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23 settembre 2010

Il nuovo fronte: la jihad giudiziaria

Shimon Samuels
Il 6 dicembre 2001, tre mesi dopo quel festival dell’odio che fu la conferenza internazionale di Durban, partecipai a Ginevra all’ultimo incontro della sua ONG “Forum International Steering Committee”. Sebbene sia stato eletto e poi rapidamente espulso, ero ormai venuto a conoscenza di un piano in otto punti inteso ad attaccare Israele tacciato come l’ultimo bastione dell’apartheid. Il piano comprendeva campagne in campo educativo, economico, culturale, diplomatico e giuridico volte a demonizzare, boicottare, emarginare e isolare lo stato ebraico.
Le misure sul piano legale persero le mosse con tentativi sporadici e, finora, senza successo di far arrestare ufficiali riservisti delle Forze di Difesa israeliane in paesi che contemplano la cosiddetta giurisdizione universale.
Nel 2005 venni accusato di diffamazione criminosa da un ente di beneficienza franco-palestinese classificato dalle autorità statunitensi come un’organizzazione terroristica. Venni condannato a pagare la simbolica somma di un euro, una cifra che era politicamente troppo salata. Ho vinto in appello, per essere poi portato davanti alla Corte Suprema di Francia dove, lo scorso luglio, sono stato definitivamente assolto.
Questa lunga, penosa e costosa esperienza è emblematica dell’epidemia di analoghe querele volte a intimidire e ridurre al silenzio le attività in difesa di ebrei e sionismo. Le accuse contro di me vennero replicate contro tutta una serie di altri soggetti: giornalisti, scrittori e siti web cristiani. Parallelamente vi fu la sequenza di querele e controquerele sul caso Muhammad al-Dura, il ragazzino palestinese presentato dalla televisione francese come vittima delle Forze di Difesa israeliane in termini che ricordava le accuse di omicidio rituale.
Alcuni definiscono questo fenomeno come “guerra legale”; forse sarebbe più appropriato parlare di “jihad giudiziaria”, visto l’evidente contesto islamista da cui scaturisce la maggior parte dei querelanti.
Recenti insinuazioni contro le Forze di Difesa israeliane che si darebbero al furto di organi ha elevato la posta della diffamazione al linguaggio delle calunnie medioevali, oggi incrementate dall’effetto moltiplicatore di internet: un punto di riferimento indistruttibile nel ciberspazio per infinti rigurgiti globali. In effetti, anch’io venni citato in giudizio per un resoconto apparso su un sito web.
Dopo che il rapporto Goldstone ha spalancato le porte alla “jihad politico-giudiziaria” nei tribunali, nelle agenzie Onu e forse alla Corte penale internazionale, è tempo di predisporre una strategia di contro-impegno legale. I propagatori di deliberate calunnie contro Israele e, per associazione, contro il mondo ebraico devono sapere che potrebbero essere chiamati a renderne conto. Il semplice annuncio di una causa da parte di un gruppo di ufficiali delle Forze di Difesa israeliane contro il settimanale di sinistra francese “Le Nouvel Observateur”, nel 2001, produsse delle precipitose scuse per aver definito le forze israeliane “un esercito di stupratori”.
Le cause legali costano. Personalmente ho avuto la fortuna di avere sostenitori fedeli che hanno raccolto un “prestito di guerra”. Gli avvocati della controparte operano spesso gratis per pura ideologia. Bisognerebbe raccogliere un consorzio dei migliori cervelli a difesa di Israele per giudicare le diramazioni e le più appropriate sfere giuridiche da usare nei tribunali in cause per diffamazione personale, oltraggio di gruppo ed anche casi di terrorismo antisemita.
Nel 1997 pare che gli Stati Uniti avessero suggerito che la legislazione israeliana sul processo per crimini di guerra nazisti venisse dotata di un’appropriata clausola di giurisdizione universale per perseguire il genocida cambogiano Pol Pot, allora appena arrestato. A quanto pare Gerusalemme declinò.
Tuttavia proprio questi strumenti legali portarono il Simon Wiesenthal Center a proporre che Israele dicesse all’Argentina di valutare se perseguire i sei iraniani incriminati per l’attentato al centro ebraico di Buenos Aires, soprattutto alla luce dell’accordo Interpol del mese scorso per cui questi latitanti potrebbero essere processati in tribunali di nazioni terze.
Teorie cospirative su radio e tv britanniche, calunnie di traffici d’organi sulla stampa svedese e ucraina e tutta una serie di altre diffamazioni da altre parti devono essere contrastare, non come un trucco d’astuzia, ma in modo selettivo e con giudizio. Perseguire giustizia è uno strumento importante per respingere la “jihad giudiziaria”.

(Da: Jerusalem Post, 14.12.09)

Nella foto in alto: Shimon Samuels
 




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23 settembre 2010

Israele: sempre in coma, l’ex premier Sharon torna a casa


 

 
 
 
 
 
 
 


 

In coma profondo dal gennaio 2006, l’ex premier Ariel Sharon (82 anni) sarà presto trasferito dal Centro medico Shiba di Tel ha-Shomer (Tel Aviv) nella sua residenza privata, la Fattoria dei Sicomori nel deserto del Neghev settentrionale. Lo riferisce oggi il quotidiano Yediot Ahronot, secondo cui nella abitazione di Sharon è stato già installato un ascensore per facilitare lo spostamento del suo letto dal piano di ingresso al piano superiore, dove si trova la stanza da letto. Il giornale spiega che sono stati i figli Ghilad ed Omri a chiedere ai medici di Sharon di trasportarlo nella sua fattoria, un luogo dove, anche quando era premier, Sharon amava tornare al termine delle giornate di lavoro a Gerusalemme. In un campo della fattoria è sepolta la moglie Lili.Secondo Yediot Ahronot la permanenza di Sharon nel suo ranch avrà un carattere sperimentale e sarà di breve durata. In questo lasso di tempo i medici verificheranno se sia possibile creare per lui le condizioni necessarie per consentirgli di tornare definitivamente nella propria abitazione.22 settembre 2010




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23 settembre 2010

Rom, burka e ipocrisia

Certe posizioni europee francamente non le capisco o – meglio - le considero del tutto demagogiche, come le prese di posizione contro la Francia solo perché Sarkozy ha richiesto l’allontanamento non “di tutti i Rom” dal suolo francese, ma solo di parte di quelli che non vogliono risiedere nei campi nomadi organizzati e non siano di nazionalità francese.

Allo stesso modo non capisco perché non si debba chiaramente sostenere a livello europeo che ciascuno è libero di professare la religione che crede, ma nei limiti della legge e quindi che coprirsi in modo integrale impedendo il proprio riconoscimento è e deve essere vietato.

E’ comunque offensivo equiparare queste prese di posizione alle deportazioni naziste (non fosse anche per rispetto ai milioni di morti nei lager), mentre piuttosto sarebbe ora che ciascun paese collabori concretamente con gli altri partner europei nella lotta all’immigrazione clandestina assumendosene in quota-parte le proprie responsabilità.

Va denunciato – per esempio – come, dopo che l’Italia è riuscita a bloccare il traffico di carne umana dalla Libia (pagando questo paese a peso d’oro e sopportando la tracotanza impunita di quell'arrogante ed insopportabile caprone di Gheddafi), l’immigrazione clandestina prende ora altre strade, come quelle dell’est europeo la cui frontiera è un colabrodo. Ma sue queste cose l’Europa, Barroso e la sua corte progressista abbozzano, e tacciono...

On Marco Zacchera




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23 settembre 2010

Simon.Wiesenthal.....Il cacciatore dei Nazisti...

Wiesenthal fu liberato dalle forze statunitensi il 5 maggio 1945 dal campo di concentramento di Mauthausen. Quando i soldati lo trovarono, pesava meno di 45 chilogrammi ed era senza forze. Appena si rimise iniziò a lavorare per conto dell'esercito statunitense, raccogliendo informazioni per i processi contro i crimini di guerra nazisti. Nel 1947 lui ed altri trenta volontari fondarono il "Centro di documentazione ebraica" a Linz, in Austria, per raccogliere informazioni per futuri processi. Quando Stati Uniti ed Unione Sovietica persero interesse nel perseguire ulteriori crimini di guerra, il gruppo fu messo da parte. Ciò nonostante Wiesenthal continuò con la raccolta di informazioni nel suo tempo libero, mentre lavorava a tempo pieno per aiutare le vittime della Seconda guerra mondiale. Durante questo periodo Wiesenthal fu essenziale per la cattura di uno degli ideatori dell'Endlösung (Soluzione finale): Adolf Eichmann (il quale divenne l'organizzatore logistico dell'Endlösung dopo aver partecipato alla Conferenza di Wannsee in cui prese corpo tale progetto). Dopo l'esecuzione di Eichmann in Israele nel1962, Wiesenthal riaprì il "Centro per la documentazione ebraica", che cominciò a lavorare su nuovi casi. Tra i suoi successi più clamorosi vi fu la cattura di Karl Silberbauer, l'ufficiale della Gestapo responsabile dell'arresto di Anna Frank. La confessione di Silberbauer aiutò a discreditare la voce che Il diario di Anna Frank fosse un falso. In questo periodo Wiesenthal localizzò nove dei sedici nazisti messi sotto processo nella Germania Ovest per l'uccisione degli ebrei di Lwów, città dove visse egli stesso. Tra gli altri criminali catturati, vi furono Franz Stangl, il comandante dei campi di concentramento di Treblinka e Sobibor, ed Hermine Braunsteiner-Ryan, una casalinga che viveva a Long Island, New York, che durante la guerra aveva supervisionato l'uccisione di centinaia di donne e bambini.

 

Nel 1977 gli fu dedicata l'agenzia per la memoria sull'Olocausto, il Simon Wiesenthal Center.




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22 settembre 2010

Sequestro T4, andava in Libano o Gaza

Sarebbe la pista di indagini privilegiata

Sequestro T4, andava in Libano o Gaza (ANSA) Gli hezbollah libanesi o i palestinesi di Hamas sarebbero i destinatari delle 6 tonnellate di esplosivo scoperto nel porto di Gioia Tauro. Fonti qualificate italiane che stanno lavorando all'indagine con i servizi di altri paesi fanno notare che dalle informazioni raccolte al momento, il container sarebbe dovuto arrivare nei porti siriani di Latakia o Tartus e da li' partire per la destinazione finale: il Libano appunto, o la striscia di Gaza,sarebbe questa la pista privilegiata.
 




