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13 settembre 2010

Breve storia di Israele ... per chi non la conoscesse

 

Premetto che non sono né Israeliano né Ebreo (e mi spiace quasi). Scrivo questi appunti non esaustivi per fornire un po’ di chiarezza a coloro che sparlano di argomenti vitali senza nemmeno prendersi la briga di informarsi. Ho sentito negli anni affermare che Israele sarebbe uno Stato grande come l’Italia, e che gli Ebrei hanno cacciato via dalla Palestina popolazioni indigene per stabilirvisi negli anni ’40.

Dunque, partiamo dall’inizio.

Israele ha una superficie di 20.770 kmq, inferiore a quella della Sicilia (25.710 kmq), con una popolazione di 6.700.000 di abitanti (la Sicilia ne ha 5.087.000, e la sola area urbana di Milano ne ha 7.400.000). È circondata dai seguenti stati islamici confinanti:

Siria kmq 5.087.000 abitanti 17.585.540

Libano kmq 10.452 abitanti 3.826.018

Egitto kmq 1.001.450 abitanti 77.505.756

Giordania kmq 92.300 abitanti 5.153.378

A cui bisogna aggiungere altri 3.702.212 di Palestinesi su un territorio di 6.220 kmq che porta un totale di 107.772.904 di musulmani confinanti. Alle spalle di queste popolazioni vi sono altre centinaia di milioni di musulmani.

[fonte Wikipedia]

RISALENDO ALLE ORIGINI DELLA STORIA.

Gli Ebrei, chiamati anche Israeliti e Giudei o Cananei, verso il 2000 a.C. assieme ad altre tribù Semite scendono dalla Mesopotamia per approdare nelle terre disabitate della costa, chiamata in seguito Palestina, dove si stabiliscono. È il periodo dei patriarchi, Abramo, Isacco, Giacobbe, ecc.

Qui prosperano e si movimentano verso le regioni circostanti, specie l’Egitto. Dopo il XVII sec. a.C. le tribù ebree che abitavano in Egitto (dove vivevano in pace coi locali) fanno ritorno in Palestina perché invise ai nuovi conquistatori dell’Egitto, gli Hyksos (stirpi mesopotamiche) e si riuniscono alle tribù ebraiche qui rimaste. È l’epoca di Mosè.

In Palestina le varie tribù ebree continuano a vivere fino alla fine dell’VIII sec., quando il loro regno viene invaso dagli Assiri (che per capirci vivevano in un territorio identificabile con l’attuale Irak). Dopo un assedio di tre anni, la capitale giudaica Samaria è conquistata e la popolazione ebrea deportata a Babilonia (la prima diaspora). Tutta la terra dei Giudei viene colonizzata da Babilonesi e Siriani (ricorda qualcosa …).

Bisogna aspettare che l’impero babilonese venga attaccato e distrutto dai Persiani (odierni Iraniani) per vedere la fine della cattività degli Ebrei in terra straniera (anche questo ricorda qualcosa). Nel VI sec. gli Ebrei ricominciano a tornare in Palestina perché il re persiano Ciro li libera dalla schiavitù trattandoli con amicizia (oggi verrebbe da ridere).

In Palestina gli Ebrei vivono in pace (relativa, per quei tempi) fino alla conquista di Alessandro Magno. Un alternarsi di conquiste egiziane ha termine con la conquista della Palestina da parte dei Romani. Siamo nel 64 a.C.

La repressione romana fu terribile. Sul fatto che Gesù fosse ebreo e fosse nato in Palestina direi, almeno su questo, che non c’è chi possa dubitarne.

Un fenomeno completamente nuovo si ebbe tre secoli dopo, quando politicamente il cristianesimo fu forte abbastanza da prevalere sull’ebraismo, tanto da far nascere un antisemitismo religioso (vedasi Editto di Milano, 313, e, per chi volesse, il mio libro sul Concilio di Nicea).

Arriviamo al 624 d.C.

Maometto con le tribù beduine inizia le sue conquiste e disperde le comunità israelite dell’Arabia settentrionale. La dominazione musulmana della Palestina durò fino al 1918, tranne i brevi periodi costituiti dai regni dei crociati.

Gli Arabi si insediano in Palestina.

Nel 1517 la Palestina diventa parte dell’impero ottomano (Turco).

Dal 1880 nasce in Europa un movimento ebreo tendente a far tornare in Palestina gli ebrei esiliati (sionismo).

Nella Prima guerra mondiale la Turchia era alleata della Prussia.

Alla fine della guerra Gerusalemme è liberata dalle truppe inglesi che proclamano il ritorno di un insediamento statale ebraico nella terra originaria di Palestina (discorso del ministro inglese lord Balfour), ma in realtà la promessa non è mantenuta e la Gran Bretagna si assume il mandato della Palestina.

Nel 1929 il ritorno delle famiglie ebree in Palestina produce scontento nelle popolazioni musulmane tanto da far scoppiare scontri violentissimi.

Nel maggio 1942 il Programma Baltimore a New York rivendica la ri-costituzione di uno Stato ebraico sul territorio originario di Palestina. Nel frattempo le famiglie ebree nel mondo continuano a comperare terreni in Palestina che gli Arabi sono ben contenti di vendere a peso d’oro: si tratta perlopiù di terre abbandonate, inabitate e non coltivate.

Tuttavia, negli anni succede esattamente questo: le famiglie immigrate di Ebrei iniziano a coltivare le terre acquistate e a costruire paesi fiorenti. In una parte degli Arabi abitanti in Palestina sorge un sentimento di invidia e gelosia per l’operosità degli Ebrei, abilmente pilotato da capipopolo che alimentano ostilità nei confronti degli Ebrei per proprie mire politiche. La Grande rivolta araba (1935-1939) è un’esplosione di violenza e terrore tesa sia a rivendicare l’indipendenza dal mandato britannico e la creazione di uno Stato indipendente palestinese, sia la fine dell’immigrazione ebraica e l’espulsione dei nuovi arrivati.

Dopo la Seconda guerra mondiale i paesi palestinesi abitati dai coloni ebrei, scampati al genocidio di sei milioni di loro durante una delle pagine più buie della storia umana, diventano sempre più città fiorenti, dove prima secoli di dominazione araba non avevano prodotto nulla e la popolazione musulmana seguitava a vivere poveramente. Gli scontri armati diventano di intensità sempre maggiore fra fazioni arabe ed Ebrei.

La situazione peggiora fino al punto che la Gran Bretagna nel 1947 decide di abbandonare il mandato della Palestina. Gli Ebrei riescono a difendersi e a mantenere i loro territori.

Nel novembre del 1947 l’Assemblea Plenaria dell’Onu, dopo sei mesi di lavoro da parte dell’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine), delibera la Risoluzione n. 181, ossia la spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico («con molte zone desertiche» fonte Wikipedia) e uno arabo, con Gerusalemme città internazionale.

Il 15 maggio 1948, il mandato britannico scade ufficialmente e finalmente viene proclamato lo Stato sovrano indipendente di Israele ponendo termine al sionismo. Le truppe britanniche si ritirarono.

Il giorno dopo, 16 maggio, «gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania attaccarono il neonato Stato di Israele. L’offensiva venne bloccata dal neonato esercito israeliano le forze arabe vennero costrette ad arretrare. La guerra terminò con la sconfitta araba nel maggio del 1949 e produsse circa 700 mila profughi arabi. In seguito all’armistizio e al ritiro delle truppe ebraiche l’Egitto occupò la Striscia di Gaza mentre la Transgiordania occupò la Cisgiordania, assumendo il nome di Giordania. Israele si annetté la Galilea e altri territori a maggioranza araba conquistati nella guerra» (fonte Wikipedia).

Nel 1967, per propri calcoli politici all’interno del mondo arabo, il presidente egiziano Nasser si mette alla testa di una minaccia contro Israele alleandosi con Siria e Giordania, ammassando truppe corazzate ai confini. Con un attacco lampo di sei giorni l’esercito israeliano sbaraglia gli eserciti nemici e conquista la Penisola del Sinai, le Alture del Golan, e la Striscia di Gaza che le permettevano di controllare meglio i terreni da cui erano provenuti gli attacchi.

«Nel 1973 Egitto e Siria attaccarono a sorpresa Israele nel giorno della festività ebraica dello Yom Kippur. Nei primi giorni di conflitto i due paesi arabi ebbero la meglio ma, dopo una fase di stallo, le truppe israeliane riuscirono a riprendere il controllo della situazione e a rovesciare le sorti del conflitto, ricacciando Egiziani e Siriani al di là delle posizioni iniziali. In seguito, nel 1978, con gli accordi di Camp David, Israele si impegnava a restituire la Penisola del Sinai mentre l’Egitto si impegnava al riconoscimento dello Stato di Israele» (fonte Wikipedia).

Gli anni recenti sono stati caratterizzati da continui conflitti armati fra l’Olp e gli Israeliani, fino a quando nel 1982 l’esercito israeliano costrinse l’Olp a fuggire trasferendosi in Tunisia.

«Per lungo tempo l’Olp rifiutò di assumere come base per il dialogo la risoluzione 242 dell’Onu (che prevedeva il ritorno ai confini di prima della “guerra dei sei giorni”, legittimando così le conquiste territoriali israeliane del 1948-1949), finché nel 1988 la sua linea si ammorbidì consentendo l’avvio di un cauto e non sempre coerente avvicinamento fra le opposte posizioni» (fonte Wikipedia). Quando tutto sembrava iniziare a svolgersi verso una soluzione, Arafat proclamò la Prima Intifada (lotta armata) pensando (erroneamente) di poter ottenere molto di più, o, probabilmente, ritenendo che il proprio ruolo di capo militare non potesse trasformarsi in quello di politico. È molto più facile comandare un esercito terroristico che una nazione, e nessuno dell’Olp aveva intenzione di creare uno Stato palestinese che avrebbe decretato la fine del senso di esistere della lotta armata. Chi ci rimise fu il popolo palestinese che rimane tuttora in miseria nonostante miliardi di dollari stanziati dall’Occidente e finiti nelle casse dell’Olp.

Nel 1993 si attua un vertice di pace a Washington che prevede un accordo sul ritiro da Gaza. Mediazione di Clinton. Israele accetta ma gli attacchi palestinesi ai civili non smettono: continuano stragi di Israeliani.

Un nuovo vertice per la pace a Washington non riuscì a convincere con le sue proposte Arafat sui termini della pace e le trattative conobbero così un cocente fallimento. Nell’ultimo periodo, la nuova strategia di Hamas di ricorrere ad attentati suicidi contro i civili ebrei ha ulteriormente acuito la tensione, facendo irrigidire le posizioni degli Israeliani.

La morte del leader dell’Olp Arafat (primavera 2004) ha finalmente sbloccato la situazione e l’elezione del suo successore Abu Mazen ha portato, tra innumerevoli azioni di guerriglia e di contro-guerriglia, di attentati terroristici palestinesi e di “uccisioni mirate” e dure ritorsioni israeliane contro civili palestinesi, allo sgombero (unilateralmente disposto nel 2005 dal premier israeliano Ariel Sharon) della Striscia di Gaza, consegnata in novembre all’Anp, sui cui valichi è stata chiamata a vigilare una forza di polizia della Comunità Europea, comandata da un generale dei Carabinieri dell’esercito italiano.

In questo delicato momento, in cui al-Fatah è disposta a riconoscere Israele e a lavorare per uno Stato palestinese, Hamas séguita a proclamare la distruzione di Israele, in ciò fomentata da Hezbollah filo iraniano.

Il resto è cronaca quotidiana.

fonti:

Limes – Rivista di geopolitica, Karl Ploetz – Enciclopedia della Storia – Mondadori, Michel Mourre – Dizionario di Storia Universale – Mondadori, Benedetto Conforti – Le Nazioni Unite – Cedam, Bendetto Conforti – Lezioni di diritto internazionale – Editoriale Scientifica, Carlo Jean – Geopolitica – Laterza, Henry Kissinger – Gli anni della Casa Bianca – Mondadori

Grazie per l’attenzione

Andrea

 


 




