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19 settembre 2008

La signora ha la faccia come.....

 

Ricevo da Barbara e pubblico con altre foto
a dimostrazione
di come i palestinesi vi prendono per il
CULO. Muoiono di fame?
di sete?
sono tanto deboli da non poter reggere
nemmeno i cellulari ultimo
modello. 
uno scandalo. 



 ARIK,

Is there anything wrong with this photo? Is it photoshopped?Is this grocery store only for the priviledged few (the Gaza tribal chiefs) or is it for anyone who can
afford it? How do you explain a store like this in Gaza? Sure don't look like the Warsaw Ghetto to me. Maybe it looks more like a supermarket store in Darfur?

What would you guess Ms. Booth's IQ is? Do you think she has an advanced degree in History? Yes or no.
M.E.


Compares It To Darfur / Nazi Concentration Camp
As you can see from the shocking picture below, food, electricity and water are all of short supply in the Gaza death camp. People are starving, skin and bones, so weak they can hardly hold their mobile phones up to their ears. Foreign "peace" activists are forced to shop in substandard local mini marts rather than Harrods like shopping departments the civilised peoples of the Hamas controlled democracy deserve. Oh the horrors;


When asked about Israel's right to respond to incessant attacks emanating from Gaza, Booth evoked Holocaust-related rhetoric. "There is no right to punish people this way. There is no justification for this kind of collective punishment. You were in the concentration camps, and I can’t believe that you are allowing the creation of such a camp yourselves.”

“The Palestinians’ suffering is physical, mental and emotional," she went on, "there is not a family here in which someone is not in desperate need of work, shelter or food. This is a humanitarian crisis on the scale of Darfur.
http://www.ynetnews.com/articles/0,7340 ... 97,00.html

cognata di Blair a GAZA.jpg

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Immagine

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Bloccata a Gaza la poverina. Viso sofferente nel vedere la fame dei gaziani...
faccia di bronzo.

Felice di avere ricevuto in pochi giorni il
passaporto palestinese
che mostra orgogliosa. Sul Passaporto
sta scritto che "La Palestina
si estende e si estendera' dal fiume Giordano
al Mare Mediterraneo". 


19 settembre 2008

Due donne, due mondi, valori diversi

 

Zipi Livni e' stata eletta stanotte presidente del partito Kadima, sostituendo Ehud Olmert travolto da scandali di corruzione che presto gli costeranno anche il posto di Primo Ministro. Zipi e' pulita, onesta, ex agente del Mossad, che non guasta, ha fatto una carriera fulminea e in nove anni, da avvocato di un ufficio governativo, eccola quasi all'apice,  a un passo dal diventare Premier di Israele, il mestiere piu' difficile che esista.
Vedremo le sorprese che ci riservera' il futuro, per il momento la cosa piu' importante e' che Olmert se ne vada a casa prima di regalare in giro  mezza o tutta Israele.
Venghino venghino siorre e siorri, Israele e' in svendita!
Chi vuole il Golan? Bashar? benissimo eccolo qua. Vuoi darmi qualcosa in cambio? ma per carita'! quando mai Israele ha chiesto qualcosa per tutte le terre che ha regalato a voi arabi.
E Giudea e Samaria, chi le vuole, siorre e siorri?
Hamas? prego, eccovele, prendetele pure.
Cosa dicono quei cattivoni di settlers? Che sono terre ebraiche? Che non sono mai state terre arabe? E allora? Io le ragalo a chi voglio perche' sono Ehud Olmert e anche mia moglie, la pittrice comunista mi da ragione, e se non chiedo in cambio neanche la vita di Gilad Shalit sono sempre affari miei, poteva fare a meno di fare il soldato e nessuno lo avrebbe rapito.
E Gerusalemme, la nostra Capitale? Chi e' che vuole Gerusalemme , siorre e siorri?
Sempre Hamas? Ma benone, molto bene, cosi' eviteremo all'Iran di gettare la bomba, avremo Ahmadinejad in casa  e potra' ammazzare ebrei a suo piacere.
 
Ecco , Zippi dovrebbe farci dimenticare tutto questo scempio olmertiano nel caso dovesse diventare Premier.
Sara' in grado?
Avra' la forza di dire agli arabi le paroline giuste? :
"Andate al diavolo, Israele e' terra nostra, con Giudea, con Samaria, con il Golan e con GERUSALEMME! Andate al diavolo, qui niente e' vostro perche' niente avete mai avuto".
 
Avra' la forza di recuperare dignita' e di dire che qui e' Israele ad avere diritti inviolabili e non viceversa?
Sapra' smettere di abbassare la testa davanti ai boss internazionali che vogliono solo accontentare i palestinesi e indebolire Israele privandolo dei suoi diritti di Paese Sovrano?
Difficile. 
Una cosa e' certa, se si andasse a elezioni, non avrebbe possibilita' di vincere contro Bibi Netaniahu.
Un'altra cosa e' quasi certa, dopo tutto il danno fatto da  Ehud Olmert, ho i miei dubbi che il partito Kadima, senza il suo fondatore Sharon, potrebbe sopravvivere e prevedo un grande ritorno dei suoi adepti al Likud.  
Zipi Livni merita comunque i nostri auguri di buon lavoro e tantissima buona fortuna perche' ne avra' bisogno. La sua strada sara' tutta in salita.
 
La seconda donna di cui  volevo parlare perche' anche oggi i media israeliani ne accennano e' una donnetta, una donnicciola, una bugiarda, una razzista, un'antisemita inglese, per caso  e per sua fortuna cognata di Tony Blair, sorella di Cherry che non sara' certamente ricordata per la sua brillante intelligenza.
La donnetta, sorella di Cherry, si chiama Laureen Booth e, manco a dirlo, le assomiglia nella mancanza di materia grigia.

Cutting it: Lauren Booth soon regretted chopping up her credit cards



Dunque questa Laureen faceva parte dei  furbastri  che sono arrivati circa un mese fa a Gaza in barca da Cipro portando,  per alleviare le sofferenze dei poveri palestinesi, 5000 palloncini colorati e 200 apparecchi acustici.
Vi prego di non ridere perche' questo e' quello che e' accaduto.
Quando le due barche di furbastri sono ripartite da Gaza alla volta di Cipro, portandosi dietro 7 palestinesi con cittadinanza cipriota, la Booth e altri  santi navigatori sono rimasti a Gaza per aiutare i "sempre poveri palestinesi".
Hanno ricevuto da Hannyie', il terrorista capo di Hamas, il passaporto palestinese dove sta scritto che "la Palestina va dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo" (naturalmente dopo aver affogato in tale mare tutti gli israeliani) e Infine, gonfia di amore per il suo adorato Hamastan,  la signora ha tentato di uscirne per tornare nella patria che le compete, la perfida Albione.
A questo punto sono sorti i problemi: Israele non le permette di entrare nel paese per recarsi all'aeroporto Ben Gurion, altrettanto fa l'Egitto che non le da il consenso di attraversare il valico di Rafah  per raggiungere Il Cairo.
La Booth naturalmente se la prende solo con Israele perche' mai uscirebbe dalla sua bocca  una parola  poco gentile contro gli arabi.
Ma veniamo alla parte comica della storia di questa signora.
Dopo aver urlato ai quattro venti che Gaza e' una prigione a cielo aperto (naturalmente senza menzionare l'occupazione di Gaza da parte di hamas che continua ad ammazzare palestinesi), dopo aver dichiarato al giornalista antisemita e antiisraeliano George  Galloway, in un'intervista al canale iraniano Press TV, che "Gaza e' un campo di concentramento  pari al Darfur a causa dell'occupazione israeliana" ...che non esiste...,
la Booth incorre nella gaffe piu' grande della sua vita, una gaffe stupenda, meravigliosa, degna della cittadinanza onoraria di Israele!!!
Probabilmente andando in cerca di cadaveri per le strade di Gaza o di bambini colle pance gonfie e le mosche attaccate al tracoma dei loro occhi o di gente morente di sete, in una  infausta voglia di pubblicita', Laureen si fa fotografare in giro per questo "Darfur palestinese" privo  di cadaveri e di scheletri abbandonati per le strade e si fa riprendere  in un supermercatino talmente pieno di prodotti alimentari da occupare anche parte del  marciapiede antistante.
Si vede la Booth fare la spesa, borsone di spesa, servita da un palestinese ben vestito e ben nutrito, poi , colmo dei colmi, la si vede andare verso casa attraverso un giardino lussureggiante di piante, fiori e alberi...ma non dicevano che a Gaza non hanno acqua perche' Israele gliela ruba per riempire le sue piscine?
Infine la Laureen , soddisfatta, con un grande sorriso, mostra il passaporto palestinese dove e' prevista la fine totale di Israele.
E brava la cognata di Tony, complimenti, in pochi minuti ha distrutto la propaganda di anni e ha platealmente contraddetto se stessa.
Io le darei un premio perche' peggior servizio ai "poveri palestinesi vittime di Israele" non poteva fare.
Grazie Laureen Booth, grazie per aver confermato quello che noi diciamo da sempre, che i palestinesi di Gaza sono nutriti, dissetati, mantenuti da Israele e che il loro problema non e' la fame e la sete ma Hamas che li rende schiavi e che ne ammazza qualcuno ogni secondo giorno.
La prossima volta, signora Booth, mi faccia un piacere personale e vada in Darfur anche se la' non ci sono ebrei da odiare e diffamare, guardi con i suoi occhi cosa succede da quelle parti e si vergogni, Laureen Booth, si vergogni semplicemente di esistere.  
 
