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3 settembre 2010

Netanyahu è andato dritto al cuore del problema

Marco Paganoni
Il Medio Oriente è prodigo di date storiche presto dimenticate, piani che prendono polvere nei cassetti, pronunciamenti diplomatici che lasciano il tempo che trovano. Tuttavia può darsi che i due discorsi dello scorso giugno – quello del presidente Usa Barack Obama di giovedì 4 all’Università del Cairo e quello del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di domenica 14 all’Università Bar Ilan – non finiscano solo in una nota a pie’ pagina dei libri di storia. E la loro rilevanza non sarà misurata solo sui contenuti, ma anche sulle reazioni che hanno suscitato. Il discorso di Obama, in particolare, per quelle che non ha suscitato. “Settimane dopo la performance oratoria di Obama – ha fatto notare Yoel Marcus (Haaretz, 23.06.09) – gli arabi non hanno ancora battuto ciglio, perché sostanzialmente interpretano il discorso del presidente come rivolto tutto e soltanto a Israele”. Viceversa, Netanyahu ha sudato sette camice, ma “almeno ci ha provato” e ha risposto con un discorso, continua Marcus, “attentamente ponderato e ben formulato, con cui è andato dritto al cuore del problema: dicendosi disposto a riconoscere uno stato palestinese, purché smilitarizzato, in cambio del riconoscimento di Israele come stato nazionale del popolo ebraico, ha essenzialmente riconosciuto il principio due popoli-due stati”.
Prima di farlo, tuttavia, ha colto l’occasione per rintuzzare l’alleato là dove il discorso di Obama era risultato tutt’altro che ben ponderato. La Shoà, ha ricordato Netanyahu, non è la ragione per cui è stato creato lo stato ebraico. È vero il contrario: se Israele fosse già esistito, come da tempo era stato preconizzato e promesso, è la Shoà che sarebbe stata ben diversa. “Ciò che la Shoà ha dimostrato – aveva commentato il Jerusalem Post (8.06.09) – è che il mondo è un posto troppo pericoloso perché gli ebrei possano viverci senza un loro stato indipendente e senza la possibilità di difendere se stessi. Ma questo noi sionisti lo sostenevamo già molto tempo prima che Hitler salisse al potere. La legittimità di Israele è radicata innanzitutto nel legame storico fra popolo ebraico e terra d’Israele. Quando Obama suggerisce che i diritti degli ebrei dipendano essenzialmente dalla Shoà senza ricordare che quei diritti in realtà sono molto più profondi e antichi, di fatto condanna al fallimento le prospettive di pace: infatti, perché mai gli arabi dovrebbero rassegnarsi alla presenza di uno stato ebraico in questa regione se lo stesso presidente americano insinua che Israele è stato istituito per espiare i crimini dell’Europa?”
Detto questo, Netanyahu la sua offerta l’ha fatta. “Come allievo di Zeev Jabotinsky ha innescato una rivoluzione concettuale”, nota Ari Shavit (Ha’aretz, 18.06.09), l’editorialista di sinistra che col suo pezzo “Sette parole per aprire la strada alla pace” (Ha’aretz, 11.06.09) aveva anticipato di alcuni giorni lo slogan di Netanyahu: “una Palestina smilitarizzata accanto allo stato ebraico d’Israele”. “Chiunque accetti queste parole – aveva scritto Shavit – afferma con ciò stesso che desidera porre fine al conflitto israelo-palestinese in modo realistico e responsabile. Chiunque le respinga, rivela d’essere in realtà ostile a Israele, e di non volerne garantire né la sicurezza né la stessa esistenza”. L’errore diplomatico dei predecessori di Netanyahu, argomentava Shavit, fu quello di accettare la prospettiva di uno stato palestinese “dando per scontato che sarebbe stato smilitarizzato e che Israele sarebbe stato ebraico, ma negli affari di stato nulla deve mai essere dato per scontato”. E concludeva: “Se i nostri vicini rifiuteranno la proposta di istituire in questi termini due stati nazionali, allora tutti sapranno qual è il motivo per cui veniamo uccisi e siamo costretti a uccidere”.
E qual è stata, appunto, la reazione dei vicini? Il giornalista arabo israeliano Khaled Abu Toameh l’ha definita “isterica, precipitosa ed avventata”, un vero e proprio boomerang che “mostra i palestinesi nella parte di coloro che respingono la pace” (Jerusalem Post, 16.06.09). “Ancor prima che il discorso fosse terminato – ricorda Abu Toameh – esponenti e portavoce dell’Autorità Palestinese si sono precipitati a dichiarare in ogni sede possibile il loro totale rifiuto delle idee di Netanyahu. Alcuni si sono spinti fino agli insulti personali, dando a Netanyahu del bugiardo, impostore e mascalzone. Altri hanno lasciato intendere che, a causa della sua posizione, i palestinesi potrebbero far ricorso a una nuova intifada”. Insomma una reazione ben sintetizzata da Saeb Erekat quando ha dichiarato: “Neanche fra mille anni riconosceremo uno stato ebraico”. Secco il commento di Yoel Marcus: “Un mulo resta sempre un mulo”.
Continua Abu Toameh: “Respingendo del tutto l’offerta di uno stato smilitarizzato e la richiesta di riconoscere Israele come stato ebraico, la dirigenza palestinese si è arrampicata su un albero dal quale farà molta fatica a scendere. Ma che importanza ha se il futuro stato palestinese non avrà un esercito e un’aviazione militare? Perché mai la Palestina dovrebbe aver bisogno di carri armati e cacciabombardieri? Forse che i palestinesi non hanno già abbastanza forze di sicurezza, milizie armate e arsenali pieni di razzi e munizioni?” Non è nemmeno chiaro perché arabi e palestinesi si siano tanto stupiti di sentir parlare di stato smilitarizzato e di natura ebraica di Israele. Già il presidente Bill Clinton aveva menzionato l’idea di uno stato smilitarizzato, e la definizione di Israele come stato nazionale del popolo ebraico non è certo muova: la risoluzione Onu 181 del 1947 per la spartizione del Mandato Britannico parlava espressamente di un “Arab State” e di un “Jewish State”. Vale la pena ricordare che l’art. 1 della Carta Nazionale dell’Olp recita: “La Palestina è la patria del popolo arabo palestinese, è parte indivisibile della grande patria araba e il popolo palestinese è parte integrante della nazione araba”. Ad Algeri nel novembre 1988 il Consiglio Nazionale Palestinese riconosceva la 181 e proclamava l’indipendenza (virtuale) dello “stato arabo” di Palestina. Se hanno da esservi due stati per due popoli, e lo stato per il popolo arabo palestinese è riconosciuto da tutti, anche dal Likud, logica vuole che ora i palestinesi riconoscano uno stato per il popolo ebraico. Altrimenti di che cosa stiamo parlando?
Ma il rifiuto di riconoscere Israele come stato ebraico si spiegherebbe col rifiuto di “abbandonare in una condizione di ufficiale inferiorità” gli arabi israeliani. Come dire che il riconoscimento della Repubblica Italiana significa abbandonare in condizione di ufficiale inferiorità i tedeschi del Sudtirolo. Quella degli arabi israeliani, osserva Abu Toameh “è una questione che va risolta nel dialogo fra l’establishment israeliano e le sue minoranze interne. In fondo i palestinesi si battono per separarsi da Israele, mentre gli arabi israeliani si battono per la piena integrazione nella società israeliana”.
Concorda Evelyn Gordon (Jerusalem Post, 24.06.09): “Israele è già uno stato ebraico; il riconoscimento palestinese di questa realtà non può in alcun modo intaccare la situazione attuale degli arabi israeliani, né impedirebbe loro di fare uso di tutti gli strumenti democratici. In verità, l’unico effetto che potrebbe avere il riconoscimento palestinese del carattere ebraico di Israele sarebbe di costringerli ad abbandonare l’illusione di poterlo un giorno eliminare mediante una immigrazione di massa di palestinesi”: il cosiddetto diritto al ritorno. Insistendo con questa rivendicazione, osserva Gordon, “sono i palestinesi, e non Israele, che hanno gettato sul tavolo negoziale il tema del carattere ebraico di Israele”.
E non solo i palestinesi. “Gli stati arabi – scrive Guy Bechor (YnetNews, 22.06.09) – non rinunceranno mai alla pretesa di spedire i profughi in Palestina. L’establishment arabo vuole realizzare il diritto al ritorno non già per il bene dei palestinesi, che sono anzi odiati in gran parte dei paesi arabi, quanto per indebolire Israele, distruggerlo dall’interno, soffocarlo sotto un mare di palestinesi ‘ritornati’. Non hanno tenuto vivo il problema dei profughi per sessant’anni per dovervi rinunciare adesso. La nozione di ‘ritorno’ è diventata un articolo di fede in base al quale ci si aspetta che i profughi tornino, non in Israele, quanto piuttosto al 1948”. Questa è la “pace giusta” del lessico arabo: cancellare l’umiliazione, riavvolgere il nastro della storia.
La “precipitosa e drastica reazione al discorso di Netanyahu – scrive R. A. Segre (Giornale, 21.06.09) – ha dimostrato quello che si era sempre saputo, ma mai detto: che lo scopo dello stato palestinese non è la restituzione del territorio occupato da Israele nel 1967, ma la scomparsa dello stato israeliano”. Conclude Shavit (Haaretz, 18.06.09): “Netanyahu ha lanciato una sfida senza precedenti alla nazione palestinese e alla comunità internazionale. Dopo il discorso alla Bar Ilan la questione sul tappeto non è quando e dove gli israeliani si ritireranno; la questione è: cosa faranno palestinesi, arabi, europei e americani per garantire che il grande ritiro israeliano non finisca in tragedia?”

Nell'immagine in alto: Tutte le mappe della pubblicistica nazionalista palestinese relativa al cosiddetto diritto al ritorno (simbolicamente rappresentato dalla chiave) illustrano senza reticenze l’obiettivo di occupare totalmente Israele