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13 settembre 2010

Dove nasce il cinema israeliano. La scuola di cinema e tv a Tel Aviv

Il cinema israeliano ha raggiunto una presenza internazionale significativa negli ultimi anni. Quello che è meno noto è che molti dei registi, scrittori e produttori premiati sono diplomati alla Film and Television School dell’Università di Tel Aviv.
Situata in un anonimo edificio grigio nel campus dell’Università a Ramat Aviv, con gatti che si aggirano nei corridoi del sottosuolo e gli studios pieni di quelle che a prima vista sembrano montagne di spazzatura, la scuola cinematografica si fa apprezzare da accademici e ex studenti per l’incoraggiamento ricevuto dalla loro alma mater con “spirito libero” combinato a “disciplina”.
Ci sono parecchie scuole di cinema in Israele, tra cui la Sam Spiegel Film and Television School a Gerusalemme, la Bezalel Academy of Arts and Design, il Sapir College ad Ashkelon e la Ma'ale School of Television and the Arts, che è l’unica scuola di cinema religiosa nel paese. Tuttavia la scuola di cinema dell’Università di Tel Aviv, fondata nel 1972, è la più vecchia del paese, e l’unica che fa parte di una università.
Essa ha formato registi come Ari Folman (Waltz with Bashir); Yaron Shani, che ha co-diretto il recente Ajami (nomination per l’Oscar); ed Eytan Fox (Walk on Water, The Bubble). Negli ultimi quattro anni, i film fatti dalla scuola hanno vinto oltre cento premi, ricevuto sei nomination e sono stati proiettati nei festival di tutto il mondo. Oltre ai numerosi premi vinti dai suoi ex allievi.
Reuven Hecker, che è a capo della scuola di cinema ed è anche uno scrittore, documentarista e laureato del dipartimento, pensa che il successo della scuola nasca dalla sua intensa combinazione di teoria e pratica. Inoltre, ritiene che i cineasti debbano essere persone di cultura e dalla mente aperta. Il vantaggio di far parte di un’università, dice, è che oltre alle lezioni teoriche di cinema, gli studenti possono studiare altri argomenti di loro interesse.
Il suo collega, Eitan Green, premiato regista e sceneggiatore, uno dei primi diplomati della struttura, aggiunge che “la scuola non riguarda solo la tecnica, ma anche la cultura in tutti i suoi aspetti. I giovani affrontano sia la storia del cinema che la storia dell’arte”.
La decisione di Shani di seguire i corsi è stata influenzata dall’alto livello degli studi accademici della scuola. Dice che uno dei vantaggi è il globale insegnamento di teoria e background filmico. La scuola gli ha anche insegnato l’importanza della critica cinematografica, che definisce una componente cruciale del suo sviluppo in quanto cineasta. “Un cineasta ha bisogno di comprendere il significato della critica, per capire il significato di un buon film”, dice.
Shani dice che la stessa città di Tel Aviv contribuisce alla capacità della scuola di sviluppare talenti, perché “è il più importante centro culturale in Israele, attira persone ambiziose, che vogliono avere successo, per cui naturalmente l’Università di Tel Aviv è il posto dove studiare”.
Hagai Levi sottolinea il ruolo dell’ambizione. Levi ha creato “In Treatment”, la premiata serie televisiva israeliana il cui format è stato adattato negli Stati Uniti con grande successo di critica, e dove ha vinto sia un Emmy che un Golden Globe. Uno degli sceneggiatori era Folman, suo compagno di classe. “Ci siamo ritrovati nel mondo reale nell’attimo stesso in cui siamo entrati nella scuola. Abbiamo dovuto batterci per tutto e pensare sempre con la nostra testa. Ma questo ci ha dato l’atteggiamento giusto per il mondo del cinema – dice – rendendoci indipendenti e piuttosto combattivi”.
All’epoca, continua, la TV non era un’opzione di lavoro realistica. Non c’erano canali commerciali o a pagamento in Israele prima del 1990, così “quando studiavamo in qualche modo sapevamo che avremmo dovuto fare lungometraggi o niente. Così in un certo senso la scuola ci ha costretto ad essere ambiziosi e tenaci”.
Anche Levi ha scelto la scuola per via del suo collegamento con l’università. Il dipartimento è all’interno della Katz Faculty of the Arts. “Era importante per me ricevere un’ampia istruzione, non solo imparare a fare film”, racconta. Anche se dice che alcuni degli insegnanti erano dei veri e propri intellettuali e non granché pratici come insegnanti di cinema, “ci davano questa prospettiva e io devo molto alla scuola”.
L’ammissione è altamente competitiva, con cinque o sei domande per ciascuno dei 180-200 posti, spiega la prof. Hannah Naveh, decano della Facoltà d’Arte. Diversamente da altre scuole di cinema, i potenziali candidati non presentano un film. L’Università di Tel Aviv sceglie i suoi studenti secondo i loro voti, così quelli che non possono permettersi di produrre un film non sono svantaggiati.
Poiché la maggior parte degli studenti si iscrive dopo il servizio di leva e dopo aver viaggiato, di solito hanno 24 o 25 anni, dice Hecker, per cui hanno già qualche esperienza di vita. Non sono costretti a prendere specializzazioni ristrette ed hanno una considerevole libertà creativa, ma questa “è legata alla responsabilità” in quanto imparano che il successo o il fallimento di un film dipende soltanto da loro.
Hecker non ha alcun dubbio sul ruolo del suo staff. Gli insegnanti sono lì per dare agli studenti gli strumenti per fare i loro film, “non i nostri”. Questo significa che, pur essendo ben lieti gli insegnanti di fornire consiglio e appoggio, sono gli studenti stessi che devono prendere tutte le decisioni finali. Green pensa che questo incoraggiamento fatto di “spirito libero e disciplina” sia una delle ragioni del successo della scuola.
“Ho sentito che dovevo scoprire le cose da solo”, dice Shani. Riconosce che imparare ad essere molto indipendente e responsabile nel suo lavoro lo ha preparato a creare Ajami. “Quello che sembrava uno svantaggio è diventato un vantaggio. Come cineasta ero più preparato al lavoro vero e proprio”.
Benché continuino ad arrivare premi, la scuola non si ferma a compiacersi dei suoi successi o della sua influenza. Ha ancora sfide da affrontare. Il problema dell’uso dei nuovi media è uno degli argomenti che Hecker vuole affrontare, perché “è lì che va il mondo”.
Sebbene vi sia molta incertezza sul futuro del cinema, sembra chiaro che molti dei vincitori di premi per cinema e TV del futuro passeranno da questa istituzione.

(Da: Israel21c, 31.08.10)

Nella foto in alto: sul set del film “It All Begins At Sea” (2008), diretto da Eitan Green (a sinistra nella foto)




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13 settembre 2010

I messaggi contraddittori dell’Autorità Palestinese

Di Khaled Abu Toameh
È veramente difficile, in questi giorni, capire esattamente cosa pensa o cosa vuole l’Autorità Palestinese. Nelle scorse settimane si è espressa con ben più di una voce, inviando sovente messaggi contraddittori. Questo stato confusionale, spiegano alcuni palestinesi di Ramallah, sarebbe direttamente collegato ai negoziati diretti avviati la scorsa settimana a Washington fra la dirigenza dell’Autorità Palestinese e il governo israeliano. Ma la confusione, in realtà, è iniziata già prima dell’avvio dei colloqui diretti.
Dopo una recente visita a Ramallah dell’inviato speciale Usa in Medio Oriente George Mitchell, un rappresentante palestinese disse ai giornalisti, parlando in arabo, che le prospettive di arrivare a un’intesa sulla proposta di colloqui diretti erano scarse. Il rappresentante sosteneva che la missione di Mitchell era terminata con un insuccesso e che non vi sarebbero stati colloqui nel futuro prossimo. Un’ora più tardi, un altro rappresentante ufficiale incontrava brevemente i giornalisti a Ramallah e mandava, questa volta in inglese, un messaggio completamente opposto alla dichiarazione del suo collega di un’ora prima. Questa volta il messaggio era che si era arrivati a una svolta e che i colloqui diretti avrebbero avuto inizio molto presto.
Da allora i palestinesi si sono abituati a sentire analoghi messaggi contraddittori quasi quotidianamente, talvolta dalla bocca dello stesso esponente palestinese.
Dopo la cerimonia della scorsa settimana a Washington, il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat ha rilasciato una serie di interviste a vari mass-media. In una di queste interviste ha detto che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non è serio circa il perseguimento della pace coi palestinesi e che il suo solo obiettivo è quello di prendere tempo. Più tardi Erekat ha diramato una smentita, dicendo che le sue parole erano state citate fuori contesto. In un’altra intervista, Erekat diceva che Israele e palestinesi avevano concordato a Washington le questioni chiave che sarebbero state discusse nei colloqui diretti. Più tardi, quello stesso giorno, su un altro giornale, diceva che le due parti non hanno ancora concordato l’agenda dei negoziati.
Un altro esponente palestinese che era presente ai colloqui ha rilasciato a un certo numero di mass-media arabi dichiarazioni pessimiste circa le prospettive di arrivare a un accordo con il governo Netanyahu. Contemporaneamente un secondo esponente appariva sui network arabi pronunciandosi “in tono ottimista”.
I palestinesi diffondono valutazioni contraddittorie anche riguardo alla posizione dell’amministrazione americana. Mentre alcuni funzionari parlano di un “cambiamento” positivo di Washington a favore dei palestinesi, altri esprimono scetticismo circa gli sforzi di mediazione dell’amministrazione Usa. Alcuni si sono spinti al punto di accusare l’amministrazione del presidente Barack Obama di sostenere tutte le posizioni del governo israeliano nel processo di pace.
Questi messaggi contrastanti, diffusi sia dai rappresentanti palestinesi che dai mass-media palestinesi, generano parecchia confusione nell’opinione pubblica palestinese. I palestinesi non sanno più se Israele vuole o no la pace. Un esponente dell’Autorità Palestinese dice loro che c’è una possibilità di pace, mentre un altro cerca di convincerli che non c’è alcun partner per la pace sul versante israeliano.
I palestinesi che vedono i loro rappresentanti sui network arabi come al-Jazira ricevono l’impressione che il governo israeliano non voglia la pace e che il suo unico obiettivo sia quello di confiscare terre e uccidere palestinesi. Invece i palestinesi che guardano i loro rappresentanti sulle tv occidentali ricevono un messaggio un po’ più moderato. Alcuni esponenti dell’Autorità Palestinese parlano come i loro rivali di Hamas, quando vengono intervistati dai mass-media arabi.
Rilasciare dichiarazioni e poi smentirle, non di rado entro poche ore, è diventato un fatto pressoché quotidiano nella politica dell’Autorità Palestinese. L’esempio più recente è stato quello di Muhammad Dahlan (del Fatah) che, intervistato domenica da un quotidiano arabo, ha denunciato Netanyahu come un “truffatore”. Dopo che le sue parole erano state pubblicate in Israele, l’ex comandante della sicurezza palestinese si è affrettato a diffondere una smentita, sostenendo che le sue dichiarazioni erano state citate fuori contesto.
La scorsa settimana, un alto consigliere di Abu Mazen ha detto che l’Autorità Palestinese avrebbe presto lanciato una campagna per “persuadere” i palestinesi a sostenere il rinnovato negoziato di pace con Israele. Il funzionario ha detto che la campagna, finanziata dagli americani, sarebbe stata simile a quella che è stata lanciata (dal gruppo Iniziativa di Ginevra) per persuadere il pubblico israeliano che Jibril Rajoub, Saeb Erekat e Yasser Abed Rabbo sono validi interlocutori di pace. Invece, anziché rivolgersi all’opinione pubblica palestinese con un chiaro messaggio per la pace, la dirigenza dell’Autorità Palestinese non fa che aumentare la confusione che già regna in Cisgiordania.
Gli analisti palestinesi dicono che i messaggi contraddittori dell’Autorità Palestinese sono il sintomo dello stato di incertezza fra i capi di Ramallah, che trovano qualche difficoltà a spiegare alla loro gente come mai hanno accettato di lasciar cadere tutte le precondizioni che avevano posto, e di avviare trattative dirette con Israele. Per mesi Abu Mazen e i suoi massimi collaboratori avevano detto ai palestinesi che non avrebbero mai negoziato direttamente con Israele se questi non avesse accettato di bloccare definitivamente tutte le attività edilizie in Cisgiordania e a Gerusalemme, e non avesse accettato il ritiro sulle linee del 4 giugno 1967. Poi, un bel giorno, i palestinesi si sono svegliati e si son sentiti dire che i loro leader avevano lasciato perdere tutte le precondizioni.

(Da: Jerusalem Post, 07.9.10)

Nella foto in alto: Khaled Abu Toameh, autore di questo ar




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13 settembre 2010

Un Cupido di 2000 anni fa a Gerusalemme

Gli archeologi israeliani hanno rinvenuto nella città di Davide un cammeo in pietra dura che reca l’immagine di Cupido.

Custodia.org - L’Israel Antiquities Authorities (IAA) ha comunicato che l’oggetto è uno dei diversi manufatti rinvenuti negli ultimi dodici mesi nell’area archeologica della città vecchia di Gerusalemme. Il cammeo, che sarà esposto all’Undicesima Conferenza di Argheologia Annuale della città di Davide prevista per la fine di questa settimana, è lungo 1 cm. e largo 0,7 cm. Il reperto è stato scoperto nell’area di scavo del parcheggio di Givati, una parte del Walls National Park di Gerusalemme. Gli scavi sono stati condotti dall’organizzazione sotto la direzione del Dr. Doron Ben Ami e di Yana Tchekhanovets e finanziati dall’Ir David Foundation.

Ben Ami ha riferito che il cammeo è stato realizzato con due strati di pietra di onice. Quello superiore, dove è scolpita l’immagine di cupido è di un azzurro singolare che contrasta con il marrone scuro di base dello strato inferiore.

Quest’ultimo è il lato del cammeo che sarebbe stato inserito nel metallo di forma circolare parte di un gioiello, probabilmente un orecchino.

La mano sinistra di Cupido posa su una fiaccola capovolta che simboleggia la fine della vita.

Ben Ami ha aggiunto che la scoperta, con altri importanti ritrovamenti rinvenuti in questa insolita e ampia struttura romana nella città di Davide, contribuisce alla comprensione del periodo romano di Gerusalemme.

La pietra incastonata è del tipo ”Eros in lutto”, un genere che fa parte di un gruppo di motivi visivi legati alle immagini delle pratiche del lutto.




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13 settembre 2010

I musulmani davvero invadono l’Europa?

L’AVANZATA DELL’ISLAM IN PASSATO…CON LA SPADA…
Alla morte di Maometto, nel 632, i califfi, che rivestivano sia funzioni religiose che politiche, assimilabili a quelle di papa ed imperatore contemporaneamente, iniziarono a diffondere l’islam fuori dell’Arabia. I califfi per diffondere l’islam decisero di usare la spada. Gli eserciti arabi intrapresero campagna militari contro i due grandi imperi confinanti: l’Impero Bizantino e l’Impero Persiano.

Nel 636 gli Arabi conquistarono Damasco, capitale della Siria, Nel 637 arrivarono a Ctesifonte, Nel 640 conquistarono Cesarea, capitale della Palestina, Nel 22/642 entrarono in Alessandria, capitale dell’Egitto, Nel 643 entrarono in Tripoli, capitale della Libia, Nel 649 presero Cipro, Nel 651 l’ultimo scià di Persia venne assassinato a Merv. I musulmani arrivarono nelle zone degli attuali Stati del Pakistan e dell’Afghanistan. L’Impero Persiano cessò di esistere, Nel 674 attaccarono Costantinopoli, ma l’imperatore Costantino IV riuscì a sconfiggere gli Arabi,Nel 698 i musulmani presero Cartagine, aprendosi la strada verso l’Africa del nord, Nel 709 occuparono parte della Cappadocia e della Cilicia nell’odierna Turchia,Nel 711 cadde Ceuta l’ultima roccaforte bizantina in Africa. I territori corrispondenti a Tunisia, Algeria e Marocco divennero preda degli Arabi,Nello stesso anno i musulmani superarono lo stretto di Gibilterra,Nel 712 la Spagna era sotto il dominio della mezzaluna,Nel 717 posero nuovamente l’assedio a Costantinopoli. Ma nel 718 l’imperatore Leone III l’Isuarico li costrinse a ritirarsi,Nel 718 i musulmani si installarono nella Francia meridionale occupando la Settimana, Nel 720 conquistarono Barbona, Nel 107/725 distrussero Autun, Nel 114/732 presero Bordeaux. Posero l’assedio a Tours, Nell’ottobre del 114/732 vennero sconfitti a Poitiers da Carlo Martello…etc. etc…

L’AVANZATA DELL’ISLAM NEL PRESENTE … CON LA DEMOCRAZIA…
Sono oltre 20 milioni i musulmani che vivono oggi nell’Unione Europea (su 730 milioni di abitanti). Erano soltanto 800.000 nel 1950, e 15 milioni nel 2003.
Secondo le stime, i musulmani presenti in Italia sono circa 1.500.000 (senza contare i clandestini)… Non ci sono dubbi che, se gli attuali trend demografici e culturali rimangono costanti per i prossimi cinquant’anni, la civiltà europea scomparirà dalla scena storica, schiacciata dal peso preponderante della sua immensa popolazione anziana e dalla spinta della giovane e aggressiva popolazione musulmana.

E bene sapere che…Gli islamici distinguono il mondo in due parti. La terra che è sotto controllo dei musulmani e la terra di conquista dove vivono gli infedeli, i mushrikun.