Deborah Fait
www.informazionecorretta.com


19 settembre 2008

Innamorarsi nel web Islam

 L'amore potrebbe diventare la prossima materia preziosa da esportazione del mondo arabo, ora che gli sceicchi del Golfo consapevoli che le riserve di petrolio si assottigliano, cercano di diversificare le loro economie. «L'esportazione araba che riscuote più successo non è il fondamentalismo ma il romanticismo», sostiene lo psicologo clinico Frank Tallis, occidentale cosmopolita e lungimirante, che ha insegnato all'Istituto di Psichiatria del King's College di Londra. A suo dire, per quanto Oriente e Occidente siano ugualmente ossessionati dall'amore romantico, il primo sarebbe meglio equipaggiato per soddisfare alla domanda su scala planetaria, proprio perché «gli arabi cadevano preda dell'amore seicento anni prima degli inglesi, che iniziarono a farlo solo quando lo studioso John Palsgrave introdusse l'espressione "to fall in love" nel sedicesimo secolo». E indovinate dove inciamparono, Palsgrave e gli altri studiosi britannici, per scoprire il mistero dell'amore come caduta? Ebbene, che lo crediate o meno, gli occidentali scoprirono il romanticismo leggendo in traduzione i trattati sull'amore scritti da autori arabi andalusi, tra cui Ibn Hazm, nell'undicesimo secolo. Fu questa la fonte di ispirazione per i cantori itineranti francesi del tredicesimo e quattordicesimo secolo, i famosi trovatori, troubadours, «termine verosimilmente derivato dall'arabo tarab, che significa intrattenimento musicale». (...)
Pankaj & Insy Shah / Gulfimages / Getty Images.Se le forze dell'amore spingono musulmani e musulmane dotati di coraggio a spiccare un salto così pericoloso, gli imam, dal canto loro, hanno il compito di aiutarli a risalire la china. Nemmeno un intellettuale brillante come Ibn Hazm avrebbe mai potuto immaginare baratro più pericoloso di internet, terreno di sfida di imam moderni come Yusuf al-Qaradawi, star di Al-Jazeera, leader e ispiratore del sito IslamOnline e avveduto quanto basta per capire che il solo modo di salvare i musulmani è puntare sull'amore universale. L'unica salvezza planetaria immaginabile è la trasformazione di internet in una sorta di Arca dell'Amore, e gli arabi hanno tre elementi per guidare la navigazione. Primo: terrore del consumismo. Secondo: una vasta e sofisticata letteratura medievale sull'amore che continua a affascinare le giovani generazioni. Terzo: il petrolio, con lauti proventi da investire nel progetto.
Per avere un'idea del terrore suscitato tra i genitori del mondo arabo dall'onda consumistica che ne lambisce le coste, basta guardare le copertine delle riviste da Baghdad a Casablanca: dal prestigioso periodico egiziano «Rose al-Yusuf», creato nel 1925 dalla femminista Fatema al-Yusuf, al più recente «Teens Today» con sede a Abu Dhabi. Il rischio più terrificante lo corrono le donne più giovani, come ripete costantemente «Teens Today»: «Adolescenti nella trappola di Bluetooth». (...)
Hill Street Studios / Getty Images.Un modo di sviluppare la responsabilità personale è trasformare l'amore consumistico, artificiale ed egocentrico, nell'amore altruistico per cui Ibn Hazm si è battuto secoli fa. Alla luce delle ansie che attraversano il mondo musulmano, si può arrivare a capire perché i trattati sull'amore, come Il collare della colomba, riscuotano tanto successo in Rete: quando sei spaventato, hai bisogno di qualcuno che ti paventi una soluzione. Ibn Hazm – arabo spagnolo vissuto in tempi difficili come i nostri, sbattuto in prigione dopo essere stato visir, quando i califfi omayyadi sovrani di Andalusia perdevano potere – giunge alla conclusione che il solo rimedio è l'amore autentico, che ti apre ai rischi dell'incontro con l'altro. La sua conclusione è anche la mia.
Il consumismo disorienta i giovani perché manipola le loro emozioni, inducendoli a confondere l'amore con l'acquisto e lo sfoggio di beni di lusso. Per Ibn Hazm, invece, la tenerezza è una forza cosmica che ti trasforma in una straordinaria fonte di premurosa generosità. (...)
In una religione che, a differenza del Cristianesimo, non liquida il sesso come peccato, gli imam hanno sempre avuto il compito di aiutare i credenti a controllare le emozioni: cosa che ha spinto molti di loro, tra cui Ibn Hazm, a scrivere trattati sull'amore. Né è sorprendente che l'imam al-Qaradawi chiami in suo aiuto un esercito di esperti di discipline moderne. E non crediate si limiti a psicanalisti, sociologi e medici maschi: nel suo sito web si affida in larga misura anche alle donne. I membri dei suoi team, che si occupano di "Problemi dei Giovani e Soluzioni", non esauriscono la loro funzione mettendo in Rete le risposte. Hanno denaro quanto basta (al-Qaradawi vive nel Golfo!) per pubblicare domande e risposte in manuali agili ed economici, come Internet e l'Amore o Il Matrimonio e l'Amore, accessibili a genitori e figli. Non dimentichiamo che, quando diciamo "musulmani", parliamo di milioni di giovani con il solo desiderio di innamorarsi e di sposarsi; cosa che spiega il gran numero di siti concorrenti di IslamOnline.
Ciò mi riporta all'altra ragione alla base del terrore musulmano per il consumismo: come scrive lo psicanalista francese Charles Melman, «l'approccio, spesso e volentieri pseudo-commerciale, alle relazioni amorose» impedisce all'individuo di aprirsi all'altro come elemento di un gruppo, con la consapevolezza che ognuno è parte di un sistema cosmico Quando i musulmani leggono il libro di Melman, L'Homme sans gravité. Jouir à tout prix (L'uomo senza gravità: godere a ogni costo), scoprono che anche gli occidentali sono allarmati dal consumismo, e – questa è la novità! – gli imam sono avveduti quanto basta per rendersi conto che l'era del culturalismo tribale è tramontata: la sola strategia vincente per il futuro è quella che s'inserisce in un orizzonte universale. Grazie a internet, i musulmani scoprono che milioni di occidentali spaventati dal consumismo, che rifiutano perché contrario alla loro etica, condividono il loro stesso desiderio di amore universale, e lo considerano l'unica, urgente soluzione per la sopravvivenza. Non può esserci scontro di civiltà, se l'amore universale diventa l'obiettivo di una globalizzazione etica. Per chiarire questo punto, lasciatemi concludere con un esempio.
Molti occidentali sono d'accordo con i musulmani nel ritenere irrazionale il rigetto della vecchiaia, che spinge molti e potenti manager di multinazionali, che dovrebbero preoccuparsi di problemi seri, a cercare di apparire eternamente giovani tramite costosi trattamenti contro la calvizie. «Dalle stime relative al 1999 emerge che gli uomini hanno speso 900 milioni di dollari in trattamenti medici contro la calvizie», spiega Peter Conrad nel suo allarmante testo The Medicalization of Society(La medicalizzazione della società). Stando alle sue fonti, «un trapianto di capelli può costare da duemila fino a più di diecimila dollari, a seconda della quantità di capelli trapiantati». Di fronte a questo consumismo malato, lo scontro di civiltà del signor Huntington scompare, per lasciare il posto a un pianeta unito nel suo rifiuto e nel desiderio di un amore cosmico, altruistico come quello di Ibn Hazm.
Fatema Mernissi


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19 settembre 2008

La preoccupante involuzione dell'Onu

 

 

Una riflessione utile: ma chi sono questi signori del "Consiglio dei diritti dell'uomo" che ci bacchettano continuamente? Vediamo un pò......


 GiustiziaGiusta

 Maurizio De Santis

Il 2008 festeggia il sessantesimo anniversario della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo da parte dell'ONU.
E lo fa curiosamente, assecondando la contemporanea negazione dei suoi principi fondanti. 

Per l'articolo esteso:
clicca qui



19 settembre 2008

Perchè dal 1940 in poi il nome Adolf non fu dato più a (quasi) nessun bambino

 
Nei giorni scorsi ho avuto un piacevole scambio di mail con Enrico, un
nostro lettore, sul pensiero magico e dopo pochissimo tempo ho trovato per
caso un articolo su Psychological Today che parla proprio di questo. Ho
pensato che una coincidenza così meritasse un post. Ma era proprio una
coincidenza? :)


Una delle forme più comuni di pensiero magico consiste proprio nel
rintracciare causalità nelle coincidenze. Per esempio si può attribuire a
due eventi che avvengono contemporaneamente (o l'uno di seguito all'altro)
un legame di causa-effetto laddove questo legame razionalmente non c'è.
Se suono il clacson e immediatamente dopo si accende un lampione,
razionalmente non penserò neppure per un momento che i due eventi siano
connessi in qualche modo, ma in prima battuta la sensazione è proprio quella
di aver causato l'evento, solo perché si è presentato contiguo da un punto
di vista temporale.
Se perdo un autobus che successivamente ha un incidente, sarà molto
difficile non intravedere in questa circostanza casuale una trama
fatalistica e un disegno salvifico e protettivo di cui sono il fortunato
protagonista.
Un'altra forma di pensiero magico riguarda la credenza che desiderare o
pensare a qualcosa può avere effetti sulla realtà. A leggerla vi sembrerà
un'assurdità, ma chi non ha evitato di pensare certe cose per paura di
portarsi iella da solo? Chi non ha espresso un desiderio spegnendo le
candeline della torta di compleanno? Chi non ha pensato che facendo un certo
rituale, avrebbe determinato l'esito degli eventi? Quale atleta non fa un
gesto scaramantico prima di iniziare la sua prova?
Si tratta di forme moderne di danza della pioggia....riconducibili a un
fenomeno conosciuto come "illusione del controllo", sintetizzabile come la
generale credenza di avere sul mondo un' influenza maggiore di quella che si
possiede veramente.
Per i nostri antenati questo tipo di pensiero deve essere stato fondamentale
e fortemente adattivo. Sacrificare un animale agli spiriti della terra,
veder cominciare a piovere e intravedere fra i due eventi  il legame di
causa-effetto deve aver infuso un profondo senso di controllabilità e
predicibilità nelle cose, piuttosto agognato in un mondo caotico e fuori
controllo.



