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27 settembre 2010

ll viaggio ripugnante di Irving in Polonia

Hitler ? un grande uomo, il viaggio-provocazione di Irving

«Attenti, c’è un uomo fra quegli alberi, può essere uno di loro: lei non ha idea, i miei nemici arrivano dappertutto». Il professore afferra il fischietto che porta al collo, e soffia forte: chiama Jannette, la sua giovane assistente americana, perché dia un’ultima occhiata nel bosco. Lei arriva, con un altro fischietto e uno spray contro le zanzare: i «nemici» sono loro, oggi. David Irving si riferiva però ad altro: «ambienti ebraici, sì, anche se io ho avuto buoni rapporti con ebrei come Steven Spielberg o Walter Matthau…». E poi, coloro che lo chiamano negatore dell’Olocausto: «Io però non nego. Io s t udi o. Mi c hi a mi un c a ne sciolto, se proprio vuole...».

Ma qui nella foresta di Pozezdrze, sui laghi Masuri, dove si nasconde il quartier generale in rovina di Heinrich Himmler, a contestare Irving oggi non c’è nessuno. Gli 11 uomini che lo seguono in fila indiana fra i larici sono infatti gli iscritti — 2.650 dollari l’uno — al suo «tour storico» di 8 giorni nei luoghi del genocidio, nel lager di Treblinka, nella «Tana del lupo» di Hitler, e così via. Girano in segreto, spiegano, per evitare incidenti. Della comitiva fanno parte due signore, che però oggi sono andate a far compere. E alla Tana del Lupo, compariranno anche due mai invitati: poliziotti polacchi in borghese, che fotograferanno il gruppo da lontano.

Gli 11 «turisti» vengono da Germania, Usa, Gran Bretagna, e così via. C’è anche un australiano. Uno indossa una camicetta hawaiana, uno — Leroy, dell’Arizona — il cappellino di un gruppo cristiano integralista, tutto stampigliato: la sagoma degli Usa trafitta da una spada posata su una bibbia, e lo slogan: «Le Sacre Scritture per l’America». L’australiano raccoglie un frammento del bunker: «Per ricordo…». E chiacchiera con un gallese sulle prospettive dell’eugenetica. Un altro spiega: «Sapete, tutte le finanze dei re d’Europa le controllavano loro. Loro, gli ebrei…». Nei discorsi ricorre poi un «lui», Adolf Hitler: «Lui parlava tranquillo, fuori dai comizi: esiste un nastro con la sua voce "vera", io l’ho sentito. Lui per l’America è come Saddam Hussein: ne hanno fatto dei diavoli». Altre spiegazioni non servono, il linguaggio è a tratti quello di una confraternita.

L’età media dei «turisti» è sui 50 anni. Se si chiede loro una foto di gruppo, scatta il monito: «Sì, però il professore di faccia, e noi tutti di spalle». E niente cognomi: temono, spiegano anch’essi, «i nemici, che sono organizzatissimi in tutto il mondo».

 

E credono, invece, a quel che dice ora Irving: «Per questo siamo venuti, per documentarci. Ma non siamo nazisti». Irving scherza, bussa alla pietra dello spettrale bunker: «Herr Heinrich, ci senti? Lo sappiamo che hai fatto tutto tu, e il Führer non sapeva nulla...». Poi, serio: «Certo fa impressione star qui, perché qui vissero alcuni degli uomini più importanti d’Europa negli ultimi 500 anni...».

Irving sta scrivendo le sue memorie («Saranno dinamite!») e un libro su Himmler, e il terzo volume della biografia su Churchill: dice di avere indizi sul fatto che Hitler sapeva poco dell’Olocausto. Quanto agli altri enigmi, la sua versione la condivide ora con i «turisti»: «La Gestapo? Grandi poliziotti. Auschwitz? Fino a 300 mila vittime. Treblinka? Fino a 800 mila... Io non minimizzo, aspetto smentite. Sono pronto a cambiare idea. Ma di queste cose non voglio parlare qui in Polonia: possono arrestarmi, come in Austria». Altre domande fioccano: «Von Stauffenberg, l’ufficiale che attentò a Hitler? Un traditore». E Hitler, Hitler? «Un uomo grandissimo, uno dei più grandi europei nei secoli. Però sapeva essere molto crudele. Non era immorale, ma si circondò di gentucola. E poi, non seppe fermarsi. Ma per 6 anni, tenne testa a tutte le potenze del mondo. Proprio come Annibale: solo che nessuno ha mai negato la grandezza di Annibale».

Irving, lui, si presenta invece come un signore britannico estremamente cortese. Un britannico stregato da Hitler, e tuttavia non un uomo cui sia estranea la cognizione del dolore: «La mia figlia più grande è con gli angeli. Paralizzata e senza gambe per un terribile incidente, si tolse la vita poco prima del mio processo: e nei 14 mesi passati nella prigione austriaca, non c’è stato un solo giorno in cui io non abbia pensato a lei».

Alla sera, cena tutti insieme in una saletta dell’albergo, Irving a capotavola. Appena seduti, una voce forte e chiara fra loro: «Ehi, ma che odore, qui. Sembra di essere in una camera a gas». Alcuni tacciono. Diversi ridono.

Luigi Offeddu




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27 settembre 2010

Trieste, i 40 giorni del terrore

Siamo a fine aprile del 1945.

Il 28, a Dongo, Mussolini è ucciso dai partigiani.

Anche nell’estremo nord d’Italia, tacciono le armi. Ovunque la Pace s’avvicina e con essa la gioia per la ritrovata Libertà! Trieste sta vivendo una vigilia densa di trepide attese. All’alba del 30 aprile 1945 imbraccia le armi contro i Tedeschi: questi ormai sono retro-guardie, pur combattive e non disposte a cedere. L’insurrezione è capeggiata dal Col. Antonio Fonda Savio e da un religioso, Don Edoardo Marzari. Tra le migliaia d’insorti troviamo i rappresentanti dei risorgenti partiti politici italiani e molti Militari dei Carabinieri, della Guardie di Finanza, e della Guardia Civica.

Fra loro non ci sono comunisti.

Dopo sanguinosi scontri a fuoco i “Volontari della Libertà”, a sera, hanno il controllo di buona parte della città, issano il Tricolore sul palazzo comunale e sulla Prefettura. I Tedeschi rifiutano di arrendersi per consegnarsi agli Alleati.

Il 1° maggio, fra lo stupore, che poi diviene costernazione, i “liberatori” che arrivano in città sono i partigiani jugoslavi. Fin dai primi contatti si avverte che questi non sono migliori dei Tedeschi! Disconoscono i “Volontari della Libertà” e, costringono i partigiani del CLN a rientrare nella clandestinità. Invano i nostri Patrioti cercano punti d’incontro. Per la parola “Italia”, per la Bandiera nazionale e per la Libertà “vera” ci sono soltanto porte chiuse. Per contro “stelle rosse”, bandiere rosse con falce e martello e Tricolore con stella rossa al centro vengono imposti ovunque.

Le milizie Jugoslave, giunte a Trieste a marce forzate per precedere gli anglo americani nella “liberazione” della Venezia Giulia, non contengono nessuna unità partigiana italiana inserita nell’Esercito jugoslavo mandate a operare altrove. Gli Slavi assumono i pieni poteri. Nominano un Commissario Politico, Franc Stoka, comunista filo slavo. Emanano ordinanze sconcertanti per la illiberalità. Impongono, a guerra finita, un lungo coprifuoco. Limitano la circolazione dei veicoli. Dispongono il passaggio all’ora legale per uniformare la Città al “resto della Jugoslavia”! Fanno uno smaccato uso dello slogan “Smrt Fazismu – Svoboda Narodu”, “Morte al Fascismo – Libertà ai popoli”, per giustificare la licenza di uccidere chi si suppone possa opporsi alle mire annessionistiche di Tito. Prelevano dalle case i cittadini, in media cento al giorno, pochi fascisti o collaborazionisti, ma molti Combattenti della Guerra di Liberazione: ciò perché agli occupatori sta a cuore dimostrare di essere solo loro i liberatori del capoluogo giuliano.

L’otto maggio proclamano Trieste “città autonoma” nella “Settima Repubblica Federativa di Jugoslavia”. Sugli edifici pubblici fanno sventolare la bandiera Jugoslava affiancata dal Tricolore profanato dalla stella rossa. L’unico quotidiano è “Il nostro Avvenire”, schierato in funzione anti italiana.

In città vige il terrore, si scopre presto dove vanno a finire i prelevati: nelle foibe! O nei campi di concentramento, come quello di Borovnica, anticamera della morte.

Arresti indiscriminati, confische, requisizioni, violenze d’ogni genere, ruberie, terrorizzano ed esasperano i Triestini che invano richiedono l’aiuto del Comando Alleato. Le espressioni di Monsignore Santin, Vescovo di Trieste e Capodistria descrivono l’atmosfera che si respirava in città:

“Vivissimo era l’allarme e lo spavento invadeva tutti… In città dominava la violenza contro tutto ciò che era italiano. Tutti i giorni dimostrazioni di Sloveni convogliati in città, bandiere jugoslave e rosse imposte alle finestre. Centinaia e centinaia d’inermi cittadini, Guardie di Finanza e Funzionari civili, prelevati solo perché Italiani, furono precipitati nelle foibe di Basovizza e Opicina. Legati con filo spinato, venivano collocati sull’orlo della foiba e poi uccisi con scariche di mitragliatrice e precipitati nel fondo. Vi fu qualcuno che, colpito, cadde sui corpi giacenti sul fondo e poi, ripresi i sensi per la frescura dell’ambiente, riuscì lentamente di notte ad arrampicarsi aggrappandosi alle sporgenze e ad uscirne. Uno di questi venne a Trieste da me e mi narrò questa sua tragica avventura”.

Finalmente gli Angloamericani bisognosi di disporre del porto di Trieste, constatato che Tito si rivelava ogni giorno di più inaffidabile e simile ad Hitler, intimano alle truppe slave di ritirarsi.

Il 9 giugno a Belgrado, il Leader iugoslavo, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo, fa arretrare le sue truppe.
(Tratto da “L’occupazione jugoslava di Trieste” del gen. Riccardo Basile – Lega Nazionale Italiana)

___________________________
Per quel che riguarda le foibe, consiglio un libro che risponde alla campagna di negazione messa in piedi dai comunisti.

Lo potete scaricare da qusto link:

Contro Operazione Foibe (formato PDF)

http://ricordare.wordpress.com/perche-ricordare/103-trieste-i-40-giorni-del-terrore/




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26 settembre 2010

Chi parla per Israele sulla stampa italiana?


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 

Riprendiamo dal mensile PAGINE EBRAICHE, ottobre 2010, a pag.36, l'analisi di Ugo Volli sulla stampa italiana, nella rubrica 'Osservatore'.


