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18 settembre 2008

Neanche all’Oriente piace più il Kosovo

 

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Skënder Hyseni
I problemi non sembrerebbero mai cessare per il Kosovo, soprattutto per quanto riguarda le trattative per il riconoscimento diplomatico della sua auto-proclamata indipendenza. Nel tentativo di arginare l’impasse nella quale è caduto tale processo, il ministro degli Esteri kosovaro  Skënder Hyseni si è recato il 10 settembre in visita in Arabia Saudita. Proprio qui, nella sede centrale a Jeddah, da due giorni si sta svolgendo l’annuale riunione dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, la quale, tramite una delegazione permanente nell’ONU, riunisce i rappresentanti di 57 Paesi che vanno dal Nord Africa al Sudest asiatico. Dall’autoproclamata secessione di Pristina avvenuta nello scorso febbraio, solo quattro di questi Stati membri hanno riconosciuto il nuovo Stato balcanico, cioè l'Albania (che tra l’altro si è momentaneamente ritirata dall’Organizzazione), la Turchia, l'Afghanistan e la Malesia. La vista di Hyseni avrebbe dovuto servire come slancio a favore di nuovi riconoscimenti, tenendo conto del fatto che il 90% della popolazione kosovara appartiene alla fede islamica.

Tuttavia niente del genere pare debba avvenire. Sebbene la Turchia abbia cercato di far includere la questione del Kosovo nel documento finale della riunione, la maggioranza degli Stati membri (in primis l'Azerbaigian, l'Egitto, il Sudan e l'Indonesia) si è mossa in direzione opposta, concedendo solo un formale appoggio al popolo kosovaro. Inoltre, intervistato dalla BBC, il Segretario Generale della Conferenza Islamica Ekmeledin Ihsanoglü ha tenuto a precisare che il riconoscimento diplomatico non dipende dall’Organizzazione in sé, ma dalla volontà particolare di ciascuno degli Stati membri. Giustificando in questi termini l’assenza di un appoggio in toto, scontato d’altronde fino a qualche mese fa, Ihsanoglü è andato ben oltre. Egli ha addirittura raccomandato alle autorità kosovare di pubblicizzare poco l’appartenenza religiosa del Kosovo, non dichiarando "a livello mondiale" la loro identità musulmana, limitandosi a quella nazionale kosovara.

Parole piene di significato, queste, che non nascondono il risentimento di vari Paesi musulmani nei confronti del Kosovo, proverbiale oramai per il suo orientamento filo-americano. Ma le dichiarazioni del succitato Segretario generale non possono e probabilmente non vogliono nascondere neanche la frammentazione che oggi esiste presso l’Organizzazione della Conferenza Islamica. In effetti Pristina sembra aver fatto i conti senza l’oste. Ai 46 Stati che fino ad oggi l’hanno riconosciuta non parrebbe che possano agevolmente seguire i 53 rimanenti della Conferenza Islamica, come da mesi il Kosovo spera. In gioco ci sono vari interessi geopolitici e, almeno in questa sede, il lobbying della  Russia (membro osservatore della Conferenza dal 2005) a favore della Serbia sembra ben riuscito. Se da una parte c’è l’Azerbaigian, che non vuole un "effetto domino" nel "suo" Kosovo (la regione secessionista del Nagorno-Karabakh), dall’altra c’è l’Iran, che almeno per il momento vuole mantenere cordiali rapporti con Mosca.

Tuttavia, nulla verrebbe dato per scontato. All’incondizionato appoggio che i due candidati alla Casa Bianca danno a Pristina, corrisponde anche un avanzamento positivo verso di lei da parte delle cancellerie europee. Ultimamente il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt, in visita nella capitale kosovara, ha tenuto a sottolineare quanto sia importante che il Kosovo acceleri i sui passi più verso l’UE ed il Fondo Monetario Internazionale che verso istituzioni come l’ONU, dove domina l’ostruzionismo russo. Sembrerebbe che tali direzioni siano già state tracciate a Bruxelles, sebbene sulla questione l’Europa continui ad essere divisa. Il Kosovo infatti resta al centro di una diatriba dove sempre di più, soprattutto dopo gli eventi in Georgia, lo scontro Occidente-Russia appare netto. In sostanza, l’atteggiamento restio della Conferenza Islamica non fa che incalzare i due schieramenti. Il tema del vertice sopra menzionato s’intitola “L’Islam nel ventunesimo secolo”, e questo ci fa capire quanto possa non piacere a molti di questi Paesi l’orientamento occidentalista del Kosovo. Si tratta d’altronde di un fatto che, insieme alla preponderanza russa in tale sede, forse arriverà a chiarire anche all’establishment da quale parte cercare - piuttosto - il consenso….    

Edon Qesari   


18 settembre 2008

Tzipi Livni, tocca ad una donna combattere il nazislamismo

 

Livni, una donna 34 anni dopo Golda Meir

Tzipi Livni è nata 50 anni fa a Tel Aviv da genitori appartenenti alla destra militante ed è cresciuta nella convinzione ideologica che lo Stato di Israele debba includere l'intera biblica Eretz Israel (Israele+Cisgiordania). Poi si è pero spostata su posizioni più moderate ed è ora identificata col centro moderato e pragmatico.



 


 

La carriera politica. Ex ufficiale nelle forze armate e poi per quattro anni nelle file del Mossad, Tzipi Livni, laureata in legge, è entrata nella vita politica nelle file del Likud (centrodestra).

Nel 1999 è eletta alla Knesset per la prima volta.

Due anni dopo entra nel primo governo di Ariel Sharon e da allora è stata titolare di diversi ministeri.

Nel 2006 appoggia la decisione di Sharon di lasciare il Likud per dare vita a Kadima.

Lo stesso anno, dopo l'ictus che aveva colpito il premier, la Livni appoggia Olmert.

Dopo le elezioni vinte da Kadima, entra nel governo come vicepremier e ministro degli esteri. Partecipa personalmente ai negoziati di pace con i palestinesi, guidando la delegazione del suo paese.

Sua è questa citazione: «Non è nostro interesse e desiderio controllare un altro popolo. Al contrario vogliamo che il popolo palestinese abbia un suo stato fattibile, sicuro e prospero. Non è solo un'aspirazione palestinese ma è anche un interesse di Israele purchè questo stato non minacci la sua sicurezza».

Su un altro problema centrale di Israele, il programma nucleare iraniano, ritenuto una minaccia all'esistenza dello Stato, la Livni ha detto di privilegiare una politica di dure sanzioni economiche nei confronti di Teheran, ma senza escludere l'opzione militare.


18 settembre 2008

Il Filo- occidentale Viktor Yushenko, messo in minoranza potrebbe lasciare la politica

 

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Il premier Yulia Tymoshenko probabilmente cercherà di andare alle elezioni anticipate, mentre Mosca spinge per una larga coalizione che costringa Yushenko alle dimissioni   
Il tradimento è stato consumato nella maniera più subdola possibile, ed il tutto è avvenuto osservando le antiche tradizioni tipicamente sovietiche in materia di congiure di palazzo. Erano gli arroventati giorni di Agosto e nella vicina Tblisi si rappresentava il dramma della Georgia che, dopo aver cercato di ridurre alla ragione “ manu militari” la ribelle provincia dell’Ossezia del Sud, era stata invasa dalle truppe della potente Armata russa che erano arrivate sino alle porte della sua capitale. Il presidente della repubblica ucraina Viktor Yushenko si era immediatamente precipitato a Tblisi a sostenere il collega georgiano Shakaasvili, odiatissimo da Mosca a causa delle sue posizioni filo- occidentali e filo- Nato. Il premier di Kiev Yulia Tymoshenko, la “ pasionaria” arricchitasi grazie ai boiardi di stato russi che al crollo dell’impero comunista si erano spartiti le spoglie dell’ex- Urss, invece aveva temporeggiato. Tanto era bastato, nelle settimane successive, a Yushenko per accusare la Tymoshenko di tradimento e di tentativo di colpo di stato. Il premier in gonnella ucraino, giorno dopo giorno, è però riuscita a logorare i maggiorenti del partito “ Nostra Ucraina”, la formazione politica del Presidente della Repubblica che ieri è stata costretta, al fine di non perdere la faccia, a ritirarsi dalla coalizione di governo. Il tradimento subdolo della Tymoshenko si è così definitivamente compiuto. Giocando l’ultima sua disperata carta, Yushenko ha cercato di convincere il liberale Litvin a formare con “ Nuova Ucraina” una nuova maggioranza politica ma anche il leader moderato ha abbandonato il Presidente e, abbastanza inspiegabilmente, si è schierato con la Tymoshenko e con il “ Partito delle regioni”, filo- russo, il cui leader è Vladimir Yanukovich. Ora il governo dimissionario guidato da quella che nel 2004, ai tempi della “ Rivoluzione arancione”, era stata presentata come colei che avrebbe traghettato l’Ucraina nella Nato e nell’Unione europea rimane in carica per il disbrigo degli affari correnti. Da oggi decorrono i trenta giorni, previsti dalla Costituzione, entro i quali i partiti possono formare una nuova maggioranza politica. In caso contrario verrà sciolta la Rada, il Parlamento monocamerale di Kiev, ed il paese andrà incontro alle terze elezioni politiche in tre anni, segno di una forte instabilità politica. La Tymoshenko, secondo indiscrezioni trapelate nelle ultime ore, punterebbe alle urne per poi tenersi le mani libere nel processo di formazione di un nuovo governo, forse di coalizione con il leader filo- russo Yanukovich. Il tutto avverrebbe con la benedizione dell’uomo forte del Cremlino e cioè di Vladimir Putin che in tal modo avrebbe scongiurato un duplice pericolo. Innanzitutto evitaterebbe l’avvicinamento di Kiev all’odiata Nato ed all’Unione Europea e poi scongiurerebbe così il possibile sfratto, desiderato fortemente da Yushenko, della sua flotta dal porto di Sebastopoli sul Mar Nero. Nel bacino marino che si stende ad est dello stretto dei Dardanelli, utilizzando anche i vigenti trattati in materia di navigazione sulle sue acque, Mosca continuerebbe a riservarsi un importante voce in capitolo considerato che ora è stretta tra tre paesi, Turchia, Bulgaria e Romania, che aderiscono alla Nato. Di qui passano i maggiori oleodotti e gasdotti per l’occidente per cui se ne intuisce a prima vista l’importanza strategica. A Yushenko, ormai isolato, non rimarrebbe altro che dimettersi dalla carica di Capo dello Stato, carica cui dovrebbe salire la stessa Tymoshenko. Voci sempre più insistenti a Kiev ci dicono infatti che in caso di isolamento l’attuale  presidente della Repubblica ucraino non esiterebbe ad abbandonare la politica. Con la Tymoshenko Presidente della Repubblica e con Yanukovich premier, dunque, l’Ucraina sarebbe normalizzata, proprio come desidera lo Zar Putin.       
Sergio Bagnoli


18 settembre 2008

Primarie di Kadima: le prossime tappe

 Il partito di maggioranza relativa Kadima ha tenuto mercoledì le sue elezioni primarie per decidere chi prenderà il posto del primo ministro Ehud Olmert alla guida del partito. Tuttavia il vincitore delle primarie non succederà automaticamente a Olmert nella carica di primo ministro. Vediamo in breve le tappe principali dell’iter avviato.