Un'altra forma di pensiero magico riguarda la sacralizzazione delle cose e
delle parole che le denominano. A un qualche livello la nostra mente fa un'
equazione fra rappresentazione e realtà. Per quanto uno si ritenga o si
consideri razionale sarà molto difficile che ponga la foto di un bambino
come bersaglio per il gioco delle freccette. Anche se non conosce il bambino
e non c'è nessuno intorno a lui che potrebbe esprimere un giudizio morale. L
'equazione immagine realtà rende impossibile colpire l'immagine di un
bambino perché sarebbe "come" colpirlo davvero.
Così come può essere giudicato intollerabile stracciare una fotografia in
cui sia ritratto qualcuno che conosciamo.
Anche i nomi risentono di questo cosiddetto "realismo nominale", ossia della
stretta associazione, che diviene fusione, tra l'oggetto e la parola che lo
rappresenta.
Il dott. Rozin  scoprì che le persone, dopo aver collocato dello zucchero in
due bicchieri diversi ed aver affisso personalmente due etichette sui
bicchieri: "saccarosio" e " non veleno", preferivano comunque bere dal
bicchiere etichettato come saccarosio e non da quello etichettato con "non
veleno".  Quasi che simboli arbitrari come le parole potessero portare con
sé l'essenza di ciò che rappresentano. Per esempio in un altro esperimento i
partecipanti erano riluttanti a strappare un pezzo di carta su cui era
scritto il nome di un proprio familiare.
Dal 1940 in poi il nome Adolf non fu dato più a nessun bambino.



19 settembre 2008

La tenacia di Tzipi Livni

 
Aluf Benn
L’OBIETTIVO
Tzipi Livni è una ragazza tenace. I giornalisti che l’hanno incontrata negli anni scorsi, quando era ancora un ministro di secondo piano nel governo Sharon, e che ne hanno seguito l’ascesa fino ai vertici, hanno ascoltato i suoi discorsi e le sue dichiarazioni e hanno potuto sentire un messaggio costante: sono qui per perseguire un solo obiettivo, quello di uno stato che sia ebraico e democratico; ecco perché sostengo la creazione di uno stato palestinese, a condizione che esso rappresenti la soluzione nazionale per tutti i palestinesi esattamente come Israele rappresenta la soluzione nazionale per gli ebrei.
La caparbietà della Livni ha raccolto mercoledì i suoi primi frutti, con la vittoria nelle primarie del partito Kadima. Ora ciò che la separa dalla carica di primo ministro è solo riuscire a negoziare la nuova coalizione di governo.
Durante l’anno trascorso, Tzipi Livni ha imparato ad ascoltare i consiglieri e ha saputo raccogliere attorno a sé, per la sua campagna nelle primarie, la maggior parte della squadra politica e comunicativa che fu di Ariel Sharon. Ma la Livni è ben diversa da Sharon. Appartiene a un’altra generazione e non è caratterizzata da quel cinismo, quell’umorismo graffiante e tutte quelle storie di guerra che erano i tratti tipici di Sharon. Ama farsi capire, ma tende a non prendersela per ciò che la stampa dice di lei né a lamentarsi dei giornalisti, come sono soliti fare tanti altri politici. Per lei la cosa importante dimostrare fiducia in se stessa e un pizzico di distacco. Chi la incontra per la prima volta resta colpito dalla sua franchezza. Nei corridoi della Knesset è meno benvoluta perché è stata classificata già da tempo come un’aspirante alla corona ambiziosa e temibile.
La Livni mette per iscritto i suoi pensieri. La sua attenzione è meno concentrata sulle grandi idee e più sulla soluzione dei problemi. Tende a occuparsi dei dettagli. È così che ha imbastito quello che divenne noto come il “compromesso Livni”, che permise a Sharon di far approvare al governo il disimpegno dalla striscia di Gaza senza l’appoggio di Benjamin Netanyahu. È così che stese la bozza della piattaforma di Kadima, ed è così che suggerì a Ehud Olmert la via d’uscita politica dalla seconda guerra in Libano.
Ma in tutti questi casi, c’era sempre qualcuno sopra di lei che prendeva la decisione finale, assumendosene la responsabilità. Ora non potrà più permettersi questo lusso. Da adesso in avanti, questo sarà il lavoro di Tzipi Livni, e sarà messa alla prova dai suoi colleghi politici, dai mass-media e dall’opinione pubblica.

CHI L’HA SCELTA
La critica principale alla Livni, se e quando varerà il nuovo governo sotto la propria guida, sarà che non ha ricevuto un mandato dall’elettorato, bensì solo dai membri votanti del partito Kadima. La recriminazione che sono state solo 20.000 persone a decidere chi sarà il prossimo primo ministro d’Israele è già echeggiata durante la campagna delle primarie, e sicuramente acquisterà forza. Per la verità, la Livni non è la prima persona in Israele che viene chiamata alla testa del partito di governo a metà legislatura in seguito a una decisione interna del partito. Tra i precedenti si ricordano David Ben-Gurion nel 1955, Levi Eshkol nel 1963, Golda Meir nel 1969, Yitzhak Rabin nel 1974 e Yitzhak Shamir nel 1983. Senza dimenticare l’attuale primo ministro che venne scelto da una persona sola, Ariel Sharon, quando lo nominò suo vice.
L’ascesa al vertice di Olmert e della Livni insegnano che la posizione di vice primo ministro, inscritta nella legge solo dal 2001, garantisce un considerevolissimo vantaggio nelle successive battaglie politiche. Insomma, per dirla in termini brutali, è piuttosto vantaggioso posizionarsi in modo tale che tra sé e la poltrona di primo ministro si trovano solo un ictus o un’indagine giudiziaria. È una lezione che non mancherà d’ora in poi di fare scuola tra i politici.

LA RIVINCITA DEI PRÌNCIPI
La rotazione della carica di primo ministro tra Yitzhak Shamir e Shimon Peres, due decenni fa, diede vita a due gruppi in competizione fra loro per la futura leadership del paese: i cosiddetti prìncipi del Likud contro il “gruppo degli otto” laburisti. Uno era il gruppo formato dai figli dei vecchi leader del Beitar, di Etzel e dell’Herut (formazioni delle destra sionista); l’altro era il gruppo dei giovani parlamentari che osavano esprimere posizioni più a sinistra di quelle della dirigenza di allora del partito laburista.
La storia mostra che i prìncipi hanno vinto alla grande. Due di loro, Netanyahu e Olmert, sono già stati primi ministri, e ora sta per diventarlo la Livni. Sia Olmert che la Livni hanno conosciuto un radicale cambiamento delle loro posizioni politiche e oggi sembrano più simili al “gruppo degli otto”, nessuno dei quali peraltro è mai arrivato al vertice del governo: né Haim Ramon, né Yossi Beilin, né Amir Peretz né Avrum Burg.
Alle prossime elezioni Netanyahu e Livni si affronteranno faccia a faccia, stando alle prevsioni. Bibi contro Tzipi: il figlio dello storico che fu segretario particolare di Jabotinsky contro la figlia dell’ufficiale operativo dell’Etzel. Sarà una dolce rivincita, sebbene tardiva, per quel campo “revisionista” che, da “piccola minoranza relegata a destra” che era, si è guadagnato il centro dell’arena politica israeliana.

(Da: Haartez, 18.09.08)

Nella vignetta in alto: Il mio nome è Livni. Tzipi Livni.