Ugo Volli

Chi parla per Israele sulla stampa italiana?
Chi almeno ha un atteggiamento sufficientemente equilibrato da distinguere i fatti dalle sue opinioni, e da fornire nei suoi articoli non solo ma almeno anche la versione israeliana, il giudizio dei suoi governanti così come l'hanno dato e non come viene deformato dalla propaganda avversaria?
Chi si è sforzato di capire la complessa azione del governo Netanyahu, le ragioni delle sue scelte nei rapporti con l'amministrazione Obama e con la controparte palestinese?
La domanda stessa può sembrare provocatoria, ma è inevitabile. Del Dna della stampa italiana – ahimé tutta, di destra e di sinistra, sportiva, economica o generalista, locale o nazionale, cattolica, laica o comunista – fa parte la ferma decisione di evitare che degli stupidi fatti possano turbare le proprie convinzioni. Sicché al posto delle cronache vi sono dietrologie o ricostruzioni fantastiche, le interviste si dividono in prese in giro (di avversari) e esaltazioni (di amici), il genere dominante è l'omelia o il volantino di mobilitazione, lo scoop più ambito è il pettegolezzo sessuale infamante. In questa situazione, è difficile anche solo immaginare che un tema caldo, controverso e oggetto di pesanti pregiudizi politici come Israele si sottragga a questa logica diciamo schmittiana della scelta fra amico e nemico.
E infatti la risposta alla domanda su chi parla per Israele è del tutto sconfortante.
Nessuno ovviamente sui giornali della sinistra più o meno estrema: nessuno su Liberazione, Manifesto, Terra, Il fatto quotidiano (a parte singola qualche presa di posizione di Furio Colombo) ma anche nessuno o quasi sull'Unità (non certo Moni Ovadia) e nessuno su Repubblica (non certo Gad Lerner, semmai in qualche accenno lo fa nelle sue rare apparizioni Adriano Sofri). Le cronache del Corriere e della Stampa sono certamente meno prevenute, in particolare per merito di qualche giornalista che fa le sue cronache con equilibrio; la redazione in genere con la titolazione e la scelta delle immagini è chiaramente su una posizione antisraeliana, in particolare per quanto riguarda il sito web del Corriere.
Dei giornali cattolici ho già dato conto in un altroarticolo di questa serie: se oggi è indubbiamente presente sulle loro pagine simpatia per l'ebraismo inteso come religione e come cultura, questa simpatia non si estende certamente allo stato ebraico, che viene per lo più dipinto come aggressivo, oppressivo, nemico della pace.
I giornali di partito o di corrente naturalmente seguono la linea della fazione politica che appoggiano, per lo più antipatizzante Europa e (con qualche notevole eccezione), più neutrali Opinione, Avanti, Secolo d'Italia, Il riformista, dove le posizioni dipendono soprattutto da chi scrive
Decisamente filosiaraeliani sono organi come La voce repubblicana.
  Questo schema dei quotidiani nazionali si riproduce anche in provincia, dove i giornali locali, se non fanno direttamente parte di una catena nazionale, riprendono comunque gli atteggiamenti fondamentali degli organi nazionali cui si sentono vicini, almeno in politica nazionale e soprattutto internazionale.
Dal ragionamento fatto finora restano esclusi tre giornali in cui si concentrano la maggior parte degli interventi d'appoggio a Israele.
Può far piacere o no, ma sono tutti e tre giornali di destra, che sono schierati per l'impresa politica di Berlusconi e il suo governo attuali:
Il Foglio, Libero, Il Giornale. Anche in questi quotidiani le posizioni non sono certo unanimi (basta pensare a Luigi Santambrogio su Libero), ma la posizione dominante vi è evidentemente sensibile alle ragioni di Israele, ne capisce le difficoltà, non si ferma ai luoghi comuni diffusi dalla propaganda filopalestinese. Si tratta comunque di una minoranza molto ridotta, non solo nel numero delle testate, ma anche in termini di tiratura: meno del 10 per cento della diffusione complessiva dei giornali italiani. Anche i giornalisti che si impegnano in prima persona in uno sguardo non pregiudiziale sul conflitto mediorientale sono pochi, sia in termini numerici che per i pezzi che pubblicano. Quella che segue non può essere una lista esaustiva, mi scuso con quelli che ho tralasciato, ma può servire per avere un'idea della limitatezza del campo pro-israeliano nella stampa italiana e rendere merito a tutti quelli che ne fanno parte. Il ruolo in cui è più facile distinguere le posizioni e individuare gli orientamenti è quello dell'editorialista, dell'opinionista, dell'analista.
La più nota e autorevole oggi in questo ruolo è certamente Fiamma Nirenstein che è anche la più prolifica, con 67 pezzi pubblicati l'ultimo anno (prevalentemente sul Giornale) censiti dalla nostra rassegna stampa.
La segue in ordine di frequenza nella scrittura Angelo Pezzana su Libero con 44 articoli. E' assai attivo anche Aldo Chiarle pure lui con 44 pubblicazioni, anche se su un giornale poco diffuso come L'avanti. Scrive meno, da quando è impegnato all'estero, Emanuele Ottolenghi con 15 interventi pubblicati. Editorialista certamente amico di Israele è Peppino Calderola con 14 pezzi. Ormai sono quasi assenti Magdi Allam con 2, Giuliano Ferrara con 5, Enzo Bettiza con 3. Ma il primo è deputato europeo e ha rinunciato al giornalismo, il secondo dirige Il Foglio e gli andrebbero attribuiti molti degli interventi non firmati o siglati dal famoso elefantino che il meccanismo di indicizzazione della rassegna non registra, il terzo scrive solo occasionalmente.
E, a proposito di giornalisti amici di Israele la cui firma appare ormai raramente sui giornali, la rassegna non ha raccolto articoli di Mario Pirani né di Piero Ostellino. Non è segnalato neppure Piero Minerbi, che pure ha pubblicato articoli interessanti, però soprattutto in rete.
Nella categoria degli editorialisti va citato anche Pierluigi Battista, castigatore di luoghi comuni e di idee correnti, che è citato 16 volte l'ultimo anno nella rassegna.
Nella categoria degli editorialisti o analisti va certamente annoverato
R.A. Segre, che nell'ultimo anno ha pubblicato 16 delle sue analisi interessanti e anticonvenzionali, soprattutto sul Giornale.
Fra gli analisti ebrei un posto di rilievo va dato a Giorgio Israel (27 articoli). Alessandro Schwed ha qualche volta (3, per la rassegna) usato le sue doti letterarie per esprimere sentimenti profondamente condivisi nel mondo ebraico.
Un gruppo un po' diverso è quello di chi fa giornalismo d'inchiesta su temi come l'antisemitismo, l'islamismo radicale, il terrorismo. Qui vanno citati innanzitutto Giulio Meotti con 53 pezzi pubblicati l'anno scorso, il frutto di un lavoro originale e coraggioso. Ma anche Carlo Panella con i suoi 45 pezzi e Dimitri Buffa con i suoi 28 hanno contribuito in maniera importante a far luce sulle sfaccettature e le complessità della situazione mediorientale e della posizione del mondo ebraico.
Più difficile è fare l'elenco dei cronisti veri e propri, corrispondenti o inviati che siano, anche perché il buon cronista si sforza di non prendere posizione.
Citerò solo sulla Stampa Maurizio Molinari con 58 articoli e Aldo Baquis anche lui con 58 Guido Olimpio sul Corriere con 38 e Gian Micalessin sul Giornale con 36.
Da questo breve resoconto sono esclusi per forza di cose o piuttosto di spazio le cronache culturali e gli interventi on line (ma non si può non nominare in questo contesto "Informazione Corretta"). Come si vede, chi parla per Israele sui giornali italiani è talmente minoranza da superare di poco la dozzina.
Tanto più bisogna apprezzarli e considerarli amici preziosi.
Ugo Volli

 




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26 settembre 2010

“EUROPA: L’ESTREMA DESTRA LA NUOVA DIREZIONE DEGLI STATI

Solo qualche settimana fa il Movimento Neofascista Jobbik con il 16,7% dei voti è entrato per la prima volta nel Parlamento ungherese conquistando ben 48 seggi. Questo è l'ultimo indizio di un comportamento elettorale sempre più generalizzato a livello europeo che premia le correnti ultra-nazionaliste di destra, le quali rappresentano una vera e propria "terza via" in contrapposizione alla classica dicotomia destra-sinistra.

La galassia delle correnti nazionaliste nei singoli Paesi dell'Europa è vastissima, molte di esse rappresentano partiti che formano coalizioni di governo. Dal bacino del Mediterraneo fino al nord dell'Europa il panorama non sembra essere poi tanto differente.

Svezia, in Parlamento entra l’estrema destra xenofoba. I democratici svedesi di Jimmi Akesson con il 5,7% conquistano 20 seggi. Sconfitto il centro sinistra. Nella piccola isola di Malta opera il Partito Nazionalista, partito di Governo dal 2008, con un programma fortemente incentrato sulla prevenzione dell'immigrazione e comportamenti che più volte sono stati oggetto di controllo da parte dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite. In Portogallo il Partito Nazionalista Rinnovatore si è contraddistinto perché alcuni suoi rappresentanti sono stati accusati e processati per aver condotto azioni filo-naziste. Spostando lo sguardo oltre le Alpi troviamo in Francia il Fronte Nazionale di Le Pen che ha ottenuto nelle regionali del marzo scorso più dell'8% a livello nazionale con punte che arrivano addirittura al 20% in alcune regioni del sud e del nord del Paese. In Austria ben due partiti di estrema destra sono rappresentati in Parlamento: il Partito della Libertà Austriaco e la Lega per il Futuro dell'Austria, il partito che fu di Haider. Insieme raggiungono la non trascurabile quota del 28% frutto dei voti di un elettorato favorevole a una politica contraria all'Unione Europea, al diritto di asilo, all'entrata della Turchia in Europa e all'omosessualità. Analogo è il discorso per il Partito Nazionaldemocratico Tedesco ben rappresentato soprattutto in Sassonia; l'Orgoglio Fiammingo in Belgio; il Partito per la Libertà di Wilders in Olanda.

Anche nell'Europa che fu del blocco sovietico il rigurgito nazionalista è molto forte. In Bulgaria il Partito d'Unione Attacco Nazionale, che persegue politiche tipicamente ultra-nazionaliste, ha raggiunto nelle Europee del 2009 il 12% dei voti. In Romania è presente il Partito della Grande Romania mentre in Ungheria, come già accennato, il Movimento Neofascista Jobbik è per la prima volta rappresentato in Parlamento affermandosi il terzo partito del Paese con il 16,7%. In Slovacchia il Partito Nazionale Slovacco è al Governo dal 2006 all'interno di una coalizione addirittura di centro-sinistra, mentre in Croazia e Serbia sono ben due i partiti di destra estrema che nutrono ambizioni di governo: rispettivamente il Partito della Destra Croata e il Partito Radicale Serbo.

Nel nord dell'Europa, in Gran Bretagna il Partito Nazionalistico Britannico ha ottenuto nelle recenti elezioni europee il 6% di voti e due deputati europei.  In Scandinavia i discorsi sul pericolo dell'Islam e degli immigrati musulmani sono molto efficaci, infatti il Partito del Popolo Danese è un alleato indispensabile del Governo liberal-conservatore; il Partito del Progresso, neofascista sulle ceneri del pensiero di Quisling, è il secondo partito in Norvegia.

Fatte salve le dovute differenze geografiche e culturali che contraddistinguono il dna di tali gruppi politici, emergono tuttavia delle peculiarità di base che possono ricondurre il loro credo a idee abbastanza comuni. L'estrema destra, specie quella di ispirazione neofascista, ha tra i suoi programmi principali il superamento del liberismo e la guerra alla globalizzazione, argomenti che per certi versi li accomuna all'estrema sinistra e ai movimenti cattolici di base.

I partiti nazionalistici di vecchia data, dopo aver operato una revisione ideologica nella seconda metà degli anni Ottanta, hanno cominciato a sostenere la xenofobia come scudo in difesa della propria comunità etnica, in questo senso si possono leggere gli exploit di fazioni di destra estrema in Belgio e Olanda. Condividono modalità d'azione violenta, soprattutto contro tutti colori che appaiono diversi, la riscoperta dell'identità nazionale e il blocco delle immigrazioni. L'economia è un altro dei punti nodali. Non a caso, insistono molto sulle sinergie economiche le destre estreme dei Paesi scandinavi o quelle dell'Austria. Combattono per le privatizzazioni a tappeto, il disimpegno dello Stato dai settori produttivi, la riduzione dei dipendenti pubblici, l'alleggerimento dello Stato sociale, l'abbattimento delle tasse, il federalismo economico su base etnica e contro i contributi alle famiglie multiculturali. La forza di questi argomenti sta nel saper dosare cautamente temi liberisti e nazionalisti usando come veicolo un linguaggio retorico, ma semplice, capace di produrre il massimo effetto per il partito  in Olanda o in Austria. Il raggiungimento di una sorta di personalizzazione della politica è l'effetto più eclatante di questo genere di politica.