- Dar al-Islam, dimora dell’islam, sono le aree controllate dagli Stati islamici
- Dar al-Harb, dimora della guerra, sono le aree non controllate dagli Stati islamici.
al-Mawardi indica i tre modi di acquisizione della terra di Dar al-Harb da parte dei musulmani:
- acquisizione con la forza e la violenza, quando gli abitanti siano stati messi a morte, fatti prigionieri, o siano stati costretti alla emigrazione;
- acquisizione senza violenza, quando gli abitanti abbiano abbandonato la terra per timore;
- acquisizione mediante trattati.
Il Corano prescrive che nessuna pace sia fatta con gli infedeli fino a che i musulmani sono più forti. (35 Non siate dunque deboli e non proponete la pace mentre siete più forti. Allah è con voi e non diminuirà il valore delle vostre azioni. Corano, Sura 47, 35 ) senza dimenticare la Guerra santa – Jihad che ha lo scopo di convertire gli infedeli sottomettendoli militarmente. Il jihad, che letteralmente vuol dire “sforzo”, significa “guerra santa”. E’ l’obbligo religioso dei musulmani di combattere finché tutto il mondo non avrà adottato la fede musulmana o non sarà stato sottomesso alla dominazione musulmana.
Un allarme?
Un falso allarme?
Soltanto una raccolta di dati insignificanti?
O fatti molto preoccupanti?
Decidete voi…




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12 settembre 2010

Un referendum per islamizzare più in fretta la Turchia


lettere@ilfoglio.it
 

Sul FOGLIO di oggi, 11/09/2010, a pag.1/4, con il titolo " I turchi di domani", Luigi De Biase analizza il prossimo referendum voluto da Erdogan per dare un'immagine di scelta democratica alla svolta islamista data dal suo governo alla Turchia.

Roma. Cinquanta milioni di turchi andranno alle urne questo fine settimana per un referendum decisivo: riguarda la riforma che può modificare la Costituzione e il futuro del paese. Se vincerà il partito del “sì”, quello del premier, Recep Tayyip Erdogan, i militari saranno giudicati dai tribunali civili, il Parlamento potrà nominare alcuni membri della Corte suprema e i dipendenti pubblici avranno il diritto di sciopero. Se il successo andrà ai sostenitori del “no”, Erdogan valuterà l’ipotesi di rimettere il proprio mandato e di chiedere nuove elezioni. I sondaggi dicono che la Turchia è divisa, nessuno è pronto a scommettere sul risultato perché la campagna elettorale è stata intensa e non ha coinvolto soltanto i partiti politici. Erdogan è il leader di Giustizia e sviluppo (Akp), un movimento d’ispirazione filoislamica molto popolare nelle province dell’Anatolia, dove il tasso di disoccupazione è più elevato e la fede è un fatto. “Chi si oppone al referendum vuole un colpo di stato”, ha detto il premier all’inizio della settimana. Il capo dell’opposizione, Kemal Kilicdaroglu, guida il Partito repubblicano (Chp) da pochi mesi ma ha già l’occasione della vita: bloccare la riforma e sfidare Erdogan al voto del prossimo anno. Kilicdaroglu ha girato il paese in pullman con i suoi consiglieri per convincere i turchi a respingere le proposte del governo. “Ogni ‘no’ sarà una medaglia sul vostro petto”, ha gridato durante un comizio nella città di Antalya. Ma gli schieramenti che si scontrano a Istanbul sono più profondi e non amano la competizione democratica, come notano molti osservatori. Uno è quello dei magistrati e dell’esercito, i poteri forti che si sono eletti eredi e difensori dell’ordinamento kemalista. L’altro comprende l’Akp di Erdogan e del presidente della Repubblica, Abdullah Gül, al potere da otto anni e deciso a modificare lo stato delle cose in nome del progresso. Il premier dice che la riforma serve a portare il paese in Europa, un processo che potrebbe cominciare nel 2015. Oggi, la Costituzione assegna compiti speciali ai militari: possono fermare qualunque governo si allontani dalla dottrina di Mustafa Kemal, il padre della patria. E’ un privilegio che hanno esercitato quattro volte nel Dopoguerra, l’ultima nel 1997 Nel 2008, una corte di Ankara ha rinviato a giudizio Erdogan, Gül e decine di esponenti dell’Akp con l’accusa di avere organizzato attività sovversive, ma il processo è terminato senza conseguenze. L’Unione europea mostra senza remore di gradire la riforma. Un portavoce della commissione per l’Allargamento ha detto ieri che l’Ue “sostiene in tutto e per tutto” gli sforzi dell’Akp. Dopotutto, con Giustizia e sviluppo la Turchia è cresciuta a una media vicina al 10 per cento ogni anno: soltanto la Cina è riuscita a fare meglio. Erdogan si è fatto fotografare persino con Bono Vox, cantante degli U2 e paladino pop dei diritti umani, per convincere la Turchia e i vicini di casa di avere sentimenti sinceramente occidentali. Kilicdaroglu, i magistrati e molti generali pensano che la verità sia un’altra. Secondo l’opposizione, sia quella che siede fra i banchi del Parlamento, sia quella che vive fra tribunali e caserme, l’Akp ha un’agenda segreta per portare le regole dell’islam nel midollo delle istituzioni turche. Questa ipotesi trova molti consensi fra gli analisti occidentali. Negli ultimi anni, Erdogan ha cercato a più riprese di ridurre il potere delle istituzioni kemaliste: ha salutato con favore le inchieste della magistratura su Ergenekon e Boyzol, due complotti che hanno messo nei guai giornalisti, politici e generali delle forze armate; ha votato una proposta per riportare il velo islamico nelle università; ha dato al paese una nuova politica estera con poco riguardo per Israele e gli Stati Uniti. Alla fine di maggio, una flotta con aiuti umanitari e squadre di fanatici è partita alla volta di Gaza per infrangere l’embargo deciso dal governo di Gerusalemme. Negli scontri con l’esercito israeliano sono morte una decina di persone, tutte di nazionalità turca. L’episodio ha portato i due paesi, due storici partner del medio oriente sin dagli anni Cinquanta, sull’orlo della rottura. Il governo non ha scelto una data casuale per il voto. Le urne aprono domani, 12 settembre, a trent’anni esatti dall’ultimo, vero, colpo di mano militare. Allora, fra i politici arrestati o costretti a lasciare il paese c’era un mentore di Erdogan, Necmettin Erbakan. Per il premier, il referendum è anche una questione privata.

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12 settembre 2010

Antisemitismo arabo attraverso le vignette: come nel Terzo Reich

L'analisi di Angelo Pezzana

Testata: Libero
Data: 12 settembre 2010
Pagina: 19
Autore: Angelo Pezzana
Titolo: «Il mondo non lancia fatwe contro le vignette anti-Israele»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 12/09/2010, a pag. 19, con il titolo " Il mondo non lancia fatwe contro le vignette anti-Israele " l'articolo di Angelo Pezzana sulla propaganda araba contro Israele attraverso l'immagine grafica, di stretta discendenza nazista, come dimostra la prima vignetta che segue.
Ecco il pezzo:

La vignetta è da sempre il mezzo più efficace per comunicare un messaggio, oppure una ideologia, se il fine è politico. E’ lo strumento più semplice, perchè può essere capito anche da chi non sa leggere, molto più importante quindi di qualsiasi analisi. Raggiunge l’obiettivo senza bisogno di intermediari. E se il fine è la diffusione dell’odio contro gli ebrei, ecco che la vignetta può assumere un ruolo di pericolosità sociale, fino a coinvolgere in tempi recenti il codice penale.

 Per diffondere maggiormente quell’odio dalle radici antiche, l’ideologia nazista ne fece un uso spregiudicato, con la caricatura dell’ebreo, naso adunco e mani rapaci, grasso e ricco,che domina il mondo. Uno stereotipo che è tornato a ripresentarsi con una sostituzione, non più l’ebreo tout court, ma l’ebreo israeliano, nella propaganda araba contro lo Stato ebraico.

L’insegnamento delle caricature naziste ha fatto scuola, è bastato mettere l’ebreo al posto dell’ SS, Israele in luogo della Germania, con i palestinesi nella parte delle vittime, e l’effetto è raggiunto. Vignette che vengono pubblicate su giornali arabi o islamici anche autorevoli e governativi, ripresi su internet da una infinità di siti, che vanno dalla estrema sinistra all’estrema destra, negazionisti della Shoah, fino ai blog che hanno come unico obiettivo la diffamazione e la delegittimazione di Israele. Cosa c’è di meglio di una vignetta ? Gli ebrei rappresentano il male assoluto, vogliono il potere e per averlo hanno inventato il sionismo. Sono sempre assetati di sangue, un elemento che ricorreva spesso nella tradizione anti-giudaica a carattere religioso, gli ebrei che a Pasqua rapivano e uccidevano un bambino cristiano per usarne il sangue per le azzime, una spiegazione assurda da dare in pasto ad un pubblico ignorante e per questo pronto a credere a tutto. Qui il bambino non è più cristiano ma palestinese, la bufala delle azzime non è più spendibile, chiunque può comprarle in panetteria e verificare che il sangue non ha nulla a che vedere con l’impasto, ma il bambino può essere paragonato con quello di Varsavia, che alza le braccia davanti a un soldato nazista. Le camere a gas, i reticolati, le immagini dei campi di sterminio vengono ridisegnate in salsa mediorientale per dire, ecco, vedete, oggi gli ebrei fanno a noi le stesse cose che i nazisti hanno fatto a loro. E non c’è messaggio migliore di un disegno semplice semplice. Poi c’è la Stella di Davide, disegnata con al centro una croce uncinata, l’ingresso dei treni ad Auschwitz riprodotto sul muro di separazione nei territori, come dire, dentro Auschwitz ci siamo noi adesso. Tutta la grande, enorme mistificazione del conflitto israelo-palestinese, condotta con indubbia abilità, non solo grafica. Per finire con l’immagine del soldato di Tzahal vestito da nazista, è sufficiente mettergli in mano un fucile ed accanto un bambino o una donna, possibilmente anziana o in ginocchio, che la vignetta non ha nemmeno bisogno di didascalia. L’arma ha talmente successo che convinse Ahmadinejad a indire nel 2006 a Teheran una competizione internazionale di disegnatori satirici, per quella che chiamò “ Iranian Holocaust Cartoon Competion”, una macabra gara fra “specialisti” dell’odio antisemita, vinta da un certo Carl Latuff, attivista-disegnatore brasiliano di estrema sinistra, da allora quotata star sul mercato dell’odio contro Israele. Uno Stato che si comporta come la Germania nazista, è la morale che ne consegue, non ha diritto di esistere. Un’equazione semplice, come le vignette che l’hanno generata. Alla quale seguirà, come ha promesso Ahmadinejad, la finale distruzione. Il rapporto 2009 dell’Istituto Stephen Roth sull’antisemitismo ha registrato in Europa il doppio di attentati contro ebrei e proprietà ebraiche rispetto all’anno precedente, “influenzati in modo preponderante dalla propaganda contro Israele raffigurato come uno Stato nazista, delegittimandone quindi il diritto a esistere”. Lo affermò nel 1975 lo stesso Onu, quando gli stati arabi ed il blocco sovietico dichiararono il sionismo uguale a razzismo, una ignobile risoluzione ritirata qualche anno dopo, i cui effetti però riemergono appena si ripresenta l’occasione. Come boicottare i colloqui diretti fra palestinesi e Israele, per esempio, in modo da comprometterne il percorso. Basta poco, anche una vignetta.

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12 settembre 2010

Tortura e pena di morte: la “giustizia” nei paesi islamici …


 

 

 

La pena di morte è prevista in quasi tutti i Paesi islamici ed applicata con grande severità, spesso secondo le durissime prescrizioni delle legge coranica (la Sharia) che regola il diritto penale negli Stati più conservatori e reazionari.

In questi ultimi (Arabia Saudita, Afghanistan, Pakistan, Iran...) è la pena inflitta per numerosissimi reati: omicidio, corruzione, adulterio, rapina, traffico di droga, blasfemia, dissenso politico, etc... Le esecuzioni avvengono solitamente in piazze o stadi davanti al pubblico, anche donne e bambini, ed in modo cruento: decapitazione, impiccagione, lapidazione per le adultere; a volte i condannati, secondo un'ancestrale legge del taglione, sono frustati prima dell'esecuzione dai parenti delle proprie vittime ed i loro cadaveri sono poi esposti come monito.

La pena di morte colpisce anche gli stranieri, perlo più lavoratori immigrati in quei Paesi (i rari Occidentali condannati di solito la evitano grazie all'intervento dei loro Stati d'origine), donne (solitamente giustiziate velate) e minorenni. Nei Paesi islamici laici (Indonesia, Egitto, Iraq, Malesia, Siria, etc...) non vi sono queste reminescenze medievali, ma nondimeno la pena di morte è applicata (soprattutto contro oppositori politici e ribelli militari) ed i governi locali respingono, come ingerenze straniere, ogni tentativo occidentale di contestarla.

Un caso a parte è quello dell'"europea" (rispetto ai suoi vicini islamici...) Turchia le cui leggi prevedono la pena di morte, pur non eseguendo una condanna dal 1984, (...). Indubbiamente la propaganda abolizionista, che ha già colto dei successi in America Latina ed ex-Unione Sovietica, è malvista in questi Paesi, per motivi politici e culturali, e la speranza di una sparizione, a lungo termine, della pena capitale è collegata al riconoscimento dei diritti umani del cittadino e dello straniero ed alla loro effettiva tutela.

Il complesso di norme religiose, giuridiche e sociali direttamente fondate sulla dottrina coranica prende il nome di Sharia. In quest'ultima convivono regole teologiche, morali, rituali e quelle che noi chiameremmo norme di diritto privato, affiancate da norme fiscali, penali, processuali e di diritto bellico. Sharia significa, alla lettera, "la via da seguire", ma si può anche tradurre con "Legge divina".

La disciplina accademica con cui gli studiosi descrivono ed esplorano la sharia è chiamata fikh. Il termine designa una attività umana, e non può essere attribuita a Dio o al profeta.

Il termine Sharia viene comunque usato per indicare tanto il diritto divino quanto la scienza che studia questo diritto divino.

In Iran, il codice penale Islamico prevede la morte mediante lapidazione per le adultere e per alcuni altri reati. Il diritto islamico è il terzo grande sistema giuridico mondiale.

Islam significa totale sottomissione a Dio, e il diritto islamico non si sottrae a questa sottomissione.

Legato a un testo scritto in arabo, il diritto islamico risente dello spirito della lingua e della cultura araba. Una lingua che riproduce per iscritto le sole consonanti apre la possibilità di complesse dispute filologiche. Inoltre la mentalità araba, più algebrica che geometrica, tende ad aggregare le nozioni, ma non a sistematizzarle: i pochi principi giuridici fissati per l'eternità dal Corano costituiscono perciò la base di una casistica indistricabile per chi l'affronta con mente euclidea o cartesiana.

Vincolato ad un testo sacro, il diritto islamico è subordinato al rituale religioso; quindi la scienza giuridica è vincolata dalla teologia.

Le categorie giuridiche sono più sfumate di quelle europee: mentre per il nostro diritto vige la logica binaria del lecito e dell'illecito, per quello islamico l'atto giuridico può essere obbligatorio, raccomandato, permesso, riprovato e vietato.

Nato da una predicazione rivolta dapprima al commerciante cittadino e poi al beduino guerriero da parte di un profeta vissuto troppo brevemente; subordinato a precetti religiosi e, come questi, immutabile; diffusosi in breve tempo su un territorio che andava dall'Indonesia alla Spagna e dai balcani alla Nigeria del Nord, i diritto islamico porta con sé una frattura insanabile: il suo adeguamento a tempi e società nuove è incompatibile con la sua intangibilità. Esso poté tuttavia sopravvivere ed estendersi grazie alla capacità di convivere con altri diritti e grazie alla natura delle sue fonti, le quali riuscirono in larga misura a integrare le disposizioni coraniche, pur senza innovarle formalmente.