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19 settembre 2008

Dopo Olmert, il piano Olmert

 

M. Paganoni per NES n. 8, anno 20 - settembre 2008

Per come si sono mese le cose, tocca alle primarie di metà settembre del partito Kadima determinare chi sarà, nel futuro immediato, il successore di Ehud Olmert sulla poltrona di primo ministro. Ma un fatto è certo: in ogni caso, almeno sul piano del negoziato di pace, non si ripartirà da zero. Tutt’altro.
Olmert infatti, prima di lasciare, ha fatto sapere d’aver presentato al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) una dettagliata proposta per un accordo complessivo su confini, profughi e misure di sicurezza fra Israele e futuro stato palestinese. Israele accetterebbe di ritirarsi dal 93% della Cisgiordania (trattenendo alcuni blocchi di insediamenti come Ma'aleh Adumim, Gush Etzion, quelli attorno a Gerusalemme, forse anche Ariel ed Efrat) e cederebbe ai palestinesi dei territori a sud della striscia di Gaza pari a un ulteriore 5,5%. Il resto verrebbe compensato dal passaggio garantito fra Cisgiordania e striscia di Gaza che, pur restando ufficialmente in mani israeliane, permetterebbe di collegare direttamente le due parti del futuro stato palestinese, cosa che i palestinesi non hanno mai avuto prima del 1967, quando la striscia di Gaza era sotto controllo egiziano e la Cisgiordania era annessa alla Giordania.
L’idea è di arrivare alla firma di un accordo entro l’anno, come previsto dalla Conferenza di Annapolis del novembre 2007. Ma si tratterebbe solo di un “shelf agreement”, un accordo di principio la cui attuazione verrebbe rimandata a quando l’Autorità Palestinese sarà in grado di applicare la sua parte: cioè quando le forze di Abu Mazen avranno ripreso il controllo della striscia di Gaza. Fin da subito, tuttavia, Gerusalemme varerebbe politiche di indennizzi volte a promuovere il rientro volontario degli israeliani dai territori del futuro stato palestinese.
In questo modo il governo israeliano potrebbe affermare d’aver finalmente ottenuto un confine concordato pur mantenendo gli insediamenti più importanti, e d’aver rinviato le concessioni sino a quando cesserà il predominio di Hamas su Gaza. Da parte sua, Abu Mazen potrebbe affermare d’essere riuscito a ottenere più del 98% della Cisgiordania (o terre per un estensione equivalente) insieme all’impegno israeliano di rimuovere tutti gli insediamenti al di là del confine concordato.
Oltre a questo, il piano di Olmert prevede che lo stato palestinese sia smilitarizzato, con forze di polizia ma senza un vero e proprio esercito. E naturalmente respinge il cosiddetto “diritto al ritorno” (di fatto, il diritto all’invasione demografica di Israele), a parte un certo numero di casi speciali nel quadro di ricongiungimenti famigliari. Infine, i negoziati su Gerusalemme verrebbero posticipati.
Rispetto ai piani precedenti, la proposta di Olmert sembra collocarsi a metà strada fra quella avanzata da Ehud Barak a Yasser Arafat a Camp David nel luglio 2000 e quella messa sul tavolo da Israele ai negoziati di Taba (a “intifada” già scoppiata) nel gennaio 2001.
Dal punto di vista israeliano arrivare a un accordo di questo tipo sarebbe di estrema importanza, giacché permetterebbe di blindare la soluzione due popoli-due stati (perseguita da Israele) a fronte dei continui assalti alla sua legittimità come stato ebraico, e di scongiurare i sempre più frequenti appelli per la cosiddetta soluzione bi-nazionale (un unico stato arabo-ebraico, che si tradurrebbe di fatto nella creazione dell’ennesimo stato arabo e nell’eliminazione dell’unico stato ebraico). Un problema di non poco conto è dato dal fatto che – forse proprio per questa ragione – i palestinesi, dopo aver lasciato cadere sia il compromesso di Camp David sia quello di Taba, sembrano decisi a respingere anche quest’ultimo lasciato in eredità da Olmert al suo successore. Il portavoce di Abu Mazen, Nabil Abu Rdainah, si è affrettato a definirlo una "perdita di tempo" (Agenzia Wafa, 12.08.08).
Forse non ha del tutto torto. In fondo tutti conoscono già le linee generali e persino molti dettagli della possibile soluzione. Otto anni fa, nel novembre 2000, l’allora presidente Usa Bill Clinton sottopose alle parti una sua proposta di accordo finale frutto di un onesto e volonteroso tentativo di trovare un punto di mediazione fra le opposte rivendicazioni. “La proposta di Clinton – scrive Giora Eiland (YnetNews, 3.09.08) – era e rimane la soluzione più equilibrata possibile per un accordo definitivo, una volta accettato il principio che debbano esistere due stati fra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano. Chiunque intenda negoziare un accordo finale basato su questo principio non può che arrivare a un risultato analogo o identico a quello di Clinton”. In questo senso, come ha ricordato il presidente d’Israele Shimon Peres, “le differenze tra israeliani e palestinesi nei negoziati sulla questione delle frontiere sono in realtà minime”.
Ma anche la proposta Clinton venne respinta. Dunque – si domanda Eiland – cosa fa pensare che quanto non ha funzionato otto anni fa debba funzionare proprio adesso che le condizioni sono persino peggiori? Ed elenca: minore autorevolezza delle leadership americana, israeliana e palestinese; profonda sfiducia fra le parti dopo anni di intifada delle bombe; irresistibile ascesa di Hamas; nuove minacce militari dai missili d’oltrefrontiera fino all’atomica iraniana. Ma soprattutto, la perdita di fiducia nella possibilità stessa di una soluzione negoziata: se i palestinesi credono sempre meno che il governo israeliano voglia o possa attuare davvero un accordo sullo status finale, d’altra parte fra gli israeliani va scemando sempre più la convinzione che la controparte punti “soltanto” a un piccolo stato palestinese fra striscia di Gaza e Cisgiordania. La soluzione due popoli-due stati, sulla carta, è già stata scritta più volte. Riuscirà il nuovo governo israeliano a convincere i suoi interlocutori a metterla in pratica?


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19 settembre 2008

La vera domanda è: cosa faranno i palestinesi?

 

Herb Keinon

La domanda che hanno in mente i giornalisti stranieri che seguono le primarie di Kadima, che siano danesi, vietnamiti o inglesi, è quale impatto avrà il risultato sul processo diplomatico. Che queste votazioni non siano nate come un referendum sul processo diplomatico, né come un voto di sfiducia sulla gestione della seconda guerra in Libano da parte del primo ministro israeliano Ehud Olmert, bensì come frutto di inchieste su casi di corruzione non sembra importare molto a coloro che osservano da fuori gli sviluppi in Israele. Raramente fanno domande su cosa significhi arrivare ad elezioni sulla scia di uno scandalo o, tanto per dire, sulla società israeliana. Tutti per lo più chiedono quale significato avranno le primarie di Kadima per i palestinesi, per i siriani o addirittura per gli iraniani. “Chi sarebbe meglio, per i negoziati con i palestinesi?”, è stata ad esempio la domanda posta mercoledì da un famoso reporter della tv vietnamita in video-conferenza. Che faceva seguito all’altra domanda classica: “Se fossi palestinese, per chi voteresti?”.
La natura delle domande del reporter vietnamita rivela un assunto di fondo che, in realtà, non è affatto scontato: e cioè che se soltanto Israele eleggesse il leader “giusto”, la pace arriverebbe subito con grande facilità. Il che non è vero. Il leader di Israele può anche desiderare fortemente un accordo, ma se la dirigenza dell’altra parte non lo vuole, o non è in grado di far accettare un accordo alla popolazione palestinese, allora tutte le migliori intenzioni del leader israeliano non servono a granché.
Il destino del processo diplomatico israelo-palestinese dipenderà più da chi i palestinesi sceglieranno come loro leader il prossimo gennaio – sempre ammesso che si tengano regolari elezioni nell’Autorità Palestinese – che non da chi hanno scelto di mettere al posto di Olmert i circa 40.000 membri di Kadima che mercoledì si sono presi il disturbo di votare alle primarie.
Noi israeliani amiamo pensare d’avere sempre il controllo della situazione e di poter dettare il corso degli eventi di pace e di guerra. Ma non è così. Esiste una controparte, e ciò che avviene all’interno della controparte è altrettanto se non più importante, per le sorti del processo diplomatico, di quanto non avvenga all’interno di Israele. A lungo termine, per il processo di pace, conta molto di più la questione se Hamas riuscirà a strappare a Fatah il controllo dell’Autorità Palestinese o se Fatah riuscirà a riprendere il controllo sulla striscia di Gaza, che non la questione se sarà Tzipi Livni o Shaul Mofaz il prossimo leader di Kadima e magari, per qualche mese, primo ministro.
Sia Livni che Mofaz, in nome della continuità e per salvare almeno le apparenze, porteranno avanti in ogni caso i negoziati con i palestinesi. E Fatah sicuramente farà automaticamente lo stesso con qualunque israeliano venga eletto. Viceversa Hamas rifiuta questa posizione. Ecco perché stabilire chi controlla la piazza palestinese è infinitamente più importante, per il processo di pace, che vedere chi vince le primarie di Kadima.

(Da: Jerusalem Post


19 settembre 2008

Visitate la Palestina

 L’inoppugnabile testimonianza di come le indecenti condizioni igieniche in cui vivono gli abitanti dell’entità sionista, influiscano sulla loro salute.

http://bokertov.typepad.com/photos/uncategorized/2008/09/14/bus_girl.jpghttp://bokertov.typepad.com/photos/uncategorized/2008/09/14/bulldozer_baby3.jpghttp://bokertov.typepad.com/photos/uncategorized/2008/09/14/danielle_shefi_front_page.gifhttp://bokertov.typepad.com/photos/uncategorized/2008/09/14/direct_hit.jpghttp://bokertov.typepad.com/photos/uncategorized/2008/09/14/doll_and_strollers.jpghttp://bokertov.typepad.com/photos/uncategorized/2008/09/14/maxim_bloody_lady_w_child.jpghttp://bokertov.typepad.com/photos/uncategorized/2008/09/14/yeshiva_lifeless_body_no_text.jpg
                                     http://bokertov.typepad.com/photos/uncategorized/2008/09/14/shoshona_nathanson_2.jpg                                                                    http://bokertov.typepad.com/photos/uncategorized/2008/09/14/taba_bombing_pregnant_survivor.jpg 
E per finire, ecco come gli insegnanti ebrei dell’entità sionista costringono i loro alunni ad assistere le lezioni nelle scuole di Sderot.

http://bokertov.typepad.com/photos/uncategorized/2008/09/14/ashkelon_first_graders_drill_3.jpg


DOVREBBE INTERVENIRE L’UNICEF !!! PER LA BARBA DEL PROFETA (che sempre sia benedetto il suo Nome)



19 settembre 2008

La Wafa (Agenzia ufficiale dell’ANP) diffonde calunnie medievali contro Israele




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18 settembre 2008

Herbert Pagani, arringa per la mia terra

 

da LIBERALI PER ISRAELE.....omaggio al grande HERBERT PAGANI.

http://www.youtube.com/watch?v=LxNEhKdb4uI&feature=related

Vivamente consigliata la visione di questo video, per i non "francofoni", sotto, la traduzione.

