riflettere.
Scrive oggi Fiamma Nirenstein:
ieri Netanyahu gli ha ripetuto in conferenza stampa che un’invasione dei pronipoti dei profughi del ’48 distruggerebbe Israele demograficamente. E Obama ha taciuto. Quanto ai confini del ’67: gli americani da decenni, basandosi sulla risoluzione 242 del novembre 1967, chiedono un «ritiro di Israele a confini sicuri e riconosciuti». Ma sono confini che chiudevano Israele in 16 chilometri. Parlare di swaps territoriali, riconosce implicitamente ai palestinesi il diritto a rivendicare quei confini e da adesso si può essere certi che lo brandiranno come una bandiera. Obama ha riflettuto nel suo atteggiamento la schizofrenia americana su Israele: da una parte, Israele è il suo migliore alleato, dall’altra vuole compiacere il mondo islamico. Ma ieri Netanyahu, dicendo semplicemente «non ci sto», lo ha costretto a capire più di quanto non avrebbe fatto cercando di compiacerlo.
Israele non puo' ritirarsi entro confini indifendibili e non puo' farlo perche' il fine ultimo dei palestinesi e' arrivare all'eliminazione di Israele, in qualsiasi modo, appoggiati in toto dal mondo islamico.
Arafat insegna, e' come uno spirito malefico che continua ad aleggiare su di noi :
" Distruggeremo Israele con le pance delle nostre donne".
  
Perche' la Palestina, rifiutata dai palestinesi a iniziare dal 1948 col famoso NO alle proposte dell'ONU,  deve essere creata a spese di Israele?
Guardate questa cartina, la guardi anche Obama, memorizzatela e chiedetevi se e' giusto quello che tutti pretendono dallo stato ebraico,  ma prima prendete la lente di ingradimento per identificare Israele circondata da un'immensita' araba.
 
 
Deborah Fait
 
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24 maggio 2011

Hamas mangiatutto

Il FOGLIO - "  Hamas mangiatutto"

Hamas non si è fatto sfuggire l’occasione ghiotta, ha finto un ritrovato accordo con i nemici di Fatah (nella Striscia di Gaza, di proprietà di Hamas, gli uomini del presidente Abu Mazen sono stati finora sterminati, letteralmente), ha dato credibilità al nuovo Egitto tanto per impensierire ancora di più l’occidente ed è tornato ad avere un ruolo “legittimo” nel momento in cui è iniziata la corsa all’Onu per il riconoscimento unilaterale dello stato palestinese. Un piano perfetto, aiutato dai media sempre bendisposti a celebrare “passi avanti verso la pace”. Questo non è un passo verso la pace, questo è un modo per togliere di mezzo Fatah e Abu Mazen e spezzare le già tenui speranze di trattativa con Israele. Hamas e Fatah non possono andare d’accordo. Non è che hanno avuto scaramucce in passato che ora cercano di digerire in nome di un ideale comune. La loro è una rivalità intrinseca, profonda, insuperabile. Il gruppo che spadroneggia nella Striscia di Gaza vuole lo scontro con Israele, non accetta alcuna trattativa, lancia razzi, detiene il soldato Shalit, conta sull’instabilità nella regione per colpire Gerusalemme il prima possibile. Il gruppo che spadroneggia in Cisgiordania fa affari con Israele, grandi affari, stringe la mano al premier Netanyahu, accetta la mediazione americana. Non ci sono punti di contatto, non è una fusione, è un’opa ostile. Il più forte mangerà il più debole, e chi sia il più forte non c’è nemmeno bisogno di spiegarlo. Per Israele le cose si stanno mettendo davvero male. Non soltanto c’è una ormai cronica incomprensione con l’alleato americano (questo mese Netanyahu torna per l’ennesima volta a Washington, chissà se finalmente ci sarà qualche chiarimento), non soltanto c’è un medio oriente in totale rivolgimento, ma ora c’è pure l’iniziativa all’Onu messa in piedi da Abu Mazen e caldeggiata non soltanto dai soliti amici palestinesi delle Nazioni Unite, ma anche da “insospettabili”, come i francesi di Sarkozy. Con tutta probabilità il voto si terrà a settembre, all’Assemblea generale, e i numeri ci sono già. Abu Mazen ha preparato le basi per un accordo internazionale, Hamas ne sfrutterà il bottino. Non è difficile immaginare come.




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23 maggio 2011

Duro confronto alla Casa Bianca

 

 
 



 

Netanyahu sfida Obama davanti al caminetto dello Studio Ovale in un summit durato un’ora più del previsto. Al termine dell’incontro i due leader ammettono di avere delle «differenze fra amici» pur rinnovando «l’indistruttibile alleanza».
Già in volo verso Washington, il premier israeliano aveva replicato al riferimento ai «confini del 1967» fatto il giorno prima da Obama definendolo «la dimostrazione che a Washington non comprendono la realtà con cui abbiamo a che fare». Arrivato alla Casa Bianca, Netanyahu ha ribadito il rifiuto di negoziare i confini del nuovo Stato palestinese partendo da quelli precedenti alla Guerra dei Sei Giorni. Il disaccordo non avrebbe potuto essere più evidente e se il colloquio è durato assai più a lungo passando per la cancellazione di un ipotizzato documento congiunto - è perché entrambi hanno tentato di smussare le differenze. Ecco perché, mentre il colloquio faccia a faccia era in corso, i portavoce della Casa Bianca gettavano acqua sul fuoco definendo i due leader «phone buddies», amici che si parlano al telefono «più spesso di quanto non si creda». Quando le porte dello Studio Ovale si sono aperte entrambi avevano il volto teso ma si sforzavano di sorridere. È stato Obama il primo a parlare sottolineando le convergenze sul «momento di opportunità» dovuto alle rivolte arabe, sui pericoli che vengono da Siria e Iran come sulla richiesta all’Autorità palestinese di «dare risposte chiare sul patto con Hamas, un’organizzazione terroristica che non riconosce Israele». «Condividiamo l’obiettivo ultimo della pace in Medio Oriente, due Stati in pace e sicurezza uno a fianco all’altro» ha aggiunto Obama, ammettendo però «l’esistenza di differenze come avviene fra amici» e ribadendo l’impegno a perseguire una «giusta pace che consenta a Israele di essere sicura». A illustrare lo spessore delle «differenze» è stato l’ospite israeliano che dopo aver ringraziato Obama per la «calorosa accoglienza» ed espresso condivisione per «il discorso importante sulla democrazia in Medio Oriente» ha ripetuto in pubblico quanto 30 ore prima aveva detto in privato a Hillary Clinton: «Per durare la pace deve essere fondata sulla realtà e Israele non può tornare indietro sulle linee del 1967 perché sono indifendibili e per i cambiamenti democratici che sono intervenuti» senza contare che «abbiamo bisogno di una presenza militare di lungo termine nella Valle del Giordano» contro il rischio di invasioni «visto che la nostra profondità strategica è inferiore alla lunghezza di alcune strade di Washington». Contraddire il Presidente degli Stati Uniti nello Studio Ovale, in diretta tv ed a un giorno di distanza dal discorso al Dipartimento di Stato dà lo spessore dell’intenzione di Netanyahu che martedì parlerà al Congresso - di trattare di persona con Obama i singoli aspetti del negoziato, sviscerando subito i disaccordi. A confermarlo c’è il finale della dichiarazione di Netanyahu, che mette sul piatto la questione dei profughi sebbene il giorno prima Obama avesse suggerito di «rimandarla assieme a Gerusalemme trattandosi di temi emotivi». Anziché rimandarla, Netanyahu ha detto: «I palestinesi devono prendere atto che la questione dei rifugiati sarà risolta nell’ambito del loro nuovo Stato» perché «nel 1948 vi furono due emergenze profughi e l’altra, quella degli ebrei cacciati dai Paesi arabi in numero quasi uguale, è stata assorbita da noi». E ad Abu Mazen, leader dell’Anp, manda a dire: «Devi scegliere se fare la pace con noi o con Hamas».La  di Maurizio Molinari

 

 




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23 maggio 2011

Hamas ribadisce: Lotta armata, no al negoziato

 
 
Il portavoce di Hamas Mahmoud al-Zahar ha ribadito mercoledì che la sua organizzazione non ha alcuna intenzione di negoziare con Israele, nonostante una dichiarazione che sembrava andare in senso contrario fatta dal capo del politburo di Hamas, Khaled Mashaal. Lo ha riferito mercoledì il giornale palestinese Al-Quds.
“La dichiarazione di Mashaal – ha detto al-Zahar – non rappresenta la posizione ufficiale del movimento, che si basa su un plan piano di lotta armata e non di negoziati”.
Al-Zahar ha aggiunto che il “governo” della striscia di Gaza (controllato da Hamas) non ha dato alcun permesso al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) di negoziare con Israele dopo che sarà formato il governo di unità nazionale Hamas-Fatah nel quadro dell’accordo di riconciliazione recentemente siglato dalle due fazioni. “Noi non siamo d’accordo con questi negoziati e non li incoraggiamo, anzi al contrario”, ha spiegato l’esponente di Hamas aggiungendo che, infatti, la dichiarazione fatta da Mashaal sull’argomento ha suscitato viva sorpresa all’interno dell’organizzazione. “Non c’è stato alcun cambiamento nella posizione del movimento su tutto ciò riguarda la lotta armata, che è la nostra unica opzione”, ha specificato.
Al-Zahar ha detto inoltre di prevedere che Hamas prenderà più voti di Fatah sia in Cisgiordania che nella striscia di Gaza, quando si terranno le elezioni, ma che un governo di unità nazionale è in ogni caso lo sbocco più probabile.
Infine al-Zahar ha voluto spiegare la condanna dell’uccisione di Osama bin Laden da parte del “primo ministro” di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh. “Noi consideriamo combattenti della resistenza che tutti coloro che si oppongono all’occupazione – ha detto – soprattutto se si tratta di qualcuno di matrice background origine islamica. In parte non siamo d’accordo con il modo di bin Laden, ma siamo totalmente in at odds disaccordo con la posizione americana”.

