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28 maggio 2011

In Scozia biblioteche 'judenrein'. A quando i roghi di libri?


Perchè, tranne il Foglio, nessun quotidiano italiano ha ripreso la notizia?

Testata: Il Foglio
Data: 26 maggio 2011
Pagina: 3
Autore: Redazione del Foglio
Titolo: «Biblioteche judenrein»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 26/05/2011, a pag. 3, l'editoriale dal titolo "Biblioteche judenrein".

Nell'immagine, il rogo nazista dei libri a Berlino, 1933

In Scozia vengono banditi i libri stampati in Israele, una decisione che ricorda i roghi dei libri durante il periodo nazista.
IC aveva già diffuso la notizia con la Cartolina da Eurabia di Ugo Volli di ieri (
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=39864). Stupisce che a riprendere la notizia sia stato solo il Foglio, quando si tratta di una notizia da prima pagina.
Invitiamo i lettori di IC a scrivere al proprio quotidiano di riferimento chiedendo spiegazioni per l'assenza di una notizia simile dalle loro pagine.
Ecco l'editoriale:

Come in una sorta di romanzo orwelliano, se da domani uno studente scozzese si recherà nella locale biblioteca pubblica per chiedere i romanzi di Agnon e Appelfeld si vedrebbe rispondere che quei libri sono stati banditi. E’ successo che un consiglio provinciale in Scozia, il West Dunbartonshire (centomila abitanti), con una semplice ordinanza è diventata la prima regione in Europa a bandire libri israeliani dalle biblioteche pubbliche. Un portavoce del West Dunbartonshire ha spiegato che non verranno fatti sparire “i libri israeliani stampati in Gran Bretagna, ma solo quelli stampati in Israele”. Ha poi ammesso che soltanto lo stato ebraico è stato colpito dal provvedimento, mancando qualunque limitazione per i testi stampati in Iran o Siria. Lo scrittore israeliano Amos Oz parla di decisione “vergognosa”. “Dove oggi si boicottano libri – ha commentato l’ambasciatore israeliano a Londra, Ron Prosor – in futuro potremmo assistere anche al loro rogo”, richiamando alla memoria il falò di libri ordinato da Joseph Goebbels. Altri hanno ricordato le parole del poeta Heinrich Heine: “Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini”. Circola uno strano veleno antiebraico nelle classi abbienti e pensanti europee. La settimana scorsa il famoso regista Lars von Trier aveva definito Israele “un dito nel culo”. In questa fase critica per la sopravvivenza d’Israele, sotto minaccia e disagio prenucleare, torna ad agitarsi una vecchia conoscenza dell’Europa. Il disprezzo per gli ebrei. Ne sono espressione queste nuove biblioteche judenrein.

Per inviare la propria opinione al Foglio, cliccare sull'e-mail sottostante


lettere@ilfoglio.it
 




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28 maggio 2011

Abracadabra, i palestinesi non ci sono più

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Testata: Informazione Corretta
Data: 26 maggio 2011
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Abracadabra, i palestinesi non ci sono più»

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Abracadabra, i palestinesi non ci sono più


Abu Mazen

Cari amici,
vi piacciono i palestinesi? Avete sentimenti generosi di solidarietà per le loro giuste aspirazioni nazionali paragonabili a quelli degli "autorevoli esponenti dell'ebraismo italiano" che  a loro volta piacciono a Gad Lerner? Bene bravi, mi compiaccio, questi sì che sono buoni sentimenti. Veramente eurarabi. Ma devo darvi una delusione. Non vorrei dirvelo per non rattristarvi, ma amicus Plato, sed magis amica veritas. Insomma, l'onestà intellettuale avanti tutto. Ve lo dico: i palestinesi non esistono. O meglio non sono palestinesi. Ecco, ve l'ho detto, non piangete, per favore, mostrate che siete bravi eurarabi adulti, big boys. Lo ripeto a scanso di equivoci: i palestinesi non esistono

- Questo lo sappiamo, mi dite voi, la maggior parte sono immigrati da vari paesi arabi negli ultimi due secoli in parallelo con la ripopolazione ebraica che offriva nuove opportunità economiche, molti dei loro cognomi alludono ad origini geografiche lontane come l'Egitto o lo Yemen.

- Sì, capisco, ma fatemi dire: ma io non volevo parlare di questo, volevo dire proprio che non c'è un popolo palestinese, anche lo consideriamo composto solo da quelli che abitano da tempo da quelle parti.

- Anche questo lo sappiamo, replicate ancora voi: non esiste perché non ci credono neanche loro, solo una piccola minoranza si identifica innanzitutto come palestinesi, la maggior parte pensa a se stessi come musulmani, ed eventualmente arabi. La Palestina è un pretesto, quel che vogliono in maggioranza è il califfato islamico.

- E' vero, qualche giorno fa vi ho raccontato il  sondaggio che conferma questo fatto. E però, lo ripeto, il punto è un altro. Il fatto è che i palestinesi non sono palestinesi. Nessun rapporto fra la popolazione ed il nome.

- Ah sì, riprendete voi, certo. Palestina deriva da "filistin" i filistei di Sansone, che erano un popolo marittimo di origini indoeuropee, per nulla vicini agli arabi. E sono stati i romani a dare questo nome al regno di Giudea, in spregio agli ebrei, quando distrussero Gerusalemme e esiliarono il popolo di Israele.

- Ora ci siamo. Ma i palestinesi hanno sempre giocato su questa ambiguità per presentarsi come indigeni, non immigrati o invasori come storicamente sono.

- E allora?

- Be', hanno cambiato versione. Non sono più palestinesi.

- Che cosa sono allora? Che storie sono queste? "Loro" dicono di non essere palestinesi?

- Eh già. Ora dicono di essere "cananei". Naturalmente come cananei sarebbero lì da prima degli ebrei. Magari non insediati dai 6000 anni prima della nostra era come dicono loro, ma prima sì. Gerico, Megiddo ecc. anche nella Bibbia devono essere conquistati dal popolo ebraico dopo l'esodo dall'Egitto. Le città erano cananee, gli ebrei erano nomadi. Peccato però che poi dei cananei, a partire da un certo punto in poi, diciamo dall'ottavo secolo avanti la nostra era, non ci sia più traccia, né nella Bibbia, né nelle testimonianze di storici e geografi, né nell'archeologia. Come capita a tanti popoli, sono progressivamente spariti, sconfitti, emigrati, assimilati, estinti. Nell'epoca del secondo Tempio e poi durante il dominio romano e bizantino, non c'erano affatto cananei in Eretz Israel, non li cita proprio nessuno.

- Ah, vabbé, saranno rimasti surgelati. Ma i padroni originari restano loro. Non ci starai mica facendo dei discorsi sionistico-colonialisti-imperialisti cioè demo-pluto-giudaici?

- Be' di originario non c'è nessuno nella storia della terra. Ma se sono musulmani devono riconoscere che Eretz Israel è stato tolto alle popolazioni idolatriche che stavano lì e dato a Mosé: lo dice esplicitamente il Corano. Allora o islamici e abusivi, o cananei e miscredenti. Chissà come la vede Hamas. Comunque cananei estinti, per nulla arabi come dicono di essere.

- Ma questa follia chi l'ha detta? Sarà mica propaganda del Mossad?

- E' una dichiarazione ufficialmente diffusa nei giorni scorsi a nome di Mahmoudd Abbas, il presidente palestinese (o piuttosto devo dire: cananeo) da un suo incaricato. Lo trovate qui in video:  http://elderofziyon.blogspot.com/2011/05/abbas-speech-delivered-by-advisor.html. Ma prima di andare a guardare, leggete qui la conclusione, con cui da bravo negazionista l'ometto che presiede i cananei giustifica la sua contorta menzogna "Noi siamo il popolo della storia. Noi siamo i padroni della storia".

- Cioè ?

- Ma, come Humpty Dumpty, quel personaggio di "Alice nel paese delle meraviglie" che in mezzo a una discussione che sta perdendo, dice di aver ragione lui, alla faccia degli argomenti: perché le parole vogliono dire quel che vuole lui, punto e basta. Anche per Abbas, se lui è il padrone della storia, questo significa che la storia è quel che gli fa comodo. Quando gli piace lui e i suoi soci sono palestinesi, quando gli viene meglio sono arabi purosangue, se gli viene meglio ecco che diventano cananei, come quei mobili finti "anticati". Abra cadabra, i palestinesi non ci sono più: ecco i cananei.

- Ma noi bravi eurarabi che facciamo a questo punto? Con chi siamo solidali?

 - Se non trovate più i vostri amati palestinesi, e anche Lerner & Co restano assai delusi, non è grave. Shakespeare direbbe: come vi piace. Abbas corregge anche lui e strilla: come piace a me. Da filopalestinesi che eravate, diventate filocananei. Quel che conta è che restiate antisemiti (pardon: antisionisti).

Ugo Volli


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 




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28 maggio 2011

Avviso agli elettori di Napoli Ecco la posizione di Luigi De Magistris sulla Flottiglia

Testata: Informazione Corretta
Data: 27 maggio 2011
Pagina: 1
Autore: Redazione
Titolo: «Avviso agli elettori di Napoli»


Luigi De Magistris, Hamas, armi trovate sulla Mavi Marmara

Luigi De Magistris si schiera con chi delegittima Israele e dichiara il proprio appoggio alle sue azioni.
Si tratta di azioni di stampo terroristico come quella ben nota della Mavi Marmara, che aggredì i marinai della difesa israeliana al grido di “Tornatevene ad Auschwitz” .
De Magistris parla apertamente di “ crimini contro l'umanità” compiuti da Israele contro i terroristi della Flottiglia e contro Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, già base di lancio dei missili su Israele, e si dice “ deluso dell’Amministrazione Obama” per il mancato appoggio unilaterale alla causa palestinese. Nelle sue parole la diplomazia dei “due Stati “ appare subordinata alla adesione esplicita ai sostenitori Hamas, organizzazione antisemita, negazionista della legittimità e dell’esistenza stessa di Israele.

Di seguito, alcune delle frasi scritte da De Magistris sul suo sito, per leggere l'articolo per intero, cliccare sul link sottostante:
http://www.demagistris.it/index.php?t=P1012

" L’aggressione militare israeliana ai pacifisti della Freedom Flottilla è un crimine contro l’umanità. ".

" Non è più giustificabile la timidezza istituzionale con cui il Presidente Obama affronta la questione mediorientale. ".

" E’ politicamente indegno il mancato sostegno da parte di USA e Italia alla risoluzione ONU che prevedeva una commissione d’inchiesta indipendente sulla strage di stato israeliana. ".

" Le punte di diamante sono: il gas russo (chi lo sa perché) che consolida il feeling tra i compagni Putin-Berlusconi; l’amicizia con un altro faro della democrazia, il presidente Gheddafi; la genuflessione alle lobby israeliane; la vicinanza alle massonerie internazionali. ".

" Noi, invece, con le nostre poche forze, stiamo con i palestinesi di Gaza, in particolare con quelli che, senza armi, lottano per preservare il diritto fondamentale alla vita che viene ancor prima di un altro diritto primordiale, quello all’autodeterminazione di un popolo che vuole essere Stato indipendente. ".


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 




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28 maggio 2011

Barack Obama e in confini del '67, un discorso che non convince

Cronaca di Redazione del Foglio, analisi di Alan Dershowitz

Testata: Il Foglio
Data: 27 maggio 2011
Pagina: 1
Autore: Redazione del Foglio - Alan Dershowitz
Titolo: «Guai ebraici di Obama - Obama si spiega, e fa di male in peggio»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 27/05/2011, in prima pagina, l'articolo dal titolo " Guai ebraici di Obama ". Ecco l'articolo, seguito dal commento di Alan Dershowitz dal titolo " Obama si spiega,  e fa di male in peggio ".

Il FOGLIO - " Guai ebraici di Obama "


Barack Obama

Roma. Ieri il New York Times ha spiegato che la questione israeliana potrebbe risultare decisiva nella rielezione di Obama nel 2012, tanto è stato lo scandalo nella comunità ebraica americana generato dalle prese di posizione di Obama su Israele (l’ultima è la richiesta di tornare ai confini armistiziali del 1967, che Gerusalemme giudica indifendibili). Nel suo discorso al Congresso, il premier israeliano Benjamin Netanyahu è stato accolto da ovazioni bipartisan, con i deputati democratici particolarmente generosi nei suoi confronti. Obama, che il Wall Street Journal in un editoriale ha appena definito “presidente antisraeliano”, nel 2008 ottenne l’ottanta per cento dei voti della comunità ebraica. Un capitale politico e finanziario che il presidente rischia di perdere nella corsa alla rielezione visto che anche il magnate Haim Saban ha deciso di ritirare i finanziamenti a Obama. Alla Cnbc, Saban ha detto: “Obama non ha bisogno dei miei soldi”. La dichiarazione ha fatto titolo su tutti i quotidiani israeliani e americani, visto che nel 2008 il milionario era stato il maggior donatore del Partito democratico. Saban, noto come “il re Mida dei media”, è da sempre molto attivo per la sicurezza d’Israele e numerosi centri studi portano il suo nome (dal Saban Institute all’Università di Tel Aviv al Saban Center della liberal Brookings Institution). Socio di Rupert Murdoch alla Fox News e proprietario della fortunata serie “Power Rangers”, Saban è chiamato semplicemente “The influencer”, dal titolo di una recente gigantografia del settimanale New Yorker. Il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta sui donatori ebrei di Obama che stanno ritirando il sostegno per il 2012. Come il magnate delle costruzioni Robert Copeland: “Obama ha degradato il popolo israeliano”. Anche un liberal come l’ex sindaco di New York Ed Koch voterà per i repubblicani: “Obama è stato ostile a Israele”. C’è tempo per recuperare, ma un sondaggio della McLaughlin & Associates dice che il 46 per cento degli ebrei americani starebbe pensando a un altro candidato. Metà di quelli che votarono per Obama nel 2008.