I nuovi partiti di estrema destra, quelli nati negli anni Novanta, esprimono invece l'insofferenza verso alcuni aspetti della modernità, come ad esempio il pluralismo culturale, raccogliendo consensi traversali ed esercitando una forte attrazione fra i ceti popolari, poiché riescono a dare risposte in termini di identità e di valori a crisi economiche e interessi mondiali. È il caso del partito di Jobbik in Ungheria, un partito che raccoglie gli scontenti in modo trasversale tra tutte le classi sociali, tra chi è deluso dall'Europa unita, chi dal Governo in generale e chi teme che il proprio Stato possa essere invaso dai capitali di gente straniera senza scrupoli.

Le nuove destre estremiste europee sono realtà in evoluzione, seguono molto spesso un doppio movimento nel tentativo di uscire dalla marginalità e allo stesso tempo assumere un ruolo politico di utilità generale, cercando di influenzare la cultura conservatrice classica e sotterrare quella socialdemocratica. I vuoti a livello politico sono colmati proprio dalle destre estreme, i risultati politici dei singoli Stati europei sono una spiegazione abbastanza chiara di questo fenomeno politico.

Probabilmente oggi il successo delle forze elettorali di estrema destra in Europa è legato proprio alla loro capacità di superare la dicotomia classica destra e sinistra e soprattutto di portare avanti una costante azione di adeguamento nei confronti della società in cui operano cavalcando le tensioni sociali.

ERCOLINA  MILANESI




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26 settembre 2010

RAMADAN Bilancio del mese sacro alla sottomissione (=Islam)

 

RISULTATI del Ramadan

di questo anno, appena concluso
 

Ramadan 2010

Nel nome della Religione
di Pace

contemporaneamente  Nel nome di tutte le altre  
Religioni

Attacchi Terroristici

226

1

Morti


1028

1

Tammy Madden McKee

 Traduzione a cura di Marcus Prometheus dal sito
thereligionofpeace.com

Diffusione liberissima, citando la fonte
 




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26 settembre 2010

La bellezza del multikulti


 
Adesso cercano una nuova elementare. "Ma siamo preoccupati per i bimbi arabi: come impareranno la nostra lingua se restano tra loro? Credevamo in questa scuola nella integrazione, nello scambio di culture. Siamo stati ingenui ma le istituzioni non possono esserlo". A parlare è Giada Zaini, 33 anni. "Lui in quella classe non vuole più andare. Piange, dice che si sente diverso, che i suoi compagni fra loro parlano arabo e lui non capisce". Loris ha 6 anni ed era uno dei due bambini italiani iscritti nell'unica classe prima delle elementari di via Paravia, assieme a 19 compagni stranieri, quasi tutti nordafricani.

 
"Il nostro è stato un esperimento fallito e se ci penso mi sento in colpa con Loris", dice ora mamma Giada, che lo aveva portato in quella scuola di proposito, di modo che potesse stare con alcuni suoi compagni dell'asilo. Ragazzini stranieri, ovviamente, a cui il piccolo è affezionato. Ma una volta entrato in aula "ha capito che lì lo straniero era lui" spiega il papà, Massimiliano Casali, 33 anni, allenatore di cavalli da corsa. Da due giorni Giada e Massimiliano fanno il giro delle scuole del quartiere, chiedendo di potere iscrivere il figlio in una classe "dove ci siano almeno un po' di italiani". L'impatto è stato brutale. "Il primo giorno di lezioni - racconta la mamma - sono entrata nell'aula e avrei voluto fotografare i bambini, tutti insieme. Alcuni genitori, forse egiziani, me lo hanno impedito in modo brusco. Mi hanno detto che non mi sarei dovuta permettere di fotografare i loro figli, e che avrei dovuto inquadrare mio figlio da solo al banco". Convinta che "fra italiani e stranieri non c'è differenza e l'integrazione è importante", si aspettava un benvenuto diverso.

 
Per iscrivere Loris nella "scuola ghetto" di via Paravia aveva dovuto bisticciare con Mara, la suocera, che l'aveva messa in guardia: "Una scuola senza italiani è una cosa fuori dal mondo". Giada ha tenuto duro. Pensava che il fatto di avere in classe un paio di amichetti sarebbe stato più importante rispetto alla nazionalità dei compagni. Ma alla prova dei fatti si è dovuta ricredere. Se l'episodio della fotografia ha fatto vacillare la convinzione multiculturale della mamma, il papà ha capito in quale situazione era finito suo figlio quando ha chiesto alla preside di iscrivere il bambino all'ora di religione. "Non sono cattolico praticante - racconta - ma mi sarebbe piaciuto che Loris la frequentasse. Sua nonna ci tiene, e il cattolicesimo è una parte importante della nostra cultura. La preside mi ha spiegato che però rischiava di ritrovarsi solo in classe, dal momento che tutti gli altri bambini avrebbero probabilmente scelto l'ora alternativa". Tornato a casa la sera, arrabbiato e deluso, ha dovuto consolare il figlio in lacrime, diverso perché italiano. Ed è finita così l'avventura dei genitori di Loris, la cui buona volontà di integrazione si è schiantata contro il disastro dell'amministrazione. E lo stesso destino subirà l'altra bimba italiana della classe: i suoi genitori stanno cercando un'altra scuola.

 
In via Paravia ci sarà quindi una prima elementare composta solo da bambini stranieri, una classe che in realtà non dovrebbe esistere. Il ministro Gelmini ha infatti varato un regolamento che prevede il tetto del 30 per cento per gli stranieri in ogni classe, per mettere fine "alle scuole ghetto". Peccato che, a forza di deroghe, in Lombardia il principio non sia stato applicato in nessuna delle 129 scuole che sforavano il tetto. Oltre a via Paravia ci sono molte altre classi dove gli italiani sono minoranza. Alle medie di via General Govone, ad esempio, è italiano uno studente su tre: il famoso 30 per cento, ma al contrario.

 
"Adesso la nostra unica preoccupazione è trovare una nuova scuola per Loris - dice Giada - siamo stati ingenui, ma le istituzioni non possono esserlo. Lo dico anche per i bimbi stranieri: come potranno imparare bene l'italiano se non lo parlano nemmeno fra di loro?". Il direttore scolastico regionale Giuseppe Colosio, a cui Giada e Massimiliano hanno scritto ieri per raccontare la loro vicenda, da un anno e mezzo promette che "presto l'inaccettabile situazione di via Paravia sarà affrontata". Per ora di concreto c'è la convocazione di una riunione con la preside Agnese Banfi, in programma domani "per chiedere spiegazioni".
 




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26 settembre 2010

Cisgiordania: pena di morte per chi vende terre a Israele

Palestina (Palestina?! Mah…): pena di morte per chi vende terre a Israele

di Daniele Cardetta

Ramallah, 20 Sett 2010 – Un tribunale della Cisgiordania ha recentemente stabilito, almeno stando a quanto riportato dall’agenzia palestinese Maan, che vendere terreni palestinesi a israeliani è un reato vero e proprio punibile con la pena capitale. La notizia è significativa in quanto il giudice Tàet at-Twil ha fatto passare il concetto per cui non solo la vendita effettiva di terreni, ma anche il semplice tentativo di aprire una trattativa con cittadini israeliani, costituirebbe un reato penale che potrebbe portare all’applicazione di pene severe, fino ad arrivare anche alla pena capitale.

Ovviamente la questione ha subito sollevato un polverone, reso ancora più grave per via della situazione “calda” che si respira in Medio Oriente negli ultimi tempi. La Procura generale palestinese ha deciso di chiarire che la decisione presa dal giudice rappresenta niente di meno che «un consolidamento di un principio giuridico preesistente che mira a proteggere il progetto nazionale palestinese di costituire uno Stato indipendente».

Quello della vendita della terra ai cittadini israeliani è un problema molto sentito dalla comunità palestinese, la quale la considera come un vero e proprio tradimento al punto che, già lo scorso anno, un uomo era stato condannato a morte perché colpevole di aver venduto a una società israeliana un terreno locato nei pressi di un villaggio di Beit Ummar, nella parte nord-occidentale di Hebron.

Va però precisato che in Cisgiordania le pene capitali non vengono però attuate in quanto il presidente Mahmoud Abbas non avrebbe mai rilasciato la sua autorizzazione ufficiale necessaria per porle in atto.

Fonte: nuovasocieta




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26 settembre 2010

Una foto che meriterebbe maggior attenzione…

IDF soldier focus on israel

Take a good hard look at this photo. The caption reads: “IDF soldier provides water to one of the terrorist who were captured on their way to carry out a bombing in Israel”

The facts: there were 5 of them. 2 were carrying explosive belts. There was a further 17 kilograms of TNT in the trunk of their car.

In my opinion, it is deserving of a Pulitzer Prize, because it captures the complete essence of behavior of IDF soldiers throughout Operation Defensive Shield. These are the kind of soldiers who captured Jenin. These are the kinds of soldiers who still around che Church of the Nativity in Bethlehem. These are the kinds of soldiers who surrounded the Muk’ata in Ramallah until last night, and cleaned it up before departing. Take a good hard look at this photo. And be proud!!!

FOCUS ON ISRAEL
 




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25 settembre 2010

Nessuna differenza tra stato e religione, ecco l'islam

L'analisi di Christian Rocca

Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 25 settembre 2010
Pagina: 17
Autore: Christian Rocca
Titolo: «Non c'è soltanto il caso di Sekineh»

 Sul SOLE24ORE di oggi, 25/09/2010, a pag. 17, con il titolo "Non c'è soltanto il caso di Sakineh", Chirstian Rocca analizza il caso islam, che si caratterizza per la mancanza di distinzione tra stato e religione. Il risultanto non può che essere una dittatura teocratica.
Ecco l'articolo:


Christian Rocca

 
 
 
Il mondo si commuove giustamente per Sakineh, la donna iraniana condannata alla lapidazione dal regime islamico di Teheran. Ma i casi di ordinaria crudeltà in nome dell'Islam non scuotono quasi mai le coscienze occidentali. Qualche settimana fa un giudice saudita ha chiesto a numerosi ospedali del regno se fossero in grado di menomare, danneggiare, spaccare il midollo spinale di un imputato condannato per aver attaccato un altro uomo, paralizzandolo. La pena comminata dal giudice saudita è stata l'occhio per occhio. La fonte di tale barbarie è la legge islamica, la sharia. Uno degli ospedali sauditi, a Tabuk, ha detto di sì, ma il giudice compassionevole sta ancora cercando «una struttura più specializzata per condurre l'operazione».

Thomas Friedman ha scritto sul New York Times di A precious life, un documentario di un giornalista israeliano che racconta l'incredibile storia di Mohammed Abu Mustafa, un bambino palestinese di 4 mesi affetto da una rarissima malattia. Il giornalista aveva lanciato un appello alla tv israeliana per raccogliere i 55mila dollari necessari al trapianto di midollo osseo del neonato di Gaza. Un cittadino israeliano, il cui figlio è stato ucciso nella guerra contro gli arabi, ha donato la somma e il bambino è stato curato da un chirurgo che a un certo punto ha dovuto lasciare l'ospedale per andare in guerra proprio a Gaza. Raida, la madre del bambino, è stata criticata e insultata dai suoi vicini per aver accettato le cure in Israele. Invece di ignorare le ingiurie, la mamma del bimbo ha detto al documentarista di sperare che suo figlio diventi un martire, un uomo bomba, un assassino che muore suicida per conquistare Gerusalemme.