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22 settembre 2010

Eurabia ossia il mondo alla rovescia: si onorano gli assassini nemici del genere umano

Levi quella targa, Sindaco Alemanno,     
 

 
Gentile Sindaco Alemanno,
 
Ho appena letto che una scuola del quartiere San lorenzo di Roma ha esposto un targa commemorativa per Yasser Arafat. Sono rimasta scandalizzata ma non stupita conoscendo la venerazione che molti itaiani hanno ancora per il peggior terrorista del 1900, che ha liberato il mondo della sua presenza nel 2004.
Ricordo che molti anni fa andai a parlare in un liceo di Trento e il preside mi accolse con questa frase "Non si permetta di criticare Arafat che per me e' un eroe".
Arafat. un miserabile assassino, un fanatico, un furbo che aveva capito subito quale era il tallone d'achille degli italiani e degli europei: l'odio per gli ebrei e lui  conquisto'l'Europa intera, il mondo occidentale intero (perche' gli altri arabi lo hanno sempre odiato)  piagnucolando, mistificando la storia, negando il diritto degli ebrei sulla loro Terra, negando persino l'esistenza del grande Tempio degli ebrei a Gerusalemme.
Piagnucolava in inglese  la parola Pace e in arabo  ordinava la morte.
Arafat, signor Sindaco, grazie al Lodo Moro ebbe facolta' di far scorazzare per l'italia i suoi scagnozzi armati di missili, Arafat da quel falso criminale che era si guardo' bene di mantenere le promesse fatte a Moro, mal ripago' l'indulgenza dell'Italia nei suoi confronti e la sconvolse col terrorismo.
Signor Sindaco Alemanno, Il 27 dicembre del 1985 un gravissimo attentato a Fiumicino fece 16 morti, italiani signor Sindaco.
Nello stesso giorno, stessa ora  ecco un altro attentato a Vienna, due morti.
Nel 1985 Arafat, l'uomo cui viene dedicata una targa, ordino piu' di 600 attentati e navi cariche di armi tentarono di arrivare sulle coste israeliane per ammazzare ebrei.
Arafat, il santo, il premio nobel della vergogna, fece catturare e ammazzare, le mani legate dietro la schiena quattro turisti israeliani a Cipro: un colpo alla nuca e via. Gli esecutori? La "Forza 17" dell'OLP al cui comando negli anni 2000 fu quell'altro santo tanto amato dagli italiani, Marwan Barghouti, in galera in Israele per i suoi delitti , chiamato Nelson Mandela dai suoi ammiratori che lo vogliono libero e presidente della Palestina.
Un criminale, un assassino, un barbaro.
Barghouti ordino' a Forza 17 la fucilazione di due ragazzi di Tel Aviv, fermatisi in una trattoria per un piatto di humus, li trascinarono fuori, contro il muro , un colpo in fronte e via. Cosi' e anche molto peggio hanno agito i palestinesi di Arafat, signor sindaco.
E una scuola  italiana gli dedica una targa?
Non divaghiamo, vediamo gli altri attentati di quel sant'uomo in Europa, i maggiori e piu' crudeli perche' elencarli tutti e' impossibile.
Vorrei ricordarle l'Achille Lauro, signor sindaco: passeggeri sequestrati, un ebreo paralitico ammazzato a freddo e a bruciapelo e scaraventato in mare sulla sedia a rotelle. I terroristi furono arrestati ma l'aereo che li trasportava atterro' a Sigonella e a quel punto le Autorita' italiane  rifiutarno di consegnare agli americani i terroristi che partirono indenni per essere naturalmente accolti come eroi dai palestinesi e acclamati dagli italiani.
Del resto Craxi era innamorato di Arafat che paragonava a Garibaldi o a Mazzini a seconda dei casi.
E Andreotti?  Andreotti era solito paragonare i paletinesi ammazzati in scontri a fuoco con gli israeliani alle vittime delle Fosse Ardeatine.
Con simili governanti cosa potevamo aspettarci, signor sindaco?
Potevamo aspettarci quello che e' avvenuto: Arafat divenne padrone dell'Italia, entrava e usciva dagli uffici dei governanti, tra inchini e sorrisi striscianti, sempre armato di pistola. Aveva il suo pistolone alla cintura  persino quando e' entrato in Vaticano per essere ricevuto dal Papa, lo stesso Papa che ancora non voleva riconoscere Israele , che addirittura si guardava bene dal nominare la parola Israele...ma Arafat, si sa, era una specie di santo, assassino ma santo per gli italiani, persino per la Chiesa.
Ma oggi no, oggi non si puo' piu' venerare quel demonio. Oggi no. 
E' difficile ricordare tutti i morti fatti da quel mostro ma voglio che lei sappia, signor sindaco a chi e' stata dedicata quella targa vergognosa:
Nel 1986, 6 settmbre, strage in una sinagoga di Istambul , 23 morti fra i fedeli.
Nel marzo del 1989 un autobus venne fatto precipitare in un burrone vicino a Gerusalemme, 14 morti carbonizzati.
Signor Sindaco, potrei anche raccontarle  quello che Arafat e i suoi feddaiyn hanno fatto in Libano, si parla di 40.000 morti, forse 50.000 secondo il "Journal de Geneve".
Alla fine Arafat, il vigliacco, fu costretto a scappare protetto dalle Marine Militari francese e britannica e si rifugio' a Tunisi da dove, da bravo padrino mafioso, continuo' a organizzare mattanze e stragi in giro per il mondo.
Parigi; sinagoga,   4 morti 12 feriti.
Vienna, sinagoga, 2 morti 19 feriti
Anversa, sinagoga. 3 morti 80 feriti
Parigi, ristorante kasher, 6 morti 21 feriti 
Vorrei concludere questa mia lettera, Signor Sindaco, ricordando  l'attentato piu' doloroso per noi ebrei italiani .
Era il 9 ottobre 1982, nella sinagoga di Roma c'era una festa, la benedizione dei bambini, secondo la tradizione.
I fedeli uscirono dal  Tempio, le famiglie con i bambini per mano e furono accolti da una scarica di mitra e lanci di bombe a mano.
Stefano Gay Tache' , un bambino di 2 anni, mori' crivellato dai colpi, i feriti 35 di cui ancora oggi molti con le schegge conficcate nel corpo.
L'olp di Arafat vendeva armi alle Brigate Rosse e ad altri gruppi eversivi italiani ed europei, ricordo la famigerata Baader Meinhof che commetteva i suoi crimini  a braccetto cogli
assassini dell'OLP di Arafat.
Signor Sindaco Alemanno, da molto anni il mondo sta andando alla rovescia e si osannano gli assassini. Ricordo con sofferenza  le ovazioni ad Arafat portato in trionfo ad Assisi tra i sorridenti e commossi Occhetto e Lama.
E' di ieri la notizia che David Irving, il piu' famoso negazionista della Shoa', fara' la guida ad Auschwitz per convincere i gruppi che lo sterminio degli ebrei non c'e' mai stato.
Il mondo va cosi', peggio non potrebbe, il Male vince  sul bene.
La supplico, Sindaco Alemanno,  non sia  complice delle persone senza coscienza che hanno messo quella targa abominevole in onore del peggior terrorista della storia moderna.
Non lo faccia, Sindaco Alemanno, onori invece la memoria del piccolo Stefano Tache', vittima innocente, facendo togliere quella vergogna da una  scuola di Roma Capitale.
grazie
 