HUDSON NEW YORK - Alan Dershowitz - " Obama si spiega,  e fa di male in peggio "
(Traduzione di Laura Camis de Fonseca)


Alan Dershowitz

Durante conferenza stampa con David Cameron a Londra mercoledì scorso il presidente Obama  ha spiegato  perché  insiste a dire che il primo passo  per una soluzione di pace sulla base di due stati  sia l’accettazione  da parte di Israele delle frontiere  del 67,  con  modifiche da concordarsi.  Ecco le sue parole: ‘ saranno necessari  compromessi dolorosi da entrambe le parti.  Negli ultimi 10 anni  durante le negoziazioni si sono presentati  costantemente quattro argomenti.  Il primo è  quello dei confini di un eventuale stato palestinese,  il secondo è  quello di come garantire la sicurezza di  Israele.  Il terzo:  come risolvere il problema dei rifugiati palestinesi.  Il quarto:  la questione di Gerusalemme.  Gli ultimi due punti  destano reazioni di grande emotività,  perchè toccano le fondamenta dell’identità  del popolo ebraico e di quello palestinese.   Verranno   prima o poi risolte  dalle due parti.  Ma credo che  si potranno risolvere soltanto  se c’è la prospettiva e la promessa  di  arrivare  con certezza allo stato palestinese e alla sicurezza dello stato ebraico.’’  

Quest’ultima frase  rivela l’errore  nel pensiero di Obama  sul conflitto Israelo-palestinese.    Israele non può accettare  compromessi sulle frontiere  se non c’è nel contempo  la rinuncia dei Palestinesi al diritto al ritorno.  Il primo ministro palestinese  Salaam Fayyed un giorno mi disse che ognuna delle due parti  ha in mano una carta vincente da giocare  in un compromesso.  Per Israele la carta è  la Cisgiordania,  il compromesso  è  il ritorno alle frontiere  del 67  con modifiche  e scambi concordati;  per i Palestinesi la carta è il diritto al ritorno  e il compromesso  è che i rifugiati    torneranno in Palestina e non in Israele -  che perciò non ci sarà diritto al ritorno in Israele.

La formula del presidente Obama  chiede a Israele di rinunciare  alla propria carta vincente e fare un  doloroso compromesso  smantellando gli insediamenti in Cisgiordania e rinunciando al West Bank,  ma senza chiedere ai Palestinesi di rinunciare alla loro carta vincente e   rinunciando al diritto al ritorno.   Questo  argomento altamente emotivo dovrebbe essere affrontato  in negoziazioni successive,  dopo l’accordo sulle frontiere.  

Questo ordinamento temporale dei negoziati, che richiede ad Israele di rinunciare alla carta  territoriale prima che i Palestinesi  inizino a negoziare su diritto al ritorno,  è un ostacolo insormontabile per Israele,  ed è più di quanto chiedano gli stessi  Palestinesi  negli incontri non ufficiali.  Offrendo di nuovo ai Palestinesi più di quanto  loro stessi chiedano per iniziare i negoziati,  Obama ha reso difficile, se non impossibile,  ai Palestinesi di raggiungere un compromesso.   All’inizio del  suo  mandato Obama  insistette sul congelamento delle costruzioni nel West Bank da parte di Israele,  anche se i Palestinesi non avevano mai posto tale condizione per l’avvio di negoziati.  Così ha obbligato i leader palestinesi  a porre anche loro  questa condizione  per l’avvio di negoziati, perché nessun leader palestinese più permettersi di sembrare meno filo-palestinese  del Presidente USA.  Ora lo fa di nuovo,  non  chiedendo ai Palestinesi di rinunciare al diritto al ritorno in cambio del  ritorno alle frontiere  del 67  con modifiche concordate.

Il punto non è che cosa Obama ha detto, ma che cosa non ha detto. Sarebbe stato facile per il Presidente  parlare così:

‘Chiedo a entrambi di  fare  un compromesso doloroso  estremamente difficile dal punto di vista emotivo.  Per Israele il compromesso è la rinuncia al diritto storico e biblico sulla Giudea e Samaria.  Il compromesso  richiederà  frontiere  un po’ più sicure di quelle che hanno portato alla Guerra del ’67.   Anche la risoluzione 242 dell’ONU  ha riconosciuto la necessità di  modifiche alle linee del ’67  per  la sicurezza di Israele.  Dopo il 67 l’evoluzione demografica è stata tale da richiedere accordi per scambi territoriali fra Israele e il nuovo stato palestinese.  Il compromesso territoriale sarà doloroso per Israele,  ma varrà la pena, perché  permetterà ad Israele di continuare ad essere uno stato ebraico e democratico,  in cui tutti  gli abitanti  sono uguali davanti alla legge.

Per i Palestinesi  il compromesso  significa riconoscere che,  perché Israele possa essere lo stato democratico del popolo ebraico,  i rifugiati palestinesi e di loro discendenti dovranno stabilirsi  in Palestina.  Avranno cioè il diritto al ritorno, ma in Palestina e non in Israele.  Questo sarà un bene per Israele e per la Palestina.  La Palestina   avrà la certezza dell’ampio e produttivo afflusso  di Palestinesi da tutto il mondo.  La diaspora palestinese  aiuterà a costruire  uno stato Palestinese  politicamente ed economicamente  autosufficiente.  I capi Palestinesi debbono  accettare  l’idea - e probabilmente  sono pronti a farlo - che i  profughi palestinesi ed i loro discendenti  non avranno diritto al ritorno in Israele.  Si potrà negoziare una compensazione per i Palestinesi  che lasciarono Israele durante la Guerra del 1948, e per gli Ebrei  che  lasciarono i paesi arabi  durante e dopo la guerra.’

 Non è troppo tardi  per ‘spiegare’ che Obama intendeva dire questo affermando che Israele deve rimanere lo stato degli Ebrei  e che un governo palestinese che vuole  un compromesso con Israele deve accettare questa realtà.  Il fondamento dell’esistenza  nel tempo di Israele come stato nazionale degli Ebrei  comporta che i Palestinesi riconoscano  che non possono avere  il cosiddetto ‘diritto al ritorno’  in Israele, e che i  leader e il popolo palestinese riconoscano che Israele sarà  lo stato nazionale degli Ebrei  in frontiere sicure e riconosciute.  Se il presidente Obama non manda  chiaramente questo messaggio  non soltanto agli Israeliani ma anche ai Palestinesi,  non  farà passi avanti,  ma passi indietro,  nel processo di pace.

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27 maggio 2011

Israele non è quel che c’è di sbagliato in M.O., ma quel che c’è di giusto

Il nodo è il riconoscimento dello stato ebraico
 
Lo stato d’Israele non è alla radice del problema del Medio Oriente ed è ora di smetterla di incolparlo di tutti i guai della regione. Lo ha detto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lunedì sera, parlando al congresso di Aipac (American Israel Public Affairs Committee) a Washington.
“Sui circa 300 milioni di arabi che vivono in Medio Oriente – ha detto Netanyahu – i soli che godono di autentici diritti democratici sono il milione e passa di arabi che vivono in Israele. Il che porta a riflettere su una verità di fondo: Israele non è quel che c’è di sbagliato in Medio Oriente, Israele è quello che va bene in Medio Oriente”.
“Se non c’è stata pace, finora – ha proseguito il primo ministro israeliano – è perché i palestinesi l’hanno rifiutata, rifiutando di riconoscere lo stato ebraico. Il conflitto ruota da sempre attorno a questo nodo. I problemi da risolvere fra Israele e palestinesi sono molti, ma noi possiamo fare la pace con i palestinesi solo se loro sono disposti a fare la pace con lo stato ebraico''.
Netanyahu ha poi sottolineato che Israele non può tornare sulle linee “indifendibili” del 1967 ed ha anticipato che nel suo imminente discorso, martedì, al Congresso americano intende delineare la sua visione per una pace fra Israele e palestinesi: “La pace deve lasciare a Israele la sua sicurezza – ha specificato – e pertanto Israele non può tornare sulle linee indifendibili del 1967”.
Secondo il primo ministro, i recenti avvenimenti in Medio Oriente chiariscono una volta per tutte che i problemi della regione non hanno origine in Israele. Facendo riferimento a vari paesi mediorientali, Netanyahu ha sottolineato che i problemi dei cittadini di quei paesi non hanno nulla a che fare con Israele. “Quello che hanno in mente è la loro libertà – ha detto – E’ tempo di smetterla di incolpare Israele per tutti i problemi della regione”. La pace, ha spiegato, è certamente un “interesse vitale” per Israele, ma essa non risolverà tutti i problemi del Medio Oriente: “Ciò che può risolverli è solo la democrazia”.
Netanyahu ha sottolineato l’unicità di Israele in Medio Oriente, dicendo che lo stato ebraico è l’unico in tutta la regione che offre ai cristiani mediorientali piena libertà di culto. “Solo Israele – ha detto – garantisce libertà per tutte le religioni. Ecco perché l’unico luogo in tutto il Medio Oriente dove i cristiani sono completamente liberi di praticare la loro fede è il democratico stato d’Israele. Ed è per questo motivo che solo con Israele si può star certi che venga garantita piena libertà di fede nella città unita di Gerusalemme, la nostra eterna capitale”.
Netanyahu ha anche ringraziato il presidente Usa Barack Obama per il “vitale aiuto” assicurato dell’America a Israele, cosa che mette Israele in condizione “di difendersi da solo”, aggiungendo che Israele e Stati Uniti “hanno stretto una duratura amicizia non soltanto fra i loro governi, ma soprattutto fra i loro popoli”. Sottolineando i rapporti economici fra i due paesi, il primo ministro israeliano ha osservato che negli ultimi anni le aziende israeliane hanno investito negli Stati Uniti più di 50 miliardi di dollari, e ha ricordato l’ampia gamma di cooperazioni in campo medico ed energetico, aggiungendo che, se gli sforzi congiunti per trovare un’alternativa al combustibile attuale avranno successo, “potremo cambiare la storia”.
A un certo punto, il discorso di Netanyahu è stato interrotto da cinque militanti anti-israeliani che hanno srotolato striscioni gridando slogan contro Israele. “Pensate che facciano questo genere di proteste a Gaza?” è stato il commento ironico di Netanyahu, che ha poi concluso: “Questa è l’essenza della grande alleanza fra i nostri due paesi: due popoli legati nella libertà e nella ricerca della libertà e della pace per tutti”.

(Da: YnetNews, 24.5.11)

 




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27 maggio 2011

Hamas ribadisce: “Non riconosceremo Israele”

Di Emanuel Baroz
 
 Hamas ribadisce: “Non riconosceremo Israele”

Mosca, 25 Maggio 2011 – È fuori discussione che Hamas riconosca Israele. Lo ha ribadito martedì a Mosca il numero due del politburo del movimento islamista terrorista palestinese, Mussa Abu Marzouk. “E’ illogico che ci chiedano di riconoscere Israele” ha detto in conferenza stampa, per poi affermare che nessuna legge internazionale prevede che un’organizzazione o un movimento riconoscano l’indipendenza di uno stato, e che il riconoscimento di Israele da parte di Fatah nel 1993 è stato “un errore”.

“Inoltre, riconoscere Israele significherebbe rinunciare al diritto del popolo palestinese al proprio territorio – ha concluso l’esponente di Hamas – e dunque per noi è impossibile riconoscere quello stato”.

(Fonte: Israele.net, 25 Maggio 2011)

Per ulteriori dettagli cliccare qui e qui

Nella foto in alto: l’indottrinamento all’odio di Hamas

Per rinfrescarci la memoria a proposito dell’atteggiamento delle varie leadership palestinesi circa il riconoscimento di Israele come stato ebraico consigliamo le seguenti letture:

“Fatah non ha mai riconosciuto Israele”

Dahlan ad Hamas: non dobbiamo riconoscere Israele. Fatah non lo ha mai fatto

Hamas: non riconosceremo Israele

Abu Mazen: “Non riconosco Israele come stato ebraico”

Negoziatori palestinesi: “No a Israele come stato degli ebrei”

Abu Mazen: “NO a Israele come Stato Ebraico”

Per il moderato (?) Abu Mazen non si può riconoscere Israele come stato ebraico

Hamas riconosce Israele? Il sogno dura poco

Hamas: “Colloqui con Parigi, ma non riconosceremo Israele”



 




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27 maggio 2011

Manifestazione venerdì 27 maggio ore 18 Salviamo i cristiani, No alla grande moschea a Milano

Inoltriamo l'invito alla manifestazione di domani, venerdì 27 maggio alle ore 18 a Milano piazza Leonardo da Vinci Salviamo i cristiani, No alla grande moschea a Milano


 

 


 

Carissimi Protagonisti e Amici di Io amo Milano e Io amo l'Italia, vi invito vivamente a partecipare in massa alla manifestazione per dire Sì a Salviamo i cristiani e No alla grande moschea a Milano, che si svolgerà a Milano, venerdì 27 maggio, alle ore 18, in piazza Leonardo da Vinci.

 
 

A poche ore dal ballottaggio che designerà il futuro sindaco di Milano, siamo estremamente preoccupati per l'emergere di un asse catto-islamo-comunista che vede il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, e il vescovo Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, unitamente al presidente della moschea di viale Jenner Abdelhamid Shaari e il vertice dell'Ucoii (Unione delle Comunità e Organizzazione Islamiche in Italia), schierati al fianco del candidato della sinistra radicale Giuliano Pisapia, tutti favorevoli alla costruzione di una grande moschea a Milano.