1. Primarie di Kadima. Se il vincitore ottiene il 40% o più dei voti espressi, diventa il nuovo leader del partito al primo turno. Altrimenti si va al ballottaggio fra i primi due. Secondo gli exit-poll di mercoledì sera, l’attuale ministro degli esteri Tzipi Livni avrebbe ottenuto tra il 47 e il 49% dei voti.

2. Terminate le primarie, Olmert – come si è impegnato a fare – rassegna formalmente le dimissioni nelle mani del presidente d’Israele Shimon Peres. Il governo si dimette contestualmente.

3. Dopo consultazioni coi leader dei partito, Peres conferisce a un parlamentare, molto probabilmente al nuovo leader di Kadima, l’incarico di formare un nuovo governo.

4. Il primo ministro incaricato ha 42 giorni di tempo per formare una nuova coalizione di governo e portarla alla Knesset per ottenere la fiducia.

5. Se non risulta possibile varare un nuovo governo, si devono tenere elezioni generali anticipate entro 90 giorni. Dopo le elezioni, riparte da capo il processo per la formazione del governo (consultazioni, incarico ecc.).

6. Olmert rimane comunque primo ministro per gli affari correnti finché non viene approvato dalla Knesset un nuovo governo. (Uno scenario alternativo potrebbero essere le dimissioni immediate di Olmert da parlamentare con il subentro del vice primo ministro Tzipi Livni, che è anche la nuova leader del partito Kadima).

 Haaretz


17 settembre 2008

Giorgio Israel e la rana crocifissa

 

La viltà che lega una rana crocifissa al silenzio sulle persecuzioni dei cristiani

Finora non pare che sia servita la denuncia di Angelo Panebianco né l’iniziativa promossa dalla Fondazione Liberal per risvegliare l’attenzione sullo scandalo delle persecuzioni e dei massacri di cristiani che si svolgono da ogni parte del mondo. Troppi, mentre sono pronti a sollevarsi strepitando di razzismo genocida quando si propone di prendere le impronte ai bambini dei campi nomadi, voltano lo sguardo dall’altra parte di fronte ai massacri concreti di cristiani. Una delle cause principali è stata identificata da Angelo Panebianco nell’«atteggiamento farisaico secondo il quale non conviene parlare troppo delle persecuzioni dei cristiani se non si vuole alimentare lo “scontro di civiltà”. Come se ignorare il fatto che nel mondo vari gruppi di fanatici usino la loro religione (musulmana, indù o altro) per ammazzarsi a vicenda e per ammazzare cristiani ci convenisse». Il “politicamente corretto” ipocrita e suicida porta a tacere e persino a giustificare ogni crimine compiuto dall’“altro” e a considerare il massacro di cristiani come un normale prezzo da pagare per le colpe della civiltà occidentale.
Questo atteggiamento è testimoniato da tanti fatti tra cui va sottolineata l’asimmetria che porta a condannare le vignette danesi su Maometto come un’efferata provocazione che avrebbe giustificato lo scatenamento di un’autentica guerra di religione da parte di gruppi fanatici musulmani di mezzo mondo, mentre si giustificano e difendono a spada tratta le “opere d’arte” che rappresentano una rana crocefissa o un’erezione di Gesù in croce. Nel primo caso si deplora l’offesa a una figura sacra per i musulmani, di fronte alla quale la libertà di espressione deve inchinarsi e sapersi limitare. Nel secondo caso, il simbolo sacro e il valore che esso ha per i cattolici deve inchinarsi di fronte alla libertà di espressione e all’assoluta indipendenza dell’“arte” che non può limitarsi di fronte a nulla e nessuno, anche se nei fatti questo “nulla e nessuno” ha nomi e cognomi ben precisi: è lecito fare strame della croce o paragonare la verga di Mosé a un fallo ma tutti debbono inginocchiarsi di fronte al sacro turbante di Maometto.
Quel che è tragicamente penoso in questa faccenda è il richiamo alla libertà “artistica” e che professori universitari di storia dell’arte o conservatori di musei parlino con sussiego di opere d’“arte” è un segno dello sfacelo della nostra cultura, del modo in cui vengono svenduti senza dignità le nozioni più elementari in nome della cupidigia di asservimento all’“altro”. Occorrerebbe ricordare a questi solerti “intellettuali” che un oggetto per essere definito un’opera d’arte deve soddisfare alcune caratteristiche minime, tra cui la messa in opera, per la sua produzione, di una maestrìa non alla portata di chiunque e una finalità espressiva che miri a trasmettere significati universali. Non basta prendere una tazza di gabinetto, una cacca, disegnare o scolpire un fallo in erezione – secondo la migliore tradizione della grafica da cesso pubblico – mettervi sotto una scritta ermetica e riuscire a esporlo in una mostra perché realizzare un’opera d’“arte”. Perché, in tal caso, l’unica “arte” che viene messa in atto è quella dell’astuzia mediatica e dell’abilità nell’intrallazzare per inserirsi nei circuiti espositivi. Non si sa se ridere o piangere sentendo uno di questi “intellettuali” paragonare la rana di Bolzano alla Cappella Sistina di Michelangelo. Questa cupidigia di asservimento che fa strame dell’arte in nome di una cultura che non merita più di essere chiamata tale è uno dei terreni su cui si alimenta l’indifferenza per le stragi e i massacri dei cristiani.


17 settembre 2008

Topolino è un «soldato di Satana e deve morire»

 

Topolino è un «soldato di Satana e deve morire». Un ex diplomatico saudita a Washington, lo sceicco Muhammad Munajid, ha messo sotto accusa il celebre personaggio della Walt Disney poichè, secondo la legge islamica, «il topo è un animale disgustoso e corrotto» e quindi va ucciso. Munajid, nel corso di un'intervista a una tv araba, rilanciata dal quotidiano britannico Daily Telegraph, ha raccontato che il cartone animato è riuscito a «nobilitare» tra i bambini una figura così «disgustosa» come un topo e che quindi, secondo la Sharia, il personaggio di Topolino «va ucciso».


17 settembre 2008

Olmert: Preparare per tempo lo sgombero di israeliani da parti della Cisgiordania

 Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha affermato domenica che il governo deve iniziare subito i preparativi per un futuro sgombero di israeliani da parti della Cisgiordania.
Aprendo la riunione settimana del consiglio dei ministri, Olmert ha detto che Israele dovrà probabilmente trasferire dei cittadini insediati in Cisgiordania, nel quadro di un futuro accordo di pace con i palestinesi. Alla luce dei perduranti colloqui di pace di Israele con i palestinesi, ha spiegato, è opportuno pensare fin d’ora a garantire incentivi economici a coloro che intenderanno trasferirsi spontaneamente.
Olmert ha aggiunto che è importante trarre insegnamento dagli errori commessi durante lo sgombero del 2005 dagli insediamenti della striscia di Gaza, e dunque pianificare la cosa con largo anticipo.
“Non dobbiamo decidere adesso, ma giacché sono in corso negoziati molto seri che potrebbero dare risultati concreti e portarci a prendere decisioni che comporteranno lo sgombero di residenti israeliani, dobbiamo preparaci sin d’ora a questa eventualità e pensare alle sue conseguenze”.
Le dichiarazioni del primo ministro israeliano sono state fatte all’inizio del dibattito del governo su una proposta di legge elaborata mesi fa dal vice primo ministro Haim Ramon che prevede indennizzi per gli israeliani residenti in Cisgiordania disposti a traslocare di loro spontanea volontà. La proposta di legge permetterebbe agli israeliani insediati al di là della barriera di sicurezza di ricevere compensazioni in denaro per il loro trasferimento a ovest della barriera. Secondo Ramon, almeno un quarto degli israeliani che attualmente abitano in Cisgiordania sarebbe pronto a traslocare di propria spontanea volontà. La proposta ha suscitato vivaci critiche dall’opposizione di destra, mentre ha ricevuto attestati di sostegno dall’opposizione di sinistra.
Nell’estate 2005 Israele procedette allo sgombero di 8.500 civili che vivevano nella striscia di Gaza e in quattro insediamenti minori nella Cisgiordania settentrionale. In quell’occasione diversi degli interessati si rifiutarono di cooperare con il piano di sgombero del governo. D’altra parte, un ente di controllo governativo accusò successivamente l’amministrazione d’aver mal pianificato il re-insediamento dei cittadini sgomberati, in particolare per non aver fatto abbastanza per trasferirli dalle sistemazioni provvisorie in abitazioni definitive.
“Negli ultimi due anni – ha continuato Olmert – siamo stati accusati di non aver preparato per tempo e in modo adeguato alcuni aspetti connessi all’operazione di disimpegno, il che si tradusse in inutili tribolazioni per i cittadini sgomberati. Ora ci dicono che ce ne stiamo occupando troppo presto. Invece è giusto pensare sin d’ora a come prepararsi in modo appropriato”.
Olmert ha messo l’argomento all’ordine del giorno nonostante la forte opposizione di alcuni ministri. In particolare il ministro dei trasporti Shaul Mofaz, candidato alle primarie del partito di maggioranza Kadima, ha detto: “La proposta indebolisce la posizione di Israele in tutti i futuri negoziati, e io non intendo sostenerla”.
Per il ministro degli esteri Tzipi Livni, il trasloco volontario di israeliani dalla Cisgiordania non dovrebbe essere discusso prima che vengano delimitate le frontiere definitive con i palestinesi: “Intendo parlarne quando avremo tutte le carte in mano”, ha spiegato.
Tra Israele e Autorità Palestinese sono in corso negoziati di pace che comprendono anche il futuro degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e la definizione esatta dei futuri confini, oltre a questioni come il problema dei profughi e quello di Gerusalemme.
La discussione sulla proposta Ramon è stata infine aggiornata, quando è risultato necessario dedicare più tempo del previsto a una mozione del ministro della giustizia Daniel Friedmann volta a limitare le prerogative dell’Alta Corte di Giustizia in campo legislativo.