(Da: YnetNews, 18.5.11)

Nelle foto in alto: il “primo ministro” di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, condanna “l’assassinio del santo martire Osama bin Laden”. Per il video, con sottotitoli in inglese, cliccare: http://www.youtube.com/watch?v=VnJOMHDArQc
Sotto: il portavoce di Hamas, Mahmoud al-Zahar

 




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23 maggio 2011

La (solita) aggressione ad Israele

 
Editoriale del Jerusalem Post
Gli incidenti di domenica scorsa al confine con la Siria presso Majdal Shams, attraverso il confine con il Libano a Maroun a-Ras e al confine con la striscia di Gaza rappresentano una formidabile sfida alla sicurezza d’Israele.
Cosa potranno fare le Forze di Difesa israeliane se la stessa tattica di tentare irruzioni di massa attraverso le frontiere venisse ripetuta nelle settimane e nei mesi a venire, e se anziché da poche centinaia di infiltrati i confini venissero forzati da migliaia, o decine di migliaia di cosiddetti “profughi” palestinesi e loro sostenitori? Militari e altre forze di sicurezza israeliane si troverebbero sotto una tremenda pressione: fare tutto il possibile per evitare vittime, e allo stesso tempo impedire che la sovranità israeliana venga calpestata in modo sfrenato. Mancare l’uno o l’altro di questi obiettivi potrebbe comportare conseguenze disastrose.
La morte di qualunque rivoltoso disarmato verrebbe immediatamente travisata come un crimine d’Israele e andrebbe ad alimentare ulteriormente la “narrazione” anti-israeliana. Già domenica scorsa moltissimi mass-media internazionali hanno messo insieme tutte le notizie di morti e feriti addossandole tutte a Israele, anche se le Forze di Difesa israeliane hanno continuato a ripetere che i dieci morti segnalati sul confine libanese erano stati causati dal fuoco dell’esercito libanese. E l’attenzione verrebbe distolta dalla repressione in corso nei regimi arabi, esattamente come domenica scorsa gli scontri ai confini d’Israele hanno tolto i riflettori dai cittadini siriani che in quello stesso giorno venivano ammazzati o gettati in prigione a decine nelle città di Homs, Douma, Hama, Banias, Daraa e Damasco.
D’altra parte, permettere che folle fanatizzate irrompano in Israele forzandone i confini – come si è sciaguratamente verificato a Majdal Shams, dove l’esercito non era adeguatamente preparato per un assalto in massa alla recinzione di frontiera – significherebbe mettere a repentaglio la sovranità d’Israele e rappresenterebbe un serio pericolo per la sicurezza, dal momento che consentirebbe a potenziali terroristi di aprirsi facilmente la strada verso i loro bersagli ebraici. Per fare fronte con successo a questa sfida, i soldati israeliani dovranno essere schierati in modo più efficace, sulla base di migliori informazioni di intelligence, e urgentemente equipaggiati e addestrati all’uso di strumenti non letali antisommossa; e si dovranno rafforzare le frontiere con barriere più efficaci e altri dispostivi fisici di dissuasione. Tenendo presente che la forza di pace dell’Onu, schierata in Libano per l'appunto in vista di questo genere di situazioni, come era prevedibile si è dimostrata totalmente inutile.
Se dunque, da una parte, la prospettiva di ulteriori e più grandi irruzioni di massa “non violente” ai confini d’Israele presenta problemi così complessi, dall’altra le proteste della “Nakba” di domenica scorsa costituiscono anche un promemoria della sostanziale ostilità che esiste tuttora all’esistenza stessa di Israele. Si badi bene: l’anniversario della “Nakba”, celebrato dai dimostranti e da coloro che li hanno mandati, non si riferisce alla “catastrofe” della conquista israeliana nel 1967 di Cisgiordania, striscia di Gaza, alture del Golan e Gerusalemme est. No, si riferisce alla “catastrofe” delle rinascita, nel 1948, dello storico stato ebraico, un evento che ancora oggi essi si rifiutano di accettare. Le proteste sono state lanciate non solo in quei territori “contesi” che alcuni leader palestinesi giurano essere il loro unico obiettivo, ma anche contro i confini d’Israele internazionalmente riconosciuti con il Libano e la striscia di Gaza. Il lugubre messaggio della giornata era: nulla è cambiato dal 1947, quando palestinesi e stati arabi respinsero con la violenza il piano di spartizione dell’Onu.
Da qualche tempo la dirigenza ufficiale palestinese non si prende più nemmeno il disturbo di salvare la facciata dei negoziati di pace. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha stipulato un accordo di unità nazionale con Hamas, un’organizzazione islamista esplicitamente votata all’annientamento di Israele. Lungi dal moderare le posizioni di Hamas, Abu Mazen sembra piuttosto aver estremizzato le sue. Nelle dichiarazioni più recenti, a differenza da quelle precedenti, insiste sul cosiddetto “diritto al ritorno” dei palestinesi. E non parla soltanto di quelli che rimangono dei circa 700.000 palestinesi sfollati dal territorio israeliano prima, durante e subito dopo la guerra scatenata dagli arabi nel 1948; parla anche dei milioni di loro discendenti (i palestinesi sono l’unico popolo al mondo per il quale lo status di profugo si tramanda indefinitamente per generazioni, stando ai criteri stabiliti dall’Unrwa).
La dirigenza palestinese, che ora comprende ufficialmente anche i terroristi antisemiti di Hamas, non paga alcun prezzo diplomatico per le sue esibizioni di estremismo. La rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, ha accolto con favore la riconciliazione fra Fatah e Hamas, così come hanno fatto diversi leader di altri paesi occidentali e della Russia, e il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Se tutto andrà come programmato, a settembre l’Assemblea generale dell’Onu approverà una dichiarazione che, sebbene non vincolante, riconoscerà uno stato palestinese lungo le linee armistiziali del 1949, nonostante il fatto che le questioni centrali del contenzioso con Israele (confini compresi) non siano state ancora risolte. Come ha detto lunedì l’ex ambasciatrice d’Israele all’Onu, Gabriela Shalev, a una commissione della Knesset, la mossa dei palestinesi per il riconoscimento alle Nazioni Unite di un loro stato (senza negoziare un accordo con Israele) costituisce un “obiettivo intermedio” che mira “alla demolizione di Israele di fronte alla comunità internazionale”.
Nel corso dei decenni, la guerra aperta ha lasciato il posto al terrorismo, e poi agli attacchi coi missili. Ora Israele si trova ad affrontare le irruzioni “non violente” attraverso i suoi confini sovrani, la rivendicazione intransigente del “diritto al ritorno” che cancellerebbe Israele in quanto stato ebraico, la non-santa alleanza dei palestinesi con un gruppo terrorista apertamente intenzionato ad annichilire Israele ed ebrei, e una campagna diplomatica per il riconoscimento di uno stato palestinese senza pace né riconciliazione con Israele. Alcune di queste tattiche saranno anche nuove, ma gli obiettivi di fondo sono fin troppo chiaramente immutati sin dal 1947.

(Da: Jerusalem Post, 16.5.11)

DOCUMENTAZIONE
Questa la definizione ufficiale UNRWA di “profugo palestinese”: «Under UNRWA's operational definition, Palestine refugees are people whose normal place of residence was Palestine between June 1946 and May 1948, who lost both their homes and means of livelihood as a result of the 1948 Arab-Israeli conflict. The descendants of the original Palestine refugees are also eligible for registration. » Traduzione: “In base alla definizione operativa dell’Unrwa, profughi palestinesi sono le persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina fra giugno 1946 e maggio 1948, che perdettero sia le loro case che i loro mezzi di sostentamento come conseguenza del conflitto arabo-israeliano del 1948.[…] Anche i discendenti degli originari profughi palestinesi possono registrarsi [presso l’UNRWA]”. A tale proposito, scrive Jonathan Spyer: «[…] Milioni di profughi in tutto il mondo – oltre 130 milioni dalla seconda guerra mondiale – sono stati sotto la responsabilità dell’UNHCR, che mira al reinserimento e alla riabilitazione dei profughi. Ma l’8 dicembre 1949 l’Assemblea Generale dell'ONU approvò la risoluzione 302 che dava vita a un’apposita agenzia dedicata esclusivamente “all’aiuto diretto e ai programmi di lavoro” per i profughi arabi palestinesi – l’UNRWA, appunto – facendone un ente senza eguali. L’UNRWA esiste per perpetuare, non per risolvere, il problema dei profughi palestinesi. Da che esiste, nessun palestinese ha mai perduto lo status di profugo. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l’UNRWA, essi continuano ad essere dei profughi con pieno diritto all’assistenza. In questi sessant’anni l’UNRWA si è trasformata in uno strumento fondamentale per la perpetuazione del problema dei profughi, e in un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Quando l’UNRWA cominciò a contare i profughi, nel 1948, lo fece secondo modalità che non hanno precedenti: puntando cioè a registrare il massimo numero possibile di quelli che definiva “profughi”. Innanzitutto, venne considerato palestinese chiunque avesse vissuto nella Palestina Mandataria britannica nei DUE anni precedenti lo scoppio del conflitto arabo-israeliano. Inoltre, l’UNRWA conta come profughi anche tutti i discendenti dei profughi originari: un sistema che dal 1948 in poi ha generato – caso unico al mondo – un incremento del 400% nel numero di profughi sotto la sua giurisdizione. Si trattava di una definizione di “profugo palestinese” politicamente motivata, con il sottinteso che i palestinesi sarebbero rimasti profughi per sempre o fino al giorno in cui si fossero trionfalmente stabiliti in uno stato arabo palestinese che comprendesse tutto il territorio su cui sorge Israele. Se si ricostruivano una vita altrove, anche dopo molte generazioni – dopo decenni o, in teoria, dopo secoli – rimanevano comunque ufficialmente profughi. Cosa molto diversa dalle altre situazioni nel mondo, dove gli altri profughi mantengono lo status di “profugo” solo finché non trovavano una collocazione permanente altrove, presumibilmente come cittadini di altri paesi. Infine, per l’UNRWA lo status di profugo palestinese si basava soltanto sulla semplice parola del postulante. Perfino la stessa UNRWA, in una relazione del giugno 1998 del suo Commissario Generale, ammise che le sue cifre erano gonfiate: "I numeri di registrazione dell’UNRWA sono basati su informazioni fornite spontaneamente dai profughi stessi con lo scopo principale di ottenere accesso ai servizi dell’agenzia, e quindi non possono essere dati demografici statisticamente validi”. […]»
Da: Jonathan Spyer, “UNRWA? Un ostacolo alla pace”, Jerusalem Post, 27.05.08
http://www.israele.net/articolo,2234.htm

Nell’immagine in alto: In tutta la pubblicistica palestinese la “nakba” (catastrofe) da cancellare è la nascita di Israele nel 1948, costantemente accompagnata dalla rappresentazione geografica delle terre rivendicate (e lo stato d’Israele scompare del tutto)

 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 23/5/2011 alle 16:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


23 maggio 2011

cerchiamo di capire la stumentalità di questo comunicato, fascisti che appoggiano i palestinesi in funzione anti-Israele !! ??

Freedom Flotilla, manifestazione nazionale pro Gaza, Forza nuova aderisce


 
(ASI)  La Federazione di Roma di Forza Nuova con una nota ufficializza la sua adesione alla manifestazione nazionale  del 14 maggio 2011 che si terrà a Roma per la fine dell’assedio a Gaza indetta dalla Freedom Flotilla Italia. Prosegue poi la nota: “Condividiamo pienamente lo spirito dell’iniziativa, da sempre abbiamo sostenuto le ragioni del popolo palestinese. Qualche mese fa lo abbiamo ribadito all’ambasciatore Sabri Ateyeh in un incontro presso la sede dell’autorità nazionale palestinese a Roma, all’indomani dell’assalto dell’esercito sionista alla prima Freedom Flotilla.” “In questi anni sono state decine le iniziative portate avanti da Forza Nuova a favore della causa palestinese, crediamo che il fulcro attorno a cui ruota tutta la grande questione mediorientale sia proprio la Terra Santa, quando questa sarà pacificata, tutto il medio oriente e non solo troverà pace e stabilità. “Salutiamo con gioia la riconciliazione fra Fatah e Hamas, un passo fondamentale verso una Palestina unita e libera.” 