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3 settembre 2010

È tempo di affrontare i problemi lasciati finora sotto il tappeto

Di Yoel Marcus
Può darsi che sia solo una coincidenza, ma anche la conferenza di Camp David che generò l’accordo-quadro per la pace fra Israele ed Egitto ebbe inizio nel mese di settembre (del 1978). Il summit si prefiggeva di affrontare le questioni al cuore del conflitto fra israeliani ed egiziani e delineare un accordo-quadro per il trattato di pace fra i due paesi. Il primo ministro israeliano Menachem Begin vi arrivò con una lista scritta di tredici espressioni che non avrebbero dovuto comparire in alcun caso nel testo dell’accordo di pace. Erano tutte relative ai palestinesi e comprendevano locuzioni come “i giusti e legittimi diritti del popolo palestinese”, “tutti gli aspetti del problema”, “l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza” ecc. Dopo tredici giorni di discussioni, Begin finì con l’accettare l’inclusione nel trattato di tutte le parole “proibite”: i mediatori della Casa Bianca, guidati dal presidente Carter, presentarono 23 diverse bozze di accordo-quadro, una delle quali conteneva tutte le espressioni vietate magistralmente camuffate sotto vari giri di parole. Dal canto suo, il presidente egiziano Anwar Sadat lasciò cadere la richiesta di un vero e proprio stato palestinese, e così la questione palestinese spazzata sotto al tappeto.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti del Giordano, e molto sangue è stato versato sia prima che dopo gli Accordi di Oslo (1993-1995) che portarono Yasser Arafat a Gaza in un convoglio di Calillac carico di armi e munizioni. Il miraggio della pace fra i due popoli si è trasformato in una realtà di sangue, odio, lacrime e occasioni mancate. Anche i tentativi del campo “pacifista” israeliano di negoziare, vuoi attraverso mediatori americani vuoi direttamente, sono non sono riusciti a tirarci fuori da questa realtà di odio e spargimenti di sangue.
I palestinesi hanno perso l’occasione storica offerta dallo sgombero della striscia di Gaza ad opera di Sharon e la sua archiviazione del sogno della Grande Israele (l’integrità della Terra d’Israele). Poi hanno perso l’occasione offerta da mesi e mesi di colloqui diretti con Ehud Olmert e Tzipi Livni, sotto gli auspici dell’amministrazione Bush. Soprattutto, hanno perso l’occasione della visita di Barak Obama al Cairo e del suo famoso discorso sulla pace in Medio Oriente, unito al discorso di Benjamin Netanyahu all’Università Bar-Ilan del 14 giugno (2009) nel quale proclamava esplicitamente l’obiettivo “due stati per due popoli”. Quel discorso costituisce un precedente di portata storica: per la prima volta il leader per eccellenza della destra riconosceva l’obiettivo di uno stato palestinese e, di conseguenza, la sua disponibilità a cedere territori e insediamenti per arrivare a confini definitivi.
Ma i palestinesi, incoraggiati dal secondo nome di Barak Hussein Obama e dal suo appoggio alle loro richieste, indurirono la loro posizione. Non sono ancora disposti a riconoscere nemmeno l’esistenza di Israele come stato nazionale del popolo ebraico: vale a dire che non hanno cambiato posizione da quando rifiutarono la risoluzione dell’Onu del 1947 sulla spartizione del Mandato Britannico in uno stato arabo e uno stato – appunto – ebraico. I frustrati inviati di Obama e le sue implicite minacce verso Israele non hanno fatto che inasprire ulteriormente la posizione palestinese.
Ma ora, all’avvicinarsi delle elezioni di medio termine per il Congresso, Obama ha capito l’errore. […]
Il fatto che Netanyahu sia riuscito a far passare la moratoria delle attività edilizie (ebraiche) in Cisgiordania per dieci mesi, e a farla rigorosamente rispettare, indica che egli ha compreso che non avrà una seconda chance. L’invito al summit di Washington per il 2 settembre, esteso anche al presidente egiziano Hosni Mubarak e a re Abdullah di Giordania, è stato organizzato dall’inviato George Mitchell come un nuovo inizio che entro un anno dovrebbe sfociare nel lieto fine grazie a concessioni da entrambe le parti. “In Irlanda abbiamo avuto settecento anni di fallimenti e un solo giorno di successo”, ha detto Mitchell dopo le sue deludenti visite in Medio Oriente, ricordando il giorno della firma dell’ accordo sull’Irlanda del Nord raggiunto grazie anche alla sua mediazione. Ma il giorno del successo, qui, è ancora lontano. […]
Il summit di due giorni di Washington è stato ben preparato, ed è un peccato che i palestinesi, in linea con la loro tradizione, stiano già facendo minacce. Sia Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che Saeb Erekat non perdono occasione per avvertire che il prolungamento del blocco edilizio negli insediamenti è una condizione “sine qua non” Ma perché minacciare quando si può discutere?
Nelle conversazioni a porte chiuse Netanyahu fa capire che saprà sorprenderci, che è pronto a discutere tutte le questioni chiave e a spartire la terra. È ora di affrontare di petto i problemi reali che Sadat e Begin spazzarono sotto al tappeto.

(Da: Ha’aretz, 24.08.10)

 




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2 settembre 2010

Rosa Cardarelli

Mudar Zahran
Nel gennaio scorso alla televisione nazionale giordana Faisal al-Fayez, senatore giordano ed ex primo ministro, ha minacciato Israele con “6 milioni di attentatori suicidi giordani”. Fayez è considerato uno dei funzionari giordani più vicini a re Abdullah II, ed è anche un leader della tribù Bani Sakher che storicamente domina le posizioni più importanti nel regno hascemita. Un altro membro della tribù, il vice primo ministro e ministro dell’interno Nayef al-Qadi, ha preso le difese della politica ufficiale volta a spogliare della cittadinanza i giordani di origine palestinese: una politica che finora ha determinato la snaturalizzazione di oltre 2.700 persone, stando a un recente rapporto di Human Rights Watch. In un’intervista a un giornale panarabo edito a Londra, Qadi ha detto che “la Giordania dovrebbe essere ringraziata per aver preso posizione contro le ambizioni israeliane di svuotare la terra palestinese dalla sua popolazione”, cosa che egli descrive come “l’obiettivo segreto israeliano di imporre una soluzione al problema dei profughi palestinesi a spese della Giordania”. E poi lo stesso re Abdullah, con un gesto di rara insensibilità verso Israele, ha esteso condoglianze ufficiali alla famiglia a ai seguaci di Muhammad Hussein Fadallah, il leader spirituale di Hezbollah recentemente scomparso.
Le ragioni della recente linea di ostilità della Giordania verso Israele sono profondamente radicate nella struttura stessa dello stato. La Giordania è un paese a maggioranza palestinese che tuttavia concede ai palestinesi poca o nessuna possibilità di coinvolgimento in tutti gli enti ed organismi, politici o esecutivi. Questa assenza di rappresentanza politica e legislativa dei giordani di origine palestinese è stata rafforzata da decenni di sistematica esclusione da tutti gli ambiti della vita sociale fino al punto di privarli di diritti civili fondamentali in materie come istruzione, impiego, abitazione, previdenza statale e perfino nelle potenzialità d’impresa; il tutto sviluppato in un apartheid di fatto non diverso da quello che era in vigore in Sud Africa, a parte la ratifica ufficiale.
Questo ben oliato sistema di apartheid ha creato vantaggi sostanziosi per gli abitanti originari di Transgiordania che dominano in tutti i posti importanti del governo e delle forze armate, insieme a uno stretto controllo delle agenzie di sicurezza, in particolare l’influente Jordanian General Intelligence Department; col risultato che le tribù transgiordane acquisiscono sempre maggiore supremazia sui loro connazionali di origine palestinese. Il fatto che i transgiordani si trovino molto bene nella situazione attuale dà motivo ai funzionari giordani di preservare lo status quo e di adoperarsi per estenderlo, tanto più che l’inerme maggioranza palestinese non ha voce in capitolo e può fare ben poco contro queste condizioni.
La determinazione dei transgiordani di mantenere i loro privilegi è rimasta incontrastata fino ad anni recenti quando la comunità internazionale, mentore del processo di pace, ha introdotto nelle sue dinamiche uno degli impegni più critici della Giordania nel trattato di pace con Israele, quello secondo cui la Giordania è tenuta a negoziare le condizioni delle persone sfollate da entrambe le parti.
Quando i giordani di origine palestinese si spostarono in Giordania, nel 1967, erano cittadini giordani che legalmente si trasferivano all’interno del loro stesso paese, giacché diciannove anni prima la Giordania aveva dichiarato la Cisgiordania parte integrante del regno hascemita. Quindi, lo spostamento dei palestinesi in Giordania era paragonabile allo spostamento di un americano da New York al New Jersey (o di un italiano da una regione a un’altra): un fatto difficile da assorbire per il governo giordano, in quanto impone che i cittadini di origine palestinese siano eguali agli altri sul piano dei diritti e quindi che abbiano diritto di rappresentanza politica. Questo concetto avrebbe inferto un colpo all’élite privilegiata dominante, e dunque ha suscitato tra i transgiordani una drammatica impennata del nazionalismo estremista e un ampio sostegno alle politiche di apartheid del governo, che spingono i palestinesi a credere che dovrebbero ritornare in “Palestina” come loro paese d’origine.
Dal 2008 i transgiordani abbracciano l’ostilità verso Israele facendo voto di “liberare la Palestina” come pretesto per escludere ulteriormente i giordani di origine palestinese, invocandone una generale snaturalizzazione allo scopo di esercitare pressione su Israele. Richieste in questo senso hanno trovato larga eco sui mass-media, che sono strettamente controllati dai servizi segreti giordani. I nazionalisti estremisti si sono spinti fino ad allinearsi con i fondamentalisti islamisti pur di propugnare la loro causa, in quanto entrambi hanno interesse a trasformare i giordani di origine palestinese in profughi piuttosto che cittadini. I salotti conservatori nazionalisti anti palestinesi/anti israeliani di Amman chiedono di minacciare Israele con quella che descrivono come la bomba demografica palestinese, cioè spedendo palestinesi in Israele.
Lo stato giordano sembra sottoscrivere quest’idea attraverso il sostegno al processo in atto volto a spogliare i palestinesi in Giordania dei loro diritti di cittadinanza. Benché ciò sia stato fatto finora solo a poche migliaia di persone, la cosa viene vista come una vittoria dei nazionalisti estremisti.
Ma si tratta di una tendenza che pone una grave minaccia alla stabilità regionale e alla sicurezza nazionale di Israele. La Giordania non può mantenere la sua politica di apartheid. La comunità internazionale deve mettere in chiaro alla Giordania che la pace e l’integrazione dei suoi stessi cittadini non sono favori che fa a Israele o a qualunque altro paese.

(Da: Jerusalem Post, 24.07.10)

Nell’immagine in alto: Una mappa turistica della Giordania (tuttora presente su internet) comprendente anche la Cisgiordania.
 




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2 settembre 2010

Ospedali israeliani: dove umanità e spirito di servizio prevalgono su tutto il resto

di Aziz Abu Sarah
Ci sono molte ragioni per essere pessimisti, e a volte disperarsi, per il conflitto israelo-palestinese. Eppure, anche quando tutto sembra senza speranza, la speranza trova il modo di apparire regalandoci una visione di quello che potrebbe essere al posto di quello che è. Recentemente ho intravisto un barlume di questa speranza in un contesto inverosimile: il sistema sanitario israeliano.
In dicembre mi sono sottoposto con il mio medico di famiglia a Gerusalemme est a un check-up di routine e ho ricevuto la notizia che tutti temono: avevo il cancro. Quello che era sembrato un piccolo bozzo nel collo era invece un cancro della tiroide, una notizia sconvolgente per una persona di meno di 30 anni. Rapidamente si decise per un intervento che venne fissato per il 17 maggio.
Chiamai immediatamente un mio caro amico, il dottor Adel Misk, un neurologo palestinese di Gerusalemme est. Misk lavora sia in ospedali israeliani che palestinesi, e cura nello stesso modo palestinesi e israeliani. Fu lui ad indirizzarmi alla sua collega, la dottoressa Shila Nagar, un’endocrinologa ebrea israeliana. Quando Misk mi mandò da Nagar non pensava in termini di palestinesi o israeliani, quanto piuttosto in termini di quale specialista potesse curarmi meglio. Non badava alle sue pratiche religiose o alle sue opinioni politiche, ma solo ai suoi risultati come medico.
Nella sala d’attesa fuori dell’ufficio di Nagar non potei fare a meno di notare quanti palestinesi c’erano. Non li disturbava il fatto che la dottoressa fosse ebrea, così come ai pazienti ebrei di Misk non dà alcun fastidio che egli sia un palestinese. Tutti gli stereotipi e le barriere del fervore nazionalista erano soppiantati da essenziali istinti di sopravvivenza.
Condivisi questi i miei pensieri sulla cooperazione medica israelo-palestinese con Nagar, la quale mi raccontò la storia di un suo amico ebreo che aveva problemi di prostata. Una notte, in preda a un blocco doloroso, si recò al pronto soccorso. Il medico di guardia era una donna araba e la cosa non gli fece piacere: doppia guaio, pensava, un medico arabo e donna. Dapprima si rifiutò di lasciarsi curare da lei; poi però, col dolore aumentava, cambiò idea e la richiamò. Ora, a diversi anni di distanza, quella donna araba è il suo medico di fiducia oltre che una cara amica. Questa esperienza personale fu l’esempio portato da Nagar di come l’umanità, e la necessità fisica, possono superare il nazionalismo.
Facciamo un salto in avanti e arriviamo al giorno della mia operazione. Per una specie di scherzo del destino, eccomi lì: un giornalista palestinese, avvolto in una camice d’ospedale coperto di stelle di David. Ero stressato e impaurito. Eppure nessuna di queste emozioni aveva a che fare con la nazionalità dei miei medici o i ricami sul camice. Avevo paura dell’operazione, e della possibilità di non risvegliarmi. Ad ogni modo, quando venni portato in sala operatoria, ricevetti un’altra dose di speranza. Avevo due chirurghi, uno arabo palestinese, l’altro ebreo israeliano. L’anestesista era un russo estremamente esperto e competente che scherzò con me finché non mi addormentai. La mia vita era nelle mani della équipe ideale.
Nel frattempo, la mia famiglia aspettava fuori. Mia moglie e mia madre erano entrambe in lacrime, e in seguito mi dissero d’essere state confortate da una donna ebrea che era in attesa del risultato dell’operazione di un suo parente.
Nel mezzo dell’odio, della rabbia e dei lutti del conflitto, si possono tuttavia vedere squarci di bontà. Purtroppo sono luci che spesso passano inosservate. Eppure esse offrono un esempio pratico del sogno che tutti noi condividiamo di un futuro in cui si possa vivere una vita piena e sicura senza la paura d’essere colpiti.
Il mio intervento andò benissimo, e sono rapidamente guarito. Inoltre, attraverso quest’esperienza dolorosa, ho potuto intravedere un barlume di speranza in quello che sembra un contesto senza speranza. Ho molte critiche da muovere alla politica d’Israele, ma il funzionamento del sistema sanitario israeliano e la sua capacità di separare nettamente la politica dalla medicina si sono guadagnati tutta la mia ammirazione.
Questo non vuol dire che il sistema sia perfetto. Come in ogni cosa che Israele e la Palestina si trovino a condividere, c’è sempre il rischio di essere depistati da intoppi assicurativi o burocratici. Ma al momento del dunque, medici israeliani e palestinesi condividono un impegno verso la vita umana che ignora le differenze etniche, religiose e nazionali. E quando viene il momento di scegliere un medico, basiamo la nostra scelta solo sul principio di quale di essi sarà più probabile che promuova la vita umana. Se solo votassimo in base allo stesso principio…
Sfortunatamente ho dovuto sperimentare di persona il sistema sanitario per poter apprezzare questo esempio di ciò che israeliani e palestinesi possono realizzare insieme. Nonostante i dolori e la sofferenza, sono grato di aver scoperto un tale tesoro nascosto dove l’umanità dà il meglio di sé.