Alle Nazioni Unite Barack Obama invita al dialogo, mostra la faccia buona dell'Occidente, tende la mano al mondo musulmano, ma finora dagli ayatollah iraniani ha ricevuto un pugno serrato. Nel suo nuovo libro Faith and Power, appena uscito in America, Bernard Lewis è meno ottimista del presidente. Il 94enne Lewis è il più importante studioso occidentale di Islam, professore onorario a Princeton e autore di numerosi saggi sull'argomento. Il nuovo libro spiega l'intreccio tra fede e potere, tra religione e politica, in Medio Oriente e nel mondo islamico. Il concetto di separazione tra stato e chiesa nell'Islam non esiste, scrive Lewis. «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» è il principio chiave del pensiero e della pratica cristiana.

Nel Cristianesimo ci sono due autorità, Dio e Cesare, la Chiesa e lo Stato. Nell'Islam fino a poco tempo fa non c'era distinzione tra le due istituzioni. In arabo non esistono le parole "laico" ed "ecclesiastico", "sacro" e "profano", "spirituale" e "temporale" perché, spiega Lewis, la dicotomia che esprimono, profondamente radicata nel pensiero cristiano, è rimasta sconosciuta fino a tempi relativamente recenti e ci è arrivata come prodotto di un'influenza esterna.

L'ebraismo si fonda su Mosè che ha liberato il suo popolo, ma il profeta non è riuscito a entrare nella Terra promessa. Cristo è morto sulla Croce e i suoi seguaci sono stati perseguitati per secoli fino alla conversione di un imperatore romano. Maometto, invece, profeta e fondatore dell'Islam, è morto da generale vittorioso e da capo di uno stato che in poco tempo si è trasformato in un impero. Da comandante in capo del mondo islamico, Maometto guidava eserciti, dichiarava le guerre e siglava la pace, imponeva le tasse e raccoglieva le imposte, stabiliva le leggi e le faceva applicare. Nella tradizione islamica, religione e stato sono la stessa identica cosa. Potere e fede non sono scindibili, a differenza delle altre religioni abramitiche.

Il Cristianesimo è cresciuto nel momento del crollo di un impero. La Chiesa ha dovuto creare le sue istituzioni per far fronte al declino di Roma. L'Islam, invece, è prosperato come collante e base di un vasto impero fondato sui suoi principi. Nel mondo cristiano il potere di governo proviene dal popolo o, nel caso delle monarchie, dal legame dinastico. Nell'Islam arriva direttamente da Dio. Il capo di governo nel mondo islamico è anche l'autorità religiosa. Le leggi sono volontà di Dio. Rispettarle diventa un obbligo religioso. La disobbedienza è un peccato, non solo un crimine.

I fondamentalisti islamici non esistono, spiega Lewis. Il concetto di fondamentalismo è cristiano. È un concetto nato negli Stati Uniti per definire le chiese che si differenziavano dal mainstream protestante per una maggiore obbedienza alla letteralità dei testi sacri, senza la mediazione di una casta ecclesiastica. Nell'Islam su questo non c'è discussione: tutti, moderati ed estremisti, credono, praticano e accettano la divinità del testo coranico. Il Corano è la parola di Dio, è stato scritto direttamente da Maometto su dettatura di Allah. In alcuni stati islamici, come Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Yemen e Emirati, la sharia è la fonte primaria delle leggi. In altri paesi musulmani è vietato approvare leggi contrarie ai principi fondamentali dell'Islam. In Iran, una bambina di 9 anni può essere data in sposa. Nove anni. Non è stupro, perché è l'età di Aisha quando sposò il cinquantenne Maometto.

Il paradosso è che tra tutte le civiltà non occidentali, dice Lewis, il mondo musulmano è quello che offre le migliori prospettive per l'affermazione di una società libera e democratica di modello occidentale. Storicamente, culturalmente e religiosamente, scrive lo studioso, l'Islam condivide molti elementi con la tradizione giudaico-cristiana e greco-romana alla base della civiltà occidentale. Ma dal punto di visto politico, le prospettive liberaldemocratiche non sono incoraggianti, visto che dei 47 paesi della Conferenza islamica internazionale soltanto la Turchia, a fatica, può essere definita una democrazia di tipo occidentale. «O gli portiamo la libertà o ci distruggeranno», conclude Bernard Lewis.
 

letterealsole@ilsole24ore.com
 




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25 settembre 2010

Israele celebra Sukkot e non va all'Onu ad ascoltare Obama e Ahmadinejad

Quotidiano comunista ed ex sono convinti, a torto, che sia un boicottaggio

Testata:L'Unità - Il Manifesto
Autore: Umberto De Giovannangeli - Matteo Bosco Bortolaso
Titolo: «Obama spinge per la Palestina. All’Onu vuote le sedie di Israele - 'Fermare le colonie' e porte aperte all’Iran»

Riportiamo dall'UNITA' di oggi, 24/09/2010, a pag. 24, l'articolo di Umberto De Giovannangeli dal titolo " Obama spinge per la Palestina. All’Onu vuote le sedie di Israele ". Dal MANIFESTO, a pag. 9, l'articolo di Matteo Bosco Bortolaso dal titolo "  'Fermare le colonie' e porte aperte all’Iran ".

L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " Obama spinge per la Palestina. All’Onu vuote le sedie di Israele "


Obama all'Onu

Il titolo del pezzo è scorretto, mette in relazione due cose che non sono collegate tra loro: il discorso di Obama all'Onu in favore della nascita di uno Stato palestinese e l'assenza della delegazione israeliana.
Israele non era presente in aula per via delle celebrazioni di Sukkot, non in spregio alle parole di Obama.
Udg è convinto del contrario e scrive : "
A guidare la delegazione israeliana è il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, capofila dei falchi nel Governo dello Stato ebraico. Ma Israele nega qualsiasi boicottaggio del discorso del presidente Usa". Il fatto che a guidare la delegazione sia Avigdor Lieberman non cambia la sostanza. Israele non era presente per la festività di Sukkot, niente a che vedere col presunto boicottaggio di Obama.
Udg scrive "
Il «giallo delle sedie vuote » cade nel giorno in cui della pubblicazione del rapporto della Commissione d’inchiesta del Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, che ha indagato sull’arrembaggio alla nave turca «MaviMarmara » che provocò la morte di nove persone.". Non c'è nessun giallo delle sedie vuote. In ogni caso, dalla commissione Onu per i diritti umani, quella presieduta da Navy Pillay, non c'era da aspettarsi nulla di diverso da una condanna di Israele per gli avvenimenti della flottiglia. I passeggeri vengono definiti 'pacifisti' o 'attivisti', ma non si fa mai riferimento al fatto che erano armati, avevano assalito i miitari israeliani, che non hanno potuto comportarsi diversamente da come è avvenuto,  e intenzionati a raggiungere Hamas.
Ecco l'articolo:

Barack Obama lancia dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite un messaggio politico. Che dà sostanza al «Nuovo Inizio» evocato dal presidente Usa nel suo discorso all’Università del Cairo. Obama rilancia. Se ci sarà un accordo di pace in Medio Oriente nei prossimi mesi, «quando torneremo qui l’anno prossimo potremmo avere un accordo che ci porterà uno nuovo membro delle Nazioni Unite: uno Stato indipendente di Palestina, che vive in pace con Israele», rimarca Obama prendendo la parola al Palazzo di Vetro in occasione della 65ma Assemblea Generale dell’Onu.
APPOGGIO ALL’ANP
«Non vi sbagliate: il coraggio di un uomocomeil presidente (dell’Autorità Nazionale Palestinese)AbuMazen, che difende il suo popolo di fronte al mondo, è decisamente più grande di coloro lanciano razzi contro donne e bambini innocenti», scandisce l’inquilino della Casa Bianca ribadendo il suo pieno appoggio alla leadership di Mahmud il moderato. «Mapensate per un attimo all’alternativa – prosegue Obama nel suo ragionamento - se non c’è un accordo, i palestinesi non conosceranno mai l’orgoglio e la dignità che conferisce uno Stato». Mentre «gli israeliani non conosceranno mai la certezza e il senso di sicurezza chepuò dare unvicino sovrano e stabile,che si è impegnato seriamente per una convivenza pacifica». La certezza di Obamaè una sola: se il suo tentativo fallisce, bisognerà aspettare la prossima generazione per sperare di negoziare di nuovo. Per questo, il presidente americano si rivolge, in particolare, ai Paesi arabi perché facciano di più per sostenere concretamente una pace che finora hanno solo auspicato a parole. «In questa sala molti di voi si definiscono amici dei palestinesi - afferma l’inquilino della Casa Bianca - alle parole ora devono seguire i fatti». Chi appoggia l’esistenza di unaPalestina indipendente, «deve smettere di tentare di distruggere Israele». Secondo l’inquilino della Casa Bianca, «i tentativi di minacciare o uccidere israeliani non gioveranno in nulla al popolo palestinese, perché il massacro di israeliani innocenti non è resistenza, è ingiustizia». Obama afferma inoltre che «coloro che hanno sottoscritto l’Iniziativa di pace araba (presentata a Riad nel 2003, ndr) dovrebbero cogliere quest’opportunità di metterla in pratica, specificando e dimostrando nei fatti la normalizzazione che essa ha promesso a Israele». Inoltre, «coloro che prendono posizione per l’autogoverno palestinese dovrebbero sostenere i palestinesi con il loro appoggio politico e finanziario e, così facendo, aiutare i palestinesi a costruire le istituzioni del loro Stato». Obama chiede anche a Israele di estendere la moratoria della costruzione di insediamenti nei Territori occupati, incontrando subito il favore di Abu Mazen. Sulla questione Iran, Obama ha ribadito che «la porta resta aperta alla diplomazia se Teheran deciderà di varcare tale soglia »’. Ma il governo iraniano «deve dimostrare almondogli scopi pacifici del suo programma nucleare»’. Obama ha poi confermato che tutte le truppe Usa lasceranno l’Iraq entro l’anno prossimo mentre il ritiro dall’Afghanistan scatterà nel luglio 2011. La distruzione di Al Qaeda resta un’altra priorità del presidente Usa. Ad ascoltare Obama, al Palazzo di Vetro,non c’è la delegazione d’Israele. Generalmente, anche in caso di boicottaggio, un funzionario di basso livello ascolta l’intervento in questione. IL FALCO LIEBERMAN
A guidare la delegazione israeliana è il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, capofila dei falchi nel Governo dello Stato ebraico. Ma Israele nega qualsiasi boicottaggio del discorso del presidente Usa. Rispondendo ad una domanda, una portavoce della missione israeliana, Karean Perez, ha indicato: «No, non c’e’ stato nessun boicottaggio. Sukkot, iniziata ieri sera (mercoledì ndr) , è una festa sacra e oggi (ieri, ndr) non ci siamo.Domani(oggi) saremo presenti, e avevamo avvertito. All’Onu lo sanno». Il «giallo delle sedie vuote » cade nel giorno in cui della pubblicazione del rapporto della Commissione d’inchiesta del Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, che ha indagato sull’arrembaggio alla nave turca «MaviMarmara » che provocò la morte di nove persone. Secondo il rapporto, la Marina militare israeliana è responsabile di «gravi violazioni dei diritti umani» ed ha fatto ricorso a una «brutalità inaccettabile» durante il blitz del 31 maggio scorso contro la flottiglia di aiuti umanitari diretta alla Striscia di Gaza.