17 settembre 2008

Stratega kuwaitiano: “Israele dovrebbe distruggere l’atomica iraniana”

 La distruzione della capacità nucleare iraniana sarebbe nell’interesse dei paesi arabi del Golfo e sarebbe “meno imbarazzante” se se ne occupasse Israele anziché l’America. È quanto sostiene, in un’intervista pubblicata domenica, Sami al-Faraj, analista kuwaitiano già consigliere governativo, oggi a capo del Kuwait Center for Strategy Studies.
Ufficialmente il Kuwait, come gli altri stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, propugna una soluzione con mezzi pacifici dello stallo tra Teheran e il resto del mondo, e sostiene che non permetterebbe agli Stati Uniti di usare il suo territorio per qualunque azione militare contro l’Iran. Tuttavia, ad una domanda del quotidiano Al-Siyassah circa le conseguenze di un eventuale raid israeliano sui reattori nucleari iraniani, al-Faraj ha risposto che la cosa non sarebbe poi così grave. “Onestamente – ha affermato – otterrebbero un risultato di grande valore strategico per i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, bloccando la tendenza dell’Iran a conquistare l’egemonia in tutta la regione”. Ed ha aggiunto: “Se fosse stroncata sul nascere per mano israeliana sarebbe per noi meno imbarazzante” che se lo fosse per mano americana.
Al-Faraj ha ricordato le pesanti ingerenze di Teheran in Iraq, in Libano, nei territori palestinesi, e la sua continua istigazione al conflitto fra musulmani sunniti e sciiti. “La domanda – ha continuato – è cosa farebbe se fosse una potenza nucleare. Dobbiamo dire pane al pane, e dire che sotterrare sul nascere le ambizioni nucleari iraniane sarebbe nell’interesse degli stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo” e di altri paesi della regione.
Nonostante tre serie di sanzioni decretate dalle Nazioni Unite, l’Iran continua a rifiutarsi di sospendere il processo di produzione di uranio arricchito.
Al-Faraj ha anche ricordato che i sei paesi arabi del Consiglio di Cooperazione del Golfo – Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman e Bahrain – hanno “offerto” a Teheran di cooperare nella realizzazione di un impianto congiunto per la produzione di energia nucleare esclusivamente ad uso civile, ma l’Iran ha respinto la proposta.
Attualmente Kuwait, Bahrain e Qatar ospitano basi militari americane nel loro territorio.

(Da: Jerusalem Post)

Nella foto in alto: L’impianto nucleare iraniano di Bushehr, a sud-ovest di Teheran


17 settembre 2008

Si misura sulle moschee l'inutilità politica e culturale di Rep. (e di sinistra)

  

Carlo Panella

Da non pochi anni, Repubblica si è preso il non individuabile compito di alzare tutte le bandiere che possono portare la sinistra all’isolamento e alla sconfitta e riesce mirabilmente a tenere fede a questa nobile idea. Sede naturale del luogo comune e del politically correct  -si leggano le invettive machiste di Vittorio Zucconi contro Sarah Palin- Repubblica regala al lettore di sinistra la certezza di non dovere compiere nessuno sforzo di analisi per comprendere la realtà, con la modica spesa di un euro quotidiano, rafforza la tendenza a non pensare, a essere inerti, a continuare a “fare un certo discorso”, a non avere dubbi e, naturalmente, a disprezzare come indegno l’avversario politico.

 Questo foglio che ha deciso inconsapevolmente di essere straordinario alleata del centrodestra, che si dimostra un efficace narcotizzatore di intelligenze, oggi ci offre un pezzo da manuale di Renzo Guolo. Il pur mite professore triestino, nel trattare il tema del contrasto leghista al proliferare di moschee, non si sottrae al rito dell’insulto (“delirio quotidiano”), dell’allarme epocale (“nuovo, invasivo autoritarismo disciplinare locale”) e all’alto e doloroso grido d’allarme sul “nuovo fascismo” (“omaggio estremo al nuovo federalismo religioso ispirato alla nostalgia regia e littoria dei culti ammessi”). Va letto in appositi seminari universitari, questo pezzo, perché illustra come pochi la totale, assoluta, cecità della cultura di sinistra nei confronti del paese reale. La Lega, infatti, alza la bandiera contro il proliferare delle moschee e molti suoi sindaci negano i permessi al culto, non per perfidia totalitaria, ma perché la sinistra –Repubblica in testa- ha favorito da una ventina d’anni il radicarsi di un islamismo politico minaccioso, perché dissennati sindaci di sinistra hanno regalato a fondamentalisti islamici denaro e patrimonio pubblico per fare le moschee e infine perché Repubblica, la sinistra e Renzo Guolo non hanno la minima idea di cosa sia una moschea. Nell’Islam, infatti, la moschea è assolutamente inutile –ripeto: assolutamente inutile- sotto ogni e qualsiasi profilo per l’esercizio del culto religioso. Ogni comandamento musulmano –inclusa la preghiera 5 volte al giorno- può e deve essere ottemperato al di fuori della moschea. Né,  chi organizza la moschea, l’Imam, ha un qualsiasi ruolo di culto. In breve, il culto musulmano in tutte le sue articolazioni si svolge a prescindere dalla moschea. Essa è però, un punto di riferimento politico-sociale, perché in essa si raccoglie la zakat –l’autotassazione islamica, che è un precetto- e la si distribuisce agli abbienti (il “Welfare islamico”) ed anche giuridico, perché, nel mondo musulmano, la moschea è retta da un laureato in una università coranica ( l’alim, singolare di ulema) che dispensa pareri, essenzialmente sul diritto famigliare. In Italia, sinora, i fondamentalisti islamici dell’Ucoii (la più grande organizzazione delle moschee) hanno impedito che si regolamentasse il funzionamento delle moschee e la stessa figura degli imam o ulema, con la pretesa –questo è il vero allarme democratico- che la legislazione italiana modificasse il diritto di famiglia secondo i precetti della sharia. Dunque, come Guolo e Repubblica dovrebbero sapere, il vero allarme democratico risuona da anni nella gestione fondamentalista (e antisemita e spesso filo terrorista) delle moschee italiane ad opera dei fondamentalisti dell’Ucoii. Basta d’altronde leggere il commento al Corano dell’Ucoii, dove di teorizza l’inferiorità della donna, per rendersene conto. La sinistra però, nella sua ormai frenetica ricerca di ignoranza, di tutto questo non s’è voluta rendere conto e –evidentemente affascinata dal pensiero totalitario dei fondamentalisti- ha anche ben pensato di risolvere i problemi di integrazione della comunità araba –unica comunità, prima di quella rumena, a presentare gravi problemi, tutti riconducibili ai residui del peggior retaggio islamista- non già agganciandosi ai problemi reali e alla vita della massa dei musulmani, ma privilegiando al parossismo quel 5%  (avete letto bene: 5%) dei musulmani che frequentano le moschee. Costoro sono stati oggetti di regalie, esaltazioni, a loro sono stati messi a disposizione convegni, palchi, finanziamenti pubblici, terreni. Il fiancheggiamento a questa demenziale scelta da parte di settori della Chiesa –particolarmente della curia milanese- che interpretano malamente lo spirito del Concilio e il dialogo interreligioso, ha poi completato il quadro.

 Naturalmente,  questa scelta demenziale a favore delle moschee –che ignorava con eccellente spirito “di sinistra” i problemi del 95% degli immigrati arabi- unito al dissennato appoggio a comunità in cui si sono radicati anche i terroristi islamici, ha prodotto un profondo rigetto nel nord Italia. L’estraneità e l’aggressività culturale di un Islam che si propone –e lo dice- di conquistare l’Europa e che punta –e lo dice- a imporre la sharia in Italia, è stata ampiamente recepita a livello sociale e ha creato un profondo spirito di rigetto. Rigetto che si è moltiplicato per mille per la altrettanto dissennata scelta di molti sindaci di sinistra che hanno permesso che gli immigrati musulmani regolari si insidiassero in veri e propri suk nel centro storici delle città, letteralmente violentando le millenarie radici delle comunità italiane (il centro storico medioevale di Genova in cui il sindaco Vincenzi del Pd, vuole di fatto regalare ai musulmani uno dei più belli edifici, ne è il simbolo vergognoso).

 In questo contesto la Lega cresce, si radica, trova consensi, mentre la sinistra declina, scompare, e infine… delira.

 Se Repubblica e Renzo Guolo volessero fare politica e smettere di correre verso il precipizio della propria inutilità culturale e politica, dovrebbero occuparsi di come regolamentare il mondo delle moschee, di come sconfiggere la presa dei fondamentalisti nelle moschee italiane, di come dialogare con il 95% dei musulmani che non frequenta la moschea, di come integrare nel tessuto urbano delle città i 3 milioni di immigrati che ora vi sono inseriti male e senza criterio.

 Solo e unicamente grazie alla Lega –che riporta sempre tutte le tensioni alla “gabina elettorale”- in Italia non vi è un movimento xenofobo e oggi infatti solo la Lega presenta un progetto di legge che regolamenta il caos delle moschee (prediche in italiano, rintracciabilità dei fondi, rispetto dei diritti dell’uomo, ecc…).

 La sinistra, Repubblica in testa, continua invece a seguire i suoi pregiudizi pseudo buonisti da “gauche caviar” che creano –se ne è ben accorto Cofferati che ha subito “mollato” la moschea di Bologna- tensioni sociali, giuste reazioni difensive, crollo dei consensi e incubano, però, anche elementi di xenofobia.

