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10 settembre 2010

Direttiva europea sulla vivisezione: la storia in breve

Argomento: Vivisezione
Notizia da: Sostituzione degli esperimenti su animali in Europa

Quanto c'e' da sapere sulla nuova direttiva europea che regolamenta la vivisezione (versione breve).

 

Introduzione

A settembre 2010 quasi certamente verrà approvata la versione finale della nuova direttiva europea sulla vivisezione, che andrà a sostituire quella attuale che risale al 1986.

Data la complessità della materia, e la lunga storia di questa "battaglia" tra la lobby dei vivisettori e le associazioni antivivisezionista, durata circa 4 anni, vorremmo spiegare come sono andate le cose, le alterne vicende di questa lotta, e alcuni risultati positivi ottenuti. Certo, non positivi come noi vorremmo, sono piccole cose rispetto a quanto vorremmo noi. Non c'è davvero da rallegrarsi, anzi, c'è da rimanere amaramente delusi da quanto la lobby dei vivisettori sia più forte di noi e da come gli eurodeputati diano vergognosamente retta più a loro che agli antivivisezionisti, ma per lo meno rispetto alla direttiva attuale dei passi avanti sono stati fatti, non certo passi indietro.

E' anche importante sottolineare che dopo l'approvazione finale di questa direttiva, la battaglia si sposterà a livello nazionale, dove l'attuale legge che regolamente la vivisezione andrà rivista. E' qui che dovremo cercare di ottenere il più possibile per gli animali, e sarà davvero dura, visto l'accanimento con cui la lobby pro-vivisezione si è battuta a livello europeo. Sarà lo stesso probabilmente anche qui, e seppure sarà più facile seguire l'andamento dei lavori in Italia piuttosto che a Bruxelles, bisognerà impegnarsi davvero molto, quindi... state tutti all'erta!

Allo stato attuale delle cose, la lobby pro-vivisezione è estremamente più forte di quella antivivisezionista. D'altra parte, loro lo fanno come lavoro, e si tratta di multinazionali chimico-farmaceutiche, università, grosse associazioni per la ricerca medica, hanno gioco facile a convincere gli eurodeputati, vergognosamente influenzabili; quindi non c'è da stupirsi, anche se c'è da indignarsi e rattristarsi.

Finché non cambierà questo stato di cose, l'abolizione della vivisezione - che è l'unico vero obiettivo cui ciascuno di noi vuole arrivare - sarà ancora lontana, e dovremo lottare con le unghie e coi denti per ogni singolo passo, per quanto piccolo, nella giusta direzione, che è quella del salvare animali. Perché ogni vita salvata VALE, non possiamo trascurarla in nome di un proclama di principio senza riscontri nella realtà.

In questa ottica va letta la battaglia portata avanti.

Fin dal 2006, le associazioni che si sono preoccupate di fare lobby a livello europeo per ottenere una legislazione migliore dell'attuale (seppure in un contesto in cui la sperimentazione su animali esiste e continuerà a esistere per chissà quanti decenni), associazioni con le quali nel nostro piccolo abbiamo collaborato come AgireOra Network, sono state Animal Defenders International e la Fondazione Dr. Hadwen.

Noi certamente non abbiamo le risorse e la possibilità di organizzare un'intensa azione di lobby a Bruxelles per contrastare i vivisettori, ma abbiamo divulgato in Italia le iniziative di queste associazioni, serie e capaci, in modo da sostenerle, perché per "portare a casa" qualcosa per gli animali era molto importante il sostegno del pubblico dei singoli stati membri. E grazie alla partecipazione di tanti di voi, è stato utile!

Va sottolineato comunque che nessuna petizione, azione via mail o qualsiasi forma di protesta serve, se non c'è poi qualcuno che usa questo "sostegno di base" per fare lobby attiva a Bruxelles, contattando sul posto i singoli eurodeputati e membri della Commissione e del Consiglio. Ogni azione di questo tipo è fine a se stessa sfogo personale, non serve davvero, se non c'è nessuno che fa lobby, mentre per chi fa lobby, il sostegno popolare è utilissimo, quindi questi due aspetti devono sempre andare assieme!

Il progetto di sostegno in Italia a questa battaglia a livello europeo da parte di AgireOra è stato chiamato "Sostituzione degli esperimenti su animali in Europa" ed è descritto alla pagina:
http://www.agireora.org/progetti/endeutest.html

Visto che le cose da dire sono davvero tante, abbiamo preparato due resoconti (linkati vicendevolemente), uno più breve e uno più dettagliato. Leggete l'uno o l'altro a seconda del tempo che avete e dell'interesse per la materia.

Ciascuno è diviso in tre sezioni:
1) La storia dal 2006 al 2010
2) Confronto tra la vecchie e la nuova direttiva: le novità positive
3) Quello che si voleva ottenere e non è stato ottenuto

Tutto questo aggiornato ad agosto 2010.

Per quel poco che si potrà ancora fare a settembre prima del voto del Parlamento europeo in plenaria (poco perché ormai la discussione è andata avanti per anni, e quello che si poteva fare di sostanziale è stato fatto dal 2006 a inizio 2010), sosterremo in Italia le azioni di ADI e del Dr. Hadwen Trust, come fatto finora.

E chiederemo a tutti la vostra partecipazione, massiccia com'è stata finora!

Ricordiamo che la manifestazione virtuale "Rendiamo la sperimentazione animale storia passata" è ancora attiva, chi non ha ancora firmato può farlo!

Grazie a tutti,
AgireOra Network

Resconto breve

(quello dettagliato si trova alla pagina: Direttiva europea sulla vivisezione: tutta la storia)

1 - La storia dal 2006 al 2010

Occorre innanzitutto sapere che l'approvazione della direttiva è passata attraverso i vari organismi dell'UE: prima la Commissione, poi le commissioni del Parlamento Europeo, poi il Parlamento Europeo in sessione plenaria, poi il Consiglio dei Ministri, e infine dovrà passare di nuovo al Parlamento in plenaria.

In ciascuno di questi passi la direttiva ha subito peggioramenti o miglioramenti.

Gennaio 2007
Si parte con una petizione del Dr. Hadwen Trust che si concentra sui metodi alternativi. In un anno e mezzo circa, vengono raccolte circa 150.000 firme, di cui il 18% dall'Italia. Le associazioni antivivisezioniste fanno lobby sulla Commissione per ottenere una prima versione della direttiva che contenga dei punti positivi per salvare animali.

Novembre 2008
La Commissione rilascia una prima bozza di direttiva, che è abbastanza positiva, ed è certamente migliore di quello che si riesce alla fine a ottenere.

Febbraio 2009
Il passo successivo consiste nella discussione della bozza della Commissione al Parlamento Europeo, non in seduta plenaria, ma nelle 3 commissioni Ambiente, Industria e Agricoltura. Per questo motivo nel febbraio 2009 si fa pressione via mail, da tutte le nazioni europee, scrivendo a tutti i parlamentari.

3 marzo 2009
A inizio marzo, si fa pressione via mail sui membri delle commissioni che esamineranno la direttiva.

13 marzo 2009
Il voto all'interno delle 3 commissioni va MALISSIMO, a causa dell'accanitissima azione di lobby portata avanti dai vivisettori. La direttiva peggiora davvero di molto.

18 marzo 2009
A questo punto collaboriamo con ADI per il lancio in Italia della campagna Salviamo i Primati, mettendo a disposizione delle cartoline che ciascuno può stampare e inviare a Bruxelles, e poi rinnovando la pressione via mail, con le stesse richieste inviate a inizio marzo e in più la protesta per il camportamento vergognoso tenuto dagli eurodeputati fattisi influenzare dalla lobby vivisettoria.
Ovviamente era questo il momento in cui protestare, fare pressione, rinnovare le nostri richieste per sostenere l'azione informativa degli attivisti antivivisezionisti a Bruxelles, e infatti così facendo diversi emendamente peggiorativi sono stati ritrattati.

Aprile 2009
Anche il Dr. Hadwen Trust aumenta la pressione, e in accoppiata all'azione di lobby fatta attraverso i suoi scienziati a Bruxelles, lancia un'altra petizione popolare, in forma di "manifestazione virtuale", chiamata "Rendiamo la sperimentazione animale storia passata". Come AgireOra la divulghiamo in Italia, raccogliendo migliaia di adesioni.

Maggio 2009
A maggio c'è la votazione della direttiva al Parlamento Europeo non più nelle singole commissioni, ma in plenaria. La situazione migliora un po', certamente grazie all'azione antivivisezionista svolta nelle settimane precedenti.

1 settembre 2009
Il passo successivo è l'esame della direttiva da parte del Consiglio, per questo l'azione di lobby antivivisezionista si concentra sui ministri delle singole nazioni. In Italia, divulghiamo una nuova petizione di ADI.

11 settembre 2009
Organizziamo in Italia, assieme ad ADI la conferenza stampa per la campagna "Salviamo i primati", che rende note le richieste della petizione di cui sopra.
Inoltre, stampiamo oltre 7.000 cartoline da mandare a Bruxelles, che vengono esaurite in poche settimane e vanno a inondare le scrivanie dei rappresentanti italiani al Consiglio UE.
Questo è utile agli attivisti antivivisezionisti che fanno lobby sul posto, i quali si incontrano coi rappresentanti del Consiglio e con la Presidenza (in quel momento è di turno la Svezia, che ha un atteggiamento positivo verso la protezione degli animali e la diffusione dei metodi alternativi, e questo è MOLTO importante).

7 dicembre 2009
In questa data vi è una riunione tra la Commissione Europea, il Parlamento Europeo, e il Consiglio dei Ministri.
Le notizie che ne escono non sono buone: l'obbligo di una autorizzazione completa per tutti gli esperimenti su animali, che dovrebbe essere uno dei capisaldi della nuova direttiva, è stato indebolito, e anche l'obbligo di applicazione dei metodi alternativi è stato limitato, richiedendo agli sperimentatori di usare le alternative "approvate dalla legislazione Comunitaria", il che significa che non vi sarà obbligo di utilizzo di molti metodi alternativi scientificamente soddisfacenti solo perché questi non sono passati lungo il complicato iter burocratico di approvazione dell'UE.

Inizio 2010
Nei primi mesi del 2010, l'azione di lobby antivivisezionista si intensifica molto, con contatti coi consulenti del Consiglio dei Ministri e con la Presidenza svedese. Grazie a questo, i peggiori emendamenti votati dal Parlamento del maggio 2009 vengono eliminati.

Maggio 2010
A questo punto la versione finale della direttiva viene pubblicata:
http://register.consilium.europa.eu/pdf/it/10/st06/st06106.it10.pdf

Questa verrà votata a settembre dal Parlamento Europeo in sessione plenaria.
La lobby pro-vivisezione non dovrebbe quindi avere più spazio per fare la sua opera distruttrice, i cui risultati in parte sono rimasti nella direttiva, ma che in parte sono stati invece risolti dall'azione antivivisezionista.
Dopo il voto del Parlamento, dunque, la battaglia si sposterà nei singoli Stati Membri.

2 - Confronto tra la vecchie e la nuova direttiva: le novità positive

Dove è "migliore" la direttiva vecchia

In un punto solo, cioè sulla questione animali randagi, la direttiva vecchia è migliore, perché pone un divieto totale di uso, mentre quella nuova pone lo stesso divieto ma prevede una deroga per "casi eccezionali" e documentabili. Sarà necessario, in sede di implementazione nazionale, far sì che questa deroga non sia prevista.

Dove è migliore la nuova

Esiste invece una lunga serie di punti positivi della nuova direttiva rispetto alla vecchia, che sono importanti specie per quelle nazioni che non hanno una legislazione più restrittiva, ma che semplicemente implementano la vecchia direttiva. In Italia abbiamo già una situazione favorevole perché in diversi campi (ma non in tutti) si implementano già norme più restrittive, ma in tanti paesi questo non avviene, quindi la nuova direttiva porterà in questi paesi dei miglioramenti.

Anche per l'Italia, comunque, vi saranno miglioramenti, specie per la parte che riguarda il rilascio delle autorizzazioni.

Ecco una breve panoramica delle novità positive della direttiva che sta per essere approvata, in ordine sparso. Queste sono tutti aspetti che nella direttiva vecchia NON ESISTONO e vengono introdotti solo con la nuova.

- Autorizzazione obbligatoria e istituzione di comitati nazionali consultivi

E' da notare che ad oggi, né a livello europeo né a livello italiano esiste questo obbligo, e che quasi tutte le procedure sperimentali avvengono in regime di notifica, cioè lo sperimentatore notifica al Ministero della salute il fatto che inizierà una sperimentazione, ma non deve attendere nessuna autorizzazione, può procedere già subito all'esperimento.
Quindi questo nuovo obbligo è un miglioramento fondamentale, perché consente agli organi di controllo di NON dare l'autorizzazione quando ritengano che la sperimentazione non vada fatta, per vari motivi. C'è comunque un limite di tempo, cioè le risposte devono essere date entro 40 giorni, ma è anche obbligatoria l'istituzione di un comitato nazionale consultivo a tutela degli animali, che può vigilare anche sul rilascio delle autorizzazioni, e che avrà quindi la possibilità di intervento, in modo che l'obbligo di valutazione non sia bypassato dal Ministero, ma sia attuato davvero.

- Classificazione della sofferenza

E' previsto, e prima non esisteva, l'obbligo di indicare sulla richiesta di autorizzazione il "livello di sofferenza". Più alto è, maggiori sono gli obblighi per il rilascio dell'autorizzazione.