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23 maggio 2011

Non vi sarà alcun “ritorno” dentro Israele

 
Di Nahum Barnea
Sono in marcia, in questo momento, verso la barriera di confine: a Majdal Shams, a Maroun al-Ras, a Erez, a Kalandiya. Impugnano bandiere palestinesi e chiedono di “tornare” nei villaggi perduti dai loro nonni nel 1948. I loro politici gli hanno detto che succederà. I chierici hanno promesso l’aiuto di Allah. Sponsor stranieri hanno fornito bandiere e autobus. Si avviano alla loro missione con la totale fiducia che il “progetto sionista” – come lo ha definito Ismail Haniyeh – è destinato a crollare. Ancora una piccola spinta e l’intera Terra d’Israele, dal Giordano al Mare, diventerà Palestina.
Ho una notizia da darvi, miei cari cugini: non succederà. Certamente non nel futuro prevedibile. Voi non “tornerete” nell’Israele che sorge all’interno della Linea Verde. Sessantatre anni sono passati da quella guerra: è giunto il momento di votarsi ad altri sogni.
So che nessuno dei dimostranti della Giornata della Nakba leggerà queste righe. Ma so che vi sono uomini laboriosi e diligenti, in una stanzetta della Muqata di Ramallah, che traducono ogni parola significativa che viene pubblicata sulla stampa ebraica a beneficio di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e dei suoi ministri. È a loro che sono rivolte le mie parole.
Abu Mazen è il più amabile e disponibile politico dei tre governi attualmente in carica in Terra d’Israele. Come ogni politico, è attento agli umori del suo elettorato. A volte le parole che gli escono dalla bocca sono più forti di lui, e si fa trascinare. Alla vigilia della Giornata della Nakba ha promesso alla sua gente che nessun leader palestinese rinuncerà mai al “diritto al ritorno”. “Il ritorno non è uno slogan – ha detto – La Palestina è nostra”. Abu Mazen ha evitato di chiarire come e dove tale diritto dovrebbe essere realizzato. Se attraverso risarcimenti in denaro o col vero e proprio “ritorno” fisico; se nel futuro stato palestinese o anche all’interno di Israele: chiunque poteva intendere quel che voleva dalle parole del presidente palestinese.
Nelle conversazioni in privato, i più alti esponenti dell’Autorità Palestinese oramai da anni affermano di essere ben consapevoli che non c’è modo di far tornare indietro il tempo. Ai profughi (e loro discendenti) verrà offerta l’opzione di reintegrarsi nei paesi dove oggi risiedono o nel futuro stato palestinese, o di ricevere risarcimenti in denaro. Ma alla loro gente dicono cose diverse. Non possono mettere al corrente le centinaia di migliaia di palestinesi che vivono nei campi profughi in Siria e Libano che non vi sarà alcun “ritorno”. Al contrario, alimentano coltivano la loro pia illusione in un ritorno che non si concretizzerà mai.
Lo stesso Abu Mazen si è trovato in un grosso guaio, pochi mesi fa, quando WikiLeaks pubblicò le parole che aveva pronunciato conversando con un diplomatico americano circa l’inutilità di insistere sul “diritto al ritorno”. Naturalmente, Abu Mazen si è precipitato a smentire quel resoconto.
Quando viene chiesto ai governanti palestinesi perché evitano di dire alla loro gente la verità, rispondono che il “diritto al ritorno” è “moneta di scambio”: vi rinunceranno solo in cambio di un’analoga concessione da parte israeliana, ad esempio su Gerusalemme est. Una posizione apparentemente logica: il bazar mediorientale porta rispetto soltanto a chi mercanteggia. Ma le illusioni hanno una loro propria forza. Le false speranze che questi politici danno in pasto al loro pubblico possono trasformarsi in una violenza capace di spazzare l’intera regione. Di fatto, cavalcano una tigre.
La verità circa il “diritto al ritorno” deve essere detta non solo ai palestinesi, ma anche agli israeliani. L’annullamento dell’eventualità di un ritorno in Israele è la linea sulla quale anche gli israeliani favorevoli alla soluzione a due stati non possono cedere. Vi sono molti, nella destra israeliana, che non se ne curano: loro puntano a istituire un unico stato, uno stato fondato sulla discriminazione. Anche a sinistra vi sono coloro che non se ne curano: anche loro mirano a istituire un solo stato, lo stato (arabo) della Nakba e del ritorno. Ma quelli che desiderano vivere in uno stato d’Israele sovrano, sionista e democratico, non hanno altra scelta che continuare a dire ai nostri cugini: con tutto il dovuto rispetto, il passato resta il passato. Siamo destinati a spartire: noi faremo tornare dentro il nostro paese i nostri concittadini dagli insediamenti, voi assorbirete i vostri profughi dentro al vostro paese: non “tornerete” mai a stabilirvi all’interno di Israele.

(Da: YnetNews, 16.5.11)

Nella foto in alto: Le mappe della pubblicistica palestinese raffigurano costantemente il “diritto al ritorno” (rappresentato dal simbolo della chiave) come la “riconquista demografica” di Israele e la sua cancellazione in quanto stato sovrano del popolo ebraico




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22 maggio 2011

Le accuse di Mahmoud Ahmadinejad contro l'Occidente

Cronaca di Cecilia Zecchinelli

Testata: Corriere della Sera
Data: 22 maggio 2011
Pagina: 16
Autore: Cecilia Zecchinelli
Titolo: «'Ladri di nuvole'. Ahmadinejad accusa l’Occidente»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 22/05/2011, a pag. 16, l'articolo di Cecilia Zecchinelli dal titolo " 'Ladri di nuvole'. Ahmadinejad accusa l’Occidente".


Mahmoud Ahmadinejad

La nuova accusa rivolta all’Europa da Mahmoud Ahmadinejad è (ma non è la prima volta) perlomeno originale. «Secondo alcuni rapporti sul clima, affidabili, i Paesi europei stanno usando macchinari speciali per svuotare le nuvole e provocare la pioggia sulla loro terra, costringendo alla siccità l’Iran e la regione» , ha detto il presidente della Repubblica Islamica inaugurando una diga. «È un’area che l’Occidente teme, comprende Paesi come il nostro e la Turchia con civiltà antiche e culture influenti. La prossima guerra sarà quella dell’acqua, ma queste azioni oscure non si ripeteranno, i nostri legali sono già al lavoro» , ha poi rassicurato. Appena finito di parlare è iniziato a piovere. Le denunce di complotti occidentali sono prassi in Iran anche in termini, appunto, bizzarri. Ma spesso nascondono messaggi concreti. Domani, i 27 ministri degli Esteri Ue approveranno nuove, pesanti sanzioni contro Teheran per il contenzioso nucleare irrisolto da anni. Le 100 e più società i cui beni saranno congelati non aiuteranno certo l’economia iraniana già in crisi, nonostante il petrolio. E il tentativo di Ahmadinejad di addossare all’esterno la colpa di problemi interni si inserisce nella lotta ai vertici a Teheran: l’economia, non a caso, è l’unico campo di cui il presidente è responsabile. Tutto il resto è nelle mani del Grande Ayatollah Ali Khamenei con cui la spaccatura è sempre più ampia. Dipinta come una lotta tra «tradizionalisti» rispettosi del verbo khomeinista che dà alla Guida Suprema poteri quasi assoluti in attesa che torni l’Imam nascosto da Allah 1200 anni fa, e «settari» accusati dai primi di superstizione o perfino stregoneria perché più devoti all’Imam sparito che a chi lo rappresenta, la battaglia va avanti almeno dalla scorsa estate, quando Ahmadinejad nominò vicepresidente il consuocero Esfandiar Mashai. Ricco e amante di una nota attrice, moderato con Israele, Mashai si proclama discendente e fedele del famoso Imam, il cui ritorno sarebbe imminente rendendo così inutile la tutela degli Ayatollah. E infatti Mashai è nazionalista e fautore di una «Repubblica iraniana» anziché islamica: una sfida aperta a Khamenei che l’ha rimosso da vicepresidente (ma Ahmadinejad l’ha intanto promosso capo di gabinetto), seguita da numerose altre a colpi di denunce, arresti, nomine e destituzioni. Due settimane fa, una retata tra i più fidi collaboratori del presidente e del suo Rasputin Mashai ha portato all’arresto di 25 persone con l’accusa di «stregoneria, perché in contatto con spiriti» . Solo nella scorsa settimana Ahmadinejad, che per 12 giorni aveva snobbato incontri ufficiali con la Guida, ha licenziato invece quattro ministri (in parte reintegrati da Khamenei, tra cui quello chiave dell’Intelligence, Haydar Moslehi), nominato un suo fedelissimo tra i vicepresidenti (ma ieri la Guida ne ha destituito un altro), annunciato di assumere l’interim del dicastero del Petrolio e quindi di voler presiedere personalmente la riunione dell’Opec in programma a Vienna tra 20 giorni. Tra accuse reciproche di «tradimento» lanciate pubblicamente e sui media, le due parti sono così arrivate alla guerra aperta, destinata ad inasprirsi con l’avvicinarsi delle elezioni parlamentari del 2012 e presidenziali l’anno dopo, in cui Ahmadinejad potrebbe appoggiare Meshai o perfino ricandidarsi modificando le leggi (sarebbe al terzo mandato). E questo nonostante l’ostilità del parlamento e di parte dei Guardiani della Rivoluzione schierati con Khamenei. Una divisione evidente, ma non necessariamente foriera di buoni sviluppi. «L’inimicizia è utile a entrambi come lo fu l’iniziale sostegno reciproco — commenta sul Guardian Saeed Kamali Dehghan—. Ognuno cerca di guadagnare popolarità attaccando l’altro: il presidente accusa la Guida di ostacolare le sue politiche, Khamenei si prepara a sacrificare il suo ex protetto in caso che la primavera araba contagi l’Iran» .