   

Questo testo fu scritto nel novembre del 1975, all’indomani della vergognosa mozione ONU che assimilava il sionismo al razzismo. L’autore lo diffuse, l’11 novembre 1975, dai microfoni dell’emittente Europe 1, e, nell’aprile 1976, alla televisione francese. La versione italiana, che viene qui riprodotta, è opera dello stesso autore.

È stato inserito in questo lavoro, perché, a tanti anni di distanza, ci sembra conservi tutta la sua drammatica attualità.

Herbert Pagani, ebreo originario di Libia, nacque nel 1944 e trascorse la sua infanzia in costante movimento tra diversi paesi, Germania, Svizzera, Italia, Francia. Per orientarsi in questa babele di lingue, scelse il disegno come prima principale forma di comunicazione. E in questo campo ottenne i primi riconoscimenti internazionali. Nel 1964 iniziò la sua collaborazione con il Club des Amis du Livre, illustrando le opere di autori di fama e affermandosi come il più giovane esponente della corrente detta Réalisme fantastique. Sue sono le copertine, per la Rizzoli, della Fantarca di Giuseppe Berto e, per Einaudi, delle Cosmicomiche di Calvino.

Dal 1966, decise di impegnarsi costantemente e contemporaneamente in tutte le discipline della comunicazione - prosa, poesia scritta e cantata, animazione radiofonica, scenografia teatrale, tecniche video e creazione pubblicitaria - da lui considerate comunicanti tra di loro.

Dopo il debutto in Italia, con un album che gli valse il Premio della Critica, tornò in Francia, sua seconda patria.

Un primo viaggio in Israele non ebbe per lui solo il senso del riappropriarsi delle sue radici, ma l’immersione totale nelle problematiche mediorientali. Da questo momento uno degli scopi della sua vita sarà la pace tra israeliani e palestinesi.

Per questo, quando nel 1975, l’ONU approvò la vergognosa risoluzione che equiparava il sionismo al razzismo, uscì allo scoperto, e, con una serie di conferenze, di editoriali, di spettacoli, denunciò l’antisemitismo rinato sotto la veste dell’antisionismo e mise in guardia la sinistra, nelle cui file militava, dalla mistificazione in cui si era ritrovata,

Il suo incessante attivismo a favore di Israele, che non si interromperà fino alla morte prematura, si accompagnò all’impegno ecologista, alla lotta per la salvaguardia di Venezia, Nel 1987 venne nominato direttore artistico del Centre Mondial de l’Héritage Culturel du Judaisme Nord Africain, museo e centro culturale nel cuore di Gerusalemme.

Herbert Pagani è morto nel 1988.

Ringraziamo la signora Rita Gubbay e Anna Jencek per aver fornito questo testo.

Di passaggio a Fiumicino sento due turisti dire, sfogliando un giornale: "Fra guerre e attentati non si parla che di ebrei, che scocciatori…" È vero, siamo dei rompiscatole, sono secoli che rompiamo le balle all’universo. Che volete. Fa parte della nostra natura.

Ha cominciato Abramo col suo Dio unico, poi Mosè con le Tavole della Legge, poi Gesù con l’altra guancia sempre pronta per la seconda sberla, poi Freud, Marx, Einstein, tutti esseri imbarazzanti, rivoluzionari, nemici dell’ordine. Perché?

Perché l’ordine, quale che fosse il secolo, non poteva soddisfarli, visto che era un ordine dal quale erano regolarmente esclusi; rimettere in discussione, cambiare il mondo per cambiare destino, questo è stato il destino dei miei antenati; per questo sono sempre stati odiati da tutti i paladini dell’ordine prestabilito. L’antisemita di destra rimprovera agli ebrei di aver fatto la rivoluzione bolscevica. È vero. C’erano molti ebrei nel 1917.

L’antisemita di sinistra rimprovera agli ebrei di essere i proprietari di Manhattan, i gestori del capitalismo… È vero ci sono molti capitalisti ebrei.

La ragione è semplice: la cultura, la religione, l’idea rivoluzionaria da una parte, i portafogli e le banche dall’altra sono stati gli unici valori mobili, le sole patrie possibili per quelli che non avevano una patria.

Ora che una patria esiste, l’antisemitismo rinasce dalle sue ceneri, o meglio, scusate, dalle nostre, e si chiama antisionismo.

Prima si applicava agli individui, adesso viene applicato a una nazione. Israele è un ghetto, Gerusalemme è Varsavia.

Chi ci assedia non sono più i tedeschi ma gli arabi e se la loro mezzaluna si è talvolta mascherata da falce era per meglio fregare le sinistre del mondo intero.

Io, ebreo di sinistra, me ne sbatto di una sinistra che vuole liberare gli uomini a spese di una minoranza, perché io faccio parte di questa minoranza.

Se la sinistra ci tiene a contarmi fra i suoi non può eludere il mio problema. E il mio problema è che dopo le deportazioni in massa operate dai romani nel primo secolo dell’era volgare, noi siamo stati ovunque banditi, schiacciati, odiati, spogliati, inseguiti e convertiti a forza. Perché? …perché la nostra religione, cioè la nostra cultura erano pericolose.

Qualche esempio? Il giudaismo è stato il primo a creare il sabato, il giorno del Signore, giorno di riposo obbligatorio. Insomma il week-end. Immaginate la gioia dei faraoni, sempre in ritardo di una piramide. Il giudaismo proibisce la schiavitù. Immaginate la simpatia dei romani, i più grossi importatori di manodopera gratuita dell’antichità.

Nella Bibbia è scritto: "La terra non appartiene all’uomo, ma a Dio"; da questa frase scaturisce una legge, quella della estinzione automatica dei diritti di proprietà ogni 49 anni. Vi immaginate la reazione dei papi del medioevo e degli imperatori del Rinascimento?

Non bisognava che il popolo sapesse.

Si cominciò quindi col proibire la lettura della Bibbia, che venne svalutata come Vecchio Testamento. Poi ci fu la maldicenza: muri di calunnie che divennero muri di pietra: i ghetti. Poi ci furono l’indice, l’inquisizione e più tardi le stelle gialle.

Ma Auschwitz non è che un esempio industriale di genocidio. Di genocidi artigianali ce ne sono stati a migliaia. Mi ci vorrebbero dieci giorni solo per fare la lista di tutti i pogrom di Spagna, Russia, Polonia e Nord Africa. A forza di fuggire, di spostarsi, l’ebreo è andato dappertutto. Si estrapola il significato e eccoci giudicati gente di nessun posto. Noi siamo in mezzo ad altri popoli come gli orfani affidati al brefotrofio.

Io non voglio più essere adottato, non voglio più che la mia vita dipenda dall’umore dei miei padroni di casa, non voglio più affittare una cittadinanza, ne ho abbastanza di bussare alle porte della storia e di aspettare che mi dicano Avanti.

Stavolta entro e grido; mi sento a casa mia sulla terra e sulla terra ho la mia terra. Perché l’espressione terra promessa deve valere per tutti i popoli meno che per quello che l’ha inventata?

Che cos’è il sionismo? …si riduce a una sola frase: l’anno prossimo a Gerusalemme.

No, non è lo slogan di qualche club di vacanza; è scritto nella Bibbia, il libro più venduto e peggio letto del mondo.

E questa preghiera è divenuta un grido, un grido che ha più di duemila anni, e i padri di Cristoforo Colombo, di Kafka, di Proust, di Chagall, di Marx, di Einstein, di Modigliani, e di Woody Allen l’hanno ripetuta, questa frase, almeno una volta all’anno: il giorno della Pasqua.

Allora il sionismo è razzismo ?

Ma non fatemi ridere. Il sionismo è il nome di una lotta di liberazione e come ogni movimento democratico ha le sue destre e le sue sinistre.

Nel mondo ciascuno ha i suoi ebrei. I francesi hanno i còrsi, i lavoratori algerini; gli italiani hanno i terroni e i terremotati; gli americani hanno i negri, i portoricani; gli uomini hanno le donne; la Società ha i ladri, gli omosessuali, gli handicappati.

Noi siamo gli ebrei di tutti.

A quelli che mi chiedono: "e i palestinesi?" Rispondo "io sono un palestinese di duemila anni fa, sono l’oppresso più vecchio del mondo, sono pronto a discutere con loro ma non a cedergli la terra che ho lavorato. Tanto più che laggiù c’è posto per due popoli e due nazioni"

Le frontiere le dobbiamo disegnare insieme.

Tutta la sinistra sionista cerca da trent’anni degli interlocutori palestinesi, ma l’OLP, incoraggiata dal capitale arabo e dalle sinistre europee, si è chiusa in un irredentismo che sta costando la vita a tutto un popolo, un popolo che mi è fratello, ma che vuole forgiare la sua indipendenza sulle mie ceneri.

