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21 settembre 2008

Cala, ma resta inquietante il sostegno dei musulmani per Bin Laden e i kamikaze

 

Una indagine mostra che è diminuita ovunque la condivisione per le motivazioni del terrorismo. Il consenso più basso in Turchia (3%), ma ci sono Paesi come Libano, Nigeria e Giordania dove gli uomini-bomba trovano l’appoggi di un terzo o un quarto degli islamici. 



Scende significativamente il sostegno del mondo musulmano per gli attacchi suicidi “in difesa dell’islam” e per Bin Laden, ma resta comunque una inquietante percentuale di persone che continua ad esprimere il proprio sostegno al terrorismo. E’ il risultato di una ricerca condotta dallo statunitense Pew Research Center che ha sentito le opinioni di 24mila persone, 8mila delle quali in otto Paesi musulmani.

Le percentuali dicono che il consenso più basso per gli attentatori suicidi e Bin Laden è in Turchia: solo il tre per cento dei turchi ammette i kamikaze, con una diminuzione di 10 punti rispetto al 2002, quando fu condotto un analogo sondaggio.
 
In Libano, coloro che ritengono che gli attacchi suicidi sono “sempre” o “a volte” giustificabili in difesa dell’islam erano il 74%; ora sono il 42% di meno, ma restano più del 30%. Il che vuol dire che un terzo dei musulmani libanesi ancora si esprime a favore dei kamikaze. Percentuale analoga in Nigeria, il più popoloso Paese africano, dove la solidarietà per i terroristi arriva ad un terzo della popolazione, pur avendo perso un 15% di consensi. Un po’ meglio in Giordania, dove il sostegno agli attacchi suicidi trova favore in un 25% della gente, ma è calato di 18 punti,
 
Molto forte anche la perdita di consensi dei terroristi in Pakistan, ove a condividere le motivazioni degli uomini-bomba è uno scarso 5% dei musulmani, mentre era il 28%. Anche in Egitto, dove nel 2002 non era stato compiuto il sondaggio, la percentuale di chi manifesta comprensione per gli attacchi suicidi arriva al 5%. Quasi la metà dell’Indonesia: il più popolo Paese musulmano del mondo, vede quasi il 10% degli islamici esprimere solidarietà con chi si fa saltare in aria. Ma anche qui, nel 2002 erano il 15% in più.
 
Diminuita pure la fiducia in Bin Laden, anche se in alcuni Paesi rimane alta. Come in Nigeria, con il 60% che esprime sostegno per il capo di Al Qaeda, o in Indonesia e Pakistan con circa un terzo degli islamici che si esprimono a suo favore. Ma erano, rispettivamente il 60% e quasi il 50%.
 
Si registrano invece in Turchia e Libano i consensi più bassi verso lo sceicco del terrore. Il 2% dei libanesi ed il 3% dei turchi. Anche qui la diminuzione è secca: erano, rispettivamente, il 15 ed il 20%. E’ la Giordania, invece, il Paese dove Bin Laden ha perso più consensi: erano quasi il 60%, ora sono il 19%. Moltissimi di meno, ma ancora quasi un quinto della popolazione.


21 settembre 2008

L'altra Alitalia non ride e spara sui sindacati

 Mamma, perché fate tutto 'sto casino. Berlusconi vi aveva salvati e voi no. Voi per la strada a gridare e a esultare. Di che? Adesso che succede?». Emiliano ha tredici anni. Ha aspettato sua madre sveglio dopo aver visto il telegiornale.



Il suo, e tutti i nomi di questo diario pomeridiano scritto a Fiumicino, mentre fuori piove e il traffico di Roma inghiotte l'aeroporto, sono finti o taciuti. Perché il nome non si può rivelare. Regola della Compagnia, penserete. Non solo. Regola di sopravvivenza in un luogo sospeso.