Una vecchia storia.
l'occidentale


17 settembre 2008

Un ragazzo d’oro Shai è uno dei 43 atleti israeliani handicappati che hanno partecipato a Pechino alle Paralimpiadi

 La forza si manifesta in molti modi. Ci sono quelli fisicamente forti, li si vede farsi i muscoli in palestra o fare jogging al mattino presto lungo le strade; ci sono quelli spiritualmente forti, che conservano la fede in Dio nonostante difficoltà e tragedie; ci sono quelli che mostrano una forza emotiva eccezionale, resistendo durante crisi personali che distruggerebbero gente da meno. Ma in qualunque modo si misuri la forza, Shai Haim è un uomo molto, molto forte.
Shai è uno dei 43 atleti israeliani handicappati che hanno partecipato a Pechino alle Paralimpiadi, in corso fino al 16 settembre. Tra gli sport rappresentati, tennis, nuoto, kayak, vela, equitazione, ping-pong, tiro con l’arco, tiro al piattello e basket.
Shai è uno dei 12 giocatori della delegazione israeliana di basket su sedia a rotelle, selezionata tra gli oltre duecento giocatori che competono in varie strutture Beit Halochem (centri sportivi per veterani disabili) in tutto il paese. Shai è stato designato miglior giocatore della sua squadra di Herzliya il che gli è valso un posto nella squadra nazionale, la prima a qualificarsi per le Paralimpiadi in 16 anni.
La saga di Shai ha avuto inizio nell’esercito, dove serviva in un’unità d’élite anti-commando della Brigata Nahal. Era il ragazzo più robusto di tutti, con avambracci enormi e torace possente. I suoi commilitoni dicevano scherzando che preferivano stargli dietro nelle missioni, perché avrebbe bloccato i proiettili. "Amaro umorismo", avrebbero confessato in seguito. Il 30 settembre 2002 l’unità di Shai prese parte a un’incursione contro il quartier generale di Hamas nella famigerata casbah di Nablus, dove trovarono una miniera d’oro di informazioni sulle attività terroristiche di quel gruppo, comprese liste di terroristi e progetti di attentati.
Nel bel mezzo della missione l’unità si trovò sotto il fuoco dei cecchini piazzati su un edificio vicino. Shai fu colpito per primo e crollò al suolo. Il suo migliore amico nell’unità, mio figlio Ari Weiss, si precipitò al suo fianco per aiutarlo e fu colpito anche lui da un proiettile che gli perforò un polmone, uccidendolo sul colpo.
Ma Shai sopravvisse. Fu trasportato di corsa in un ospedale da campo a Shavei Shomron, e poi all’ospedale Sheba di Tel Hashomer. Il proiettile si era fermato vicino alla spina dorsale; fu operato d’urgenza. Appena prima di entrare in sala operatoria, prima di perdere conoscenza, Shai scrisse su un pezzo di carta: "Il mio amico Ari è stato ucciso, per favore fate in modo che io possa andare al suo funerale”.
I chirurghi gli asportarono un rene e gli salvarono la vita, ma non poterono rimuovere il proiettile né riparare il danno al sistema nervoso. Dopo 48 ore gli annunciarono che sarebbe vissuto, ma non avrebbe mai più camminato. Altri sarebbero caduti preda della depressione, o della rassegnazione. Ma Shai rifiutò di farlo. Era sempre stato un atleta, eccelleva nella palla a mano e una delle sue prime domande al suo terapista fu se avrebbe dovuto abbandonare tutti gli sport. "No, se non vuoi – fu la risposta – Tu e solo tu deciderai quello che potrai fare d’ora in poi”.
Era quello che Shai voleva sentirsi dire. Passò quattro mesi in riabilitazione intensiva, lavorando strenuamente con i pesi, rafforzando la parte superiore del corpo e imparando a manovrare agilmente la sua sedia a rotelle. Ma soprattutto mantenne un atteggiamento fiducioso e positivo, che colpiva i suoi medici e quanti lo andavano a trovare. Un rabbino della Florida, che aveva letto di Shai ed era andato a trovarlo, mi disse in seguito: "Sono entrato nella sua stanza triste e pieno d’ansia per la sua situazione; ne sono uscito rasserenato, con una nuova sicurezza sulla forza dello spirito umano”.
Shai decise che non ci sarebbero state limitazioni nella sua vita. Un anno dopo essere stato ferito, sposò la sua ragazza Tamar, una kibbutznik anch’essa piena di forza di volontà che lo aveva aiutato a recuperare la salute e che incoraggiava la sua determinazione a eccellere. Al suo matrimonio – che ho avuto l’onore di officiare – Shai stupì la folla “camminando” lungo la navata grazie a speciali apparecchi a batteria, costruiti appositamente per lui e portati sotto i pantaloni, che sollevavano le sue gambe come se stesse camminando da solo. Quando fu recitata l’ultima benedizione, Tamar si tenne al suo braccio mentre “sollevava” il piede destro per la tradizionale rottura del bicchiere.
Il bicchiere non fu l’unica cosa che si infranse quella sera: si infranse il cuore di tutti quando Shai invitò gli altri ospiti del reparto handicappati a unirsi a lui in una speciale “danza delle sedie a rotelle”, dimostrando che anche loro potevano ballare a un matrimonio e parteciparvi in pieno.
Shai e Tamar partirono poi per un viaggio di tre mesi in Nuova Zelanda e Australia. “Ogni soldato ha un tiyul (lungo viaggio) dopo il servizio militare – disse Shai – e io non mi lascerò privare del mio”. Camminarono sulle montagne, fecero snorkeling sulla Grande Barriera Corallina e andarono perfino in bicicletta, con quella di Shai azionata con le mani che suscitava stupore dappertutto. “Quel viaggio dimostrò a Shai al di là di ogni dubbio che poteva andare dappertutto e fare qualunque cosa si fosse prefisso di fare”, dice Tamar.
Shai divenne un frequentatore regolare di Beit Halochem a Tel Aviv, una struttura incredibile che si occupa dei nostri soldati invalidi e offre laboratori di arti e artigianato, musica, computer, perfino danza. Shai giocava a tennis e a volano; poi decise di provare con il basket. Per quelli che non hanno mai visto una partita, il basket in sedia a rotelle è un gioco duro e aspro, con le stesse regole di base del basket regolare. I giocatori spesso si scontrano, le sedie a rotelle si rovesciano e giocatori rimangono sdraiati a terra. Nessuno li aiuta: loro vogliono così. Si rialzano, risalgono sulla sedia a rotelle e riprendono il gioco. “E’ il mio motto nella vita – dice Shai sorridendo – Niente lamenti e niente piagnistei: si riprende a giocare e basta”.
Shai è stato accompagnato a Pechino non solo da Tamar, ma anche dalla loro figlia Roni Bracha. Nata due mesi fa, dopo dodici trattamenti in vitro, è forse l’avvenimento più miracoloso di una lunga serie di avvenimenti mirabili nella vita di Shai. Non si sognerebbe di andare in Cina senza di lei: “Dove vado io, viene anche lei”, dice avvolgendola con le sue braccia possenti mentre la tiene in grembo.
Shai Haim – il cui nome significa “il dono della vita” – la sua una medaglia d’oro l’ha già vinta, e per sempre.

(Da: Jerusalem Post, 08.09.08)

Nella foto in alto: Shai Haim con la moglie Tamar e la figlia Roni Bracha


17 settembre 2008

Olmert: “Addolorati per i profughi sia palestinesi che ebrei”

 Nel formulare un appassionato appello per la pace, il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha avuto parole di sentita compassione per la sorte dei profughi del conflitto arabo-israeliano, sia palestinesi che ebrei.
Lo ha fatto lunedì, intervenendo – verosimilmente per l’ultima volta – dinanzi alla commissione esteri e difesa della Knesset, tre giorni prima delle sue annunciate dimissioni.
“Ogni giorno che passa senza un accordo coi palestinesi – ha detto Olmert – è un giorno di cui ci rammaricheremo. Se non arriveremo rapidamente a un accordo perderemo l’occasione, e questa occasione perduta potrebbe comportare un prezzo insostenibile”.
Olmert e il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) hanno posizioni ancora distanti soprattutto sulla questione dei profughi palestinesi e di Gerusalemme. Tuttavia, secondo il portavoce di Olmert Mark Regev, il primo ministro israeliano è fermamente convinto che è possibile superare il divario e arrivare a un accordo di portata storica con i palestinesi entro il 2008 “se entrambe le parti si siedono al tavolo negoziale con un certo livello di creatività e di flessibilità”.
Nei giorni scorsi, fonti governative israeliane avevano affermato che si sono registrati progressi nei negoziati sulla questione dei confini definitivi. Domenica scorsa il Canale Due della televisione pubblica israeliana riferiva che Olmert avrebbe manifestato ad Abu Mazen la disponibilità a trasferire ai palestinesi sino al 98,1% della Cisgiordania. La notizia non è stata commentata da fonti ufficiali.
Nel suo intervento di lunedì alla commissione esteri e difesa, Olmert ha detto che ogni metro di Cisgiordania trattenuto da Israele nel quadro di un accordo per la soluzione definitiva dovrà essere compensato da un metro di territorio israeliano all’interno delle linee pre-1967 da cedere ai palestinesi. “Se quello che vogliamo è un compromesso territoriale, il prezzo sarà molto vicino all’equazione uno contro uno. Tale equazione può essere raggiunta in molti modi, con trasferimenti e fusioni di territori – ha aggiunto Olmert, senza tuttavia entrare nei dettagli della trattativa – Personalmente penso che questo prezzo sia inferiore a qualunque prezzo che pagheremmo più in là nel futuro”.
Nonostante le dichiarazioni dei leader palestinesi, Abu Mazen compreso, secondo cui le sue parti sarebbero ben lontane da un accordo, Olmert ha detto che lui e i palestinesi potrebbero raggiungere un’intesa almeno su tre questioni chiave: confini, sicurezza e profughi. Si potrebbe fare, ha detto, in conformità con la Road Map, a condizione che vengano eliminate tutte le attività terroristiche in Cisgiordania.
In ogni caso, ha aggiunto, Israele non potrà accettare la richiesta palestinese di riconoscere ai profughi (e ai loro discendenti) un presunto “diritto” a tornare a stabilirsi all’interno di Israele. “Siamo pronti a fare la nostra parte nel quadro di un meccanismo internazionale che studi le possibili soluzioni per questo problema – ha specificato Olmert – Soluzioni all’interno dello stato palestinese, che sarà la sede nazionale palestinese, e non all’interno dello stato d’Israele, che è la sede nazionale del popolo ebraico”.
Olmert ha espresso compassione per le sofferenze patite dai profughi palestinesi, sradicati nel 1948 quando Israele nacque e venne aggredito dagli eserciti dei paesi arabi. “Siamo addolorati per la loro sorte” ha detto Olmert, e ha aggiunto: “Ricordiamo che centinaia di migliaia di ebrei che vivevano nei paesi arabi soffrirono e vennero esiliati dai quei loro paesi d’origine, dove non fu più loro permesso tornare”.
Olmert ha inoltre sostenuto che l’attuale popolazione arabo-israeliana dovrà restare all’interno dello stato anche quando sarà raggiunta coi palestinesi la soluzione due popoli-due stati. A quel punto, ha spiegato, “sarà più semplice gestire le difficoltà legate al loro status civile di cittadini arabi d’Israele”.
Rispondendo a una domanda circa la minaccia strategica che attacchi missilistico provenienti dalla Cisgiordania potrebbero porre nel caso della soluzione due-stati, Olmert ha detto che Israele è già all’interno della gittata dai razzi delle organizzazioni terroristiche sia da nord che da sud: “E’ sbagliato pensare che un metro in più o in meno faccia molta differenza”.
Davanti alla commissione parlamentare Olmert si è poi soffermato sulla dichiarazione da lui resa domenica in chiusura del consiglio dei ministri, quando aveva detto che la prospettiva dell’integrità della Terra d’Israele (cosiddetta “grande Israele”) non è realistica, se Israele vuole preservare la propria identità di stato ebraico. Il governo deve agire alla svelta, ha detto, perché l’idea di un unico stato sia per gli israeliani che per i palestinesi sta prendendo piede in larghi settori della comunità internazionale. Tale soluzione significherebbe la fine dello stato d’Israele come sede nazionale del popolo ebraico, un passo che metterebbe a repentaglio il popolo ebraico nel suo complesso. Il futuro del popolo ebraico, ha detto Olmert, dipende dal fatto che continui ad esistere lo stato di Israele come stato ebraico. “Sono convinto che ogni metro di terra a ovest del fiume Giordano faccia parte storicamente della Terra d’Israele – ha spiegato – perché non vi è mai stata un’altra cultura che abbia governato in modo indipendente su questo paese. Ma oggi vive qui altra gente, che appartiene a un’altra cultura”. Di conseguenza Israele deve perseguire un compromesso territoriale.
Circa la Siria, Olmert ha detto: “Sono preoccupato per le strategie di sicurezza e questo è il motivo per cui dobbiamo adoperarci per un accordo con la Siria”. Ad oggi Israele ha avuto quattro round di colloqui indiretti coi siriani, mediati dalla Turchia. Secondo i mass-media turchi, un quinto round potrebbe aver luogo entro questa settimana. “Non ci siamo impegnati a niente – ha specificato Olmert – ma, alla fine, coloro che vogliono la pace con la Siria devono capire che il prezzo sarà alto e la domanda che devono porsi e se ne valga la pena”.
Olmert ha proseguito dicendo che, se si riuscirà a cogliere l’occasione di stringere accordi con Siria e palestinesi, “allora potremo fare un accordo anche con il Libano, e a quel punto Israele sarà circondato da paesi con cui non avrà più contenziosi aperti. Non è una visione impossibile – ha concluso il primo ministro israeliano – E’ realistica, e dipende anche dalla nostra determinazione ad andare avanti. Ma è una strada che comporta prezzi dolorosi e rischi che noi, come paese, possiamo assumerci”.