C’è scritto sulla carta dell’OLP: "verranno accettati nella Palestina riunificata solo gli ebrei venuti prima del 1917"

A questo punto devo essere solidale con la mia gente.

Quando gli arabi mi riconosceranno, mi batterò insieme a loro contro i nostri comuni oppressori.

Ma per oggi la famosa frase di Cartesio penso, dunque sono non ha nessun valore.

Noi ebrei sono cinquemila anni che pensiamo e ci negano ancora il diritto di esistere.

Oggi, anche se mi fa orrore, sono costretto a dire mi difendo, dunque sono.


18 settembre 2008

Livni, da ex spia a nuova Golda Meir

 

 
 
Chi è la nuova leader di Kadima

A cinquant’anni Tzipora «Tzipi» Livni è la donna in politica più potente d’Israele e forse dell’intero Medio Oriente. Nata a Tel Aviv da una coppia di sionisti militanti, avvocato di formazione con un’esperienza di quattro anni nel Mossad, la Livni è la prima donna a guidare la diplomazia israeliana dopo Golda Meir, divenuta in seguito anche la prima e finora l’unica a essere premier dello Stato ebraico, dal 1969 al 1974. Lo scorso anno è stata inserita dalla rivista «Time» nell’elenco delle 100 persone che stanno trasformando il mondo.

La sua carriera politica inizia nel 1999 con l’elezione alla Knesset nelle liste del Likud di Ariel Sharon. Quando Sharon diviene primo ministro nel 2001 la Livni viene nominata prima ministro per la Cooperazione Regionale per passare poi ai dicasteri dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale, dell’Assorbimento dell’Immigrazione e infine delle Infrastrutture. Nel 2005 la Livni diventa ministro della Giustizia. Espressione di una corrente moderata del Likud e convinta sostenitrice del principio «Due popoli, due Stati», la Livni appoggia in pieno il piano di disimpegno dalla striscia di Gaza.

Nel novembre del 2005 fonda assieme a Sharon ed Ehud Olmert il nuovo partito centrista Kadima, e da marzo dello stesso anno ricopre il doppio ruolo di ministro degli Esteri e della Giustizia a causa delle dimissioni di massa di molti membri del Likud. Nelle elezioni del 2006 la Livni viene rieletta in parlamento e il 4 maggio viene nominata Vicepremier mantenendo il ministero degli Esteri e della Giustizia. Nel maggio del 2007 Livni ha chiesto le dimissioni di Olmert a seguito della pubblicazione del rapporto Winograd che accusa di negligenza il premier nella conduzione della guerra condotta un anno prima in Libano contro gli estremisti di Hezbollah. Da allora è consiserata l’erede in pectore di Olmert alla guida di Kadima e del governo. Quest’estate, per la prima volta, ha ammesso i suoi trascorsi di spia, rivelando di aver lavorato quattro anni per il Mossad, il servizio segreto israeliano, carriera interrotta dal matrimonio. Secondo la stampa israeliana la Livni lavorò come agente segreto dal 1980 al 1984.


18 settembre 2008

Al Qaeda, in venti anni 40 mila vittime

 

Al Qaeda, in venti anni 40 mila vittime

“Al Qaeda è in crisi: sta implodendo perchè i suoi metodi non sono condivisi da un’ampia parte della popolazione islamica”. Queste le dichiarazioni di Dell Dailey, che coordina i servizi anti-terrorismo del Dipartimento di Stato. Negli ultimi anni a causa degli attentati suicidi e delle auto-bombe di al Qaeda sono morti molti più musulmani che occidentali, soprattutto in Iraq, dove le tribù si sono ribellate all’organizzazione di Bin Laden. Il bilancio è impressionante: 9500 civili sono morti nel 2007 a causa della violenza estremista nei paesi islamici. Non bisogna però aspettarsi un declino improvviso di al Qaeda. Le zone tribali del Pakistan al confine con l’Afghanistan sono le sue nuove roccaforti.


Preoccupano anche le continue operazioni effettuate da gruppi terroristici legati ad al Qaeda in Nord Africa e in altre parti del mondo. Da ultimo lo Yemen. Al Qaeda nacque a Peshawar fra l’11 e il 20 agosto 1988. Questo è il suo ventesimo anno di attività. In quei giorni si svolse il grande incontro fra i capi del jihad organizzato dallo sceicco palestinese Abdallah Azzam e da Osama bin Laden. Lì apparve per la prima volta il nome “Al Qaida al Askariyya”, la base militare. Daniel Byman, ricercatore al prestigioso Institute for National Security Studies di Tel Aviv, sul magazine americano Slate ha scritto un’analisi sui vent’anni dell’organizzazione. Una delle tante apparse in questi giorni per un periodo di tempo di vita più che consistente per un movimento terrorista.

Se il primo decennale di al Qaeda fu segnato da un successo sensazionale, con le stragi simultanee in Kenya e Tanzania e la prospettiva di conquista di territori da cui lanciare attacchi all’America, questo anniversario è noto come quello della crisi. Di uomini, di idee, di terra, di anime. E’ vero, dice Byman, che al Qaeda è riuscita a espandersi in Bosnia, Afghanistan, Pakistan, Cecenia, Egitto, Iraq, Kashmir, Indonesia, Filippine, Uzbekistan e in Europa, come dimostra il primo messaggio in inglese appena trasmesso da Ayman al Zawahiri, ma il bilancio è a dir poco pessimista. Si calcola che in dieci anni, 40 mila persone siano morte per mano di al Qaeda. È il loro unico bottino, con l’Iraq praticamente bonificato dalla guerriglia islamista. L’Economist parla di “gene autodistruttivo” di al Qaeda e Peter Bergen, autore di volumi sull’argomento, dice che “l’autodistruzione è nel suo Dna”. Uno degli ideologi del movimento, Abu Bakar Naji, nel suo nuovo libro “Edarat al-Wahsh”, che in arabo sta per governo in un mondo selvaggio, abbandona l’idea di califfato e auspica una nuova politica del terrore dentro e fuori la umma. Si parla già di “piani B”.

All’interno della cupola, si registrano nuovi casi di scisma contro l’uso indiscriminato della violenza. Molti luogotenenti sono stati uccisi e la mente dell’11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, è processato a Guantanamo. A maggio il più grande seminario deobandi, da cui sono usciti numerosi talebani, ha decretato una “fatwa contro il terrorismo”. Dall’Afghanistan è partita una condanna a morte del re saudita Abdallah, che sembra aver abbandonato la nota ambivalenza di Riad e spinto i suoi imam a condannare la teologia delle stragi. Le popolazioni di Iraq, Algeria, Egitto e Arabia Saudita hanno rifiutato l’ideologia qaedista (spettacolare il rigetto a Bagdad). Ma ha ragione John Horgan, direttore dell’International Centre for the study of terrorism, quando dice che al Qaeda ha cessato di essere organizzazione per diventare simbolo al quale affiliarsi. Lawrence Wright, autore di inchieste su al Qaeda, ha riferito al Congresso sul futuro del movimento. “È capace di adattarsi, è flessibile, in evoluzione. Il comando è ridotto rispetto a prima dell’11 settembre e ha trovato un santuario nelle aree tribali del Pakistan. Al Qaeda non ha conquistato nulla di concreto per i suoi aderenti”.

È stato lo stesso numero tre dell’organizzazione terrorista, Abu Yahya al Libi, in un recente video a spiegare come l’occidente, quello che non ha rinunciato a combattere il jihad, sia riuscito a isolarli. “Dando credito ai jihadisti che rinunciano alla violenza; pubblicizzando le atrocità jihadiste sui musulmani; ingaggiando i religiosi musulmani per tacciare come eretici i jihadisti; sostenendo l’islam che enfatizza la politica rispetto al jihad; screditando l’ideologia jihadista ed esponendo le dispute dottrinali fra jihadisti”. L’Economist invita a partire da questo manifesto. “Dichiarare se al Qaeda sta ‘vincendo’ o ‘perdendo’ dipende dal criterio di giudizio” afferma Byman, autore di “The five front war”. “In vent’anni Bin Laden ha costruito una formidabile macchina terroristica che resta capace di lanciare attacchi letali in tutto il mondo. Ma allo stesso tempo ha scoperto che i suoi piani di conquista del potere e di uno stato islamico sono stati sconfitti”. Vent’anni fa alla nascita di al Qaeda c’era anche Sayyid Imam al Sharif, alias Dr. Fadl. Oggi è uno dei suoi principali accusatori.
 
(Giulio Meotti)


18 settembre 2008

Multiculturalismo, Accoglienza, tolleranza e …..

 

sarcastycon


18 settembre 2008

Dalla Georgia lezioni per Taiwan

 

 

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La dimostrazione di forza della Russia in Georgia e la debolezza della risposta dell'Occidente potrebbero avere effetti di lunga durata ben al di là del Mar Nero e del Caucaso, e conseguenze negative non solo nei rapporti tra Washington e Mosca.

I drammatici eventi dello scorso mese di agosto sono stati seguiti con interesse e preoccupazione anche in parecchie capitali dell'Estremo Oriente.