Deborah Fait    




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22 settembre 2010

Il primo dovere di Abu Mazen

È lecito supporre che la notizia delle testate al fosforo sparate dalla striscia di Gaza verso civili israeliani non toglierà il sonno alla comunità internazionale. Lo scandalo e l’indignazione per l’utilizzo di bombe al fosforo – vietate dalla Convenzione di Ginevra se usate contro non combattenti – prorompono solo nel caso in cui sia Israele ad essere accusato di farne cattivo uso (anche senza prove).
Ma che il fosforo sia stato aggiunto intenzionalmente o meno agli ordigni letali lanciati contro di noi, non si può negare che stiamo assistendo ad una marcata escalation delle aggressioni da Gaza. Le cause sottostanti sono molteplici e prevedibili. Paradossalmente, questa regione diventa particolarmente pericolosa proprio quando sono in corso colloqui di pace. Quando Israele e Autorità Palestinese negoziano, in questo nostro spietato ambiente che funziona alla rovescia, questo fatto stesso incita gli scagnozzi dell’Iran guidati da Hamas nella striscia di Gaza a rovinare lo spettacolo con la violenza. Il periodo delle solenni festività ebraiche, poi, non fa che alimentare ulteriormente gli impulsi aggressivi.
L’attuale impennata evidenzia il fatto che Gaza si sta estremizzando sempre più; il che dovrebbe inquietare il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) almeno quanto inquieta Israele. Abu Mazen sta apparentemente negoziando per conto di tutte le componenti dell’Autorità Palestinese, e quando avanza le sue richieste a Israele ci si aspetta che sia conseguentemente in grado di onorare la sua parte di qualunque eventuale patto. Con tutta evidenza, invece, non può farlo finché Hamas controlla la striscia di Gaza. Anzi, Hamas non farà che cercare di intensificare le violenze ad ogni minimo progresso del negoziato.
In questo quadro faremmo bene a tener conto degli avvertimenti giunti la settimana scorsa dal Decimo Congresso Annuale sull’Antiterrorismo tenuto ad Herzliya. Diversi esperti hanno sottolineato che misure per la sicurezza e capacità militari non sono garanzie sufficienti di stabilità finché l’estremismo di una società offre ai terroristi la dignità, la stima e il sostegno di cui hanno ardentemente bisogno. I terroristi non sono fanatici irriducibili che operano nel vuoto, al di fuori di qualunque consenso sociale. Non sono totalmente ostracizzati né scollegati dalla popolazione da cui provengono. Sradicare il terrorismo significa innanzitutto privare i terroristi della popolarità di base su cui prosperano.
Ariel Merari, del Center for Political Violence dell’Università di Tel Aviv, ha illustrato il concetto a Herzliya con un sondaggio aneddotico. Ha intervistato quindici attentatori suicidi falliti, oggi detenuti in Israele. Solo tre di loro hanno detto che non avrebbero cambiato linea di condotta anche se il loro pubblico avesse mutato posizione sugli attentati suicidi. Dunque, la mentalità delle masse palestinesi risulta cruciale. E questo rende ancora più scoraggiante ciò che vediamo a Gaza: non solo non vi è in corso nessun tentativo di conquistare i cuori alla causa della coesistenza, ma anzi avviene esattamente l’opposto. Secondo un'altra relazione pubblicata a Herzliya, soltanto quest’estate sono almeno centomila i ragazzini di Gaza che sono stati sottoposti a indottrinamento estremista nei campi estivi organizzati da Hamas, completi di addestramento paramilitare. Allo stesso modo, la Jihad Islamica palestinese ha indottrinato altri diecimila bambini. Come non bastasse, uomini di Hamas a volto coperto hanno vandalizzato i campi estivi gestiti dall’UNRWA e improntati a programmi differenti.
Glorificare la guerra contro gli ebrei non è un ingrediente secondario di questo “brodo di coltura” geopolitico. Ciò che viene inculcato nelle giovani menti influenzabili diviene la base su cui più tardi queste generazioni si formeranno le loro opinioni e opereranno le loro scelte. Il che non è di buon auspicio per la pace.
Ancora peggio è il fatto che lo stesso Abu Mazen si sottragga dal contrastare con determinazione questa forma di estremismo. Anzi, la sua Autorità Palestinese – coi suoi mass-media ufficiali, il suo sistema educativo, le moschee, persino coi nomi dei “martiri” cui vengono intitolate strade, scuole e piazze – continua a celebrare i terroristi come eroi e come modelli da imitare. E intanto continua ad accumulare insulti e calunnie contro gli ebrei. La tv dell’Autorità Palestinese ha marcato Rosh HaShana (il capodanno ebraico) definendo peccato e lordura” gli ebrei in preghiera al Muro Occidentale di Gerusalemme, e aggiungendo che ogni rivendicazione ebraica di una loro storia in questa terra è falsa.
Abu Mazen potrebbe iniziare col cambiare questo stato di cose, se non a Gaza perlomeno in Cisgiordania. Potrebbe bandire la più sguaiata l’istigazione dalle moschee (in effetti si ha notizia di qualche timido passo in questa direzione); potrebbe intitolare le piazze e le strade ai nomi di chi si batte per le riforme e per la riconciliazione; potrebbe far sì che i mass-media direttamente sotto il suo controllo la smettano di fomentare odio gettando benzina sul fuoco. E quando deve condannare le efferatezze dei terroristi, porrebbe fare qualcosa di più che lamentare il fatto che tali “operazioni” risultano “controproducenti” per gli interessi palestinesi.
Israele non sta negoziando con Hamas che lancia i Qassam e che rimane esplicitamente votata alla nostra distruzione. Sta negoziando in buona fede con Abu Mazen, un leader che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito il suo “partner”. Fondamentale per qualunque speranza di progresso sostanziale è che questo partner usi il linguaggio giusto per delegittimare i fomentatori di odio contro di noi.

(Da: Jerusalem Post, 19.9.10)

Nelle foto in alto: Addestramento paramilitare di ragazzini palestinesi in campi estivi nella striscia di Gaza gestiti da Hamas e Jihad Islamica, addobbati con bandiere in omaggio alla Turchia (luglio-agosto 2010, agenzie Safa e Wafa)

 




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22 settembre 2010

Torniamo al lavoro: a 83 anni, Stef Wertheimer inaugura nuovi incubatori industriali

Torniamo al lavoro
Di Sergio Minerbi
Stef Wertheimer nonostante i suoi 83 anni e l’ingente somma ricevuta (quattro miliardi di dollari) per la vendita a Warren Buffet dell’80% della sua azienda ISCAR, situata in Galilea a Tefen, è rimasto simpatico e attivo. Stef è venuto su dalla gavetta: nato in Germania arrivò con la famiglia nel 1937 in Israele e partecipò alla guerra d’indipendenza. Smobilitato nel 1949, pensava di continuare come civile il suo lavoro a Rafael, grande centro per lo sviluppo di nuovi armamenti. Ma non poté essere assunto perché privo di un diploma universitario e quindi tornò a casa a Naharya. Nel classico garage mise su un’officina dove sviluppò la sua grande idea: nelle macchine utensili, invece di cambiare ogni volta tutto l’utensile, basta cambiare la punta e fece dei taglienti in tungsteno e carbonio per il taglio dei metalli. Fu un successo strepitoso e una rivista professionale americana lo nominò come una delle dieci persone al mondo che nel XX secolo cambiarono sostanzialmente l’industria delle macchine utensili.
La sua ISCAR è situata nel parco industriale di Tefen ad oriente di Naharya. In questi giorni ha fondato un nuovo parco industriale a Nazaret offrendo agli arabi israeliani della Galilea la possibilità di sviluppare le loro industrie. Il parco ha funzioni di incubatore, ci dice Stef. E si insegna al nuovo imprenditore come esportare. C’è una mensa comune dove si possono scambiare le idee fra i vari partecipanti. È il suo quinto parco israeliano (ne esiste uno anche a Istanbul), ma è la prima volta che si dirige al pubblico arabo.
Stef ha molte idee e fra queste ha messo in opera due scuole industriali per ragazzi di 15 anni. Vi rimangono fino ai 18 anni quando si arruolano o in Marina o nella riparazione dei sistemi di difesa. L’esercito si impegna a farli lavorare nel mestiere che hanno appreso e quando vengono smobilitati sono ricercatissimi come operai specializzati. Così il servizio militare non è una perdita di tempo, ma è parte integrale della preparazione professionale del giovane.
Ho chiesto a Stef cosa pensa di Israele oggi. “Dobbiamo tornare a A. D. Gordon (che fondò il sionismo operaio, 1856-1922), e dobbiamo imparare a lavorare. Dimentichiamo gli studi universitari e la corsa al denaro. Insieme al noto scrittore Haim Hefer abbiamo scritto una canzone che comincia così: ‘Non aspettate il Messia, mettetevi a lavorare’”.
Certamente è un buon consiglio.

(Da: Moked, 16.9.10)

Nella foto in alto: Stef Wertheimer




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22 settembre 2010

Un Piano B per la pace

Ari Shavit
Il 5 ottobre 1995 il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin presentava alla Knesset l’accordo detto “Oslo Due”. Nel discorso che fece in quel momento decisivo, Rabin promise che, nell’accordo sullo status finale, Gerusalemme sarebbe rimasta unita, i principali blocchi di insediamenti sarebbero rimasti parte d’Israele, e che a est il confine di sicurezza (diverso dalla frontiera statale) sarebbe rimasto nella valle del Giordano. Disse anche che Israele non sarebbe tornato sulle linee armistiziali del 4 giugno 1967 e che i palestinesi avrebbero governato la propria vita nel quadro di un’entità che sarebbe stata qualcosa meno di un vero e proprio stato indipendente.
Vi sono solo tre possibili spiegazioni per le cose che Rabin disse in quell’occasione, e che erano destinate a diventare di lì a un mese il suo ultimo testamento politico. Una è che Rabin fosse stupido e non capisse che non vi può essere nessun accordo israelo-palestinese senza dividere Gerusalemme. La seconda possibilità è che fosse bugiardo, e che dicesse cose che sapeva non vere circa i parametri della pace futura.
La terza spiegazione è che Rabin avesse un’idea della pace possibile che era completamente diversa da quella che gli venne attribuita dopo che venne assassinato, un’idea opposta a quella che oggi gli americani cercano di imporre al primo ministro Benjamin Netanyahu e al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Rabin non era né stupido né bugiardo. Era, piuttosto, un allievo di Henry Kissinger.
Rabin e Kissinger erano convinti che l’occupazione non poteva durare e che gli insediamenti fossero una calamità. Ma erano anche convinti che la pace fosse molto, molto lontana. Pertanto pensavano che, anziché cercare un impossibile accordo sullo status finale, ci si dovesse adoperare per arrivare a un accordo provvisorio di lungo respiro: un accordo che non avrebbe posto fine al conflitto, ma che lo avrebbe perlomeno placato.
Quell’accordo non avrebbe risolto il problema di Gerusalemme né quello dei profughi, ma avrebbe dato vita un’entità palestinese indipendente. E avrebbe permesso a israeliani e palestinesi di vivere fianco a fianco senza uccidersi a vicenda, e senza cercare di sottomettersi l’un l’altro.
Netanyahu si trova ora più “a sinistra” di dove si trovava Rabin quando venne assassinato. Netanyahu è pronto a spingersi più avanti del punto di cui parlava Rabin quando si rivolse per l’ultima volta alla Knesset. Come Rabin, Netanyahu reclama Gerusalemme, i blocchi di insediamenti e la valle del Giordano. Ma a differenza di Rabin, Netanyahu ha accettato la creazione di uno stato palestinese smilitarizzato. Le posizioni del leader della destra israeliana nel 2010 sono più “moderate” di quelle del leader della sinistra nel 1995.
Ma c’è un problema: in cambio di ciò che è disposto a dare, Netanyahu vuole la fine del conflitto; ma in cambio della fine del conflitto, i palestinesi pretendono ciò che Netanyahu non può dare. E così si è creata una stupida situazione in cui la nuova disponibilità di Netanyahu a fare concessioni non può dare i suoi frutti. Anche se egli volesse incarnare il nuovo Rabin, la traiettoria del processo di pace non glielo permette. Il binario che ha condotto al fallimento di Camp David 2000 e al baratro di Annapolis sta conducendoci anche oggi verso lo sfascio.
Una pace definitiva fra israeliani e palestinesi richiede l’adempimento di sei ben noti principi: il riconoscimento di uno stato ebraico e democratico (Israele), l’istituzione di uno stato palestinese smilitarizzato, la divisione di Gerusalemme, uno sgombero esteso (non totale) degli insediamenti in Cisgiordania, nessun “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi (all’interno di Israele), un accordo sul confini (non necessariamente coincidenti con la ex linea verde armistiziale). Ma c’è almeno un principio che i palestinesi non accetteranno: non abbandoneranno la rivendicazione del “diritto al ritorno”. E c’è almeno un principio che Netanyahu non può accettare (oltre ad “diritto al ritorno”): non accetterà di spartire la sovranità sul Monte del Tempio, a Gerusalemme. Dunque, il tentativo oggi in corso di affrontare i nodi-chiave del conflitto è un po’ come cercare di entrare nel nucleo di Chernobyl: non ne verrà fuori la pace, piuttosto ne verrà un’esplosione.
La sola soluzione è pensare fuori dagli schemi. Non andare a fallire esattamente là dove hanno fallito i presidenti Bill Clinton e George Bush, ma tornare sulla strada pragmatica di Kissinger e Rabin. Mettere a sedere israeliani e palestinesi in una stanza a porte chiuse col compito di formulare un accordo interinale a lungo termine. Certo, i palestinesi diranno di no. Apparentemente, loro vogliono una pace piena e subito. In realtà, non sono pronti a pagare il prezzo minimo che la pace richiede. Pertanto bisogna convincerli che, per sostenere il processo pragmatico avviato dal primo ministro palestinese Salam Fayyad in Cisgiordania, è necessario un approccio differente. Per salvare il più sensato nazionalismo palestinese occorre una proposta politica diversa.
Anziché ingannare se stessi nello sforzo vano di arrivare a un accordo sterile, il presidente Barack Obama, il segretario di stato Hillary Clinton e l’inviato speciale in Medio Oriente George Mitchell dovrebbero iniziare immediatamente a preparare un piano alternativo: la divisione della terra adesso, la pace definitiva più avanti.