Il MANIFESTO - Matteo Bosco Bortolaso : " 'Fermare le colonie' e porte aperte all’Iran "

"Il presidente, per la seconda volta all’Onu da quando è stato eletto, ha allungato la mano verso Israele e Iran, in maniera ovviamente diversa, anche se la risposta, in entrambi i casi, potrebbe essere la stessa: un semplice no, oppure il silenzio. ". Bosco Bortolaso mette sullo stesso piano Iran e Israele. Obama tende la mano a entrambi nello stesso modo, sono uguali ?
Per Bosco Bortolaso sì. E' evidente il contrario, da una parte una dittatura islamica criminale, dall'altra l'unica democrazia mediorientale, ma il quotidiano comunista non si è mai distinto per correttezza nei confronti di Israele.
Anche Bosco Bortolaso crede che l'assenza della delegazione israeliana all'Onu sia una forma di boicottaggio e scrive : "
Ad essere assenti ieri all’Onu, invece, erano gli israeliani. Il loro banco in Assemblea, prima e dopo il discorso di Obama, era vuoto. Boicottaggio? (...) Sgarbo o meno, Israele non ha partecipato ai lavori di ieri, e lo ha fatto perché al governo sono presenti politici particolarmente attenti a seguire i dettami religiosi. ". Bosco Bortolaso non usa gli stessi termini per definire la teocrazia iraniana, però. I politici israeliani che festeggiano Sukkot e non vanno all'Onu sono fanatici religiosi. Lo sono anche i redattori del Manifesto che il giorno di Natale non scrivono articoli per il loro quotidiano che, il 26/12 (come tutti i quotidiani italiani) non esce per permettere loro di festeggiare il giorno prima?
In ogni caso, non è Israele la dittatura religiosa con un programma nucleare aggressivo nei confronti di altri Paesi nella zona e a lanciare fatwe mortali su chi scrive libri non sufficientemente conformi al Corano.
Ecco l'articolo:

Le sedie vuote di Israele. La presenza ingombrante del presidente dell’Iran, Mahmud Ahmadinejad. E in mezzo gli Stati Uniti di Barack Obama. Dopo la tre giorni sugli Obiettivi del Millennio, ieri il dibattito dell’Assemblea Generale dell’Onu si è aperto con tutti gli occhi puntati verso il Medio Oriente. Obama ha dedicato il cuore del suo intervento alla regione martoriata da decenni di scontri. Il presidente, per la seconda volta all’Onu da quando è stato eletto, ha allungato la mano verso Israele e Iran, in maniera ovviamente diversa, anche se la risposta, in entrambi i casi, potrebbe essere la stessa: un semplice no, oppure il silenzio. Il leader degli Stati Uniti ha rinnovato la richiesta di estendere la parziale moratoria degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per aprire la strada alla pace con i palestinesi. Tre settimane fa, con la benedizione della Casa Bianca, sono iniziate le trattative dirette. Lo scetticismo è parecchio, e lo stesso Obama ne ha preso atto, sperando comunque che «quest’anno sia differente». È comunque difficile sperare che verrà seguito l’appello presidenziale ad «approfittare di questa opportunità, non farla scivolare via». Israele non sembra voler cooperare sul nodo centrale degli insediamenti. La moratoria potrebbe finire tra poco, il 30 settembre. Le ruspe dello stato ebraico potrebbero tornare in azione, costruire nuove abitazioni. E i palestinesi potrebbero abbandonare le trattattive. Ad essere assenti ieri all’Onu, invece, erano gli israeliani. Il loro banco in Assemblea, prima e dopo il discorso di Obama, era vuoto. Boicottaggio? No, per la portavoce della rappresentanza diplomatica israeliana, Karean Peretz. “E’ una festa sacra, quella del Sukkot – spiega – abbiamo avvertito gli altri diplomatici alle Nazioni Unite, tutti lo sapevano”. Sgarbo o meno, Israele non ha partecipato ai lavori di ieri, e lo ha fatto perché al governo sono presenti politici particolarmente attenti a seguire i dettami religiosi. Israeliani e palestinesi comunque sembrano aver apprezzato il discorso statunitense, definendolo a caldo «bilanciato ». Ora, per davvero, la palla passa alla diplomazia, che continuerà a tessere le fila lontano dai discorsi ufficiali. La speranza, come ha detto lo stesso Obama, è che l’anno prossimo la Palestina possa essere rappresentata all’Onu come un vero e proprio stato. Al momento ha lo status di osservatore senza potere di voto, e ieri, al banco loro riservato in fondo all’Assemblea, sedevano il presidente Abu Mazen e il ministro degli esteri Riyad al-Malki. Oltre al nodo israelo-palestinese, ha tenuto banco l’Iran. Obama ha detto che, nonostante le sanzioni imposte a Tehran, la «porta rimane aperta per una soluzione diplomatica », ricordando di aver offerto, l’anno scorso, «una mano tesa » al presidente Ahmadinejad (intervenuto all’Onu nella tarda serata di ieri). L’Iran, ha sottolineato Obama, ha «sia diritti sia responsabilità comemembro della comunità internazionale», alcune responsabilità non sono state rispettate: «L’Iran è l’unico membro del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) che non può dimostrare le intenzioni pacifiche del suo programma nucleare». Per questo, ha concluso il presidente, è stata approvata la risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con nuove sanzioni. Il nodo che spesso viene dimenticato è chementre l’Iran aderisce al Tnp, Israele è una potenza atomic non dichiarata ufficialmente né ha mai aderito al Trattato di non prolifezione, rivisto quest’anno all’Onu. Ora i paesi arabi spingono per l’adesione di Israele al Tnp.Ma gli Usa - a proposito di responsabilità, si oppongono.

Per inviare la propria opinione a Unità e Manifesto, cliccare sulle e-mail sottostanti


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25 settembre 2010

E questa ennesima condanna a morte da parte dei tagliagole e tagli lingue non scandalizza nessuno? Allora siamo gia' pronti ad essere dhimmi

Costretta a vivere nascosta per aver disegnato delle vignette su Maometto
Molly Norris condannata a morte da al Awlaki, nell'indifferenza di femministe e firme politicamente corrette

Testata: Corriere della Sera
Data: 24 settembre 2010
Pagina: 17
Autore: Guido Olimpio
Titolo: «Disegnò il profeta Maometto: vive da fantasma protetta dall’Fbi»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 24/09/2010, a pag. 17, l'articolo di Guido Olimpio dal titolo " Disegnò il profeta Maometto: vive da fantasma protetta dall’Fbi ".


Molly Norris

La notizia della fatwa contro Molly Norris era stata diffusa dal FOGLIO il 18/09/2010. Per leggere l'articolo, cliccare sul linkhttp://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=36472

Ecco l'articolo di Guido Olimpio:

WASHINGTON — Il 15 settembre, sul Seattle Weekly, è comparso un breve articolo che cominciava così: «Come avrete notato questa settimana sul giornale non c’è la vignetta di Molly Norris. Questo perché non Molly non c’è più». Poi poche righe per assicurare i lettori. «Grazie al Cielo, è viva e sta bene» ma su richiesta dell’Fbi «sta per diventare un fantasma». Molly deve cambiare nome, città e vivere sotto protezione perché è nel mirino di elementi qaedisti. Contro di lei ha emesso una condanna di morte l’imam Anwar Al Awlaki, l’ispiratore di diversi attentati e oggi guida spirituale dei terroristi yemeniti. Sulla rivista jihadista in inglese Inspire, il predicatore ha emesso il suo parere religioso: «La medicina prescritta dal Messaggero di Allah è l’esecuzione di coloro che sono coinvolti». Poiché Al Awlaki ha molti seguaci negli Stati Uniti — lui stesso è nato in New Mexico ma è di origini yemenite — l’Fbi ha deciso di inserire la donna nel programma protezione.

Ma per quale motivo la vignettista è nel mirino? Tutto ha inizio in primavera quando Molly Norris fa un disegno con riferimenti a Maometto. Un gesto di solidarietà con gli autori della serie «South Park» costretti a cancellare la puntata dove il Profeta vi compariva in costume da orso. Insieme alla vignetta, Molly lancia l’idea del 20 maggio come giorno dove «tutti possono disegnare su Maometto». La proposta corre veloce e in Canada una ragazza di 27 anni apre una pagina Facebook rilanciando il progetto. Arrivano subito le adesioni. Ma anche proteste rabbiose.

La Norris, preoccupata, prende le distanze dal sito. La proposta del 20 maggio era «pura satira» ma è stata distorta — assicura — quindi «chiede scusa ai musulmani». Parole concilianti per chiudere il caso. Invece no. Per gli estremisti è una scintilla per una nuova campagna. In luglio compare la rivista online Inspire, presunto organo di informazione dei qaedisti dello Yemen. Qualcuno ne mette in dubbio l’autenticità, ipotizzando una manovra degli 007. Ma il monito di Al Awlaki è preso sul serio. La maledizione dell’imam, oggi nascosto nello Yemen, fa paura. La Norris, indica ai suoi sostenitori, è un «bersaglio prioritario». E aggiunge: «L’ampio numero di partecipanti (ai nostri progetti, ndr) rende tutto più facile, perché più obiettivi ci sono e più è difficile per le autorità garantire una protezione speciale».

L’antiterrorismo si muove. Le Giubbe rosse canadesi consigliano alla creatrice della pagi na Facebook di chiuderla e di evitare dichiarazioni alla stampa. L’Fbi avvisa Molly Norris, poi in settembre decide di innalzare le contromisure. Per la vignettista sono giorni drammatici. Perché deve letteralmente scomparire, troncare rapporti, cambiare identità e casa. Come ha scritto il direttore del Seattle Weekly sarà come un fantasma. Invisibile, costretta a stare lontano da tutto e da tutti. Oltre allo scudo dei federali per Molly c'e' da segnalare che recentemente un terrorista islamista e' rimasto ferito a Copenaghen dall’esplosione dell’ordigno che stava preparando. Il terrorista fai-da-te voleva spedirlo al Jyllands-Posten, uno dei quotidiani che ha pubblicato i disegni satanici nel 2006. Fallito attacco, preceduto da altri progetti criminali contro i quotidiani, che conferma la memoria lunga degli islamisti.

Potrà un giorno Molly Norris tornare a un’esistenza normale? Ed è revocabile la condanna a morte? Nessuno può garantirle nulla. Quando venne chiesto agli ayatollah iraniani se fosse possibile annullare la fatwa contro lo scrittore Salman Rushdie, risposero: «La freccia è già stata scoccata». Un modo per sostenere che la sentenza ormai è stata emessa e anche un eventuale verdetto contrario non avrebbe effetto su chi cerca vendetta.




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25 settembre 2010

"Per la verità, per Israele": il 7 ottobre in piazza a Roma

PER LA VERITA', PER ISRAELE: IL 7 OTTOBRE IN PIAZZA A ROMA



MANIFESTAZIONE

Giovedì 7 ottobre alle 18:30 al Tempio di Adriano, Piazza di Pietra, Roma

Perché non puoi mancare?

Perché è indispensabile porre fine alla valanga di bugie che ogni giorno si rovescia su Israele.

Perché Israele è l'unico Paese che può essere sicuro di essere attaccato qualsiasi cosa faccia: sia che i suoi atleti partecipino a un torneo, sia che i suoi film concorrano a un festival internazionale, sia che difenda la sua gente da missili e attentati terroristici.

Perché a questa manifestazione giungeranno da tutta Europa politici, intellettuali, giovani che vogliono la verità su Israele.

Basta con il doppio standard:

l’Onu ha dedicato l'80% delle sue condanne soltanto a Israele, mentre dimentica l'Iran che impicca gli omosessuali e lapida le donne, il Darfur, dove si compie in silenzio una strage, la Cina che giustizia col colpo alla nuca.
VIENI per affermare che difendere il diritto di Israele a esistere è una garanzia per la libertà di tutti noi.