Due analisi, provenienti da due think tank americani politicamente molto distanti tra loro – una dall'istituto clintoniano Brookings Institution, l'altra frutto della rivista neoconservatrice Weekly Standard – convergono nel ritenere che la rapida occupazione della Georgia da parte delle truppe di Mosca, e la debolezza dimostrata dall'Occidente di fronte al fatto compiuto, compromettano la credibilità globale degli Stati Uniti e sollevino dubbi sulla loro reale volontà e le loro reali capacità di difendere gli alleati, sia agli occhi delle giovani democrazie asiatiche, come Taiwan, sia agli occhi di grandi potenze in ascesa e con ambizioni egemoniche come la Cina.

"Dalla Georgia lezioni per Taiwan", scrivono Jeffrey A. Bader e Douglas Paal. Come la Georgia, anche Taiwan si trova alla periferia di una grande potenza: la Cina. Se le reali intenzioni di Mosca nei confronti di Tbilisi non sono ancora del tutto chiare, è inequivocabile la rivendicazione di sovranità della Cina su Taiwan ed è manifesta l'intenzione di Pechino di riunificare l'isola al continente nel lungo periodo. Nel 2005 l'Assemblea popolare ha approvato una legge anti-secessione, che autorizza il governo di Pechino ad usare la forza militare contro ogni tentativo secessionista. Taipei è dunque avvertita: una dichiarazione formale di indipenza non verrebbe lasciata impunita.

In entrambe le partite, quella per il Caucaso e quella asiatica, la politica degli Stati Uniti è determinante per i calcoli di tutti gli attori in gioco. Gli Stati Uniti vorrebbero portare la Georgia nella Nato, mentre la difesa di Taiwan in caso di attacco cinese è un impegno di lunga durata e uno dei pilastri della sicurezza e della stabilità in Asia. Ma i segnali di debolezza non passano inosservati, né a Taipei né a Pechino. Alla luce degli eventi in Georgia molti a Taiwan potrebbero cominciare a interrogarsi sulla credibilità della protezione americana. Come gli Stati Uniti non hanno soccorso l'alleato georgiano, così in futuro potrebbero non correre in aiuto di Taiwan di fronte a un colpo di mano da parte di Pechino.

Ancora più esplicito Michael Auslin, nella sua analisi sul Weekly Standard: «Quando l'autocrazia starnutisce, l'Asia si prende il raffreddore». Le democrazie asiatiche che da tempo contano sull'aiuto degli Stati Uniti per la loro difesa da possibili aggressioni sono allarmate. Qualsiasi sia il pretesto – risorse naturali, movimenti separatisti, vecchie dispute territoriali – una grande potenza come la Cina potrebbe agire nei loro confronti come la Russia ha agito contro la Georgia, senza che l'alleato americano sia disposto ad alzare un dito in loro aiuto. Il mancato soccorso Usa alla Georgia può indurre la Cina e le altre autocrazie in Asia a concludere che l'America sia disposta a difendere le democrazie alleate solo a parole. Se l'America non dimostra di essere pronta a difendere i propri alleati, nazioni come Taiwan o Corea del Sud potrebbero infine prendere atto di non poter più contare sull'aiuto degli Stati Uniti per la loro sicurezza e saranno spinte a cercare protezione sotto l'ala di Pechino.

La Cina è ritenuta un «attore responsabile» se paragonata alla Russia di oggi. I cinesi sanno che agendo come Putin perderebbero questa immagine positiva; ma alla luce della esitante e inadeguata risposta della Nato e degli Stati Uniti in Georgia potrebbero prendere coraggio e forzare la mano per conseguire i propri obiettivi egemonici in Asia. Se il prossimo presidente americano non dimostrerà un rinnovato impegno nel proteggere gli stati democratici, accompagnandolo con azioni concrete, tutti in Asia capiranno da che parte il vento sta soffiando.

http://jimmomo.blogspot.com/


18 settembre 2008

Primarie di Kadima: le prossime tappe

 

Secondo gli exit-poll, Tzipi Livni ha vinto mercoledì le primarie del partito Kadima con il
47-49% dei voti
Il partito di maggioranza relativa Kadima ha tenuto mercoledì le sue elezioni primarie per decidere chi prenderà il posto del primo ministro Ehud Olmert alla guida del partito. Tuttavia il vincitore delle primarie non succederà automaticamente a Olmert nella carica di primo ministro. Vediamo in breve le tappe principali dell’iter avviato.

1. Primarie di Kadima. Se il vincitore ottiene il 40% o più dei voti espressi, diventa il nuovo leader del partito al primo turno. Altrimenti si va al ballottaggio fra i primi due. Secondo gli exit-poll di mercoledì sera, l’attuale ministro degli esteri Tzipi Livni avrebbe ottenuto tra il 47 e il 49% dei voti.

2. Terminate le primarie, Olmert – come si è impegnato a fare – rassegna formalmente le dimissioni nelle mani del presidente d’Israele Shimon Peres. Il governo si dimette contestualmente.

3. Dopo consultazioni coi leader dei partito, Peres conferisce a un parlamentare, molto probabilmente al nuovo leader di Kadima, l’incarico di formare un nuovo governo.

4. Il primo ministro incaricato ha 42 giorni di tempo per formare una nuova coalizione di governo e portarla alla Knesset per ottenere la fiducia.

5. Se non risulta possibile varare un nuovo governo, si devono tenere elezioni generali anticipate entro 90 giorni. Dopo le elezioni, riparte da capo il processo per la formazione del governo (consultazioni, incarico ecc.).

6. Olmert rimane comunque primo ministro per gli affari correnti finché non viene approvato dalla Knesset un nuovo governo. (Uno scenario alternativo potrebbero essere le dimissioni immediate di Olmert da parlamentare con il subentro del vice primo ministro Tzipi Livni, che è anche la nuova leader del partito Kadima).

(Da: Haaretz, 17.09.08)


18 settembre 2008

Quando il velo copre gli occhi dell'occidente


La notizia è pervenuta in Italia tramite le varie agenzie di stampa nel primo pomeriggio di lunedì scorso. La prima anticipazione era arrivata dal sito Niger-Religion, poi ribadita dall'agenzia stampa nigeriana Nan.

Mohammed Bello Masaba, un nigeriano di 87 anni ha divorziato da 82 delle sue 86 mogli per mettersi in regola con la legge islamica, secondo la quale il massimo di mogli consentito è quattro.
L'uomo, ex insegnante e pastore musulmano abitante di Nupeland, nello stato dell'Africa centrale, "ha accettato sabato sera di rimanere solo con quattro mogli per adeguarsi al santo Corano", ha scritto l'agenzia.

Il 21 agosto scorso, Jamat Nasr al Islam, importante istituzione religiosa del Paese, aveva approvato una condanna a morte contro il santone che oltre alle 86 mogli aveva almeno 170 figli, se non rinunciava "alle mogli in eccesso".

In un primo momento, l'uomo, criticato dei media si era difeso così?: "Non esiste nessuna legge che mi obbliga di tenere a casa solo quattro mogli. Tutte le mie spose hanno figli e io vivo con alcune di loro da più di trent'anni".

Ma di fronte alla terribile prospettiva della Fatwa, evidentemente l'uomo ha cambiato idea.

Spesso il decadente Occidente (e mi limito a ricomprendere sotto questo termine la vecchia Europa) sottovaluta con reiterato solipsismo le capacità culturali e civili dei paesi islamici. Inficiando in siffatto modo ogni tentativo di confronto fra civiltà europea e civiltà, diciamo così, “islamica”.

Ed il tarlo che rovina ogni contatto, ogni progresso nella convivenza non avrebbe la genesi dei seguaci dei cinque precetti.

No.
Questa sarebbe la deviata visione di noi occidentali.

Il dna del perfido animale è strettamente positivista. Malato per di più di un complesso di superiorità tale da soffocare se stesso ed ogni abbozzo di dialogo.

Il mondo andrebbe visto da più angolature, perché piacque a Dio la varietà. E non ad un Dio

qualunque. Ma ad Allah.

Ogni tanto ci si imbatte nel curioso problema della poligamia.

Reato che si ritiene estinto e marginalizzato nelle realtà tardo tribali del pianeta.

A torto.

E’ oramai assodato che nella sola Italia risiedano (più o meno regolarmente) qualcosa come trentamila famiglie poligamiche.

Tutte rigorosamente musulmane, s’intende. E dunque non perseguibili in quanto legate a tradizioni ancestrali legittimate dalla fede in Allah. Fossero stati di altra fede, chessò, quaccheri, sarebbe esploso il finimondo.

Ma quando ci si confronta con l’islam, notoriamente cognito per l’estrema facilità con la quale mostra i muscoli e la prepotenza delle eccezioni divine, allora tutto si relativizza.
Il velo diventa “cultura”, lo scafandro del burqa si trasforma in “scelta consapevole”, la poligamia argomento tabù per l’internazionale femminista.

E poco importa che questa “civile” tradizione venga sdoganata dagli attivisti dalla coscienza sporca quale usanza non imputabile all’islam. La paura per l’integrità della propria giogaia ammutolisce le “streghe” tanto assatanate contro l’istituzione ecclesiale cristiana, fino a “secretare” senza indugi i pur chiari riferimenti normativi regolanti la poligamia presenti nel Corano.

Meno male che ha salvarci dalla barbarie del decadentismo relativista delle femministe e dei pacifisti ci ha pensato la dottissima e onnipresente confraternita islamica di turno, nella fattispecie la Jamat Nasr al Islam, capace di garantire equanimità in dosi industriali per le donne. Poco importa sapere che cavolo di futuro attenda le 82 ripudiate e la relativa porzione di figli. L’importante è mantenere la poligamia nei limiti della decenza e delle norme religiose.