Per inviare la propria opinione al Corriere della Sera, cliccare sull'e-mail sottostante


lettere@corriere.it
 




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22 maggio 2011

Sono musulmano e sionista perchè amo la democrazia e la libertà

L'analisi di Astrit Sukni

Testata: Informazione Corretta
Data: 21 maggio 2011
Pagina: 1
Autore: Astrit Sukni
Titolo: «Sono musulmano e sionista perchè amo la democrazia e la libertà»

Pubblichiamo con piacere l'analisi del nostro collaboratore Astrit Sukni, un musulmano che ha ben chiara la visione di che cosa sono democrazia e teocrazia islamica. Per ora appartiene, temiamo, ad una minoranza nel campo islamico, ma non è detto che le cose non cambino.
Ecco la sua analisi:

Quando venne proclamata l'indipendenza dello Stato di Israele i Paesi arabi e vicini consigliarono ai palestinesi di abbandonare le loro case perchè  presto sarebbero, gloriosamente, rientrati in possesso della loro terra, scacciando gli ebrei e buttandoli a mare.
Per fortuna  ciò non è mai accaduto e, per colpa dei loro fratelli arabi, i palestinesi sono rimasti fuori dallo Stato di Israele con la speranza che un giorno avrebbero fatto ritorno.
Il Nakba dovrebbero rivendicarlo proprio in Siria, Libano e Giordania e non in Israele perchè Israele non ha nessuna colpa.
Oggi sono 63 anni che loro sono profughi senza status e senza diritti in Siria, Libano e Giordania. Sono una categoria di cittadini di serie B. Questo loro status è dovuto ai loro fratelli.
L' atteggiamento dei vicini di Israele denota chiaramente che i profughi palestinesi sono un peso e non portano nessun beneficio, perchè  sono perfettamente coscienti che nè un popolo palestinese nè una Palestina non sono¨ mai esistiti prima; nè ai tempi del mandato Britannico, nè ai tempi dell'occupazione ottomana, nè mai.
Dal mio punto di vista di musulmano, noto che la primavera araba non esiste e forse mai ci sarà . La democrazia tanto decantata e acclamata dai benpensanti e progressisti con in capo il presidente degli Stati Uniti d'America, Obama, sembra solo una pia illusione e dubito che tale democrazia possa avere terreno fertile nei Paesi arabi del Medio Oriente, cosi come anche nel Magreb. La democrazia non è compatibile con la Sharia.
Abbiamo notato come i dittatori arabi incolpano Israele quando il loro establishment è  in serio pericolo e per distogliere l' attenzione chiamano in causa Israele.
Puntualmente le anime buone ci cascano e così comincia un tam-tam di notizie noiosissimo di (dis)informazione nei confronti di Israele: Israele colpevole perchè i profughi palestinesi sono stati abbandonati dai loro stessi fratelli; Israele colpevole per le varie cadute dei dittatori o per i disordini che tutt'ora hanno luogo in Siria.
In questi giorni il presidente iraniano Ahmadinejad è  ai ferri corti con l'ayatollah Khamenei e, per distogliere l'attenzione della stampa, ha ben pensato di invocare Israele definendolo "un cancro da estirpare".
Storicamente i musulmani hanno sempre dato la colpa agli ebrei per colpa della loro incapacità  di gestire il proprio popolo.
Ai vicini di Israele non conviene dichiarare guerra a Israele perchè i loro problemi irrisolti non si risolvono dichiarando guerra allo Stato di Israele. Abbiamo visto come è andata a finire nelle quattro guerre che hanno dichiarato in passato: sono usciti sconfitti e con maggiori problemi nel loro interno. I
sraele è l'unico Paese democratico e liberale in Medio Oriente e la sua democrazia potrebbe fare invidia a qualche democrazia occidentale.
I giovani arabi, se vogliono e desiderano la democrazia, devono imparare da Israele.
Imparare a costruirsi un futuro e vivere con dignità come fa Israele.
Le teocrazie non hanno mai portato nulla di buono in duemila anni di storia e le utopie hanno creato solo dei mostri come Assad, Ahmadinejad, i vari ayatollah, Gheddafi e Mubarak. Ed io sono musulmano e filosionista perchè amo la democrazia e la libertà di pensiero e queste due rare virtù risiedono in Israele.


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 




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22 maggio 2011

Lag Ba omer semehach !!!

Lag baomer felice rabotai (vedi il video)

http://www.youtube.com/watch?v=e6pM9BJFQaI&feature=share

 

Lag ba-Omer è una ricorrenza celebrata nel 33mo giorno del conteggio dell'Omer, una serie di giorni che inizia alla seconda notte di Pesach e termina a Shavuot. Il conteggio dell'Omer è un rituale che risale ai tempi antichi, quando a Gerusalemme il Sacro Tempio era ancora intatto. Nel corso della storia, seguendo le tragedie che in questo periodo colpirono il popolo ebraico, e in particolare la morte dei 24mila studenti di Rabbi Akiva dovuta ad un'epidemia diffusasi nel II secolo d.C., questi giorni divennero lutto nazionale, nel corso dei quali vengono applicate alcune proibizioni, come tagliarsi i capelli o celebrare matrimoni. Nel giorno di Lag ba-Omer il periodo di lutto termina, poiché la tradizione narra che gli studenti di Rabbi Akiva cessarono di morire.

La storia degli studenti di Rabbi Akiva viene narrata nel Talmud, che giustifica la malattia come mandata da Dio, a causa del comportamento irriverente dei giovani allievi. Un altro evento significativo legato a questa data è la morte di Rabbi Simon bar Yochai (Rashbi), discepolo di Rabbi Akiva, ritenuto l'autore dello Zohar, il testo di riferimento della Kabbalah. La vera origine della festività è comunque sconosciuta, ed è spesso soggetto di opinioni contrastanti.

Lag ba-Omer si collega anche con la storia della rivolta di Bar Kochba, il cui leader spirituale fu Rabbi Akiva e leader militare Shimon ben Kosiba (bar Kochba). Nel II secolo d.C., una parte del popolo di Israele si ribellò contro il regime di Roma e la rivolta, dapprima vittoriosa, venne soffocata brutalmente con la distruzione delle comunità ebraiche presenti in Terra di Israele, segnando la fine dell'indipendenza ebraica, mai riconquistata fino alla fondazione dello Stato di Israele, nel 1948. Vi sono alcune ipotesi che la festa celebri in realtà la vittoria temporanea di Bar Kochba e dei suoi uomini contro i romani.

 

Consuetudini

 

Fuochi e falò - Lag ba-Omer è divenuta la festa dei fuochi, forse in ricordo dei fuochi segnalatori che i ribelli accendevano sulle montagne per comunicare tra di loro, e forse in memoria di Rashbi. Nelle settimane precedenti alla festa, i bambini raccolgono ogni frammento di legno che riescano a trovare, e la vigilia viene acceso un grande fuoco dove si cuociono patate e cipolle. Tra gli ebrei laici il fuoco è l'unica tradizione di Lag ba-Homer rimasta fino ad oggi.

 

Archi e frecce - In Diaspora, gli ebrei più giovani durante Lag ba-Omer uscivano nei campi e tiravano frecce, forse in ricordo della rivolta di Bar Kochba, forse influenzati dalla presenza dei gentili. E' ancora possibile trovare bambini intenti a giocare con arco e frecce, ma è una tradizione che sta scomparendo.

 

Celebrazioni in onore di Rabbi Shimon ben Yochai (Rashbi) - E' una consuetudine sviluppata dai cabalisti di Safed nel XVI secolo, divenuta un evento di folklore popolare: migliaia di persone si recano in pellegrinaggio presso la tomba di Rashbi, in Galilea, accendono fuochi nella serata e organizzano picnic durante il giorno. Spesso gli ebrei religiosi vi portano i figli di tre anni, per effettuare il loro primo taglio di capelli.

 

Informazioni importanti

 

Se vi trovate nella zona, è bene che visitiate la tomba di Rashbi, per vedere come i diversi gruppi etnici celebrano la stessa festa, divenuta una tradizione sebbene non provenga da antiche radici.




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21 maggio 2011

Israele deve accettare qualunque ricatto, I negoziati secondo i palestinesi

Testata:La Repubblica - L'Unità
Autore: Vincenzo Nigro - Umberto De Giovannangeli
Titolo: «Hamas è pronta a trattare ma ora via libera allo Stato palestinese - Israele colga con noi il vento di novità che soffia in Medio Oriente»

Riportiamo da REPUBBLICA di oggi, 18/05/011, a pag. 21, l'intervista di Vincenzo Nigro a Nabil el Arabi, ministro degli esteri egiziano dal titolo " El Arabi: Hamas è pronta a trattare ma ora via libera allo Stato palestinese ". Dall'UNITA', a pag. 6, l'intervista di Umberto De Giovannangeli a Yasser Abed Rabbo dal titolo "  Israele colga con noi il vento di novità che soffia in Medio Oriente ".
Ecco le due interviste, precedute dai nostri commenti:

La REPUBBLICA - Vincenzo Nigro : " El-Arabi: Hamas è pronta a trattare ma ora via libera allo Stato palestinese "

Quando Nigro fa notare a Nabil el-Arabi che Hama è un'associazione terroristica, lui risponde : "Anche George Washington era considerato un terrorista, anche Menachem Begin e Yitzhak Shamir: e sicuramente all´interno di Hamas ci saranno ancora alcuni che credono che sia possibile ancora usare le armi.". Washington e Begin considerati terroristi...e da chi? El-Arabi non lo specifica. In ogni caso, se anche Washington e Begin fossero stati considerati terroristi da qualcuno non lo erano nella realà. Hamas, invece, ha nel proprio statuto un punto che stabilisce la necessità di distruggere Israele, lancia razzi tutti i giorni contro la popolazione israeliana. Hamas non è solo ritenuta un'associazione terrorista, lo è nella realtà.
El-Arabi continua : "
Le dico una cosa: Hamas ha accettato responsabilmente che ci siano negoziati con Israele, ci sarà ancora qualcuno contrario: ma Hamas tratterà". In base a che cosa el-Arabi può sostenere che Hamas tratterà? Non l'ha mai fatto in passao, continua a tenere prigioniero Gilad Shalit impedendo persino alla Croce Rossa di visitarlo.
"
Noi, l´Egitto, proponiamo di organizzare questi negoziati con gli Stati Uniti per fare quello che Clinton, Bush e Obama hanno chiesto: dare vita a uno Stato israeliano e uno palestinese". Lo stato israeliano c'è già, dal '48. E ci sarebbe anche quello palestinese se gli Stati limitrofi (Egitto compreso) non si fossero opposti.
Nabil el-Arabicerca di dare legittimità a ciò che legitimo non può essere, la fondazione unilaterale dello Stato palestinese : "
tutte le dichiarazioni di indipendenza sono state fatte unilateralmente, a partire da quella degli Stati Uniti. Lo stesso è avvenuto per la fondazione di Israele. ". La fondazione di Israele è avvenuta in seguito a una risoluzione dell'Onu, quella che e-Arabi stesso ha citato nel corso dell'intervista : "risoluzione 181 del 1947 che chiedeva uno stato israeliano e uno palestinese ".  
Ecco l'intervista:


Nabil el Arabi

ROMA - «L´ho chiesto chiaramente all´Italia, lo chiedo all´Europa: bisogna riconoscere uno Stato palestinese, perché adesso fra Israele e Palestina bisogna costruire la pace, non continuare semplicemente a gestire in eterno un processo che non porta da nessuna parte». Nabil el Arabi, ex ambasciatore all´Onu, da due mesi è il ministro degli Esteri del nuovo governo egiziano, e da due giorni è stato eletto segretario generale della Lega araba. Si insedierà a luglio alla guida dall´unione di tutti i Paesi arabi, ma nel frattempo lavora a pieno regime a ridisegnare il profilo della politica estera del Cairo. E soprattutto al piano, politicamente esplosivo per il Medio Oriente, per convincere gli stati membri dell´Onu a riconoscere la Palestina anche senza un accordo di pace con Israele.
Ministro, il vostro primo passo è stato rafforzare le relazioni con Hamas, favorendo l´accordo con Fatah: ma Israele non negozierà mai con un governo in cui c´è Hamas.
«Noi abbiamo fatto una cosa molto semplice: abbiamo provato a creare un vero interlocutore, una parte palestinese unitaria e credibile. Con questa parte palestinese unita Israele può negoziare per davvero, può portare a compimento l´applicazione della risoluzione 181 del 1947 che chiedeva uno stato israeliano e uno palestinese».
Ma Hamas dagli Usa, dall´Europa, soprattutto da Israele è considerato un gruppo terroristico.
«Anche George Washington era considerato un terrorista, anche Menachem Begin e Yitzhak Shamir: e sicuramente all´interno di Hamas ci saranno ancora alcuni che credono che sia possibile ancora usare le armi. Noi vogliamo lavorare rapidamente a costruire una pace, che convinca chi non crede ancora alla pace che questa è la cosa più conveniente. Le dico una cosa: Hamas ha accettato responsabilmente che ci siano negoziati con Israele, ci sarà ancora qualcuno contrario: ma Hamas tratterà. Noi, l´Egitto, proponiamo di organizzare questi negoziati con gli Stati Uniti per fare quello che Clinton, Bush e Obama hanno chiesto: dare vita a uno Stato israeliano e uno palestinese».
L´Italia avrebbe già garantito a Israele che non riconoscerà la Palestina: non si andrà oltre il rango di "ambasciatore" offerto al delegato palestinese a Roma.
«Il presidente Berlusconi ha studiato legge, lui in persona sa benissimo che tutte le dichiarazioni di indipendenza sono state fatte unilateralmente, a partire da quella degli Stati Uniti. Lo stesso è avvenuto per la fondazione di Israele. Partiamo così, creiamo una parte palestinese più forte e più stabile, e poi continuiamo con il negoziato».

L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " Israele colga con noi il vento di novità che soffia in Medio Oriente"

Yasser Abed Rabbo cerca di negare l'evidenza circale intenzioni palestinesi e dichiar : "Non si tratta – spiega Rabbo – di una forzatura unilaterale come vorrebbe far credere Israele, ma di fronte a una controparte indisponibile nei fatti a un vero negoziato di pace, ognuno deve assumersi le proprie responsabilità.". Rivolgersi all'Onu e chiedere il riconoscimento di uno Stato palestinese non sarebbe una forzatura unilaterale? I negoziati continuano a naufragare per via della controprte araba che avanza solo richieste inaccettabili. Abu Mazen ha aspettato che la moratoria sugli insediamenti scadesse per sedere al tavolo dei negoziati e richiedere che venisse prorogata per proseguire le trattative, nessuna garanzia sulla fine del terrorismo palestinese contro la popolazione israeliana. Yasser Abed Rabbo sostiene che ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, potrebbe cominciare la controparte palestinese?
"
Per quanto ci riguarda, siamo pronti a riaprire da subito il tavolo delle trattative per dare realizzazione a un accordo di pace fondato sul principio “due popoli, due Stati”,". Solo parole, se i palestinese sono intenionati sul serio alle trattative si siedano al tavolo dei negoziati senza precondizioni. E' comodo pretendere come precondizione ciò che dovrebbe essere il risultato nei negoziati senza offrire nulla in cambio e, di fronte al rifiuto del governo israeliano, bloccare le trattative. 
Secondo Yasser Abed Rabbo, i punti cruciali del negoziato sono : ": i confini dei due Stati, lo status di Gerusalemme, il controllo delle risorse idriche, il diritto al ritorno dei rifugiati. Su ognuno di questi punti è possibile raggiungereun compromesso accettabile da ambedue le parti, ed è possibile farlo in pochi mesi, se c’è la volontà politica". Nell'elenco manca la questione della sicurezza di Israele, argomento che non interessa a Rabbo, evidentemente.
La questione del ritoro dei profughi, poi, comporterebbe una cosa sola: la cancellazione di Israele.
"
 l’accordo del Cairo è molto chiaro: a condurre i negoziati sarà esclusivamente il presidente Abbas. E sotto quell’accordo c’è anche la firma di Khaled Meshaal (il leader in esilio di Hamas, ndr). Israele non cerchi alibi". Il fatto che Khaled Meshaal abbia firmato l'accordo con Fatah non significa che ci sia da fidarsi. Lo Statuto di Hamas è stato modificato? No. Dalla Striscia hanno smesso di lanciare razzi? No. Due dati sufficienti per comprendere come sia impossibile trattare con i terroristi della Striscia.
Ecco l'intervista:


Yasser Abed Rabbo

Il Presidente Napolitano si è dimostrato ancora una volta uno statista lungimirante, sincero sostenitore di una pace giusta, duratura, in Medio Oriente: una pace che passa per la creazione di unoStato indipendente di Palestina a fianco d’Israele».
A sostenerlo è unodei più autorevoli dirigenti palestinesi: Yasser Abed Rabbo, segretario del Comitato esecutivo dell’Olp. In questa intervista a l’Unità, Rabbo conferma la volontà della dirigenza palestinese di presentare la richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina all’Assemblea generale delle Nazioni Unite in programma a settembre: «Non si tratta – spiega Rabbo – di una forzatura unilaterale come vorrebbe far credere Israele, ma di fronte a una controparte indisponibile nei fatti a un vero negoziato di pace, ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Per quanto ci riguarda, siamo pronti a riaprire da subito il tavolo delle trattative per dare realizzazione aunaccordo di pace fondato sul principio “due popoli, due Stati”, ma non siamo più disposti ad accettare i tempi, infiniti, d’Israele. Netanyahu non può più giocare con le parole e illudersi che sia possibile mantenere l’attuale status quo».
Le ambasciate dell'Autorità nazionale palestinese in alcuni Paesi europei “sono solo makeup”: così ha affermato il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak,dopoche l’altro ieri il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha annunciato la decisione di «accreditare il capo della missione diplomaticadell’Anpin Italia con il rango di ambasciatore palestinese a Roma ». «Il Presidente Napolitano si è dimostrato ancora una volta uno statista lungimirante, davvero super partes, amico dei due popoli. La decisione annunciata nel corso del suo incontro con il presidente Abbas (Abu Mazen) non può essere liquidata in modo sprezzante da Barak come una operazione di “make up”. Si tratta invece di un importante segnale politico che Israele sbaglierebbe a banalizzare e peggio ancora a interpretare come un atto ostile». Quale sarebbe questo segnale?
«L’intero Medio Oriente sta cambiando sotto la spinta di rivolte che rivendicano diritti, libertà, democrazia, giustizia. Questa spinta al cambiamento reclama una soluzione negoziale del conflitto israelo- palestinese, e la Comunità internazionale non può chiudere gli occhi di fronte a questa realtà. Il Presidente Napolitano ha colto appieno la portata epocale della “Primavera araba” e ha sollecitato Israeliani e Palestinesi a coglierne la valenza positiva, ad esserne in sintonia, a non perdere un’occasione forse irripetibile».
Il che significa?
«Lavorare ad un accordo di pace globale, che affronti tutte le questioni cruciali: i confini dei due Stati, lo status di Gerusalemme, il controllo delle risorse idriche, il diritto al ritorno dei rifugiati. Su ognuno di questi punti è possibile raggiungereun compromesso accettabile da ambedue le parti, ed è possibile farlo in pochi mesi, se c’è la volontà politica».
Ma se questa volontà non si dovesse manifestare da parte israeliana?
«Allora sarà inevitabile ricercare altre vie, politiche, diplomatiche, non violente, per realizzare il diritto del popolo palestinese a veder riconosciuto il diritto ad uno Stato nella sede che rappresenta più di ogni altra il consesso degli Stati: le Nazioni Unite».
Ma è credibile parlare di negoziato da parte palestinese dopo la firma di un accordo di riconciliazione nazionale con una fazione, Hamas, che rigetta ogni trattativa con il «Nemico sionista»?
«Su questo l’accordo del Cairo è molto chiaro: a condurre i negoziati sarà esclusivamente il presidente Abbas. E sotto quell’accordo c’è anche la firma di Khaled Meshaal (il leader in esilio di Hamas, ndr). Israele non cerchi alibi: l’unità in campo palestinese rende più forte il leader chiamato a negoziare un accordo di pace. Ma forse è proprio questo che Netanyahu teme ».