 
 

Noi diciamo No alla grande moschea che trasformerebbe Milano nella nuova Mecca del terrorismo islamico internazionale e diciamo Sì alla salvaguardia delle nostre radici giudaico-cristiane, all'affermazione dei nostri valori non negoziabili (sacralità della vita, dignità della persona, libertà di scelta), all'orgoglio della nostra identità cristiana che ha favorito la maturazione di una società laica e liberale.

 
 

Noi diciamo No alla prospettiva di una Milano relativista e multiculturalista, dove ci si concepisce come se fossimo una landa deserta e dove giorno dopo giorno la civiltà si somma quantificando le istanze di tutti coloro che arrivano, piantano la loro tenda e dettano le loro condizioni. Noi diciamo Sì alla certezza e all'orgoglio di chi siamo, delle nostre radici, della nostra fede, dei nostri valori, della nostra identità e della nostra civiltà. Noi non siamo una landa deserta e non vogliamo essere una terra di conquista.

 
 

Noi diciamo No al buonismo che si limita ad elargire diritti e libertà senza chiedere in cambio l'ottemperanza dei doveri e il rispetto delle regole. Noi diciamo SI' al bene comune che si fonda sull'equilibrio e la sintesi di diritti e doveri, libertà e regole, conformemente all'esortazione evangelica “ama il prossimo tuo così come ami te stesso”.

 
 

Se anche tu condividi la necessità di assumere la propria parte di responsabilità in una comune missione per affrontare da Protagonisti la sfida epocale della dittatura del relativismo laicista che mette sullo stesso piano tutte le religioni, le culture e i valori, nonché del terrorismo islamico dei taglia-gola che ci elimina fisicamente e dei taglia-lingua che ci sottomette psicologicamente, ebbene è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche, di raddrizzare la schiena e andare avanti a testa alta per affermare il nostro diritto-dovere ad essere pienamente noi stessi a casa nostra.

 
 

Partecipa alla manifestazione per dire Sì a Salviamo i cristiani e per dire No alla grande moschea a Milano. Invita i tuoi familiari, parenti, amici e conoscenti che come te condividono questa comune missione. Dobbiamo essere in tanti per far pesare con la nostra presenza i contenuti del nostro messaggio affinché possa raggiungere i cuori e le menti di tutte le persone perbene e di buona volontà.

 
 

Vi abbraccio fraternamente e auguro a tutti noi successo nella nostra comune missione.

 

Magdi Allam

 

(26 maggio 2011)

 
 
 

 

 

 

 


 

 




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27 maggio 2011

Netanyahu al Congresso USA: “Non siamo gli inglesi in India, siamo il popolo ebraico nella terra dei suoi padri”

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha tenuto martedì il suo attesto discorso di fronte al Congresso americano (qui è visibile il video integrale dell’intervento) , che lo ha accolto con calorosi applausi ed ovazioni. Nel suo discorso, Netanyahu fra l’altro ha sollecitato il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) astrappare il patto con Hamas e fare la pace con lo stato ebraico, sottolineando che Israele è pronto a ritirarsi da parte degli insediamenti in Cisgiordania.

“Sono profondamente commosso da questo vostro caloroso benvenuto – ha esordito il primo ministro israeliano – e sono profondamente onorato dell’opportunità che mi date di rivolgermi a questo Congresso per la seconda volta [dopo quella del 1996]. Vedo qui molti vecchi amici ed anche un bel po’ di amici nuovi, sia democratici che repubblicani. Israele non ha un amico migliore dell’America, e l’America non ha un amico migliore di Israele”.

“Come mai finora la pace ci è sfuggita? – si è poi domandato Netanyahu, passando ad analizzare il conflitto arabo-israeliano – Perché finora i palestinesi non sono stati disposti ad accettare uno stato palestinese se questo significa accettare uno stato ebraico al suo fianco. Noi desideriamo che i palestinesi vivano liberamente nel loro stato. Perché i palestinesi non sono disposti a riconoscere lo stato ebraico di Israele, e continuano a inculcare nei loro figli l’odio verso Israele?Abu Mazen deve fare quello che ho fatto io quando ho detto ai miei concittadini che avrei accettato uno stato palestinese: deve dire alla sua gente di accettare Israele come stato nazionale del popolo ebraico”.

Netanyahu ha rimarcato che Israele non è una potenza coloniale. “Il popolo ebraico – ha detto – non è un occupante straniero. Noi non siamo gli inglesi in India, o i belgi in Congo. Questa è la terra dei nostri padri: nessuna distorsione della storia potrà mai smentire il legame di quattromila anni tra il popolo ebraico e la terra ebraica”.

“La storia ci ha insegnato a prendere sul serio le minacce – ha continuato il primo ministro – Israele si riserverà sempre il diritto di difendersi. La pace con Giordania ed Egitto non è sufficiente: dobbiamo trovare un modo per fare pace con i palestinesi”. Riconoscendo che lo stato palestinese dovrà essere “abbastanza grande da essere vitale”, Netanyahu ha affermato: “Sono pronto a fare dolorose concessioni pur di arrivare alla pace. In quanto leader, è mia responsabilità guidare il mio popolo alla pace. Non è facile, perché mi rendo conto che per un’autentica pace ci verrà chiesto di cedere parti dell’ancestrale patria ebraica. Saremo generosi – ha continuato il primo ministro – circa le dimensioni dello stato palestinese, ma saremo molto determinati su dove porre i confini. Come ha detto il presidente Barack Obama, il confine definitivo sarà diverso da quello del 1948. Israele non tornerà alle linee del 1967”. Gerusalemme, in ogni caso, “deve rimanere la capitale unita d’Israele”. Solo lo stato democratico d’Israele, ha sottolineato Netanyahu, “ha protetto la libertà di tutte le religioni” nella città santa.

Netanyahu ha dichiarato che lo status degli insediamenti (in Cisgiordania) verrà concordato nel quadro dei negoziati di pace, e ha aggiunto: “In qualsiasi vero accordo di pace che ponga fine al conflitto, una parte degli insediamenti finirà col trovarsi al di là delle frontiere di Israele”, e in ogni caso “l’esatto confine verrà stabilito nel negoziato”. Anche il problema dei profughi e dei loro discendenti, ha aggiunto, dovrà trovare soluzione al di fuori delle frontiere di Israele.

Citando il ritiro israeliano dalla striscia di Gaza e dal Libano meridionale, “da dove Israele ha poi ricevuto solo missili”, il primo ministro ha messo in guardia rispetto al pericolo di un massiccio afflusso di armi nel futuro stato palestinese, che potrebbero essere usate contro Israele dopo che si fosse ritirato dai territori. Per questo, lo stato palestinese dovrà essere smilitarizzato e dovrà permanere una presenza militare israeliana nella Valle del Giordano, lungo il confine con la Giordania.

All’inizio del discorso Netanyahu si è congratulato con gli Stati Uniti per l’eliminazione del capo di al-Qaeda, Osama bin Laden: “Che sollievo!”, ha esclamato. Ed ha ringraziato il presidente Obama per il suo forte impegno verso la sicurezza di Israele. “Israele – ha poi aggiunto – non negozierà con un governo palestinese sostenuto dall’equivalente palestinese di al-Qaeda. Hamas non è un interlocutore per la pace, giacché rimane votata al terrorismo e alla distruzione di Israele. Hanno una Carta che non invoca soltanto l’annichilimento di Israele. Essa dice: uccidete gli ebrei”. Netanyahu ha anche ricordato che il capo di Hamas ha condannato l’uccisione del “martire” bin Laden. È vero che la pace va negoziata coi nemici, ha osservato Netanyahu, “ma solo coi nemici che vogliono fare la pace”.

A un certo punto il discorso è stato interrotto da una manifestante, alla quale il primo ministro israeliano ha reagito dicendo: “Sapete, io prendo come un onore, e sono certo che lo fate anche voi, il fatto che nella nostra società libera si può manifestare. Nei ridicoli parlamenti di Tripoli e di Teheran questo non potrebbe accadere: ecco la vera democrazia”. Netanyahu ha ricordato di nuovo al Congresso che Israele è la sola democrazia in un turbolento Medio Oriente. “In un Medio Oriente instabile, Israele è l’unica àncora di stabilità” ha affermato, ribadendo che Israele sarà sempre amico dell’America.

Infine Netanyahu si è rivolto direttamente al presidente Abu Mazen sollecitandolo a cancellare l’accordo di riconciliazione con Hamas. “Straccia quel patto con Hamas – ha detto – siediti a negoziare per fare la pace con lo stato ebraico, e Israele sarà fra i primi a dare il benvenuto a uno stato palestinese”.

(Da: YnetNews, Ha’aretz, Jerusalem Post, 24.5.11)

Israele.net




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26 maggio 2011

Perchè, tranne il Foglio, nessun quotidiano italiano ha ripreso la notizia?

In Scozia biblioteche 'judenrein'. A quando i roghi di libri?

Testata: Il Foglio
Data: 26 maggio 2011
Pagina: 3
Autore: Redazione del Foglio
Titolo: «Biblioteche judenrein»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 26/05/2011, a pag. 3, l'editoriale dal titolo "Biblioteche judenrein".

Nell'immagine, il rogo nazista dei libri a Berlino, 1933

In Scozia vengono banditi i libri stampati in Israele, una decisione che ricorda i roghi dei libri durante il periodo nazista.
IC aveva già diffuso la notizia con la Cartolina da Eurabia di Ugo Volli di ieri (
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=39864). Stupisce che a riprendere la notizia sia stato solo il Foglio, quando si tratta di una notizia da prima pagina.
Invitiamo i lettori di IC a scrivere al proprio quotidiano di riferimento chiedendo spiegazioni per l'assenza di una notizia simile dalle loro pagine.
Ecco l'editoriale:

Come in una sorta di romanzo orwelliano, se da domani uno studente scozzese si recherà nella locale biblioteca pubblica per chiedere i romanzi di Agnon e Appelfeld si vedrebbe rispondere che quei libri sono stati banditi. E’ successo che un consiglio provinciale in Scozia, il West Dunbartonshire (centomila abitanti), con una semplice ordinanza è diventata la prima regione in Europa a bandire libri israeliani dalle biblioteche pubbliche. Un portavoce del West Dunbartonshire ha spiegato che non verranno fatti sparire “i libri israeliani stampati in Gran Bretagna, ma solo quelli stampati in Israele”. Ha poi ammesso che soltanto lo stato ebraico è stato colpito dal provvedimento, mancando qualunque limitazione per i testi stampati in Iran o Siria. Lo scrittore israeliano Amos Oz parla di decisione “vergognosa”. “Dove oggi si boicottano libri – ha commentato l’ambasciatore israeliano a Londra, Ron Prosor – in futuro potremmo assistere anche al loro rogo”, richiamando alla memoria il falò di libri ordinato da Joseph Goebbels. Altri hanno ricordato le parole del poeta Heinrich Heine: “Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini”. Circola uno strano veleno antiebraico nelle classi abbienti e pensanti europee. La settimana scorsa il famoso regista Lars von Trier aveva definito Israele “un dito nel culo”. In questa fase critica per la sopravvivenza d’Israele, sotto minaccia e disagio prenucleare, torna ad agitarsi una vecchia conoscenza dell’Europa. Il disprezzo per gli ebrei. Ne sono espressione queste nuove biblioteche judenrein.

Per inviare la propria opinione al Foglio, cliccare sull'e-mail sottostante


lettere@ilfoglio.it
 




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26 maggio 2011

Compra una macchina fotografica e ci trova dati segreti su Al Qaeda

 
Il quartier generale dei servizi segreti britannici a Londra

Un agente dei servizi se ci trova dati segreti su Al Qaedaegreti britannici ha venduto il suo apparecchio ma non ha cancellato le notizie sensibili
Dopo che una spia del servizio segreto di Sua Maestà britannica aveva lasciato su un treno di pendolari un fascicolo con valutazioni sulla minaccia rappresentata da al Qaeda e sulle forze di sicurezza in Iraq la fuga di notizie sensibili in Gran Bretagna si arricchisce di un nuovo capitolo: un agente segreto dell’MI6, l’agenzia di spionaggio all’estero di Sua Maestà, ha venduto sul noto sito d’aste eBay una macchina fotografica digitale di seconda mano in cui si trovavano memorizzati nomi, impronte digitali, scatti e altri dati segreti utilizzati nella caccia ai terroristi legati ad al-Qaida in Iraq.

Tra le informazioni, scrive il tabloid The Sun, nomi di membri di al Qaeda, impronte digitali, informazioni varie su sospettati, oltre a foto di armamenti e ai dettagli sulla rete informatica dell’Mi6. Nello specifico, riporta sempre The Sun, c'erano anche foto di missili, che si ritiene siano stati venduti dall’Iran ai seguaci di Osama Bin Laden, e dati riguardanti Abdul al-Hadi al Iraqi, il terrorista 46enne arrestato nel 2007 dalla Cia e detenuto nel carcere di massima sicurezza di Guantanamo.

La preziosa Nikon Coolpix è stata acquistata su eBay da un «innocente», scrive The Sun, fattorino di 28 anni che vive ancora con la madre, per appena 17 sterline. La scoperta del materiale top-secret è avvenuta un mese fa mentre il ragazzo stava scaricando le foto di un suo recente viaggio negli Stati Uniti. Sconvolto, ha portato il materiale alla polizia che ha subito sequestrato macchina fotografica e pc impedendo al ragazzo e alla madre di rivelare la notizia ai media per evitare l’ennesimo scandalo sulla fuga di notizie. Al momento, ha fatto sapere un poliziotto dell’Hertfordshire, gli agenti segreti stanno indagando sul caso.