(Da: Ha’aretz, 19.9.10)

Nella foro in alto: Ari Shavit, autore di questo articolo

 




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22 settembre 2010

Israele-Palestina, tutto come previsto

DDDDDDDDDDDDDhamas1     Non ci credete? Allora guardate un po’ quello che aveva scritto Dragor il lontano 23 agosto,  quando si è cominciato a parlare dei nuovi colloqui israelo-palestinesi per rilanciare il progresso di pace che si dovrebbe concludere con la costituzione di uno Stato palestinese: “E stavolta credete che l’incontro avvierà realmente un processo di pace che si concluderà con la nascita di uno Stato palestinese?  Nemmeno per sogno, andrà a finire come il dopo Rabin-Arafat se non peggio. Nei prossimi giorni aspettatevi minacce, intifade, tiri di razzi, kamikaze, rappresaglie cruente e il processo di pace andrà a puttane. Sarà così finché i palestinesi non si rivolteranno contro la dittatura di Hamas e non spelleranno vivi quei delinquenti che gli impediscono di avere uno Stato. Ricordate, Journal Intime vi dice oggi quello che accadrà domani.”

  

   Abu Mazen, il presidente dell’Autorità Palestinese, si è dichiarato d’accordo per negoziare. Ma Hamas, quella minoranza islamista manovrata dall’Iran che ha preso Gaza in ostaggio con una sanguinosa guerra civile proclamando una delle più feroci dittature della storia, ha dichiarato che si opporrà con una lotta totale. Perché a quei bigotti non importa un fico secco costruire uno Stato palestinese, gli interessa soltanto distruggere lo Stato d’Israele, cosa che sarebbe impossibile con un processo di pace comprendente il riconoscimento d’Israele. E’ una storia che dura dagli anni Venti, con decine di negoziati sabotati uno dopo l’altro fra cui quello di Camp David 2000 che accoglieva quasi integralmente le richieste territoriali palestinesi. Per questi gli israeliani hanno il loro Stato e i palestinesi no.

 

 COM VOLEVASI DIMOSTRARE.     A questo punto la comunità internazionale dovrebbe denunciare Hamas come il principale ostacolo sulla via della pace in Medio Oriente. Non dimentichiamolo, quella è gente che durante la guerra non ha esitato di allearsi con Hitler. Invece molti europei ripetono come pappagalli la propaganda di Hamas come se fosse la verità ufficiale: Israele occupa una terra che non gli appartiene, Israele ha rubato la terra ai palestinesi, Israele non ha nessuna volontà di negoziare, Israele non intende cedere i territori conquistati, eccetera. Quando capiranno che così rendono un pessimo servizio agli stessi palestinesi, che ne hanno abbastanza di queste frottole e aspettano soltanto di avere il loro Stato? Al contrario, l’Europa dovrebbe aiutarli a sbarazzarsi di Hamas e del giogo iraniano.

  

    Qualcuno dirà: ma anche in Israele ci sono dei bigotti che non vogliono il negoziato. Sicuro, sono quei tizi che si vedono a Gerusalemme o in certe colonie (a Tel Aviv non mettono piede perché per loro è peggio di Gomorra) vestiti da jettatori napoletani, con barboni da clochard, lunghe trecce da Comanches  e cappellacci neri da quakkero qualche volta sostituiti da ridicoli colbacchi di pelo o ancora più ridicole scatole con dentro la Torah, che oscillano come metronomi biascicando incomprensibili filastrocche e sbattendo la testa contro il muro oppure soffiano dentro ridicole vuvuzelas contorte cacciando orrendi muggiti da vacca con le doglie del parto. Questi spaventapasseri sono contrari al processo di pace, sicuro. Se fosse per loro, i palestinesi dovrebbero essere sterminati. Ma come paese democratico capace di tutelare la volontà della maggioranza e soprattutto laico (il 70 per cento degli israeliani dichiara di non professare alcuna religione), Israele sa come impedirgli d’interferire con i negoziati. Non dimentichiamo che, per smantellare le colonie abusive, Sharon li ha presi a cannonate. Le minoranze bigotte  si trattano così e i palestinesi dovrebbero fare lo stesso con le loro.

  

   Invece non soltanto fanno un bel niente, ma si lasciano mettere sotto con il beneplacito di mezzo mondo. Ecco perché, come ho scritto, il processo di pace andrà a puttane. Forse non ci crederete, ma qualche volta mi piacerebbe sbagliarmi.

  

    Dragor




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21 settembre 2010

Egitto, Gaza, Ramallah: menzogne (e minacce) elette a sistema

Intervistato dalla tv dell’Autorità Palestinese il 6 settembre 2010, il MINISTRO PER IL PATRIMONIO RELIGIOSO DELL’AUTORITÀ PALESTINESE MAHMOUD HABBASH ha affermato:
«Personalmente dubito che dei musulmani abbiano nulla a che fare con questo [l’11 settembre]. Ci sono molte questioni che [restano aperte]. Molte cose sono state attribuite ai musulmani ed è diventato un assioma che l’abbiano fatto i musulmani. Io, personalmente, ho molti, molti interrogativi su questo. Come? Quando? Perché? E così via. E chi? Nessuna di queste domande ha ancora ricevuto risposta.»

In un discorso mandato in onda dalla tv Al-Aqsa il 5 settembre 2010, il LEADER DI HAMAS MAHMOUD AL-ZAHHAR ha dichiarato:
«Ibn Al-Kathir [storico arabo del XII-XIII secolo] ha detto che Allah ha inviato 124mila profeti e messaggeri. Gli israeliani, o ebrei, ne hanno uccisi la metà. In altre parole, 62mila profeti e messaggeri. […] La nostra impresa si estende ben oltre la Palestina: la Palestina nella sua interezza, la nazione araba nella sua interezza, la nazione islamica nella sua interezza, e il mondo intero.»

AL-AHRAM, IL PIÙ ANTICO QUOTIDIANO EGIZIANO, ha difeso venerdì scorso la scelta di pubblicare una foto ritoccata in cui il presidente egiziano è stato spostato al centro e davanti agli altri protagonisti dei colloqui di pace a Washington. Il giornale sostiene che la foto illustra in modo fedele il ruolo svolto da Mubarak.
Nella foto originale si vedeva il presidente Usa Barack Obama che guidava il gruppetto di leader sul tappeto rosso alla cerimonia di avvio dei negoziati diretti, lo scorso primo settembre a Washington. Obama era affiancato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), affiancati a loro volta da Mubarak e da re Abdullah II di Giordania.
Il giornale statale egiziano Al-Ahram ha alterato l’immagine, nella sua edizione di giovedì scorso, mettendo Mubarak in testa al gruppetto, con Obama leggermente dietro, alla sua destra; e l’ha pubblicata a fianco di un articolo intitolato “La strada per Sharm el-Sheikh”, un riferimento alla località egiziana che ha ospitato il secondo appuntamento dei negoziati, poi conclusosi mercoledì a Gerusalemme.
Blogger e attivisti egiziani hanno definito “poco professionale” la fotografia, dicendo che si tratta di un esempio di come il regime inganna la propria gente. Sostengono anche che la foto costituisce un tentativo di distrarre l’attenzione dal fatto che il ruolo dell’Egitto nel processo di pace è andato scemando.
Il direttore di Al-Ahram, Osama Saraya, si è scagliato contro i critici con un editoriale pubblicato venerdì nel quale puntualizza che la foto originare era stata pubblicata il giorno in cui ebbero inizio i colloqui a Washington, e che la foto alterata (peraltro non segnalata come tale) ha solo lo scopo di illustrare il ruolo-guida svolto dall’Egitto nel processo di pace in Medio Oriente, e non quello di modificare la storia. “La foto espressionista – scrive Saraya – costituisce una sintetica espressione, reale e dal vivo, della posizione di primo piano del presidente Mubarak nella questione palestinese, del suo ruolo unico di guida innanzi a Washington e a chiunque altro”.
Al momento in cui scriviamo, la foto compare ancora sul sito web del quotidiano egiziano.
Gli oppositori interni al regime quasi trentennale di Mubarak hanno colto l’occasione per criticare il governo, accusato di abusi generalizzati per reprimere il dissenso. Il blogger egiziano Wael Khalil, che per primo ha attirato l’attenzione sulla foto manipolata, dice che quell’immagine restituisce “un’istantanea” di ciò che egli definisce “l’inganno quotidiano” perpetrato dal regime su numerose questioni, comprese le riforme democratiche e la giustizia sociale. “Ci mentono in continuazione – afferma Khalil – Anziché affrontare le questioni reali, si limitano a modificarle in photoshop”.
Secondo Saraya, le critiche farebbero parte di una campagna diffamatoria contro il quotidiano da lui diretto, edito al Cairo sin dal 1976. In realtà, non è infrequente che i giornali egiziani modifichino le immagini di politici e alti funzionari dello stato, per migliorarne l’aspetto. Hisham Kassem, editore ed attivista per i diritti umani, dice che coloro che hanno pubblicato la foto in questione intendevano evidentemente compiacere il presidente, una pratica che Kassem paragona ai metodi della vecchia Unione Sovietica.