(Da: Jerusalem Post, 16.09.08)


17 settembre 2008

Eurabia: In UK arriva la sharia (e le femministe dove sono sparite?)

 


 Guido Santevecchi

«Londra, fra moglie e marito decide la «sharia»»

 Il sistema giudiziario del Regno Unito ha accettato l'autorità delle corti islamiche, all'interno della comunità musulmana, su tre questioni sensibili come divorzio, violenza all'interno della famiglia e dispute finanziarie.
Anche a giudicare dalle sentenze di cui si ha notizia i rischi, in particolare per le donne musulmane, sembrano essere piuttosto elevati.
Di fatto, la giustizia britannica sembra aver rinunciato, per esempio, a proteggere le donne musulmane vittime di maltrattamenti, affidando questo compito ai dotti della comunità islamica britannica, che dal canto loro appaiono inclini a privilegiare l'obiettivo della salvezza  dei matrimoni rispetto diritti delle donne che avevano sporto denuncia, e che l'hanno ritirata
dopo la sentenza.
In una disputa ereditaria, d'altro canto
i giudici "hanno assegnato ai maschi il doppio della cifra attribuita alle donne, perché così stabilirebbe la sharia".
 
Dal CORRIERE della SERA del 15 settembre 2008

LONDRA — Quando qualche mese fa l'arcivescovo di Canterbury aveva osservato che «l'adozione in Gran Bretagna di alcuni aspetti della sharia islamica è inevitabile» era stato crocifisso da destra e da sinistra. Ma ora il sistema giudiziario del Regno Unito ha accettato i poteri di giudici islamici in cause di divorzio, violenza all'interno della famiglia e dispute finanziarie.
Cinque corti che giudicano in base alla legge coranica sono in funzione a Londra, Birmingham, Manchester, Bradford e Nuneaton e presto seguiranno Edimburgo e Glasgow. La rete è diretta dallo sceicco Siddiqi, capo del Muslim Arbitration Tribunal di Nuneaton nel Warwikshire, che ha spiegato al
Sunday Times di aver agito in base all'Arbitration Act del 1996, la legge britannica che attribuisce agli arbitrati valore legale se entrambe le parti nella disputa danno ai giudici il potere di emettere una sentenza nel loro caso. Secondo l'Arbitration Act il verdetto di una corte islamica è valido e può essere messo in pratica da un tribunale ordinario del Regno o anche dall'Alta Corte.
Lo sceicco magistrato dice che i primi giudizi sono stati emessi nell'agosto del 2007 e che da allora sono stati già più di un centinaio, in materia di divorzio islamico, eredità e liti varie tra vicini di casa. Siddiqi ha rivelato che sono stati regolati sei casi di violenza tra coppie sposate, in collaborazione con la polizia. E ha sottolineato che ai mariti colpevoli di maltrattamenti è stato imposto di prendere lezioni di «gestione della loro ira» e sono stati sottoposti alla vigilanza degli anziani della comunità. Dopo la sentenza della Sharia Court le donne hanno ritirato la denuncia di fronte alla polizia britannica: fatto più che positivo, ha detto il giudice islamico, perché si sono salvati dei matrimoni dando alle coppie una seconda opportunità di cominciare il loro rapporto matrimoniale. «Ci limitiamo a regolare gli affari della nostra comunità », ha concluso.
Qualcuno ha ricordato che in base allo stesso principio dell'arbitrato, già prima della legge del 1996 in Gran Bretagna hanno funzionato corti di diritto ebraico,
Jewish Beth Din per casi di diritto civile. «Se si lasciano lavorare corti ebraiche non si possono discriminare quelle islamiche», ha osservato il Muslim Council for Britain.
Ma il rischio che nella Gran Bretagna multietnica si accetti un «sistema legale parallelo» ha fatto levare voci scandalizzate. Dominic Grieve, ministro ombra conservatore della Giustizia chiede di sapere «quali tribunali britannici stiano avallando decisioni di questo genere, perché agiscono al di fuori della legge». «È semplicemente sconvolgente, nessun arbitrato in base alla sharia
dovrebbe essere accettato o fatto valere dallo Stato britannico », ha detto il direttore del Centro per la Coesione Sociale.
Tra i casi dibattuti di fronte alla corte coranica di Nuneaton c'è stata una disputa ereditaria che divideva cinque figli, tre femmine e due maschi. Il dottor Siddiqi è stato soddisfatto della soluzione: ripartizione tra i cinque. I suoi giudici hanno assegnato ai maschi il doppio della cifra attribuita alle donne, perché così stabilirebbe la sharia.
Ma anche il magistrato più alto in grado del regno, Lord Chief Justice Phillips, approva l'uso della sharia in materia finanziaria e matrimoniale. Il ragionamento è che è meglio permettere ai musulmani di decidere secondo la sharia, alla luce del sole, che in segreto.
La Gran Bretagna è stato anche il primo Paese occidentale a lanciare sul mercato gli sharia bond: obbligazioni che si adeguano alla legge islamica, contraria agli interessi.


17 settembre 2008

«L’ultimo nazista alla sbarra»

 

I capelli bianchissimi, gli occhi a tratti socchiusi, le cuffie calzate per tutto il tempo sulle orecchie per captare le domande dei giudici. Eccolo Josef Scheungraber, l’ex ufficiale della Wehrmacht che da ieri deve rispondere davanti il tribunale di Monaco di Baviera dell’uccisione, nel 1944, di 14 civili italiani a Falzano, nei pressi di Cortona. Questo novantenne dall’udito ormai perduto ma dai gesti ancora decisi potrebbe essere l’ultimo imputato a comparire davanti un tribunale tedesco per i crimini di guerra nazisti.
In aula l’ex sottotenente Scheungraber si presenta avvolto in uno Janker, la tradizionale giacca bavarese, la mano destra aggrappata a una stampella, a sorreggere un’andatura ciondolante ma sicura. All’esterno del palazzo di giustizia alcuni manifestanti scandiscono i nomi delle vittime di Falzano. Dentro inizia la lettura dell’accusa. Nell’estate del 1944 Scheungraber avrebbe ordinato un massacro di civili italiani, per vendicarsi di un attacco sferrato dai partigiani contro le truppe tedesche in ritirata dal Centro Italia. Il 26 giugno 1944 il battaglione 818 dei pionieri, guidato dall’ex ufficiale, cadde vittima di un’imboscata nei pressi di Falzano. Due soldati tedeschi vennero uccisi; un terzo riuscì a salvarsi e a dare l’allarme. Fu a quel punto che iniziò la strage: il 27 giugno i soldati di Scheungraber uccisero prima tre uomini e una donna. Poi radunarono undici persone e le rinchiusero in un casolare, che fu fatto saltare in aria. Infine fecero fuoco sui resti fumanti, per essere sicuri di aver compiuto fino in fondo la loro vendetta. Soltanto un ragazzo, Gino Massetti, allora quindicenne, riuscì a venirne fuori vivo.
Per quel massacro Scheungraber è stato condannato due anni fa all’ergastolo in contumacia dal tribunale militare di La Spezia. Eppure lui ha sempre negato tutto. Un copione che si è ripetuto anche ieri a Monaco. L’ex ufficiale respinge «completamente» le accuse, ha scandito uno dei suoi avvocati, Christian Stünkel, leggendo una dichiarazione del suo assistito. «Non era sul luogo della strage e non l’ha ordinata», aggiunge il secondo difensore, Rainer Thesen. In aula mancava invece il terzo avvocato dell’ex sottotenente, Klaus Goebel, il quale vanta sulla lista dei suoi passati clienti anche lo storico negazionista David Irving e viene considerato vicino a «Stille Hilfe für Kriegsgefangene und Internierte», un’organizzazione che avrebbe offerto sostegno e copertura a ex membri delle SS in fuga.
Sono Stünkel e Thesen a mettere in dubbio la capacità di Scheungraber di partecipare a un processo, a causa della sua età, e a ribadire che non ci sono testimoni in grado di confermare la sua presenza a Falzano. L’ex ufficiale della Wehrmacht, invece, resta per lo più in silenzio. Una perizia ha stabilito che è in grado di seguire le udienze, ma soltanto per poche ore. Le uniche parole che gli escono dalla bocca sono uno «ja» strillato al giudice Manfred Götzl, che gli chiede se sottoscrive la dichiarazione appena letta dal suo avvocato, e un «Ci sento bene!», urlato sempre a Götzl dopo aver ricevuto le cuffie. Poi torna a chiudersi nel suo silenzio, immobile.
Nessuno, a Ottobrunn, la cittadina vicino Monaco di Baviera in cui Scheungraber risiede da decenni, avrebbe immaginato di vederlo a 90 anni sul banco degli imputati. Proprio lui, che era era stato comandante onorario dei vigili del fuoco della città e aveva ricevuto nel 2005 una medaglia per meriti civili. Proprio lui, che è stato difeso dal primo cittadino in persona («sono convinto della sua integrità personale e della sua innocenza», ha detto a giugno il sindaco Thomas Loderer). Un onorato cittadino, insomma, che però ancora nel 2007 partecipava a Hohen Brendten al contestato raduno annuale dei «Gebirgsjäger», i temuti alpini tedeschi responsabili dell’eccidio di Cefalonia.
Il processo contro Scheungraber dovrebbe concludersi il 21 ottobre prossimo. Fino ad allora davanti i giudici sfileranno 16 testimoni. Tra questi ci sarà anche Gino Massetti.
Alessando Alviani


17 settembre 2008

PROFUGHI A VITA e PROFUGHI EREDITARI decuplicano

 

L'UNRWA e i profughi "a vita"

 

L'UNRWA (United Nations Relief Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) fu creata sotto la giurisdizione dell'Alto Commissario ONU per i profughi (UNHCR), con l'unica responsabilità di aiutare esclusivamente i palestinesi. Grazie a questo status speciale l'UNRWA perpetua, anziché risolvere, il problema dei profughi palestinesi, e quindi rappresenta un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Diversamente da ogni altro ente dell'ONU, la definizione dell'UNRWA di "profugo" comprende non solo i profughi stessi, ma anche i loro discendenti. Inoltre,i profughi mantengono il loro status anche se hanno ottenuto una nuova cittadinanza.