L'episodio, però, è solo l’ultimo di una serie di imbarazzanti incidenti che hanno coinvolto di recente vari altri funzionari e agenti segreti britannici. L’anno scorso un impiegato del fisco perse i cd contenenti le coordinate bancarie e gli indirizzi di 25 milioni di persone, mentre a gennaio un dipendendente del ministero della Difesa smarrì un pc nel quale erano custoditi dati personali di 600mila reclute. Ad agosto un consulente del ministero dell’Interno perse file con i dettagli su tutti i detenuti nelle prigioni di Inghilterra e Galles

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26 maggio 2011

Netanyahu a Obama: Sì allo stato palestinese, ma non sulle linee del ‘67

 
Se ne discute in Israele: commenti sulla stampa israeliana
A proposito del discorso di giovedì sera del presidente Usa Barack Obama, il primo ministro israeliano BENJAMIN NETANYAHU ha detto che Israele apprezza l’impegno del presidente per la pace, ma ha aggiunto di aspettarsi da Obama che confermi gli impegni verso Israele assunti da Washington nel 2004. Secondo quegli impegni, presi dall’allora presidente George W. Bush, allo stato ebraico non verrà chiesto di ritirarsi sulle indifendibili linee del 1967, mentre i maggiori blocchi di insediamenti resteranno sotto sovranità israeliana. “Affinché prevalga la pace – si legge in una dichiarazione diffusa dall’ufficio di Netanyahu – la creazione di uno stato palestinese non deve avvenire a scapito dell’esistenza dello stato di Israele. I palestinesi, e non solo gli Stati Uniti, devono riconoscere Israele come lo stato nazionale del popolo ebraico”. Netanyahu ha anche ricordato che gli impegni di Bush andavano nel senso di rafforzare il carattere ebraico di Israele mettendo in chiaro che i profughi palestinesi verranno accolti nello stato palestinese, e non in Israele. “Senza una soluzione al problema dei profughi con il loro insediamento fuori dai confini di Israele – conclude la nota di Gerusalemme – nessuna concessione territoriale potrà mai porre fine al conflitto.
(Da: YnetNews, 19.5.11)

Scrive Aluf Benn: «Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu poteva sentirsi soddisfatto, durante il volo che lo portava giovedì sera a Washington, giacché il presidente Usa Barack Obama gli ha concesso una importante vittoria diplomatica. In cambio del suo appello per la creazione di uno stato palestinese basato sulle linee del 1967 con scambi concordati di territori di dimensioni non definite, Obama ha accettato le richieste di Netanyahu su rigorose misure di sicurezza e su un graduale e progressivo ritiro dalla Cisgiordania. E ha suggerito di iniziare i negoziati su confini e misure di sicurezza, rinviando le trattative su questioni chiave come Gerusalemme e profughi. Di più. Obama ha sdegnosamente respinto l’iniziativa palestinese volta ad ottenere un riconoscimento (senza accordo) alle Nazioni Unite allo scopo di isolare Israele, ha chiesto ai palestinesi di tornare al tavolo dei negoziati e ha chiesto a Hamas di riconoscere il diritto di Israele ad esistere.
Sono punti che potrebbero uscire direttamente dagli appunti politici dell’ufficio del primo ministro a Gerusalemme. Difficilmente Netanyahu avrebbe potuto aspettarsi di più. Obama respinge apertamente la campagna del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) per il riconoscimento unilaterale, così come l’accordo di riconciliazione con Hamas. Forse, anzi, la nuova unità tra Fatah e Hamas ha risparmiato a Netanyahu un discorso da parte di Obama più aggressivo e vincolante. Il suo approccio a Israele è stato empatico: non solo quando ha ribadito l’impegno dell’America per la sicurezza di Israele, ma anche quando ha avvertito gli israeliani che un’occupazione perpetua significherebbe la loro rovina per via della loro inferiorità demografica, delle nuove tecnologie militari e della rabbia delle masse arabe che stanno lentamente guadagnando potere nei paesi vicini. Al fine di preservare la visione di uno stato ebraico e democratico, Israele deve porre fine all’occupazione e ritirarsi dalla Cisgiordania.
Sono punti del discorso che dovrebbero risultare graditi alle orecchie di Netanyahu. Obama ha promesso che non forzerà un accordo su israeliani e palestinesi e ha chiesto a entrambe le parti di tornare ai negoziati. Non ha condannato gli insediamenti come “illegittimi”, come invece aveva fatto altre volte, e non ha chiesto il loro congelamento. Ha solo ricordato, in tono critico, che le attività di costruzione negli insediamenti continuano, come spiegazione della impasse dei colloqui di pace.
Netanyahu dovrebbe rispondere a Obama accettando il principio delle “linee del ’67 con scambi di terra concordati”. Ha già fatto un passo in questa direzione nel suo discorso alla Knesset di questa settimana, quando ha parlato di mantenere i blocchi di insediamenti, che è la stessa cosa detta nel lessico politico israeliano. Alcuni consiglieri gli suggeriscono di accettare il principio nel suo incontro a quattr’occhi con Obama di venerdì, per poi presentare una politica meno vincolante nel discorso al Congresso di martedì per evitare rotture nella sua coalizione di governo.
Netanyahu essenzialmente non ha molte altre scelte: dopo che Obama ha accolto le sue richieste in fatto di procedura e di sicurezza, non può rimanere indifferente al suggerimento del presidente riguardo ai confini. Ma Netanyahu non ha da agitarsi: non vi è alcuna chance che la dirigenza palestinese accetti di tornare al negoziato sulla base dei punti del discorso di Obama.»
(Da: Ha’aretz, 19.5.11)

Scrive HERB KEINON: «La posizione di Netanyahu, sottolineata con insolita nettezza in reazione al discorso di Obama, è che le linee del 1967 sarebbero confini indifendibili. Sebbene Obama abbia fatto lo sforzo di concedere alcuni punti a Israele, e alcuni ai palestinesi, in ultima analisi egli ha essenzialmente adottato la posizione palestinese secondo cui le linee del 1967 – e non i confini difendibili – debbano essere alla base di qualunque accordo. Obama ha adottato la posizione palestinese anche su un punto che è stato di aspra contesa durante le trattative indirette dell’anno scorso, è cioè che i negoziati debbano cominciare su confini e sicurezza. La posizione israeliana è che tutte le questioni chiave – comprese Gerusalemme e profughi – debbano essere discusse contemporaneamente, affinché i palestinesi, e non solo Israele, siano chiamati a fare concessioni. È parso inoltre che Obama escludesse una presenza militare israeliana di lungo termine nella Valle del Giordano (chiesta da Netanyahu a tutela del confine strategico d’Israele verso oriente) quando ha lasciato intendere che il confine a est dello stato palestinese, con la Giordania, dovrebbe essere sotto il solo controllo dei palestinesi.
Gli elementi del discorso di Obama graditi a Netanyahu sono il suo appello per il ritorno ai negoziati, il suo netto rifiuto dell’intenzione palestinese di isolare Israele all’Onu il prossimo settembre chiedendo una risoluzione che riconosca lo stato palestinese senza accordo con Israele, i suoi dubbi sulla riconciliazione Fatah-Hamas e le sue forti parole sull’impegno per la sicurezza di Israele. Ma il tono della riposta di Netanyahu lascia capire che, nel discorso di Obama, sono più le cose che il primo ministro israeliano non ha gradito rispetto a quelle che ha apprezzato. E questo ancor prima che inizi la sua visita di cinque giorni negli Stati Uniti.»
(Da: Jerusalem Post, 19-5-11)

 




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26 maggio 2011

Wladyslaw Szpilman, il pianista sopravvissuto allo sterminio degli ebrei del ghetto di Varsavia

<p><b><a name="2175903"></a></b><br /> <img id="il_fi" src="http://www.ushmm.org/museum/exhibit/focus/pianist/images/1946.jpg" width="240" height="165" style="padding-bottom: 8px; padding-right: 8px; padding-top: 8px" alt="" /></p> <p>&nbsp;</p> <div class="photo_img" align="justify"><br /> <br /> <font size="3">Quando mor&igrave;, nel luglio del 2000, Wladyslaw Szpilman, il pianista sopravvissuto allo sterminio degli ebrei del ghetto di Varsavia, non aveva ancora potuto vedere il suo libro ripubblicato in Polonia. Col titolo &laquo;Morte di una citt&agrave;&raquo;, il diario del giovane musicista scampato all' olocausto era stato stampato nel 1946; ma fu presto ritirato dalla circolazione per volont&agrave; del governo che non gradiva la figura del tedesco buono (l' ufficiale della Wehrmacht Wilm Hosenfeld, che salv&ograve; Wladek negli ultimi mesi dell' occupazione nazista) e ancora meno il racconto della tragedia degli ebrei in un momento in cui la Russia di Stalin resuscitava odi antisemiti. E non fece a tempo neppure a vedere il film che Roman Polanski avrebbe tratto dal libro, nel frattempo uscito in Germania (1998) e l' anno dopo in America, Inghilterra, Olanda, Italia (Baldini &amp; Castoldi), Francia e in un' altra quindicina di Paesi. &laquo;Polanski venne a Varsavia a parlare con mio padre&raquo; ricorda Andrzej Szpilman, il figlio che ha vissuto vent' anni in Germania facendo il dentista ad Amburgo. &laquo;Si erano incontrati gi&agrave; altre due volte, alla fine degli anni Sessanta in California quando mio padre era in tourn&eacute;e come concertista; poi, circa dieci anni dopo, Polanski era in Polonia e torn&ograve; a visitarlo. Allora il regista non sapeva nulla del libro, del resto nessuno pi&ugrave; se lo ricordava. Anche mio padre non ne parlava mai. Solo dopo la sua morte, il libro &egrave; stato ripubblicato in Polonia: da due anni &egrave; in testa alle classifiche&raquo;. Andrzej Szpilman, che sar&agrave; domani sera a Como, a Villa Gallia, a parlare della memoria della Shoah, &egrave; stato quello che ha resuscitato l' antico diario. L' aveva letto, dice, da ragazzino: l' aveva trovato nella libreria di casa, ma allora non disse e non chiese niente a suo padre. &laquo;Anni dopo, in Germania, ne parlai con il mio amico, il poeta Wolf Bierman; lui mi convinse a insistere con mio padre per farlo ristampare. Cos&igrave; - e siamo ormai negli anni ' 90 - lo affronto e gli dico che il diario deve riuscire&raquo;. Che cosa rispose suo padre? &laquo;Che non valeva la pena, nessuno s' interessava pi&ugrave; all' olocausto, non avrebbe trovato lettori&raquo;. Era dispiaciuto, suo padre, del fatto che il suo libro era stato condannato a non esistere? &laquo;Mi sembrava di no. Per lui la cosa pi&ugrave; importante era la musica, la ragione di tutta la sua vita&raquo;. Ed era stata la musica a salvarlo, quando, scoperto da Hosenfeld nell' autunno del ' 44, lo affascina suonandogli Chopin. Hosenfeld non solo non lo fa arrestare, ma addirittura lo nutre e gli d&agrave; di che difendersi dal freddo. Sempre grazie alla musica, nel dopoguerra, Szpilman si costruisce una carriera come compositore, direttore dei programmi musicali della radio e come concertista richiesto in tutto il mondo. &laquo;Una volta uscito il libro&raquo; continua Andrzej &laquo;mio padre non si sottrasse alle richieste di incontri con i lettori. Alle presentazioni in Germania, mi ricordo, c' erano sale gremite di giovani che alla fine andavano da lui, s' inginocchiavano e gli baciavano le mani. In quello stesso anno, lo scrittore Martin Walser aveva pronunciato un discorso a Francoforte invitando i tedeschi a chiudere con il passato, a non sentirsi pi&ugrave; colpevoli per Auschwitz. Quei giovani inginocchiati davanti a mio padre dimostravano quanto Walser fosse nel torto&raquo;. All' inizio del 2000 Polanski torna a Varsavia per discutere del progetto del film: rievocarono il comune passato? Anche Polanski, infatti, si era salvato dal ghetto di Cracovia. &laquo;No, parlarono solo su come fare quel film&raquo;. Palma d' oro a Cannes nel 2002, acclamato dai critici di tutto il mondo, &laquo;Il pianista&raquo; ha buone possibilit&agrave; di essere nominato agli Oscar. Recentemente, per&ograve;, sul New Yorker David Denby ha pubblicato una recensione fortemente limitativa. Il distacco, l' impassibilit&agrave; del protagonista &egrave; mal giudicata: &laquo;non ha niente da dirci&raquo; scrive. Molto meglio, aggiunge Denby, &laquo;Schindler' s List&raquo; di Spielberg &laquo;pi&ugrave; complesso e in grado di mostrare il male e il bene e l' ambigua intimit&agrave; che c' &egrave; fra loro&raquo;. Cosa pensa Andrzej Szpilman di questa critica? &laquo;Mi ricorda un' altra recensione letta poco tempo fa in America in cui il critico si chiedeva perch&eacute; mio padre non aveva preso le armi e sparato contro i tedeschi. Ridicolo. E assolutamente improponibile il raffronto con il film di Spielberg, un gran film ma certo tutta un' altra cosa. Spielberg racconta la vicenda di un tedesco buono che salva degli ebrei dalla morte. Ma uscendo da quel film tu non sai cosa fu l' olocausto. Nel &quot;Pianista&quot; di Polanski, invece, c' &egrave; la rappresentazione di quello che accadde agli ebrei durante l' occupazione nazista, le umiliazioni, le violenze, la deportazione e la morte. Non m' interessa quello che pensa Mr Denby. Uno che era nel ghetto di Varsavia e riusc&igrave; a salvarsi, Marcel Reich-Ranicki, il pi&ugrave; grande critico letterario tedesco, ha scritto: per la prima volta un film mi ha restituito la realt&agrave; che anch' io ho vissuto&raquo;. Nonostante le richieste di suo padre, nel Viale dei Giusti in Israele non c' &egrave; un albero dedicato a Wilm Hosenfeld, morto in un campo di prigionia sovietico nel ' 52. Perch&eacute;? &laquo;Forse disturbava la divisa da soldato tedesco. Dicono che non hanno trovato elementi sufficienti per escludere che Hosenfeld avesse partecipato ad azioni contro gli ebrei. Quando invece noi avevamo portato le prove di come aveva salvato altri ebrei oltre mio padre&raquo;. Il libro e il film continuano a circolare con grande successo in tutti i Paesi del mondo. &laquo;E' importante che ci si ricordi di queste cose, adesso soprattutto che alcuni intellettuali ci chiedono di chiudere con il passato. Il film e il libro, poi, mostrano cos' &egrave; veramente la guerra, quanta crudelt&agrave; scateni, e questo mi sembra necessario oggi, proprio mentre il mondo si sta preparando a una nuova guerra&raquo;. </font></div> <div class="photo_img">&nbsp;</div> <div class="clear_none">&nbsp;</div> <p>&nbsp;</p> <div class="postutil"><br /> &nbsp;</div>




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26 maggio 2011

E Hamas? E i profughi?