(Da: Jerusalem Post, 23.08.10)

Nell’immagine in alto: Aziz Abu Sarah, autore di questo articolo




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2 settembre 2010

Muro conteso, il Kotel

 

Cobra Pliskin   
 
Il Kotel, il Muro del Pianto, è nell'immaginario comune il simbolo per eccellenza dell'ebraismo.
È il luogo sacro dove gli ebrei pregano lasciando nelle fenditure tra le pietre dei bigliettini con le loro richieste, suppliche e preghiere, anche Giovanni Paolo II pregò lì, durante il suo viaggio in Israele, lasciandoci il canonico biglietto.Eppure anche il Kotel è contestato dai musulmani secondo i quali a quel muro Maometto legò il cavallo per ascendere al cielo, ritenendolo quindi un luogo sacro per l'Islam. A dire il vero questa storia nacque nel diciassettesimo secolo, prima di quella data non c'è traccia della presunta sacralità musulmana del muro, facile comprendere come lo scopo fosse quello d'impedire agli ebrei di avvicinarsi al "loro" muro.
All'inizio del secolo scorso gli ebrei erano costretti addirittura a pagare 300 pounds all'anno per poter pregare presso il muro, "l'obolo" andava ai proprietari delle case confinanti che, naturalmente, erano musulmani.
In quegli anni il muro non era come lo conosciamo oggi, la maggior parte era nascosta dalle case che vi erano state costruite a ridosso, solo la parte sud era visibile, la porzione aperta alla preghiera degli ebrei era di un centinaio di metri di lunghezza per dieci metri di larghezza, una sorta di vicolo umido, stretto e corto in mezzo alle case dei musulmani.
A causa della presunta sacralità del muro per i musulmani ci furono molti incidenti anche gravi che videro le due comunità scontrarsi.
Nel 1919 ci fu la prima rivolta che le autorità britanniche provarono a sedare schierandosi alternativamente con l'una o l'altra comunità senza mai riuscire a mettere un punto fermo alla contestazione.
Gli ebrei avrebbero voluto suonare lo shofar ma i musulmani ritenevano l'azione gravemente lesiva della sacralità del luogo, non veniva nemmeno permessa la dislocazione di panche e/o sedie per coloro che vi si recavano a pregare, per i musulmani sarebbe stata un'usurpazione dei diritti che, come detto, secondo loro risalivano ai tempi di Maometto.
La pretesa dei musulmani era, ed ancora è, che il muro faccia parte integrante della grande moschea, ma, ripeto, questa storia è iniziata solo nel diciassettesimo secolo e non ha alcuna base storica e/o religiosa.
A ulteriore prova che il Muro non avesse alcuna importanza per i musulmani c'era la loro abitudine a far passare le mandrie di bovini davanti ad esso, tale passaggiò s'intensificò proprio dove gli ebrei si raccoglievano in preghiera con il solo scopo di disturbarli.
Nel 1928 venne messa una separazione, consistente in un telo bianco, per dividere gli uomini dalle donne che pregavano presso il muro.
Inutile dire che ai musulmani la cosa non piacque e ci furono scontri con molti morti da una parte e dall'altra.
La Società delle Nazioni nominò una commissione d'inchiesta alla quale le parti in conflitto presentarono il caso dai rispettivi punti di vista.
Il portavoce degli ebrei chiese che fosse permesso di pregare presso l'ultimo luogo sacro che era rimasto agli ebrei visto che tutti gli altri erano andati irrimediabilmente perduti.
Il portavoce musulmano dal canto suo affermò che il muro apparteneva ai musulmani come proprietà e luogo di culto e che non avrebbero accettato alcuna decisione che andasse contro questo loro diritto.
La commissione, nel 1931, con decisione salomonica, riconobbe la proprietà del luogo ai musulmani stabilendo però che gli ebrei avrebbero potuto pregare nel luogo seguendo però delle precise regole.
"Essi [gli ebrei] non possono utilizzare una divisione, o alzare le loro voci nel canto. Il suono di uno shofar è anche vietato. L'Arca, dove sono conservati i rotoli della Torah, dovrà essere portatile e rimossa dopo ogni servizio. Non è più ammissibile di portare l'Arca fuori nei giorni feriali. Le sue dimensioni sono state definite dalla legge. Un funzionario di governo è incaricato periodicamente di verificare che le misure non siano superiore ai prescritti 50x30x102cm.
Sono ammessi anche un lavandino con un contenitore per l'acqua, rimovibili, anch'essi sottoposti a controlli periodici.
Sono proibite panche e sedie
.
Ai musulmani è concesso il passaggio in qualsiasi momento mentre viene proibito il passaggio delle mandrie tra le 8:00 e le 15:00 dello Shabbat e delle altre festività ebraiche."
Al fine di mantenere l'ordine e l'osservanza di queste regole venne realizzato un posto di polizia presso il Muro.
L'inutilità di questa precauzione è dimostrato nel diario tenuto da Victor Orenstein Isaac (ucciso nel 1948 da un cecchino arabo), un rabbino di Gerusalemme responsabile del osservanze religiose al Kotel.
Ecco degli esempi:
9 Febbraio 1932: gli arabi ieri hanno usato dei tamburi e dei bollitori con il solo scopo di disturbare la preghiera.
I poliziotti inglesi e arabi presenti si sono guardati bene dall'intervenire.
Un paio di ragazzi arabi hanno attraversato l'area fumando delle sigarette, quando un giovane ebreo si avvicinò dicendo loro che non era un atteggiamento corretto venne richiamato da un poliziotto inglese che ammonì il giovane di non disturbare i passanti.

13 aprile 1933: Alle 06:30, gli ebrei che sono arrivati al Muro della preghiera hanno trovato un mucchio di escrementi umani in un angolo.
14 aprile 1933: Il rabbino Sonnenfield, molto anziano, è venuto nel mattino a pregare. Uno dei presenti ha spinto verso di lui un basso sgabello per consentirgli di riposare. Immediatamente, la polizia si precipitò tirandogli via lo sgabello.
2 Aprile 1934: il sergente Wright mi ha informato che lo sceicco di Abu Madyan (la moschea adiacente) ha sporto denuncia alla polizia contro di me e il custode il signor Mejuchass per aver pulito la zona con scope e acqua, alla vigilia della Pasqua ebraica in violazione della legge che vieta agli ebrei di pulire la zona del Muro.
22 Febbraio 1936: L'ottuagenario rabbino Moshe Grossman si è lamentato di essere stato fatto segno del lancio di escrementi umani mentre si recava al Muro.
Più tardi, ci sono lanci di pietre su di noi durante le preghiere da un tetto nelle vicinanze.
La polizia ha chiesto se Grossman ritenesse che gli escrementi fossero stati gettati deliberatamente.

5 novembre 1935: delle pecore sono state fatte passare ripetutamente nei pressi del Muro durante la preghiera del mattino, ma dal momento che non era sabato la polizia non è intervenuta.
30 Dicembre 1935: A mezzogiorno, ho trovato escrementi spalmati su parti del muro.
L'ufficiale di servizio ha chiesto se avevo intenzione di presentare una denuncia.
Ho detto che non sapeva contro chi, ma ho chiesto alla polizia di essere più attenti.

23 Gennaio 1936: lo sceicco di Abu Madyan ha sporto denuncia per due chiodi che il custode aveva infisso nella parete accanto al lavandino al fine di potervi appoggiare degli asciugamani.
Il caporale britannico mi ha interrogato su questo.
Gli ho risposto che non avevamo bisogno dei chiodi e lo sceicco li poteva avere se proprio li desiderava.

4 giugno 1937: ho trovato tanti pezzi di carta, di quelli che gli ebrei spingono dentro le fessure nel muro, ridotti in cenere sul terreno.
L'agente di polizia in servizio ha affermato che non aveva visto o sentito nulla durante tutta la notte.
1 settembre 1938: Ancora una volta, questa sera non c'era la guardia in servizio regolare dal Muro. I poliziotti inglesi mi hanno detto il motivo: il pericolo di assalti [dai rivoltosi] durante la notte.

2 settembre 1938: Alla fine è accaduto quello che temevamo.
Mentre la guardia era assente durante la notte, il posto di polizia è stato bruciato con tutto il suo contenuto.
Gli aggressori hanno prima sparato circa 45 colpi contro la costruzione.
Vedendo che non vi è stata alcuna risposta, sono venuti giù [dal Monte del Tempio], bruciato la costruzione di legno, e sono fuggiti portandosi via il telefono.
l [vicini arabi] dicono di non aver sentito e visto nulla.
È stato acquistato un nuovo telefono e fissato al muro causando lamentele da parte dei devoti.

16 Ottobre 1938: Mentre mi recavo al Muro sono stato fermato da una pattuglia della polizia che m'impedì di continuare affermando che avevano ordine di non far avvicinare nessuno al Muro.
29 ottobre 1938: Arrivo al Muro questa mattina dopo due settimane durante le quali ci era stato impedito e ho scoperto con profonda tristezza che il Muro è stato brutalmente profanato.
Scaglie di pietra sono state divelte, era stato acceso un fuoco che aveva annerito di fuliggine parte del muro.
La comunità è molto dispiaciuta.
Accompagnato da un sergente britannico e da un poliziotto ho visitato le camere dove sono conservati gli oggetti sacri e ho scoperto che sono state tutti bruciati e distrutti: i rotoli della Torah, il lavandino, le librerie, più di duecento libri di preghiere e salmi.