(YnetNews, 19.9.10)

Nelle immagini in alto: La foto truccata da Al-Ahram e (sotto) la foto originale. Per vederle più in grande:
http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3955758,00.html
 




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21 settembre 2010

11 settembre, 9 anni dopo: l'Islam non contrasta il terrorismo islamico, questo è il dramma

 

 

Civiltà )( Barbarie

Tutti ricordiamo ogni istante di quel maledetto pomeriggio dell’11 settembre, soprattutto l’orrore sbalordito di quella virata così elegante del secondo aereo per schiantarsi nella seconda torre.

In quel momento tutto fu chiaro, ogni illusione non fu più possibile: un attentato. Il più grande, clamoroso, odioso, infernale della storia umana. Però, se proviamo a ricordarci il 12 settembre, il giorno dopo, tutto si sfuma. Un senso corale di sdegno, tutti che si sentono americani, le condanne senza se e senza ma, quell’istrione senz’anima di Arafat che si fa riprendere mentre si va cavare il sangue da donare ai superstiti, l’urgenza di una risposta. L’Islam. Il 12 settembre del 2001 tutto il mondo, capisce che deve fare i conti con qualcosa di terribile che è nata dentro l’Islam, dentro una religione. E qui, il ricordo si fa confuso. Perché il 12 settembre, sin dalle prime ore, solo una piccola parte di leader politici, di analisti, di giornalisti, di coscienze, comprende la terribile complessità del tema: si deve combattere un’atroce organizzazione, completamente ammantata di una veste religiosa. La stragrande maggioranza, invece, esorcizza il tema, si rifiuta di prenderne atto, parla d’altro. Ancora oggi, con Obama che pensa che al Qaida non c’entri nulla con l’Islam e il suo inaffidabile Consigliere per la Sicurezza, Brennan, che sostiene che “non si può fare guerra al terrorismo, perché pè una tattica” e pensa che il “Ihioad, sia solo uno sforzo dell’anima e non una guerra santa contro gli infedeli. Quel giorno, il 12 settembre 2001, sottotraccia, inizia il dramma che oggi, nove anni dopo, è divenuto epocale. Perché i primi a rifiutarsi di accettare l’evidenza, le profonde radici islamiche di quella strage furono e sono proprio i musulmani. George W. Bush, con la sua cultura evangelica, ebbe la geniale capacità di afferrare questo nesso e parlo di “Asse del Male”, comprendendo chedoveva fronteggiare un nemico che aveva l’Apocalisse come dimensione e come mira. I terroristi islamici di Atocha, la stazione di Madrid, emuli di quelli delle Twin Towers, completarono questa definizione con la loro testimonianza di fede, icastica: “Perderete, perché voi amate la vita; noi amiamo la morte”. Ma il mondo musulmano rifiutò di accollarsi la responsabilità di una paternità religiosa che pure era nei fatti, indiscutibile. E aggiunse a questo rifiuto la viltà. Perché in nove anni mai ha sfidato apertamente il terrorismo, lo ha contrastato, anche ferocemente, ma sempre in modo sotterrraneo. I regimi musulmani hanno epurato moschee e madrasse (quando l’hanno fatto, in Pakistan, invece, le hanno favorite), hanno imprigionato, torturato, ucciso, terroristi. Mai, mai, hanno lanciato una sfida chiara e aperta al terrorismo islamico. Peggio, quando il terrorismo kamikaze colpiva gli ebrei, l’hanno sempre esaltato, aiutato, incensato. Dopo l’11 settembre Arafat fece deflagrare l’Intifada delle stragi e tutto il mondo musulmano dedicava canzoni e trionfi ai kamikaze che uccidevano donne, bambini, vecchi (e anche un superstite dell’11 settembre), non nei Territori Occupati, ma in Israele, sugli autobus, nelle pizzerie, al Delfinario. Questa ambiguità, questo non farsi carico del contrasto del terrorismo islamico da parte degli islamici, si condensa in un dato di fatto inequivocabile: in Afganistan, nella guerra a al Qaida legittimata dall’Onu, in nove anni solo Indonesia, Malaysia e Turchia (stato laico), hanno inviato poche decine di soldati, pro forma; i 53 stati musulmani del mondo invece di essere alla guida del contingente, invece di impegnarsi allo spasimo nel contrasto, sul terreno al terrorismo islamico, si sono dati latitanti. Qui, è la vera ragione delle difficoltà della guerra al terrorismo, in Afghanistan, qui i suoi veri, insuperabili limiti. I soldati americani e europei possono solo stendere uno scudo difensivo, tentare sortite, vincere qualche battaglia. Ma la guerra al terrorismo islamico, quella si può vincere solo se l’Islam si impegna in toto. Putroppo non lo fa.

di Carlo Panella
Tratto da Il Tempo del 12 settembre 2010
Tramite il blog di Carlo Panella




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21 settembre 2010

EURABIA: si inizia a perseguitare cani e padroni (non graditi ad Allah secondo il Profeta)

GB, cani banditi dall'islam Londra  Inglesi sempre più soggetti ai capricci dei maomettani, al punto da dover rinunciare a salire su un autobus col cane se a bordo c'è un maomettano. Il corano, infatti, considera il cane come un animale impuro. La folle situazione è stata denunciata da Judith Woods su the Telegraph del 22 giugno. “Per ben due volte – scrive la Woods - la settimana scorsa al mio cane è stato vietato negli autobus di Londra, non ha causa della sua pericolosità o per motivi ingombranti, ma per ragioni religiose”. “L'avevo portato al parco con un'amica e – racconta -, mentre andavo in un negozio, la mia amica ha portato Daisy, un terrier di Manchester, alla fermata dell'autobus. La mia amica si preparava a salire nell'autobus quando l'autista l'ha fermata dicendogli che c'era a bordo una passeggera musulmana che “avrebbe potuto essere perturbata dal cane„”.

Di fronte al fanatismo politicamente corretto ogni argomento è stato vano: “La mia amica – continua Judith Woods - ha tentato di protestare ma le porte si sono richiuse e l'autobus è ripartito. Quando un secondo autobus è arrivato, ha nuovamente tentato di salire ma ne è stata ancora impedita - questa volta perché l'autista stesso gli ha detto di essere musulmano”. “So che i musulmani considerano i cani come impuri ma – commenta -, sempre che sappia, questo paese non è musulmano e la società dei trasporti di Londra è un organismo laico. Sono cattolica, ma non chiedo che si proibisca l'accesso ai divorziati nell'autobus in cui sarei a bordo: mi oppongo istintivamente a quest'intolleranza strisciante sotto copertura di pietà, qualunque ne sia l'origine”.

L'origine è, per un verso, negli hadit del corano: “Un giorno, Gabriele promise al profeta (che sarebbe andato a trovarlo, ma Gabriele non è venuto) e più tardi, gli disse “noi gli angeli, non entriamo in una casa che contiene un'immagine o un cane„ - Bukhari volume 4, libro 54, n° 450; e ancora:“Abdullah (b.Umar) (che Allah sia soddisfatto di loro) ha riportato: “Il messaggio di Allah (che la pace sia con lui) ha ordinato di uccidere i cani (…), Muslim, libro 10, n°3811. Per l'altro verso, l'origine della stupidità londinese anti-canina è nell'ecumenico buonismo di attribuire ad ogni fanatismo la dignità di religione.
1 luglio 2010 da Il Padano
 




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21 settembre 2010

PARTITO MUSULMANO: CHE FINE FARA' LA TANTO INVOCATA LAICITA' DELLO STATO?

Sarà nota a tutti la notizia delle nuove liste elettorali che saranno presentate alle prossime elezioni amministrative 2011 nel comune di Milano. Il partito si chiamerà "La nuova Milano", e sarà, per dirla in breve, un partito composto da immigrati musulmani, con cittadinanza nel capoluogo lombardo.

Se pur il leader del centro islamico milanese di viale Jenner (e responsabile del nascituro partito) Abdel Hamid Shaari (lo stesso che venne respinto dall'Egitto perchè persona non gradita, e che organizzò la preghiera comunitaria del venerdì in piazza Duomo Milano, Cardinal Tettamanzi (compiacente e compiaciuto) assicuri che il suo non sarà un partito islamico (cioè di matrice religiosa), c'è ad ogni modo il rischio che gli eventuali eletti non riescano sempre a lasciare fuori da Palazzo Marino la legge coranica, la shaari'a.

Ecco quindi che, come profetizzavano le cassandre biffiane, è pronto un partito di e per musulmani. E per loro la legge civile - e penale! - da applicare coincide con le leggi coranica, prima fonte del loro diritto. Diritto che poco si concilia (per essere eufemistici) non solo con il Vangelo, ma addirittura con i nostri principi giuridici generali, e con gli universalmente validi Diritti dell'Uomo (si pensi. ad es. al diritto del padre di uccidere la figlia, al diritto di lapidazione dell'adultera, sulla separazione di maschi da femmine nei locali pubblici o aperti al pubblico - bus, teatri, piscine -, alla poligamia, al diritto di ripudiare la moglie, all'assenza di tutela per i minori, ecc).

Certo, non tutti i musulmani sono ferventi (per non dire altro) praticanti.

Ma... c'è sempre un ma.

Ora i candidati sono indubbiamente ammantati di buoni propositi, scevri da ogni connotazione confessionale.

Ma una volta seduti sugli scranni del Consiglio Comunale riusciranno a essere laici, come promesso in campagna elettorale? Riusciranno a rispettare i principi costituzionalmente garantiti? Riusciranno a rispettare la laicità delle istituzione e la libertà di coscienza dei cittadini. Riusciranno a scindere l'etica religiosa dalla politica, l'atto di fede dall'azione legislativa. Resisteranno alle eventuali pressioni degli iman o dei confratelli più "severi"?

E cosa succederà allora?

Il dubbio e lo scetticismo non riguardano il problema dell'immigrazione. Ma la situazione attuale -con forti tensioni e scontri "culturali" noti a tutti in cui l'esercizio del diritto di voto verrebbe esercitato.