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21 maggio 2011

Netanyahu non ci sta E costringe Obama a cedere sui confini

di Fiamma Nirenstein

Benyamin Netanyahu ha avuto un notevole coraggio fronteggiando ieri, nel nome degli interessi israeliani, il presidente Obama che poche ore prima aveva cercato il favore dell’Islam per molte strade, fra cui quella di disegnare la divisione fra Israele e i Palestinesi sull’indifendibile linea del ’67. Ed è stato ricompensato: Obama durante la loro conversazione si è impegnato molto di più sull’Iran, ha ascoltato bene la determinazione del primo ministro israeliano a rifiutare i confini del ’67 come confini destinati a portare alla guerra e alla rovina. I due dopo 24 ore di polemica sotterranea sul discorso di Obama, hanno dato un’impressione di sostanziale concordia nel condannare la politica aggressiva e atomica dell’Iran e sulla condanna di Hamas. Obama non è tornato sulla questione dei confini del ’67, e ha ascoltato Bibi che insisteva con determinazione sul tema della sicurezza.
Obama, prima di parlare di Israele, nel suo discorso aveva gestito il suo intervento sul Medio Oriente con la solennità e la foga del cavaliere senza macchia: Tunisia, Egitto, Iran, Israele e Palestinesi sono passati sotto il suo scrutinio come sotto quello della giustizia e della forza americane stesse. Ma ha stonato nel momento in cui, nonostante le forti intenzioni, i programmi sono risultati retorici e poco fattivi. Obama ha voluto affermare di nuovo, ancora, i suoi principi: gli Usa sono amici dei buoni islamici. Per lui la rivolta islamica è fatta di bravi ragazzi che vogliono la democrazia contro i cattivi tiranni; Obama ama i primi e li aiuterà. Ma alla fine, i cattivi, cioè l’Iran, la Siria, il Bahrein, lo Yemen, hanno ricevuto una sgridatina senza la determinazione americana a favore movimento dei Verdi a Teheran, o dei siriani schiacciati dai carri armati. Assad resta per lui, anche dopo aver fatto mille morti, un leader forse da recuperare; Ahmadinejad, un orco mitologico contro cui gli Usa restano impotenti. È mancata inoltre quel minimo di cautela che occorre di fronte alla possibilità che masse avvelenate dal messaggio islamista e la Fratellanza Musulmana possano prendere il potere.
Obama è apparso contradditorio nel rivendicare come ispirazione basilare la visita al Cairo compiuta all’inizio del mandato, quando il dittatore Mubarak era l’amico privilegiato e l’Università di Al Azhar, dove Obama parlò, uno dei centri della Fratellanza Musulmana. Il sostegno promesso alle rivoluzioni si è impossessato impunemente, nel discorso, degli scenari opposti: diritti umani, libertà di espressione, parità fra uomo e donna. Obama è apparso come un credente appena convertito, per lui tutti i ribelli sono copie del tunisino Mohammed Bouazisi, condotto dall’umiliazione a darsi fuoco, e di Wael Ghonim, l’executive di Google di Piazza Tahrir. Su queste complesse rivoluzioni ci si poteva aspettare qualcosa di più di un compitino. L’interesse americano è rimasto silenzioso e rannicchiato, senza le cautele necessarie anche in una situazione di entusiasmo umanitario.
Su Israele Obama ha fatto un autentico guaio, anche stavolta contraddetto da buone intenzioni. Bibi Netanyahu, che ha visitato proprio ieri pomeriggio Obama alla Casa Bianca, ha di fatto indotto il presidente americano a scendere dal suo cavallo bianco, dal suo inusitato disegno del processo di pace con i Palestinesi, quando ha proposto i confini del ’67. Sull’unificazione fra Fatah e Hamas gli israeliani si aspettavano una condanna piena dell’organizzazione terrorista che diventa uno stupefacente interlocutore in un colloquio che ha sempre rifiutato avendo nel suo programma la distruzione di Israele. Ma solo ieri Obama ha detto chiaramente che con un’organizzazione terrorista non si tratta. Aveva già compiuto, nel discorso, il passo di affermare che a settembre quando Abu Mazen porterà all’Onu la richiesta di riconoscere uno Stato palestinese proclamato unilateralmente, gli Usa non ci staranno, e che Israele deve essere riconosciuta come Stato del popolo ebraico. Arduo e giusto. Ma poi, si era avventurato nell’affermazione che cambia tutte le carte in tavola: Israele nei confini del ’67 infatti sarebbe oltremodo vulnerabile, specie se esposta dalla parte della Valle del Giordano, esposta oltre la Giordania, verso i Sauditi, l’Iraq, l’Iran….

Obama nel discorso aveva anche detto che Gerusalemme e i profughi devono essere lasciati per una fase successiva. Ma ieri Netanyahu gli ha ripetuto in conferenza stampa che un’invasione dei pronipoti dei profughi del ’48 distruggerebbe Israele demograficamente. E Obama ha taciuto. Quanto ai confini del ’67: gli americani da decenni, basandosi sulla risoluzione 242 del novembre 1967, chiedono un «ritiro di Israele a confini sicuri e riconosciuti». Ma sono confini che chiudevano Israele in 16 chilometri. Parlare di swaps territoriali, riconosce implicitamente ai palestinesi il diritto a rivendicare quei confini e da adesso si può essere certi che lo brandiranno come una bandiera. Obama ha riflettuto nel suo atteggiamento la schizofrenia americana su Israele: da una parte, Israele è il suo migliore alleato, dall’altra vuole compiacere il mondo islamico. Ma ieri Netanyahu, dicendo semplicemente «non ci sto», lo ha costretto a capire più di quanto non avrebbe fatto cercando di compiacerlo.

 

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20 maggio 2011

Prendete la lente di ingrandimento

 
 
PRENDETE LA LENTE DI INGRANDIMENTO,SOLO COSì POTRETE VEDERE ISRAELE,CIRCONDATA DALLE IMMENSE NAZIONI ARABE.OBAMA ANCHE PER QUESTO è RIDICOLO,QUANDO PARLA DEI CONFINI DEL 1967.
 
 




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20 maggio 2011

Israele? Un dito nel c.

Lars von Trier provoca: "Hitler mi è simpatico". Intanto in Italia i ragazzi ebrei organizzano convegni sull'islamofobia e sul diritto a criticare Israele

Adesso viene il bello. Ieri a Cannes Lars von Trier ne ha dette di tutti i colori. In ordine sparso: «Pensavo di avere origini ebraiche ma ho scoperto di averle tedesche, sono un po’ na zista e sono contento lo stesso». «Adoro l’architetto Albert Speer (uno dei gerarchi del Terzo Reich, ar chitetto personale del Fuhrer- ndr)». «Capisco Hitler e un po’ simpatizzo con lui: credo che abbia fatto alcune cose sbagliate, ma me lo immagino nei suoi ultimi giorn i seduto dentro il bunker...». «Sono contro la Seconda Guerra Mondiale e mi sento vicino agli ebrei, anche se Israele è un dito nel culo».

D’accordo Lars von Trier è depresso, ipocondriaco, fobico e tut te quelle cose lì che non sono una ga ranzia di equilibrio. E in effetti il suo nuovo film Melancholia , che ieri ha presentato di fianco alle allibite co protagoniste Charlotte Gainsbourg e Kirsten Dunst, è una sorta di apoca lisse che racconta la fine del mondo. «Un film terapeutico? È stato un pia cere girarlo, forse sto un po’ meglio, o forse no». Forse, se proprio voglia mo esser di manica larga, sarà pure vero che è stato «provocato», come lui stesso ha scritto in una nota uffi ciale di scuse diramata dal Festival di Cannes. Probabilmente qualcuno lo aveva appena rovesciato come un calzino spiegandogli che, ennò, cer te cose non si possono proprio dire specialmente in un posto dove lo hanno sempre omaggiato e premia to senza mezzi termini.

«La direzio ne del Festival non accetterà mai più che il Festival divenga un forum per pronunciamenti di tali cose». Va bene. Però adesso viene il bello. Magari toccherà pure a lui il tratta mento Mel Gibson, al quale, per di­chiarazioni forse più forti ma eviden temente dettate dalla bottiglia, sono stati stracciati sulla faccia tutti i con tratti e mezzo mondo si è stracciato le vesti (giustamente). Ma adesso? Anche von Trier perde rà il lavoro? Anche lui sarà radiato dai beipensanti e per farsi riammette re nel circolo della gente che piace dovrà accettare, come Mel Gibson, di avere come alter ego in un film nientemeno che un castoro di pelou che ( The beaver di Jodie Foster)?

In tanto ieri alcune agenzie hanno ri portato (molto) edulcorate le sue di­chiarazioni, quasi nel riflesso condi zionato di chi vuol proteggere un ido lo. Però già qualcuno insinua: dopo il patatrac, Melancholia a Cannes non prenderà alcun premio. Sarebbe una sciocchez za. Le scemenze di un artista non devono ricadere sulle sue opere d’arte (sempre che questo film lo sia).

http://www.ilgiornale.it/spettacoli/lars_von_trier_provoca_hitler_mi_e_simpatico/lars_von_trier-cannes/19-05-2011/articolo-id=524188-page=0-comments=1


Kolot-Voci - Newsletter di Morasha.it a cura di David Piazza




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20 maggio 2011

Non vi sarà alcun “ritorno” dentro Israele

 
Di Nahum Barnea
Sono in marcia, in questo momento, verso la barriera di confine: a Majdal Shams, a Maroun al-Ras, a Erez, a Kalandiya. Impugnano bandiere palestinesi e chiedono di “tornare” nei villaggi perduti dai loro nonni nel 1948. I loro politici gli hanno detto che succederà. I chierici hanno promesso l’aiuto di Allah. Sponsor stranieri hanno fornito bandiere e autobus. Si avviano alla loro missione con la totale fiducia che il “progetto sionista” – come lo ha definito Ismail Haniyeh – è destinato a crollare. Ancora una piccola spinta e l’intera Terra d’Israele, dal Giordano al Mare, diventerà Palestina.
Ho una notizia da darvi, miei cari cugini: non succederà. Certamente non nel futuro prevedibile. Voi non “tornerete” nell’Israele che sorge all’interno della Linea Verde. Sessantatre anni sono passati da quella guerra: è giunto il momento di votarsi ad altri sogni.
So che nessuno dei dimostranti della Giornata della Nakba leggerà queste righe. Ma so che vi sono uomini laboriosi e diligenti, in una stanzetta della Muqata di Ramallah, che traducono ogni parola significativa che viene pubblicata sulla stampa ebraica a beneficio di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e dei suoi ministri. È a loro che sono rivolte le mie parole.
Abu Mazen è il più amabile e disponibile politico dei tre governi attualmente in carica in Terra d’Israele. Come ogni politico, è attento agli umori del suo elettorato. A volte le parole che gli escono dalla bocca sono più forti di lui, e si fa trascinare. Alla vigilia della Giornata della Nakba ha promesso alla sua gente che nessun leader palestinese rinuncerà mai al “diritto al ritorno”. “Il ritorno non è uno slogan – ha detto – La Palestina è nostra”. Abu Mazen ha evitato di chiarire come e dove tale diritto dovrebbe essere realizzato. Se attraverso risarcimenti in denaro o col vero e proprio “ritorno” fisico; se nel futuro stato palestinese o anche all’interno di Israele: chiunque poteva intendere quel che voleva dalle parole del presidente palestinese.
Nelle conversazioni in privato, i più alti esponenti dell’Autorità Palestinese oramai da anni affermano di essere ben consapevoli che non c’è modo di far tornare indietro il tempo. Ai profughi (e loro discendenti) verrà offerta l’opzione di reintegrarsi nei paesi dove oggi risiedono o nel futuro stato palestinese, o di ricevere risarcimenti in denaro. Ma alla loro gente dicono cose diverse. Non possono mettere al corrente le centinaia di migliaia di palestinesi che vivono nei campi profughi in Siria e Libano che non vi sarà alcun “ritorno”. Al contrario, alimentano coltivano la loro pia illusione in un ritorno che non si concretizzerà mai.
Lo stesso Abu Mazen si è trovato in un grosso guaio, pochi mesi fa, quando WikiLeaks pubblicò le parole che aveva pronunciato conversando con un diplomatico americano circa l’inutilità di insistere sul “diritto al ritorno”. Naturalmente, Abu Mazen si è precipitato a smentire quel resoconto.
Quando viene chiesto ai governanti palestinesi perché evitano di dire alla loro gente la verità, rispondono che il “diritto al ritorno” è “moneta di scambio”: vi rinunceranno solo in cambio di un’analoga concessione da parte israeliana, ad esempio su Gerusalemme est. Una posizione apparentemente logica: il bazar mediorientale porta rispetto soltanto a chi mercanteggia. Ma le illusioni hanno una loro propria forza. Le false speranze che questi politici danno in pasto al loro pubblico possono trasformarsi in una violenza capace di spazzare l’intera regione. Di fatto, cavalcano una tigre.
La verità circa il “diritto al ritorno” deve essere detta non solo ai palestinesi, ma anche agli israeliani. L’annullamento dell’eventualità di un ritorno in Israele è la linea sulla quale anche gli israeliani favorevoli alla soluzione a due stati non possono cedere. Vi sono molti, nella destra israeliana, che non se ne curano: loro puntano a istituire un unico stato, uno stato fondato sulla discriminazione. Anche a sinistra vi sono coloro che non se ne curano: anche loro mirano a istituire un solo stato, lo stato (arabo) della Nakba e del ritorno. Ma quelli che desiderano vivere in uno stato d’Israele sovrano, sionista e democratico, non hanno altra scelta che continuare a dire ai nostri cugini: con tutto il dovuto rispetto, il passato resta il passato. Siamo destinati a spartire: noi faremo tornare dentro il nostro paese i nostri concittadini dagli insediamenti, voi assorbirete i vostri profughi dentro al vostro paese: non “tornerete” mai a stabilirvi all’interno di Israele.