5 Novembre, 1938: un vicino arabo, residente in una delle case di fronte al Muro, mi informò che la dissacrazione era stata portata a termine da una banda di circa duecento uomini armati. Non c'era modo di fermarli. Nonostante la situazione questo sabato circa trecento persone hanno visitato e pregato presso il Muro.
Anche questa è storia, spesso volutamente dimenticata, perchè gli ebrei devono essere i cattivi, i prepotenti, i violenti, coloro che usurpano i diritti degli altri, che poi questi diritti non siano mai esistiti ma che anzi siano stati inventati ad hoc, come la storia di Gerusalemme, si preferisce dimenticarlo.




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2 settembre 2010

Fine di Iraqi Freedom. Chi ha vinto? Negli Usa il dibattito è aperto

Con la visita del vicepresidente Usa Joe Biden in Iraq e il discorso televisivo di ieri sera del presidente Barack Obama, la guerra irachena è finita anche sul piano formale. Inizia da oggi la fase del dopoguerra. Le truppe combattenti americane hanno completato il ritiro. Restano 50mila uomini per assistere le forze armate irachene. Anche questi ultimi contingenti saranno gradualmente ridotti fino ad andarsene del tutto entro la fine del 2011. La missione, insomma “si trasforma” per usare le parole di Biden. La guerra, appena finita, è una vittoria o una sconfitta? Uno scettico editorialista del Washington Post, Eugene Robinson, esordisce con: “Una sola cosa è certa sugli esiti del conflitto: non abbiamo vinto”. Poi ammette, però, che gli Usa non hanno nemmeno perso, perché: “Saddam è morto, c’è un governo eletto democraticamente, in qualche modo, a Baghdad, sotto la tutela americana, le forze di sicurezza irachene hanno sufficiente capacità di mantenere un certo ordine in tutto il paese”. La critica principale agli esiti del conflitto è: indebolendo l’Iraq, abbiamo indirettamente rafforzato l’Iran. Che pone un problema ancora peggiore per la stabilità del Medio Oriente e la sicurezza americana. Questa tesi, diffusa sin da prima del conflitto, è contrastata da John Bolton, ex ambasciatore Usa all’Onu, ieri ospite del blog liberal The Daily Beast. Secondo Bolton, nel 2002 e nel 2003 l’escalation di ostilità di Saddam Hussein poneva un problema alla sicurezza degli Usa e del Medio Oriente molto più urgente e immediato rispetto all’Iran. Semmai, dice Bolton: “Sarà per conseguenza della politica di Obama, del ritiro di tutte le truppe dall’Iraq, che l’Iran si rafforzerà nell’immediato futuro, sia dentro l’Iraq, attraverso le milizie sciite, sia nel Medio Oriente nel suo complesso”. Andarsene ora è un errore? Lo afferma anche un altro protagonista della guerra del 2003, Paul Wolfowitz, ex sottosegretario alla Difesa nella prima amministrazione Bush. “La mia speranza è che il presidente comprenda che il successo in Iraq non sarà determinato da quel che noi ritiriamo, ma da quello che noi lasciamo nel Paese”. E suggerisce una politica sulla falsariga della Corea: dopo la guerra, finita con l’armistizio di Panmunyon nel 1953, gli americani lasciarono permanentemente nel Sud 28.500 uomini. E sono tuttora lì, pronti a intervenire in caso di nuove aggressioni.

L'Opinione 1 settembre 2010

 




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2 settembre 2010

“Solo la jihad può liberare il paese dalla sozzura ebraica

 
 
Quelli che seguono sono alcuni brani tratti dal sermone del venerdì mandato in onda il 16 luglio scorso dalla tv di Hamas “Al-Aqsa”.
È degno di nota il fatto che l’emittente di Hamas continua a trasmettere sul satellite Atlantic Bird 4A di Eutelsat. Il mese scorso, la tv Al-Aqsa era stata bandita dalla CSA (Conseil supérieur de l’audiovisuel), l’authority francese incaricata di garantire la libertà e la qualità della comunicazione audiovisiva, la quale aveva ha dato disposizione a Eutelsat di rimuovere il segnale della tv di Hamas dal satellite. Dopodiché la tv Al-Aqsa si è spostata su un’altra frequenza, anch’essa su Atlantic Bird 4A, e continua a usare la vecchia frequenza, da cui è stata rimossa, per trasmettere il canale Seraj Al-Aqsa, che manda in onda la stessa programmazione della tv bandita.

Predicatore: «Cari beneamati, la moschea di Al-Aqsa [a Gerusalemme] è sottoposta a una feroce campagna di giudaizzazione e di contaminazione per mano delle più sporche creature che siano state plasmate da Allah: gli ebrei. […] Oggi vediamo i fratelli delle scimmie e dei maiali che distruggono le case con gli abitanti ancora all’interno, che sradicano gli alberi dalla loro terra, che uccidono donne, bambini e anziani. […]
Un tributo di sangue sarà pagato per la moschea di Al-Aqsa. Il nostro popolo non abbandonerà mai la moschea di Al-Aqsa e la Palestina. Noi la redimeremo con le nostre anime, col nostro sangue, coi nostri figli, con ciò che abbiamo di più caro, senza badare ai sacrifici che dovremo sostenere, fino a quando sarà liberata, con la grazia di Allah, e fino a quando questa terra sacra sarà purificata dalla sozzura degli ebrei. […]
Fratelli nella fede, la moschea di Al-Aqsa permane sotto una tirannica occupazione. Gli ebrei continuano a insozzarla con la loro lordura. L’unico modo per liberarla è attraverso la jihad [guerra santa] in nome di Allah. […]
Oggi la jihad è un dovere individuale, che spetta a ciascun musulmano, uomo e donna. Secondo il principio giuridico islamico, quando un nemico invade una terra musulmana, la jihad diventa il dovere individuale di ogni uomo musulmano e di ogni donna musulmana. Il figlio deve dedicarsi alla jihad anche senza il permesso del padre, la moglie deve dedicarsi alla jihad anche senza il permesso del marito, il servo deve dedicarsi alla jihad anche senza il permesso del suo padrone.»

(Da: MEMRI, 27.7.10)

Per vedere il video dei brani del sermone (con sottotitoli in inglese):
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/2555.htm

 




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2 settembre 2010

Sinistre amnesie

 

L'opposizione s'indigna per Gheddafi. Ma dimentica le visite "scomode" di Prodi. A Palazzo Chigi anche il sudanese Omar El-Bashir: criminale di guerra.

(...) Alla sinistra italiana, Pd in testa, Muammar Gheddafi non piace. Eccessivo, provocatore, misogino e troppo amico di Silvio Berlusconi, che è probabilmente il suo più grande difetto. Ieri sul tema è intervenuto addirittura il segretario del Pd Pier Luigi Bersani: «Più che teatrino libico è il teatro della politica estera berlusconiana. Noi arriviamo a questo punto perché è una impostazione: le relazioni speciali. Questo meccanismo ci ha portato a stare fuori da tutte le cose rilevanti. Ora siamo alla favola che questo ci porta benefici, affari. Non è vero». Ma l’idiosincrasia nei confronti del leader libico ha anche nobili motivazioni. Dopo le parole sull’islamizzazione dell’Europa, ad esempio, in molti all’opposizione hanno riscoperto le proprie radici cristiane e si sono profondamente irritati. Anche se il vero peccato originale del rais è la sistematica violazione dei diritti umani.


E su questo punto, la sinistra tutta, non è proprio disposta a fare passi indietro. Oggi. In passato, infatti, più di una volta la difesa della dignità umana è stata messa da parte. Basterebbe ricordare, ad esempio, il diverso trattamente riservato al rais negli anni del secondo governo Prodi. Certo il Professore non gli fece mai piantare la sua tenda a Villa Pamphili, ma gli incontri bilaterali non mancarono. Al punto che nell'ottobre del 2008 il rais decise di insignire dell'ordine del Grande El-Fatah, il più alto riconoscimento libico, sia Prodi che l'allora ministro degli Esteri Massimo D'Alema. Il motivo? Gli sforzi compiuti per consolidare i sentimenti di amicizia e cooperazione tra i due Paesi. Non a caso il preambolo del trattato di "amicizia" Italia-Libia venne scritto proprio durante l'esperienza governativa del centrosinistra. E non a caso il Pd, quando si trattò di approvarlo, votò a favore (contro Udc, Idv, i Radicali e tre deputati democratici Furio Colombo, Andrea Sarubbi e Pierluigi Mantini). Ma Gheddafi è solo una delle molte «sinistre dimenticanze».


Andando a spulciare la mole di comunicati diramati durante il biennio 2006-2008 da Palazzo Chigi si scopre, ad esempio, che il 4 dicembre 2006 il salottino del Professore ospitò il presidente dell'Eritrea Isaias Afwerki. Per non lasciare spazio ad accuse di strumentalizzazione politica si potrebbe dire che in quello stesso anno Freedom House (l'organismo che piace tanto a sinistra perché puntualmente certifica la poca libertà di stampa del nostro Paese) definiva l'Eritrea come uno Stato non libero. Sottolineando proprio come il governo Afwerki proseguiva una politica repressiva, vietando il pluralismo. E il rapporto 2010 di Amnesty International non è più tenero: «Le autorità hanno interrogato, torturato e altrimenti maltrattato persone critiche verso il governo nel tentativo di impedire il dissenso». Ricordate proteste per quel faccia a faccia? Per la cronaca, va ricordato che nel 2006 l'Eritrea era 189ª nella classifica della libertà di stampa, appena sopra la Libia. In quel periodo il governo intrattiene ottimi rapporti anche con la Cina e con il suo presidente Hu Jintao. La valutazione di Freedom House è la stessa dell'Eritrea: paese non libero in cui viene controllato e represso il dissenso. Senza dimenticare che, come scrive Amnesty International oggi, «la Cina ha continuato a ricorrere a un uso estensivo della pena capitale, anche per reati non violenti». Libertà di stampa? Nel 2006 era 177ª. Ma il vero colpo di magia accade il 13 settembre 2007. A Roma, ospite di Prodi, arriva il presidente della Repubblica del Sudan Omar Hassan El-Bashir. Uno che, per capirsi, è accusato dalla Corte penale internazionale di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra nel Darfur. Certo, l'accusa gli è stata formalizzata nel luglio 2008, ma bastava farsi un giro su Freedom House: «Mentre la guerra civile durata 22 anni si conclude nel Sud con un atto di pace firmato nel 2005, la pulizia etnica, i massacri e gli stupri continuano nell'ovest del Paese, nella regione del Darfur».


La valutazione che l'organismo dà viene espressa da una scala da 1 a 7. Uno rappresenta il più alto livello di libertà. Il Sudan ha 7 sia per i diritti politici che per le libertà civili. Nella classifica della libertà di stampa si piazza al 182° posto. Il 30 agosto era toccato al presidente del Ruanda Paul Kagame che, cosa meritoria, si trovava in Italia per ritirare il premio «Abolizionista dell'anno» per la sua battaglia contro la pena di morte. Nonostante questo il Ruanda veniva classificato come Paese non libero e si piazzava 182° per libertà di stampa. Così come il Togo il cui presidente Faure Essozima Gnassingbe venne ricevuto a Palazzo Chigi il 5 settembre 2006: non libero ma un po' meglio per quanto riguarda l'informazione (171°). Ci sono poi le «perle» più conosciute. Che dire infatti della passeggiata di Massimo D'Alema con un deputato di Hezbollah (organizzazione terroristica secondo l'Europarlamento) per le vie di Beirut? Davanti alle polemiche Prodi commentò serafico: «Le foto? Non capisco dov'è lo scandalo, non si è mica iscritto a Hezbollah». Certo, ma se a questo si aggiungono le frasi di Baffino sulla necessità di cercare «un contatto con Hamas (altra organizzazione terroristica secondo la Ue ndr)» qualche piccola preoccupazione sorge. Soprattutto per la percezione che altri Paesi possono avere della nostra politica estera. Ma il centrosinistra si sa, ha covato sempre nel proprio Dna il germe della mediazione. Durante il secondo governo Prodi, ad esempio, esponenti del governo iraniano erano di casa a Palazzo Chigi.