Siamo certi che questo sia il momento giusto di permettere ai musulmani di entrare in politica? Sono pronti i candidati musulmani a giurare sulla Costituzione Italiana, pur a discapito dei loro principi e delle loro "tradizioni"? E a rispettare tale giuramento? Sono abbastanza integrati ? Il diritto di voto, a nostro parere, non può essere considerato lo strumento per attuare l'integrazione, ma la conseguenza del compimento di questo processo.

Siamo certi che, una volta eletti, rimarranno moderati, illuminati e onesti intellettualmente? Non lo fanno i nostri politici italiani... potrebbero non farlo nemmeno loro. E in tal caso... altro che vallettopoli, sexgate, intercettazioni, complessi da persecuzioni giudiziarie, ecc ...

E sono pronti i politici italiani a fare una sana, lecita e laica opposizione laddove essa sia necessaria a tutela delle nostre garanzie? Sono pronti a difendere la laicità delle istituzioni se a metterla in pericolo saranno politici islamici, così come la difendono se essa è "minacciata" da "attacchi" cristiani? Sono pronti al confronto politico (che rischia di diventare anche culturale)? Oppure in nome del buonismo e dell'integrazione, erroneamente intesa,permetteranno un inquinamento e un disfacimento della nostra cultura sociale e civile?

Non è forse che anche attraverso la politica, e attraverso i nostri stessi strumenti, che ora stiamo consegnando a loro, passi la "colonizzazione islamica" dell'Italia?

Non è che affievolendosi sempre più l'identità cristiana dell'Italia e dell'Europa, si stiano ponendo i germi dell'Eurabia, di Fallaciana memoria?

Italiani! Cattolici (politici ed elettori)! pensiamoci!

Loro entrano in politica al grido poco rassicurante "Stiamo arrivando!!!". E noi, come rispondiamo?

 

ERCOLINA  MILANESI




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21 settembre 2010

Iraq: come finirà?


 

 
 
 
 
Prima dell’invasione statunitense del 2003 l’esercito di Saddam manteneva l’unità del paese reprimendo le rivalità etniche e religiose dell’Iraq. L’esercito nato sulle ceneri del’Iraq baathista però è totalmente diverso e rispecchia in pieno le divisioni fra Sciiti, Sunniti e Curdi.    
Gli Stati Uniti, ormai prossimi al ritiro, hanno trasferito buona parte delle responsabilità alle forze di sicurezza irachene. Esiste però un dubbio: saranno in grado di mantenere pace e stabilità nella regione, evitando che l’Iran estenda la propria egemonia sull’Iraq?
 
L’attuale stato iracheno
 
La struttura dello stato iracheno è piuttosto instabile, a causa delle divisioni etniche e religiose interne, e la sua sopravvivenza dopo il ritiro statunitense è a rischio. Le divisioni nell’establishment politico non sono state superate nelle tornate elettorali. Ma a differenza del 2005 alle ultime elezioni (marzo 2010) i Sunniti hanno partecipato in massa, togliendo così il monopolio del parlamento agli Sciiti e ai Curdi.  
 
Attualmente i parlamentari sciiti sono divisi in due blocchi: la coalizione State of Law guidata dall’ex premier al-Maliki, che alle elezioni ha ottenuto 89 seggi e l’Iraqi National Alliace (INA, filo-iraniana) che ha ottenuto invece 70 seggi. I partiti Curdi si sono uniti e hanno ottenuto 57 seggi. Ma il vero vincitore delle ultime elezioni è l’ex primo ministro ad interim Iyad Allawi (sciita) che, a capo di una lista ‘laica e trasversale’, ha attratto la maggior parte dei voti sunniti (e non solo) ottenendo 91 seggi.
I due blocchi sciiti però stanno cercando un accordo per avere la maggioranza in parlamento ed escludere i Sunniti dal governo.  
 
I Sunniti dal canto loro, forti del successo elettorale, non solo rivendicano ruoli chiave nel governo, ma vorrebbero (comprensibilmente) aumentare il controllo sulle forze di sicurezza irachene. Gli Sciiti si oppongono.
 
L’Iraq prima del 2003
 
L’esercito iracheno è nato per volontà dell’Impero Britannico, che intendeva mantenere la stabilità in Mesopotamia all’indomani della Prima Guerra Mondiale. All’inizio era composto da poche migliaia di soldati che avevano il compito di aiutare l’esercito britannico a mantenere la sicurezza.
Anche dopo il riconoscimento della sovranità irachena nel 1932 Londra mantenne il controllo delle forze di sicurezza irachene e stabilì che l’esercito iracheno avrebbe potuto essere addestrato soltanto dalle truppe britanniche e che l’Iraq avrebbe potuto acquistare armi esclusivamente dalla Gran Bretagna.
In questo periodo la minoranza sunnita acquisì un potere sproporzionato in Iraq, perché sia i burocrati (eredità dell’Impero Ottomano) sia la monarchia provenivano dall’ambiente sunnita. Così i Sunniti  estesero il  proprio controllo all’esercito. Gli Sciiti, che divennero maggioranza in Iraq a metà del XIX secolo, erano visti dagli Ottomani come la quinta colonna dei Persiani e furono sempre discriminati in epoca ottomana.
 
Dopo l’indipendenza i vertici politi avrebbero voluto rimanere legati agli Inglesi, mentre l’esercito, ispirato dal crescente nazionalismo arabo, si batteva per una maggiore indipendenza.  Questa situazione sfociò nel colpo di stato del 1936 – anno in cui ebbe inizio il coinvolgimento politico dell’esercito nella vita politica irachena. Nei cinque anni successivi si verificarono altri colpi di stato, ma l’esercito non assunse ancora il controllo diretto del potere,  limitandosi a determinare la scelta del premier.
 
Solo nel 1958 l’esercito si impadronì del potere: il generale Abd- al-Karim Qasim con un sanguinoso colpo di stato rovesciò la monarchia hascemita e il governo civile e restò in carica fino al 1963, quando venne scalzato da un nuovo colpo di stato organizzato dal partito Baath.
Lo stesso anno il generale Abdul Salam Arif scalzò i Baathisti dal potere e governò con suo fratello Abdul Ruhman fino al 1968, quando il Baath ritornò al potere instaurando un regime militare monopartitico che avrebbe governato fino al 2003.  Sotto la dirigenza baathista – e soprattutto sotto Saddam Hussein, che prese il potere nel 1979 – l’esercito divenne il pilastro del regime, e uno dei più forti eserciti del mondo. 
 
Dopo aver partecipato alle quattro guerre arabo-israeliane, l’esercito iracheno combatté una estenuante guerra contro l’Iran dal 1980 al 1988. La guerra Iran-Iraq dimostrò che l’esercito era fortemente unito e trascendeva logiche settarie: le truppe sciite non rifiutarono di combattere contro i propri correligionari iraniani nonostante gli appelli pan-sciiti di Teheran. Il partito baathista di fatto cercò (con un discreto successo) di instillare l’ideologia nazionalista a panaraba nella maggioranza sciita, per evitare che si rivoltasse contro il regime. Laddove questa strategia non era sufficiente (ad esempio nel caso dei Curdi) l’esercito interveniva con fermezza (spesso con brutalità) per schiacciare il separatismo e l’islamismo.
 
Costruendo un nuovo stato dalle ceneri dell’impero ottomano, gli Inglesi crearono il nazionalismo iracheno (mai esistito prima) che garantì l’unità del paese per oltre cinquant’anni.  
 
L’esercito dopo il 2003
 
Curdi e Sciiti, da sempre al margine dell’establishment politico e militare dell’Iraq, capirono che per andare al potere non era sufficiente cacciare il partito Baath: occorreva anche smantellare l’ultimo baluardo del Baathismo, l’esercito iracheno.  
 
L’amministrazione Bush venne duramente criticata per aver lanciato la campagna di ‘debaathificazione’ e per aver sciolto le forze di sicurezza irachene su consiglio di Sciiti e Curdi - incoraggiati a loro volta dal regime iraniano.  
Allora i Sunniti, trovandosi esclusi dal processo politico, scatenarono la ribellione: fra il 2003 e il 2007 decine di migliaia di ex soldati sunniti imbracciarono le armi e ci vollero più di quattro anni per riportare la calma nel paese.
La deebathificazione fu un errore strategico: per porvi rimedio gli USA dovettero ricucire con i Sunniti e spingerli ad allinearsi con Washington nella lotta contro gli emissari di Teheran in Iraq e contro i jihadisti legati ad al Qaeda. Solo ricucendo i rapporti con i Sunniti gli USA riuscirono a indebolire i terroristi islamici e a creare un nuovo polo politico capace di frenare l’avanzata del regime iraniano in Iraq. 
 
Il reintegro delle forze armate sunnite nell’esercito iracheno è andato però molto a rilento: ad esempio migliaia di soldati dei Figli dell’Iraq (una milizia sunnita) stanno ancora aspettando di essere incorporati nell’esercito, nonostante le promesse.
Anche i Peshmerga (la principale milizia curda) sono tutt’ora una forza indipendente e potente nel nord del paese. Sebbene siano stati compiuti alcuni passi per porli sotto l’autorità del Ministero degli Interni, poco è stato raggiunto. I Peshmerga restano tuttora fedeli alla causa curda, e il Governo Regionale del Kurdistan ha preferito raccogliere tutte le milizie curde in un unico esercito per evitare di essere schiacciato da Sciiti e Sunniti.  
 
All’interno delle forze di sicurezza irachene
 
A causa dell’ostracismo a danno dei Sunniti e delle spinte indipendentiste curde le forze di sicurezza irachene – che riflettono le divisioni del paese – sono così composte: 8% Curdi, 12% Sunniti, 80% Sciiti.
Al nord i Curdi rappresentano oltre il 50% delle forze di sicurezza, nelle regioni centrali e meridionali gli Sciiti sono in maggioranza, ad eccezione del triangolo sunnita, dove sono i Sunniti ad essere in maggioranza. Nella provincia di Baghdad la composizione delle forze di sicurezza varia da quartiere a quartiere: ad esempio in un quartiere a maggioranza sciita le forze di sicurezza sono sciite, e così via.
 