Il codice penale stabilisce che "per la lapidazione, le pietre non dovrebbero essere tanto grosse da uccidere il condannato al primo o secondo colpo, né tanto piccole da non poter esser definite vere e proprie pietre". (...)

Che dire allora delle punizioni corporali prescritte in regime di sharia, la legge islamica, invocata da alcuni stati con consistenti minoranze musulmane (come Nigeria o Tanzania) e applicata meticolosamente da nazioni musulmane come l’Arabia Saudita, l’Iran, il Sudan e l’Afghanistan dei Talebani?

La sharia infatti è legge fondamentale in Arabia Saudita e le pene vengono sanzionate in base alla gravità dei delitti commessi, come ai tempi di Maometto, solo alcuni secoli fa, e vanno dalla morte per decapitazione per delitti di assassinio, di stupro e di traffico di droga, all’amputazione della mano, della gamba o di entrambi per il furto, fino allo scudiscio per pene considerate minori, come la vendita di alcool, il “papagallismo” ecc.

A tale riguardo, ha destato grande impressione in Gran Bretagna la punizione decretata (...)  dal tribunale di Riyadh a quattro cittadini britannici accusati di commercio di bevande alcoliche, “delitto” che in base alla legge islamica merita, come detto, la frusta. Così le autorità saudite hanno condannato gli empi albionici a subire dalle 300 alle 500 frustate ciascuno (oltre a molti mesi di prigione). A venti scudisciate è stato condannato, come riporta il quotidiano saudita Al-Madina , un passeggero che non aveva chiuso il telefonino ed aveva risposto ad una telefonata sul cellulare mentre si trovava in volo da Riyadh a Tabuk. Mentre con solo cento scudisciate è stata punita una donna saudita che seviziava la propria serva-schiava filippina al punto da farla suicidare.

In Afghanistan i talebani, gli “studenti di Dio”, avevano iniziato prestissimo ad usare lo scudiscio per imporre al popolo la creazione “del più puro stato islamico del mondo”. Per mesi la polizia religiosa ha fustigato ogni giorno centinaia di uomini e di donne per strada, i primi per non essersi lasciati crescere la barba nella misura che i telebani avevano stabilito come “d’ordinanza” (un pugno di lunghezza dall’osso del mento!) o per avere trasportato in taxi delle donne senza i prescritti accompagnatori maschi di “famiglia”. E poi le donne perché la finestrella di garza del loro burqa lasciava intravedere qualche lineamento del volto, o perché portavano anelli, bracciali o scarpe con tacco.

In Iran , invece, si può essere condannati alle pene dello staffile ed altre pene corporali per le ragioni più varie. Frustati sono stati degli spettatori che hanno interrotto uno spettacolo teatrale di un noto comico locale, Hami Reza Mahisefat, frustati sono ogni giorno sulla pubblica piazza centinaia di giovani e meno giovani, ma soprattutto studenti, che vengano puniti per ubriachezza o per aver cercato di “adescare” delle donne per strada. La polizia si è giustificata affermando che tali “infrazioni di legge” sono stati commesse in pubblico e che quindi in pubblico vanno punite: come tutte le pene della sharia esse vanno comminate in pubblico perché devono servire da esempio al popolo.

Alcuni osservatori ritengono però che l’ondata di impiccagioni per i delitti più gravi e di punizioni corporali per i reati minori sia uno degli aspetti della lotta per il potere tra i riformisti ed i sostenitori della linea dura, tanto che essa forma oggetto di disputa religiosa tra i sostenitori della forca, della lapidazione e dello scudiscio come “elemento immutabile della legge islamica” ed i moderati riformisti che sostengono invece che tali punizioni non trovano “conferma e giustificazione nel Corano”. I riformisti accusano il potere giudiziario, in mano ai conservatori più reazionari, di deformare il codice islamico per screditare l’azione di liberalizzazione graduale della vita in Iran dopo anni di fondamentalismo komeinista. (...)

In Africa la sharia è applicata regolarmente in Sudan dove uomini e donne sono passati allo staffile per aver “disturbato l’ordine pubblico” e con ciò viene data libera pratica ad ogni forma di repressione del dissenso: troppo spesso le minoranze, e tra queste quelle cristiane, sono state al centro della “attenzione” dei mullah di regime, finendo per fare fiorire una guerriglia di carattere non solo tribale ma anche religioso.

Da poco in vigore in alcuni stati della Nigeria , la legge islamica della sharia sta cercando di recuperare il tempo perduto. Dopo le prime timide prove negli stati di Sokoto e Zamfara, gli stati della federazione a decretare per primi la legge coranica come legge fondamentale, siamo ora alla prova generale della sua tenuta. Dopo avere iniziato con la frusta per punire “reati” minori come l’appropriazione indebita, l’uso e/o smercio di bevande alcoliche, il trasporto di un passeggero femmina sul sellino posteriore di un moto-taxi, si è passati alla fustigazione per reati sessuali: cento frustate sulla pubblica piazza per un rapporto consumato fuori del matrimonio e via andando.

La (...) condanna capitale (...) è entrata in vigore nel 1999 la legge coranica nel nord della Nigeria, (...) eseguita per lapidazione (...).

israt.it

 




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12 settembre 2010

Gli eroi a 4 zampe dell'11 settembre

Tra le esalazioni tossiche di Ground Zero alla ricerca dei superstiti tanti cani coraggiosi/FOTO


 


La copertina di 'Dogs Heroes of september 11th' del Kennel Club Books La copertina di 'Dogs Heroes of september 11th' del Kennel Club Books
Gli eroi a 4 zampe dell'11 settembre

Tra le macerie del World Trade Center centinaia di persone cercarono senza sosta e fino allo sfinimento i superstiti. Uomini coraggiosi che salvarono altri uomini camminando tra le esalazioni tossiche di Ground Zero.

Quegli uomini, quegli eroi, spesso non erano soli. Erano silenziosamente e preziosamente accompagnati da piccoli e forti eroi a 4 zampe. Cani di cui spesso non abbiamo saputo nulla. Ma molte persone devono a loro la vita. E molti di loro, come tanti pompieri e operatori sanitari che lavorarono a New York, rimasero uccisi o contrassero brutte malattie.

A loro e' dedicato un reportage di Quattro Zampe con foto tratte da 'Dogs Heroes of september 11th' del Kennel Club Books.




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12 settembre 2010

Barack Obama è un infiltrato?




E' sempre stato possibile votare prima del 4 novembre per chi era all'estero (absentee vote) o altrimenti impossibilitato. Ma adesso i Democratici ne stanno facendo una questione di urgenza. Perché sarebbe così urgente votare? Qualcuno dice che vogliono che voti il maggior numero di persone possibili prima che un tribunale accerti che Obama .... non è nato in territorio USA. Perché rImuoverlo una volta eletto sarebbe davvero esplosivo, ne farebbero una vittima razziale, non uno che ha cercato di violare la costituzione.
La questione è questa: secondo la Costituzione non può diventare presidente uno che non è cittadino dalla nascita. Ad esempio, Henry Kissinger e Arnold Schwarzenegger, figure politiche rinomate, non hanno diritto di candidarsi perché sono cittadini naturalizzati, non cittadini dalla nascita.
Ora, secondo la nonna keniota (paterna) di Obama, egli è nato in Africa, non ad Honolulu, nello stato americano delle Hawaii. Ha detto proprio di essere stata presente in sala parto, in Kenya, quando è nato. Lui si è sempre rifiutato di produrre il certificato di nascita e anche qualsiasi altro documento, come diplomi o atti di iscrizione, che riportino il luogo di nascita.
L'avvocato Philip J. Berg, ex sottosegretario alla Giustizia dello stato della Pennsylvania, peraltro appartenente al Partito Democratico, lo ha chiamato in tribunale a produrre un estratto autenticato del suo atto di nascita, che provi che ha titolo a candidarsi alla presidenze degli USA. Ma il 24 settembre il Consiglio nazionale del Partito Democratico ha depositato in tribunale istanza di archiviazione di questa pratica.
Non si capisce perché, se il certificato esiste, debbano darsi tanto da fare per impedirne la richiesta. Non sarebbe più semplice produrlo e festa finita? Hanno messo su un sito internet un certificato di nascita di Honolulu intestato a Barack Hussein Obama Jr, con uno spazio annerito dove dovrebbe esserci il numero di serie. Perché, se questo certificato è autentico, non portarlo trionfalmente in tribunale e mettere fine a tutti i sospetti?
Qui sotto alcune considerazioni di buon senso sulla montagna di soldi messi insieme da Obama per la sua campagna elettorale, che assommerebbero a quanto spesero i miliardari Kerry e Bush messi insieme. Soldi che parrebbero arrivare.dal Medio Oriente.
Alex

http://rense.com/general83/was.htm
Barack Obama è un infiltrato?
di J. Hansen
10-9-8

[.......] Da dove viene tutto quel denaro per Obama? Io ho quattro figlie che sono andate all'università e noi eravamo ceto medio, ce la facevamo a malapena. Noi (le mie figlie comprese) abbiamo lavorato sodo e abbiamo preso molti prestiti per studenti.

Ho cominciato a guardare la vita di Obama.

Verso il 1979 Obama iniziò l'università Occidental in California. Ne parla molto apertamente: provò ogni genere di droga e perdeva molto tempo, ma, benché avesse una mente brillante, non si impegnava nello studio.

"Barry" (così si è sempre fatto chiamare) in questo periodo aveva due compagni di camera: Muhammad Hasan Chandoo e Wahid Hamid, entrambi del Pakistan.

Nell'estate del 1981, dopo il secondo anno di università, fece un "viaggio intorno al mondo". Fermandosi a trovare sua madre in Indonesia, poi a Hyderabad in India, tre settimane a Karachi, Pakistan dove alloggiò presso la famiglia del suo compagno di camera, poi in Africa a trovare la famiglia di suo padre.

Mi domando - Dove ha trovato i soldi per questo viaggio? Né io, ne alcuno delle mie figlie avremmo avuto il denaro necessario per un viaggio come questo nel periodo in cui erano all'università. Quando tornò andò alla Columbia University a New York. E' allora che cominciò a farsi chiamare non con il nome americano Barry ma Barack.

Sapete quanto costa andare alla Columbia? Non è a buon mercato! A dir poco. Dove ha trovato i soldi per la retta? Prestiti per studenti? Forse. Dopo la Columbia, è andato a Chicago a lavorare come Community Organizer (attivista politico) per $12.000. all'anno. Perché Chicago? Perché non New York? Già ci viveva a New York.

"Per caso" a Chicago incontrò Antoin "Tony" Rezko, immobiliarista nato ad Aleppo, Siria. Rezko quest'anno è stato condannato per corruzione e frode. Rezko è stato premiato come "Imprenditore del Decennio" dalla "Associazione di affari e professionale arabo-americana".

Circa due anni dopo, Obama entrò alla facoltà di giurisprudenza di Harvard. Avete idea di quanto costi la retta per andare a Harvard? Dove ha trovato i soldi per andare a Harvard? Altri prestiti per studenti? Dopo giurisprudenza, tornò a Chicago. Rezko gli offrì un impiego, che egli rifiutò. Ma andò a lavorare da Davis, Miner, Barnhill & Galland. Indovinate un pò? Questi rappresentavano "Rezar" che è la ditta di Rezko. Rezko fu uno dei principali contribuenti di Obama quando si candidò a Chicago. Nel 2003, Rezko tenne una delle prime serate di raccolta fondi per Obama, che secondo il giornalista del Chicago Tribune David Mendelland permise ad Obama di raccogliere "denaro seminale" per la corsa al Senato.

Nel 2005, Obama acquistò una nuova casa nel Distretto di Kenwood di Chicago per $1,65 milioni (meno di quanto richiesto). Con TUTTI quei prestiti per studenti da rimborsare -- Dove ha trovato i soldi per questo acquisto? Lo stesso giorno la moglie di Rezko, Rita, acquistò il terreno adiacente a prezzo pieno. Il London Times scrisse che Nadhmi Auchi, un miliardario nato in Iraq, aveva prestato a Rezko $3,5 milioni tre settimane prima che Obama acquistasse la sua nuova casa. Obama incontrò Nadhmi Auchi molte volte insieme a Rezko.

Ora abbiamo Obama che si candida a Presidente. Valerie Jarrett era stata capo di Michelle Obama. Adesso è la capo-consigliera di Obama ed egli non prende mai una decisione senza prima parlarne con lei. Dove è nata la Jarrett? A Shiraz, in Iran. Esagero, o c'è una certa qual tendenza qui?

Il 10 maggio 2008 il Times scrive che Robert Malley, consigliere di Obama, viene licenziato dopo che la stampa aveva scoperto che aveva contatti regolari con "Hamas ", che controlla Gaza ed è collegata all'Iran. La settimana scorsa, nelle ultime pagine dei giornali, la stampa irachena ha riferito che durante la visita di Obama all'Iraq egli ha chiesto ai loro leader di non fare niente riguardo alla guerra fino a dopo le elezioni, quando "ci penserà lui".

E a proposito, ricordate i compagni di camera nati in Pakistan? Sono loro che gestiscono tutti quei "piccoli" contributi Internet per Obama. Da dove viene quel denaro? Dai poveri e dal ceto medio di questo paese? O magari dal Medio Oriente?

E l'ultima notiziola: il 7 settembre 2008, The Washington Times pubblica un lapsus verbale fatto da Obama durante il programma "This Week" con George Stephanapoulos. Parlando della sua religione Obama dice "la mia fede musulmana". Agli interrogativi risponde di "essersi sbagliato". Un bello sbaglio, non cè che dire.

Tutte queste informazioni le ho trovate su Internet. Se volete controllare - Wikipedia, Encyclopedia, Barack Obama; Tony Rezko; Valerie Jarrett: Daily Times - Obama visitò il Pakistan nel 1981; The Washington Times - 7 settembre, 2008; The Times 10 maggio, 2008.

E ora la domanda più importante di tutte - Se l'ho trovate io tutte queste informazioni, perché non ce ne hanno parlato tutti i nostri "intelligenti" esponenti della stampa ?

INVIATO DA ERCOLINA MILANESI

 





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12 settembre 2010

Jones e Rauf, il malessere nell'America di Obama

L'analisi di Piera Prister

Testata: Informazione Corretta
Data: 11 settembre 2010
Pagina: 1
Autore: Piera Prister
Titolo: «Jones e Rauf, il malessere nell'America di Obama»

Il caso Terry Jones inventato dai media, e l'America si chiede come la dichiarazione di uno sconosciuto reverendo possa diventare la notizia del giorno in tutto il mondo, al punto da coprire una data come quella di oggi,
11 settembre, che avrebbe dovuto ricordarci il vero pericolo che minaccia le società libere e democratiche. Viene da chiedersi se Terry Jones non sia un'invenzione di Bin Laden, visti i risultati della sua provocazione.
Noi invece vogliamo ricordare l' 11/9, contro tutti i tentativi di sminuirne la devastante portata.
Pubblichiamo l'analisi di Piera Prister, lucida, diretta e per questo politicamente scorretta, che tocca tutti quegli aspetti che vengono accuratamente evitati negli articoli di oggi, 11/09/2010, su gran parte dei quotidiani italiani.