Hanno aderito all’iniziativa, fra gli altri: José Maria Aznar, Fiamma Nirenstein, i direttori dei quotidiani "Il Foglio" (Giuliano Ferrara), "Libero" (Maurizio Belpietro), "Il Tempo" (Mario Sechi) e "L'Occidentale" (Giancarlo Loquenzi); il presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici; il cantautore Lucio Dalla; lo scrittore russo Nicolai Lilin; la scienziata e senatrice Rita Levi Montalcini; i giornalisti Toni Capuozzo, Alain Elkann, Carlo Panella, Ernesto Galli Della Loggia; Giorgio Israel; Daniele Scalise; Anita Friedman; Yohanna Arbib; Walter Veltroni; Furio Colombo; Peppino Caldarola; Francesco Rutelli; Italo Bocchio; Benedetto Della Vedova; Fabrizio Cicchitto; Gaetano Quagliariello; David Zard; Rosa Matteucci; Dore Gold, ex ambasciatore di Israele all'Onu; Bruce Bawer, scrittore; Amir Fakhravar, dissidente iraniano in esilio; Farid Ghadry, dissidente siriano in esilio e molti altri ancora...

L'incontro si svolge nella formula della maratona oratoria, quindi ognuno dei oartecipanti prenderà la parola per circa 5 minuti. Ad aprire la manifestazione sarà José Maria Aznar, presidente dell'associazione Friends of Israel ed ex primo ministro spagnolo. L'obiettivo è quello di rovesciare la delegittimazione di Israele che avviene a tutte le latitudini e senza freno: Israele, il Paese più apertamente minacciato del mondo, può essere sicuro di venire condannato dalle istituzioni e dalla stampa internazionale qualsiasi cosa faccia, sia che cerchi di difendersi da attacchi terroristici, che si impegni a cercare di fermare il rifornimento di armi per Gaza, sia che semplicemente svolga le normali attività di qualsiasi Paese democratico.

Le sue acquisizioni scientifiche, sportive, culturali, sociali, economiche, vengono sistematicamente boicottate e vilipese anche con la violenza. Un doppio standard viene usualmente utilizzato per relazionarsi a Israele: l'ONU, dedicandogli l’80% delle sue risoluzioni, lo condanna ad ogni passo, mentre i Paesi che violano i diritti umani, che compiono stermini e pulizie etniche, non vengono mai sanzionati.

Ma una grande parte dell'opinione pubblica è stanca di questa menzogna: la delegittimazione di Israele delegittima la democrazia, corrompe le istituzioni internazionali che dovrebbero proteggere la pace e combattere il terrorismo, legittima le culture oppressive e violente contro le donne, gli omosessuali e la libertà di pensiero. Di fatto giustifica le culture antidemocratiche. Per questa ragione vi invitiamo a partecipare per dire "basta" alle bugie su Israele e per sostenere che anche l’Europa ama Israele e vuole che viva in pace.

Per saperne di più visita il sito www.veritaperisraele.org o visita la pagina dell'evento su Facebook.




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24 settembre 2010

STUDIO: E'PROVATO CHE MOSE' RIUSCI' AD APRIRE VARCO NEL MAR ROSSO

 

 

(AGI) - Londra, 22 set. - E' forse il miracolo piu' spettacolare descritto nel Vecchio Testamento. Solo ora pero' abbiamo le prove che questo evento possa essere realmente accaduto. Un gruppo di scienziati, tramite una simulazione al computer, ha riprodotto le condizioni che avrebbero permesso a Mose' di aprire un varco nel Mar Rosso. I risultati sono stati riportati sulla rivista Public Library of Science ONE. La simulazione ha suggerito che un forte vento orientale, che soffia per 12 ore durante la notte, potrebbe avere spinto indietro le acque poco profonde per quattro ore, aprendo un passaggio in una zona vicina a quella raffigurata nell'Esodo.
  Nel racconto biblico Mose' e gli ebrei erano intrappolati tra i carri dell'esercito del Faraone e il mare quando un'intervento divino ha diviso le acque lasciando un passaggio a terra ai fuggitivi. Ma una volta che gli ebrei attraversarono il mare, come recita il Vecchio Testamento, e proprio mentre l'esercito del Faraone cercava di inseguirli le acque si sono richiuse facendo annegare i soldati.
  Gli scienziati ritengono pero' che il luogo dove sarebbe avvenuto il 'miracolo' non e' stato il Mar Rosso, ma un posto nelle vicinanze della regione del Delta del Nilo, dove si crede ci fosse un antico fiume con una laguna costiera. Tramite l'analisi della documentazione archeologica, le misurazioni satellitari e le mappe, i ricercatori hanno stimato il flusso dell'acqua e la profondita' del sito di 3mila anni fa. E' stata poi utilizzata una simulazione al computer per verificare l'impatto del vento. Gli scienziati hanno scoperto che un vento a 63 miglia orari da Est che ha soffiato per 12 ore avrebbe spinto indietro le acque, sia nel lago che nel canale del fiume. Questo avrebbe creato un ponte di terra per quattro ore. Appena calmato il vento, le acque sarebbero tornate al loro posto.
  ''La gente - ha detto Carl Drews, autore dello studio del National Centre for Atmospheric Research di Boulder (Colorado) - e' sempre stata affascinata da questa s! toria de ll'Esodo.
  Cio' che questo studio dimostra e' che la descrizione della separazione delle acque ha infatti una base sulle leggi fisiche''. .
 




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24 settembre 2010

Apprendere una lingua antica con le nuove tecnologie: on-line

Per la prima volta, l’Università di Gerusalemme assegnerà crediti accademici a studenti che seguono i suoi corsi via internet, permettendo a studenti di qualunque paese del mondo di seguire programmi di studio dell’università israeliana.
Gli studenti del primo semestre, che hanno completato l'estate scorsa un corso di ebraico biblico dell’Università di Gerusalemme on-line, sono trenta giovani residenti in Libano, Singapore, Perù, Argentina, Olanda, Irlanda, Danimarca, Francia e Italia.
Le lezioni sono tenute in piccoli gruppi, sul sito on-line della società eTeacher che ha recentemente firmato un accordo di cooperazione con Yissum, l’azienda di technology transfer dell’Università di Gerusalemme. I corsi prevedono gli stessi requisiti accademici dei corsi regolari all’università, il che comprende obbligo di frequenza, presentazione di esercizi ed esami orali condotti via video.
Il corso on-line, unico nel suo genere, è un’iniziativa del preside della facoltà di scienze umanistiche, il prof. Israel Bartal, che ha voluto rispondere alla grande domanda dei prodotti culturali di punta dell’Università di Gerusalemme. “Attraverso internet, l’università apre le porte all’insegnamento dei suoi corsi in scienze umanistiche, che sono una risorsa di conoscenza unica al mondo. Il primo programma pilota è di ebraico biblico e moderno. Sono campi di studio in cui l’Università di Gerusalemme è certamente la migliore al mondo, e così è possibile offrire questi corsi a studenti sul mercato mondiale”.
Il vicepresidente e direttore generale dell’Università di Gerusalemme, Billy Shapira, aggiunge: “Il potenziale dell’Università di Gerusalemme di diffondere la conoscenza dei suoi migliori ricercatori comporta grandi implicazioni, e pone la nostra università al passo con i migliori al mondo nel campo dell’insegnamento”.
La cooperazione tra Università di Gerusalemme e la eTeacher permetterà all’ateneo di aggiungere altri corsi al sistema virtuale e di incrementare l’insegnamento on-line. Secondo il direttore di eTeacher in Israele, Yariv Ben-Nun, “siamo felici e fieri di fornire all’Università di Gerusalemme l’unicità della nostra conoscenza ed esperienza. Sono convinto che insieme faremo grandi cose”.

(Da: Università Ebraica, Dept of media relations, 12.08.10)

Per dettagli sugli studi di ebraico biblico su eTeacher:
http://www.eteacherbiblical.com/default.asp




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24 settembre 2010

Il primo ministro palestinese non vuol sentir parlare di ''due popoli''

Il primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad ha abbandonato furibondo un incontro del Comitato di Collegamento Ad Hoc delle Nazioni Unite in corso martedì a New York, ed ha annullato la prevista conferenza stampa con il vice ministro degli esteri israeliano Daniel Ayalon che avrebbe dovuto fare seguito all’incontro, dopo che Ayalon si era rifiutato di approvare una sintesi della riunione che parlava di “due stati” ma non comprendeva le parole “due stati per due popoli”.
“Quello che ho detto – ha spiegato Ayalon al Jerusalem Post in un’intervista telefonica – è che, se i palestinesi non sono disposti a parlare di due stati per due popoli, per non dire poi di Israele come di uno stato ebraico, allora non c’è nulla di cui parlare. Ho anche detto che se i palestinesi, alla fine del processo, puntano ad avere uno stato palestinese e uno stato bi-nazionale, sappiano che questo non avverrà”.
Alla domanda se fosse rimasto sorpreso per la brusca uscita di Fayyad, Ayalon ha risposto: “Sì, molto”. Ed ha aggiunto: “Sono rimasto molto sorpreso nel vedere che evidentemente non viene accettata l’idea di due stati per due popoli. E inoltre ho detto che non mi occorre che i palestinesi dicano a me, in ebraico, che Israele è lo stato nazionale del popolo ebraico. Ho bisogno che lo dicano in arabo alla loro gente. Se pensano di poter creare uno stato palestinese e uno stato a doppia nazionalità, si sbagliano”.
“Vedremo cosa viene fuori dai negoziati che sono in corso in questo momento – ha poi detto Ayalon – Ma in ogni caso Israele non accetterà un approccio tutto-o-nulla, né ultimatum o pre-condizioni”.
Il Jerusalem Post ha intervistato Ayalon in seguito a un evento della Clinton Global Iniziative, che ha visto il presidente d’Israele Shimon Peres e il primo ministro palestinese Fayyad partecipare a un panel presieduto dall’ex presidente Usa Bill Clinton, dedicato al tema delle potenzialità economiche della regione in caso di raggiungimento della pace. Benché Bill Clinton si sia volonterosamente adoperato per evitare che la discussione del panel deviasse verso i temi politici degli attuali negoziati israelo-palestinesi, non è sfuggito il fatto che Peres e Fayyad, sebbene seduti uno accanto all’altro, alla fine della riunione non si sono scambiati una parola di saluto. “Con tutto il dovuto rispetto per l’economia palestinese – ha commentato Ayalon – rimane il fatto che essa dipende dalla situazione della sicurezza, e che Israele non giocherà alla roulette russa con la vita dei suoi cittadini. Siamo decisamente favorevoli al miglioramento dell’economia palestinese, e per quanto mi riguarda ho elencato tutte le cose che stiamo facendo in questo senso. Ma li ho anche esortati a combattere il terrorismo e ad adoperarsi al meglio per eliminarlo”.

(Da: Jerusalem Post, 22.9.10)

Nella foto in alto: il primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad, a New York, con presidente d’Israele Shimon Peres

 




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24 settembre 2010

Razione K, ecco i menù di guerra Come cambia il pasto dei marine

Leggero, economico, ipercalorico. Ma da oggi il pranzo dei militari Usa è anche politicamente corretto: il Pentagono ne ha ideate 24 varietà, per soldati musulmani, ebrei, vegetariani. Il primato della cucina italiana resiste anche sul campo di battaglia: è la più invidiata di VITTORIO ZUCCONI

COSTANO come il mangime per cani viziati e, se dovessimo ascoltare il solito mugugno del soldato, fanno anche più schifo: 2 dollari per una latta di "stufatino di manzo al sugo" per il fedele cagnone Melampo, 3 dollari per la razione da campo servita al valoroso soldato Ryan. Ma la guerra non è un ristorante. Da ormai più di due secoli, da quando l'instancabile produttore di massime e di aforismi, Napoleone Bonaparte, sentenziò che "un'armata marcia sullo stomaco", ogni esercito di ogni nazione in ogni epoca ha inseguito l'ideale del "rancio da campo" perfetto, poco costoso, poco pesante, molto nutriente ma soprattutto gradevole. E nessuno ha consumato più sforzi, soldi, fatica e studi del governo americano, di una nazione dove il volontariato, non la leva obbligatoria, è sempre stata più la norma che l'eccezione.