- Valutazione restrospettiva

Per ogni progetto deve essere eseguita una valutazione dopo la fine del progetto che espliciti quanto questo sia risultato "utile". Questo è non obbligatorio solo nel caso di progetti con sofferenza "lieve" o del tipo "non risveglio" (l'animale viene anestetizzato, usato, e poi ucciso prima che si risvegli).

- Pubblicazione delle informazioni sui progetti

Anche questa è una novità importante: per ogni progetto che usa animali deve essere reso pubblico il suo contenuto, senza ovviamente dati personali o riservati, ma deve esserci una descrizione del progetto, degli animali usati e tutte le revisioni successive (che mostrano se quel progetto ha raggiunto i risultati cercati o se è stato inutile). In questo modo ci sarà maggior possibilità di agire legalmente contro la realizzazione dei vari progetti.

- Valutazione costi/benefici

Ogni richiesta di autorizzazione deve obbligatoriamente prevedere una valutazione dei costi (in termini di sofferenza degli animali) rispetto ai benefici attesi per la salute umana o animale. Questo deve essere fatto a cura di persone NON responsabili del progetto, per mantenere una reale indipendenza.

- Forme fetali di mammiferi e cefalopodi

Sono stati inclusi anche questi nell'ambito della direttiva, perché a oggi non sono compresi nella protezione e quindi su di loro poteva essere fatta qualsiasi cosa.

- Didattica e indagini medico legali

Questi 2 campi sono stati inclusi nella direttiva, prima non lo erano, il che significa che per esempio nella didattica non esisteva alcuna norma a livello europeo, quindi in tutti gli stati in cui non è stata inserita una norma apposita, si possono usare animali nell'insegnamento pre e post laurea senza alcuna regola, senza dover chiedere permessi o mandare notifiche agli organi di controllo.
La legge italiana norma già la didattica (anche se molto male, perché lascia scappatoie nell'applicazione), ma altre leggi nazionali no. Ora ci sarà l'obbligo di normare anche questo aspetto, non lasciare il completo far-west che vige oggi.

- Scimmie antropomorfe

E' stato inserito il divieto di uso di scimmie antropomorfe (non TUTTE le scimmie, solo gorilla, scimpanzé, bonobo, gibboni, orangutan) tranne in casi eccezionali. Questo è utile perché per alcuni esperimenti i vivisettori sostengono che solo queste specie (scimpanzé, in particolare) possono essere usate, e se vi è un divieto, di fatto questi esperimenti non si faranno più.

- Ispezioni

Anche qui alcune novità. Nelle vecchia direttiva non si prevedeva alcun obbligo sulle ispezioni in stabilimenti che utilizzano o allevano animali. Nella nuova sono previste ispezioni obbligatorie e a sorpresa, per almeno 1/3 degli stabilimenti utilizzatori deve esserci un'ispezione annuale, e per tutti quelli che usano scimmie l'ispezione è obbligatoria (ad oggi le ispezione non vengono fatte praticamente mai). Inoltre l'UE ha facoltà di controllare chi esegue le ispezioni per vigilare sul suo lavoro.

- Reinserimento degli animali che non saranno più usati in esperimenti

Esiste un articolo che parla esplicitamente di questo aspetto (nella vecchia direttiva esisteva solo mezza frase) e che obbliga, per tutte quelle specie in cui il reinserimento è consentito, che gli stabilimenti di allevamento e utilizzatori offrano la possibilità agli animali di socializzare.

- Metodi alternativi

Seppure non siano stati ottenuti in questo settore i risultati che si speravano, ci sono comunque novità positive nella nuova direttiva.
Viene istituito il "laboratorio di riferimento dell'Unione" per lo sviluppo e la convalida di metodi alternativi senza animali.
Inoltre, questi metodi alternativi vanno sviluppati anche per il campo della ricerca di base, non solo per i test regolatori come avviene adesso.
Gli stati membri devono individuare dei laboratori nazionali che portino avanti studi di convalida e che siano coordinati dal laboratorio dell'Unione.
La direttiva dice esplicitamente che "gli Stati membri assicurano che una procedura non venga eseguita qualora la legislazione dell'Unione riconosca altri metodi o strategie di sperimentazione per ottenere il risultato ricercato che non prevedano l’impiego di animali vivi" (art 13)

3 - Quello che si voleva ottenere e non è stato ottenuto

Abbiamo visto sopra le cose positive ottenute.

Quello che invece si voleva ottenere e non è stato ottenuto nonostante l'enorme ed encomiabile lavoro delle associazioni internazionali che hanno fatto lobby antivivisezionista a Bruxelles è qui elencato:

- Limiti restrittivi sul riuso degli animali in esperimenti successivi.
Questo non è stato ottenuto, rimane la situazione attuale.

- Restrizioni sugli esperimenti sulle scimmie, per evitare il loro utilizzo in "esperimenti non essenziali che non riguardano situazioni di vita o di morte di condizioni debilitanti per gli esseri umani".
Questo non è stato ottenuto. Di fatto, le scimmie non antropomorfe si possono ancora usare, e anche per il divieto della loro cattura in natura si dovranno aspettare molti anni.


- Divieto per didattica, indagini medico-legali
Anche questi divieti non sono stati ottenuti, ma per lo meno didattica e medicina legale sono state incluse nella direttiva, prima non lo erano e quindi gli animali potevano essere usati in quei campi senza alcuna restrizione o autorizzazione, a livello europeo.

 

- Divieto di eseguire esperimenti che provocano sofferenze gravi
Non è stato ottenuto, ma solo il divieto su ogni procedura che "causi dolore, sofferenza o angoscia intensi che potrebbero protrarsi e non possano essere alleviati".

- Metodi alternativi
Alcuni passi avanti sono stati fatti, come sopra spiegato, ma quello che si voleva era un obbligo a usare qualsiasi metodi alternativo esistente, mentre la direttiva limita questo ai casi delle metodologia altermative "approvate dalla legislazione Comunitaria", il che significa che non vi sarà obbligo di utilizzo di molti metodi alternativi scientificamente soddisfacenti solo perché questi non sono passati lungo il complicato iter burocratico di approvazione dell'UE.

Conclusioni

Come già detto nell'introduzione, a causa della disparità di forze tra l'industria della vivisezione e gli attivisti antivivisezionisti, l'obiettivo finale, il solo che vogliamo, dell'abolizione della vivisezione è ancora lontanissimo, ed è molto difficile anche ottenere dei passi avanti per far uccidere meno animali.

Nonostante questo, grazie all'impegno serio e costruttivo di alcune associazioni, e al sostengo di tantissime persone in tutta Europa, è stato possibile porre un freno ai danni che stavano facendo i vivisettori e alla loro influenza sugli eurodeputati, ottenend a livello europeo qualcosa di positivo, dei piccoli passi nella direzione giusta, anche se rimane molto deludente che siamo ancora così lontani dagli obiettivi anche minimi che vorremmo.

 

 

Notizia dal progetto di AgireOra Network: 'Sostituzione degli esperimenti su animali in Europa'. L'iniziativa ha lo scopo di fare pressione sui legislatori dell'UE affinchè si impegnino a sviluppare ed implementare metodi che non comportino l'uso di animali e che potrebbero salvare milioni di animali da laboratorio e migliorare la qualità della ricerca e della sperimentazione. [ Dettagli sul progetto 'Sostituzione degli esperimenti su animali in Europa' ]




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10 settembre 2010

E poi si dice che sono cattivi.....un bel gesto veramente

In occasione della festività di Rosh Ha Shanà (capodanno ebraico) i bravi vicini di casa palestinesi della Striscia di Gaza hanno pensato di partecipare anche loro alla ricorrenza. Con tre razzi Qassam hanno inviato ad Israele e ai suoi cittadini l'augurio di un Felice e sereno anno nuovo. La Comunità internazionale e l'ONU si felicitano di questo gesto palestinese e si augurano che l'iniziativa sia la giusta strada da percorrere per un futuro di pace tra le parti.
 

 




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9 settembre 2010

Tra i due litiganti, chi "godrà"?

 
 

                                    

Mustafà Bader Aladin, appartenente a Hizbollah e cognato di Immad Mourniegh, è il principale sospettato dell’assassinio dell’ex primo ministro libanese, Rafik Hariri.

Nasrallah è fuori di sè dalla rabbia e in un discorso ha delegittimato il comitato d’inchiesta internazionale. Come previsto ha farfugliato il nome d’Israele (che, per una volta, c’entra come i cavoli a merenda).

Assad (discolpato) ha ricevuto a Damasco il re saudita Abdallah, si sono consultati e adesso si precipita a Beirut per arrivare prima che si annunci ufficialmente il nome del colpevole.

Insomma, grande tensione in Libano, se incolpano Mustafà Bader Aladin è come se incolpassero Nasrallah. Nasrallah è il grande capo di Hizbollah. Hizbollah fa parte del governo libanese. La stabilità in Libano è generalmente precaria, ma adesso è veramente in pericolo.

Il banco scommesse è aperto, con quale mezzo Nasrallah cercherà di deviare l’attenzione?

 

accuserà Israele di aver assassinato o contribuito all’assassinio di Hariri.

 

spedirà verso Gaza la flottilla già bella pronta che avrebbe dovuto partire se la Turchia (sì,

sì, leggete bene, la Turchia) non si fosse intromessa convincendo gli organizzatori a desistere. Israele reagirebbe e l’attenzione si concentrerebbe su di lei.

 

scalderà la nostra frontiera.

 

4° tenterà di rapire soldati israeliani.

 

Scommettete, gente, scommettete...ahhh, l'esotico Medio Oriente, non ci si annoia mai...

 

Mi scuso per come scrivo i nomi, ma traduco dall’ebraico e non ho la minima idea di come si scrivano in lettere latine.

 

 ariela




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9 settembre 2010

Negoziati israelo-palestinesi: quali sbocchi possibili?

Alcuni commenti dalla stampa israeliana
Scrive Ha’aretz: «Il summit di Washignton ha conseguito gli obiettivi fissati ed è terminato con l’annuncio della ripresa dei negoziati per arrivare ad una composizione del conflitto israelo-palestinese che risolva tutte le questioni chiave e conduca alla nascita di uno stato palestinese. Nei suoi discorsi a Washington, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso la propria disponibilità per un compromesso di portata storica. “C’è un altro popolo che condivide con noi questa terra” ha detto, e ha definito il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) “il mio partner per la pace”. Netanyahu, che in passato si era fieramente opposto all’idea di uno stato palestinese, che egli considerava una minaccia all’esistenza e alla sicurezza di Israele, ha mutato approccio. Ora parla di sovranità in cambio di sicurezza, di uno stato per i palestinesi in cambio di misure di sicurezza rigorose. Ha convinto i leader di Stati Uniti, Egitto e Giordania a sponsorizzare i colloqui diretti, e ha dimostrato una straordinaria abilità politica nel preservare intatta la sua colazione nel momento in cui avvia trattative su un ritiro dalla Cisgiordania, sul futuro degli insediamenti e sullo status di Gerusalemme. […] Ma il primo vero test delle intenzioni di Netanyahu arriverà fra tre settimane, alla scadenza del congelamento delle attività edilizie negli insediamenti. Se Netanyahu cederà alle pressioni dei coloni e dei loro sostenitori, e farà ripartire a pieno ritmo le costruzioni, apparirà chiaro che egli non è in grado di promuovere lo storico compromesso che ha promesso. Se vuole che le dichiarazioni fatte a Washington vengano credute, deve tradurle in decisioni concrete a Ariel ed Emmanuel». (5.9.10)

Il Jerusalem Post critica Mahmoud Abbas (Abu Mazen) perché non cerca di arginare l’ininterrotta marea di virulenta propaganda anti-israeliana, e perché continua a presiedere manifestazioni ed eventi ufficiali di Fatah il cui tema centrale continua ad essere la perenne opposizione all’esistenza stessa di Israele. Secondo l’editoriale, «delegittimare e de-glorificare il terrorismo resta il vero prerequisito per qualunque coesistenza: un passo necessario verso quell’autentica lotta al terrorismo cui sono chiamati tutti i partner della pace. […] L’obiettivo apparentemente condiviso da Netanyahu e da Abu Mazen – e cioè, per citare le parole del presidente palestinese, che i nostri due popoli possano vivere “per sempre come vicini e partner” – è semplicemente incompatibile con un clima che vede i palestinesi indottrinati sin dalla culla a venerare chi fa strage di civili israeliani. Cambiate quel clima, e il nostro agognato sogno di pace diventerà una prospettiva realistica». (5.9.10)

Scrive Ma'ariv: «I colloqui diretti non porteranno alla pace perché le massime posizioni di Netanyahu non corrispondono alle minime posizioni dei palestinesi». Secondo l’editoriale, sa da una parte Abu Mazen non potrà mai accettare nulla di meno di ciò che Ehud Barak ed Ehud Olmert hanno già offerto e i palestinesi hanno già rifiutato come insufficiente, dall’altra il primo ministro israeliano non potrà offrire nulla di più. E conclude: «Nella migliore delle ipotesi, con l’aiuto delle pressioni americane sarà possibile arrivare ad uno stato palestinese dai confini provvisori, come veniva prospettato nella seconda fase prevista dalla Road Map». (6.9.10)

Israel Hayom ricorda che «Menachem Begin amava ripetere che “la pace è inevitabile”. Ma forse era più realistico Ben Gurion quando distingueva fra una pace esteriore e di fatto del tipo di quella che Abu Mazen e i suoi affermano di sostenere, e la vera pace fondata sul genuino riconoscimento da parte palestinese del diritto del popolo ebraico ad avere uno Stato nella sua patria storica. Il loro rifiuto di riconoscere questo diritto è ancora oggi, più di ogni altra cosa, il più tangibile ostacolo alla possibilità di arrivare alla pace fra i due popoli». (6.9.10)

 




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9 settembre 2010

Iran, non c’è solo Sakineh: incubo patibolo per altri 50

Sono attivisti per i diritti umani, avvocati e blogger senza paura, manifestanti dell’Onda verde antiregime arrestati nei mesi scorsi
 

Altri 14 iraniani sono in attesa di lapidazione nella Repubblica degli ayatollah. Le condanne a morte per motivi politici o ideologici, in attesa di venir eseguite o confermate dai vari gradi di giudizio, sono 13. Cinque di queste riguardano persone arrestate durante le manifestazioni dell’ultimo anno contro il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Il numero di Moharebeh, i nemici di Allah, che rischiano la pena capitale, perché oppositori, sarebbero fra i 50 e 60. L’ultima è la blogger Shiva Nazar Ahari, attivista dei diritti delle donne, arrestata diverse volte. Da sabato è sotto processo come nemica di Dio.