In passato gli USA hanno cercato di dividere Sunniti e Sciiti in maniera equilibrata in tutti i ranghi delle forze di sicurezza, ma ora la situazione è cambiata: ora gli Sciiti controllano le unità militari, e le dividono secondo criteri settari molto netti – ad esempio nelle aree sciite la polizia è sciita, e altrettanto vale per le aree sunnite. E pur lavorando nella stessa divisione, Sciiti e Sunniti e non si fidano l’uno dell’altro.
Quasi tutti i comandanti militari sono Sciiti - anche perché per anni al-Maliki ha mandato solo gli ufficiali Sciiti ad addestrarsi negli USA. Nella maggior parte dei casi i Sunniti rivestono solo cariche simboliche e sono privi di un potere effettivo. L’unica eccezione riguarda le forze di polizia, dove pullulano gli ufficiali sunniti - forse per le pressioni americane.
Ilproblema principale è l’estrema politicizzazione delle forze di sicurezza: i partiti politici  manipolano abitualmente gli ufficiali di polizia e dell’esercito, spingendoli anche a rilasciare detenuti sospettati di terrorismo, se vicini alla propria fazione.
 
Lo stato iracheno è fragile ed estremamente diviso lungo linee religiose (come il Libano): tutti gli sforzi statunitensi per  riformare l’esercito e aumentare l’influenza sunnita nel paese si sono infranti contro una feroce resistenza degli Sciiti, che non sono disposti a rinunciare al  potere.
Non va inoltre scordato che gli Sciiti, e specialmente i Sa’dristi (seguaci di Muqtada Al Sa’dr, filo-iraniano), hanno un grande peso nel dipartimento antiterrorismo dell’Iraq, e ne condizionano quindi scelte e strategie.
 
Come finirà?
 
Ora che l’esercito americano è pronto al ritiro, le forze di sicurezza irachene riceveranno il compito di pattugliare il paese e di garantire pace e stabilità all’Iraq. Ma vista l’estrema frammentazione, non è detto che riescano a svolgere questo compito al meglio: la maggior parte dei soldati iracheni antepone gli interessi della propria etnia a quelli dello stato, il che rappresenta una grave minaccia all’unità nazionale. Questa è la conseguenza dell’impostazione anti-baathista che ha guidato la costruzione dell’attuale Iraq: il nuovo sistema non trae ispirazione da un ideale nazionale alternativo, ma soltanto dal rifiuto dell’ordine precedente, e potrebbe sgretolarsi nel caso in cui le divergenze interne aumentassero. 
 
A cura di Davide Meinero  
 




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21 settembre 2010

NON DITE AGLI ARABI CHE IL PENTAGONO LI GUARDA (DALLA SICILIA)

A SIGONELLA ARRIVANO GLI AEREI SENZA PILOTA CHE SORVEGLIANO ELETTRONICAMENTE GLI INTERESSI USA NEL MONDO (E I CAMPI DI BATTAGLIA) - LA BASE SICILIANA DIVENTERÀ IL CENTRO PER IL CONTROLLO DEL MEDIO ORIENTE - UN MEGA-ACCORDO POLITICO MILITARE CHE L’ITALIA FA DI TUTTO PER NASCONDERE (E A WASHINGTON LA COSA NON FA PIACERE)…

NON DITE AGLI ARABI CHE IL PENTAGONO LI GUARDA (DALLA SICILIA) - A SIGONELLA ARRIVANO GLI AEREI SENZA PILOTA CHE SORVEGLIANO ELETTRONICAMENTE GLI INTERESSI USA NEL MONDO (E I CAMPI DI BATTAGLIA) - LA BASE SICILIANA DIVENTERÀ IL CENTRO PER IL CONTROLLO DEL MEDIO ORIENTE - UN MEGA-ACCORDO POLITICO MILITARE CHE L’ITALIA FA DI TUTTO PER NASCONDERE (E A WASHINGTON LA COSA NON FA PIACERE)…

 

Maurizio Molinari per "La Stampa"

I primi droni Global Hawk sono atterrati pochi giorni fa nella base americana di Sigonella dando inizio ad un dispiegamento destinato a fare della Sicilia una postazione avanzata per la sorveglianza elettronica di un'area geografica molto vasta, da Gibilterra all'Afghanistan, coprendo l'intero continente africano fino all'Oceano Indiano.

Se l'accordo fra Italia e Stati Uniti sui super-droni risale a circa due anni fa, a dare l'annuncio dell'arrivo dei droni a Sigonella è stato William Fraser, responsabile dell'Air Combat Command del Pentagono, spiegando che i tempi coincidono con un analogo dispiegamento nell'isola di Guam, territorio americano nell'Oceano Pacifico, e il primario intento è adoperarli per «sostenere le operazioni delle truppe in Iraq e Afghanistan».

I Global Hawk RQ-4 non sono armati - a differenza dei Predator - e sono considerati i più avanzati aerei spia nell'arsenale del Pentagono dalla realizzazione dell'U2 negli Anni Cinquanta per sorvegliare l'allora Unione Sovietica. Ogni esemplare ha un costo stimato di circa 183 milioni di dollari e i sensori che possiedono sono in grado di identificare qualsiasi obiettivo in movimento - in cielo, terra e mare - in un raggio di 100 km trasmettendo a terra immagini molto nitide di qualsiasi tipo di superficie a prescindere dall'ora del giorno e dalle condizioni atmosferiche.

Un'autonomia di 42 ore, un raggio di 25.928 km e strumenti avveniristici - la cui origine è fra i segreti più gelosamente custoditi dal Darpa, il laboratorio di ricerca del Pentagono - consentono a ogni Global Hawk di perlustrare almeno 100 mila kmq ogni 24 ore con la possibilità per i militari che li guidano da terra di analizzare i dati raccolti in tempo reale, potendo decidere se continuare o modificare il piano di volo originale.

Finora la principale base dei super-droni è stata quella di Edwards, in California, da dove raggiungono l'Afghanistan passando per il Canada e attraversando il Pacifico per dirigersi verso l'Oceano Indiano, ma disponendo di Guam e Sigonella le operazioni si facilitano di molto, consentendo di accorciare i tempi di volo, facilitando l'opera di manutenzione e soprattutto aumentando l'area di osservazione, che può adesso estendersi a gran parte del pianeta.

L'operazione appena iniziata a Sigonella è pianificata per svolgersi in più fasi. I primi arrivi di Global Hawk danno inizio ad una fase di test al termine della quale arriverà il resto dello squadrone destinato, in un secondo momento, ad essere seguito da velivoli dotati non solo di capacità di osservazione elettronica ma anche del Battlefield Airborne Communications Node ovvero di strumentazioni in grado di far comunicare fra loro le truppe durante le operazioni belliche.

La fase dei test, che si svilupperà nelle prossime settimane, servirà per perfezionare i collegamenti fra i droni e le due stazioni a terra create nella base: la Mce e la Lre, che si suddividono le responsabilità di comando e controllo, pianificazione della missione, funzionamento dei sensori e comunicazioni.

I Global Hawk sono stati costruiti dall'azienda Northop Grumman, il cui vicepresidente George Guerra assicura che «la nostra intenzione è far volare regolarmente i droni da Sigonella e Guam a partire dalla fine di quest'anno» consentendo così al Pentagono di «poter operare in qualsiasi angolo del pianeta», ovvero non solamente per sostenere le truppe impegnate nei conflitti in corso ma anche per osservare gli scenari più differenti: dai movimenti delle sospette cellule di Al Qaeda in Yemen alle attività del pirati nelle acque del Corno d'Africa, dai traffici illegali che attraversano il Sahel fino al movimento di navi sospettate di trasportare materiali proibiti da o verso Iran e Corea del Nord.

Fra le qualità dei velivoli senza pilota di base a Sigonella vi è infatti anche la capacità di sorvegliare il traffico marittimo, consentendo di rafforzare la sicurezza del Mediterraneo.

Per avere un'idea dell'ampia gamma di operazioni che potranno essere svolte, basti pensare che negli ultimi 24 mesi il Pentagono è ricorso ai Global Hawk anche per monitorare i danni causati dal terremoto sull'isola di Haiti e per sostenere la lotta al traffico di droga in America Latina.

Ciò significa che nella sala operazioni costruita a Sigonella confluiranno informazioni, suoni e immagini relativi a quanto avviene sui maggiori scenari di crisi e questo comporta per il Pentagono un consolidamento del rapporto di alleanza strategica con il nostro Paese.

«Aver scelto Sigonella per i Global Hawks indica la determinazione degli Stati Uniti a mantenere una presenza visibile non solo nel Mediterraneo Orientale ma molto più in là», spiega Dov Zakheim, ex vicecapo del Pentagono. Da qui la sorpresa, che trapela da ambienti militari a Washington, per il basso profilo finora dimostrato dalle autorità italiane che non hanno dato risalto all'arrivo dei droni.




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21 settembre 2010

Un congolese riceve 27 volte meno soldi di un palestinese

ingiusta
"Aiuti guidati da interessi ed alleanze"

La denuncia dell'associazione francese Oxfam: "Un congolese riceve 27 volte meno soldi di un palestinese e 7 meno di un afgano"

dal nostro inviato ANAIS GINORI

PARIGI - Anche la solidarietà può essere ingiusta. Nel "borsino" degli aiuti umanitari un congolese riceve 27 volte meno soldi di un palestinese, e 7 volte meno che un afgano. Quando si tratta di donare, non tutti sono uguali. E questo già si sospettava. Ma Oxfam France ha deciso di pubblicare una classifca tra Paesi più o meno assistiti, proprio in occasione della giornata mondiale dell'aiuto umanitario. L'Ong ha esaminato le donazioni verso dodici nazioni in guerra. Un afgano riceve, ad esempio, 179 dollari all'anno contro i 25 di un congolese e i 10 di un pachistano. "Ancora prima delle inondazioni e dell'emergenza umanitaria di questi giorni  -  spiega Nicolas Vercken - le donazioni al Pakistan erano molto basse". Eppure, nota Oxfam France, ci sono 2,7 milioni di profughi pachistani, record mondiale. "Spesso - nota l'Ong - prevalgono altre logiche". Nel 2008 le esportazioni di armi dall'Unione europea verso Islamabad, ricorda Oxfam France, sono stati pari a 265 milioni di euro. "Purtroppo la solidarietà dei nostri governi - continua Vercken - segue anche convenienze economiche o di alleanze geopolitiche". Anche il ruolo dei media è sotto accusa. "I riflettori sono puntati unicamente su tre conflitti: Iraq, Afghanistan e Medio Oriente".