Terry Jones                     Feisal Abdul Rauf

Quello del pastore cristiano protestante Terry Jones che ha minacciato di bruciare i corani e’ stato solo un atto dimostrativo che denuncia un grave malessere che serpeggia nella nazione americana.
Non conosciamo bene questo religioso di una piccola congregazione della Florida, ma sembra che abbia messo il dito nella piaga e ci abbia fatto ripiombare indietro nelle vicende buie in Europa di questi ultimi anni, di vendette sanguinose contro i caricaturisti danesi e olandesi, contro intellettuali, scrittori e giornalisti, e contro la “Lectio Magistralis” di Benedetto XVI. Ma contro lo stesso pastore , le reazioni dei potenti sono state immediate ed incendiarie: e’ suonata subito, a destra la tromba del presidente Obama e a sinistra lo squillo del papa, poi del generale Petraeus e giu’ ancora un coro di accusatori. Hanno dimostrato all’unisono e contro, una grande coordinazione di tipo militare, senza tentennamenti.
Obama poi, sembra averla presa come un’offesa personale dal momento che piu’ d’una volta nei suoi discorsi ha definito il Corano come sacro “The Holy Quran” . Tutti schierati contro il pastore, ma non contro il vero nemico ben piu’ potente e temibile, l’Islam bifronte moderato e radicale, visto che i radicali hanno la lingua biforcuta e possono travestirsi da moderati.
Costoro hanno scelto la strada dell’accomodamento e dell’acquiescenza, dell’inchino e dell’ affarismo di fronte alla sua prepotenza, in poche parole la strada dell’appeasement.
Ma dove sta il marcio!  Perche’ questi signori gridano all’oltraggio dei corani da bruciarsi e non ad altri veri e piu’ seri oltraggi che avvengono nel mondo islamico e anche qui negli Stati Uniti?
Quei fanatici islamisti –quanta grazia, abbiamo persino forgiato un neologismo per distinguerli dagli islamici non fanatici- nel gennaio del 2009, proprio in Florida avevano formato un corteo che gridava, “ebrei ai forni” e cosi’ a Los Angeles e in Europa. Quella marmaglia indisturbata aveva potuto urlare slogan antisemiti senza che nessuno gridasse all’oltraggio, ne’ l’allora neoeletto presidente Obama disse una parola di riprovazione’, e nemmeno il papa una parola di condanna. Tacquero!
Ma contro il pastore Jones si mobilitano tutti, tutti infieriscono, gli danno dell’”idiotic”, “dangerous”, “disrespectful”, “unAmerican”... mobilitano i loro cannoni per sparare ad un moscerino. Temono rappresaglie ma sembra che gli ammazzamenti e le mutilazioni, nonche’ i roghi di bibbie e di bandiere avvengano tutti i giorni e avverranno sempre con o senza il pastore Jones, solo che non se ne sono ancora accorti!
In giro purtroppo non ci sono leaders come Churchill ma moltissimi Chamberlain.
La prosopopea dell’attuale classe dirigente al potere non ha limiti. Questi “benpensanti” acculturati giocano al ribaltamento dei ruoli e ci fanno fessi. I carnefici sarebbero le povere vittime perseguitate e chi tenta di sbarrare loro la strada sarebbero fanatici dementi e per giunta illetterati che si fregiano di titoli di studio che non hanno.
E’ la sorte che e’ toccata al pastore Jones, come ad altri pastori cristiani- svillaneggiati e vilipesi da tutti, solo perche’ hanno espresso la volonta’ di non voler sopportare piu’ l’arroganza del potere.
Mentre l’elite e i politici accettano e incoraggiano l’arroganza di quell’imam, Feisal Abdul Rauf che ci risulta tutt’altro che moderato se si e’ rifiutato di condannare Hamas, e che imperterrito non vuole riconsiderare il suo progetto di costruire quella dannata moschea vicino a Ground Zero, nemmeno se l’70% degli Americani non la vuole costruita la’, e poi vorrebbe sfacciatamente inaugurarla proprio nell’anniversario dell’11 settembre del prossimo anno.
Ma nessuno parla e nessuo grida all’oltraggio! Come nessuno ha gridato allo scandalo quando la sinistra ha proposto per la Casa Bianca un candidato come Barack Obama che ha frequentato per 20 anni una chiesta razzista e antisemita.
Obama e company credono che l’America non sia una nazione civilizzata e che non rispetti la liberta’ di culto e di religione, si sbaglia di grosso perche' l’America e’ una civilissima nazione e, proprio per questo ha una dignita’ da difendere che i governanti non hanno.
Obama parla a proposito di irresponsabilita’, ma la sua e’ la vera irresponsabilita’, come presidente si e’ schierato insensibilmente a favore della costruzione della megamoschea vicino a Ground Zero quando avrebbe dovuto tacere, ma lo ha fatto sia perche’ e’ filo-arabo e  per ingraziarsi i signori del petrolio, guadagnandosi anche gli elogi sperticati del re saudita Abdullah che si e’ spellato le mani dagli applausi per questa sua presa di posizione .
L’imam e il presidente americano hanno una voce ingannevole come quella delle sirene, e bisognerebbe sciogliersi della cera nelle orecchie o farsi legare ad un palo come fece Ulisse per non cedere alle lusinghe della loro voce, tanto e’ melodiosa, soprattutto per gli studenti quando fanno appello alla Costituzione, alla liberta’ di religione e di culto, e alle tante belle vacue parole che ovviamente tutti condividono.
Le stesse belle parole che il presidente Obama, oggi 11 settembre, proprio nell’anniversario di “September 11”, ha usato nel suo discorso alla nazione: come c’era da aspettarselo ha ribadito per la terza volta il suo appoggio alla moschea da costruirsi proprio li’, a Ground Zero, noncurante anche della parte del suo elettorato che ne chiede lo spostamento. Se effettivamente, come dicono loro, l’Islam e’ una religione di pace e di dialogo, questo sarebbe il momento opportuno di dimostrarlo. Ma Islam significa sottomissione.
Piera Prister Bracaglia Morante


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 




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11 settembre 2010

A proposito dell'appello della Comunità di S. Egidio..giusto per riflettere

Riporto dal GIORNALE del, 27/08/2010, a pag. 17, l'articolo di Fausto Biloslavo dal titolo " In Pakistan niente aiuti umanitari ai cristiani ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 15, l'articolo di Alessandra Muglia dal titolo "I talebani pachistani: Colpiremo gli aiuti  ".
Ecco i due articoli:

Il GIORNALE - Fausto Biloslavo : " In Pakistan niente aiuti umanitari ai cristiani"


Cristiani pakistani

Non solo i pachistani sono vittime di serie B e la comunità internazionale ha raccolto spiccioli per la disastrosa alluvione che ha messo in ginocchio 20 milioni di persone. Adesso salta fuori che i cristiani e altri reietti non musulmani vengono tagliati fuori dagli aiuti umanitari già insufficienti. E i talebani minacciano i volontari delle organizzazioni umanitarie occidentali che danno una mano.
L'allarme discriminazione religiosa è stato lanciato ieri dall'agenzia Fides, l'organo d'informazione delle Pontificie opere missionarie. Oltre 200mila sfollati cristiani e 150mila indù, nella parte meridionale della provincia del Punjab, sarebbero discriminati nella distribuzione degli aiuti. La stessa sorte di abbandono riguarderebbe altri 600mila disgraziati nella provincia meridionale del Sindh.
«Questi sfollati mancano di tutto, attendono impotenti senza alcun rifugio. La loro sopravvivenza è a forte rischio», denuncia alla Fides un volontario impegnato sul campo. «I cristiani spesso sono ignorati: non vengono, di proposito, nemmeno identificati e registrati. In tal modo sono automaticamente esclusi da ogni assistenza medica o alimentare, in quanto non esistono», spiega la fonte dell'agenzia.
In questa fase di emergenza gli aiuti sono ancora insufficienti e gestiti in gran parte da funzionari governativi. Molti simpatizzano per l'estremismo islamico. Non solo: in particolare nel sud del Punjab, terra di madrasse fondamentaliste, operano organizzazioni pseudo umanitarie musulmane che discriminano i disperati a seconda della religione. Il disastro naturale era già stato utilizzato in Kashmir, durante il terremoto del 2005, per opera di proselitismo e reclutamento in cambio degli aiuti da parte di ong islamiche. Alcune erano emanazione di gruppi politici o armati che si battono per l'indipendenza del Kashmir.
«Mentre la Caritas e le Pontificie Opere Missionarie operano nel soccorso agli sfollati senza alcuna discriminazione di provenienza, razza o religione, in altre zone i profughi cristiani sono trattati, anche in questa tragedia, come cittadini di seconda classe», ribadisce padre Mario Rodrigues da Lahore. L'alluvione sta provocando una specie di "guerra fra poveri" per accaparrarsi gli aiuti. «I profughi appartenenti alle minoranze religiose (5% della popolazione, nda) sono i più derelitti, gli esclusi - sostiene il direttore delle Pontificie Opere Missionarie nel Paese -. I nostri sacerdoti, volontari, laici, nelle province di Punjab, Sindh e Baluchistan stanno girando per le aree colpite raccogliendo centinaia di sfollati cristiani, abbandonati a se stessi». La Caritas della diocesi di Multan sta cercando di raggiungere i cristiani e indù abbandonati in 7 distretti nel sud del Punjab per consegnare tende, cibo, acqua potabile e fornire assistenza medica.
Nazir S. Bhatti, presidente del "Congresso cristiano del Pakistan" è ancora più duro: «L'odio anticristiano impedisce di far giungere gli aiuti in molte aree».
Nell'emergenza sguazzano i talebani pachistani. «È inaccettabile la presenza di operatori umanitari stranieri nelle zone alluvionate», hanno sostenuto ieri gli integralisti in armi citati dalla tv araba al-Jazeera. Secondo gli americani, i miliziani del Tehrik-e Taliban «progettano attacchi agli stranieri che portano aiuti». In quest'ottica le Nazioni Unite hanno rivisto le misure di sicurezza rallentando inevitabilmente il flusso di aiuti. Le zone ad alto rischio sono il Baluchistan e l'area del Khyber-Pakhtunkhwa a ridosso del confine afghano. I talebani, secondo la fonte Usa, «potrebbero anche preparare attacchi contro responsabili federali e provinciali a Islamabad», la capitale. L'obiettivo è quello di sfruttare la catastrofe umanitaria per accreditare le organizzazioni caritatevoli islamiche, legate all'estremismo, come le sole in grado di aiutare la popolazione. Il vero problema è che con 4,6 milioni di senzatetto mancano ancora all'appello 800 milioni di dollari. Ieri il cartello di Ong italiane, Agire, ha lanciato l'allarme per la scarsità delle donazioni nel nostro Paese. «Nei primi cinque giorni di appello su Haiti - denuncia il direttore Marco Bertotto - la grande mobilitazione dei mezzi di informazione e dei privati cittadini ci aveva consentito di raccogliere una somma cento volte superiore a quella che abbiamo finora ottenuto per il Pakistan». Per il momento sono arrivati appena 100mila euro per le vittime pachistane di serie B e quelle cristiane e indù di serie Z.

CORRIERE della SERA - Alessandra Muglia : " I talebani pachistani: Colpiremo gli aiuti "

Un’ondata di violenza minaccia i soccorsi ai disperati del Pakistan, proprio mentre un nuovo allarme inondazioni ha portato all’evacuazione di 400 mila abitanti nella provincia meridionale del Sindh. La presenza nel Paese di operatori umanitari stranieri è stata definita « inaccettabile » dal Tehrik-e Taliban, il gruppo di talebani pachistani più radicale e violento. L’allarme era stato lanciato poco prima da un alto funzionario americano e ora l’Onu starebbe «rivedendo» il livello di sicurezza, misura che potrebbe comportare il ritiro degli stranieri da alcune zone.

L’allerta l anciata a New York è rimbalzata a Islamabad. «Le agenzie per le Nazioni Unite hanno diffuso un allarme oggi nella riunione con i responsabili per la sicurezza delle varie Ong — racconta Pierluigi Testa, capo missione a Islamabad per Medici senza frontiere —. Nessuno di noi si è scontrato con una minaccia diretta o indiretta ma la sicurezza resta un fattore fondamentale».

«Circolano voci che i talebani abbiano lanciato una raccolta fondi di 20 milioni di dollari, ponendo tra le clausole che i beneficiari rifiutino altri aiuti — riferisce Giacomo Agosti, coordinatore per le emergenze del Cesvi operativo nel distretto di Nowshera, provincia di Khyber Pakhtunkhwa (Pkp) —. Non mi risulta, però, che siamo diventati un loro bersaglio. Almeno non più del solito. Noi prendiamo sempre le nostre precauzioni: telefoniamo ogni due ore al quartier generale di Islamabad per comunicare la nostra posizione, cerchiamo di non urtare la sensibilità locale, per esempio evitando di mangiare e bere in pubblico durante il Ramadan o di fumare sigarette».

Don Peter Zago è un salesiano che da anni lavora per la ong Vis a Quetta, capitale del Belucistan, una delle province più critiche per la presenza talebana. E alle intimidazioni degli insorti è abituato: la scorsa settimana hanno attaccato il suo centro mentre lui era fuori. Il 90% dei suoi ospiti sono bambini musulmani «e questo è inaccettabile per i talebani».

Un portavoce dell’Oms ha riferito che proprio operatori umanitari della provincia di Khyber-Pakhtunkhwa e del Belucistan avevano già espresso preoccupazione per la propria sicurezza: «Ora con questa minaccia o dobbiamo ridurre le operazioni oppure incrementare le misure di sicurezza, il che significa avere più risorse».

Già, i fondi. Quelli che stentano ad arrivare, e che fanno del Pakistan un’emergenza di serie B nonostante le dimensioni del disastro: 20 milioni di sfollati e 3,5 milioni di bambini a rischio. Mentre l’Fmi sta valutando un maxi prestito, la macchina degli aiuti si sta muovendo lentamente, anche in Italia, denuncia Agire, il network italiano di ong per l’emergenza (www.agire.it). Anche la Croce Rossa Italiana (www.cri.it) rinnova l’appello a donare: «Abbiamo esaurito il budget delle emergenze per Haiti», lamenta il direttore generale, Patrizia Ravaioli. Pioniera tra le compagnie profit è Wind (del gruppo Orascom Telecom, lo stesso della telefonica pakistana, Mobilink) scesa in campo con una campagna di raccolta fondi che invita gli italiani a donare (www.mobilinkfoundation.org).




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11 settembre 2010

L’islam è il futuro dell’Europa: ma una parte della Chiesa ha aperto gli occhi

La denuncia di padre Piero Gheddo riportata da Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 10 settembre 2010
Pagina: 2
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «'L’Europa sarà islamica'. J’accuse di Gheddo, decano dei missionari italiani»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 10/09/2010, a pag. 2, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " 'L’Europa sarà islamica'. J’accuse di Gheddo, decano dei missionari italiani ".