Non c’è solo Sakineh Mohammadi Ashtiani in attesa della lapidazione in Iran. Ieri il capo dello stato, Giorgio Napolitano, ha detto che la sua condanna a morte è «un atto altamente lesivo dei principi di libertà e difesa della vita». A Strasburgo il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso ha definito la minacciata esecuzione «una barbarie, che le parole non sono in grado di esprimere». Dall’Iran cominciano ad arrivare assicurazioni che il caso verrà rivisto, ma pure repliche piccate. Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Ramin Mehmanparast, accusa l’Europa di «voler difendere una persona accusata di omicidio e adulterio».

Sakineh non è l’unica per cui vale la pena accendere i riflettori internazionali. Secondo Ahmed Rafat, giornalista e scrittore di origini iraniane, fra i più esperti in Italia sul regime degli ayatollah, sono 14 le condanne per lapidazione già esecutive. E riguardano non solo donne, ma pure uomini rei di tradimento. Agli inizi di settembre sarebbero stati condannati a morte a colpi di pietra una coppia di adulteri: Vali Janfeshani, l’uomo, e Sariyeh Ebadi, l’amante. Dal 2008 si trovano nella prigione di Orumiyeh.

Lo scorso dicembre, secondo Drewery Dyke, esperto dell’Iran per Amnesty international, «due uomini sono stati lapidati e in altri tre casi la stessa condanna è stata eseguita, però, tramite impiccagione».

«Il caso Sakineh ha commosso l’opinione pubblica internazionale, ma non bisogna dimenticare che ci sono altri condannati a morte per ragioni politiche o semplicemente per aver partecipato alle manifestazioni di protesta. Tredici sono in attesa del boia, ma decine di altri rischiano la sentenza capitale» spiega Rafat.

Una delle più recenti pende sul capo di Zahra Bahrami, che ha pure la cittadinanza olandese. Arrestata dopo le manifestazioni contro Ahmadinejad nel dicembre 2009, è stata condannata a morte il 16 agosto. Il regime la accusa di far parte dell’ex gruppo terroristico dei Mujaheddin del popolo, di avere addirittura contrabbandato cocaina e di essere «una minaccia per la sicurezza nazionale». Come «nemica di Allah» merita la morte. Amsterdam conferma che oltre a Zahra ci sono altri quattro cittadini olandesi di origini iraniane nelle galere degli ayatollah.

A Jaafar Kazemi, che partecipò alle proteste contro il regime, dopo la discussa  rielezione di Ahmadinejad, è stato respinto in agosto l’appello contro la condanna a morte. Come Javid Lari e altri sei, in attesa del boia, viene accusato di far parte dei Mujaheddin del popolo, un gruppo clandestino che da qualche anno ha rinunciato al terrorismo e alla lotta armata.

Secondo Amnesty nel 2009 sono state messe a morte in Iran 388 persone. Gli attivisti politici arrestati lo scorso anno sarebbero stati cinquemila. Oggi fra i 50 e 60 oppositori rischiano una condanna a morte. Sabato scorso è iniziato il processo contro Shiva Nazar Harai, 26 anni, famosa attivista dei diritti umani. Finita in carcere più volte ha sempre sfidato a viso aperto il regime, che avrebbe fabbricato accuse «false», secondo il suo avvocato. Sarà un caso, ma il processo della blogger femminista, che rischia il patibolo, è iniziato il giorno in cui hanno sbattuto in galera Nasrin Sotoudeh. Un avvocato donna di numerosi attivisti politici, che ha rappresentato pure il premio Nobel Shirin Ebadi in esilio a Londra. L’avvocato e la femminista avevano aderito entrambi alla campagna «Un milione di firme» per abolire le leggi discriminanti nei confronti delle donne iraniane.

di Fausto Biloslavo
 Il Giornale




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9 settembre 2010

Il pomodoro di Pachino? È israeliano

Di Dario Bressanini
Qualche giorno fa il ministro Galan, parlando dell’importanza della ricerca in campo agricolo, ha affermato che il pomodoro di Pachino è stato creato in Israele e poi trapiantato in Sicilia. In molti si sono stupiti: «E' mai possibile che un prodotto tipico italiano abbia una origine straniera?». Certamente. Il ministro Galan non ha sbagliato. [...] Non sono state le antiche varietà locali, come qualcuno pensa, a portare al successo il pomodoro di Pachino. Nel 1989 l’azienda sementiera biotech israeliana, Hazera Genetics, introduce in Sicilia attraverso Comes S.p.A, divenuta poi Cois 94 S.p.A, due nuove varietà di pomodori: il ciliegino Naomi e la varietà Rita a grappolo. Nel giro di pochi anni questi due prodotti raggiungono una enorme popolarità ed entrano nelle case di tutti gli italiani e la tipologia ciliegino diventa sinonimo di «pomodoro di Pachino» ... ...

Leggi tutto l'articolo (da: Corriere della Sera on line):
http://www.corriere.it/cronache/10_settembre_06/pomodori-pachino-bressanini_fbd1d00a-b994-11df-90df-00144f02aabe.shtml




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9 settembre 2010

Israele verso gli 8 milioni di abitanti

La tendenza in Israele a formare famiglie ebraiche più numerose in confronto al tasso di nascite tra gli ebrei della Diaspora risulta un modello confermato dalle cifre più recenti sulla popolazione, commentate in occasione del capodanno ebraico dal demografo Sergio Della Pergola, titolare della cattedra “Shlomo Argov” in Rapporti Israele-Diaspora dell’Università di Gerusalemme.
L’Ufficio Centrale di Statistica israeliano ha diffuso i dati aggiornati da cui risulta che, all’inizio di questo anno ebraico 5771, la popolazione totale d’Israele conta 7.645.000 abitanti, di cui il 75,5% ebrei.
Il tasso di natalità degli ebrei israeliani è in media poco al di sotto dei tre figli (2,9) per famiglia, il più elevato da molti anni a questa parte: un dato che va confrontato coi meno di 2 figli per famiglia ebraica che si registra in altri paesi industrializzati. La differenza è dovuta a più di un fattore, spiega il prof. Della Pergola. Uno è l’altissimo tasso di nascite, in Israele, tra le famiglie “haredi” (ultra-ortodossi). Un altro è la complessiva sensazione di benessere tra la popolazione in generale. Contribuisce anche la situazione economica relativamente stabile, in Israele, in confronto alle crisi finanziarie degli ultimi anni in altri paesi.
Un ulteriore dato è l’aumento dell’immigrazione. “Benché il numero degli immigranti sia relativamente basso in confronto a periodi precedenti nei sessantadue anni di storia dello stato – nota Della Pergola – il tasso di immigrati è comunque più alto di quello dell’anno scorso a riprova dell’influenza esercitata dalla problematica situazione economica nel mondo, unita alla sensazione di disagio provocata dai trend generali verso antisemitismo e anti-israeliano”.
Diversamente che in Israele, altrove la tendenza verso un declino della popolazione ebraica continua, osserva Della Pergola, a causa di fattori come i matrimoni misti e una popolazione che invecchia rapidamente, con un aumento delle morti in confronto alle nascite. “Mentre la popolazione ebraica in Israele è aumentata nell’anno passato dell’1,7%, la popolazione ebraica nella Diaspora è diminuita dello 0,2%”, spiega il professore dell’Università di Gerusalemme. Il risultato netto è un costante aumento della percentuale di ebrei residenti in Israele, che al momento rappresentano il 43% della popolazione ebraica complessiva mondiale.
Dopo Israele, il paese con la più numerosa popolazione ebraica sono gli Stati Uniti, aggiunge Della Pergola, con 5,3 milioni di ebrei, benché questo numero dipenda dalle diverse definizioni di chi viene considerato “ebreo”. Le altre principali comunità ebraiche nazionali sono: la Francia, con 485.000 ebrei; il Canada, con375.000; la Gran Bretagna, 292.000; Russia, 205.000; Argentina, 182.000; Germania, 119.000; Australia, 108.000; Brasile, 96.000. (Oggi gli ebrei italiani iscritti alle 21 comunità presenti nel paese sono meno di 30.000, su una popolazione residente di 60 milioni.)

(Da: Università di Gerusalemme, Dept. of media relations, 07.09.10)

Il sito dell’Israel’s Central Bureau of Statistics (in inglese):
http://www1.cbs.gov.il/reader/?MIval=cw_usr_view_Folder&ID=141




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9 settembre 2010

E Mussolini creò la Marina d' Israele

 
Riprendo il mio progetto di rendere più conosciuto il rapporto tra la Destra Italiana e gli Israeliti, prima che l' ostracismo cieco ed ignorante della Società delle Nazioni costrinse Mussolini, fino ad allora fortemente critico verso il nazionalsocialismo, a gettarsi in quell' anomala alleanza con Hitler che fu sancita dalle inique Leggi Razziali del 1938.
 
Fino ad allora, come abbiamo visto e vedremo, i rapporti con gli Italiani Israeliti, sia Risorgimentali che successivi alla Prima Guerra Mondiale furono strettissimi e cordiali. Tantissimi Italiani Israeliti furono Fascisti, con orgoglio e partecipazione.

Una pagina assai poco conosciuta di Storia Italiana è quella rappresentata dalla nascita della Marina d' Israele. Nata nel 1934 per volere di Benito Mussolini a Civitavecchia su richiesta di Vladimir Zeev Jabotinsky, uno dei leader della Destra Ebraica del Novecento che studiò anche a Roma, fondatore del Partito Revisionista che fu nazional-liberale ed anticomunista, oggi fuso nel Likud, su consiglio e segnalazione di uno dei responsabili della cellula giovanile italiana del partito, il Bethar, Maurizio Mendes.
Purtroppo oggi è veramente arduo trovare qualche libro sull' argomento; il principale, scritto da Leone Carpi nel 1965, "Come e dove rinacque la Marina d' Israele", è stranamente introvabile. Dico stranamente perchè in Italia qualcuno, evidentemente,non gradisce che si faccia luce sul comportamento del Fascismo nei confronti degli Israeliti ante 1938. Ma anche uno storico locale, Enrico Ciancarini e Renzo de Felice hanno scritto a riguardo.
Fu nell' Ottobre del 1934 che giunsero nella cittadina laziale i primi allievi ufficiali da ogni parte del mondo, per essere addestrati con perizia; all' inizio furono 28, arrivando successivamente a quasi 200 diplomati in tre anni. I corsi erano in italiano, lingua imparata in fretta dagli allievi, i quali sulle uniformi portavano un' ancora, la Menorah (il candelabro simbolo anche del Bethar)ed il Fascio Littorio Fascista, ed in alcune cerimonie ufficiali salutavano Romanamente,come ricordato dall' allora Capogruppo Avram Blass, successivamente divenuto Ammiraglio della Marina Israeliana.
Nel 1936 partì il Secondo Corso, davanti a nientepopodimeno che il Rabbino Capo di Roma, Sacerdoti, questo se i miei Fratelli Israeliti antifascisti italiani me lo concedono... Con moltissimi Israeliti Polacchi,sempre sotto gli ordini del Capitano Fusco, che seguirà anche il Terzo ed ultimo Corso del 1937. Nel frattempo era stata acquistato anche un veliero a motore da 60 metri, il "Quattro Venti", ribattezzato "Sarah I°", che nell' estate di quello stesso anno fece rotta verso la Palestina, dove fu accolta con moltissimi festeggiamenti dalla comunità ebraica. Era il primo mercantile della Storia Moderna d' Israele.
 
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Leggasi anche Renzo de Felice: "Storia degli Ebrei sotto il Fascismo". Capitolo "Il sionismo e la Politica Estera Fascista". Dove lo storico afferma che, senza il cambiamento della politica estera Italiana, la collaborazione sarebbe stata estesa al campo aeronautico e militare.
Un libro commissionato a De Felice espressamente dalla Comunità Israelita nel 1961, e che molti Italiani dell' Antico Testamento, che si ostinano ad incapponirsi con l'antifascismo, farebbero bene a leggere.
 




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8 settembre 2010

Questa sera per gli ebrei inizia l'anno 5771

 

 

Rosh haShana 8 settembre - capodanno 5771.
Questa sera per gli ebrei inizia l'anno 5771!
Shana Tova a tutti!