Ma il sogno resta irrealizzato. Basta trascorrere qualche tempo al fianco dei militari americani, in addestramento, in pace o in guerra, o compiere qualche ispezione sul sito delle aste via Internet, E-bay, dove casse su casse di razioni da campo sono vendute ancora sigillate a prezzi ridicoli nonostante sia teoricamente illegale, per vedere come il matrimonio fra pratico e appetitoso per la cucina in divisa sia ancora lontano. L'ultima incarnazione della scatoletta creata per gli eserciti napoleonici dallo chef pasticcere francese Nicolas Appert nel 1795, è catalogata con l'immancabile acronimo militare di M. R. E, "Meals, Reday to Eat", pasti pronti per il consumo ed è addirittura disponibile in 24 varietà per accontentare i palati di vegetariani, ebrei, mussulmani, diabetici, inappetenti e mangioni. Ma, come ha confessato al New York Times, il "commander in chef", il cuoco responsabile del servizio alimentazione del Pentagono, Gerlad Darsch, "a noi basterebbe che non li buttassero via".

L'amara fantasia di "radio fante" creò immediatamente, quando gli "MRE" furono introdotti gradualmente negli anni '80 per rimpiazzare i detestati "MCI", (Pasti Individuali da Combattimento) a far sapere l'opinione dei consumatori finali di questi pasti liofilizzati e impacchettati in buste sigillate di plastica, capaci di resistere almeno tre anni fino alla temperature esterna di 45 gradi centigradi. Con perfetta mancanza di correttezza politica e squisita insensibilità militaresca, i soldati li ribattezzarono "Mangiare Respinto dagli Etiopi", poi "Meals Rejected by Everybody", rifiutato da tutti, fino al rude "Meals Ready for Enema" cibo pronto per il clistere, alludendo alla loro implacabile capacità di tappare l'intestino. Naturalmente, si diffondeva la voce, sempre smentita, che contenessero potenti tranquillanti per calmare i bollori amorosi di giovanotti e giovanotte nel pieno della propria primavera ormonale, un po' come il leggendario bromuro che i marmittoni italiani assicuravano fosse sciolto nel caffè da caserma. La sola virtù generalmente riconosciuta ai cibi contenuti nelle buste di plastica è la misericordiosa bottiglietta di Tabasco, la salsa di peperoncino rosso piccante della Louisiana che, spruzzato generosamente su tutto, anestetizza lingua e palato.

Non è certamente per mancanza di impegno che queste razioni da campo, destinate a sostituire cucine e cuochi nelle pause della battaglia o della missione, continuano a risultare a malapena sopportabili. Nutrizionisti, medici, cuochi, cavie umane faticano ogni giorno per trovare la combinazione giusta fra esigenze chiaramente contraddittorie, la più dura delle quali è l'impossibilità di cuocere gli ingredienti. Il fuoco, naturalmente, è fuori discussione quando si è in agguato o si rischia l'agguato e la tavoletta per il riscaldamento "esotermico" da campeggiatori inclusa nella busta può rianimare gli spezzatini (leggendariamente ignobile il "Manzo alla Stronogoff" sperimentato da chi scrive sul fronte irakeno) le verdure miste, le zuppe, le bevande come il blando te o l'innominabile caffè, ma non fare miracoli. Le 24 varietà oggi offerte per rispettare le diverse fedi o superstizioni dei militari sono calibrate per sostenere la vita e i bisogni calorici dei consumatori, calcolati in 4 mila e 200 calorie al giorno quando sono in azione - il doppio del fabbisogno di un impiegato del catasto o di un giornalista di media corporatura. Ma il doppio limite della praticità, il tutto non deve pesare più di sette etti, e del costo, non più di un dollaro per un banchetto da sei portate con tabasco, merendina e salvietta rinfrescante inclusi, li costringe all'ultimo gradino della gastronomia per esseri umani, dove regna con loro il vassoietto di plastica nella classe economica delle compagnie aeree che ancora lo servano.

Neppure i 220 anni trascorsi da quando l'Armata Continentale, l'esercito irredentista di George Washington serviva ai suoi volontari in polpe, tricorno e schioppo ad avancarica carne secca salata e gallette da marinaio, hanno riconciliato il guerriero con la razione da campo, forse perché le circostanze nelle quali viene consumata, mentre esplodono bombe e nemici ti sparano addosso, tenderebbero a rendere poco appetibili anche i manicaretti più raffinati. Il salto fra la vecchia cucina della mamma di altre generazioni, o la cornucopia di cibi offerti dalle catene di fast food che subito spuntano in tutte le grandi basi militare americani, e la realtà del fronte non fu colmato neppure dalle leggendarie "Razioni K", dove la K stava per l'iniziale molto teutonica di "Kommando". Furono riservate durante la Seconda Guerra Mondiale alle forze speciali, paracadutisti, guastatori, staffette, fegatacci da spedire oltre le linee, gente che non poteva né trasportare cucine, né sobbarcarsi pesi ulteriori.

Le razioni K erano rancio da spartani, rispetto alle "MRE" di oggi, complete di tre misere scatoline per prima colazione, pranzo e cena. Più una tavoletta di cioccolato, una di quelle piovute a migliaia dalle torrette dei carri armati Sherman sugli europei liberati, una scatola di fiammiferi anti-vento, un preservativo, per limitare le conseguenze di eccessive fraternizzazioni con le indigene entusiaste e un pacchetto di sigarette. Le sigarette sono oggi naturalmente scomparse, per evitare ai combattenti ulteriori danni alla salute oltre a quelli provocati da una mina esplosa sotto la jeep o dal proiettile di un Kalashnikov. Fu tentata anche la strada dell'iper-specializzazione, producendo razioni speciali a prova di giungla, per gli sventurati in pattuglia nel Vietnam, o capaci di sopravvivere a geli siberiani, nel caso di eventuali azioni attorno al Circolo Polare Artico, ma alla fine ha vinto la liofilizzazione dei cibi precotti, sempre che si trovi acqua per rianimarli.

In realtà, tutte le confezioni di questi pacchetti per guerrieri tendono ad assomigliarsi, con piccole variazioni di gusto per i popoli dell'aringa o della pecora, del maiale o del manzo, kasher, vegan, hindu o halal, ma la razione da campo degli italiani, l'unica "potenza" Nato che fornisca anche spazzolini da denti usa e getta, viene cercata dai commilitoni americani. Come disse furioso un ufficiale americano al Washington Post nel maggio del 2003, poche settimane dopo l'invasione dell'Iraq "non capisco perché gli Italiani riescano a mangiare meglio di noi anche al fronte mentre ci sparano addosso". Nessuna di loro merita il "detour" predicato dalla Michelin, anche se, di fronte al soldato Saudita che nel 1991 mi offrì generosamente di affondare la mano nella scatola di latta piena di formaggio nella quale lui pescava, qualunque sacchetto di roba liofilizzata e di merendine energetiche dette "HOOOAh" mi sembrarono delizie. Niente può eliminare il paradosso di un prodotto fatto per tenere in vita chi è mandato a rischiarla. La guerra, come la rivoluzione, non può essere mai un pic-nic sull'erba.

http://www.repubblica.it/esteri/2010/09/22/news/razione_k_ecco_i_men_di_guerra_come_cambia_il_pasto_dei_marine-7309904/?rss




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24 settembre 2010

Presto in Israele la più grande wind farm del Medio Oriente

Il parco dovrebbe essere realizzato dalla Multimatrix in collaborazione con AES Corp

 

Il quotidiano israeliano Globes ha annunciato che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe firmato un decreto per fare diventare di “interesse nazionale” la costruzione di un mega impianto eolico da 155 MW sulle alture del Golan

(Rinnovabili.it) – La rivoluzione verde di Israele era iniziata, qualche mese fa, con il sostegno statale ai progetti di produzione energetica da fonte solare ma ora il piccolo stato, protagonista da decenni di aspre dispute e cruenti conflitti, prova a seguire anche un’altra strada: quella del vento. Israele si candida infatti a diventare il Paese che ospiterà la più grande wind farm del Medio Oriente. La notizia, già annnuciata nella scorsa primavera, è stata pubblicata dal quotidiano israeliano Globes che ha riferito come l’impianto, che dovrebbe sorgere entro il 2012 sulle alture del Golan al confine con la Siria, dovrebbe essere dotato di 70 turbine giganti. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, secondo quanto riportato dal quotidiano, avrebbe già firmato un decreto grazie al quale il progetto dell’azienda pubblica Multimatrix sarebbe diventato un progetto di “interesse nazionale”.
Il mega parco eolico dovrebbe sorgere in una località tra Massadeh e Majdal Shams e si stima che l’investimento necessario alla sua realizzazione sia pari a circa 400 milioni di dollari. L’impianto verrà costruito grazie alla collaborazione tra il gigante americano AES Corp e la Multimatrix e AES ha già fatto sapere di aver reperito tutti i fondi necessari a promuovere il progetto, potendo contrare su un utile pari alla metà dei profitti derivanti dalla produzione di energia pulita. Le turbine che verranno istallare nella parte nord delle alture del Golan avranno una capacità di generazione di circa 155MW. Grandi anche i profitti che dovrebbero derivare ogni anno dalla vendita di energia alla Israel Electric Corporation: secondo l’azionista di maggioranza e CEO di Multimatrix, Uri Omid, le vendite annuali frutterebbero circa 70 milioni di dollari.
La costruzione dell’impianto inizierà entro sei mesi ma in attesa della posa della prima pietra Multimatrix e AES cercheranno di ottenere l’approvazione da parte dell’esercito per istallare turbine anche più grandi che sarebbero in grado di portare la capacità totale dell’impianto eolico fino a circa 200 MW. La costruzione della wind farm sarà comunque relativamente breve, dal momento che si stima di poter istallare una nuova turbina ogni tre giorni in modo tale da rendere operativo il parco eolico entro e non oltre la seconda metà del 2012. Gli azionisti di maggioranza avrebbero già rivelato di essere in trattative con la General Electric e una società della Corea del Sud per concedere l’appalto sulle turbine.




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24 settembre 2010

La vera storia degli ebrei che ispirarono a Levi “Se non ora, quando?”

I partigiani ebrei bielorussi passati per Milano prima di immigrare in Palestina

Liliana Picciotto

Nell’autunno del 1980, mentre preparava il libro Se non ora, quando?, Primo Levi mi telefonò. Cercava un vocabolario yiddish-francese o yiddish-inglese. Gli serviva per il nuovo libro nel quale raccontava di un distaccamento partigiano di ebrei russi assediato dai nazisti, nelle foreste paludose all’incrocio tra Bielorussia e Ucraina, e giunto fortunosamente in Italia dopo aver attraversato a piedi l’Europa.

Il distaccamento, formato da civili, era guidato da ex soldati ebrei dell’Armata Rossa dispersi e da giovani decisi a vendicare il massacro dei propri famigliari. Dopo la liberazione, il distaccamento, senza deporre le armi, aveva deciso di portarsi in Italia, da dove sperava di trovare il modo di raggiungere la Palestina. Come scritto nella nota di chiusura al libro, Primo Levi ebbe la prima notizia di questo gruppo di eroici sopravvissuti giunti a Milano presso il comitato postbellico di soccorso ebraico di via Unione, dal suo amico Emilio Vita Finzi.