 
Editoriale del Jerusalem Post
È apparso evidente dalle parole che ha pronunciato domenica al convegno di Aipac (American Israel Public Affairs Committee), che il presidente Usa Barack Obama ha recepito le critiche mosse al suo precedente discorso sul Medio Oriente tenuto giovedì al Dipartimento di Stato.
Come c’era da aspettarsi, le parole di domenica, calibrate per un pubblico ebraico, sono andate innanzitutto a toccare le corde giuste. Obama ha fatto appello perché si ponga fine ai “cinque lunghi anni” di prigionia di Gliad Shalit; ha ricordato il sostegno militare americano a Israele; ha proclamato l’impegno degli Stati Uniti ad impedire che l’Iran ottenga armi nucleari; ha promesso che il suo paese combatterà i tentativi di “erodere” la legittimità di Israele. Per tutto il discorso, ha ribadito il refrain dell’incrollabile sostegno dell’America a Israele. Tutte dichiarazioni che sono state giustamente accolte con calorosi applausi.
Ad un livello più sostanziale, comunque, Obama si è dato da fare per chiarire, se non addirittura riformulare, alcuni dei punti più problematici del suo discorso di giovedì. In quel discorso si era domandato ad alta voce come Israele potesse “negoziare con una controparte che si è dimostrata indisponibile a riconoscere il suo diritto ad esistere”. Ma in quel discorso non aveva fatto nulla di più che augurasi che i capi palestinesi “forniscano una risposta credibile a questo interrogativo”. Parlando ad Aipac, invece, Obama ha esplicitamente chiesto a Hamas di riconoscere il diritto di Israele ad esistere, di abbandonare il terrorismo e di onorare gli accordi precedenti: che poi sono i tre criteri stabiliti dal Quartetto sul Medio Oriente (Usa, Ue, Russia, Onu). Il che chiaramente non accadrà, e Obama lo sa bene. Ma non ha delineato quali passi concreti gli Stati Uniti intendano intraprendere quando Hamas ribadirà il suo rifiuto. Ora l’accordo di unità fra Hamas e Fatah, che rispecchia cupamente le reali intenzioni di Fatah, costituisce un ostacolo centrale a qualunque progresso. Peccato che Obama non l’abbia sottolineato, preferendo invece ribadire che “lo status quo non è sostenibile” e che la situazione attuale non permette nessun “temporeggiamento”. Ma il rifiuto di Israele di negoziare con Hamas non è un “temporeggiamento”. Ed è Mahmoud Abbas (Abu Mazen) quello che si rifiuta di sedere al tavolo del negoziato, e che si è rifiutato di farlo anche durante i dieci mesi di congelamento degli insediamenti dell’anno scorso, mentre Israele scongiurava di avviare i colloqui.
Obama ha anche modificato il suo messaggio di giovedì là dove affermava che “i confini di Israele e Palestina dovranno basarsi sulle linee del 1967 con scambi di territorio reciprocamente concordati”. Visibilmente irritato per quella che ha definito una polemica “infondata”, Obama è tornato sulla questione per mettere in chiaro – convenendo pubblicamente con la lettera di George W. Bush del 2004 all’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon, poi approvata da entrambe le camere del Congresso americano – che i confini reciprocamente concordati saranno “diversi – parole testuali – dalle linee che esistevano il 4 giugno 1967”, e che dovranno tenere conto delle “nuove realtà demografiche sul terreno”: un chiaro riferimento ai cosiddetto blocchi di insediamenti. Il che non costituisce solo una chiarificazione, ma un sostanziale miglioramento della formula ambigua usata in precedenza, e che era stata generalmente interpretata come una marcia indietro rispetto alla posizione di Bush sui blocchi di insediamenti [e addirittura, da tanta stampa approssimativa, come una richiesta di ritiro esattamente sulle linee del '67, quasi fossero realmente confini immodificabili].
Purtroppo l’altro punto cruciale della lettera di Bush, che faceva riferimento al problema dei “profughi” palestinesi, è rimasto significativamente assente dalla chiarificazione offerta da Obama ad Aipac. Bush aveva nettamente respinto la rivendicazione palestinese del cosiddetto “diritto al ritorno”, affermando che “la cornice per una soluzione concordata, equa e realistica della questione dei profughi palestinesi, nel quadro di un accordo sullo status definitivo, dovrà essere cercata nella creazione di uno stato palestinese e nell’insediamento di profughi palestinesi in esso anziché in Israele”. La precedente amministrazione americana aveva cioè perfettamente capito che avallare la pretesa palestinese di applicare il “diritto al ritorno” a tutti coloro che vengono definiti “profughi” palestinesi (compresi i milioni di discendenti di seconda, terza, quarta e quinta generazione di coloro che effettivamente abbandonarono il territorio israeliano durante la guerra d’indipendenza del 1948) comporterebbe la fine di Israele come stato nazionale del popolo ebraico. La reiterata omissione da parte di Obama della questione dei profughi solleva seri interrogativi. Effettivamente il presidente americano ha più volte affermato il suo sostegno a Israele come “patria del popolo ebraico”. Con tutta evidenza, salvaguardare tale patria significa escludere il riconoscimento di un “diritto al ritorno” per tutti i palestinesi che comprometterebbe alla radice la sovranità ebraica. Come mai Obama, che ha colto questa occasione per chiarire e riformulare alcuni degli aspetti più problematici del suo discorso di settimana scorsa, non ha fatto chiarezza anche su questo punto essenziale? L’ostinata insistenza dei palestinesi nel pretendere il “diritto al ritorno” di milioni di “profughi” all’interno dei confini di Israele equivale al rifiuto di accettare Israele come stato ebraico. Questa insolente pretesa, unita al fatto che Hamas, un’organizzazione terroristica antisemita votata alla distruzione di Israele, è ora socio alla pari nella dirigenza politica ufficiale del popolo palestinese, costituisce il vero ostacolo alla pace. Se Obama desidera sinceramente contribuire alla pace, deve prendere atto di questo e fare tutto il possibile per porre rimedio a tale situazione.

(Da: Jerusalem Post, 23.5.11)

Nell'immagine in alto: Le mappe della pubblicistica palestinese raffigurano costantemente il “diritto al ritorno” (rappresentato dal simbolo della chiave) come la “riconquista demografica” di Israele e la sua cancellazione in quanto stato sovrano del popolo ebraico

 




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25 maggio 2011

M.O./ Egitto aprirà frontiera con Gaza in modo permanente

A eccezione dei venerdì e dei giorni festivi

L'Egitto aprirà il valico di Rafah, il punto di passaggio con la striscia di Gaza, in modo permanente a partire da sabato, per alleggerire il blocco di questa enclave palestinese controllata dai fondamentalisti islamici di Hamas. Lo ha indicato l'agenzia di stampa ufficiale egiziana Mena.

Le autorità egiziane apriranno il punto di passaggio di Rafah tutti i giorni, a eccezione dei venerdì e dei giorni festivi, dal 28 maggio, secondo la Mena.

 




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25 maggio 2011

La propaganda nella scuola elementare francese durante il governo di Vichy

La tecnica di base di ogni dittatura è quella di cominciare con i giovani: inquadrarli, non permettere di decidere in proprio, imbottirli di ideali nazionalistici, infiammarli co i racconti eroici, manipolare in senso autoritario la loro istruzione, impedire loro di avere a disposizione tempo libero, impegnarli nell’emulazione premiando i più fedeli, limitare al massimo il confronto con il mondo esterno, approfittare per l’imbonimento dei cervelli di quanto la tecnica della comunicazione di massa mette a disposizione. È la ricetta adottata dal regime fascista per vent’anni in Italia. Un metodo simile fu usato nei quattro anni, dal luglio 1940 al luglio 1944, dalla repubblica di Vichy del Maresciallo Pétain.

 

Francia giugno 1940

«La Francia ha perso la guerra, sì, ma ha avuto il Maresciallo Pétain». Questo grido esprime molto bene l’atmosfera che si era venuta a creare con l’avvento del Governo di Vichy.

Petain--con-Hitler.jpg

Pétain, l’uomo degli ammutinamenti del 1917 (comandante in capo delle truppe francesi, nel maggio 1917, riuscì a contenere il fenomeno degli ammutinamenti nei reparti di prima linea), il vincitore di Verdun, riunisce in sè tutti gli attributi di soldato, di capo, di vincitore e di salvatore che si sacrifica sull’altare della sconfitta per salvare l’onore di una Francia profondamente umiliata. L’abito e i gradi militari, il Képi (copricapo militare cilindrico munito di visiera) con i fiori di giglio (simboli della monarchia francese), i bei baffi bianchi, uno sguardo blu profondo, l’aria marziale, il tono di voce di vecchio padre di famiglia, i discorsi cesellati, contribuiscono a farne un mito mediante una propaganda quotidiana.

manifesto-con-Petain-Vichy.jpg

Anche gli adulti sono sottoposti ad una propaganda martellante, dove l’iconografia conta molto, che esalta l’immagine paterna e salvatrice del Maresciallo, mediante l’uso di volantini, di manifesti, della radio, del cinema, dei giornali, di gadget (fermacarte, pipe): il Maresciallo è dappertutto. Buste, ritratti, discorsi diffusi via radio o al cinema, dipinti, perfino la sua immagine riprodotta sulle tovaglie, tutto per glorificare il capo. Il Maresciallo si fa vedere, è sui manifesti, si spende dappertutto e sotto varie forme: come padre, come uomo o come santo.

Questa presenza di un salvatore che caratterizza la Francia vinta alla ricerca di un carisma viene esaltata da un Maresciallo, paternalista, buon bambino lui stesso, che visita le scuole. Il 13 ottobre 1941, nella scuola comunale di Perigny, si rivolge agli alunni (il discorso viene trasmesso per radio) per far conoscere il suo stato d’animo verso gli scolari che non rispettano le regole di buona condotta.

classe Vichy 2 sept 1940

Per gli scolari, la scuola è prima di tutto quella di «Maresciallo, nous voilà!»; nelle aule si canta a squarciagola:  «Davanti a te salvatore della Francia, / Noi giuriamo, noi tuoi figli, / di servire e di seguire i tuoi passi». La «pedagogia del canto» serve per glorificare il maresciallo, per salutare il tricolore o per esaltare i sentimenti patriottici, indotti da un regime che vuole fare della scuola l’anticamera dell’esaltazione nazionale.

Pétain con giovani

Quasi due milioni di lettere vengono inviate a Pétain nell’anno 1941. Scatoloni pieni di lettere con poesie, auguri, arrivano sia delle scuole private che da quelle pubbliche. Certe poesie sono commoventi, piene di grazia infantile, come quella inviatagli da uno scolaro: «Signor Maresciallo, nostro amato capo». Pétain è glorificato in diversi testi. Degli opuscoli, dei “messaggi” del Maresciallo sono venduti agli scolari come supporto per i corsi di educazione civica. Alcuni sillabari riportano: F come francisque (ascia),

simboli di Vichy

K come Képi (quello del Maresciallo), P come paysan (contadino) e Pétain, etc.

Pétain con contadino

Le penne «bastone del maresciallo», i ritratti, le carte geografiche con l’effigie del Maresciallo sono i nuovi strumenti pedagogici.

Il busto del Maresciallo sostituisce negli edifici pubblici quello della Marianne. Edifici scolastici cambiano di nome, come a Marsiglia dove il liceo Périer diventa liceo Pétain. Gli scolari di Francia accrescono il loro entusiasmo naif verso questo «qualcuno da amare». Inviano al Maresciallo regali, disegni, poesie. Colette, una piccola scolara rimasta anonima, invia (come migliaia di altri) una lettera commovente con i suoi errori di bambina: «Signor Maresciallo, io lavoro molto bene, vi amerò molto bene, mi comporterò bene in classe, ascolterò la mia maestra, ho ascoltato i vostri discorsi». I bambini chiedono degli autografi, partecipano a dei concorsi su “Giovanna d’Arco”: i vincitori vengono ricompensati.

La «figura del padre», spesso raffigurato da una vecchia quercia solida e maestosa, che gli artefici della Rivoluzione nazionale

nuovo ordine Vichy

usano a profusione, aleggia ormai su dei ragazzi studiosi, onesti, virtuosi. Il bello sguardo, severo ma giusto, è paternamente posato su una popolazione scolastica tutta intenta ad assolvere il proprio dovere. «Il capo dagli occhi color del cielo» esalta una gioventù succube di una propaganda massiccia e apologetica.