Rosh haShana (in ebraico ??? ????, letteralmente principio dell'anno) è il capodanno religioso previsto nel calendario ebraico.Rosh haShana è il capodanno cui fanno riferimento i contratti legali, per la cura degli animali e per il popolo ebraico. La Mishnah indica in questo capodanno quello in base al quale calcolare la progressione degli anni e quindi anche per il calcolo dell'anno sabbatico e del giubileo.Nella Torah vi si fa riferimento definendolo "il giorno del suono dello Shofar" (Yom Terua, Levitico 23:24). La letteratura rabbinica e la liturgia descrivono Rosh haShana come il "Giorno del giudizio" (Yom ha-Din) ed il "Giorno del ricordo" (Yom ha-Zikkaron).Nei midrashim si racconta di Dio che si siede sul trono, di fronte a lui i libri che raccolgono la storia dell'umanità (non solo del popolo ebraico). Ogni singola persona viene presa in esame per decidere se meriti il perdono o meno.La decisione, però, verrà ratificata solo in occasione di Yom Kippur. È per questo che i 10 giorni che separano queste due festività sono chiamate i 10 giorni penitenziali. In questi 10 giorni è dovere di ogni ebreo compiere un'analisi del proprio anno ed individuare tutte le trasgressioni compiute nei confronti dei precetti ebraici. Ma l'uomo è rispettoso anche verso il proprio prossimo. Ancora più importante, allora, è l'analisi dei torti che si sono fatti nei confronti dei propri conoscenti. Una volta riconosciuto con se stessi di aver agito in maniera scorretta, occorre chiedere il perdono del danneggiato. Quest'ultimo ha il dovere di offrire il proprio perdono. Solo in casi particolari ha la facoltà di negarlo. È con l'anima del penitente che si affronta lo Yom Kippur.La festa dura 2 giorni sia in Israele che in diaspora, ma è una tradizione recente. Esistono infatti testimonianze di come a Gerusalemme si festeggiasse solo il primo giorno ancora nel XIII secolo. Le scritture recano il precetto dell'osservanza di un solo giorno. È per questo che alcune correnti dell'ebraismo, tra le quali i Karaiti, festeggiano solo il primo. L'ebraismo ortodosso e quello conservativo, invece, li festeggiano entrambi.
Rosh haShanah cade 162 giorni dopo il primo dei giorni di Pesach. Nel calendario gregoriano non può cadere prima del 5 settembre. Curiosamente, a causa della differenza tra il calendario ebraico e quello gregoriano, dal 2089 di quest'ultimo, Rosh haShana non potrà più cadere prima del 6 settembre.Non può invece cadere più tardi del 5 ottobre. Sempre per come è calcolato il calendario ebraico, la festa di Rosh haShana non può mai cadere di giovedì, venerdì o domenica.

La cena della prima sera di Rosh haShana è detta Seder di Rosh haShanà, nel quale si usa consumare, assieme alla recitazione di piccole formule di preghiera, sia cose dolci (tipica la mela intinta nel miele), sia cibi che diano l'idea di molteplicità, come il melograno, per augurarsi un anno dolce e prospero. Tra i vari piatti che si servono durante questa cena, differenti nelle varie tradizioni, è una costante la presenza di qualche parte di animale che faccia parte della testa, a simboleggiare il capo dell'anno. Solitamente viene portata in tavola anche una forma di pane (challa) tonda, a simboleggiare la circolarità dell'anno.Nel pasto della seconda sera, vengono servite più varietà possibili di frutta, perché vengano incluse nella benedizione di shehekheyanu (la benedizione che si recita la prima volta che si assaggia qualcosa nell'anno).
 

 




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8 settembre 2010

Leonard Cohen, menestrello del Vecchio Testamento

Gianfranco Ravasi

«È così divertente credere in Dio!». E ancora: «Mi piace la compagnia dei monaci, delle suore e dei credenti di ogni genere e mi sono sempre sentito a casa tra le persone di quella fascia. Io non so esattamente perché, so soltanto che rende le cose più interessanti».

A fare simili dichiarazioni davanti a una selva di microfoni è stato un cantautore che sicuramente molti miei lettori conoscono, ma che io ho incrociato per caso solo perché anni fa il mio amico Roberto Vecchioni gli aveva intitolato una canzone: era Leonard Cohen dell'album Milady del 1989. Lo stupore in me era cresciuto quando avevo scoperto che la «Garzantina» della letteratura gli riservava una voce lunga quanto quella dedicata a Bob Dylan. Sì, perché questo «little Jew who wrote the Bible», come lui stesso si autodefinisce, nato nella canadese Montreal 76 anni fa, è stato anche un apprezzato poeta e romanziere. E domani sarà in concerto a Firenze per l'unica tappa italiana del suo tour.

Ora, finalmente, so quasi tutto di lui perché un infaticabile cultore dei nessi espliciti e segreti tra Bibbia e cultura contemporanea come Brunetto Salvarani, coadiuvato da Odoardo Semellini, un esperto di musica della sua stessa città, Carpi, ne ha offerto un ritratto capace di fondere insieme filologia e divertissement, documentazione e narrazione, testo ed emozione. Un po' come il protagonista Cohen, che ha sempre cercato di intrecciare nel suo pensare, scrivere e cantare spirito e corpo, mito e storia, mistica e amore, sacro e profano, ma soprattutto Dio e uomo, avendo sempre accesa ne l suo cielo la stella della Bibbia, cibo quotidiano della sua famiglia di ebrei mitteleuropei e stemma di un cognome così impegnativo (come è noto, in ebraico, kohen è il «sacerdote»).

Certo, la sua religiosità è iridescente come un arcobaleno e i vari capitoli di questo profilo ne sono il riflesso, affidati a una trama di citazioni, di episodi, di testimonianze che non lasciano varco alla noia o alla distrazione. Basti solo evocare una canzone la cui simbolicità è già nel titolo, «Hallelujah», sì, il termine dei Salmi e della liturgia. Si tratta di una manciata di minuti (oscillanti tra i quattro e i sette delle due versioni da lui approntate) che, però, fanno scrivere a un critico di Repubblica (che immagino "laico"), Gino Castaldo: «È una canzone di tale bellezza che da sola varrebbe una carriera».

L'ispirazione di ques to «Lodate il Signore» (tale è il significato dell'ebraico Hallelujah) attinge a uno dei Salmi più celebri, il 51, cioè il Miserere, che la tradizione ha posto sulle labbra di un re Davide finalmente baffled, «confuso», dopo il suo adulterio con Betsabea e l'assassinio – per interposta persona – del marito di lei, l'ufficiale Uria dell'esercito ebraico (si rilegga la straordinaria "sceneggiatura" di questi eventi nei capitoli 11-12 del Secondo Libro di Samuele).

Non tracciamo ora la trama di questa canzone che Cohen elaborò in più di due anni, giungendo fino ad almeno ottanta strofe per farne sopravvivere solo cinque. L'esegeta potrebbe eccepire sulla confusione (voluta?) tra la storia di quel re di Giuda e la vicenda di Sansone e Dalila: «La sua bellezza e il chiarore della luna ti sconfissero / lei ti legò a una sedia da cucina, / distrusse il tuo trono, tagli& ograve; i tuoi capelli...». Ma ciò che brilla e che importa è da cercare nella finale del canto, allorché al volto di Davide subentra in dissolvenza quello di Leonard, vanamente teso in un'autogiustificazione che non resiste davanti alla «vampa di luce presente in ogni parola» divina. Ma a questo punto si assiste a una polimorfia di allusioni, di ammiccamenti, di rimandi poetici, personali, spirituali, teologici che i due autori del saggio dipanano con finezza, e alla fine Cohen-Davide altro non è che un Hallelujah vivente: «I'll stand before the Lord of Song / With nothing on my tongue but Hallelujah». Davanti al Signore del canto, egli si erge avendo sulle labbra nient'altro che la lode, l'Hallelujah appunto.

Lasciamo al lettore di andare oltre nella scoperta della filigrana biblica e religiosa dell'opera di questo «little Jew», che rimpianse apertamente di non aver conosciuto l'auto re italiano più vicino (a suo modo) a lui, cioè quel Fabrizio De André che si professava suo discepolo. In queste pagine una vasta bio-bibliografia ricostruisce tutta un'esistenza condotta «aspettando che l'Amore ti chiami per nome» (Love calls you by your name). Vorrei solo ricordare che la raccolta dei 150 Salmi biblici non ha affascinato solo Cohen, che ne respira ritmo e anelito anche quando non li adotta direttamente (si ascolti If it be your will, «una vera e propria preghiera dai contorni di un Salmo biblico»).

Anche Bono, il noto leader della band degli U2, ha saldamente imbracciato l'arpa di Davide, facendola echeggiare in alcune sue composizioni recenti, e giungendo al punto di scrivere la prefazione a un'edizione dei Salmi (da noi l'ha tradotta Einaudi nel 2000) ove confessa che «Salmi e inni sono stati il mio primo assaggio di musica ispirata... Parole e musica hanno fatto pe r me ciò che solide, addirittura rigorose argomentazioni religiose non sono mai riuscite a fare, mi hanno introdotto a Dio, non alla fede in Dio, piuttosto a un senso tangibile di Dio».

È un po' questa anche l'esperienza di Cohen che un altro componente degli U2, il chitarrista The Edge, così dipingeva: «Leonard è per me colui che è sceso dal monte con le tavole di pietra, dopo essere stato lassù a parlare con gli angeli». È curioso notare che nelle nostre lingue il termine «ispirazione» è usato sia per indicare lo Spirito di Dio che attraversa gli autori sacri, sia l'afflato creativo del poeta, del musicista, dell'artista. La stessa Bibbia non esitava a usare la medesima radice verbale (nb') per definire il profeta e l'opera dei cantori e dei musicisti (1 Cronache 25,1).

Il Sole 24 Ore




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8 settembre 2010

Sakineh/ In riesame il caso, in Iran altre 14 donne rischiano

 


Teheran: Stop a interferenze;ma c'è chi chiede maggiori pressioni 
apcom La condanna di Sakineh è sospesa, in attesa del riesame della Corte Suprema. E mentre l'Iran ripete che l'Occidente deve smetterla di interferire, in Italia si alza la voce delle donne democratiche iraniane, che denunciano: ci sono almeno altre 14 donne nel paese che rischiano la lapidazione. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, ha dichiarato che il caso della donna "non dovrebbe diventare una questione legata al rispetto dei diritti umani", accusando poi l'Occidente di "difendere una donna processata per omicidio e adulterio". "Allora - ha detto il portavoce - i Paesi europei dovrebbero rilasciare tutti gli assassini". Mehmanparast ha poi ribadito che una decisione finale su Sakineh deve essere ancora presa dai giudici. Forse dunque c'è speranza. Ma in Iran, oltre a Sakineh Ashtiani, ci sono almeno altre 14 donne che rischiano la lapidazione: per questo, la comunità internazionale deve intensificare le sue pressioni per salvarle. A spiegarlo ad Apcom è stata Shahrzad Sholeh, presidente delle Donne democratiche iraniane in Italia.
 




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8 settembre 2010

Il disimpegno necessario

 
Di Ari Shavit
Circa sei mesi prima del ritiro di cinque anni fa dalla striscia di Gaza, ad alcune decine di opinionisti israeliani venne chiesto quali ripercussioni avrebbe avuto il disimpegno unilaterale. Benjamin Netanyahu disse che un ritiro unilaterale in cambio di niente avrebbe posto una minaccia esistenziale. Uzi Arad era dell’opinione che il disimpegno avrebbe causato una slavina sul piano diplomatico e della sicurezza. Moshe Ya'alon sostenne che il ritiro avrebbe dato nuovo impulso al terrorismo. Moshe Arens si disse convinto che il disimpegno avrebbe creato una nuova situazione strategica in cui il sud di Israele si sarebbe ritrovato sotto costante minaccia da parte dei palestinesi. Yaakov Amidror predisse che Gaza si sarebbe trasformata in un Hamastan, e che i razzi palestinesi sarebbero piovuti su Ashdod e Kiryat Gat. Natan Sharansky previde il rafforzarsi dell’estremismo palestinese e lo sviluppo di un processo che avrebbe potuto portare alla guerra. Ed Eli Moyal, l’allora sindaco di Sderot, delineò un brutale scenario futuro: “Una trentina di razzi cadono su Sderot, rimangono uccise una mezza dozzina di persone, una decina restano ferite. Cosa fa Israele? Rientra a Gaza. Ma questa volta entrare a Gaza non è facile: mine, bombe, incendio nel Libano meridionale. Alcuni soldati muoiono. Per via della morte dei soldati, le Forze di Difesa israeliane intensificano il fuoco, e rimangono uccisi dei civili palestinesi. Ed ecco il guaio internazionale”.
Non ci si può nascondere la verità: la destra aveva ragione. Su ogni singolo punto. Nel momento in cui la maggior parte di Israele era nell’euforia per il disimpegno da Gaza, la destra vedeva la realtà per quello che era. Nel momento in cui la maggioranza dei mass-media tesseva le lodi dello sgombero, la destra paralizzata capiva che cosa stava per succedere. Le profezie di sventura dei coloni, che cinque anni fa venivano considerate isteriche e deprecabili, si sono rivelate assolutamente esatte. La vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi del 2006 e la sua violenta presa del potere a Gaza nel 2007 hanno dimostrato quanto i nazionalisti israeliani avessero ben visto nel futuro.
La destra aveva ragione, ma la destra aveva anche torto. Aveva capito i pericoli celati nel ritiro, ma mancò completamente di capirne la necessità. Anticipava con chiarezza il futuro prossimo, ma non sapeva vedere il futuro a lungo termine. Vedeva il problema militare nei minimi dettagli, ma era cieca rispetto alla minaccia strategica. La destra mancò di comprendere cinque anni fa esattamente ciò che si rifiuta di comprendere oggi: il virus dell’occupazione è diventato letale.
Il piano di disimpegno era pieno di difetti. Non creò a Gaza una situazione tale da marcare una chiara fine dell’occupazione riconosciuta dalle Nazioni Unite. Non fu accompagnato da un Piano Marshall internazionale che riabilitasse Gaza e vi rafforzasse le forze moderate. Non fu integrato con una energica politica deterrente tale da impedire che la striscia di Gaza diventasse una base di missili nemici capaci di minacciare Tel Aviv, non creò un accettabile equilibrio con la Cisgiordania e non assicurò a Israele vantaggi diplomatici a lungo termine.
Il piano di disimpegno ebbe tuttavia un punto di forza: fu un coraggioso tentativo, il primo del suo genere, di affrontare di petto il virus letale. La logica fondamentale che ne stava alla base era e rimane valida. Secondo la logica che stava dietro al disimpegno, Israele ha il dovere cruciale e morale di porre fine all’occupazione, ma Israele non ha un autentico e affidabile interlocutore palestinese con cui possa porre fine all’occupazione; dunque Israele deve prendere misure limitate e calcolate per muovere gradualmente verso la fine dell’occupazione. No, non c’è possibilità di una pace completa nel prevedibile futuro. Ma è anche vero che nella situazione attuale non c’è speranza né scopo. Perciò Israele deve prendere nelle sue mani il proprio destino e agire, con saggezza, per creare un confine fra se stesso e la “Palestina”. Solo così potrà garantire la propria identità e la propria legittimità come stato ebraico e democratico. Solo così potrà trasformare il conflitto israelo-palestinese in una tollerabile controversia, che finirà col dissolversi nella pace.
Cinque anni dopo aver lasciato Gaza, il quadro è chiaro. Il disimpegno del 2005 è stato problematico, ma strategicamente era e rimane cruciale. La lezione da trarre dal primo disimpegno è che il secondo disimpegno dovrà essere fatto in modo diverso: non dovremo ritirarci sulle ex linee armistiziali del 1967, non dovremo ritirarci senza appoggio internazionale, non dovremo ritirarci senza una tacita intesa coi palestinesi moderati, non dovremo ritirarci senza esserci assicurati una concreta risposta alla minaccia missilistica. Ma, alla fine, non vi sarà altra scelta: il disimpegno è pericoloso, ma è meno pericoloso di qualunque altra alternativa.