(Da: YnetNews, 16.5.11)

Nella foto in alto: Le mappe della pubblicistica palestinese raffigurano costantemente il “diritto al ritorno” (rappresentato dal simbolo della chiave) come la “riconquista demografica” di Israele e la sua cancellazione in quanto stato sovrano del popolo ebraico

 




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20 maggio 2011

USA e Pakistan quali rapporti ora?

 
 
15 maggio 2011

È ormai appurato che Islamabad non ha collaborato alla cattura di Bin Laden, e negli ultimi giorni le proteste pakistane nei confronti dell’operazione degli USA e dell’unilateralismo americano sono state molto intense.

Una eventuale rottura fra Washington e Islamabad avrebbe ripercussioni importanti  per entrambi i paesi:

1)   il Pakistan perderebbe l’alleato su cui conta per contenere possibili intenzioni aggressive dell’India ;

2)   gli USA perderebbero l’alleato su cui contano per contenere i Talebani in Afghanistan.

Per capire meglio la situazione, occorre fare un passo indietro e analizzare le implicazioni geo-politiche dell’alleanza fra USA e Pakistan.

Dalla guerra fredda alla guerra al terrorismo

Durante la guerra fredda gli USA hanno usato le appartenenze religiose per creare tensioni nel blocco comunista, ad esempio aiutando la resistenza ebraica in URSS, i Cattolici in Polonia e i Musulmani in Afghanistan. In Afghanistan gli USA, in collaborazione con i Sauditi e i Pakistani,  armarono e finanziarono le milizie islamiste (i Mujaheddin) contro i Sovietici. Islamabad aveva legami storici con la resistenza afgana per via dei comuni tratti etnici,  perciò i servizi segreti pakistani (ISI) strinsero un’alleanza con i jihadisti afgani.

Lavorando  a stretto contatto con gli islamisti, alcune sezioni dell’ISI vennero ‘contagiate’ dall’ideologia jihadista. Quando i Sovietici gettarono la spugna e si ritirarono, Washington lasciò la regione senza preoccuparsi del futuro dell’Afghanistan, che precipitò presto in uno stato di guerra civile. Allora l’ISI si alleò con i Talebani – eredi dei Mujaheddin – aiutandoli a conquistare il potere nel 1996. Islamabad acquisì così profondità strategica in Afghanistan, e piena sicurezza sul confine occidentale.

L’alleanza fra USA e islamisti durò poco: dopo la vittoria, i Mujaheddin concentrarono l’attenzione contro altri nemici,  gli Americani in primis, specialmente dopo la prima guerra contro l’Iraq.  Gli islamisti infatti percepirono l’attacco a un paese mediorientale e la violazione della sovranità saudita come un’offesa all’islam. Inoltre al Qaeda, appena espulsa dal Sudan, approfittò della situazione per trasferire in Afghanistan il proprio quartier generale alleandosi con i Talebani ed entrando inevitabilmente in contatto con l’ISI, che aveva sempre offerto appoggio logistico ai Talebani.
 

Dopo l’11 settembre Washington chiese l’aiuto al Pakistan per la guerra contro i Talebani in Afghanistan, generando una profonda crisi nell’establishment pakistano: da un lato infatti Islamabad aveva assolutamente bisogno di Washington per controbilanciare l’India, suo nemico storico, che durante la guerra fredda si era allineata con i Sovietici. Dall’altra però non intendeva rompere del tutto con i Talebani per paura di perdere un alleato strategico nella regione.

La soluzione pakistana

Il Pakistan decise quindi di fare il possibile per agevolare gli Americani, senza però compiere azioni che avrebbero potuto causare ritorsioni contro il governo da parte di quei settori  interni legati indissolubilmente ai Talebani. Il governo pakistano con un equilibrismo magistrale incominciò a passare informazioni di intelligence agli Americani consentendogli di agire liberamente in territorio pakistano, purgò l’ISI degli elementi più radicali, ma evitò di chiudere tutti i canali con gli islamisti e di sradicare del tutto i santuari talebani in Pakistan.

Gli Americani erano al corrente delle difficoltà del Pakistan e chiusero un occhio perché non desideravano correre il rischio di vedere un nuovo colpo di stato  in Pakistan.  Washington peraltro aveva assolutamente bisogno dell’appoggio pakistano per trasportare i rifornimenti da Karachi all’Afghanistan attraverso il  Khyber Pass. Ma gli USA furono chiari su un punto: potevano chiudere un occhio sul doppiogioco del Pakistan, purché recidesse i legami con al Qaeda e collaborasse alla sua eliminazione. Il governo pakistano acconsentì, ma ben presto si rese conto che le informazioni su al Qaeda provenivano proprio da quei settori  dell’ISI che potevano diventare potenzialmente pericolosi per la stabilità del paese; perciò non sempre riuscirono a soddisfare le esigenze degli USA. Si venne così a creare una frattura di interessi, evidenziata pubblicamente nella cattura ! di Osama bin Laden.

Considerata la rivalità storica con l’India, Islamabad non può correre il rischio di scoprirsi anche sul confine occidentale per compiacere gli USA: Islamabad deve poter controllare l’Afghanistan per i propri interessi strategici di lungo periodo. 

Gli USA sembrano ormai consapevoli che non è possibile insediare a Kabul un governo filo-americano capace di tenere a freno gli islamisti, e intendono ritirarsi al più presto dalla regione. Con la morte di Bin Laden gli USA hanno una giustificazione in più per lasciare il paese, ma non possono abbandonare la regione senza prima organizzare il ritiro  – ovvero senza aver prima negoziato con il Pakistan sul futuro dell’Afghanistan.

Questo è solo l’ultimo dei paradossi in una guerra al terrore che non ha fine. Per combattere il terrorismo gli USA hanno bisogno dell’aiuto dei paesi islamici, soprattutto dei loro servizi segreti. Ma spesso i paesi musulmani, pur interessati a contenere la minaccia islamista, non sono pronti a impegnarsi fino in fondo per paura di essere destabilizzati al proprio interno dalle frange più estremiste che si sono insediate nelle istituzioni.

Perciò esistono solo tre soluzioni:

1)   o gli Stati Unti affinano le capacità dei  propri servizi segreti in modo da combattere la guerra al terrorismo senza l’aiuto di nessuno: compito quasi impossibile nella complessa dinamica del mondo islamico;

2)   oppure si accontentano della collaborazione soltanto parziale degli alleati islamici.

3)   Oppure Washington deve rassegnarsi al fatto di non poter vincere la guerra in Afghanistan né sradicare le organizzazioni islamiste.




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20 maggio 2011

Quella coazione a ripetere gli errori all’origine della Nakba

 
Editoriale del Jerusalem Post
Secondo palestinesi e arabi israeliani, la creazione dello stato d’Israele è stata una “nakba”, ovvero una catastrofe. Venerdì in tutte le città arabe d’Israele hanno avuto inizio tre giornate di commemorazioni della Nakba con marce, raduni e comizi.
Sebbene queste cerimonie abbiano luogo ogni anno, questa volta la cosa è diversa per un aspetto significativo e positivo. L’assurda pratica per cui ad organizzazioni e municipalità era permesso usare fondi statali per finanziare gli eventi della Nakba è stata interrotta. La legge approvata dalla Knesset nel marzo scorso, nota come “legge della Nakba”, dà facoltà allo stato di sanzionare coloro che finanziano queste cerimonie con denaro pubblico. La legge non impedirà, né intendeva farlo, agli arabi israeliani o a chiunque altro di commemorare come meglio crede la Giornata dell’Indipendenza d’Israele, purché in modo pacifico. La legge ha invece posto fine alla follia per cui Israele finanziava attività volte a scalzare le fondamenta stesse del sionismo, presentandolo falsamente come un movimento imperialista che durante la guerra d’indipendenza si sarebbe dedicato alla pulizia etnica e all’espulsione intenzionale e totale di tutta la popolazione araba fuori dei confini dello stato.
Comunque, benché rientri nel diritto di palestinesi e arabi israeliani commemorare la Nakba accusando Israele di crimini che non ha mai commesso e gettando sul movimento sionista tutte le colpe del loro fallimento, il fatto che continuino a farlo costituisce, per loro, un comportamento autolesionista e un grosso ostacolo sulla strada per la pace.
Se i palestinesi guardassero con chiarezza e obiettività a quello che fu il loro atteggiamento all’epoca della fondazione dello stato d’Israele, capirebbero che oggi stanno ripetendo molti degli stessi errori che commisero allora. Il “jihadismo” – ovvero l’odio verso l’infedele e il desiderio di annientarlo – fece da sfondo in grande misura all’aggressione palestinese contro il sionismo dagli anni ’20 agli anni ’40. Il leader del movimento nazionale palestinese in quegli anni, Haj Amin al-Husseini, era un chierico furiosamente antisemita, strettamente legato ai nazisti. Analogamente, oggi, molti palestinesi hanno scelto di abbracciare la forma più estremista di leadership islamista. Nelle elezioni del 2006 in Cisgiordania e striscia di Gaza, Hamas sbaragliò l’apparentemente laico Fatah. E l’accordo di unità nazionale siglato il 7 maggio scorso al Cairo, che gode di ampio sostegno fra i palestinesi, ha riportato Hamas – un’organizzazione terrorista islamista rabbiosamente antisemita, all’origine di decine di stragi suicide e di migliaia di lanci di razzi e obici contro la popolazione civile israeliana – nel cuore della dirigenza palestinese in tutta la sua gloriosa intransigente reazionaria.
Fu proprio questo genere di estremismo religioso e intransigente che esasperò nel 1948 la condizione dei palestinesi. Tanto per fare un esempio, nelle prime settimane della guerra d’indipendenza (scatenata dall’aggressione araba contro la nascita d’Israele sancita dall’Onu), il sindaco di Giaffa, Yousef Heikal, tentò di arrivare a un accordo di non-belligeranza con la vicina Tel Aviv ebraica per consentire che il raccolto e l’esportazione ì degli agrumi. Ma Husseini pose il veto e lanciò la “jihad contro gli ebrei”. Risultato: molti degli arabi di Giaffa persero le loro case durante la guerra che ne seguì.
Un altro errore palestinese ripetuto nel secolo scorso è stato quello di rifiutare la soluzione a due stati. I palestinesi hanno costantemente rifiutato una serie di successive offerte di compromesso: nel 1937 la spartizione prevista dalla Commissione Peel con uno stato ebraico sul 17% soltanto del territorio ad ovest del Giordano; nel 1947 il piano di spartizione dell’Onu con il 45% della terra agli arabi; nel 2000 il piano di spartizione del primo ministro israeliano Ehud Barak e del presidente Usa Bill Clinton con il 20% del territorio agli arabi. Ed ogni intransigente rifiuto è stato regolarmente accompagnato da violenze e terrorismo.
Nella guerra d’indipendenza del 1948, dopo aver rifiutato il piano di spartizione dell’Onu che avrebbe dato loro uno stato, i palestinesi lanciarono una sanguinosa offensiva per impedire la nascita di uno stato ebraico (su qualunque porzione della terra). Se avessero vinto la guerra, il risultato sarebbe stato un massacro di massa degli ebrei a soli pochi anni dallo sterminio di sei milioni di ebrei nella Shoà.
L’atteggiamento violento, ostile e gretto della popolazione araba di Palestina ha ripetutamente tentato di distruggere qualunque speranza del popolo ebraico di ripristinare la propria indipendenza nella terra patria, dopo quasi duemila anni di esilio e dopo aver patito il peggior genocidio mai conosciuto dalla storia del genere umano.
Per fortuna non ci sono riusciti.
Oggi, l’unico stato ebraico al mondo è circondato da ventun paesi arabi e ha dimostrato la propria disponibilità a contribuire alla nascita del ventiduesimo stato arabo, per i palestinesi. Eppure, in gran parte a causa della loro visione distorta della storia – e la Nakba non è che un esempio – i palestinesi continuano a concentrarsi interamente sulla loro condizione di vittime e sulle loro sofferenze preferendo ignorare le responsabilità personali per la loro difficile situazione. Uno degli ostacoli psicologici cruciali, oggi, sulla strada per la pace è la caparbia insistenza di palestinesi e arabi israeliani a ignorare il ruolo da loro stessi svolto nella genesi del problema dei profughi e nel mancato ottenimento dell’autogoverno politico palestinese.
Invece di dedicare così tante energie ad enfatizzare il loro ruolo di vittime, palestinesi e arabi israeliani farebbero bene ad apprendere dai loro errori. Allo stato attuale, invece, sembrano decisi a ripeterli.