Il Professore incontrò personalmente il presidente Ahmadinejad a New York e da lui ricevette anche una lettera che gli fece affermare orgoglioso che Teheran era pronta ad aprire un canale di collaborazione. Inutile dire che per Freedom House l'Iran era, nel 2006, un Paese non libero guidato da un presidente conservatore. E illiberale da sempre, almeno secondo gli organismi internazionali, è un altro stato molto caro alla sinistra: l'isola di Cuba. Eppure questo non impedì al dittatore di essere ricevuto con tutti gli onori a Palazzo Chigi. Era il novembre del 1996 e Prodi ricopriva per la prima volta la carica di presidente del Consiglio. Con lui, a ricevere Fidel, c'era anche il vicepremier di allora: un certo Walter Veltroni. Ma il feeling non si interruppe. Tant'è che tre anni dopo, il 28 giugno del 1999, Massimo D'Alema, il primo ex comunista della storia a governare il Paese, incontrò Castro in Brasile, a margine del vertice tra Ue e America Latina. Per essere veramente precisi bisognerebbe anche ricordare che il centrosinistra di governo, che oggi tanto si indigna per i viaggi di Silvio Berlusconi dall'«amico» Putin, mantenne ottimi rapporti con il governo di Mosca. Al punto che il 22 aprile 2006, a poche settimane dalle elezioni, il Professore dichiarò: «I problemi energetici non sono problemi facili, ma è meglio affrontarli con la conoscenza che abbiamo di questi problemi e con i rapporti che io e Putin abbiamo da molti anni». Insomma, quando si parla di affari economici, la battaglia per la libertà e i diritti può anche aspettare.

Nicola Imberti Il Tempo

 




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2 settembre 2010

Israele, scoperto un frammento del famoso codice di Hammurabi

 

ultimo aggiornamento: 30 agosto, ore 15:25
Per la prima volta è stato ritrovato in Israele un documento, risalente a 3.700 anni fa, che contiene un codice legale parallelo ad alcune parti del famoso Codice di Hammurabi. Il testo è scritto su frammenti di una tavoletta in caratteri cuneiformi che risale all'età del bronzo (secoli XVIII-XVII a.C.), rinvenuti negli scavi effettuati nel corso di questa estate dall'Università di Gerusalemme a Tel Hazor, nel nord di Israele. Gli scavi nel sito della città cananea di Hazor sono diretti da Amnon Ben-Tor e Sharon Zuckerman dell'Istituto di Archeologia dell'Universita' Ebraica di Gerusalemme.I reperti ora riportati alla luce - un frammento di argilla, diviso in due pezzi, in scrittura cuneiforme accadica su quattro linee - si riferiscono a problemi di diritto circa danni fisici alla persona riguardanti schiavi e padroni, e ricordano leggi simili del famoso Codice di Hammurabi (sesto re della prima dinastia babilonese) risalente al XVIII secolo a.C., che venne scoperto oltre cento anni fa in quello che è oggi l'Iran. Le leggi di Hazor riflettono anche, in una certa misura, le leggi bibliche del tipo ''dente per dente'', dicono i ricercatori dell'Universita' Ebraica. ''E' la prima volta che un frammento del Codice di Hammurabi viene rinvenuto in Terra d'Israele, e al di fuori della Mesopotamia'', ha dichiarato il responsabile degli scavi, l'archeologo Ben-Tor. Il testo rinvenuto, spiega un comunicato diffuso dall'Universita' Ebraica, e' stato datato intorno al 1700 a.C., ovvero circa dieci secoli prima della redazione del testo biblico.

 

 

I frammenti del codice legale di Hazor sono in corso di preparazione per la pubblicazione ad opera di un'e'quipe guidata da Wayne Horowitz dell'Istituto di archeologia dell'Universita' di Gerusalemme. Le parole che sono state decifrate finora comprendono ''padrone'', ''schiavo'' e una parola che si riferisce a parti del corpo, apparentemente la parola ''dente''. Secondo Horowitz, lo stile del testo è simile a quello del Codice di Hammurabi. ''A questo stadio - spiega Horowitz - e' difficile determinare se il documento sia stato effettivamente scritto a Hazor, dove c'era una scuola per scribi, o portato da qualche altro luogo''. Horowitz aggiunge che quest'ultima scoperta apre una strada interessante per una possibile ulteriore ricerca di un collegamento tra la legge biblica e il Codice di Hammurabi.I due frammenti costituiscono il 18esimo e 19esimo reperto cuneiforme dagli scavi di Hazor, che oggi forma il più esteso corpus di documenti con testi cuneiformi trovato in Israele. Altri documenti trovati in precedenza trattavano di soggetti come la spedizione di persone o merci, una disputa legale a proposito di una donna del luogo, e un testo di tavole di moltiplicazione. ''Queste tavolette indicano l'importanza che rivestiva Hazor come uno dei principali centri di amministrazione e istruzione nella media e tarda eta' del bronzo'' dice il Ben-Tor.Gli scavi di Hazor, sponsorizzati dall'Universita' di Gerusalemme e dall'Israel Exploration Society, vengono condotti nel parco nazionale di Tel Hazor. L'equipe archeologica si appresta ora ad avviare i lavori per portare alla luce un edificio monumentale che risale all'eta' del bronzo, in cui ci si aspetta di trovare altre tavolette.Fonte:http://rdyork.blogspot.com/ (Rito di York) 
 




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1 settembre 2010

Ritiro degli Usa dall'Afghanistan: anche i marines contestano Obama

Sempre più difficili i rapporti tra il presidente Barack Obama e i comandanti militari statunitensi. Dopo le dichiarazioni del comandante delle truppe alleate in Afghanistan, il generale David Petraeus, che contestava la decisione della Casa Bianca di indicare la data dell’inizio del ritiro da Kabul nel luglio 2011, martedì è sceso in campo anche il comandante del Corpo dei Marines, generale James Conway.

”Penso che ci vorranno alcuni anni prima che le condizioni sul terreno rendano possibile un passaggio di consegne e che la scadenza del luglio 2011 sia di incoraggiamento ai nostri nemici”, ha dichiarato il generale, indicando in particolare la situazione nelle province di Helmand e Kandahar, critica per quanto riguarda la capacità delle forze afgane di garantire la sicurezza

Noto per i suoi commenti franchi e spesso  distanti dalle posizioni dei vertici politici e del Pentagono, Conway aveva proposto due anni or sono che le operazioni militari in Afghanistan fossero affidate ai marines, corpo addestrato alla contro-insurrezione, lasciando all’Us Army (l’esercito) la gestione del fronte iracheno.

La proposta venne respinta dal Pentagono ma i marines hanno comunque ottenuto un ruolo di rilievo nelle province più calde e soprattutto a Helmand dove hanno rilevato i britannici alla guida delle operazioni contro i talebani.

Secondo Conway la guerra ”può essere perduta rapidamente o vinta lentamente” e i reparti dei marines saranno sicuramente tra gli ultimi a lasciare l’Afghanistan. Le critiche di Conway all’Amministrazione Obama confermano le crescenti tensioni tra il Presidente e gli ambienti militari ma non dovrebbero avere ripercussioni sulla carriera dell’ufficiale che a ottobre andrà in pensione.

Non è solo la condotta della guerra afghana a non piacere a Conway che nella conferenza stampa al Pentagono (probabilmente l’ultima) ha preso di mira anche il provvedimento  che aprirà l’accesso alle forze armate anche a gay dichiarati voluto da Obama e sostenuto dal segretario alla Difesa, Robert Gates, e dal capo di stato maggiore interforze, ammiraglio Mike Mullen.

“Noi marines reclutiamo un certo tipo di giovani, molto macho, pronti a combattere e morire per la patria. La grande maggioranza dei marines non desidera vedere cambiare le norme attuali sul bando ai gay dichiarati” ha detto il generale con un linguaggio diretto e politicamente scorretto. 

Gianandrea Gaiani Panorama

 

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1 settembre 2010

I calcoli sbagliati di Ahmadinejad

Jerusalem Post
Mahmoud Ahmadinejad si atteggia spesso a gran conoscitore della realtà israeliana. Israele, ha ripetuto per l’ennesima volta le settima scorsa, è “troppo debole” per colpire militarmente l’Iran, e “non ha abbastanza coraggio” per impedire con determinazione i progressi di Teheran verso l’atomica.
Il presidente iraniano si sbaglia. Né debole né privo di coraggio, Israele è invece misurato, umano e pragmatico. Ma è anche, soprattutto, molto risoluto quando viene messa in questione la sua sopravvivenza.
Nel 1981 Israele, pur con riluttanza, colpì e distrusse il reattore iracheno di Osirak perché aveva capito che Saddam Hussein, se gli si permetteva di procurarsene i mezzi, avrebbe potuto alzarsi una mattina e decidere, a dispetto di qualsiasi analisi razionale costi/benefici, di lanciare un attacco nucleare contro Israele. Nel 2007 Israele colpì il reattore siriano in costruzione, di nuovo senza alcuna arroganza né vanteria, al solo scopo di prevenire in modo chirurgico una spaventosa minaccia ad opera di un nemico senza scrupoli.
Finora Israele ha scelto di non sfidare sul piano militare la marcia dei mullah verso l’atomica: vale a dire che ha scelto di non seguire la sua sperimentata dottrina volta a impedire ai nemici di procurarsi gli strumenti atti a decretare la sua fine, semplicemente perché non sente ancora l’assoluta urgenza di farlo.
I leader e l’opinione pubblica, qui in Israele, sono rimasti sconvolti per anni dall’apparente indifferenza del resto del mondo di fronte alla crescente minaccia al mondo libero rappresentata dal programma iraniano. L’Iran, dopo tutto, non ha mai fatto mistero della sua volontà di modificare l’ordine mondiale in base alla propria immagine fondamentalista, religiosamente distorta, spietata e misogina. La possibilità di disporre di nucleare militare lo agevolerebbe assai in questo suo proposito. Ahmadinejad stesso si rimetterà presto in viaggio per la comparsata che gli viene scandalosamente permesso di fare ogni anno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove dispensa ammaestramenti alle grandi potenze guidate dagli Stati Uniti ammonendole di pentirsi se non vogliono essere dannate.
Di recente Stati Uniti ed Europa si sono posti alla testa di una campagna di sanzioni economiche un po’ più robusta e Israele, tenendo sempre d’occhio l’orologio del nucleare iraniano, continua a fremere tacitamente per la perdita di tempo, pur approvando pubblicamente gli sforzi di pressione che, teme, potrebbero essere troppo poco e troppo tardi. Comunque finora Israele non ha ritenuto che fosse arrivato il momento della verità.
Questi ultimi giorni, tuttavia, hanno visto una serie di notizie che indicherebbero che Israele o ha già deciso che dovrà agire contro l’Iran, o è sul punto di arrivare ad una tale decisione. Jeffrey Goldberg, scrivendo di recente per “The Atlantic” sulla base di quelle che afferma essere le opinioni raccolte da una quarantina di decisori politici israeliani presenti o passati, afferma che “vi sono più del 50% di probabilità che Israele lanci un raid entro il prossimo luglio”. Goldberg giunge a sostenere che il Pentagono avrebbe già ordinato ai comandanti Usa nella regione di non abbattere eventuali aerei israeliani diretti verso l’Iran che dovessero incrociare nello spazio aereo sotto il loro controllo. Anche la scelta di Yoav Galant come successore di Gabi Ashkenazi al posto di capo di stato maggiore israeliano viene generalmente ascritta, almeno in parte, all’audacia e fiducia in se stesso che viene attribuita al personaggio in relazione al contesto iraniano. “Considerando che l’anno entrante sarà con ogni probabilità un anno di decisioni cruciali – ha scritto martedì scorso il corrispondete militare del Jerusalem Post – evidentemente il ministro della difesa Ehud Barak ha ritenuto che gli occorresse qualcuno che sia capace di prendere la decisione di ricorre alle Forze di Difesa israeliane, qualora il governo dovesse dare luce verde per una tale operazione”.
L’Iran non è di facile lettura per gli analisti dell’intelligence. Colpirebbe Israele se ottenesse la Bomba? O cercherebbe di evitare la reazione israeliana fornendone la potenzialità a un protagonista non statale che colpirebbe al suo posto? O si “limiterebbe” a usare la capacità nucleare per alterare l’equilibrio di forze in Medio Oriente a drastico danno di Israele? Non esistono risposte semplici a queste domande. Allo stesso tempo, le conseguenze di un’azione militare israeliana in Iran sono prossime all’inimmaginabile. Tanto per cominciare, a differenza di Saddam, l’Iran potrebbe darsi sia alla ritorsione, sia alla ricostruzione.
D’altra parte, Ahmadinejad dimostra un’attitudine a sbagliare i calcoli potenzialmente molto pericolosa. Giacché questo giornale (che è stato citato nella sproloquiante conferenza stampa di Hassan Nasrallah all’inizio di questo mese a Beirut) viene senza dubbio portato all’attenzione del presidente iraniano, ci sentiamo di mettere bene in chiaro un concetto: se Israele dovesse convincersi che le sanzioni hanno fallito, che l’Iran sta per dotarsi della capacità di realizzare i suoi dichiarati propositi di cancellare Israele dalla carta geografica, e che solo un intervento militare israeliano potrebbe prevenire un secondo Olocausto, allora i nostri leader non avranno altra scelta che agire, per quanto malvolentieri. Non abbiamo raccolto la maggioranza della nazione ebraica qui, in un’entità sovrana che tragicamente ha rivisto la luce troppo tardi per poter salvare milioni di ebrei dai nazisti, per restare ora impotenti e con le mani in mano mentre un nuovo nemico genocida si appresta ad avverare la nostra distruzione.