(Da: Ha’aretz, 29.07.10)

Nella foto in alto: Ari Shavit, autore di questo articolo

 




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8 settembre 2010

La velata Khadija, alla guida di un sexy shop all'orientale

 

Nel Bahrain, una giovane madre di famiglia spezza, non senza difficoltà, il tabù del sesso nella società musulmana.
 
Benvenuto a Darkhadija la “casa di Khadija”, il primo sexy shop della rigorosissima penisola araba, gestita da una giovane donna di 32 anni, che porta il lungo abito nero tradizionale ed il velo regolamentare.

In questo fine serata, una coppia spinge la porta della sua “Fashion house”, situata in un sobborgo di Manama, capitale del regno di Bahreïn. Tre signore, piuttosto giovani e coperte dalla testa ai piedi, frugano tra calze a rete e biancheria di lusso. Khadija è seduta davanti al suo computer rosa e subito anticipa il giornalista: “Questo non è un sexy shop all'occidentale, ma un luogo per aiutare le coppie sposate ad accedere al sesso nella sua totalità. Altrimenti perché gli uomini o le donne lo vanno a cercare altrove? Perché tra le coppie subentra la routine”, risponde questa madre di tre bambini, che consiglia quella crema per il massaggio o quella voluttuosa sottoveste ai suoi clienti. “Il mio negozio è qua affinché le coppie siano felici nell'intimità della camera da letto”.

 Prima di lasciare questo nuovo “giardino dell’Eden”, un uomo ci garantisce che “Khadija spezza il tabù del sesso che, insieme alla politica e all'islam, è tra gli argomenti di cui non si deve parlare nella società musulmana”.

Nel 2007 Khadija Ahmad aveva inizialmente lanciato un sito Internet per la vendita per corrispondenza. “Come moglie avevo l'abitudine di comperare questi prodotti. Ho constatato che numerose altre coppie facevano altrettanto, mi sono detta: crea un sito web”. Poiché la domanda ha risposto positivamente, l'anno successivo Khadija ha aperto il suo negozio.
Da allora, questa pioniera è piena di lavoro. “La risposta della clientela è eccellente e guadagno denaro”. Per lo più sono donne che vengono a chiedere consigli. A volte, timidi mariti che mandano le mogli e attendono lungo il marciapiede davanti al negozio.
Non ci sono fruste, né tute di pelle, ma una selezione discreta di creme per il masaggio, di vibratori, di biancheria di lusso e lampade rosse. Khadija si rifornisce negli Stati Uniti, beneficiando così dell'accordo di libero scambio, firmato tra Bahrain e Washington.

 Ma in questi ultimi tempi, la giovane avanguardista si scontra con l’intransigenza dei doganieri, che le rifiutano i vibratori e le creme per prolungare l’erezione, cioè i suoi due prodotti di punta. “pura ipocrisia pura! Queste creme le trovate in commercio a Bahrain. Ma quelle persone non vogliono che noi si sia felici nella nostra vita amorosa, frustrati”, si indigna Khadija, che comunque dispone di tutte le autorizzazioni necessarie.
La stampa locale si è occupata della vicenda e i “barbuti” del ministero del Commercio hanno anche inviato un emissario per spiegarle che il suo “caso” provocava mormorii fra i dignitari religiosi del regno. “Mi ha detto che non andava bene se i bambini avessero saputo dell'esistenza del mio negozio. Ma vendo prodotti ai bambini? Assolutamente no, si difende Khadija, tutti i miei clienti devono essere maggiorenni”. Del resto quando sorprende adolescenti che sbirciano intorno alle sue maschere scintillanti, li strapazza senza troppi riguardi.
Porta a suo favore testimonianze di studiosi, giura che nell'islam nulla proibisce il “piacere sessuale”: “sostengo di essere vittima di un'interpretazione errata della religione”. Del resto i cosiddetti custodi della morale islamica non sono certo gli ultimi che vanno a visitare il suo negozio. “Ho molti clienti salafiti, lei con il burqa, lui in thobe (nota: un lungo abito che scende sotto le ginocchia). Ne ho anche avuto uno che ha comperato delle sottovesti molto sexy, e non mi crederete: era un membro della polizia religiosa saudita”, i temuti moutawa, che fanno in modo che le donne non mostrino i capelli in pubblico.
Certa dei suoi diritti, Khadija per perorare la sua causa è pronta ad andare dal re, lo sceicco Hamed Issa al-Khalifa, il monarca molto liberale che regna sull'arcipelago di Bahrain, che ospita la Va flotta americana nel Golfo ed i cui membri sono altri abituali clienti di Khadija.
Il suo successo ha superato i confini dell'arcipelago. Viene regolarmente invitata a partecipare a talk-show sulle reti televisive libanesi, dove ancora non esistono negozi di questo tipo. Accompagnata dal fratello, Khadija rifornisce anche clienti sauditi, ma soltanto se l’ordine supera i 350 euro. Pensa di aprire succursali a Dubai, Beirut e forse anche in alcuni centri commerciali di Manama, dove ogni fine settimana centinaia di Sauditi, gente del Qatar e Kuwaitiani affluiscono per infilarsi nei bar. 
 “Non ho paura”, afferma questa imprenditrice, convinta di andare nella “direzione giusta”. Un giorno, un suo cliente le ha confidato che lei aveva salvato la sua vita di coppia. “Mi ha fatto piacere, una famiglia equilibrata è il nostro obiettivo, ed ho la sensazione di aiutare a modo mio”, afferma felice questa sposa che, senza rinnegare i propri valori, smitizza il sesso presso una società ultra conservatrice.
Georges Malbrunot Le Figaro Traduzione Hurricane 53

 




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7 settembre 2010

“Il popolo palestinese non esiste”: fino al 1963 lo dicevano apertamente tutti i nazionalisti Arabi di Palestina. Dopo lo dicono solo fra amici

plo-palestinian-terrorismNon sono molti a conoscere Zahir Muhsein che fu un leader dell’OLP tra il 1971 ed il 1979. La cosa che rende importante la sua conoscenza è racchiusa in un’intervista che Zahir Muhsein rilasciò al giornale olandese Trouw.

Nell’intervista del Marzo 1977 egli affermò:
Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno stato palestinese è solamente un mezzo per continuare la nostra lotta per l’unità araba contro lo Stato d’Israele. In realtà oggi non c’è differenza tra giordani,palestinesi, siriani e libanesi. Oggi parliamo dell’esistenza di un popolo palestinese per ragioni politiche e strategiche poichè gli interessi nazionali arabi richiedono che venga assunta l’esistenza di un distinto “popolo palestinese” da opporre al sionismo. Per ragioni strategiche la Giordania, che è uno stato sovrano con confini ben definiti non può vantare diritti su Haifa e Jaffa mentre io, come palestinese, posso senz’altro vantare diritti su Haifa, Jaffa, Beersheva e Gerusalemme. Comunque nel momento in cui i nostri diritti saranno riconosciuti non attenderemo nemmeno un minuto per unire la Palestina alla Giordania.”

Non credo servano commenti.

emanuel baroz




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7 settembre 2010

Ahmadinejad: lo chiamavano bocca di rosa

 

 

E’ opinione largamente condivisa che la diplomazia non sia una delle principali qualità di Mahmoud Ahmadinejad e chi lo ascolta sa che, nei suoi discorsi, la sorpresa è spesso dietro l’angolo. Ma il 2 agosto il presidente si è superato e la platea dapprima scossa da gridolini di stupore e imbarazzo si è infine sciolta in una risata sguaiata e liberatoria. Un’ilarità irresistibile determinata non tanto dal bersaglio dell’ironia di Ahmadinejad – il consueto Grande Satana – quanto dall’espressione scelta dal presidente per schernirlo. 

“Lui (Barack Obama) non ha colto molte opportunità che gli si sono presentate – ha esordito il presidente – ora (riferendosi a Wikileaks, ndr) pubblicano documenti secondo i quali la loro disfatta in Iraq e in Afghanistan è da imputarsi all’Iran e non si accorgono che così facendo innalzano il nostro status”. Ma addossare la colpa a Teheran – ha proseguito il presidente – è una tattica che non paga più. A questo punto la platea è pronta per una nuova spericolata invettiva. Una frase perentoria e minacciosa che vaticini il tramonto della civiltà occidentale e rinsaldi lo spauracchio delle magnifiche sorti nucleari della Repubblica islamica. Dopo una pausa sapientemente calibrata, l’attesa si dimostra tutt’altro che vana, ma dalla bocca di Ahmadinejad escono parole che è eufemistico definire irrituali. “Mameh-ro lulu bord” – ha detto – se gli sporchi giochi dell’America non sortiscono più alcun effetto è perché, letteralmente, “l’uomo nero si è preso la tetta” , una frase con cui le mamme negano il seno ai bimbi durante lo svezzamento, un’espressione gergale, inusitata e volgare sulle labbra di una delle massime cariche dello stato.

Per capire lo sconcerto dell’uditorio di Ahmadinejad occorre tenere presente che tra il persiano forbito della letteratura e della filosofia e quello basso della strada si spalanca un abisso. Anche se la rivoluzione con la sua pretesa di spazzar via duemila anni di vestigia aristocratiche ha contribuito a livellare il linguaggio e il farsi odierno, rispetto a quello di trent’anni fa, è infarcito di espressioni che nell’ancien régime sarebbero state considerate sprezzantemente “dehati” (contadine), la cadenza di una parola e la scelta di una metafora piuttosto che di un’altra restano ancora un barometro della posizione sociale di chi le pronuncia. Del resto, in una cultura in cui gli eroi nazionali più riveriti non sono condottieri ma poeti, non c’è da stupirsi che anche i mullah non possano resistere alla tentazione di richiamare accanto ai passi del Corano i versi di Hafez, Rumi e Saadi. La retorica politica iraniana è circonvoluta, tradizionalmente infarcita di iperboli, rimandi sapienti alla storia e alla tradizione sciita. “Mameh-ro lulu bord”, una citazione che evoca plasticamente il seno in uno stato in cui le donne non possono scoprire nemmeno i capelli, è una frase che non può avere diritto di cittadinanza sulla bocca di un presidente della Repubblica islamica. Eppure Mahmoud Ahmadinejad non solo lo ha detto, ma ha rincarato la dose suggerendo agli Stati Uniti di “versare l’acqua dove c’è il bruciore”, un’espressione che allude “al sedere in fiamme” di chi si rode per l’umiliazione di una vergognosa sconfitta. Come era prevedibile la sortita del presidente ha fatto molto rumore. Una pagina di Facebook intitolata “vogliamo indietro la tetta portata via dall’uomo nero” ha attratto in pochi giorni più di 10 mila adesioni. I più conosciuti slogan rivoluzionari sono stati riveduti e corretti per introdurre la parola dello scandalo “mameh”. Una petizione canzonatoria che ha fatto il giro di tutte le scrivanie che contano ha reso noto che d’ora in poi la tv di stato manderà in onda gli interventi del presidente soltanto dopo la mezzanotte per essere certi che i bambini siano già a letto.