Qualche mese fa, a Tel Aviv, mentre ero in visita di cortesia alla signora Ada Levi e alla sua famiglia, mi è stato donato per gli archivi del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec), un piccolo ma prezioso carteggio che ci informa ancora meglio sulla fase di studio per il libro Se non ora, quando?

La prima lettera è datata 2 dicembre 1980, ed è diretta al fratello di Ada, capitano di lungo corso Enrico Levi, valoroso organizzatore e guida delle imbarcazioni che, dopo la fine del conflitto, partivano clandestinamente dall’Italia per le coste palestinesi. Primo Levi chiede al suo omonimo notizie di un gruppo di ebrei provenienti dall’Ucraina o dalla Russia Bianca che, verso il settembre del 1945, frequentavano una fattoria-scuola per nuovi immigranti presso Magenta: circa 30 uomini e 20 donne con alcuni bambini.

Nel 1942 in Bielorussia, precisa nella lettera, un centinaio di ebrei accerchiati dai tedeschi invece di arrendersi si erano rifugiati, insieme alle donne, nei boschi, sotto la guida del comandante Israel Katz. Nell’agosto del 1945, dopo un lunghissimo viaggio, avevano attraversato il Brennero. Le donne erano osservanti (cioè religiose), gli uomini conoscevano l’ebraico letterario che avevano appreso dai testi di Bialik, già allora considerato poeta nazionale del rinascente Israele.

Si erano presentati tutti insieme in via Unione, dove erano stati presi in consegna in attesa del momento opportuno per formare un gruppo da imbarcare su uno dei navigli adattati appunto da Enrico Levi. Il gruppo di ex partigiani, dopo un viaggio rocambolesco attraverso l’Italia, si imbarcò a Bari alla volta della Palestina. Il 15 dicembre, Enrico risponde a Primo: «Ho ricevuto la sua del 2 dicembre ma non posso esserle di aiuto Ho una vaga reminiscenza di aver imbarcato a Monopoli (Bari) verso il settembre 1945 un capitano dell’Armata Rossa che aveva come solo bagaglio un libro delle poesie di Puskin e uno spazzolino da denti, sbarcò con gli altri Olim (immigranti) a Ghivat Olga…».

Il 22 dicembre 1980, nuova lettera di Primo: «Le sono infinitamente grato per la sua pronta risposta. La fotocopia mi sarà molto utile, ma anche il cenno al Capitano russo mi verrà di taglio: anche così, è già un personaggio! Suo, Primo Levi». Le poche pennellate tracciate da Enrico furono dunque d’ausilio a Primo per ricostruire uno spaccato della vita disperata dei partigiani delle foreste. Senza Se non ora, quando? la loro tragica ed eroica epopea sarebbe oggi meno nota e avremmo perso un importante tassello della vicenda delle rivolte ebraiche contro la Shoah.

È il caso di completare la frase del Talmud presa in prestito da Primo per il titolo del suo libro: «Se io non sono per me, chi sarà per me? Ma se io sono solo, che cosa sono io? E se non ora, quando?». Noi possiamo solo aggiungere a proposito di Levi narratore delle gesta del distaccamento: «E, se non lui, chi avrebbe potuto narrarle?».

Corriere della Sera




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23 settembre 2010

23 settembre 1941 - Primi esperimenti con i gas nel Campo di concentramento di Auschwitz

 

 


Primi esperimenti con i gas nel Campo di concentramento di Auschwitz
Fin dagli anni trenta la nazione polacca avrebbe dovuto essere smembrata, depauperata di tutte le risorse nazionali e la popolazione "trasferita" in altre aree per poi essere ripopolata da "coloni" di razza germanica. I piani tedeschi prevedevano la deportazione e lo sterminio di circa l'80% della popolazione polacca.

In questo contesto, già durante l'invasione tedesca della Polonia, avvenuta il 1º settembre 1939, le truppe tedesche vennero seguite da speciali Einsatzkommandos destinati allo sterminio di ebrei e personalità politiche e culturali polacche. Presto tutte le prigioni polacche furono piene e si ebbe la necessità di trovare nuove aree di internamento per i numerosi prigionieri che venivano catturati durante i rastrellamenti.
Durante le prime fasi dell'espansione Tedesca, venivano eseguite numerose fucilazioni di massa (svolte dai soldati dell'esercito) dei "Nemici del Popolo Tedesco": Ebrei, Zingari, oppositori politici. Ci furono numerosi casi di diserzione e suicidi nelle file dell'esercito tedesco, i cui soldati faticavano ad accettare ordini comportanti la fucilazione di vecchi, donne e bambini. La scelta di aprire appositi campi di sterminio veniva incontro anche all'esigenza di evitare il lavoro "sporco" ai semplici soldati di leva. I campi di sterminio assolvevano tre necessità:
segretezza delle operazioni;
efficienza nello sterminio, applicato in scala industriale;
indipendenza dall'esercito, in quanto svolto da corpi speciali.
Nel dicembre 1939 il comandante della polizia di sicurezza (Sipo) e dell'SD di Breslavia, SS-Oberführer Arpad Wigand pose allo studio, in collaborazione con l'ufficio dell'alto comando delle SS e della polizia del Sud-Est (SS-Gruppenführer Erich von dem Bach-Zelewski), la possibilità di costruire un nuovo campo di concentramento nella zona di Oswiecim (Auschwitz).
Il luogo venne scelto per la presenza di una caserma di artiglieria polacca caduta nelle mani della Wehrmacht, situata fuori dalla città, quindi facilmente escludibile dal mondo esterno, alla confluenza tra i fiumi Vistola e Sola. La posizione era inoltre provvista di favorevoli collegamenti ferroviari con la Slesia, il Governatorato Generale, la Cecoslovacchia e l'Austria che avrebbero semplificato la deportazione degli elementi "ostili", "asociali" e degli ebrei.
Tra i mesi di gennaio ed aprile 1940 vennero vagliate diverse ipotesi alternative per l'ubicazione del campo, con l'intervento dello stesso comandante delle SS Heinrich Himmler, desideroso di risolvere quanto prima il problema della creazione di un nuovo complesso. Nel febbraio sorsero ulteriori problemi legati alle difficoltà poste dall'esercito tedesco nella consegna della caserma ad Auschwitz.
L'8 aprile 1940 il generale Halm stipulò con le SS un contratto per la consegna del complesso. Il 18-19 aprile 1940, Rudolf Höß, già aiutante presso il campo di concentramento di Sachsenhausen, venne inviato a compiere un ultimo sopralluogo. Prima di visitare il campo Höß si incontrò con Wingand a Bratislava e venne messo minuziosamente al corrente del progetto: creare un campo di quarantena per prigionieri polacchi destinati alla successiva deportazione in altri campi all'interno del Reich.
Il 27 aprile 1940, il comandante Himmler, in seguito al rapporto di Höß, decise di dare ordine all'ispettore dei campi di concentramento, SS-Oberführer Richard Glücks per la costruzione del nuovo campo di concentramento – che sarebbe diventato Auschwitz I - ricorrendo alla manodopera di detenuti già internati in altri campi. Il 29 aprile Glücks nominò Höß comandante provvisorio (ottenne la nomina definitiva il 4 maggio 1940) del nuovo campo, che Höß raggiunse il giorno successivo con la scorta di cinque uomini delle SS. Essi vennero immediatamente impiegati per i lavori di sistemazione dell'area civili polacchi e circa 300 ebrei, forniti dal locale consiglio ebraico (Judenrat).
Il 20 maggio 1940 arrivarono al campo i primi 30 prigionieri, provenienti dal campo di concentramento di Sachsenhausen, per maggior parte criminali comuni selezionati appositamente per la loro crudeltà ed ottusa obbedienza ad ogni ordine, destinati a diventare il primo nucleo di Kapò e "prominenti" del campo ed aiutare le SS nel successivo "lavoro" di controllo della massa dei deportati.
Il 10 giugno 1940, prima ancora che i primi prigionieri deportati giungessero al campo, vennero ordinati i progetti per un primo forno crematorio prodotto dalla J.A. Topf und Söhne di Erfurt; i progetti vennero rapidamente approvati e la costruzione ultimata entro il 23 settembre dello stesso anno, data della prima cremazione conosciuta.
Il 14 giugno 1940, seppur ancora in fase di costruzione ed ampliamento, il campo di Auschwitz I ricevette il primo convoglio di 728 deportati, accolti dal primo direttore del lager SS-Hauptsturmführer Karl Fritzsch con le parole:
« Non siete venuti in un sanatorio, ma in un campo di concentramento tedesco. Da qui non c'è altra via d'uscita che il camino del crematorio. Se a qualcuno questo non piace, può andare subito contro il filo spinato. Se in un trasporto ci sono degli ebrei, non hanno diritto a sopravvivere più di due settimane, i preti un mese e gli altri tre mesi »

 

 

posted by chro




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23 settembre 2010

"L'ORRORE DEI LAGER NAZISTI E DEI FORNI CREMATORI



Forni crematori ad Auschwitz

Letti per voi M i chiamo Shlomo Venezia. Sono nato a Salonicco, in Grecia, il 29 dicembre 1923. La mia famiglia dovette abbandonare la Spagna al momento dell’espulsione degli ebrei nel XV secolo ma, prima di stabilirsi in Grecia, i miei antenati si fermarono in Italia, per questo mi chiamo “Venezia”». Comincia così, nel modo più semplice e diretto, «Sonderkommando Auschwitz. La verità sulle camere a gas», libro-testimonianza pubblicato da Rizzoli. L’autore racconta la sua vita a partire dall’infanzia, per arrivare a descrivere la deportazione e l’inferno di Auschwitz- Birkenau, dove fu costretto a lavorare in un Sonderkommando (una squadra speciale) come addetto ai forni crematori. Il libro, arricchito da una prefazione di Walter Veltroni, dalle illustrazioni di David Olère e dai contributi degli storici Marcello Pezzetti e Umberto Gentiloni Silveri, è il frutto di una lunga intervista realizzata da Béatrice Prasquier a Shlomo Venezia.

Pubblicata prima in Francia, ora è proposta nella versione italiana sotto forma di discorso continuo. Venezia spiega come funzionavano le camere a gas e i forni crematori, aggiungendo significativi dettagli e ricordi personali alle testimonianze fornite, in questi sessant'anni, da altri deportati. L’autore racconta, riflette, s'interroga, sempre con notevole onestà intellettuale. Già Primo Levi aveva parlato del perverso meccanismo del Lager, dei sensi di colpa che ne derivano. Interrogativi irrisolti, continui. «Mi succede spesso, oggi, - spiega Venezia - di domandarmi cosa avrei fatto se mi avessero obbligato a uccidere. Cosa avrei fatto? Non lo so. Mi sarei rifiutato, sapendo che mi avrebbero ucciso all’istante?». Dagli episodi raccontati nel libro emerge la perversione diabolica del Lager: «per divertirsi un tedesco poteva ordinare al padre di picchiare il figlio. Se il padre rifiutava faceva l’inverso: ordinava al figlio di picchiare il padre»; un altro rifiuto comportava la morte per entrambi. Alla fine della testimonianza, Venezia confessa di non avere più avuto una vita normale. «Tutto mi riporta al campo [...] è come se il «lavoro» che ho dovuto fare non sia mai uscito dalla mia testa... ». Perché «non si esce mai, per davvero, dal Crematorio».

 

L'ORRORE DEI LAGER NAZISTI E DEI FORNI CREMATORI NEL RACCONTO DI UN TESTIMONE
Christian Stocchi




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