 

 

Bibliografia:

Jean-Michel Barreau - Vichy contre l’école de la République - Ed. Flammarion - 2000

Elena D’Ambrosio - A scuola col duce - Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como - 2001

 

 



 

 



 




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25 maggio 2011

Bat YE'OR Noi poveri dhimmi d'Eurabia

 

Intevista, di "Frontpage Magazine" a Bat Ye'Or, studiosa egiziana che vive in Svizzera, "massima autorità mondiale sulla condizione di dhimmi", ovvero dei cittadini di seconda classe nei paesi arabi
Intervista di Jamie Glazov



Innanzitutto, può spiegare ai nostri lettori il significato del termine "Eurabia"?
Bat Ye'or: L'Eurabia rappresenta una realtà geopolitica delineatasi nel 1973 attraverso un sistema di alleanze informali tra i nove paesi della Comunità Europea (e poi, dal 1992, dell'Unione Europea) da una parte e i paesi arabi del Mediterraneo dall'altra. Le alleanze e gli accordi furono elaborati al più alto livello politico di ogni paese europeo con il rappresentante della Commissione Europea, nonché dei paesi arabi con il delegato della Lega Araba. Questo sistema fu posto sotto il tetto di un'associazione chiamata Dialogo EuroArabo (DEA), creata a Parigi nel luglio del 1974. Un gruppo di lavoro composto di comitati e sempre presieduto congiuntamente da un delegato europeo e da un delegato arabo pianificava le attività, organizzando e controllando l'applicazione delle decisioni raggiunte.
Il campo della collaborazione euroaraba comprendeva qualsiasi settore: dall'economia alla politica e al problema dell'immigrazione. In politica estera, sosteneva l'antiamericanismo, l'antisionismo e la delegittimazione di Israele; la promozione dell'Olp e di Arafat; una diplomazia congiunta euroaraba nei forum internazionali; e una collaborazione tra organizzazioni non governative. Per quanto riguarda la politica interna, il DEA promosse una intensa collaborazione tra televisioni, radio, giornalisti, case editrici, università, centri culturali, associazioni giovanili e studentesche. Per lo sviluppo di questa politica era poi determinante il dialogo interreligioso. L'Eurabia è quindi proprio questa capillare rete di associazioni euroarabe: una simbiosi a vasto raggio, che presuppone una stretta collaborazione nel campo della politica, dell'economia, della demografia e della cultura. L'Eurabia è il futuro dell'Europa. La sua forza trainante, l'Associazione Parlamentare per la Cooperazione euroaraba, è stata creata a Parigi nel 1974. Oggi conta oltre seicento membri (appartenenti a tutti i principali partiti politici europei), attivi nei loro parlamenti nazionali e anche nel Parlamento Europeo. La creazione di questo organismo e la definizione della sua politica hanno seguito i principi delle 23 risoluzioni sancite dalla Seconda Conferenza Internazionale a Sostegno dei Popoli Arabi, tenutasi al Cairo nel gennaio 1969. La risoluzione 15 definisce la politica euroaraba e ne spiega lo sviluppo seguito in oltre trent'anni di politica estera ed interna europea.
Eccone il contenuto: "La Conferenza ha deciso di formare speciali gruppi parlamentari e di usarli per promuovere il sostegno al popolo arabo e alla resistenza palestinese". Negli anni settanta, conformemente agli auspici della Conferenza del Cairo, sorsero in tutta Europa gruppi nazionali che proclamavano la loro "solidarietà con la resistenza palestinese e i popoli arabi". Questi gruppi appartenevano a diversi schieramenti politici (gollisti, estrema destra ed estrema sinistra, comunisti, neonazisti), ma condividevano tutti lo stesso antiamericanismo e antisionismo. La Francia è stata il protagonista principale di questa politica, a partire dalla conferenza stampa rilasciata da De Gaulle il 27 novembre 1967, quando definì la collaborazione tra la Francia e il mondo arabo "il presupposto fondamentale della nostra politica estera".

La dipendenza europea dal petrolio arabo è un fattore decisivo nella sua politica filoaraba?
Bat Ye'or: No, non credo. I leader arabi devono per forza vendere il petrolio che possiedono; le loro popolazioni dipendono fortemente dall'aiuto economico, sanitario e tecnologico europeo. L'America ha compreso questo fatto durante l'embargo petrolifero del 1973. Il fattore petrolio è un pretesto per mascherare una politica che in Francia era già presente prima di quella crisi: era stata concepita negli anni sessanta e aveva un diretto progenitore nel sogno della Francia dell'Ottocento di governare un impero arabo e di sfruttare l'antisemitismo per rafforzare la solidarietà dei musulmani arabi con la Francia contro un comune nemico. L'Eurabia non è soltanto una rete di molteplici accordi che coprono ogni campo. E' sostanzialmente un progetto politico per una completa simbiosi demografica e culturale tra l'Europa e il mondo arabo, all'interno della quale Israele è destinato prima o poi a scomparire. L'America rimarebbe isolata e si troverebbe sfidata da una sorta di continente euroarabo collegato a tutto il mondo musulmano e con uno straordinario potere politico ed economico nel campo degli affari internazionali. Le politiche del "multilateralismo" e della "diplomazia soft" esprimono perfettamente questa simbiosi sempre più profonda. Gli accordi euroarabi sono semplicemente lo strumento utilizzato per la creazione di questo nuovo "continente". L'Eurabia si fonda anche sulla visione di una riconciliazione tra cristiani e musulmani ed è fortemente appoggiata dalle autorità religiose cristiane.

Per un certo tempo è sembrato che la Francia si fosse completamente persa. Ma ora sembra avere adottato una nuova politica estera, più orientata verso l'Europa. Lei che ne pensa?
Bat Ye'or: La Francia e il resto dell'Europa occidentale non possono più cambiare la loro linea politica. Il loro futuro è l'Eurabia. Punto e a capo. Non vedo come potrebbero invertire la direzione del processo che hanno messo in moto trent'anni fa. E gli euroarabi non hanno nessuna intenzione di modificare questa politica. Si tratta di un progetto che è stato concepito, pianificato e messo in atto scrupolosamente attraverso la politica sull'immigrazione, la propaganda, il sostegno della chiesa, i rapporti e gli aiuti economici, nonché la collaborazione dei media e del mondo accademico. All'ombra di questa cornice politica sono cresciute intere generazioni, educate e condizionate a condividerla e promuoverla. E' questa la fonte del tenace antiamericanismo europeo e della paranoica ossessione per Israele, due elementi che costituiscono il cardine dell'Eurabia. Il nuovo orientamento francese verso l'Europa indica che la Francia lavorerà all'interno dell'Europa, e in particolare con i nuovi membri orientali dell'Ue, per convincerli ad abbandonare la loro visione atlantica e a reindirizzare le loro alleanze verso il mondo arabo-musulmano. Questa era la politica francese negli anni sessanta, quando Parigi divenne il campione della causa araba nella Comunità Europea. Fino al 1971, la Francia è rimasta isolata nella CE quanto alle sue posizione anti-israeliane. I critici della Comunità Europea la accusavano di inclinazione verso il mondo arabo. Quando dovettero affrontare la crisi petrolifera, i nove paesi della CE, con la leadership della Francia e della Germania, unificarono le proprie posizioni sul conflitto medio-orientale: è da qui che nasce tutto lo sviluppo del Dialogo EuroArabo.

Ci può parlare del Progetto Prodi, al quale hanno collaborato Tariq Ramadan ed altre importanti personalità?
Bat Ye'or: Il Progetto Prodi è il compimento e la realizzazione di Eurabia. Viene chiamato il "Dialogo tra popoli e culture nell'area euromediterranea". E' stato richiesto da Romano Prodi, presidente della Commissione Europea, e approvato in occassione della Sesta Conferenza Euromediterranea dei ministri degli affari esteri, svoltasi a Napoli il 2-3 dicembre 2003. Si tratta di una strategia per una più profonda simbiosi euroaraba, che deve essere affidata ad una Fondazione con il compito di controllarla, dirigerla e amministrarla. Lo scorso maggio, i ministri degli esteri europei hanno approvato la creazione della Fondazione Anna Lindh per il Dialogo delle Culture, con sede ad Alessandria, in Egitto. Il ministro degli esteri svedese Anna Lindh, uccisa da un folle, era stata un'appassionata sostenitrice della causa palestinese e del boicottaggio di Israele. Lindh era nota per le sue critiche contro la politica israeliana e americana di autodifesa dal terrorismo. Il capo della politica estera dell'Ue, Javier Solana, era un suo intimo amico, e la definiva una "vera europea".
La Fondazione cercherà con diversi mezzi di rafforzare i legami di reciprocità, solidarietà e "comunione" tra le sponde settentrionali e meridionali del Mediterraneo, ossia tra l'Europa e i paesi arabi. Gli autori del progetto evitano scrupolosamente di ricorrere a caratterizzazioni di questo genere dato che, nello spirito di Edward Said, sono considerate blasfeme e razziste. Questo è spiegato nel testo, ma li uso per chiarimenti. E' il contesto dell'Eurabia, ossia l'espressione di una cultura e di una politica integralmente antiamericane e antisioniste, che spiega la durissima reazione contro la guerra in Iraq, a sua volta inserita nella guerra contro il terrorismo islamico. Un terrorismo che l'Eurabia ha negato esistere, incolpando invece "l'ingiustizia e l'occupazione" israeliane e "l'arroganza" dell'America. L'Eurabia ha trasformato il terrorismo islamico nel cliché: "Il problema è l'America", allo scopo di consolidare la rete di alleanze che sostiene la sua geostrategia.

Qual è il significato della dichiarazione di Solana?
Bat Ye'or: Solana è un protagonista della politica filoaraba e filo palestinese seguita dall'Ue durante la presidenza Prodi come reazione autoprotettiva dell'Europa di fronte alla guerra contro il terrorismo scatenata dall'America. Se si esaminano le dichiarazioni della CE e dell'Ue sul conflitto arabo-israeliano dal 1977 a oggi, ci si accorge che sono in perfetto accordo con le posizioni e le decisioni della Lega Araba: l'imposizione a Israele dei confini stabiliti dall'armistizio del 1949, malgrado non siano mai stati riconosciuti come confini internazionali; la creazione su quei confini di uno Stato palestinese non previsto dalla Risoluzione 242 delle Nazioni Unite; il riconoscimento dell'Olp, e del suo leader Arafat, come il solo rappresentante del popolo palestinese, con l'obbligo per Israele di negoziare esclusivamente con lui; infine, ma solo inizialmente, il rifiuto di accettare trattati di pace separati. L'Ue ha accettato tutte queste richieste della Lega Araba e anche avallato le ripetute minacce di boicottaggio economico e culturale contro Israele, avanzate dai loro fedeli alleati arabi e dalla loro potente lobby, la Associazione Parlamentare per la Cooperazione Euroaraba. Il 3 marzo 2004, Javier Solana, alla domanda su cosa pensava della proposta americana di esigere riforme democratiche negli Stati arabi, ha risposto: "Il processo di pace deve sempre stare al centro di qualsiasi iniziativa che sia in atto ... Qualsiasi idea di riforma della nazioni deve correre in parallelo con la priorità di portare a termine il processo di pace, altrimenti avrà ben difficilmente successo" (Reuters, "Solana: Mideast peace vital for Arab reforms"; see also Neil MacFarquhar "Arab states start plan of their own Mideast", International Herald Tribune, March 4, 2004).
Solana ha semplicemente ripetuto l'opinione del presidente egiziano Hosni Mubarak, che aveva appena incontrato. Anche il segretario generale della Lega Araba Amr Moussa è dello stesso parere e si rifiuta di considerare la possibilità di qualsiasi riforma nei paesi arabi prima che sia raggiunta una soluzione del conflitto arabo-israeliano; una "soluzione" le cui condizion implicano la distruzione di Israele. Di conseguenza, qualsiasi forma di democratizzazione della società araba richiesta dall'Occidente viene condizionata agli arabi alla sua partecipazione all'eliminazione di Israele. Questo vincolo è stato rifiutato dal Marc Grossman, importante funzionario del Dipartimento di Stato americano, quando è andato in visita al Cairo il 2 marzo 2004. Grossman ha detto che il progetto di democratizzazione non deve dipendere da una soluzione del conflitto medio-orientale. Ma il ministro degli esteri egiziano, Ahmed Maher, gli ha risposto: "La posizione dell'Egitto è che uno dei principali ostacoli al processo di riforma è la perdurante aggressione israeliana contro il popolo palestinese e arabo". La Reuters riporta questa dichiarazione di Amr Moussa, fatta ad una sessione inaugurale di un normale incontro fra ministri: "La causa palestinese... è la chiave per la stabilità o l'instabilità della regione, ed è una questione che continuerà ad influenzare in tutti gli aspetti lo sviluppo dei paesi arabi fino a quando sarà raggiunta una giusta soluzione".
I notabili dell'Eurabia, si tratti di Chirac, de Villepin, Solana, Prodi o di qualcun altro ancora, hanno continuato a sottolineare l'importanza della causa palestinese per la pace mondiale, come se una più intensa campagna europea di diffamazione contro Israele farebbe cambiare qualcosa nel jihad globale scatenato negli Usa, in Asia, in Africa e in Cecenia; L'ultima orrenda tragedia in Ossezia è un esempio. Secondo questa visione, è la stessa esistenza di Israele, e non questo impulso omicida jihadista, a costituire una minaccia per la pace. Il legame euroarabo tra riforma dei paesi arabi e la posizione di Israele è falso e dimostra soltanto, ancora una volta, l'asservimento dell'Europa alla politica araba. Numerosi vertici arabi e islamici hanno imposto al mondo la centralità della loro politica sulla questione palestinese e hanno richiesto che tutti gli altri problemi vengano ad essa subordinati. L'Ue ha fatto la stessa cosa.