 
La volgarità di Ahmadinejad è naturalmente divenuta il tema del giorno tra i suoi nemici. A capeggiare le fila dei detrattori il plenipotenziario alla Giustizia Sadegh Larijani, fratello del presidente del Parlamento e membro di uno dei più influenti clan clericali. “Come cittadino mi aspetto che la lingua adottata dal presidente sia matura e misurata”, ha sentenziato Larijani, rivelando di avere spesso invitato il presidente a conformarsi a un eloquio più consono. Ma le rimostranze dei rivali di Ahmadinejad – personaggi che “lo spazzino degli iraniani” non perde occasione di descrivere come tracotanti Soloni – erano scontate, difficile credere che il presidente non avesse presagito una reazione. C’è una buona ragione se Ahmadinejad si è esposto a vincere il trofeo di protagonista indiscusso delle barzellette più surreali di questa estate persiana, anche perché, come sottolinea Abbas Milani, direttore dell’Iranian Studies Program di Stanford, Ahmadinejad è meno naïf di quanto appaia. “A volte – dice Milani – usa il linguaggio di un mullah di campagna, in altre circostanze, per esempio a colloquio con dei teologi, cambia radicalmente registro. Ahmadinejad è stato un astuto osservatore dello stile di Khomeini e ha compreso che la comunicazione è uno strumento molto molto potente”.

 
Nel video della campagna elettorale che nel 2005 lo presenta alla platea nazionale Ahmadinejad mostra i tratti del populismo scaltro che è croce e delizia della sua esperienza politica. Il futuro presidente è ritratto in una casa modesta con tappeti a buon mercato e pochi mobili di scarsa fattura. Alle immagini del parco ménage del candidato-pasdaran vengono contrapposte le istantanee della residenza fastosa dell’ex sindaco di Teheran Karbaschi, accusato di avere dilapidato centinaia di migliaia di dollari tra stucchi e specchiere del suo quartier generale. Dopo il trionfo elettorale Ahmadinejad si compiace di sottolineare la distanza che lo separa da Khatami. Lontananza estetica – di Khatami si ricorda la vezzosa predilezione per un abilissimo sarto di Qom, di Ahmadinejad il vestito dozzinale color cachi acquistato stando ai ben informati a Shams al Emareh – e lontananza geografica – Khatami riceveva nel palazzo di Sadabad, Ahmadinejad predilige l’anonimo compound sulla via Pasteur. 
Ma il mito della frugalità di Ahmadinejad nasce lontano da Teheran, per carpire l’intenzione dietro le parole del presidente bisogna inoltrarsi nel deserto salato di Dasht e Kavir e lambirne il limite settentrionale fino al villaggio di Aradan dove il presidente nacque 53 anni fa. A parte i grandi cartelloni che onorano i 338 “martiri” del distretto morti nella guerra Iran-Iraq, Aradan non è cambiata molto da quando il padre di Ahmadinejad caricò la macchina per tentare la fortuna a Teheran con la moglie e quattro dei suoi sette figli (il quarto era proprio Mahmoud).  La casa che diede i natali al presidente iraniano oggi è un rudere di fango e mattoni dove si tirano su i polli. Gli Ahmadinejad tornano di rado soltanto in occasione di cerimonie di famiglia, ma ad Aradan i parenti rimasti vanno fieri del legame con il presidente. “Il padre di Mahmoud era un uomo molto devoto – ha raccontato il cugino Ali Agha Sabaghian – nonostante fosse analfabeta ogni anno in occasione del Ramadan guidava delle classi coraniche”. Anche gli Ahmadinejad allora si chiamavano Sabaghian, un cognome che significa “maestri-tintori” di tappeti e kilim. Secondo i familiari la transizione da Sabaghian ad Ahmadinejad fu determinata proprio dal desiderio di un nome più rispondente al fervore religioso della famiglia: Ahmadinejad vuol dire “della genia di Ahmadi”. Ahmadi è un cognome popolare che a sua volte deriva da Hamd, ossia “la lode di Dio”. Cambiare cognome per chi si spostava da un villaggio alla capitale era anche un modo per nascondere la modestia delle origini. “Sono nato in una famiglia povera – ha scritto Ahmadinejad sul suo blog – in un villaggio sperduto, in un tempo in cui ricchezza era sinonimo di dignità e vivere in città l’acme della sofisticazione”. Ad Aradan nel 2005 quasi tutta la cittadina votò per il celebre conterraneo e la sua vittoria elettorale fu celebrata con un trionfo di luci e festoni colorati. Tuttavia come racconta Kasra Naji nel suo “Ahmadinejad. The secret history of Iran’s radical leader” a un anno dal plebiscito i suoi poster erano già stati rimossi. 

Ad Aradan si erano stancati di aspettare l’acqua potabile che Ahmadinejad aveva promesso durante la campagna elettorale. Sono le promesse non mantenute di tutte le altre Aradan di Iran, il tallone d’Achille che sta erodendo come un cancro il potere di Ahmadinejad. Dal 2005 al 2009 il presidente ha girato il paese in lungo e in largo. Nella maggior parte dei luoghi che ha visitato ha invitato il pubblico a rivolgersi a lui direttamente. Serve un nuova diga? Un palazzetto dello sport? Un’università? Una palestra con strutture separate per maschi e femmine? Una volta nel corso di una tappa ripresa dalla tv, il presidente ha chiesto al governatore locale quale fosse il budget della sua città. Alla risposta del funzionario, Ahmadinejad ha garantito: “Può considerare il suo bilancio raddoppiato da oggi stesso!”. Il giornalista del Financial Times Najmeh Bozorgmehr, dopo avere accompagnato Ahmadinejad per lunghi tratti delle sue peregrinazioni, ha calcolato che soltanto nella tappa della provincia di Fars il presidente aveva assicurato contributi per oltre tre miliardi di dollari. Nessun esponente della Repubblica islamica si era mai dimostrato più sensibile ai bisogni delle province iraniane, Ahmadinejad è stato esaltato come il vendicatore degli ultimi, il primo presidente impermeabile alle tentacolari seduzioni di Teheran. Gli ambasciatori di Khatami erano suadenti imbonitori di un Iran ripulito e presentabile, che citava Popper e Kant, i collaboratori di Ahmadinejad non si sforzano di piacere agli stranieri, ricevono i giornalisti calzando sandali di gomma e parlano del Mahdi anche quando certe prospettive esoteriche mettono il governo in cattiva luce. Alla prova dei fatti però gli uomini dimessi hanno deluso l’Iran rurale quanto quelli imbevuti di sofisticherie occidentali. Ombre di nepotismo e corruzione sono tornate ad addensarsi sui palazzi del potere di Teheran e lo scarto tra le aspettative e la realtà ha sbalzato l’uomo della provvidenza giù dal suo piedistallo. Per difendere la propria leadership ad Ahmadinejad non resta che tornare alle origini, percorrendo a ritroso la strada intrapresa da suo padre. 

 
Essere meno Ahmadinejad e più Sabaghian. Meno mistico e più pratico. Incarnare l’ideale di un leader che parla come mangia e si fa beffe delle convenzioni quando le convenzioni non sono che rituali vuoti di senso. E così il campione del panislamismo militante, il presidente che alle Nazioni Unite si credeva illuminato dall’alone di luce del Mahdi, riscopre la libertà del virile bulletto di quartiere che, con la minaccia dei muscoli, intimidisce i prepotenti nei vicoli. E anche in alcuni iraniani piuttosto sofisticati alberga per un istante un briciolo di soddisfazione quando i politici di potenze straniere che hanno sempre trattato l’Iran come una pedina degli scacchi vengono apostrofati da Ahmadinejad come “bugiardi, quadrupedi e capre” . “Con lo stesso linguaggio criticato da Larijani – assicura il fedele Javanfekr – Ahmadinejad lotta da solo per i diritti degli iraniani”. Bisogna avere avuto a che fare con il tarof in Iran per percepire quanto possa essere affascinante l’idea di una vita dispensata dalla sua articolatissima etichetta. Il tarof è una babele di regole di buona educazione e ospitalità, un antico codice poetico che permette di evitare il rude scontro con la verità e al contempo un sottile gioco di potere, un esercizio di finta modestia e una manifestazione di orgoglio talmente esasperato da essere dissimulato in umiltà. L’Iran è un paese complicato in cui un tassista dopo averti portato a destinazione può insistere per cinque minuti che non vuole essere pagato, perché “ghabel nadare”, espressione che sta per “prego, vada ”, ma letteralmente significa anche “questo servizio non è degno di voi”. Ovviamente tu devi insistere e insistere, anche supplicare, finché il tassista con tono riluttante ti concede di pagare la corsa. In ogni famiglia iraniana si racconta di qualche forestiero poco versato nell’arte del tarof che finisce per uscire dal taxi senza pagare e dopo un’ora viene denunciato per furto alla polizia.

 
A colloquio con un altro potente membro del clan Larijani, il brillante Javad Ardeshir, la decana del New York Times Elaine Sciolino gli domandò come mai il Parlamento non avesse mai diffuso le conclusioni della sua indagine sulle Bonyad, le fondazioni che reggono buona parte dell’economia iraniana. “C’è una realtà nascosta, un’ipocrisia che mantiene la pace”, le rispose Larijani. “Questo significa proteggere la dignità dell’altro. Gli architetti non costruiscono case di vetro in Iran. Se non parli di tutto apertamente, è meglio. Riuscire a mantenere un segreto, anche se per farlo devi trarre in inganno, è considerato un segno di maturità. E’ saggezza persiana. Non dobbiamo essere perfetti. Tutti mentono. Allora tanto vale essere dei buoni bugiardi”. Nessuno sa interpretare con più creatività l’arte del tarof del clero iraniano, ma si tratta di una reputazione che buona parte degli iraniani ritengono poco lusinghiera. L’Iran sta cambiando. Per i giovani il tarof è un’eredità scomoda, retaggio di una cultura patriarcale e autoritaria, per gli uomini d’affari un polveroso ingranaggio che rallenta l’economia. Chi arriva a Teheran da Los Angeles, la più iraniana delle città americane, si stupisce nel constatare che nella capitale ci si ribella ai modi antichi e che la dittatura del tarof è più potente in certe nostalgiche comunità della diaspora. Di converso lo show più amato e discusso su Voice of America è “Parazit”, un programma satirico in cui il conduttore Kambiz Hosseini – descritto come la risposta iraniana a Jon Stewart – fa domande impensabili per un iraniano di buona creanza. Pretende di sapere dal suo direttore se è un agente in sonno della Repubblica islamica, chiede ad Arsham Parsi, attivista iraniano per i diritti omosessuali, se è proprio il momento di insistere con le loro rivendicazioni, cerca di far confessare all’ex anchorwoman della Cnn Rudi Bakhtiar che in un’occasione è stata morbida verso Ahmadinejad nella speranza di poter continuare a viaggiare liberamente in Iran. “La chiamano satira. Spesso diciamo solo quello che ci detta il buonsenso, ma la verità spaventa meno quando si traveste da buffonata. Il massimo sarebbe trasmettere il nostro spettacolo in diretta da Teheran. Ma quello – dice Hosseini – sarebbe un altro Iran”. A Teheran il presidente può fare a meno del tarof, ma gli iraniani ancora no. Ci sono limiti alla sincerità che può tollerare il nuovo Ahmadinejad-Sabaghian.

 




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7 settembre 2010

Un approccio differente

Un
di Ari Shavit
Cosa hanno in comune fra loro Barack Obama, George Bush, Bill Clinton, Hillary Clinton, Benjamin Netanyahu, Ehud Olmert, Ehud Barak, Tzipi Livni, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), Hosni Mubarak, re Abdullah di Jordan, re Abdullah dell’Arabia Saudita, Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, David Cameron, Silvio Berlusconi, Vladimir Putin, Hu Jintao e Ban Ki-moon? L’approccio. In effetti, nonostante tutte le differenze e i contrasti che dividono questi eminenti personaggi, tutti loro hanno in comune l’impegno a cercare di porre fine al conflitto israelo-palestinese attraverso un accordo immediato e onnicomprensivo: pace piena, pace definitiva, pace adesso.
Il padre fondatore di questo approccio fu Yossi Beilin. Subito dopo la firma degli Accordi di Oslo nel 1993, questo prolifico e brillante statista israeliano capì che l’accordo che aveva appena prodotto sarebbe finito in un vicolo cieco. Pertanto si affrettò ad avviare un canale diretto con Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e, in capo a due anni di colloqui, mise insieme il cosiddetto Documento Beilin-Abu Mazen. Per circa cinque anni quel documento è stato il “verbo” degli ambienti pacifisti israeliani: veniva considerato la prova definitiva che un accordo di pace fra israeliani e palestinesi era effettivamente a portata di mano. Ma quando Ehud Barak andò a Camp David, nell’estate 2000, saltò fuori che non era affatto il “verbo” che si credeva. In realtà i palestinesi non sono disposti a dividere il paese pacificamente.
Ma Beilin non si lasciò scoraggiare. Lestamente avviò nuovi negoziati con un gruppo di esponenti palestinesi, e nel 2003 partorì l’Iniziativa di Ginevra. Per altri cinque anni fu questa il “verbo” degli ambienti pacifisti internazionali: veniva vista come una sorta di prova provata che il fallimento di Camp David era stato fortuito, e che un accordo di pace fra israeliani e palestinesi era ancora a portata di mano. Ma quando Ehud Olmert andò ad Annapolis nel 2007-2008, saltò fuori che non era nulla di simile al “verbo” che si credeva. Sebbene proprio le persone dell’Iniziativa di Ginevra fossero quelle che dovevano rilanciare il processo diplomatico, esse non riuscirono a far firmare ad Abu Mazen l’accordo di pace che egli andava promettendo sin dal 1993. Ancora una volta si vide che i palestinesi non intendono dividere il paese pacificamente.
Tuttavia, nonostante i sonori fallimenti, l’approccio è ancora in scena. E ancora guida la politica degli Stati Uniti e predomina nel discorso internazionale. L’approccio impone che un certo numero di leader mediorientali agiscano sulla base di un progetto fondamentalmente errato. In questo preciso momento, l’approccio è alla base della convocazione di una sterile conferenza di pace a Washington.
Si può capire Abu Mazen, che è probabilmente l’ultimo vero profugo a capo del movimento nazionale palestinese. Per centinaia di anni la sua e la mia famiglia hanno vissuto nella stessa città, Safed. La probabilità che un figlio di Safed rinunci a Safed è prossima a zero. L’idea che un profugo palestinese (non un suo discendente) rinunci al cosiddetto “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi è probabilmente campata per aria. Abu Mazen è un uomo positivo, contrario al terrorismo; ma non ha interesse a porre fine al conflitto, né ha il potere di farlo. Come Yitzhak Shamir alla conferenza di Madrid del 1991, così Abu Mazen è disposto ad andare a qualunque conferenza superflua purché non gli si chieda di pagare un prezzo reale per il patrimonio politico che ha accumulato.
Quelli che non si riesce a capire sono gli altri: Obama, Bush, Clinton, Clinton, Netanyahu, Olmert, Barak, Livni, Mubarak, Abdullah, Abdullah, Sarkozy, Merkel, Cameron, Berlusconi, Putin, Hu e Ban. Non hanno imparato niente e hanno dimenticato tutto? Non sanno che persino lo stesso Beilin ha aperto gli occhi? Sono davvero disposti a lasciarsi accecare dalla “correttezza politica”?
L’unico modo per impedire il naufragio del processo di pace che si apre in questi giorni a Washington è sostituire rapidamente l’approccio fallimentare con un approccio politico realistico. Magari uno stato palestinese con confini provvisori, o forse uno sgombero parziale di insediamenti, o qualche altra soluzione creativa. Ma una cosa è chiara: solo se Obama, Netanyahu e Abu Mazen daranno vita a una sorta di accordo ad interim, allora la pace si avvicinerà davvero e verrà sventata una frana.