(Da: Jerusalem Post, 28.08.10)

Nella foto in alto: la bandiera iraniana davanti a un missile Safir-2

 




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1 settembre 2010

Onu e |Obama consegnano la Somalia ad Al Qaeda

 

 

 

La situazione a Mogadiscio questa mattina è relativamente calma dopo i massacri dei giorni scorsi provocati da un attacco delle milizie islamiche di al Sahaabab, legate ad Al Qaeda, ad un albergo frequentato da uomini di governo (l’Hotel Muna) e un successivo tentativo di sfondare la linea di difesa attorno al palazzo presidenziale.

 

 

 

 

 

 

 

 


 

attentati in Uganda dello scorso 11 luglio. Una via d’accesso al continente africano come la Somalia, Al Qaeda se la sogna da una vita. Passare dalla Somalia al resto del continente, in particolare alla parte nord e fino ai confini europei, sarà uno scherzo per i terroristi.

Ma parlare di responsabilità dell’Onu senza menzionare quelle americane sarebbe del tutto riduttivo. Gli Stati Uniti stanno assistendo impassibili alla tragedia somala pur avendo nell’Oceano Indiano una delle più formidabili flotte da guerra. E’ impensabile che gli USA non diano fattivamente il loro appoggio al Governo somalo. Invece è proprio così. Fino ad oggi l’appoggio del Presidente Obama al Governo somalo si è limitato a poche e rare frasi di “solidarietà”. Eppure i rapporti proveniente da AFRICOM (il comando militare USA in Africa) sono chiari e dettagliati: perdere la Somalia significa garantire una formidabile porta d’accesso al terrorismo internazionale. Ma nonostante questo il Presidente Obama ha ordinato alle forze USA di non intervenire.

L’Unione Africana dal canto suo non può fare più di tanto. In questi giorni (dal 26 al 28 agosto) è riunito al Cairo (Egitto) il Center for Training on Conflict Resolution and Peacekeeping in Africa (CCCPA) dove viene affrontata, tra le altre crisi, anche quella somala. Fonti non confermate parlano di una riunione di emergenza del Consiglio per la pace e per la sicurezza fissata per domani (29 agosto) ad Addis Abeba. A chiedere una riunione d’emergenza sarebbe stata l’Uganda, preoccupata per la sorte dei suoi militari. Ieri (27 agosto), secondo alcune fonti a Kampala, lo Stato Maggiore dell’esercito ugandese si è riunito per decidere se inviare o meno in Somalia alcuni elicotteri d’attacco Apache e autoblindo Mamba, ma per farlo ha bisogno del placet dell’Unione Africana.

Insomma, a parte gli Stati africani, la questione somala non sembra interessare a nessun altro. Certo, a parole sono tutti preoccupati, allarmati, solidali con il Governo somalo e con le migliaia di rifugiati, ma nella sostanza nessuno fa niente. Si sta semplicemente a guardare. La cosa potrebbe anche essere giusta se però si fornissero all’Unione Africana i mezzi necessari per affrontare da sola la questione. Ma anche in questo caso l’Onu fa orecchi da mercante e non ne vuol sapere di supportare economicamente un allargamento della missione Amisom. A dire il vero fino ad ora i soldi per quella missione li hanno tirati fuori gli Stati africani e non l’Onu come avrebbe dovuto e come aveva promesso quando la Amisom si è costituita.

Evidentemente l’Afghanistan non ha insegnato niente né alle Nazioni Unite né agli Stati Uniti. Eppure proprio l’Afghanistan è l’esempio vivente di come può essere pericoloso consegnare un Paese nelle mani dei fondamentalisti islamici legati ad Al Qaeda. Speriamo che per la Somalia si faccia qualcosa prima che sia troppo tardi ma, onestamente, abbiamo veramente poche speranze.

Marta Baldelli http://www.secondoprotocollo.org/?p=1504

 

E si perché consegnare la Somalia alle milizie di al Sahaabab significa aprire le porte dell’Africa al terrorismo internazionale. Un esempio lo abbiamo avuto con gli

 

Le poche notizie che arrivano da Mogadiscio ci dicono che sono migliaia i civili in fuga e che la sensazione di essere arrivati allo scontro finale tra le milizie islamiche e il Governo provvisorio è molto forte. I pochi soldati governativi sono allo sbando e molti di loro avrebbero disertato nelle ultime ore, fuggendo o passando dalla parte delle milizie islamiche. A difendere il Governo somalo rimangono pochi fedeli e le truppe dell’Unione Africana (Amisom), 6.300 uomini in prevalenza ugandesi con compiti di peacekeeping e quindi non attrezzati per sostenere attacchi massicci. In tutto questo marasma spicca il silenzio e la sostanziale immobilità delle Nazioni Unite. A parte qualche scarno comunicato di “sconcerto” e le solite richieste di denaro per “sostenere il popolo somalo in fuga dalla guerra”, dal Palazzo di Vetro non arriva niente altro. E’ vero che l’Onu ha abbandonato la Somalia a se stessa ormai da diverso tempo, ma forse sarebbe il caso almeno di convocare una seduta straordinaria del Consiglio di Sicurezza dato che il problema somalo è molto più grande di come lo sta valutando l’Onu.




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1 settembre 2010

Porre fine ''al conflitto” (Netanyahu) o ''all’occupazione” (Abu Mazen) non è la stessa cosa

Una nuova scadenza: agosto 2011
Di Aluf Benn
L’effetto immediato dell’annuncio della ripresa di colloqui diretti fra israeliani e palestinesi è stato quello di stabilire una nuova scadenza nel calendario del Medio Oriente: agosto 2011. Questa, infatti, è la data entro la quale dovrebbero concludersi sia i negoziati su tutti dossier relativi allo status definitivo, sia il piano del primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad di creare uno stato palestinese “in progress”.
Gli israeliani hanno un rapporto difficile con queste date-limite. Da una parte ne minimizzano l’importanza: “E’ da diciassette anni che trattiamo coi palestinesi e non ne è venuto fuori niente”. Dall’altra le temono, ben sapendo quanto queste scadenze tendano a creare aspettative irrealistiche destinate a restare deluse, finendo con l’aprire la strada a nuove “intifade”. Sono slogan che suonano bene nei dibattiti politici alla radio e in tv, ma la realtà è assai più complicata.
Da quando furono firmati gli Accordi di Oslo sono trascorso diciassette anni, ma la fantomatica pace non è stata ancora raggiunta. Durante tutto questo periodo, comunque, dei veri negoziati sullo status finale hanno avuto luogo solo in due occasioni: una volta quando era primo ministro Ehud Barak; l’altra quando era primo ministro Ehud Olmert. Entrambi i round di colloqui per la soluzione definitiva sono duranti meno di un anno e hanno visto Israele avanzare proposte di pace che apparivano di vasta portata. In entrambi i casi, i leader palestinesi le hanno respinte come insufficienti. Ma le conseguenze sul terreno di quel rifiuto sono state assai diverse nelle due occasioni. Dopo che Yasser Arafat respinse la proposta avanzata da Barak a Camp David nel luglio 2000, si scatenò un bagno di sangue. Dopo che Mahmoud Abbas (Abu Mazen) respinse l’offerta di Olmert dell’estate 2008, non accadde niente. Furono anzi ben poche le persone che si resero conto che una proposta era stata avanzata.
La differenza fra i due casi non sta nei dettagli degli accordi proposti, bensì nel livello delle aspettative: un decennio fa la gente era convinta che un accordo fosse “a portata di mano”; due anni fa, al contrario, i colloqui Olmet-Abu Mazen venivano visti come un inutile esercizio con l’unico scopo di far passare il tempo.
Ciò che invece accomuna i due casi è che, tutte e due le volte, all’avvio dei colloqui era stata annunciata la scadenza di un anno. E tutte e due le volte le parti effettivamente si sono attenute alla scadenza. Le offerte di pace israeliane vennero presentate ai palestinesi dieci mesi dopo il summit che aveva dato inizio ai negoziati. Il concetto di data-limite si è dunque rivelato uno strumento utile efficace che ha spronato i leader.
Benjamin Netanyahu inizia questo terzo round di negoziati sullo status definitivo con aspettative ancora più basse di quelle delle trattative di Olmert. I critici del primo ministro israeliano, sia dentro che fuori Israele, dicono che sta solo gettando fumo negli occhi della gente pur sapendo che, in realtà, non può concedere neanche un millimetro ai palestinesi: le posizioni che ha professato in passato, l’influenza del suo retaggio famigliare, la composizione della sua coalizione di governo: tutto ciò viene citato a riprova della critica contro di lui.
Ma la situazione politica di Netnayahu è molto migliore di quella in cui si trovavano rispettivamente Barak e Olmert; e, d’altro canto, lui più di loro ha bisogno del supporto dell’amministrazione americana per via della crescente minaccia iraniana. Ciò sarà sufficiente per spingerlo a firmare un accordo su una soluzione “a due stati” come si è impegnato a fare all’inizio del suo mandato incarico?
Il problema di Netanyahu è radicato nelle contraddittorie aspettative coltivate dalle due parti. Dal suo punto di vista, la creazione di uno stato palestinese dovrebbe “porre fine al conflitto”. Le sue controparti palestinesi fanno invece affidamento sulla dichiarazione diffusa dal Quartetto, secondo la quale l’accordo dovrebbe porre fine “all’occupazione iniziata nel 1967”. Sono due cose completamente diverse: i palestinesi e la comunità internazionale vogliono chiudere il capitolo iniziato con la guerra dei sei giorni; Netanyahu, come Barak prima di lui, vuole porre fine al conflitto iniziato decenni prima del 1967, e che va a toccare al cuore la definizione di sé che danno i due popoli.
L’elemento chiave introdotto da Netanyahu nel processo è quello di esplicitare la richiesta che i palestinesi riconoscano Israele come “stato nazionale del popolo ebraico”. Cosa che i palestinesi hanno recisamente rifiutato. Dal loro punto di vista conviene continuare a considerare gli ebrei come conquistatori stranieri che hanno usurpato il paese espropriandone gli abitanti.
Il totale disaccordo su questo punto è senz’altro foriero di problemi e difficoltà, ma paradossalmente offre anche un’opportunità. Nel prevedibile stallo fra la richiesta israeliana di riconoscimento e la richiesta palestinese di attuare il “diritto al ritorno” (di fatto: la negazione di quel riconoscimento), vi è lo spazio per un compromesso: entrambe le parti dovrebbero mettere da parte i dilemmi simbolici focalizzandosi piuttosto su un accomodamento pragmatico volto a suddividere la Cisgiordania fra due stati, che in seguito potranno continuare a polemizzare sulla giustizia e sulle rispettive narrazioni storiche.
Se Netanyahu riuscirà a sopravvivere politicamente alla spinosa questione degli insediamenti e a stabilire una parvenza di fiducia con Abu Mazen, potrà mettere in conto mesi di negoziati riservati, lontani dai riflettori del pubblico: almeno fino alla scadenza della prossima estate.
Sia o meno una coincidenza, agosto 2011 è anche il momento in cui si prevede che l’Iran sarà in grado di assemblare la sua prima bomba nucleare, stando all’intelligence americana. Senza dubbio quel mese sarà un momento molto interessante, quaggiù in Medio Oriente.