(Da: Jerusalem Post, 12.5.11)

Nell’immagine in alto: Tutta la pubblicistica palestinese identifica la “Nakba” (catastrofe) con la nascita dello stato di Israele, e la cancellazione di Israele come l’unica “giusta soluzione”

 




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20 maggio 2011

Israele propone la pace, Hamas promette guerra per generazioni

IL MINISTRO DELLA DIFESA ISRAELIANO EHUD BARAK ha parlato martedì di un possibile piano per un accordo di pace coi palestinesi, accennando quelli che potrebbero essere i punti principali che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu illustrerà questo mese nel suo prossimo discorso davanti al Congresso americano e al presidente Barack Obama. Parlando al ricevimento tradizionalmente organizzato per i soldati in servizio nel quartier generale delle Forze di Difesa israeliane a Tel Aviv, Barak ha detto che Israele è pronto a compiere “passi coraggiosi” pur di arrivare alla pace. “Alla vigilia di questa 63esima Giornata dell’Indipendenza – ha detto – Israele si presenta come il paese più forte e più stabile nel raggio di 1.500 chilometri attorno a Gerusalemme. Questa posizione di forza e di fiducia in se stessi richiede che Israele formuli un piano ampio e coraggioso per bloccare quella sorta di tsunami politico che sta per arrivare il prossimo settembre”. Il riferimento è al proposito dell’Autorità Palestinese di dichiarare alle Nazioni Unite l’indipendenza dello stato palestinese unilateralmente, cioè senza negoziato né accordo con Israele. Barak ha detto che Israele è pronto a prendere “decisioni difficili” fintanto che rimangono integre la sua sicurezza e i suoi rapporti con gli Stati Uniti. Dopodiché ha presentato i punti salienti del suo piano:
– Un confine permanente, definito sulla base dei vitali interessi di sicurezza e demografici, tale che i grandi blocchi di insediamenti a ridosso della ex linea armistiziale e i quartieri a maggioranza ebraica di Gerusalemme rimangano sotto sovranità israeliana, accompagnato da scambi di terre tali da lasciare nelle mani dei palestinesi una quantità di territorio analoga a quella che stava al di là della linea armistiziale prima del 1967.
– Misure di sicurezza che prevedano una presenza militare israeliana permanente lungo il fiume Giordano, a protezione del confine orientale, e garanzie che lo stato smilitarizzato palestinese non possa diventare un’altra striscia di Gaza o un altro Libano.
– Insediamento dei profughi palestinesi (e loro discendenti) nello stato palestinese.
– Intese concordate per l’area santa di Gerusalemme.
– Infine, ma più importante, una esplicita dichiarazione che, con l’accordo di pace, il conflitto è terminato e con esso cessa ogni ulteriore rivendicazione fra le parti, unita a un riconoscimento formale di Israele come stato nazionale del popolo ebraico e dello stato palestinese come stato nazionale degli arabi palestinesi.
Barak ha spiegato che questi principi corrispondo in pratica alle richieste che Israele avanza sin dall’anno 2000. Ha chiesto inoltre alla comunità internazionale di adoperarsi per lo “smantellamento delle strutture terroristiche nella striscia di Gaza” e di fare propri i principi stabiliti dal Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Ue, Russia,Onu), e cioè: riconoscimento del diritto di Israele ad esistere, riconoscimento degli accordi precedente sottoscritti da israeliani e palestinesi, ripudio della violenza e del terrorismo. “Ai quali aggiungerei – ha concluso Barak – la richiesta perfettamente comprensibile per qualunque persona civile che, prima di ogni altra cosa, venga permesso alla Croce Rossa di vedere Gilad Shalit”, l’ostaggio israeliano trattenuto da Hama nella striscia di Gaza sin dal giugno 2006.

L’ORGANIZZAZIONE ISLAMISTA PALESTINESE HAMAS sarebbe anche disposta ad accettare uno stato palestinese nelle linee del 1967, ma non accetterà mai di riconoscere lo stato di Israele perché questo significherebbe contraddire l’obiettivo del movimento di “liberare tutta la Palestina” e privare le future generazioni palestinesi della possibilità di “liberare tutte le loro terre”. Lo ha detto mercoledì all’agenzia di stampa palestinese Ma'a Mahmoud al-Zahar, uno dei più alti esponenti di Hamas nella striscia di Gaza.
Alludendo alla possibile linea politica del costituendo governo di unità nazionale palestinese Fatah-Hamas, al-Zahar ha detto che riconoscere il diritto ad esistere di Israele significa “precludere il diritto delle future generazioni di liberare le terre”, e si è domandato (con un riferimento quasi esplicito al principio palestinese di riservarsi il “diritto di “invadere” Israele con i discendenti dei profughi palestinesi): “Quale sarebbe in quel caso il destino di cinque milioni di palestinesi in esilio?”
Al-Zahar ha spiegato che, nel frattempo, Hamas è disposta ad accettare uno stato palestinese “su qualunque parte di Palestina”, senza con questo contraddire il suo obiettivo proclamato di arrivare a uno stato palestinese “dal fiume Giordano al mar Mediterraneo”.
Al-Zahar ha anche parlato della tregua militare con Israele, confermando che il movimento islamista palestinese è disposto ad andare avanti col cessate il fuoco, purché sia chiaro che “la tregua fa parte della lotta armata, non di un suo ripudio”, e che “in ogni caso tregua non significa pace”.
Al-Zahar ha poi affermato che, pur avendo riposto molte speranze nell’unità della fazioni palestinesi e nel suo impatto sull’imminente creazione di uno stato palestinese, egli tuttavia dubita che tale progetto possa essere portato a termine il prossimo settembre, una scadenza che l’Autorità Palestinese ha posto prima di siglare l’accordo con Hamas. “Tutto questo parlare di uno stato palestinese – ha detto al-Zahar – è un tentativo di pacificarci”, per poi domandarsi quale sarebbe la natura di tale stato palestinese, se venisse proclamato fra pochi mesi: “Quale sarebbe il suo territorio? Quelli che vivono in Cisgiordania e striscia di Gaza sarebbero i suoi cittadini? E che ne sarebbe dei cinque milioni di palestinesi in esilio? Intendiamo forse rinunciare al loro diritto al ritorno?”

(Da: Ha’aretz, YnetNews, 11.5.11)

Nelle foto in alto: il ministro della difesa israeliano, Ehud Barak; l’“uomo forte” di Hamas a Gaza, Mahmoud al-Zahar

 




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19 maggio 2011

Uomini simpatici

 
Il Tizio della SeraIl regista Lars Von Trier è uno di quegli uomini spiritosissimi le cui battute hanno la leggerezza di uno scaffale con tremila libri che piomba sul pavimento. Durante la recente conferenza-stampa a Cannes, dove presentava "Melancholia", il suo allegro film sulla fine del mondo, ha detto di trovare simpatico Hitler quando è nel bunker - sottintendendone il suicidio. In effetti, la morte è l'unico momento della vita di Hitler che riscuota un consenso allargato, ma è probabile che definendo il Furher simpatico, Von Trier alludesse all'etimo greco di simpatia, condizione in cui proviamo sentimenti di forte vicinanza con qualcuno. Poi il regista non ce l'ha con gli ebrei: lo ha precisato nelle fulminee scuse di prammatica. Anzi, oltre a Hitler gli sono molto simpatici proprio gli ebrei. Sinceramente, non è chiaro che  volesse dire e a questo punto non si capisce da quale greppia si serva.
Tuttavia, non roviniamoci questo bel momento: la conferenza stampa è stato un
fuoco d'artificio, soprattutto quando l'artista ha detto nel suo caratteristico inglese da fattoria danese che Israele è "a pen in the ass" (un pene nel culo). Volendo sottilizzare, la vita è curiosa. Un altro hitleriano magari avrebbe detto che Israele lo infastidisce come una mosca, come un creditore, o una piattola. Von Trier non può: è un regista pornografico e il lavoro è lavoro. Lui è uno che quando gira una scena prima la prova di persona, come quella volta con l'elefante. Se ha detto così sapeva perfettamente di cosa stava parlando. Noi non possiamo neanche immaginare il suo immenso dolore.

Il Tizio della Sera




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