Giulio Meotti

Roma. “I musulmani saranno maggioranza in Europa”. Le parole choc di Piero Gheddo, decano dei missionari italiani e fondatore di Asia News, non sono passate inosservate al Daily Telegraph e al Daily Mail, due fra i massimi quotidiani britannici, che hanno lanciato le sue parole. Forse perché Papa Benedetto XVI si appresta a visitare il Regno Unito, dove il dibattito su democrazia e islamismo è rovente. Forse perché di questo si parla da molti giorni in Germania, a seguito della pubblicazione del controverso libro del banchiere dell’Spd Thilo Sarrazin. O forse perché non si leggeva da tempo una simile denuncia, senza infingimenti, da parte di un alto rappresentante vaticano. “La sfida va presa seriamente”, ha detto Gheddo a proposito del collasso demografico europeo e del vuoto riempito dall’islam. “I giornali o i programmi televisivi non parlano mai di questo. Prima o poi l’islam conquisterà la maggioranza in Europa”. Lo scorso gennaio era stato il cardinale Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga, a dire che i musulmani sono pronti a riempire il vuoto europeo. “I musulmani hanno molte ragioni per indirizzarsi qui”, ha detto Vlk. “Ne hanno anche una religiosa, portare i valori spirituali della fede in Dio all’ambiente pagano dell’Europa, al suo stile vita senza Dio. La vita sarà islamizzata”. Ne parliamo con lo stesso Piero Gheddo. “L’islam ha demograficamente in mano il futuro dell’Europa. Tutti gli anni gli italiani diminuiscono di 130 mila. Ma aumentiamo di 100 mila immigrati, che sono in gran parte musulmani. In Europa inoltre c’è un vuoto religioso enorme che viene riempito dall’islam. I musulmani hanno una forte fede religiosa e pregano addirittura in pubblico”. Il j’accuse di Gheddo è partito dalla frase pronunciata in Italia dal colonnello Gheddafi sul futuro islamico dell’Europa. “Giornali e televisioni hanno ridotto l’avvenimento a un caso politico, accusando il governo e il presidente Berlusconi di aver permesso al capo beduino di approfittare della nostra ospitalità per insultare il popolo e la nazione italiana. Ma la demografia e la convinzione religiosa dei popoli testimoniano contro di noi italiani ed europei”. Le proiezioni sembrano confermare la fosca profezia di Gheddo. Nelle quattro più grandi città dei Paesi Bassi – Amsterdam, Rotterdam, l’Aia e Utrecht – il nome Mohammed è il più diffuso tra i nuovi nati. All’Aia, variazioni dei nomi del Profeta sono al primo, al secondo e al quinto posto. Le ultime stime demografiche del Pew Forum dicono che nel 2050, un quinto degli europei sarà musulmano. Il venti per cento. Due persone su dieci. Non a caso di “bomba demografica a orologeria che sta trasformando il nostro continente” ha parlato proprio il quotidiano britannico Daily Telegraph, pubblicando i dati emersi dagli studi più aggiornati. Anche nella capitale belga Bruxelles, e nemmeno da poco, al primo posto nella classifica dei nomi più diffusi tra i neonati c’è proprio Mohammed. Si calcola che, se la popolazione europea di fede musulmana è più che raddoppiata negli ultimi trent’anni, analogo raddoppio sarà registrato entro il 2015. E di lì, a salire, fino ad arrivare a quel 20 per cento globale. In città come la francese Marsiglia e l’olandese Rotterdam la percentuale islamica è già ora del venticinque per cento, del venti nella svedese Malmö, del quindici a Bruxelles e del dieci a Londra, Parigi e Copenaghen. E ancora: in Austria, cattolica al novanta per cento nel Ventesimo secolo, l’islam sarà la religione maggioritaria nel 2050 nella popolazione giovanile. Per usare le parole irriverenti di Mark Steyn, l’intellettuale canadese di “America Alone”, se l’uomo europeo avesse quattro zampe e passasse le sue giornate sugli alberi sarebbe già finito nella lista delle specie in via d’estinzione.

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11 settembre 2010

Rula Jebreal, giornalista specializzata nell'odio per Israele

L'intervista di Alain Elkann

Testata: La Stampa
Data: 29 agosto 2010
Pagina: 31
Autore: Alain Elkann
Titolo: «Non c'è pace se non c'è diplomazia»

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 29/08/2010, a pag. 31, l'intervista di Alain Elkann a Rula Jebreal dal titolo " Non c'è pace se non c'è diplomazia ".


Rula Jebreal

Rula Jebreal è nata e cresciuta a Haifa, dove viveva e dove ha studiato. Poi si è scoperta palestinese e ha svolto in Italia la professione di giornalista specializzandosi nella propaganda contro Israele. Adesso vive a New York. bisognerebbe dirle che se Bibi a Abu Mazen si mettono d'accordo, nascerà lo stato palestinese, quale occasione migliore per lei, ci ritorni e faccia lì, nel nuovo stato di Palestina, la giornalista. Basta con l'Italia o con New York, sarà Ramallah il suo futuro. Si accettano scommesse. 
Per saperne di più su di lei, scrivere il suo nome in HP a destra in altro cerca nel sito.
Ecco l'articolo:

Rula, qualche anno fa ha pubblicato il suo libro «Miral», editore Rizzoli. L’artista newyorkese Julian Schnabel ne ha tratto un film che verrà presentato a Venezia. Che storia racconta, la sua vita?
«No, la vita di quattro donne diverse, con destini intrecciati. È ambientato a Gerusalemme in un periodo storico particolare che va dal 1948 al 1993, e viene raccontato un Paese in stato permanente di conflitto, che ha influenzato la vita di quattro generazioni diverse. Il libro comincia con la nascita dello stato di Israele e finisce con gli accordi di pace di Oslo, quindi l’inizio e la fine del film sono positivi, i passaggi intermedi travagliati».
Secondo lei è stato difficile per un artista ebreo come Schnabel entrare in una storia vista dall’occhio di una donna palestinese?
«Una cosa che accomuna tanti artisti, e tra questi Julian, è la grande umanità che li porta a guardare gli altri come uguali. Quello che considera giusto per se stesso lo considera anche per gli altri».
Ma i palestinesi come li guarda?
«Guarda ai fatti al di là delle piccole storie che racconta. C’è un dramma tra due popoli ma alla fine del film descrive la pace. Si parla della sofferenza umana, ma lui non punta mai il dito contro qualcuno in particolare».
Questo film andrà in concorso nei prossimi giorni a Venezia. Siete emozionati, ansiosi?
«Io sono molto felice perché l’Italia è il mio Paese, un luogo simbolico anche se oggi vivo a New York. Mia figlia, Miral, è nata in Italia, il mio libro è stato pubblicato nel 2003 in Italia, sono onorata che il mio film sia stato accettato a Venezia».
Come si trova Rula a New York?
«Bene, anche se viaggio moltissimo. È una città cosmopolita dove le diversità sono ricchezza culturale e artistica, non ti senti straniero. New York ti accoglie per quello che sei».
Segue ancora la politica italiana?
«Molto. Vado on-line, leggo tutti i giornali e guardo anche il tg su RaiUno. Ormai sono italo-palestinese, non più palestinese, seguo tutto con passione e mi arrabbio quando mi capita di sentire commenti disdicevoli sull’immagine dell’Italia».
Come vedono la nostra politica negli Stati Uniti?
«Gli americani sanno poco di politica estera. La mia idea è che non sono veramente interessati al resto del mondo se non a quei Paesi dove hanno i loro militari, come Afghanistan e Iraq. Gli americani sono più interessati ai fatti interni del loro Paese e alle questioni economiche».
Cosa ne pensa della moschea a Ground Zero?
«Ovvio che ci sia paura verso la comunità musulmana, soprattutto negli Stati Uniti. Ground Zero forse è un luogo troppo simbolico, ma se non si dà la possibilità di culto esplode l’intolleranza. Meglio la moschea alla luce del sole che in un garage».
Suo padre, così si capisce dal film, era anche un imam?
«Sì, era un uomo umile, guardiano della moschea, giardiniere e piccolo imam: mi ha insegnato una regola unica: che il rischio e il pericolo non è mai nei libri sacri ma nella testa di chi li interpreta».
Cosa pensa di quanto accade oggi in Medio Oriente, 19 anni circa dopo la fine della storia del suo film?
«Dopo gli accordi di Oslo con cui finisce il film le cose non sono migliorate. Quello che succede oggi è la conseguenza di una sola ottica: quella militare, non quella diplomatica e politica. La politica è marginale oggi, l’attore principale è la violenza».
Ahmadinejad secondo lei non fa politica?
«Non ha nessun pensiero politico, prevale l’ottica militare in ogni caso. L’atomica e non lo sviluppo culturale ed economico».
E anche l’odio verso Israele?
«Ogni violenza arriva, lo ripeto, dal fatto che la politica è fallita, l’ascesa di molti movimenti islamici è dovuta alla violenza. Violenza porta violenza e non tolleranza, e in questo caso parlo di tutti gli attori della regione».
E quindi che cosa succederà?
«Io ho fiducia negli esseri umani. Siamo riusciti a rigenerarci molte volte, la Germania dopo la Seconda guerra mondiale è stata distrutta e ricostruita. Bisogna che la politica torni ad essere protagonista in Medio Oriente».
E Obama?
«È un’opportunità, una possibilità,ma non può fare tutto. Non può avere tutte le responsabilità. Può suggerire come ha sempre fatto ma bisogna che chi ascolta, e cioè gli attori locali, non siano sordi».
Rula è soddisfatta del film, gli attori sono bravi?
«Sono soddisfattissima, gli attori sono straordinari tutti, ma soprattutto la mia soddisfazione è di vedere arabi ed ebrei che lavorano per un progetto comune di pace».
Ha dei nuovi progetti?
«Sto scrivendo il sequel di “Miral” che finirò tra circa un anno».
Scrive sempre in italiano?
«Sì, è diventata la mia lingua. Vivo a New York ma sogno in italiano».

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11 settembre 2010

Un referendum per islamizzare più in fretta la Turchia

L'analisi di Luigi De Biase

Testata: Il Foglio
Data: 11 settembre 2010
Pagina: 1
Autore: Luigi De Biase
Titolo: «I turchi di domani»

Sul FOGLIO di oggi, 11/09/2010, a pag.1/4, con il titolo " I turchi di domani", Luigi De Biase analizza il prossimo referendum voluto da Erdogan per dare un'immagine di scelta democratica alla svolta islamista data dal suo governo alla Turchia.

Roma. Cinquanta milioni di turchi andranno alle urne questo fine settimana per un referendum decisivo: riguarda la riforma che può modificare la Costituzione e il futuro del paese. Se vincerà il partito del “sì”, quello del premier, Recep Tayyip Erdogan, i militari saranno giudicati dai tribunali civili, il Parlamento potrà nominare alcuni membri della Corte suprema e i dipendenti pubblici avranno il diritto di sciopero. Se il successo andrà ai sostenitori del “no”, Erdogan valuterà l’ipotesi di rimettere il proprio mandato e di chiedere nuove elezioni. I sondaggi dicono che la Turchia è divisa, nessuno è pronto a scommettere sul risultato perché la campagna elettorale è stata intensa e non ha coinvolto soltanto i partiti politici. Erdogan è il leader di Giustizia e sviluppo (Akp), un movimento d’ispirazione filoislamica molto popolare nelle province dell’Anatolia, dove il tasso di disoccupazione è più elevato e la fede è un fatto. “Chi si oppone al referendum vuole un colpo di stato”, ha detto il premier all’inizio della settimana. Il capo dell’opposizione, Kemal Kilicdaroglu, guida il Partito repubblicano (Chp) da pochi mesi ma ha già l’occasione della vita: bloccare la riforma e sfidare Erdogan al voto del prossimo anno. Kilicdaroglu ha girato il paese in pullman con i suoi consiglieri per convincere i turchi a respingere le proposte del governo. “Ogni ‘no’ sarà una medaglia sul vostro petto”, ha gridato durante un comizio nella città di Antalya. Ma gli schieramenti che si scontrano a Istanbul sono più profondi e non amano la competizione democratica, come notano molti osservatori. Uno è quello dei magistrati e dell’esercito, i poteri forti che si sono eletti eredi e difensori dell’ordinamento kemalista. L’altro comprende l’Akp di Erdogan e del presidente della Repubblica, Abdullah Gül, al potere da otto anni e deciso a modificare lo stato delle cose in nome del progresso. Il premier dice che la riforma serve a portare il paese in Europa, un processo che potrebbe cominciare nel 2015. Oggi, la Costituzione assegna compiti speciali ai militari: possono fermare qualunque governo si allontani dalla dottrina di Mustafa Kemal, il padre della patria. E’ un privilegio che hanno esercitato quattro volte nel Dopoguerra, l’ultima nel 1997 Nel 2008, una corte di Ankara ha rinviato a giudizio Erdogan, Gül e decine di esponenti dell’Akp con l’accusa di avere organizzato attività sovversive, ma il processo è terminato senza conseguenze. L’Unione europea mostra senza remore di gradire la riforma. Un portavoce della commissione per l’Allargamento ha detto ieri che l’Ue “sostiene in tutto e per tutto” gli sforzi dell’Akp. Dopotutto, con Giustizia e sviluppo la Turchia è cresciuta a una media vicina al 10 per cento ogni anno: soltanto la Cina è riuscita a fare meglio. Erdogan si è fatto fotografare persino con Bono Vox, cantante degli U2 e paladino pop dei diritti umani, per convincere la Turchia e i vicini di casa di avere sentimenti sinceramente occidentali. Kilicdaroglu, i magistrati e molti generali pensano che la verità sia un’altra. Secondo l’opposizione, sia quella che siede fra i banchi del Parlamento, sia quella che vive fra tribunali e caserme, l’Akp ha un’agenda segreta per portare le regole dell’islam nel midollo delle istituzioni turche. Questa ipotesi trova molti consensi fra gli analisti occidentali. Negli ultimi anni, Erdogan ha cercato a più riprese di ridurre il potere delle istituzioni kemaliste: ha salutato con favore le inchieste della magistratura su Ergenekon e Boyzol, due complotti che hanno messo nei guai giornalisti, politici e generali delle forze armate; ha votato una proposta per riportare il velo islamico nelle università; ha dato al paese una nuova politica estera con poco riguardo per Israele e gli Stati Uniti. Alla fine di maggio, una flotta con aiuti umanitari e squadre di fanatici è partita alla volta di Gaza per infrangere l’embargo deciso dal governo di Gerusalemme. Negli scontri con l’esercito israeliano sono morte una decina di persone, tutte di nazionalità turca. L’episodio ha portato i due paesi, due storici partner del medio oriente sin dagli anni Cinquanta, sull’orlo della rottura. Il governo non ha scelto una data casuale per il voto. Le urne aprono domani, 12 settembre, a trent’anni esatti dall’ultimo, vero, colpo di mano militare. Allora, fra i politici arrestati o costretti a lasciare il paese c’era un mentore di Erdogan, Necmettin Erbakan. Per il premier, il referendum è anche una questione privata.