FP - Lei parla spesso di un culto palestinese euroarabo. Cosa intende esattamente?
BY - Intendo precisamente questa centralità della questione palestinese che viene sbandierata in Europa come la chiave per la pace mondiale. Comunque, questo culto è qualcosa di molto più profondo di un semplice strumento politico per costruire una politica di alleanza euroaraba contro l'America e Israele. E' legato a correnti teologiche giudeofobiche e promuove una teologia alternativa fondata sulla palestinizzazione della Bibbia e sul rifiuto delle sue radici ebraiche al fine di delegittimare la storia di Israele e i diritti che ha sulla sua terra. Questo culto simboleggia la redenzione del cristianesimo e dell'islam e la loro riconciliazione sulle ceneri di Israele, una creazione del Diavolo: una convinzione propagata dalla continua demonizzazione di Israele e dalla parallela vittimizzazione dei palestinesi che viene fatta dai media. Questo culto unisce neonazisti, giudeofobi, antiamericani, comunisti e jihadisti. E' una rinascita delle correnti naziste antigiudaiche e anticristiane, in particolare nel suo odio per i fedeli della Bibbia cristiana e per l'America, il paese che ha determinato la sconfitta del nazismo e del comunismo. Negli anni trenta e quaranta, i nazisti avevano forti legami con i palestinesi; e queste simpatie si sono mantenute anche dopo la seconda guerra mondiale, sbocciando in quel culto palestinese euroarabo che ha sommerso l'Europa occidentale sotto l'onda del gigantesco apparato del Dialogo EuroArabo.

Ma che cosa pensa l'opinione pubblica europea del suo futuro euroarabo? Ne è consapevole? E' d'accordo?
Bat Ye'or: L'opinione pubblica ignora questa stategia, i suoi dettagli e il suo modo di operare; ma c'è una forte consapevolezza, un'ansia e una insoddisfazione per l'attuale situazione e in particolare per le tendenze antisemite. Questa politica euroaraba, espressa in un linguaggio oscuro, viene condotta dalle più alte sfere politiche e interamente coordinata attraverso l'Ue, e diffonde in ogni settore sociale una sottocultura euroaraba fondata sull'antiamericanismo e l'antisemitismo. Oriana Fallaci ha dato voce a questa opposizione generale. Ma ci sono anche molti altri. Sono boicottati, spesso licenziati in tronco, vittime di una "correctness" totalitaristica, imposta in larga misura dal mondo accademico, dai media e dagli ambienti politici.

Qual è la sua opinione a proposito dei giornalisti francesi che sono stati presi in ostaggio e delle reazioni francesi?
Bat Ye'or: Chirac sperava che sarebbero stati liberati come un favore reso alla politica filoaraba e filopalestinese della Francia: insomma, un servizio reso da un dhimmi, che si merita un favore non concesso ad altri. Questa tragedia ha rivelato le buone relazioni della Francia con organizzazioni terroristiche come il Jihad islamico, Hezbollah e molte altre ancora. Ha anche smascherato la sua dipendenza dalla propria considerevole popolazione musulmana per le proprie scelte di politica interna ed estera, in quanto sembrava che la loro difesa avrebbe determinato la liberazione degli ostaggi. Ma le incredibili condizioni poste dai terroristi dimostrano che questi terroristi applicano le stesse leggi a tutti gli infedeli, senza fare nessuna distinzione. Dimostra infine l'insensatezza di una politica di collusione e rifiuto che ha sempre insabbiato il problema del terrorismo islamico per evitare di affrontarlo e che ha costantemente addossato le sue colpe sulle spalle delle sue vittime.
La situazione della Francia illustra, infatti, che cosa minaccia l'intera Europa attraverso la sua integrazione demografica e politica all'interno del mondo arabo-musulmano, come viene ora promossa dalla Anna Lindh Foundation. La Francia, insieme al Belgio, alla Germania e forse alla Spagna, è avanti rispetto al resto dell'Europa. L'Inghilterra, l'Italia e per certi versi i paesi dell'Europa orientale non sono stati colti dalla dhimmitudine, quella sindrome di asservimento che consiste nella sottomissione e nell'obbedienza alla politica musulmana per essere risparmiati dal jihad e dalla morte. La dhimmitudine è connessa all'ideologia del jihad e alle disposizioni della sharia che si riferiscono al trattamento degli infedeli ed è un elemento fondamentale del complesso processo storico di islamizzazione delle civiltà giudaico-cristiana, buddista e indù.
L'America deve prendere una scelta: o rinunciare alla propria libertà e accodarsi all'Europa nella asservita condizione di un dhimmi, oppure mantenere la propria determinazione a combattere la guerra contro il terrorismo in nome della libertà e dei diritti umani universali.

John Kerry ha ripetutamente dichiarato che ‘ricostruirebbe le alleanze' con l'Europa, a suo parere gettate al vento da Bush, in particolare con nazioni come la Francia e la Germania. Può dirci in che modo la sua concezione dell'Eurabia potrebbe influenzare la validità di questa pretesa del senatore Kerry?
Bat Ye'or: L'antiamericanismo è stato molto popolare fin dalla fine degli anni sessanta, quando i partiti comunisti e di estrema sinistra europei rappresentavano una potente forza politica. E' stato un fattore decisivo nella politica gollista a favore di una Europa unita e forte, e un pilastro fondamentale della politica euroaraba negli anni settanta. Nel 1961 e nel 1967 De Gaulle si oppose all'ingresso dell'Inghilterra nella Comunità Europea proprio per le sue simpatie atlantiche. La struttura del Dialogo EuroArabo, che ha determinato tutta la politica europea nei confronti del mondo arabo-musulmano, era già sostanzialmente antiamericana negli anni settanta. L'Europa è un continente che affonda e la ricostruzione delle alleanze andrà a scapito della sicurezza e della libertà dell'America.
Le violente correnti europee anti-Bush sono legate alla situazione interna dell'Europa. La guerra dichiarata da Bush contro il terrorismo islamico ha rivelato una realtà tenuta scrupolosamente nascosta in Europa e ne ha smascherato la estrema fragilità, creando una situazione che è stata tuttavia compensata da un'esplosione di antiamericanismo e antisemitismo organizzata dai network euroarabi. Le dichiarazioni fatte dal senatore Kerry sono inaccurate se si tiene conto del contesto euroamericano di rivalità culturali, politiche ed economiche precedenti all'elezione di Bush, e soprattutto dell'emergere di una nuova e complessa situazione che l'opinione pubblica americana ed europea non ha ancora compreso fino in findo. Si tratta della minaccia di un jihad globale, con la sua ideologia, la sua strategia e le sue tattiche operative, coordinato da una rete di cellule sparse in tutto il mondo. La differenza tra Europa e America sta nel fatto che l'Europa nega l'esistenza di questa minaccia perché non può o non vuole combattere in nome di certi valori cui in realtà ha già rinunciato. Vediamo di fronte a noi la collisione di due strategie diametralmente opposte.

Possiamo nutrire qualche speranza per l'Europa? Per esempio, pensare di vincere questa guerra contro l'islamismo?
Bat Ye'or: Forse gli ultimi eventi che hanno dimostrato l'insuccesso della politica francese e la spaventosa tragedia dei bambini massacrati nella scuola di Beslan convinceranno gli europei ad assumersi le proprie responsabilità. La guerra contro il terrorismo jihadista può essere vinta soltanto se il mondo civile si unisce compatto contro la barbarie. Fino ad oggi le democrazie europee hanno appoggiato Arafat, il padre fondatore del terrorismo jihadista, degli attentati suicidi e del rapimento di ostaggi. Vinceremo la guerra soltanto se gli daremo il nome appropriato e la affronteremo come tale, riconoscendo che obbedisce alle regole della guerra islamica, del tutto diverse dalle nostre; e vinceremo soltanto se le democrazie e i modernisti musulmani cesseranno di giustificare questi atti contro altri paesi. La politica di collusione con i terroristi per garantirsi la propria sicurezza è una semplice illusione.




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25 maggio 2011

Milano, i musulmani annunciano: "Marcia sul Duomo per Pisapia

 di Andrea Indini

 

Il Comitato musulmani per Pisapia domani manifesterà nel centro di Milano. I partecipanti saranno tutti vestiti di arancione. Dello stesso colore saranno anche i hijab, i veli islamici indossati dalle donne. Partendo da San Babila, il Comitato marcerà fino al Castello Sforzesco per sostenere la candidatura di Pisapia che ha promesso di costruire una moschea a Milano. Dalla Lega un ddl per porre dei paletti alla costruzione di nuove moschee. Ma la Cei: "E' un loro diritto" 

 

 

Milano - I milanesi ce l'hanno ancora fissa nella testa. L'immagine di centinaia di musulmani che, nel gennaio del 2009, si erano messi a pregare sul sagrato del Duomo. Domani ci sarà una nuova marcia. Da piazza San Babila al Castello Sforzesco, passando proprio sotto la Madonnina dorata: i musulmani impegnati nella campagna elettorale per il ballottaggio delle ammnistrative di domenica scenderanno in piazza per sostenere il candidato della sinistra, Giuliano Pisapia, che però fiuta il pericolo e si affretta subito a precisare di non c'entrare nulla con l'organizzazione del corteo.

"Riteniamo che la realizzazione di un grande centro di cultura islamica che comprenda, oltre alla moschea, spazi di incontro e di aggregazione, possa essere non solo l'esercizio di un diritto, ma anche una grande opportunità culturale per Milano". Nel programma di Pisapia gli intenti sono chiari. Il polo islamico, che sarà costruito sul "modello di via Padova", sarà pronto per l'Expo del 2015 e, con buone probabilità, sorgerà in uno dei quartieri periferici del capoluogo lombardo. Questa proposta - così come l'accesso ai concorsi pubblici anche agli stranieri in possesso del solo permesso di soggiorno - ha spinto la comunità islamica a tifare per Pisapia. Ne è nato addirittura un Comitato a sostegno del candidato della sinistra.

Domani, a quanto apprende l'Adnkronos, il Comitato musulmani per Pisapia scenderà in piazza. Mentre in Italia infiamma il dibattito sulla costruzione di nuove moschee, l’appuntamento di domani promette già di far discutere. Il vendoliano Davide Piccardo fa sapere che l'appuntamento è previsto per il pomeriggio in piazza San Babila: il corteo degli islamici sfilerà verso il Castello Sforzesco passando davanti al Duomo. "Invito tutti a venire vestiti con qualcosa di arancione - chiede l’esponente del Sel - che può essere una maglietta, ma anche un hijab (velo islamico, ndr). Cammineremo fino al Castello Sforzesco volantinando e convincendo le persone a dare fiducia al cambiamento". "L’idea di portare i musulmani in piazza per sostenere Pisapia - spiega Piccardo - è venuta in questo contesto in cui lo scontro politico si fa aspro e il centrodestra, con il premier Silvio Berlusconi in primis, utilizza i musulmani come spauracchio. Partecipare attivamente alla campagna elettorale ci sembra la migliore risposta a chi alimenta la paura e le discriminazioni".

E' una settimana che Pisapia è finito sotto il pressing dei media per il suo progetto di costruire una moschea a Milano e, al tempo stesso, di depotenziare le mansioni dei vigili. A questo pressing, però, il candidato della sinistra continua a sfuggire evitando il confronto con il sindaco uscente Letizia Moratti. Pisapia non ha ancora annunciato dove sarà edificata la moschea che rischia di essere la più grande del Nord Italia. A questo progetto la Lega Nord si è opposta strenuamente: "Se vinceremo noi la moschea non si farà mai. Se vincerà Pisapia, Milano avrà una grande moschea, come scrive nel suo programma a pagina 27, e diventerà pioniere di decine di moschee". "E' questa la visione che Pisapia ha della città - tuona il leghista Igor Iezzi - Milano con Pisapia non sarà più dei milanesi".

http://www.ilgiornale.it/interni/musulmani_milano_annunciano_marcia_duomo_pisapia/24-05-2011/articolo-id=525166-page=0-comments=1




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25 maggio 2011

Il presidente Usa non convince il popolo pro-Israele

 Stefano Magni
 
Come è possibile che, domenica scorsa, il presidente degli Usa, Barack Obama, parlando di fronte alla platea dell’Aipac (l’associazione pro-Israele americana) abbia raccolto un’accoglienza tiepida e qualche fischio... proprio all’indomani della vittoria sul terrorismo islamico? E’ una questione di cultura politica.

Obama parla a nome di un pezzo di America progressista, laica e di sinistra, che vede nella politica di Israele un brutto ostacolo alla pace nel Medio Oriente. Ma lo dice a un pubblico che difende la sopravvivenza dello Stato ebraico e non suscita grandi entusiasmi. Spesso, troppo spesso, si pensa che l’America sia inscindibile da Israele per la sua “lobby ebraica”.

E’ un errore. E deve averlo commesso anche Barack Obama: votato dal 78% degli ebrei d’America, ha sentito di aver carta bianca sul Medio Oriente, ha creduto di poter ridiscutere questo rapporto sessantennale, chiedendo sacrifici territoriali, unilaterali, al solo Stato ebraico. Al contrario, il rapporto tra Usa e Israele non è affatto inscindibile e gli ebrei d’oltre Oceano lo sanno: fino a Franklin Delano Roosevelt, poi ancora con “Ike” Eisenhower, la superpotenza americana era più incline verso il mondo arabo che non verso la nuova nazione sionista.

La comunità ebraica teme che, un nuovo presidente in cerca di svolte storiche, possa decidere di abbandonare ancora Israele nelle fauci dei suoi nemici. Secondo: la comunità ebraica, appena 5 milioni di individui, non è il vero bastione dell’alleanza israeliano-americana.

Chi, in America, fa pendere l’opinione pubblica dalla parte della piccola democrazia è la maggioranza cristiana evangelica, per motivi soprattutto religiosi: è Israele la terra del ritorno del Messia, dunque quella landa lontana va difesa, con le unghie e coi denti, dalle potenze musulmane che la vorrebbero distrutta.