(Da: Ha’aretz, 02.09.10)
 




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7 settembre 2010

I razzisti dell'accoglienza



 

 
 Davide Giacalone   
 
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C’è del razzismo, nelle critiche internazionali, e della Cei, all’espulsione dei clandestini o dei Rom senza lavoro e senza fissa dimore. Critiche che colpirono l’Italia e oggi prendono a bersaglio la Francia. E c’è l’ostinazione a non volere fare i conti con la realtà, fingendo che tendere la mano verso l’accoglienza di tutti non equivalga a ritrarla da coloro che hanno maggiore bisogno dell’assistenza pubblica. Fa bene il ministro dell’interno, Roberto Maroni, a non mostrare timore per quelle critiche, anzi a rilanciare ricordando l’opportunità che anche i cittadini europei devono potere essere espulsi, se violano le leggi del Paese nel quale si trovano.

 

Perché mai un Rom, un qualsiasi altro nomade, dovrebbe avere il diritto di vivere mandando per strada i bambini a rubacchiare e le donne a elemosinare? Perché mai la nostra cultura dovrebbe accettare questo rapporto proprietario verso i propri familiari, ivi compresi matrimoni che considereremmo ai margini della pedofilia? Non è affatto vero che tutti i Rom vivono in quelle condizioni, non è affatto vero che lo zingaro equivalga al delinquente, è una leggenda quella che rapiscano i bambini, ma, proprio per questo, perché mai non si dovrebbe buttare fuori il non italiano che s’acconcia a vivere in quel modo, o in galera chi sia nostro cittadino? E’ da razzisti considerare “normali” quelle condizioni di vita, purché praticate o fatte valere su queste persone, per ciò stesso considerati “diversi”.
Credo, all’esatto contrario, che un bambino Rom abbia gli stessi identici diritti di un qualsiasi altro bambino, sicché deve avere una casa, pasti caldi, andare a scuola e non essere buttato inebetito fra le braccia di una madre strascicata che gli porge il capezzolo. Chi tollera questo spettacolo, e questo modo di sbarcare il lunario, non è un tollerante, è un razzista. Gli stati che reagiscono, facendo osservare agli adulti che chi non ha un lavoro, chi non può mantenere se stesso e la propria famiglia, non può vivere alle spalle delle comunità altrui, non sono Stati intolleranti, ma ragionevolmente civili.
Parliamo ora di quattrini, che sarà volgare e sgradevole, ma tanto necessario. Quando la polizia francese è entrata nel campo nomadi alla periferia di Parigi (senza alcuna violenza, accompagnata da interpreti che spiegavano quel che stava succedendo), ha notificato l’espulsione ad un padre che ha fatto osservare di avere il più piccolo dei figli in terapia intensiva, in un vicino ospedale. E’ ovvio che quel bimbo ha diritto all’assistenza sanitaria, ed è ovvio che i suoi genitori non saranno buttati fuori durante le cure. Ma c’è anche una domanda, ovvia, cui qualcuno deve rispondere: chi paga le spese sanitarie? Non gli interessati, perché si tratta di persone con nessun reddito (ma non è detto senza soldi). Ed è giusto, dalle nostre parti. Ma quello stato sociale lo abbiamo costruito, e pagato (pure troppo), per i nostri cittadini, per i figli della comunità che, scucendo le tasse, lo ha finanziato. Se lanciamo il messaggio che chiunque può accedervi state certi che tutti i bisognosi d’Europa e zone vicine si riverseranno da noi, come gli spinellatori ad Amsterdam. E noi non possiamo permettercelo. Non è che, solo, non è giusto, è che proprio non abbiamo i quattrini per pagare l’intero ammontare. La conseguenza, allora, sarà una diminuzione dello stato sociale per tutti, che significa meno assistenza per i più bisognosi, dato che gli altri se la pagano o sono assicurati.
Ancora una volta, quindi, la politica della falsa bontà è incarnata da quelli che la mettono in conto agli altri. Possiamo chiamarli in tanti modi, ma non “altruisti”.
Il problema è destinato a crescere, anche perché la bilancia della ricchezza mondiale si sposta. Una volta eravamo incontestabilmente i più ricchi, il che aiutava ad essere anche generosi. Ora lo sviluppo asiatico è di gran lunga più impetuoso del nostro, salvo il fatto che quei Paesi non sono certo democrazie, non hanno forme evolute di stato sociale ed è già tanto se tengono la contabilità dei nati e dei morti. Ciò significa che passerà ancora molto tempo prima di vedere dei nomadi che s’accampano in qualche periferia cinese, o gente che cerchi di sollecitare la pietà di quanti ne hanno a malapena per sé stessi. Noi, invece, li attiriamo nel mentre aumentano le difficoltà economiche.
Detto questo, ci sono due categorie di politici e burocrati che esistono solo per complicare le cose: quelli che fanno la faccia feroce e alimentano le campagne elettorali facendo il controcanto al razzismo buonista, alimentando quello (altrettanto presunto) cattivista, e quelli che abitano l’Onu e altre organizzazioni internazionali, che non sanno far altro che prediche sciocche e inconsistenti, con le quali cercano gi giustificare redditi scandalosamente elevanti e privilegi totalmente irragionevoli. Tutta gente, in fondo, anch’essa frutto del troppo benessere, talché si permette loro di ricoprire una funzione pubblica, pur non essendo di nessuna utilità. Ecco, da questo punto di vista si potrebbe cercare di conciliare la spesa pubblica che comportano con la pretesa che nutrono, mandandoli tutti a vivere in un campo nomadi, così, poi, ci dicono se sono così invidiabili o così accettabili le condizioni di quelli che avversano o appoggiano, sempre mantenendo la distanza degli ignoranti.
 

1 COMMENTO:

Egregio dott. Giacalone,
Il suo articolo contiene degli ottimi spunti ma credo che cada inesorabilmente sul punto ove Lei si augura che i cittadini comunitari siano ben presto equiparati agli extra- comunitari. Se si seguisse questa sua logica ben presto non avrebbe più alcun senso parlare di Europa federalista. Infatti qualora gli Stati comunitario più ricchi decidessero di sbattere fuori dalla porta i cittadini degli Stati più poveri che aderiscono alla loro stessa confederazione tratatndoli alla stregua di extra- comuitari ecco che di colpo l'idea di Europa dei popoli verrebbe a venir meno. Ovviamente è giusto che chi vive di espedienti e di criminalità sia allontanato ( allontanato non espulso) dal luogo in cui abitualmente dimora e riammesso nello Stato d'origine ma siccome siamo tutti della stessa famiglia le misure coercitive al fine di garantire l'effettiva applicabilità di questa misura dovrebbero differire da quelle previste per i clandestini extra- comunitari. Credo infatti che nel caso di allontanamento dall'Italia di un romeno ( al di là di ogni ipocrisia non si tacere il fatto che il problema è nato con l'ingresso della Romania nell'Unione europea e con l'immigrazione da Bucarest ) nel proprio Stato d'origine a controllarne l'effettività dell'allontanamento per tre anni non dovrebbero essere le autorità italiane bensì quelle romene che potrebbero dichiarane la Carta d'Identità documento non più valido per l'espatrio. La Commissione europea ed il Consiglio europeo hanno tutti gli strumenti per pretendere un tale comportamento virtuoso da parte dello stato d'origine. L'importante è affermare che un cittadino comunitario, anche se romeno od ungherese, ha gli stessi diritti e doveri di un italiano o di un francese e, sicuramente, ne ha di più di un albanese o di un senegalese. Solo ragionando in questi termini, cosa che ne Maroni ne la Moratti fanno, viene difesa l'idea di Unione europea. 
 
 
 





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7 settembre 2010

Moderazione islamica, della serie NON tutti i Palestinesi sono terroristi: funerale di stato per la mente della strage di Monaco ’72

Picchetto d’ onore a Ramallah

Abu Mazen al funerale del terrorista di Monaco ‘ 72

di Francesco Battistini

GERUSALEMME – Il picchetto d’ onore alla Mukata, la passatoia, la corona di fiori dell’ Autorità palestinese, il corteo davanti alla tomba di Arafat, i 21 colpi sparati al cielo. E poi il saluto commosso a «un valoroso combattente della nostra causa», nelle parole del presidente palestinese, Abu Mazen, e dal premier Salam Fayyad, assieme a tutto lo stato maggiore del Fatah. Sono stati funerali solenni quelli di Amin Al-Hindi, 70 anni, morto tre giorni fa in Giordania e sepolto a Gaza: l’ ultimo palestinese del commando di Settembre Nero che pianificò la strage di Monaco alle Olimpiadi del 1972, quando furono massacrati undici atleti israeliani.

È stato Abu Mazen a ordinare una cerimonia di Stato a Ramallah, con toni simili all’ addio già riservato un mese fa a un altro ideatore della strage, Abu Daud, morto a Damasco. «Questi uomini ci mancheranno», ha detto il leader dell’ Anp che era legato da antica amicizia a Hindi, nonostante l’ avesse silurato dopo la morte di Arafat: proprio secondo le rivelazioni di Abu Daud, Abu Mazen partecipò indirettamente all’ attacco del 1972, mentre si trovava in Urss, procurando i soldi necessari all’ azione terroristica.

(Fonte: Corriere della Sera, 20 Agosto 2010, pag. 17)

In alto: la prima pagina del quotidiano israeliano Yediot Aharonot il giorno dopo l’ignobile massacro compiuto dai terroristi palestinesi comandati dal Nobel per la Pace (sic!) Yasser Arafat



 