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11 settembre 2010

Bloccato il rogo del Corano


Cronache di Alessandra Farkas, commenti di Gilles Kepel, Thomas Lippman

Testata:Corriere della Sera - La Repubblica
Autore: Alessandra Farkas - Gilles Kepel - Arturo Zampaglione
Titolo: «Il pastore americano rinuncia a bruciare il Corano in piazza - Il 'Dr. Jones' e la sua redditizia crociata - Jones ha soffiato sul fuoco ma l´America è già screditata - Per i conservatori Usa la moschea insulta le vittime dell´11 settembre»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 10/09/2010, a pag. 5, due articoli di Alessandra Farkas titolati " Il pastore americano rinuncia a bruciare il Corano in piazza " e " Il 'Dr. Jones' e la sua redditizia crociata ". Da REPUBBLICA, a pag. 3, l'articolo di Gilles Kepel dal titolo "Per i conservatori Usa la moschea insulta le vittime dell´11 settembre", preceduto dal nostro commento, l'intervista di Artuzo Zampaglione a Thomas Lippman dal titolo "Jones ha soffiato sul fuoco ma l´America è già screditata", preceduta dal nostro commento.
Ecco gli articoli:

CORRIERE della SERA - Alessandra Farkas : " Il pastore americano rinuncia a bruciare il Corano in piazza " 


Alessandra Farkas

NEW YORK — Dopo oltre una settimana di braccio di ferro col mondo intero, alla fine Terry Jones ha gettato la spugna. «Rinuncio a bruciare le copie del Corano domani, nel nono anniversario dell’11 settembre», ha dichiarato ieri sera ai giornalisti il controverso pastore battista al centro della più grave crisi nei rapporti Occidente-Islam dai tempi delle vignette satiriche contro il profeta Maometto. Si è smorzata così, in una affollatissima conferenza stampa di fine estate tra i 38 gradi di Gainesville, in Florida, la crisi diplomatica internazionale innescata dall’oscuro pastore che, nelle parole del presidente Barack Obama, «rischiava di trasformarsi in un regalo per Al Qaeda». Incalzato dalle pressanti domande dei giornalisti accorsi da ogni parte del mondo, Jones ha assicurato i suoi fan — un piccolo esercito su Facebook — di non aver affatto calato le braghe.

«Ho fermato il rogo solo dopo aver ricevuto assicurazione da New York che non sarà costruita a Ground Zero la moschea che nessun americano vuole», ha spiegato Jones, scortato dall’imam della Florida, Muhammad Musri. «Considero questo accordo un segno divino — ha proseguito il pastore —. Invece di bruciare copie del Corano, sabato mi recherò a New York per discutere con l’imam Feisal Abdul Rauf lo spostamento della moschea in località più lontana dal luogo dell’attentato dell’11 settembre».

Ma nel giro di qualche minuto i responsabili del centro culturale islamico di New York hanno negato di avere raggiunto un accordo con Jones. E lo stesso Musri, che sabato accompagnerà Jones a New York, ha confermato di aver semplicemente «preso contatto con l’imam di New York per discutere il caso». A complicare una situazione già molto contraddittoria e confusa è l’annuncio che l’imprenditore immobiliare newyorchese Donald Trump avrebbe offerto di riacquistare per 6 milioni di dollari il palazzo des t i nato a ospitare il centro culturale islamico, cioè il 25% in più del valore dell’edificio.

«Adesso siamo contrari a qualsiasi iniziativa di bruciare il Corano», ha tenuto a sottolineare Jones. «E chiediamo a tutti, senza mezzi termini, di astenersi dal farlo». Poco prima, secondo quanto ha reso noto il Pentagono, il ministro della Difesa Robert Gates gli aveva telefonato invitandolo a desistere dal proprio intento. E in un’intervista al canale Abc il presidente Obama aveva detto che il suo rogo sarebbe stato «una manna per la campagna di reclutamento di Al Qaeda».

«Potrebbe generare violenze gravi in Afghanistan e in Pakistan — aveva messo in guardia il presidente — e alimentare il reclutamento di individui desiderosi di farsi esplodere nelle città americane ed europee». Sia l’Interpol sia il Dipartimento di Stato avevano lanciato un allarme terrorismo legato a possibili ritorsioni contro la provocazione.

CORRIERE della SERA - Alessandra Farkas : " Il 'Dr. Jones' e la sua redditizia crociata" 


Terry Jones

NEW YORK — Nonostante quell’ironica omonimia con uno dei membri dei Monty Python, il suo grande idolo è Mel Gibson.

I poster di Braveheart addobbano i muri del suo ufficio nella chiesa Dove World Outre-ach di Gainesville, in Florida, dove domani, nono anniversario dell’11 settembre, Terry Jones aveva promesso di dare alle fiamme tutte le copie del Corano inviategli dai sostenitori del suo «International Burn a Quran Day».

In realtà il furore anti-islamico del 58enne pastore al centro di una tempesta diplomatica internazionale risale a quando Jones guidava una chiesa cristiana a Colonia, ben prima degli attacchi di Al Qaeda all'America. «Era arrivato in Germania negli Anni 80, convinto che fosse un Paese chiave per un presunto revival cristiano dell'Europa», spiega al settimanale Der Spiegel Andrew Schaefer, responsabile della Chiesa protestante tedesca.

«Oggi c’è chi è ancora in terapia», incalza Schaefer, «a causa di quello che molti hanno definito un abuso spirituale da parte di Jones». Il pastore, sempre secondo Schaefer, incitava i membri della comunità a picchiare i figli col bastone, insegnava loro una «particolare demonologia e praticava il lavaggio del cervello». Dopo essere riuscito a far crescere la chiesa da una decina di membri a oltre 1.000 fedeli, fu cacciato nel 2008, quando nella comunità aumentarono gli immigrati turchi.

«Fu a causa delle sue idee estremiste — spiega Stephan Baar, cofondatore con Jones della parrocchia —. Aveva ribattezzato Colonia La Porta per l’Inferno e nei suoi sermoni divideva le religioni tra giuste e sbagliate. I soli ad avere ragione per lui erano i cristiani». Ma a dar retta alla figlia, che non ha più contatti con Jones, il padre e la seconda moglie sarebbero stati cacciati dalla congregazione «per aver utilizzato fondi della chiesa per acquistare oggetti personali e finanziare le loro lucrose attività commerciali su eBay».

I suoi guai erano iniziati nel 2002, quando i media tedeschi rivelarono che Jones era stato accusato dal tribunale di Colonia di aver utilizzato il titolo di «dottore» pur non avendo mai ottenuto un Dottorato. Nonostante una multa di 3.000 euro, il pastore continua a definirsi «Dr» nel suo sito web. Le controversie l'hanno seguito anche in America. Nell'agosto del 2009 due bambini della sua congregazione furono sospesi dopo essersi presentati a scuola indossando una T-shirt con la scritta «L'Islam è del Diavolo», titolo del suo libro che sta andando a ruba sul Web.

All’inizio del 2010 Craig Lowe, candidato a sindaco di Gainesville, fu oggetto di una protesta guidata da Jones perché apertamente gay. «No homo mayor», recitavano i cartelloni affissi fuori dalla Dove World Outreach. Lowe fu eletto comunque, anche perché in questa cittadina progressista di 125.000 abitanti Jones è da sempre considerato come un eccentrico personaggio ai margini che non me-rita particolare attenzione. «Dio mi ha chiamato e non posso tradirlo», ha dichiarato il pastore quando Gainesville è stata invasa da orde di reporter.

Ma in America sono in molti a credere che a motivarlo sia la cupidigia. Magliette, tazze stampate, spille e copie del suo libro Islam is of the Devil vanno a ruba tra i suoi fan che hanno creato un gruppo su Facebook il cui numero di iscritti continua ad aumentare. Jones, immortalato sul sito a cavallo di una luccicante Harley, e la moglie sembrano condurre una vita più che agiata: due appartamenti nella contea di Alachua nella Florida centrale, 5 intestati alla loro chiesa, un appartamento con vista sul mare a tre ore da Treasure Island.

«Il contrasto con la chiesa, arredata poveramente e col tetto in metallo, è fortissimo», ironizza il Daily Beast che ha visitato la proprietà dove Jones va in giro armato da quando ha ricevuto minacce di morte. Se Jones ha rinunciato al rogo, secondo alcuni, è solo per convenienza. Gli otto ettari del suo luogo di culto, che per legge dovrebbero essere esenti da tassazioni, hanno perso il loro status privilegiato perché, secondo le autorità, vengono sfruttati a scopo di lucro. Adesso Jones sta raccogliendo fondi per pagare un mutuo aperto di 140.000 dollari, che ora gli viene chiesto di saldare in una unica rata. Ed è stato costretto a mettere in vendita la proprietà: 2,9 milioni di dollari, se si paga in contanti, dal prezzo iniziale di 4 milioni.

La REPUBBLICA - Gilles Kepel : " Per i conservatori Usa la moschea insulta le vittime dell´11 settembre "


Gilles Kepel

Kepel scrive : "Questo Presidente, ritenuto un musulmano in incognito da una parte crescente dell´elettorato americano, durante il suo discorso al Cairo nel giugno 2009 ha tentato di placare la crisi tra l´America e il mondo islamico, provocata dalla politica di George W. Bush nel Medio Oriente". La crisi tra America e mondo islamico non è stata creata da George Bush, ma dall'islam. Non è stato Bush a fare l'11 settembre, ma il fondamentalismo islamico. Tra islam e Occidente, non è l'Occidente l'aggressore.
"
Le sue intenzioni erano e sono lodevoli, perché in questo modo vuole combattere lo scontro di civiltà e una visione culturale del mondo contemporaneo che definisce gli individui esclusivamente in termini di appartenenza religiosa". Lo scontro di civiltà non è legato alla religione, quanto alla cultura. L'islam non è solo una religione, è strettamente legato alla politica e alla cultura. Oggi il terrorismo islamico è una realtà e non ha niente in comune con l'Occidente. E' grazie a persone (come Gilles Kepel) che sottovalutano questi dati se esiste Eurabia. Ed è solo questione di tempo prima che lo stesso fenomeno si verifichi in Usa. Sottovalutare la portata dello scontro di civiltà ed avere un atteggiamento islamicamente corretto non risolverà la questione.
"
La vicenda del centro islamico di Ground Zero è stato oggetto di una sovrainterpretazione utilizzata dai nemici del presidente Obama e gli permette ora di cristallizzare una larga opposizione alla sua politica.". La questione della moschea a Ground Zero non è una scusa per attaccare Obama. Il fronte contrario alla sua costruzione è nato prima che Obama si dichiarasse favorevole all'edificazione della moschea. 
Kepel continua : "
È il segnale di una società che manca, per la sua ignoranza, della capacità di convivere con le popolazioni musulmane. E può farci ricordare la situazione in Olanda, dove il partito populista di Geert Wilders ha messo l´interdizione del Corano al centro dei suoi slogan. Proprio nel momento in cui un sentimento di panico, legato anche all´omicidio di Theo Van Gogh da parte di un giovane islamico, si è impadronito di un certo numero di olandesi. ". Non è l'occidente a non saper vivere con l'islam, ma il contrario. Gli immigrati islamici nei Paesi occidentali godono dei diritti di ogni cittadino, senza distinzione di sesso e confessione religiosa. non succede lo stesso nei Paesi islamici.
Geert Wilders non ha messo al bando il Corano, semplicemente ha avuto il coraggio di denunciare la violenza connessa all'islam.
Definire semplicemente '
giovane islamico' l'assassino di Theo Van Gogh ha dell'incredibile. E' stato un un terrorista islamico ad assassinare il regista olandese. Scriverlo e ammetterlo non significa essere islamofobi, ma onesti. Prendere coscienza di ciò che sta accadendo in Occidente e mettere in atto le dovute contromisure non implica essere dei reazionari xenofobi, ma battersi per i valori che contraddistinguono le democrazie occidentali. Democrazia, un termine che non esiste nei Paesi islamici.
Kepel si indigna tanto perchè è in corso un dibattito sulla decisione di costruire una moschea a Ground Zero, ma crede che in Iran sarebbe possibile lo stesso dibattito sulla costruzione di una chiesa o una sinagoga?
Ecco l'articolo:

La prima cosa che ho notato in questa vicenda che ha minacciato la pace mondiale è il nome dell´uomo che voleva bruciare il Corano in Florida, in occasione del nono anniversario dell´11 settembre e nel momento in cui la polemica si amplifica per l´apertura d´un centro islamico vicino a Ground Zero. Jones, si chiama Mister Jones. Nella canzone di Bob Dylan che la gente della mia età ascoltava trent´anni fa, Mister Jones era il simbolo dell´America profonda, un po´ ottusa e conservatrice. Perché oggi Mister Jones voleva bruciare il Corano? Perché l´Islam è diventato una religione americana, e Mister Jones non vuole che sia una religione americana.
In effetti, nove anni dopo il trauma dell´11 settembre, che ha fatto scoprire alla maggior parte degli americani l´esistenza dell´Islam come una religione percepita in termini ostili e straniera, il progetto di apertura di un centro islamico è accolto dagli ambienti conservatori come un insulto alla memoria delle vittime ed è un toccasana per il movimento Tea Party, pronto a utilizzarlo per affermare il proprio vantaggio nelle prossime elezioni di mid-term che dovrà affrontare Barack Obama a novembre. Questo Presidente, ritenuto un musulmano in incognito da una parte crescente dell´elettorato americano, durante il suo discorso al Cairo nel giugno 2009 ha tentato di placare la crisi tra l´America e il mondo islamico, provocata dalla politica di George W. Bush nel Medio Oriente. Obama ha voluto fare dell´Islam una religione americana, come lo sono il protestantesimo, il cattolicesimo o l´ebraismo. Le sue intenzioni erano e sono lodevoli, perché in questo modo vuole combattere lo scontro di civiltà e una visione culturale del mondo contemporaneo che definisce gli individui esclusivamente in termini di appartenenza religiosa. Ma la messa in atto di questo progetti è stata abbastanza maldestra.
In politica estera, le aperture di Obama all´Iran non hanno ricevuto nessuna risposta positiva. Il ritiro delle truppe americane dall´Iraq può apparire come un sollievo per una popolazione che non vuole più vedere i suoi figli morire in una guerra incomprensibile, ma allo stesso tempo illustra il fallimento della politica americana, incapace di imporre la sua potenza nella regione del Golfo, principale fornitore di idrocarburi del pianeta. Inoltre, il ritiro da Bagdad era anche propedeutico a una politica più efficace in Afghanistan, per sbarazzarsi dei Taliban e di Al Qaeda. Invece l´incompetenza e la corruzione del governo afgano hanno permesso ai Taliban di ritrovare una grande influenza sulla vita del paese. E a questo bilancio molto deludente nel Medio Oriente, si aggiunge un tentativo poco convincente di rilanciare il processo di pace israelo-palestinese.
È questo contesto poco favorevole a provocare negli americani il sentimento che il loro Paese oggi sia colpito dall´impotenza, se non da un vero e proprio declino. La vicenda del centro islamico di Ground Zero è stato oggetto di una sovrainterpretazione utilizzata dai nemici del presidente Obama e gli permette ora di cristallizzare una larga opposizione alla sua politica. È così che siamo arrivati a comportamenti come quello del pastore Jones che, ovviamente, era considerato un gesto estremo anche nel campo conservatore. È il segnale di una società che manca, per la sua ignoranza, della capacità di convivere con le popolazioni musulmane. E può farci ricordare la situazione in Olanda, dove il partito populista di Geert Wilders ha messo l´interdizione del Corano al centro dei suoi slogan. Proprio nel momento in cui un sentimento di panico, legato anche all´omicidio di Theo Van Gogh da parte di un giovane islamico, si è impadronito di un certo numero di olandesi. La provocazione del pastore Jones s´inscriveva in questa logica, ne era la naturale continuità. Le preoccupazioni espresse dai capi militari americani, i quali temevano che le immagini del Corano bruciate in Florida potessero accendere passioni anti-americane nei Paesi dove sono di base i soldati Usa, sono di poco peso al confronto dei fantasmi di un religioso protestante radicale per il quale è sul stesso territorio americano che si gioca oggi la guerra della civilizzazione.