Più pragmaticamente, con argomenti laici, sono soprattutto i neoconservatori che vedono nella lotta per la sopravvivenza della piccola democrazia occidentale incastonata in un mare di dittature arabe l’unico modo per affermare i valori (e gli interessi) occidentali nel Medio Oriente. Dunque, Barack Obama ha parlato di fronte a una platea filo-Israeliana, considerando di avere alle spalle un appoggio ebraico che potrebbe non avere più, e ignorando il fatto che non è solo e non è tanto l’appoggio della comunità ebraica a determinare il consenso sulla politica americana mediorientale.

Obama dice: per salvare la pace, Israele deve abbandonare territori e tornare ai confini del ‘67. Poi è costretto a rettificare: “ferme restando le nuove realtà demografiche”. Quindi senza costringere quel mezzo milione di ebrei che vivono in Cisgiordania a lasciar le loro case? Forse.

Alla fine ne esce una gran confusione, dalla quale si capisce solo che Israele, Stato aggredito, deve fare sempre nuovi sacrifici. Ed è questo il messaggio che, comprensibilmente, non piace. Obama coglierà il messaggio? Forse no, perché non sono pochi i media che hanno riportato la sua accoglienza all’Aipac in toni trionfalistici, amplificando gli applausi e ignorando i fischi.

Secondo: perché Russia, Onu e Unione Europea sostengono il piano di pace di Obama. Ed è questo allineamento di governi che interessa il presidente democratico. Non tanto quel che pensa l’opinione pubblica americana. Tanto meno quel che subiscono e subiranno i diretti interessati in Israele.

L'Opinione 24 maggio 2011 

 

 

 

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permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 25/5/2011 alle 8:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


24 maggio 2011

I confini di Israele non si toccano

Abu Mazen: "Hamas opposizione democratica"

 

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Prima il discorso al Dipartimento di Stato, poi la burrascosa visita con il premier Netanyahu e l’intervista rilasciata alla BBC, infine l'intervento riparatore all'AIPAC. Il presidente Obama ha riaperto la questione dei confini tra Israele e il futuro stato palestinese, uno dei punti dolenti della storica Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che impone allo stato ebraico di “ritirarsi dai territori” occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni. La stampa israeliana ha preso molto male la proposta: "Un suicidio", secondo Haaretz, che non è certo un quotidiano filo-governativo. Netanyahu aveva già risposto picche. Così ieri, parlando ieri all'AIPAC, la potente organizzazione ebraica negli Usa, Obama ha riaggiustato il tiro spiegando che sì, bisogna tornare ai vecchi confini, tenendo conto però della nuova realtà demografica che nel frattempo si è creata sul terreno. Un chiaro riferimento alle aree degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. La questione dei coloni era stata omessa nel discorso del presidente sul Medio Oriente.

Per capire bene di che stiamo parlando, va ricordato che il conflitto del 1967, la Guerra dei sei giorni, non fu un’invasione aggressiva dello stato ebraico ma un attacco ‘pre-emptivo’, sferrato dall’esercito di Davide per difendersi dalle nazioni arabe pronte a colpire il Paese (Egitto, Siria, Giordania e, per quello che valeva, il Libano). Questi stati, che avevano a più riprese minacciato l'esistenza di Israele negli anni precedenti, uscirono irrimediabilmente sconfitti dalla guerra. Circa dieci anni dopo, Israele iniziò a ritirarsi dai territori occupati. Nel '79 restituì il Sinai all’Egitto. Nel 2005, con una mossa a sorpresa, Sharon abbandonò Gaza nelle mani di Hamas. Da allora a rimanere ancora contese sono la Cisgiordania con Gerusalemme Est, reclamata dai palestinesi, e le Alture del Golan, dalla Siria (Damasco sta usando le sue frontiere come arma di pressione sullo stato ebraico, per distogliere l'attenzione dalla repressione interna).

Nel testo della 242, però, non c’è scritto a chiare lettere che Israele deve ritirarsi da ‘tutti’ i territori occupati nel ‘67. Né si prescrive agli israeliani di trasformare Gerusalemme nella capitale di due stati, quello ebraico e quello palestinese. Parlando al Dipartimento di Stato, Obama saggiamente non ha toccato la questione dello status di Gerusalemme. Ha preferito sollevare genericamente il problema del ritorno ai confini del ’67. La domanda è: quali erano le frontiere anteriori alla Guerra dei sei giorni? Forse la linea di demarcazione risalente all’armistizio fra un giovanissimo stato ebraico e i suoi bellicosi vicini? Il principio “land for peace” della 242, giustamente, non era di ripartire da quella situazione quanto piuttosto che Israele restituisse i territori occupati garantendo attraverso dei negoziati la sicurezza dello stato ebraico. Sull’impianto della Risoluzione 242 si sono basati tutti  gli sforzi successivi della diplomazia israeliana: la pace di Camp David nel ’79, gli accordi di Oslo del ‘93, la Road Map seguita dal presidente Clinton e dal suo successore Bush. Durante il lungo, e irrisolto, processo di pace fra israeliani e palestinesi non è mai stata messa in discussione l’idea che i confini fossero un argomento mobile e flessibile nelle trattative.

In realtà anche la formula utilizzata dal presidente Usa nel discorso al Dipartimento di Stato è in linea con quella delle precedenti amministrazioni americane: mutually agreed land swaps, una serie di negoziati, scambi e compensazioni tra le parti, che escludono mosse unilaterali nella definizione della frontiera ‘definitiva’. Evocare la questione dei confini, però, è stato l'ennesimo favore fatto ad Abu Mazen dal presidente Obama. Interrotto il percorso della Road Map, i palestinesi ormai procedono da soli, a vele spiegate, verso la nascita del loro stato alle Nazioni Unite.

Se il presidente americano ritiene la road map una strada ancora percorribile (beato lui), faccia tre cose. Primo. Garantire a Israele il diritto di vivere protetta da “confini difendibili”. La presenza dell’esercito di Davide verso il Giordano è destinata a protrarsi a lungo nel tempo: se Israele dovesse tornare ai confini pre-’67, invece, avrebbe uno spazio di manovra risicato nella parte centrale del proprio territorio. Qualche decina di chilometri, l'ideale per spaccare in due lo stato ebraico. Seconda cosa. Approfondire seriamente la questione dei coloni che in questi anni sono andati a vivere nella West Bank, moltiplicandosi. Israele ha il dovere di tutelarli. In passato, Obama si è limitato a dire che gli insediamenti vanno ‘congelati’. La settimana scorsa non ne ha parlato. Ieri ha rassicurato l'AIPAC:  "israeliani e i palestinesi negozieranno una frontiera diversa da quella che esisteva il 4 giugno 1967". Qual è la posizione del presidente? Terzo punto. Obama la smetta di dare adito a fraintendimenti con le sue capriole diplomatiche. Come ha fatto notare Charles Krauthammer, il presidente nel discorso sul Medio Oriente ha detto che “il popolo palestinese deve avere il diritto di governarsi (…) in uno stato sovrano e contiguo”. Contiguo vuol dire stare vicini, toccarsi. Obama sogna forse di aprire un ipotetico corridoio fra West Bank e Gaza, ora che Hamas e l’ANP hanno rifatto pace? Ieri Abu Mazen ha definito Hamas una "opposizione democratica".

Il corollario dei tre punti appena esposti è che gli Usa facciano abortire il tentativo di Abu Mazen all'Onu. Obama ha redarguito i palestinesi: non strumentalizzate la questione dello stato di Palestina alle Nazioni Unite. Per prendere forma, la nazione palestinese ha bisogno di passare in Consiglio di sicurezza, e l’ambasciatore americano, Susan Rice, ha già fatto sapere che “non basterà un documento per fare uno stato”. Soprattutto se prima non si farà chiarezza su quali sono i suoi confini.

http://www.loccidentale.it/node/105882




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 24/5/2011 alle 21:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


24 maggio 2011

Primavera araba, estate islamica e inverno cristiano

di Magdi Cristiano Allam

Dopo le ennesime persecuzioni, la sinistra italiana smetta di fantasti­care sulle "rivolte arabe per la libertà e la democrazia". Pisapia   pensi a salvaguardare il di­ritto alla libertà religiosa dei cri­stiani
 

 

Sabato scorso ho partecipato a Milano in piazza Fontana a una manifestazione di solidarietà con i cristiani copti dopo l'ennesima strage in Egitto, lo scorso 7 maggio, costata la vita a 15 persone e il ferimento di circa 250. Un centinaio di manifestanti, diversi dei quali naturalizzati italiani, hanno innalzato delle croci, cartelli con la scritta «Basta con la persecuzione dei cristiani copti» e la foto della chiesa copta Vergine Maria in fiamme nel quartiere popolare di Embaba al Cairo. Nello stesso giorno i salafiti, estremisti islamici che predicano l’annientamento fisico o la sottomissione all’islam dei cristiani, si sono resi responsabili dell'attacco ad altre due chiese e una serie di abitazioni cristiane. Per evidenziare la fonte coranica da cui legittimano il loro operato, uno dei manifestanti ha fatto circolare il testo del versetto 14 del capitolo IX (At-Thawba, Il Pentimento): «Combatteteli finché Allah li castighi per mano vostra, li copra di ignominia, vi dia la vittoria su di loro, guarisca i petti dei credenti».
Uno degli slogan ripetuti dai manifestanti a Milano denunciava il tradimento della «rivolta popolare» e la connivenza del regime militare in Egitto con gli estremisti islamici nelle violenze contro i cristiani.

Se vogliamo avere una prova inconfutabile della crescita del radicalismo e del terrorismo islamico sull'altra sponda del Mediterraneo a seguito delle cosiddette «rivolte popolari per la libertà e la democrazia», secondo una interpretazione diffusa ed esaltata in particolar modo della sinistra, è proprio l’acuirsi della persecuzione dei cristiani.
Ciò non accade per caso. È il frutto di un accordo, i cui connotati emergono con sempre maggior evidenza di giorno in giorno, tra l’Occidente, i regimi militari o polizieschi al potere nei Paesi arabi e gli integralisti islamici che fanno riferimento, sul piano ideologico, al movimento dei Fratelli Musulmani e, sul piano politico, alla Turchia di Erdogan. Per Occidente s’intende principalmente l'amministrazione americana di Obama e l’Unione Europea, specificatamente la Francia di Sarkozy e la Gran Bretagna di Cameron, con l’Italia di Berlusconi coinvolta seppur riluttante e la Germania di Merkel che preferisce il basso profilo. Questo accordo costituisce la seconda fase di una strategia avviata nel 2006 da Bush e Blair culminata nella vittoria di Hamas nei Territori palestinesi e con l’ingresso dei Fratelli Musulmani nel Parlamento in Egitto.

L’obiettivo di questa strategia è la sconfitta del terrorismo islamico perpetrato dai jihadisti di Al Qaeda e dai salafiti dediti alla guerriglia urbana, promuovendo gli integralisti islamici che s’ispirano all’ideologia dei Fratelli Musulmani come garanti della stabilità del fronte interno dei Paesi arabi ed islamici. Segnali evidenti del successo di questa seconda fase sono l'uccisione di Bin Laden che s'accompagna alla piena legalizzazione del Partito di Ennahda in Tunisia e dei Fratelli Musulmani in Egitto. Di fatto oggi questi movimenti islamici sono alleati con i regimi al potere, che si sono limitati a cambiare facciata, garantendo la continuità del loro controllo della politica Estera, della Sicurezza e della Difesa, in cambio della gestione degli affari interni, dall'Istruzione alla Magistratura, dagli Affari sociali alla Cultura.

Altro che rivolte popolari per la libertà e la democrazia! Obama e i nostri leader europei sono semplicemente interessati a non avere più tra i piedi i terroristi che si fanno esplodere e, pur di realizzare questo obiettivo, hanno di fatto legittimato il potere degli islamici integralisti. Anche se, al pari dei terroristi taglia-gola, condividono l'aspirazione a islamizzare il mondo intero ma lo fanno in modo più scaltro e subdolo, attraverso il lavaggio di cervello praticato dalle moschee, scuole coraniche, enti assistenziali e finanziari islamici, tribunali che sentenziano sulla base della sharia. Se i jihadisti e i salafiti perseguono la sottomissione del mondo intero all'islam uccidendo fisicamente tutti i nemici, i Fratelli Musulmani preferiscono ucciderci dentro, concedendoci la sopravvivenza fisica ma spogliandoci della nostra dignità e della nostra libertà. Ecco perché li definisco terroristi taglia-lingua.

Quanto sia vera questa coalizione tra gli integralisti islamici e i regimi al potere in Medio Oriente lo si coglie nella manifestazione inaugurale del nuovo quartier generale dei Fratelli Musulmani al Cairo sabato scorso. Ospiti della «Guida suprema» Mohammad Badie, c'erano rappresentanti del governo della Turchia e del partito del premier turco Erdogan (Giustizia e Sviluppo), di Hamas e delle varie sigle con cui i Fratelli Musulmani sono presenti in una ventina di stati tra cui Algeria, Giordania, Pakistan, Nigeria e Sudan, unitamente a una delegazione dell'Università islamica di Al Azhar il cui vertice è di nomina governativa e all'ex segretario generale della Lega Araba Amr Moussa, che viene indicato come il probabile vincitore delle prossime elezioni presidenziali.

Prendendo atto di questa realtà dico alla sinistra italiana di smetterla di fantasticare sulle «rivolte arabe per la libertà e la democrazia». E tornando a Milano dico al candidato sindaco della sinistra Pisapia di smetterla di promettere nuove moschee e pensi invece a salvaguardare il diritto alla vita e alla libertà religiosa dei cristiani che, al pari dei loro parenti e correligionari in Egitto, vivono nella paura per le aggressioni fisiche e le minacce che subiscono a Milano per il solo fatto di essere cristiani. Se proprio ne vuole sapere di più non esiti a contattarmi. In cambio di una buona tazza di tè verde.

 




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