(Da: Ha’aretz, 25.08.10)

Nella foto in alto: Aluf Benn, autore di questo articolo




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1 settembre 2010

Libia: la rabbia degli ebrei cacciati, discriminati e mai risarciti

di Michael Sfaradi

Sale lo sdegno fra gli appartenenti alla comunità libica di religione ebraica dopo l’accordo fra il governo italiano e quello libico. Accordo che non prevede alcun risarcimento per chi, allora, si vide portar via tutto ciò che possedeva e si ritrovò sul lastrico. Dobbiamo ricordare che, insieme agli italiani che vivevano in Libia, tutti gli ebrei libici, dopo la confisca dei beni mobili ed immobili, furono cacciati dalle loro case ed espulsi dalla nazione all’indomani del colpo di Stato che portò il colonnello Gheddafi al potere. E’ doloroso chiedere il parere a chi, per il solo fatto di essere ebreo subì un crimine contro l’umanità e che dopo essere stato ridotto alla fame conobbe i campi di raccolta prima dell’espulsione.

Ma noi lo abbiamo fatto ed abbiamo constatato che oltre al dolore mai sopito per ciò che accadde, c’è la certezza di essere stati traditi ancora, questa volta dal governo italiano. Non traditi da un governo qualsiasi ma da quello che hanno votato (dopo tanti anni di residenza in Italia la quasi totalità degli ebrei libici ha assunto la cittadinanza italiana), dal leader che si era sempre dimostrato amico di Israele ed attento alle ragioni degli ebrei di tutto il mondo.

La frase ricorrente è: ma Berlusconi, che si mette d’accordo per 5 miliardi di dollari di risarcimento coloniale, non poteva mettere nelle trattative anche ciò che fu tolto a noi con la forza? Visto che il governo italiano si prende le sue colpe, perché non mettere, una volta tanto, un leader arabo davanti alle sue responsabilità e chiedere giustizia? Nessuno restituirà mai a queste persone l’esistenza che poteva essere e che, invece, non sarà mai, ma visto che Gheddafi è stato così bravo a chiedere i danni, arrivando anche al subdolo ricatto del dare il via libera ad un’immigrazione di massa di clandestini se le sue richieste non fossero state soddisfatte, dovrebbe anche essere in grado di capire che diritti e doveri corrono di pari passo. E’ stata una resa senza condizioni, questo è il commento degli ebrei libici nel momento in cui vedono svanire l’ultima speranza di avere giustizia. Conoscono bene la mentalità della loro terra d’origine e sanno meglio di ogni altro che questo accordo verrà proprio inteso come una vittoria, l’Italia si è arresa perché sente sulla sua testa la spada di Damocle del terrorismo finanziato dalla Libia.

Si è arresa perché continuerà il sequestro dei pescherecci in acque internazionali come continueranno gli sbarchi dei clandestini sulle coste italiane. Si è arresa perché quello che Silvio Berlusconi ha firmato sotto la tenda del Colonnello è una cambiale senza scadenza e perché prima di quanto crediamo il governo italiano si troverà a ridiscutere il prezzo e a rimettere mano al portafoglio.

Concludiamo quest’articolo con le ultime frasi della lettera aperta che Herbert Pagani scrisse a Gheddafi nel 1987: “Con l’amore inspiegabile, quasi perverso degli ebrei per le terre matrigne che li hanno adottati, avresti potuto fabbricare ali ai tuoi re, ai tuoi eroi, ai tuoi santi e martiri per mandarli a dire al mondo che il tuo Paese esiste. Avrebbero potuto cantarlo, il tuo deserto, con parole che avrebbero fatto cadere i petali di questa ‘rosa delle sabbie’ che hai al posto del cuore. Ma Allah, che è grande e vede lontano, ha voluto, per tua mano, farci partire, affinché io andassi a cantare i miei canti sotto altri cieli, e che la tua nazione potesse proseguire, come in passato, il suo esaltante compito: essere la pagina vuota del Grande Libro dell’Islam”.

(L’Opinione, 2 settembre 2008 )


 




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1 settembre 2010

In attesa dei negoziati diretti a Washington. Alcuni commenti dalla stampa israeliana

Qualche speranza, molto disincanto
Alcuni commenti dalla stampa israeliana
A proposito dell’avvio, il 2 settembre a Washington, di negoziati diretti senza precondizioni fra Israele e palestinesi, come richiesto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Ha’aretz scrive: «Presto sarà chiaro a tutti se la mossa di Netanyahu è solo una manovra ad effetto volta solo a guadagnare tempo e alleggerire le critiche internazionali circa l’operato di Israele nei territori; o se invece Netanyahu è davvero pronto per un compromesso che conduca alla creazione di uno stato palestinese a fianco di Israele». Secondo l’editoriale, è imperativo prolungare il congelamento delle costruzioni (ebraiche) nei territori, se si vuole che i colloqui abbiano successo. E conclude: «Se la sospensione delle costruzioni era necessaria per far partire i colloqui, essa deve chiaramente continuare mentre i colloqui sono in corso. Se Netanyahu vuole che le sue dichiarazioni per la pace vengano credute, deve dimostrarlo coi fatti sul terreno». (23.08.10)

Ma’ariv, ricordando che manca solo un mese alla scadenza del congelamento degli insediamenti decretato dal governo israeliano, scrive: “Appena prima dell’avvio di colloqui diretti fra Israele e palestinesi, Netanyanhu, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il presidente Obama si ritrovano al centro di una bella complicazione diplomatica». Secondo l’editoriale, un drammatico dietrofront come quello che si avrebbe con l’apertura dei negoziati e la loro subitanea implosione dopo neanche un mese dall’inizio, potrebbe seppellire definitivamente la reputazione dell’amministrazione Usa come quella dell’adulto responsabile che sa quel che fa». (25.8.10)

Yisrael Hayom fa rilevare innanzitutto un articolo scritto da Mishari al-Zaidi su al-Sharq al-Awsat nel quale «l’autore scrive, con sorprendete onestà, del desiderio del mondo arabo di sostenere il conflitto israelo-palestinese». L’editoriale rafforza il concetto ricordando l’intervista rilasciata sabato scorso dal presidente siriano Bashar Assad nella quale il dittatore di Damasco afferma e ribadisce che «per il suo paese Israele rimarrà sempre un nemico». Nonostante tutto questo, l’editoriale di Yisrael Hayom manifesta la convinzione che sia Israele sia i palestinesi possano superare le circostanze e porre fine al conflitto. «Noi sappiamo come risolverlo – conclude – Quando i leader delle due parti presenteranno la soluzione alle loro popolazioni, si guadagneranno una maggioranza che li sorprenderà». (25.8.10)

Yediot Aharonot ritiene che «tutti e sei i partecipanti (Barack Obama, Benjamin Netanyahu, Abu Mazen, Hosni Mubarak, re Abdullah II e Tony Blair) si siederanno e parleranno di ciò che realmente li preoccupa, dopodiché troveranno immediatamente un denominatore comune: gli ayatollah iraniani e la conquista di territori moderati da parte dei Guardiani della Rivoluzione. Uno stato palestinese? – si domanda l’editoriale – ma non fateli ridere tutti e sei». (23.08.10)

Commenta il Jerusalem Post: «I colloqui fra Israele e palestinesi non sono ancora iniziati e già il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) minaccia di bloccarli. In una lettera spedita domenica scorsa al Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu), Abu Mazen avverte che, se le costruzioni (ebraiche) continueranno in una qualunque area al di là della Linea Verde (la ex linea armistiziale ‘49-‘67 fra Israele e Giordania), lui si ritirerà dai negoziati. Abu Mazen dà spesso a intendere d’essere pronto a quello scambio territoriale che faciliterebbe il raggiungimento di un accordo definitivo sancendo l’integrazione in Israele di alcuni blocchi di insediamenti, insieme ai quartieri ebraici di Gerusalemme est sui quali già Israele rivendica la sua sovranità (in cambio di equivalenti porzioni di territorio israeliano da annettere al futuro stato palestinese). Ciò nonostante, il presidente dell’Autorità Palestinese pretende una moratoria totale delle attività edilizie ebraiche oltre la ex linea armistiziale, senza fare alcuna distinzione fra queste aree e gli insediamenti più isolati: un chiaro segno della sua perdurante intransigenza. Abu Mazen ha già sprecato senza muovere un dito nove mesi di congelamento degli insediamenti: una condizione senza precedenti per incoraggiare un autentico tentativo di pacificazione. Tale comportamento non è certo foriero di grande ottimismo per i colloqui a venire». (24.08.10)

(Da: Ha’aretz, Ma’ariv, Yisrael Hayom, Yediot Aharonot, Jerusalem Post, 23-25.8.10)




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1 settembre 2010

Herbert Pagani: arringa per la mia terra

 

Di Emanuel Baroz,
 
  •  

     

    Questo testo (che qui potrete trovare in italiano) fu scritto nel novembre del 1975, all’indomani della vergognosa mozione ONU che assimilava il sionismo al razzismo. L’autore lo diffuse, l’11 novembre 1975, dai microfoni dell’emittente Europe 1, e, nell’aprile 1976, alla televisione francese. La versione italiana, che viene qui riprodotta, è opera dello stesso autore.

Oggi ve lo riproponiamo, perché, a tanti anni di distanza, ci sembra conservi tutta la sua drammatica attualità:

“Di passaggio a Fiumicino sento due turisti dire, sfogliando un giornale: “Fra guerre e attentati non si parla che di ebrei, che scocciatori…” È vero, siamo dei rompiscatole, sono secoli che rompiamo le balle all’universo. Che volete. Fa parte della nostra natura.

Ha cominciato Abramo col suo Dio unico, poi Mosè con le Tavole della Legge, poi Gesù con l’altra guancia sempre pronta per la seconda sberla, poi Freud, Marx, Einstein, tutti esseri imbarazzanti, rivoluzionari, nemici dell’ordine. Perché?