L'UNRWA impiega insegnanti affiliati a Hamas e permette la diffusione di messaggi di Hamas nelle sue scuole. Con il colpo di mano di Hamas a Gaza nel luglio 2007, Hamas ha preso possesso delle strutture UNRWA del posto.

È dunque evidente che le attività dell'UNRWA richiedono un intervento urgente. L'Agenzia dovrebbe essere sciolta e i suoi servizi trasferiti a organismi dotati di un'amministrazione più appropriata.

Milioni di profughi in tutto il mondo – oltre 130 milioni dalla seconda guerra mondiale – sono stati sotto la responsabilità dell'UNHCR, che mira al reinserimento e alla riabilitazione dei profughi.

Ma l'8 dicembre 1949 l'Assemblea Generale dell'ONU approvò la risoluzione 302 che dava vita a un'apposita agenzia dedicata esclusivamente "all'aiuto diretto e ai programmi di lavoro" per i profughi arabi palestinesi – l'UNRWA, appunto – facendone un ente senza eguali.

L'UNRWA esiste per perpetuare, non per risolvere, il problema dei profughi palestinesi. Da che esiste, nessun palestinese ha mai perduto lo status di profugo. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l'UNRWA, essi continuano ad essere dei profughi con pieno diritto all'assistenza.

In questi sessant'anni l'UNRWA si è trasformata in uno strumento fondamentale per la perpetuazione del problema dei profughi, e in un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Quando l'UNRWA cominciò a contare i profughi, nel 1948, lo fece secondo modalità che non hanno precedenti: puntando cioè a registrare il massimo numero possibile di quelli che definiva "profughi".

Innanzitutto, venne considerato palestinese chiunque avesse vissuto nella Palestina Mandataria britannica nei DUE anni precedenti lo scoppio del conflitto arabo-israeliano. Inoltre, l'UNRWA conta come profughi anche tutti i discendenti dei profughi originari: un sistema che dal 1948 in poi ha generato – caso unico al mondo – un incremento del 400% nel numero di profughi sotto la sua giurisdizione.

Si trattava di una definizione di "profugo palestinese" politicamente motivata, con il sottinteso che i palestinesi sarebbero rimasti profughi per sempre o fino al giorno in cui si fossero trionfalmente stabiliti in uno stato arabo palestinese che comprendesse tutto il territorio su cui sorge Israele. Se si ricostruivano una vita altrove, anche dopo molte generazioni – dopo decenni o, in teoria, dopo secoli – rimanevano comunque ufficialmente profughi. Cosa molto diversa dalle altre situazioni nel mondo, dove gli altri profughi mantengono lo status di "profugo" solo finché non trovavano una collocazione permanente altrove, presumibilmente come cittadini di altri paesi.

Infine, per l'UNRWA lo status di profugo palestinese si basava soltanto sulla semplice parola del postulante.

Perfino la stessa UNRWA, in una relazione del giugno 1998 del suo Commissario Generale, ammise che le sue cifre erano gonfiate: "I numeri di registrazione dell'UNRWA sono basati su informazioni fornite spontaneamente dai profughi stessi con lo scopo principale di ottenere accesso ai servizi dell'agenzia e quindi non possono essere dati demografici statisticamente validi".

Nell'ottobre 2004 l'allora Commissario Generale dell'UNRWA Peter Hansen ammise pubblicamente per la prima volta che membri di Hamas erano pagati dall'UNWRA, aggiungendo: "Non mi sembra un crimine. Hamas come organizzazione politica non significa che ogni membro sia un militante, e noi non facciamo controlli politici e non escludiamo nessuno, di qualunque convinzione sia". Di conseguenza, il denaro dei contribuenti di paesi dove Hamas è legalmente definita un'organizzazione terroristica, come Stati Uniti e Canada, viene illegalmente usato per finanziare attività controllate da Hamas.

L'opinione di Hanson che Hamas sia una normale organizzazione politica le cui dottrine non interferiscono con il governo e l'istruzione dei palestinesi rimane la posizione ufficiale dell'UNRWA. È stato così anche quando Hamas ha commesso violenze contro altri palestinesi. Non appena l'organizzazione jihadista si impadronì di Gaza con la forza, nel luglio 2007, l'UNRWA immediatamente fece sapere a Hamas che era pronta a ricominciare a fornire i propri servizi. Nulla fu cambiato nella sua procedura o nella sua performance dopo il golpe. Una chiara dimostrazione di questo fatto è stata la morte di Awad al-Qiq nel maggio 2008. Qiq aveva alle spalle una lunga carriera come insegnante di scienze in una scuola dell'UNRWA ed era stato chiamato a dirigere la sua Rafah Prep Boys School. Ma era anche il principale fabbricatore di bombe per la Jihad Islamica. Rimase ucciso mentre supervisionava un laboratorio dove si costruivano missili e altre armi da usare contro Israele, posto a poca distanza dalla scuola. Qiq si dedicava allo stesso tempo a costruire armi per attaccare civili israeliani e a indottrinare i suoi studenti a fare lo stesso. La Jihad Islamica non aveva bisogno di pagargli uno stipendio per le sue attività terroristiche: lo facevano già l'ONU e i contribuenti occidentali.

L'aumento del numero di insegnanti dell'UNRWA che si identificano apertamente con gruppi estremisti ha creato un blocco di insegnanti che assicura l'elezione di membri di Hamas e di singoli personaggi impegnati nelle ideologie islamiste. Usando le aule scolastiche come luoghi per diffondere i loro messaggi estremisti, questi insegnanti pesano anche sulle elezioni palestinesi locali. Quindi il sistema scolastico dell'UNRWA è diventato una piattaforma per le attività politiche di Hamas. Ad esempio, il ministro dell'interno e degli affari civili Saeed Siyam, di Hamas, è stato un insegnante nelle scuole UNRWA a Gaza dal 1980 al 2003. Poi divenne membro del sindacato degli impiegati arabi dell'UNRWA e capo del comitato di settore degli insegnanti. Altri famosi personaggi di Hamas provenienti dal sistema scolastico dell'UNRWA comprendono il primo ministro Ismail Haniyeh e Abd al-Aziz Rantisi, l'ex capo di Hamas.

Il bilancio dell'UNRWA è sostenuto da molti paesi, tra i quali gli Stati Uniti e i paesi occidentali figurano come i maggiori contribuenti. Nel 1990 il bilancio annuale dell'UNRWA era di oltre 292 milioni di dollari; nel 2000 era aumentato a 365 milioni. Tuttavia, nonostante questo aumento in apparenza significativo, le assegnazioni di fondi tra i vari campi profughi sono diminuite – complice il tasso di nascite molto elevato e l'aumento della popolazione dei campi. I profughi vengono scoraggiati dall'uscirne e sono incentivati a rimanere per ricevere l'assistenza. La spesa pro capite per i profughi dei campi è scesa quindi da 200 dollari in servizi all'anno negli anni '70 ai circa 70 attuali. Questa situazione risulta particolarmente evidente in Libano, dove il governo fornisce poca o nessuna assistenza ai palestinesi.

L'UNRWA fornisce lavoro a un gran numero di palestinesi (ha uno staff a tempo pieno di 23.000 persone). Mentre l'UNHCR e l'UNICEF evitano di impiegare locali che sono anche i destinatari dei servizi dell'agenzia, l'UNRWA non fa questa distinzione. L'UNRWA quindi mantiene una grossa popolazione di profughi e loro discendenti in uno stato di dipendenza assistenziale permanente, finanziato dai contribuenti occidentali. Così facendo, funziona come una diga contro i tentativi di trasformare i profughi in cittadini produttivi. Tutte le burocrazie hanno la tendenza ad auto-perpetuarsi. Nel caso dell'UNRWA, questa tendenza è esacerbata dal fatto che la ragion d'essere dell'organizzazione è la conservazione del problema dei profughi, piuttosto che lo sforzo di dargli soluzione.

L'ONU ha sbagliato quando ha creato un ente dedicato esclusivamente a un'unica popolazione di profughi e con un modus operandi diverso da quello di tutte le altre agenzie di assistenza.

Quattro sono i passi necessari per rimettere l'approccio internazionale al problema dei profughi palestinesi in linea con la pratica standard in situazioni simili. Primo, l'UNRWA stessa deve essere sciolta. Secondo, i servizi che l'UNRWA attualmente fornisce devono essere trasferiti ad altre agenzie ONU, in particolare l'UNHC, che hanno una lunga esperienza con tali programmi. Terzo, la responsabilità per i normali servizi sociali deve essere affidata all'Autorità Palestinese e una grossa porzione dello staff dell'UNRWA deve essere trasferita all'autorità governativa. Quarto, i paesi donatori devono usare la massima attenzione per assicurare trasparenza e responsabilità.

(Da: Jerusalem Post, 27.05.08) - di Jonathan Spyer

Friend of Israel

Una Risposta a "L'UNRWA e i profughi "a vita""

  1. La moltiplicazione dei profughi

    A pagina 2 di L'Opinione del 2004-06-09, Dimitri Buffa firma un articolo dal titolo «Professione profugo palestinese»

    In quattro anni decuplicano le richieste di assistenza alle Nazioni Unite da parte di abitanti di Gaza e della Cisgiordania. Riportiamo l'articolo di Dimitri Buffa.