Gli aiuti per Sudan, Ciad, Somalia e Repubblica democratica del Congo sono stati l'anno scorso pari a 2,9 miliardi, una cifra imparagonabile - osserva l'Ong - ai 100 miliardi destinati al salvataggio per la Grecia da Fondo monetario internazionale e Unione europea. Anche in termini di protezione dei civili esistono grandi differenze. "Durante la prima guerra mondiale - ricorda Vercken - solo una vittima su dieci era civile. Un secolo dopo, il rapporto tra vittime civili e militari si è invertito". Nel 2009 il numero di soldati internazionali presenti in Iraq era cinque volte superiore a quello nella Repubblica democratica del Congo. La regione del Darfur, nell'ovest del Sudan, ha il doppio di soldati occidentali che il sud, dove però ci sono più vittime civili. La priorità dell'Occidente, insomma, non è sempre umanitaria. "Abbiamo fatto questa classifica per provocare le coscienze, suscitare un dibattito" racconta Vercken. "La comunità internazionale  -  conclude il dirigente di Oxfam France - avrebbe il dovere morale di dare una risposta uguale tra tutte le popolazioni




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20 settembre 2010

L’Europa sarà islamica”. J’accuse di Gheddo, decano dei missionari italiani

 

I giornali inglesi e la profezia choc del fondatore di Asianews

“I musulmani saranno maggioranza in Europa”. Le parole choc di Piero Gheddo, decano dei missionari italiani e fondatore di Asia News, non sono passate inosservate al Daily Telegraph e al Daily Mail, due fra i massimi quotidiani britannici, che hanno lanciato le sue parole. Forse perché Papa Benedetto XVI si appresta a visitare il Regno Unito, dove il dibattito su democrazia e islamismo è rovente. Forse perché di questo si parla da molti giorni in Germania, a seguito della pubblicazione del controverso libro del banchiere dell’Spd Thilo Sarrazin. O forse perché non si leggeva da tempo una simile denuncia, senza infingimenti, da parte di un alto rappresentante vaticano. “La sfida va presa seriamente”, ha detto Gheddo a proposito del collasso demografico europeo e del vuoto riempito dall’islam. “I giornali o i programmi televisivi non parlano mai di questo. Prima o poi l’islam conquisterà la maggioranza in Europa”.

Lo scorso gennaio era stato il cardinale Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga, a dire che i musulmani sono pronti a riempire il vuoto europeo. “I musulmani hanno molte ragioni per indirizzarsi qui”, ha detto Vlk. “Ne hanno anche una religiosa, portare i valori spirituali della fede in Dio all’ambiente pagano dell’Europa, al suo stile vita senza Dio. La vita sarà islamizzata”.

Ne parliamo con lo stesso Piero Gheddo. “L’islam ha demograficamente in mano il futuro dell’Europa. Tutti gli anni gli italiani diminuiscono di 130 mila. Ma aumentiamo di 100 mila immigrati, che sono in gran parte musulmani. In Europa inoltre c’è un vuoto religioso enorme che viene riempito dall’islam. I musulmani hanno una forte fede religiosa e pregano addirittura in pubblico”. Il j’accuse di Gheddo è partito dalla frase pronunciata in Italia dal colonnello Gheddafi sul futuro islamico dell’Europa. “Giornali e televisioni hanno ridotto l’avvenimento a un caso politico, accusando il governo e il presidente Berlusconi di aver permesso al capo beduino di approfittare della nostra ospitalità per insultare il popolo e la nazione italiana. Ma la demografia e la convinzione religiosa dei popoli testimoniano contro di noi italiani ed europei”.

Le proiezioni sembrano confermare la fosca profezia di Gheddo. Nelle quattro più grandi città dei Paesi Bassi – Amsterdam, Rotterdam, l’Aia e Utrecht – il nome Mohammed è il più diffuso tra i nuovi nati. All’Aia, variazioni dei nomi del Profeta sono al primo, al secondo e al quinto posto. Le ultime stime demografiche del Pew Forum dicono che nel 2050, un quinto degli europei sarà musulmano. Il venti per cento. Due persone su dieci. Non a caso di “bomba demografica a orologeria che sta trasformando il nostro continente” ha parlato proprio il quotidiano britannico Daily Telegraph, pubblicando i dati emersi dagli studi più aggiornati. Anche nella capitale belga Bruxelles, e nemmeno da poco, al primo posto nella classifica dei nomi più diffusi tra i neonati c’è proprio Mohammed. Si calcola che, se la popolazione europea di fede musulmana è più che raddoppiata negli ultimi trent’anni, analogo raddoppio sarà registrato entro il 2015. E di lì, a salire, fino ad arrivare a quel 20 per cento globale.

In città come la francese Marsiglia e l’olandese Rotterdam la percentuale islamica è già ora del venticinque per cento, del venti nella svedese Malmö, del quindici a Bruxelles e del dieci a Londra, Parigi e Copenaghen. E ancora: in Austria, cattolica al novanta per cento nel Ventesimo secolo, l’islam sarà la religione maggioritaria nel 2050 nella popolazione giovanile. Per usare le parole irriverenti di Mark Steyn, l’intellettuale canadese di “America Alone”, se l’uomo europeo avesse quattro zampe e passasse le sue giornate sugli alberi sarebbe già finito nella lista delle specie in via d’estinzione

di Giulio Meotti

Tratto da Il Foglio dell'11 settembre 2010




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20 settembre 2010

Addio, Gilad

Al sequestro di Shalit anche l'occidente ha preso parte. Pagato per il suo silenzio, per la sua ipocrisia "democratica", per la sua damnatio memoriae. La comunità Europea e l'Onu tutti visitano Gaza ma nessuno chiede di Shalit. Solo silenzio. E' questo che sembra dire l'occidente: Addio, Gilad.
Io non ci sto! Noi non ci... stiamo.Tutti non ci stiamo! Facciamoci sentire: "Gilad non sei solo".

Hamas ha trasmesso un nuovo video su Gilad Shalit. Al termine del breve filmato si sentono gli spari dei terroristi. Dove sono Amnesty International, Human Rights Watch, Oxfam e tutti gli altri umanitaristi dal cuore tenero? Il mondo deve sapere che Gilad è, per milioni di persone, uno dei primi pensieri del mattino. Al sequestro di Shalit anche l'occidente ha preso parte. Pagato per il suo silenzio, per la sua ipocrisia "democratica", per la sua damnatio memoriae. La Comunita Europea, le Nazioni Unite, tutti visitano Gaza. Ma nessuno chiede di Shalit. Quattro anni di solitudine, di torture, di lontananza dalla famiglia, sono un tempo indicibile per una madre, un padre e dei fratelli che non hanno avuto la possibilità neppure di avere notizie sulla salute del proprio ragazzo. E' questo che sembra dire l'occidente: addio, Gilad.

di Giulio Meotti




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20 settembre 2010

Una lettera di protesta agli europarlamentari che hanno votato a favore della normativa sulla vivisezione

Di seguito la lettera spedita oggi dal presidente della Provincia di Gorizia, Enrico Gherghetta, agli Europarlamentari firmatari della normativa europea che prevede che cani e gatti "vaganti" possano essere usati per la sperimentazione, se non sia possibile raggiungere altrimenti lo "scopo della procedura" di ricerca.

 

Su questo tema, inoltre, la Provinca ha pubblicato oggi sul proprio sito web (www.provincia.gorizia.it) un sondaggio.

 

 

Con la presente, desidero rendermi portavoce dell’indignazione e dell’incredulità dei cittadini della Provincia di Gorizia nei confronti della nuova Direttiva Europea sulla vivisezione.

 

L’approvazione a livello europeo, infatti, della suddetta direttiva rappresenta, a mio avviso, un chiaro segno di arretratezza culturale e un reale passo indietro rispetto alle misure precedentemente in vigore.

 

La poca importanza data all’esistenza e ai diritti degli animali rispetto al progresso farmacologico non può che essere percepita dalla società come uno scarso interesse delle autorità verso la “vita”, suscitandone lo sdegno.

 

 

La cosiddetta “sperimentazione animale” o “ricerca in vivo” è un brutale rituale che non ha alcuna necessità e utilità. Il sottoporre gli animali ad avvelenamenti con sostanze chimiche, farmaci e cosmetici, a esperimenti al cervello e all’induzione di malattie di ogni genere, con la scusa di tutelare la nostra salute, è solo una pillola lenitiva per la nostra moralità. E’ ormai coscienza comune che la vivisezione ammazza l’animale e fa divenire cavia noi e i nostri figli. Ogni specie animale è infatti biologicamente, fisiologicamente, geneticamente e anatomicamente molto diversa dalle altre e l’estrapolazione dei dati tra una specie e l’altra è praticamente impossibile.

 

 

Il progresso medico non ha realmente bisogno della vita degli animali. I reali progressi della medicina si sono sempre avuti grazie a osservazioni cliniche, a studi epidemiologici e a innovazioni tecnologiche. Inoltre, oggigiorno esistono centinaia di valide metodologie alternative di cui tre già accettate nel giugno 2000 dall’Unione Europea (il test di foto-tossicità 3T3 NRU, che usa cellule derivate da embrioni di topo e il TER – Transcutaneous Electrical Resistance – che usa pelle di ratti morti).

 

 

Infine, il pensare che l’utilizzo di cani e gatti randagi per il progresso scientifico possa rappresentare una risposta all’abbandono degli animali è una risoluzione semplicistica per un problema ben più complesso. Il superamento del randagismo e dell’abbandono degli animali può avvenire, a mio avviso, solamente con l’educazione nelle famiglie, l’insegnamento nelle scuole dei diritti degli animali e un’ampia sensibilizzazione sociale.

 

 

Concludo, infine, sperando che queste parole, come quelle di milioni di cittadini, non rimangano inascoltate. Lo sviluppo economico-scientifico non merita la sofferenza di 12 milioni di animali.

 

Il presidente della Provincia di Gorizia

Enrico Gherghetta

 




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