La REPUBBLICA - Arturo Zampaglione : " Jones ha soffiato sul fuoco ma l´America è già screditata "


Thomas Lippman

Parlando di credibilità di Barack Obama nel mondo islamico, Lippman commenta : " Contano i fatti non le parole. E i fatti inchiodano la Casa Bianca: Obama ha di fatto capitolato sugli insediamenti israeliani nei territori occupati, i droni del Pentagono continuano a colpire le feste di nozze e in Iraq restano 50mila soldati americani". Per Lippman la questione degli insediamenti va messa sullo stesso piano delle vittime dei bombardamenti coi droni in Afghanistan ?
Israele ha congelato la costruzione di nuovi edifici negli insediamenti per un anno, senza ottenere nulla in cambio dalla controparte palestinese, ma Lippman non ne fa menzione. Perchè? Che cosa c'entrano i negoziati con la credibilità di Obama e le proteste contro la moschea a Ground Zero ?
Ecco l'intervista:

NEW YORK - «Ci sarebbero stati un paio di giornate incandescenti, con manifestazioni violente in vari centri del Pakistan e magari anche a Gaza», dice Thomas Lippman. «Ma non penso - aggiunge l´esperto di Islam - che il rogo delle copie del Corano avrebbe ulteriormente screditato l´immagine degli Stati Uniti nel mondo islamico, visto che è già così compromessa. D´altra parte la vicenda ci ricorda che anche i musulmani devono fare uno sforzo maggiore per capire gli Stati Uniti: la nostra storia è sempre stata costellata da frange estremiste e da gruppi di squilibrati».
Autore di sei libri e a lungo corrispondente del Washington Post in Medio Oriente, Lippman si occupa ora dei rapporti degli Stati Uniti con il mondo arabo nel Council on foreign relations, il più prestigioso think tank di politica estera. Lo abbiamo intervistato sulle implicazioni della minaccia lanciata, e poi ritirata, dal pastore Terry Jones.
Lippman, è forse un rimprovero quello che rivolge al mondo musulmano su questa vicenda?
«Purtroppo l´iniziativa ha già ottenuto due obiettivi: dare un po´ di pubblicità alla chiesa della Florida e infiammare il mondo musulmano. Ma personalmente sono anche un po´ stufo dell´approccio di tanti musulmani che, da un lato ci chiedono una maggiore comprensione della loro cultura e della loro storia, dall´altro si rifiutano di fare altrettanto. Gli Stati Uniti hanno sempre prodotto gruppetti di fanatici: dal Ku Klux Klan all´Unabomber, dai razzisti anti-cinesi dell´inizio del novecento ai guerriglieri per l´ambiente. Ma non si possono confondere queste frange con la posizione della stragrande maggioranza del paese».
Il dipartimento di Stato aveva lanciato un allarme su possibili attentati dopo il rogo, mentre il generale David Petraeus parlava di conseguenze pericolose per le truppe in Afghanistan. C´era veramente il rischio di una escalation anti-americana?
«La ventata di rabbia non sarebbe durata a lungo. Ricordiamoci della vicenda di Salman Rushdie: dopo una fase iniziale con piogge di sassi contro le ambasciate, tornò subito la calma. E non mi convincono neanche le dichiarazioni di Petraeus: i soldati americani sono costantemente sotto il tiro del nemico, muoiono ogni giorno e non penso che i rischi sarebbero peggiorati».
Perché è così pessimista sulla credibilità degli Stati Uniti nel mondo islamico? Non c´è stata forse una svolta con Barack Obama?
«Sì, c´è stata, ma è durata ben poco. La ragione? Contano i fatti non le parole. E i fatti inchiodano la Casa Bianca: Obama ha di fatto capitolato sugli insediamenti israeliani nei territori occupati, i droni del Pentagono continuano a colpire le feste di nozze e in Iraq restano 50mila soldati americani».

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11 settembre 2010

Nove anni dopo

 

 

 
Un pastore protestante di una chiesa evangelica della Florida dichiara di voler bruciare copie del corano nell'anniversario dell'11 settembre.

"Atti del genere non possono essere approvati da alcuna religione.
Mi sento profondamente turbato da questa iniziativa
".
Ban Ki-moon, segretario generale dell'Onu

"Invece che bruciare il corano, incoraggerei la gente a leggerlo".
Tony Blair, ex premier britannico e membro del Quartetto per il Medio Oriente.

E' probabile che Blair il corano lo abbia letto, è altrettanto ovvio che non l'abbia capito (ogni riferimento non è puramente casuale).
Quello che invece provoca più disgusto è l'ipocrisia di un organismo internazionale che, nella persona del suo segretario, esprime turbamento.


Forse tutti sanno che solo nel 2010, in Iran sono state eseguite già 160 condanne a morte.
Nella prigione di Tabriz, dove è reclusa da ormai quattro anni Sakineh, si trovano altre donne in attesa della medesima condanna, e tra loro anche minorenni. Sakineh Ashtiani dopo aver subito la pena della fustigazione davanti a uno dei suoi figli, è stata costretta a una confessione pubblica anche in concorso in omicidio, per poter accelerare l'iter dell'esecuzione capitale.
L'Onu si preoccupa del rogo di un libro, ma si guarda bene dal provare turbamento per la lapidazione di una donna iraniana.
Forse all'Onu si stanno occupando del caso, forse se ne sta occupando proprio la Commissione per lo Status delle Donne.
Forse non tutti sanno che da maggio l'Iran, dopo aver fallito nell'ottenere un seggio nel Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu, è stato eletto membro della Commissione per lo Status delle Donne.

Nove anni dopo l'11 settembre l'islam istituzionalizzato la fa da padrone nella più importante ed estesa organizzazione intergovernativa mondiale.
Nove anni dopo l'11 settembre la lapidazione di un'adultera provoca meno scalpore del rogo di un libro.
Nove anni dopo l'11 settembre "uno dei pochi giornalisti non allineati e realmente anticonformisti", collaboratore del quotidiano campione della libertà di pensiero scrive:
"La pena di morte è in vigore anche in Paesi considerati campioni della civiltà, come gli Stati Uniti, e nessuno Stato lascerebbe a piede libero un assassino. Quanto all'adulterio è considerato un reato meritevole della pena capitale non solo in Iran ma in molti altri Paesi islamici che hanno una cultura e una morale diversissime dalle nostre soprattutto per quel che riguarda la famiglia".
(Si chiama Fini, basta il cognome)

Facciamo progressi, l'integrazione tra le due "civiltà" prosegue spedita.

http://theforceofreason.blogspot.com/2010/09/nove-anni-dopo.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blogspot%2FVuTl+%28The+Force+of+Reason%29




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10 settembre 2010

Sionismo e massoneria, i veri nemici di Mussolini

 - di ALDO CHIARLE




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10 settembre 2010

Non dimentichiamo Lapidazione in Iran: una pena grottesca e inaccettabile



 

 

 


 

  [Video You Tube]

Nove donne e due uomini in Iran aspettano di essere uccisi a colpi di pietra: Amnesty International ha chiesto alle autorità iraniane di abolire la morte per lapidazione e di imporre una moratoria immediata su questa orribile pratica, appositamente studiata per provocare la massima sofferenza nella vittima.

In un nuovo rapporto pubblicato oggi, l'organizzazione ha rivolto un appello urgente al governo iraniano chiedendo di modificare il codice penale del paese e, nel frattempo, assicurare il rispetto della moratoria sulla lapidazione imposta dal Capo dell'autorità giudiziaria nel 2002.

"Accogliamo con favore i recenti passi verso le riforme e la notizia che il parlamento sta esaminando emendamenti al codice penale che permetterebbero la sospensione di alcune condanne alla lapidazione nei casi in cui sia ritenuto opportuno", ha affermato Malcom Smart, Direttore del programma Medio Oriente e Nord Africa di Amnesty International. "Tuttavia, le autorità devono andare oltre e adottare le misure necessarie per assicurare che il nuovo codice penale non permetta la lapidazione né contempli l'esecuzione per il reato di adulterio con altri metodi".

Il codice penale iraniano prevede l'esecuzione tramite lapidazione. Secondo l'articolo 102, gli uomini devono essere sotterrati fino alla vita, le donne fino al petto. Con riferimento al reato di adulterio, l'articolo 104 afferma che le pietre da usare dovrebbero essere "non così grandi da uccidere la persona con uno o due colpi, e nemmeno così piccole da non poter essere definite pietre".

Il sistema giudiziario iraniano presenta gravi lacune che spesso sfociano in processi iniqui, anche nei casi di pena capitale. Nonostante la moratoria del 2002 e le smentite ufficiali sulle esecuzioni tramite questa pratica crudele, Amnesty International è venuta a conoscenza di alcuni casi di lapidazione. Ja'far Kiani è stato lapidato il 5 luglio 2007 ad Aghche-kand, nella provincia di Qazvin. Era stato condannato a morte per aver commesso adulterio con Mokarrameh Ebrahimi, condannata alla lapidazione per lo stesso reato, dalla quale aveva avuto due figli. La condanna è stata eseguita nonostante un ordine di sospensione dell'esecuzione e in spregio alla moratoria del 2002.

Si è trattato della prima lapidazione confermata in via ufficiale dopo la moratoria, sebbene esistano notizie sulla morte per lapidazione di un uomo e una donna a Mashhad, nel maggio del 2006. Si teme che Mokarrameh Ebrahimi possa subire la stessa sorte. La donna è rinchiusa nella prigione di Choubin, nella provincia di Qazvin, sembra con uno dei suoi figli.

Amnesty International è ugualmente preoccupata per otto donne e due uomini che rischiano la lapidazione e i cui casi sono evidenziati nel rapporto diffuso oggi.

Sono le donne a essere più di frequente condannate a morire per lapidazione, spesso a causa del diverso trattamento che subiscono davanti alla legge e nei tribunali, in aperta violazione degli standard internazionali sul giusto processo. Sono in particolar modo vittime di processi iniqui perché meno istruite rispetto agli uomini e per questo motivo indotte più facilmente a firmare confessioni di crimini mai commessi. Inoltre, la discriminazione cui vanno incontro in altri aspetti della loro vita fa sì che siano più soggette a condanne a morte per adulterio.

Nonostante questa cupa realtà, ci sono fondate speranze che la morte per lapidazione venga completamente abolita in Iran. Sforzi coraggiosi sono stati compiuti dai difensori iraniani dei diritti umani che, in seguito ai due casi del 2006, hanno lanciato la campagna "Stop alla lapidazione per sempre!". La loro azione ha contribuito a salvare quattro donne e un uomo: Esmailvand, Soghra Mola'i, Zahra Reza'i, Parisa A e suo marito Najaf. Inoltre, un'altra donna, Ashraf Kalhori, ha ottenuto una sospensione temporanea dell'esecuzione.

"Sollecitiamo le autorità iraniane a prestare attenzione alle nostre richieste e a quelle degli iraniani che si stanno battendo senza tregua per mettere fine a questa orrenda pratica", ha dichiarato ancora Malcom Smart.

Questi sforzi, però, hanno un prezzo elevato. Gli attivisti per i diritti umani in Iran continuano a subire pressioni e intimidazioni da parte delle autorità.

Asieh Amini, Shadi Sadr e Mahboubeh Abbasgholizadeh, esponenti di "Stop alla lapidazione per sempre!", erano tra le 33 donne arrestate nella prima settimana di marzo 2007 a Teheran durante le proteste contro il processo di cinque attivisti per i diritti delle donne; 31 di esse sono state rilasciate il 9 marzo. Dieci giorni dopo, anche Mahboubeh Abbasgholizadeh e Shadi Sadr sono state rilasciate dietro il pagamento di 200 milioni di tuman (più di 145.000,00 euro). È probabile che le due donne verranno processate con accuse quali "disturbo dell'ordine pubblico" e "atti contro la sicurezza dello Stato".

I difensori dei diritti umani in Iran ritengono che la pubblicità internazionale e la pressione a sostegno degli sforzi locali possano contribuire a portare un cambiamento nel paese.

Comunicato stampa Amnesty International
HREA -
www.hrea.org

HREA (acronimo di Associazione Educativa per i Diritti Umani) è un'organizzazione internazionale non governativa che ha come missione la promozione e il supporto formativo all'educazione ai diritti umani di attivisti e professionisti del settore, attraverso lo sviluppo e la redazione di materiali e programmi di studio nonché, la creazione di una comunità mediante tecnologie disponibili sul web.




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10 settembre 2010

Vignettista danese di Maometto premiato in Germania

Kurt Westergaard, il vignettista danese che nel 2005 raffigurò il profeta Maometto con una bomba nel turbante, immagine che venne pubblicata dal Jyllands-Posten suscitando proteste in tutto il mondo, ha ricevuto a Potsdam il Medienpreis (premio dei media, detto M100) per la libertà di stampa. Il premio è stato assegnato per il “risoluto impegno” di Westergaard a favore della libertà di stampa e di espressione, nonostante le minacce di morte ricevute.
Il disegnatore ha spiegato su Der Spiegel che la sua intenzione non era attaccare l’islam, “ma quei terroristi che utilizzano una parte dell’islam come munizione spirituale”.
Dopo aver ricevuto il premio, Westergaard ha dichiarato: “Forse cercheranno di uccidere me e forse avranno successo, ma non possono uccidere le vignette”. Ha però definito l’islam “religione reazionaria”, che inevitabilmente si scontrerà con la cultura occidentale: la sua vignetta è stato solo “un catalizzatore”, poichè “questo scontro culturale sarebbe avvenuto prima o poi”.
Presente alla premiazione anche il premier tedesco Angela Merkel, che però ha subito le critiche della comunità islamica tedesca. La cancelliera avrebbe “onorato” il disegnatore che “a nostro avviso ha preso a calci il nostro profeta e che in realtà ha preso a calci tutti noi musulmani”, ha detto Aiman Mazyek, segretario generale del Consiglio dei musulmani in Germania (Zmd).




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