    In quattro anni sono quasi decuplicati, aumentando del 1000%, i palestinesi che hanno richiesto lo stato ufficiale di "profugo" alle Nazioni Unite, tramite l'Unrwa (United nation reliefs and work agency), l'ente che per l'appunto si occupa dei senza tetto delle tante guerre che infestano il
    mondo. Dall'inizio della seconda Intifada infatti i profughi ufficiali sono passati a oltre un milione e 100 mila unità dalle 130 mila del settembre 2000.

    Questo dato è stato reso noto l'altro ieri proprio da Kofi Annan e da Peter Hansen, capo della Unrwa. Il quale ha sollecitato le nazioni presenti alla Conferenza dei donatori, in programma ieri e oggi a Ginevra (circa 60 paesi
    tra cui l'Italia) a fare di più. Ne dava notizia il Velino diplomatico che ha anche riportato la seguente frase di Hansen: "La situazione è notevolmente peggiorata, ed il nostro impegno potrebbe essere l'ultima ancora di salvezza nella Regione . Oggi, grazie alla Unrwa, un neonato
    palestinese ha molte più chance di crescere in buona salute, ma la carenza di fondi stà creando diversi problemi, come il sovraffolamento delle aule ed il deterioramento delle strutture di assistenza".

    Di chi la colpa di questo stato di fatto? Di Israele che combatte il terrorismo troppo rudemente? O della militarizzazione terroristica della seconda Intifada da parte di Arafat? O anche degli stessi palestinesi che hanno fatto dello status di profugo un vero e proprio business che va avanti da 50 anni, a fronte di poche centinaia di migliaia di veri sfollati nelle guerre del 1948 e del 1967?

    Basti pensare che degli oltre dieci milioni di profughi delle guerre indo pakistane adesso non parla più nessuno. Mentre quelli palestinesi assistititi dall'Unrwa con bilanci da 50 milioni di dollari l'anno vivono ancora adesso in tendopoli che poi sono usate dai terroristi come base per gli attacchi suicidi in Israele.

    Naturalmente non va dimenticato cosa abbia fatto l'Unrwa negli scorsi tre anni prima di trarre affrettate conclusioni. Proprio Hannsen e i suoi compagni di merende infatti sono coloro che inventarono la calunnia del massacro di Jenin (che fu invece una cruenta battaglia tra terroristi e l'esercito israeliano, con 53 morti tra i primi e 23 nel secondo) e inoltre dal governo israeliano sono sempre venute accuse al personale mediorientale dell'ente delle Nazioni Unite, accusato di avere coperto il terrorismo avvalendosi di mezzi dell'Onu usati anche per trasportare kamikaze.

    Le accuse sono di alcuni militanti di Hamas e di Tanzim catturati negli scorsi anni che hanno deciso di collaborare con l'antiterrorismo israeliano. Uno è Midal Nazal, arrestato nel settembre 2002 fà mentre guidava un' ambulanza dell¹Unrwa. Fermato ad un controllo veniva trovato in possesso di armi ed esplosivo trasportati con l'automezzo delle Nazioni Unite. Dopo i primi interrogatori in cui si era rifiutato di parlare a un certo punto ha ammesso che non era la prima volta che usava ambulanze Unrwa per il
    trasporto di armi e anche per il recapito di messaggi operativi tra i diversi gruppi terroristici. Un altro che ha parlato è Ala Hassan , uomo del Tanzim, fermato nel 2003,
    ha rivelato nel'interrogatorio che le scuole per i bambini palestinesi gestite dall'Unrwa a Nablus in realtà servono per allenarsi a sparare da parte dei terroristi locali e vengono anche utilizzate come base per conservare le munizioni e gli esplosivi. In pratica quei signori nascondo le
    bombe tra i loro stessi bambini, fregandosene altamente di eventuali tragiche conseguenze.

    Infine ha confessato anche Nahad Attahallah di avere usato regolarmente e per mesi una macchina dell'Unrwa per portare i martiri suicidi a farsi esplodere in Israele, come in una sorta di servizio bus.

    La gente a questo punto si chiederà: ma davvero un organismo della Nazioni Unite si può prestare a diventare complice e connivente del terrorismo palestinese?
    Purtroppo la risposta è sì, e la spiegazione è di quelle che non lasciano spazi a molti dubbi: le Nazioni Unite, per paura di rappresaglie armate contro i loro uomini, hanno di fatto "subappaltato" in via informale tutto il loro servizio scolastico e sanitario per i profughi palestinesi a personale esclusivamente di quella stessa nazionalità, cioè arabo
    palestinese o al massimo libanese, siriano ed egiziano.
    E trattandosi di gente di paesi ostili pregiudizialmente ad Israele ecco spiegato come è possibile che i conducenti delle ambulanze diventino complici di chi organizza attentati suicidi in Israele e di chi li esegue.




17 settembre 2008

Silvio Berlusconi: "Mi sento israeliano"

 

Il presidente del Consiglio ha ricevuto il premio "Personalità dell'anno" dall'associazione ebraica Karen Havesod

Il premier ha parlato del suo rapporto con gli ebrei: "Quando ho visitato il campo di sterminio di Auschwitz ho capito che ogni popolo libero doveva schierarsi al fianco di Israele". Poi però ha salutato anche la fine del governo di Olmert in Palestina: "Dispiace che vada via, lui è una persona saggia e giusta". Sulla crisi del caucaso: "Sono contento di aver fatto la mia parte per evitare una nuova guerra fredda". E infine la promessa: "Finirò il mandato che mi hanno conferito".

Alla platea dell'Associazione ebraica Keren Hayesod di Parigi, il premier ha annunciato: "Vi anticipo che resterò cinque anni di sicuro a governare il mio Paese". Nel suo intervento Berlusconi ha poi parlato della crisi in Caucaso: "Sono contento di avere avuto una funzione che credo si possa dire determinante nel fermare l'avanzata dell'esercito russo in Georgia". La crisi avrebbe potuto essere una miccia per tornare alla guerra fredda.

Un Berlusconi a tutto campo quello che riceve il premio “Personalità dell’anno” dall’Associazione ebraica Karen Havesod e ribadisce di essere “sempre stato naturalmente amico di Israele. Ho avuto nella mia infanzia compagni ebrei che ho amato, riamato, che mi hanno raccontato ciò che le loro famiglie avevano subito”. Il premier racconta anche della visita al campo di sterminio di Auschwitz: “da quel momento anche io mi sono sentito israeliano. Per questo in tutto ciò che ho fatto da privato cittadino e da capo di governo, ho capito l’importanza di essere dalla parte di Israele e dei suoi abitanti".

Lo sforzo a favore di Israele
Berlusconi ha ricordato di avere, da presidente di turno della Ue, proposto di comprendere Israele nella Ue e di aver posto il veto a dichiarazioni di condanna da parte della Ue verso le reazioni di Israele ad aggressioni esterne. Il presidente del Consiglio ha anche ricordato di aver incoraggiato il governo israeliano nelle trattative di pace con la Palestina e di aver proposto un piano Marshall per il sostegno economico del popolo palestinese. “Interpreto soltanto il pensiero della maggioranza degli italiani”, ha spiegato il leader del Pdl.

Attenzione all’Iran e saluti a Olmert
Al tempo stesso però Berlusconi chiede alla comunità internazionale “di monitorare la situazione iraniana. Bisogna stare attenti a tutti quelli che parlano di cancellare Israele dalle carte geografiche, perché già in passato sappiamo quello che è stato fatto”. Berlusconi spiega che la situazione è sotto controllo e che “ho già avvertito tutti del pericolo, a cominciare dal mio amico Bush”. Il premier ha commentato anche la fine del governo di Ehud Olmert in Palestina: “sono triste per la fine di un mandato affidato ad una persona di buon senso, esperta, concreta e capace di capire gli altri”.

Conflitto Georgia-Russia
"Il mio governo è stato determinante per fermare l'avanzata dell'esercito russo nel territorio della Georgia". Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha ricordato che l'attuale situazione mondiale è rasserenata rispetto al secolo scorso anche grazie all'azione degli stati democratici che spengono, come è successo per la crisi in Caucaso, le micce quando sorgono "venti di guerra".

Politica interna: una promessa
A proposito della fine del premierato del suo “amico” Olmert, Berlusconi invece sembra voler tranquillizzare gli italiani: “resterò di sicuro cinque anni al governo del mio paese”.


17 settembre 2008

11 settembre: famiglia israeliana chiede riconoscimento vittima terrorismo

 

 

La famiglia di Hagai Shefi, ucciso l’11 settembre 2001 nell’attentato alle Torri Gemelle del World Trade Center di New York, chiede che lo Stato di Israele riconosca ufficialmente il proprio congiunto come una vittima del terrorismo anti-israeliano.
La richiesta della famiglia, respinta in primo grado, è stata ora sottoposta alla Corte Distrettuale di Tel Aviv.
“Non stiamo inseguendo nessun compenso economico - ha spiegato Dov Shefi, padre di Hagai, un tempo in servizio come consulente legale della Difesa - Vogliamo solo che le circostanze in cui ha trovato la morte mio figlio vengano riconosciute ufficialmente da un tribunale israeliano”.
Hagai, 34 al momento della morte, stava conducendo una brillante carriera negli Stati Uniti nel settore hi-tech. Era particolarmente conosciuto negli ambienti di Wall Street per la sua competenza in fatto di sistemi software per istituti bancari. L’11 settembre di tre anni fa era stato invitato a parlare davanti a un convegno di circa cento operatori bancari al 106esimo piano della Torre Nord.
Hagai riuscì a chiamare la moglie col cellulare poco dopo che l’aereo dirottato dai terroristi aveva colpito l’edificio. Le disse: “La situazione è gravissima, senza possibilità di uscire”, e le diede il suo addio. Il corpo venne ritrovato due giorni dopo, alla vigilia di Rosh Hashana (capodanno ebraico) e venne sepolto in un cimitero ebraico nel New Jersey. Un anno dopo le spoglie di Hagai vennero trasportate e inumate in Israele.
Hagai lasciò la moglie e due figli di 3 e 5 anni.
Secondo la legge israeliana, lo Stato riconosce ufficialmente una persona come vittima del terrorismo se viene colpita in un attentato perpetrato da un gruppo ostile il cui scopo è attaccare lo Stato di Israele, sia direttamente che indirettamente. Lo Stato d'Israele e la famiglia Shefi naturalmente concordano sul fatto che gli attentati dell’11 settembre vennero realizzati da un gruppo dichiaratamente ostile a Israele. Il punto in discussione è se quegli attentati in particolare possano essere considerati come rivolti anche contro Israele.
A sostegno di questa tesi, Dov Shefi presenta fra l’altro il rapporto della Commissione d’inchiesta americana sull’11 settembre dove si afferma che gli attentati vennero fatti anche per colpire l’amicizia tra Stati Uniti e Israele.
“Non chiediamo altro che il riconoscimento ufficiale da parte dello Stato di Israele che nostro figlio è caduto vittima del terrorismo anti-israeliano, e questo solo per poter incidere il suo nome su un memoriale e partecipare agli eventi e alle attività dei famigliari delle vittime del terrorismo”, conclude il signor Shefi.
Vale la pena ricordare che, ancora oggi, in alcuni ambienti circola una feroce menzogna antisemita secondo la quale "gli ebrei, avvertiti dal Mossad, sarebbero sfuggiti al massacro delle Twin Towers" (con allusione antisemita al solito "complotto giudaico-sionista" contro l'umanità). In realtà furono molto numerosi gli ebrei, di varie nazionalità, che morirono negli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Fra questi, anche cinque cittadini israeliani: oltre a Hagai Shefi, perirono Daniel Lewin (31 anni), Alona Avraham (30 anni), Shai Levinhar (29 anni), Hagai Shefi (34 anni) e Leon Lebor (51 anni).