E’ notorio che l’islam (come peraltro l’altra grande religione monoteista, il cristianesimo) poggia oltre che sulle Sacre Scritture anche sull’istituto della Tradizione. E, davvero, tradizione vorrebbe che nei paesi a conduzione islamica sia diffusa una poligamia endemica, spesso senza freno alcuno (nulla puote nemmeno madonna povertà), che in qualche occasione trovò emuli di successo persino presso l’italico suolo.

Suscita dunque particolare soddisfazione sapere che l’islam persegue chi si intestardisca ad impalmare più di quattro mogli (massimo consentito dal divino Profeta), senza ritegno alcuno per ogni parvenza di dignità.

A dire il vero la scappatoia verrebbe comunque garantita dalla figura del concubinato, tutt’altro che fuori legge per ogni musulmano stretto osservante della sunna. Ma già parlare del Corano rappresenta oggi un insormontabile problema, figuriamoci l’addentrarsi nelle insidiosissime pieghe degli addith.

La riflessione che l’episodio posto in apertura induce è elementare.

Dobbiamo relativizzare ogni caposaldo della nostra civiltà in nome di un dialogo malfermo (e comunque somigliante molto più ad un monologo) o non è forse il caso di sfuggire al tranello della politicizzazione della religiosità islamica, maestra nel saper confondere divino e sociale.

E’ bene che si prenda coscienza che conquiste costate sangue e lacrime non vadano svendute per compiacere ad una “civiltà” che di civile ha mantenuto davvero poco, se non un passato di lumi largamente sopravalutato e comunque pienamente condiviso con razzie, massacri ed imposizioni che nulla hanno mai avuto da invidiare al peggior colonialismo.

Sarebbe il caso di dare una seria normativa per combattere la poligamia di fatto? O cedere, come il Canada, orientandosi a legalizzare ciò che avrebbe fatto urlare come belve ferite non più di vent’anni fa?

Il Corano ha già largamente (e semplicemente) normato in proposito.

Massimo quattro donne. E zitte.

E l’evoluto occidente? 
Maurizio De Santis
kritikon


18 settembre 2008

Giordania: "Jesu' figlio di Maria", nome dato a moschea

 

Imam: Cristo ama ogni musulmano come i musulmani che lo amano

postato il 04/9/08 da APCOM

Roma, 4 set. (Apcom) - "Jesu' figlio di Maria". E' questo il nome dato ad un moschea musulmana nella città giordana Madaba.

Lo riferisce stamane il quotidiano palestinese al Quds al Arabi, spiegando che l'inziativa è stata voluta "come gesto di buona volontà e tolleranza reciproca tra cristiani e musulmani in un momento in cui cresce in occidente l'ostilità verso l'Islam".

"Abbiamo chiamato la moschea con questo nome in un'epoca in cui viene lesa la figura del nostro profeta", Lo ha detto Jamal al Safarti, imam della nuova moschea, aggiungendo tuttavia che "c'era un desiderio di dare il nome del nostro Signore Gesu' figlio di Maria alla cosa più sacra per noi: perche' non esiste nessun musulmano che non crede che il nostro Signore Jesu' un amore per ogni musulmano ed ogni musulmano a sua volta è amato dal nostro Signore Jesu'".

L'inedita iniziativa è commentata positivamente anche dagli abitanti della citta' che conta un forte presenza di cristiani: Osama Abu al Walid, uno musulmano che frequenta la moschea citato dal giornale arabo si è detto d'accordo con "la qualificante idea che favorisce la convivenza pacifica tra il musulmano e il cristiano".

__________________________

Solo una riflessione.
Per ogni musulmano Gesù non è nulla di più che un grande profeta cui il cristianesimo ha tappato la bocca distorcendo il suo messaggio tramite la falsificazione dei vangeli.
E censurando il suo ruolo primario, che era quello di annunciare l'arrivo di Maometto.
I nomi sono uguali, ma i contenuti profondamente diversi.
A che pro?


18 settembre 2008

Drusi israeliani e drusi libanesi

 

Recentemente, in occasione dello scambio tra le due salme israeliane e i terroristi libanesi, abbiamo sentito parlare molto del druso Samir Kuntar, assassino di una bambina di quattro anni, di suo padre e di alcuni agenti di polizia e spesso chi segue le vicende del Medio Oriente sente parlare degli esponenti drusi nel Paese dei cedri, in particolare della famiglia Jumblatt, che ha visto uccidere dai siriani, nel 1977, uno dei suoi membri, Kamal, il cui figlio, Walid, è ora presidente del Partito socialista, nonché leader della sua comunità e soprattutto del fronte antisiriano del "14 marzo".

Ma chi sono i drusi?

Questo termine deriva dal nome dell'egiziano al-Darazi che sosteneva l'identificazione dell'Imam Fatimide al-Hakim (996-1021) con Dio e con esso viene indicato un gruppo religioso seguace di questa filosofia. Dopo le persecuzioni subite in Egitto da parte dei sunniti, i Drusi cercarono e trovarono rifugio nella regione corrispondente attualmente alla Giordania, Libano, Siria meridionale dove risiedono tuttora, così come in Israele. Ad oggi si contano circa 700mila seguaci di cui 18milla nella Galilea settentrionale. Qui si sono stabiliti organizzandosi politicamente in maniera indipendente dal governo centrale, prevedendo un proprio Parlamento e una leadership spirituale.

Durante l'Impero Ottomano i Drusi erano governati da emiri, come comunità semi-autonoma. Nel 1921 i Francesi tentarono, senza successo, la creazione di uno Stato Druso sotto il loro Mandato. Neutrali tra arabi ed ebrei fino al 1948, durante la Guerra di indipendenza, iniziarono a militare attivamente al fianco di Israele, fino ad arrivare all'accordo siglato nel 1956 che li vincola a prestare regolare servizio militare nelle file nazionali.

I Drusi si considerano musulmani e rientrano ufficialmente in questo gruppo religioso, sebbene sia sunniti che sciiti, li definiscano non-musulmani.

La loro dottrina teologica raccoglie vari elementi da diverse religioni e filosofie: dall'Induismo ed Ebraismo, al Cristianesimo, Islam, Gnosticismo e Neo-platonismo. E' una religione chiusa, i testi sacri sono accessibili solo agli iniziati e non accettano conversioni perché credono che tutti coloro che vivono oggi sono reincarnazioni di chi ha vissuto nei tempi in cui la fede è stata rivelata e che è stato invitato a seguirla. Non ci sono rituali o cerimonie, non sono contemplati i pellegrinaggi e non esiste una giornata particolare dedicata alla preghiera o a qualunque festa.

A parlarci di questa comunità e della sua esperienza come Maggiore nell'esercito israeliano è venuto in Italia Mahdi Hassan. 33 anni, sposato con due figli e con una lunga esperienza come responsabile di una zona di Gaza, egli è fiero di essere un cittadino del suo Stato e la sua identità drusa viene soltanto al secondo posto.

Sostiene che la minoranza a cui appartiene si ritiene diretta discendente di Ithro', suocero di Mosè, e la sua religione si basa sull'anima e sulla reincarnazione. "Per questo i drusi sono i migliori soldati d'Israele, perché sanno che se moriranno avranno la possibilità di rinascere".

Mahdi è entusiasta dei suoi concittadini che abitano nella zona vicino a Gaza, "sono persone meravigliose che danno coraggio e la forza di andare avanti ai soldati che vengono lì a proteggerli dai missili palestinesi. Nonostante le difficoltà non hanno abbandonato le loro case e nonostante la minaccia dei missili e del terrorismo, non cedono all'idea di un rifugio più tranquillo in un'altra zona del Paese".

E' grato al Keren Kayemet (il fondo Nazionale ebraico che da poco più di un secolo ha reso verdi e fertili la maggior parte delle terre israeliane), i cui dirigenti collaborano con l'esercito e vengono considerati colleghi dai militari".

Quando si è parlato di pace e gli è stato chiesto di esprimere giudizi sulle scelte dei vari governi israeliani è stato diplomatico e non ha espresso nessuna opinione riguardo i colloqui tra Olmert e Mahmud Abbas, deludendo così, diversi suoi ascoltatori. Ha preferito, invece, parlare della sua esperienza, descrivendo la sua opinione sulle azioni e la mentalità palestinesi, il ruolo della barriera difensiva e il tipo di educazione che si impartisce ai giovani soldati di leva.

A proposito di Gaza, Mahdi racconta che nonostante la presenza di Hamas, i palestinesi mantengono i contatti con Israele, per ottenere aiuto in campo sanitario e sociale. Hanno nominato una commissione apposita di cui nessun membro fa parte dell'organizzazione fondamentalistico-terrorista.

Insomma, un vero abisso tra i drusi israeliani che tanto danno al loro Stato e Samir Kuntar, ma anche Jumblatt che, nonostante abbia subito gravi lutti a causa dei siriani e dei suoi sicari Hezbollah, ha accolto l'assassino con tutti gli onori unendosi nei festeggiamenti anti-israeliani.


agenzia radicale


18 settembre 2008

Un quesito semplice semplice per l'internazionale femminista

 

 Una domanda apparentemente banale. Eppure non si riesce a trovare risposte decenti.



La volatilizzazione del movimento femminista dinanzi alla sfida "culturale" islamica è il maggior mistero planetario dopo quello della scomparsa dei dinosauri.
.kritikon.


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