 Scritto da Emanuel Baroz




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7 settembre 2010

tempo di affrontare i problemi lasciati finora sotto il tappeto

È
Di Yoel Marcus
Può darsi che sia solo una coincidenza, ma anche la conferenza di Camp David che generò l’accordo-quadro per la pace fra Israele ed Egitto ebbe inizio nel mese di settembre (del 1978). Il summit si prefiggeva di affrontare le questioni al cuore del conflitto fra israeliani ed egiziani e delineare un accordo-quadro per il trattato di pace fra i due paesi. Il primo ministro israeliano Menachem Begin vi arrivò con una lista scritta di tredici espressioni che non avrebbero dovuto comparire in alcun caso nel testo dell’accordo di pace. Erano tutte relative ai palestinesi e comprendevano locuzioni come “i giusti e legittimi diritti del popolo palestinese”, “tutti gli aspetti del problema”, “l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza” ecc. Dopo tredici giorni di discussioni, Begin finì con l’accettare l’inclusione nel trattato di tutte le parole “proibite”: i mediatori della Casa Bianca, guidati dal presidente Carter, presentarono 23 diverse bozze di accordo-quadro, una delle quali conteneva tutte le espressioni vietate magistralmente camuffate sotto vari giri di parole. Dal canto suo, il presidente egiziano Anwar Sadat lasciò cadere la richiesta di un vero e proprio stato palestinese, e così la questione palestinese spazzata sotto al tappeto.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti del Giordano, e molto sangue è stato versato sia prima che dopo gli Accordi di Oslo (1993-1995) che portarono Yasser Arafat a Gaza in un convoglio di Calillac carico di armi e munizioni. Il miraggio della pace fra i due popoli si è trasformato in una realtà di sangue, odio, lacrime e occasioni mancate. Anche i tentativi del campo “pacifista” israeliano di negoziare, vuoi attraverso mediatori americani vuoi direttamente, sono non sono riusciti a tirarci fuori da questa realtà di odio e spargimenti di sangue.
I palestinesi hanno perso l’occasione storica offerta dallo sgombero della striscia di Gaza ad opera di Sharon e la sua archiviazione del sogno della Grande Israele (l’integrità della Terra d’Israele). Poi hanno perso l’occasione offerta da mesi e mesi di colloqui diretti con Ehud Olmert e Tzipi Livni, sotto gli auspici dell’amministrazione Bush. Soprattutto, hanno perso l’occasione della visita di Barak Obama al Cairo e del suo famoso discorso sulla pace in Medio Oriente, unito al discorso di Benjamin Netanyahu all’Università Bar-Ilan del 14 giugno (2009) nel quale proclamava esplicitamente l’obiettivo “due stati per due popoli”. Quel discorso costituisce un precedente di portata storica: per la prima volta il leader per eccellenza della destra riconosceva l’obiettivo di uno stato palestinese e, di conseguenza, la sua disponibilità a cedere territori e insediamenti per arrivare a confini definitivi.
Ma i palestinesi, incoraggiati dal secondo nome di Barak Hussein Obama e dal suo appoggio alle loro richieste, indurirono la loro posizione. Non sono ancora disposti a riconoscere nemmeno l’esistenza di Israele come stato nazionale del popolo ebraico: vale a dire che non hanno cambiato posizione da quando rifiutarono la risoluzione dell’Onu del 1947 sulla spartizione del Mandato Britannico in uno stato arabo e uno stato – appunto – ebraico. I frustrati inviati di Obama e le sue implicite minacce verso Israele non hanno fatto che inasprire ulteriormente la posizione palestinese.
Ma ora, all’avvicinarsi delle elezioni di medio termine per il Congresso, Obama ha capito l’errore. […]
Il fatto che Netanyahu sia riuscito a far passare la moratoria delle attività edilizie (ebraiche) in Cisgiordania per dieci mesi, e a farla rigorosamente rispettare, indica che egli ha compreso che non avrà una seconda chance. L’invito al summit di Washington per il 2 settembre, esteso anche al presidente egiziano Hosni Mubarak e a re Abdullah di Giordania, è stato organizzato dall’inviato George Mitchell come un nuovo inizio che entro un anno dovrebbe sfociare nel lieto fine grazie a concessioni da entrambe le parti. “In Irlanda abbiamo avuto settecento anni di fallimenti e un solo giorno di successo”, ha detto Mitchell dopo le sue deludenti visite in Medio Oriente, ricordando il giorno della firma dell’ accordo sull’Irlanda del Nord raggiunto grazie anche alla sua mediazione. Ma il giorno del successo, qui, è ancora lontano. […]
Il summit di due giorni di Washington è stato ben preparato, ed è un peccato che i palestinesi, in linea con la loro tradizione, stiano già facendo minacce. Sia Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che Saeb Erekat non perdono occasione per avvertire che il prolungamento del blocco edilizio negli insediamenti è una condizione “sine qua non” Ma perché minacciare quando si può discutere?
Nelle conversazioni a porte chiuse Netanyahu fa capire che saprà sorprenderci, che è pronto a discutere tutte le questioni chiave e a spartire la terra. È ora di affrontare di petto i problemi reali che Sadat e Begin spazzarono sotto al tappeto.

(Da: Ha’aretz, 24.08.10)

 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 7/9/2010 alle 8:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


6 settembre 2010

TEHERAN DÀ IL VIA ALLA PRIMA CENTRALE NUCLEARE

OCCIDENTE IN ALLARME, Israele in trincea - Teheran dà il via alla prima centrale nucleare - Il combustibile sarà fornito dalla Russia e non potrà essere usato per la bomba - “GLI AYATOLLAH VOGLIONO SFRUTTARE IL PRESTIGIO NUCLEARE PER ESSERE LA GUIDA DEL MONDO ISLAMICO. EGITTO E ARABIA SAUDITA INSEGUIRANNO L’IRAN”…

Glauco Maggi per La Stampa

L'Iran è diventato ieri una nazione nucleare, nel simbolico e irreversibile momento in cui i tecnici russi e iraniani hanno incominciato le operazioni per trasferire il combustibile radioattivo nella centrale di Bushehr.

IRAN

«Questo è un giorno speciale sia per gli specialisti russi sia per quelli iraniani», ha detto Sergey Kiriyenko, capo della compagnia di Stato russa per l'energia nucleare Rosatom, festeggiando con strette di mano e congratulazioni ai suoi ospiti iraniani il battesimo dell'impianto, durante una cerimonia pubblica ripresa dalle tv iraniana e russa. «Siamo grati alla Russia per questo storico momento», hanno risposto gli iraniani.

IRAN impianto nucleare

Nei giorni scorsi l'America aveva convinto gli israeliani che il punto di non ritorno nella corsa di Teheran alla bomba atomica è ancora lontano, almeno un anno, dissuadendoli da azioni di forza che i falchi a Gerusalemme avevano preso in considerazione per stoppare il gran passo di Bushehr. Washington avrebbe preferito che i russi avessero continuato a dilazionare, come facevano da tempo, il via effettivo al funzionamento della centrale.

Ottenuto il sì da Putin-Medvedev sulle sanzioni in Consiglio di Sicurezza, Obama ha dovuto fare alla fine buon viso a cattiva sorte. La Russia, con la sua mossa di assistenza al nucleare «pacifico» dell'Iran, sostiene di non violare le misure Onu, e ha quindi tirato diritto. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, da Soci sul Mar Nero, ha anzi sminuito le preoccupazioni occidentali dicendo che l'impianto è «l'ancora più importante che mantiene l'Iran all'interno del regime internazionale di non proliferazione».

Il presidente iraniano Ahmadinejad con il premier turco Erdoganiran

Così gli Usa hanno potuto solo cercare di utilizzare l'evento in chiave propagandistica a proprio favore. Il consigliere antiterrorismo di Obama, John Brennan, ha detto che l'America «tiene gli occhi bene aperti su quanto sta avvenendo» e ha osservato, in sintonia con il portavoce della Casa Bianca, che «adesso Teheran non ha più scuse. Non gli serve arricchire l'uranio perché ha già una centrale attiva, con il combustibile».

«Le operazioni di Bushehr sono un grosso successo per l'Iran che dimostra la determinazione e la capacità dell'Iran di perseguire le sue attività nucleari», ha però subito ribattuto il parlamentare conservatore Javad Karimi. E lo stesso ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki ha detto all'agenzia Fars, qualche ora dopo l'avvio del reattore, che Teheran continuerà le procedure di arricchimento dell'uranio.

L'Iran non abbassa insomma i termini della sua sfida nucleare a tutto tondo, anche dopo aver incassato il successo concreto del primo suo impianto «pacifico». «Non c'è un singolo esperto di energia al mondo che abbia qualcosa da dire sulla possibilità che l'impianto di energia di Bushehr possa essere usato per fini non pacifici», ha spiegato ai giornalisti Kiriyenko, sottolineando il fatto che il complesso in questione rispecchia tutti i requisiti richiesti dalla Iaea, l'International Atomic Energy Agency dell'Onu.

La Russia ha annunciato anche alcune misure di salvaguardia. La principale, che deriva da un contratto firmato ieri, consiste nel ruolo attivo degli ingegneri russi nella gestione: la compresenza dei tecnici dei due Paesi durerà però non oltre i tre anni, in attesa che Teheran rilevi il controllo completo.

NEDA UCCISA IN IRAN

Mosca darà agli iraniani tutto il combustibile che serve alla centrale, e se lo riprenderà una volta usato, e si è impegnata a fornire a Bushehr iodio e molibdeno, gli isotopi nucleari che vengono utilizzati per scopi medici, ufficialmente l'obiettivo di Teheran quando sostiene di avere l'esigenza e il diritto di dotarsi di energia nucleare.

iran missili

Saranno infine i tecnici russi a spostare nelle prossime tre settimane le barre, che contengono tonnellate di uranio, nell'impianto. Dopo il trasferimento, occorrerà più tempo per caricare le barre dentro il nocciolo di acciaio inossidabile e avviare finalmente la reazione nucleare. L'elettricità inizierà ad essere prodotta già entro due mesi secondo gli iraniani, mentre per i russi l'operatività piena non ci sarà prima di fine anno. 2007, prime sanzioni

I cosiddetti 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di sicurezza più la Germania) fanno approvare dall'Onu una prima bozza di sanzioni, accompagnate da minacce «diplomatiche» in cui gli Usa invitano gli iraniani a cessare l'arricchimento dell'uranio per evitare «spiacevoli conseguenze».«E' un nostro diritto»

In tutti questi anni il presidente Ahmadinejad ha ribadito sempre la stessa posizione: i diritti dell'Iran al nucleare non sono negoziabili. L'energia nucleare per usi civili dev'essere data a tutti. L'Iran è disposta a cooperare, ma soltanto all'interno del contesto Aiea


2 - "GLI AYATOLLAH VOGLIONO SFRUTTARE IL PRESTIGIO NUCLEARE PER ESSERE
LA GUIDA DEL MONDO ISLAMICO. EGITTO E ARABIA SAUDITA INSEGUIRANNO L'IRAN"
Maurizio Molinari per La Stampa

iran impiccato

Per l'Iran è un giorno di orgoglio nazionale ma per il Medio Oriente significa l'inizio della corsa al nucleare». A dare questa lettura dell'attivazione della centrale di Bushehr è Joseph Cirincione, l'esperto di armi atomiche del Council on Foreign Relations e autore del best seller Bomb Scare (Paura della bomba) su «storia e futuro degli armamenti nucleari».

Qual è il motivo dell'orgoglio nazionale iraniano?
«Il fatto che Teheran diventa la prima nazione del Medio Oriente a possedere ufficialmente l'energia nucleare civile. È un grande traguardo tecnologico con importanti ricadute politiche e psicologiche. L'Iran punta da sempre ad imporsi come potenza regionale sui suoi vicini. L'attivazione della centrale di Bushehr è un motivo concreto per attestarlo».

Ciò significa che l'Iran è più vicino alla bomba atomica?
«Bushehr non comporta passi avanti verso la bomba. Anzi è l'esatto contrario. Il contratto siglato con i russi per la realizzazione dell'impianto è proprio il modello di intesa che vorremmo vedere con chiunque vuole il nucleare perché scongiura la proliferazione militare».

iran ahmadinejad

Perché, cosa distingue il contratto fra Russia e Iran?
«La Russia fornisce il carburante, l'Iran opera il reattore e poi la Russia torna in possesso di tutto il carburante lavorato dal quale è possibile estrarre plutonio utilizzabile a fini militari. Il risultato è che l'Iran ha l'energia nucleare ma non può adoperarla per ottenere l'arma atomica».

protesta iraniani italia vs ahmadinejad lap01

Ma l'Iran può tecnicamente impossessarsi del combustibile lavorato?
«Certo che può farlo ma sarebbe una violazione clamorosa del contratto, oltretutto impossibile da nascondere. L'Iran infatti dovrebbe togliere fisicamente il carburante lavorato dalle mani dei tecnici russi, immagazzinarlo altrove, portarlo in un centro di riprocessione e lì estrarne il plutonio. Sarebbe impossibile farlo in segreto e diventerebbe la prova lampante della volontà di costruirsi l'atomica, consentendo alle comunità internazionale di adottare in tempi rapidi le necessarie contromisure per impedirlo».

Come vede il ruolo della Russia in questa vicenda?
«Mosca dall'impianto di Bushehr punta a ottenere anzitutto valanghe di danaro. È un affare economico di dimensioni imponenti. E in secondo luogo fa della Russia la nazione indispensabile nella gestione della crisi internazionale sul nucleare dell'Iran».

obama1

Perché l'amministrazione Obama non si oppone a Bushehr?
«Perché Bushehr non ha nulla a che vedere con la corsa all'atomica ma anzi rappresenta una pedina importante per scongiurarlo. Washington infatti ha gioco facile ora a dire che Teheran l'energia nucleare ce l'ha e dunque non ha alcuna ragione per continuare l'arricchimento dell'uranio di cui il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha più volte chiesto l'interruzione. È questo motivo che spiega perché, ben prima di Obama, tanto Clinton che Bush non si opposero a Bushehr, limitandosi di chiedere a Mosca di ritardare il più possibile i lavori per esercitare maggiori pressioni su Teheran».

Perché ritiene che l'attivazione di Bushehr schiuda le porte alla corsa nucleare in Medio Oriente?
«Per due motivi. Il primo ha a che vedere con l'Iran: l'orgoglio del risultato raggiunto li spingerà ad accelerare i programmi nucleari che possiedono e di cui si sospetta la natura militare.

z maometto poster iran1999

Il secondo è ancora più importante: per i Paesi arabi la centrale di Bushehr significa che l'Iran è una nazione atomica dunque verrà accelerata la costruzione di simili centrali. Per non essere da meno. Egitto, Arabia Saudita, Giordania ed Emirati hanno già firmato accordi e stanziato fondi.

obama allah

Vogliono fare in fretta e non certo per inquinare di meno l'atmosfera quanto per disporre della stessa tecnologia degli iraniani. Bushehr apre la corsa al nucleare in Medio Oriente. Ora è un nucleare civile ma potrebbe diventare militare».

È d'accordo con l'amministrazione Obama che l'Iran è lontano almeno 12 mesi dall'atomica?
«La risposta è in quanto sta avvenendo nell'impianto di arricchimento dell'uranio di Natanz e nell'interrogativo se l'Iran ha costruito altri impianti segreti».




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