(Da: Ma’ariv, israele.net, 7.09.04)

Nella foto in alto: Hagai Shefi


17 settembre 2008

Ecco perché Zapatero elogia l’Islam

 


 

Lunedì Zapatero ha consumato insieme al primo ministro turco, Tayyip Erdogan, il pasto che interrompe ogni giorno il digiuno del Ramadan.

Erdogan ha appena superato la guerra che gli è stata fatta, tramite la Corte Costituzionale, dai settori più laici del suo paese, e Zapatero, che ha voluto essere un ospite educato, si è mostrato orgoglioso dell’influenza dell’Islam in Spagna. La politica culturale dei governi di sinistra, sia nella Regione andalusa che a Madrid, ha creato il mito di un Islam tollerante ed erede fedele del mondo classico. È una forma di laicismo che pone in questione la capacità creativa del cristianesimo.

 

La discussione sull’eredità dell’Islam in Spagna è una discussione complessa e otto secoli di dominazione musulmana hanno avuto esiti altrettanto complessi: i momenti più brillanti del califfato omayyade hanno ben poco a vedere con la barbarie dei secoli undicesimo e dodicesimo.

 

Per evitare le opposizioni muro contro muro che piacciono tanto a Zapatero, si può senz’altro riconoscere che espressioni culturali di alcuni periodi della presenza islamica rappresentarono un contributo interessante, anche se in qualche caso meno originale di quanto si pensa. Per esempio, recenti studi sulla Mezquita (moschea/cattedrale) di Cordova pongono in rilievo come la sua architettura sia stata in gran parte copiata da chiese siriane.

 

In questo momento, tuttavia, la cosa più importante per Zapatero era mostrarsi, come si è mostrato, un partigiano dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, senza peraltro fare alcun accenno alla reciprocità in materia di libertà religiosa.

  

Lunedì Zapatero ha consumato insieme al primo ministro turco, Tayyip Erdogan, il pasto che interrompe ogni giorno il digiuno del Ramadan.

Erdogan ha appena superato la guerra che gli è stata fatta, tramite la Corte Costituzionale, dai settori più laici del suo paese, e Zapatero, che ha voluto essere un ospite educato, si è mostrato orgoglioso dell’influenza dell’Islam in Spagna. La politica culturale dei governi di sinistra, sia nella Regione andalusa che a Madrid, ha creato il mito di un Islam tollerante ed erede fedele del mondo classico. È una forma di laicismo che pone in questione la capacità creativa del cristianesimo.

 

La discussione sull’eredità dell’Islam in Spagna è una discussione complessa e otto secoli di dominazione musulmana hanno avuto esiti altrettanto complessi: i momenti più brillanti del califfato omayyade hanno ben poco a vedere con la barbarie dei secoli undicesimo e dodicesimo.

 

Per evitare le opposizioni muro contro muro che piacciono tanto a Zapatero, si può senz’altro riconoscere che espressioni culturali di alcuni periodi della presenza islamica rappresentarono un contributo interessante, anche se in qualche caso meno originale di quanto si pensa. Per esempio, recenti studi sulla Mezquita (moschea/cattedrale) di Cordova pongono in rilievo come la sua architettura sia stata in gran parte copiata da chiese siriane.

 

In questo momento, tuttavia, la cosa più importante per Zapatero era mostrarsi, come si è mostrato, un partigiano dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, senza peraltro fare alcun accenno alla reciprocità in materia di libertà religiosa.

 

I rapporti della Commissione Europea rivelano che in Turchia la libertà religiosa, soprattutto nelle sue manifestazioni pubbliche, è una questione ancora irrisolta. Zapatero, che è isolato internazionalmente e che ha ottenuto uno scarsissimo risultato con il suo progetto Alleanza di Civiltà, si vede obbligato alla gratitudine verso Erdogan, uno dei pochi leader internazionali che lo hanno appoggiato

Si crea così il grande paradosso: l’alleanza del laicista presidente del governo spagnolo con un islamista moderato.

 

Nessun problema, quindi, a riconoscere i contributi passati dell’Islam, ma il punto oggi è che, nell’affrontare la questione delle relazioni con i paesi musulmani, uno statista non può difendere i diritti civili, dei quali tanto parla Zapatero, senza riferirsi al principio di reciprocità. Come ha fatto Sarkozy all’Eliseo davanti al Papa.

I rapporti della Commissione Europea rivelano che in Turchia la libertà religiosa, soprattutto nelle sue manifestazioni pubbliche, è una questione ancora irrisolta. Zapatero, che è isolato internazionalmente e che ha ottenuto uno scarsissimo risultato con il suo progetto Alleanza di Civiltà, si vede obbligato alla gratitudine verso Erdogan, uno dei pochi leader internazionali che lo hanno appoggiato

Si crea così il grande paradosso: l’alleanza del laicista presidente del governo spagnolo con un islamista moderato.

 

Nessun problema, quindi, a riconoscere i contributi passati dell’Islam, ma il punto oggi è che, nell’affrontare la questione delle relazioni con i paesi musulmani, uno statista non può difendere i diritti civili, dei quali tanto parla Zapatero, senza riferirsi al principio di reciprocità. Come ha fatto Sarkozy all’Eliseo davanti al Papa.

Fernando De Haro


17 settembre 2008

Rapporto Usa conferma il vano eroismo di un israeliano l11 settembre

 Il rapporto della commissione Usa sugli attentati dell’11 settembre 2001 pubblicato martedì scorso conferma, fra l’altro, la vicenda dell’israeliano Daniel Lewin, passeggero sul volo 11 American Airlines, che tentò di impedire il dirottamento facendo irruzione nella cabina prima che l’aereo venisse fatto schiantare dai terroristi sui grattacieli del World Trade Center, e dunque fu probabilmente la prima vittima degli attentati di quel giorno.
Secondo il rapporto, Daniel Lewin sedeva in prima classe quando vide due dei terroristi del gruppo guidato da Mohammed Atta e Abdul Aziz al-Omri, che si dirigevano verso la cabina. Lewin tentò di fermare i due, ma un terzo terrorista, identificato come Satam al-Sukami, lo assalì alle spalle e lo accoltellò, ferendolo in modo gravissimo probabilmente alla gola. Non è chiaro se Lewin sia morto subito o se l’abbiano lasciato agonizzare a lungo, come lascerebbero purtroppo intendere le parole registrate di una assistente di volo.
Lewin, 31 anni, aveva fondato la ditta hi-tech Akamai, con sede a Boston. Nato negli Stati Uniti, era immigrato in Israele con la famiglia all’età di 14 anni e aveva poi servito nelle unità seciali Sayeret Matkal delle Forze di Difesa israeliane. Lasciò la moglie e due figli.
Vale la pena ricordare che, ancora oggi, in alcuni ambienti circola una feroce menzogna antisemita secondo la quale "gli ebrei, avvertiti dal Mossad, sarebbero sfuggiti al massacro delle Twin Towers" (con allusione al solito "complotto giudaico-sionista" contro l'umanita'). In realta' furono molto numerosi gli ebrei, di varie nazionalita', che morirono negli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Fra questi, anche cinque cittadini israeliani: oltre a Daniel Lewin, perirono Alona Avraham (30 anni), Shai Levinhar (29 anni), Hagai Shefi (34 anni) e Leon Lebor (51 anni).

Ha’aretz


16 settembre 2008

Iran: Tre arresti per mangiare in pubblico in Ramadan

 

le forze di sicurezza dello Stato (FSE) hanno fermato il 12 settembre, tre giovani che avevano mangiato in pubblico durante Ramadan nella città di Astara nel nord dell'Iran. Sono stati avvolti di colpi prima del dell'imbarco in un furgone per una destinazione sconosciuta. Due settimane dopo dall'inizio del Ramadan in Iran, i cattivi trattamenti inflitti per infrazione al digiuno si sono aggiunti al carico dei divieti quotidiani sotto il regime dei mullah.

In una cifra data dal comandante aggiunto del FSE il 9 settembre quasi 26.000 cittadini hanno già ricevuto avvertimenti nella via per avere infrange il digiuno sulla via pubblica. In una direttiva pubblicata alcuni giorni prima del Ramadan, le SFE avevano proclamato che nessun consumo di prodotti alimentari, di bevanda o di tabacco sarebbe tollerato in pubblico.


16 settembre 2008

Olmert, Primo ministro sotto inchiesta

 

Yediot Aharonot

A proposito della reazione nel mondo arabo ai guai legali e, conseguentemente, politici del primo ministro israeliano Ehud Olmert, si può notare che, mentre i nazionalisti li vedono come l’ennesima prova della debolezza israeliana e gli appassionati di teorie cospirative vi intravedono biechi complotti anti-arabi di varia natura, per contro quasi tutti i veri riformisti arabi sono profondamente turbati perché sanno che da loro una cosa del genere non potrà mai avvenire. Vi è in questo, senza dubbio, una misura di invidia per Israele.
Questi riformisti costituiscono la corrente nel mondo arabo che va alimentata e sostenuta e su cui si deve contare: essa rappresenta la nostra speranza, giacché aspira a una riconciliazione con Israele in primo luogo in nome del cambiamento della società. Ma vede anche Israele come un modello, un fulcro di emulazione e di futura cooperazione.
Sì, dal nostro punto di vista, vi sono degli aspetti positivi persino in questa amara vicenda dei guai legali del primo ministro Olmert.


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