Perché l’ordine, quale che fosse il secolo, non poteva soddisfarli, visto che era un ordine dal quale erano regolarmente esclusi; rimettere in discussione, cambiare il mondo per cambiare destino, questo è stato il destino dei miei antenati; per questo sono sempre stati odiati da tutti i paladini dell’ordine prestabilito. L’antisemita di destra rimprovera agli ebrei di aver fatto la rivoluzione bolscevica. È vero. C’erano molti ebrei nel 1917.

L’antisemita di sinistra rimprovera agli ebrei di essere i proprietari di Manhattan, i gestori del capitalismo… È vero ci sono molti capitalisti ebrei.

La ragione è semplice: la cultura, la religione, l’idea rivoluzionaria da una parte, i portafogli e le banche dall’altra sono stati gli unici valori mobili, le sole patrie possibili per quelli che non avevano una patria.

Ora che una patria esiste, l’antisemitismo rinasce dalle sue ceneri, o meglio, scusate, dalle nostre, e si chiama antisionismo.

Prima si applicava agli individui, adesso viene applicato a una nazione. Israele è un ghetto, Gerusalemme è Varsavia.

Chi ci assedia non sono più i tedeschi ma gli arabi e se la loro mezzaluna si è talvolta mascherata da falce era per meglio fregare le sinistre del mondo intero.

Io, ebreo di sinistra, me ne sbatto di una sinistra che vuole liberare gli uomini a spese di una minoranza, perché io faccio parte di questa minoranza.

Se la sinistra ci tiene a contarmi fra i suoi non può eludere il mio problema. E il mio problema è che dopo le deportazioni in massa operate dai romani nel primo secolo dell’era volgare, noi siamo stati ovunque banditi, schiacciati, odiati, spogliati, inseguiti e convertiti a forza. Perché? …perché la nostra religione, cioè la nostra cultura erano pericolose.

Qualche esempio? Il giudaismo è stato il primo a creare il sabato, il giorno del Signore, giorno di riposo obbligatorio. Insomma il week-end. Immaginate la gioia dei faraoni, sempre in ritardo di una piramide. Il giudaismo proibisce la schiavitù. Immaginate la simpatia dei romani, i più grossi importatori di manodopera gratuita dell’antichità.

Nella Bibbia è scritto: “La terra non appartiene all’uomo, ma a Dio”; da questa frase scaturisce una legge, quella della estinzione automatica dei diritti di proprietà ogni 49 anni. Vi immaginate la reazione dei papi del medioevo e degli imperatori del Rinascimento?

Non bisognava che il popolo sapesse.

Si cominciò quindi col proibire la lettura della Bibbia, che venne svalutata come Vecchio Testamento. Poi ci fu la maldicenza: muri di calunnie che divennero muri di pietra: i ghetti. Poi ci furono l’indice, l’inquisizione e più tardi le stelle gialle.

Ma Auschwitz non è che un esempio industriale di genocidio. Di genocidi artigianali ce ne sono stati a migliaia. Mi ci vorrebbero dieci giorni solo per fare la lista di tutti i pogrom di Spagna, Russia, Polonia e Nord Africa. A forza di fuggire, di spostarsi, l’ebreo è andato dappertutto. Si estrapola il significato e eccoci giudicati gente di nessun posto. Noi siamo in mezzo ad altri popoli come gli orfani affidati al brefotrofio.

Io non voglio più essere adottato, non voglio più che la mia vita dipenda dall’umore dei miei padroni di casa, non voglio più affittare una cittadinanza, ne ho abbastanza di bussare alle porte della storia e di aspettare che mi dicano Avanti.

Stavolta entro e grido; mi sento a casa mia sulla terra e sulla terra ho la mia terra. Perché l’espressione terra promessa deve valere per tutti i popoli meno che per quello che l’ha inventata?

Che cos’è il sionismo? …si riduce a una sola frase: l’anno prossimo a Gerusalemme.

No, non è lo slogan di qualche club di vacanza; è scritto nella Bibbia, il libro più venduto e peggio letto del mondo.

E questa preghiera è divenuta un grido, un grido che ha più di duemila anni, e i padri di Cristoforo Colombo, di Kafka, di Proust, di Chagall, di Marx, di Einstein, di Modigliani, e di Woody Allen l’hanno ripetuta, questa frase, almeno una volta all’anno: il giorno della Pasqua.

Allora il sionismo è razzismo ?

Ma non fatemi ridere. Il sionismo è il nome di una lotta di liberazione e come ogni movimento democratico ha le sue destre e le sue sinistre.

Nel mondo ciascuno ha i suoi ebrei. I francesi hanno i còrsi, i lavoratori algerini; gli italiani hanno i terroni e i terremotati; gli americani hanno i negri, i portoricani; gli uomini hanno le donne; la Società ha i ladri, gli omosessuali, gli handicappati.

Noi siamo gli ebrei di tutti.

A quelli che mi chiedono: “e i palestinesi?” Rispondo “io sono un palestinese di duemila anni fa, sono l’oppresso più vecchio del mondo, sono pronto a discutere con loro ma non a cedergli la terra che ho lavorato. Tanto più che laggiù c’è posto per due popoli e due nazioni”

Le frontiere le dobbiamo disegnare insieme.

Tutta la sinistra sionista cerca da trent’anni degli interlocutori palestinesi, ma l’OLP, incoraggiata dal capitale arabo e dalle sinistre europee, si è chiusa in un irredentismo che sta costando la vita a tutto un popolo, un popolo che mi è fratello, ma che vuole forgiare la sua indipendenza sulle mie ceneri.

C’è scritto sulla carta dell’OLP: “verranno accettati nella Palestina riunificata solo gli ebrei venuti prima del 1917″

A questo punto devo essere solidale con la mia gente.

Quando gli arabi mi riconosceranno, mi batterò insieme a loro contro i nostri comuni oppressori.

Ma per oggi la famosa frase di Cartesio penso, dunque sono non ha nessun valore.

Noi ebrei sono cinquemila anni che pensiamo e ci negano ancora il diritto di esistere.

Oggi, anche se mi fa orrore, sono costretto a dire mi difendo, dunque sono.”

herbert pagani focus on israelHerbert Pagani, ebreo originario di Libia, nacque nel 1944 e trascorse la sua infanzia in costante movimento tra diversi paesi, Germania, Svizzera, Italia, Francia. Per orientarsi in questa babele di lingue, scelse il disegno come prima principale forma di comunicazione. E in questo campo ottenne i primi riconoscimenti internazionali. Nel 1964 iniziò la sua collaborazione con il Club des Amis du Livre, illustrando le opere di autori di fama e affermandosi come il più giovane esponente della corrente detta Réalisme fantastique. Sue sono le copertine, per la Rizzoli, della Fantarca di Giuseppe Berto e, per Einaudi, delle Cosmicomiche di Calvino.

Dal 1966, decise di impegnarsi costantemente e contemporaneamente in tutte le discipline della comunicazione – prosa, poesia scritta e cantata, animazione radiofonica, scenografia teatrale, tecniche video e creazione pubblicitaria – da lui considerate comunicanti tra di loro.

Dopo il debutto in Italia, con un album che gli valse il Premio della Critica, tornò in Francia, sua seconda patria. Un primo viaggio in Israele non ebbe per lui solo il senso del riappropriarsi delle sue radici, ma l’immersione totale nelle problematiche mediorientali. Da questo momento uno degli scopi della sua vita sarà la pace tra israeliani e palestinesi.

Per questo, quando nel 1975, l’ONU approvò la vergognosa risoluzione che equiparava il sionismo al razzismo, uscì allo scoperto, e, con una serie di conferenze, di editoriali, di spettacoli, denunciò l’antisemitismo rinato sotto la veste dell’antisionismo e mise in guardia la sinistra, nelle cui file militava, dalla mistificazione in cui si era ritrovata,

Il suo incessante attivismo a favore di Israele, che non si interromperà fino alla morte prematura, si accompagnò all’impegno ecologista, alla lotta per la salvaguardia di Venezia, Nel 1987 venne nominato direttore artistico del Centre Mondial de l’Héritage Culturel du Judaisme Nord Africain, museo e centro culturale nel cuore di Gerusalemme.

Herbert Pagani è morto nel 1988.

 




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1 settembre 2010

Alberi vivi ed ebrei morti

M. Gerstenfeld
Il 23 agosto scorso è accaduto ad Amstardam un fatto a quanto pare di importanza mondiale: durante una tempesta è caduto il vecchio ippocastano che Anna Frank vedeva dal nascondiglio dove era confinata con la famiglia. Centinaia di mass-media in tutto il mondo, Israele compreso, hanno parlato dell’albero caduto e ne hanno mostrato le immagini. Ne sono stati addirittura prelevati dei germogli da piantare negli Stati Uniti, in Israele e in altri paesi affinché il vetusto albero possa continuare a vivere.
Sarah, una quindicenne ebrea di Amsterdam, ha la stessa età che aveva Anna Frank quando venne catturata e uccisa dai nazisti. Sarah non ha suscitato nessun particolare interesse a livello internazionale. Due mesi fa ha dichiarato al quotidiano Het Parool che non sarebbe più uscita di casa con al collo la sua Stella di David perché era stata picchiata da tre giovani poco più grandi di lei, che l’avevano individuata come ebrea.
La contrapposizione fra queste due vicende minori riassume in modo simbolico la situazione non solo in Olanda, ma in gran parte dell’Europa occidentale. Persiste un vivo interesse per le sofferenze patite dagli ebrei che oggi sono scomparsi, sino al punto di prendersi a cuore la sorte di un albero che è stato guardato da una delle più famose vittime della Shoà. Di gran lunga molto minore è l’interesse che viene suscitato dalle aggressioni e dalle minacce subite dagli ebrei che sono vivi oggi.
La storia di Anna Frank torna periodicamente alla ribalta ogni pochi anni, di solito per motivi non particolarmente importanti. Nel 2004 l’emittente cattolica olandese KRO chiese ai suoi ascoltatori di votare le personalità olandesi più importanti di tutti i tempi. Anna risultò al decimo posto. La cosa creò dei problemi giacché Anna Frank non ha mai avuto la cittadinanza olandese: nata a Francoforte sul Meno, era stata privata della cittadinanza tedesca nel 1941 in quanto ebrea, e morì come apolide nel campo di concentramento di Bergen Belsen, in Germania. La KRO lanciò allora una campagna per l’attribuzione postuma ad Anna Fank della cittadinanza olandese. La sua fama mondiale garantiva che gli olandesi sarebbero stati felici di considerarla una di loro. Una maggioranza di parlamentari, sia di destra che di sinistra, era pronta a sostenere l’iniziativa, che tuttavia si rivelò legalmente impossibile. Solo successivamente l’assurdità della cosa balenò nella mente dei propositori: e che dire degli altri ebrei tedeschi che fuggirono in Olanda e vi trovarono la morte nell’ambito della Shoà? E di tutti quelli che vennero respinti alle frontiere?
Nel 2007, quando sembrò che l’ippocastano potesse cadere da un momento all’altro e le autorità avevano deciso che si dovesse abbatterlo, si sollevò un vero e proprio movimento d’opinione, con tanto di raccolta fondi per costruire una speciale intelaiatura d’acciaio tale da impedire all’albero di cadere senza doverlo abbattere.
Come si è detto, questa tendenza a mobilitarsi per gli ebrei defunti e allo stesso tempo distogliere lo sguardo davanti alle manifestazioni di antisemitismo attuale, e alla diffamazione collettiva degli ebrei dello stato di Israele, non è affatto una specialità olandese. Se ne potrebbero riportare esempi innumerevoli. E più si guarda agli esempi di questa discrepanza nell’atteggiamento verso gli ebrei morti e verso gli ebrei vivi, più si capisce quanto poco l’Europa abbia imparato dal proprio passato.

(Da: Jerusalem Post, 29.8.10)

 




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