In un'azienda che vent'anni fa era un privilegio di cui esser fieri e che ora non è niente. Emiliano è il figlio di una mamma bellissima che lavora da venticinque anni. Lei ha appena finito il turno in un giorno come tanti se non fosse «che qui la situazione è disperata.

A mio figlio ho detto la verità». Le mani fra i capelli rossi a cercare un ordine che non arriva. Le mani sullo stomaco che fa male all'idea di aver investito studi, tempo e dedizione su un coccio in frantumi. «L'ultima rottura è soltanto l'epilogo di una tragedia cominciata negli anni Novanta quando sono entrati i sindacati.

Prima c'erano le regole. La selezione. Nessuno poteva mischiare le carte. Si veniva assunti dopo prove durissime. Era orgoglio e ottimo stipendio. Non bisognava soltanto essere belle, occorreva saper comunicare, stare nel proprio ruolo con responsabilità. Studiare. Vent'anni fa, l'inizio della fine: posti per tutti. A prescindere. Un circo per il quale l'importante non è stato più, e non è, sapere, ma infilarsi. Belli, brutti, ignoranti, colti, gente che non sa nemmeno di lavorare per una compagnia aerea. Una sistemazione tira l'altra fino a oggi. Che l'unica soluzione sarebbe fare tabula rasa e ripartire da zero. Sradicando l'esubero senza fine coltivato col concime del «chi se ne frega tanto qualcuno che paga si trova. Costruito con l'avallo dei governi, fino a produrre un girone incapace di mantenere il mostro che ha prodotto.

Con il risultato che per scegliere il film da trasmettere su un aereo si impiegano cinque dirigenti e altrettanti dipendenti senza rango mentre i comandanti partono con i soldi in tasca per fare gasolio negli aeroporti stranieri dove la linea di credito s'è esaurita».

Le facce bianche, i cartellini al petto, la fuga dalle telecamere delle tv che sono venute a chiedere come va. «E come vuoi che vada, non posso parlare, non voglio parlare». La fuga, il giorno dopo la risata che ha fatto il giro del mondo alla notizia della rottura delle trattative per l'ingresso di Cai, si ferma nello sguardo smarrito di una precaria di 21 anni. Al suo primo lavoro. Bella, anche lei. «Alla fine del mese me ne andrò. Non ho capito perché hanno sfasciato tutto. Io so che lavorare è meglio che non lavorare».

Al cuore della giovane hostess, con gli occhi verdi velati di pianto, (è solo raffreddore, dice) non arriva alcuna spiegazione plausibile. Per lei Alitalia è. La divisa, la cortesia. Quel tocco di costruita ingenuità grazie al quale può favorire un passeggero che farfuglia di avere un ginocchio gonfio per evitare la fila. Il contatto col mondo in movimento. Che viaggia e porta ricchezza, umana, di intrigante fantasia. Lei è l'anello debole di una catena al cui opposto ci sono i piloti, che «non cederanno mai». In mezzo la "famiglia Alitalia". La squadra silenziosa, che conosce perfettamente situazioni e responsabilità. Che ancora s'aspetta il miracolo.

«Perché non può finire così. È un'azienda, la trattino come tale. Dieci anni in Alitalia, dieci anni, il pezzo di vita che mi è più caro. Un tempo cominciato difficile». Le parole dello steward scivolano veloci dopo nessuna esitazione. Il tempo di raggiungere un angolo riparato per spiegare che è un'angoscia vedere l'orgoglio nazionale trasformarsi in una catastrofe senza sbocco. Ho visto i sindacalisti in tv. Quelli non sono me né altri mille come me. Al tavolo delle consultazioni non c'era chi lavora, chi sa come funziona. Ci stavano e ci stanno quelli che, sono sicuro, si son già venduti il nostro, un'azienda che non ha un solo motivo per chiudere, che si è ritagliata un mercato sull'eccellenza del servizio, dagli ingegneri in giù, decapitata da scelte incomprensibili. Lontane, avulse».

L'altra Alitalia parla piano. Non chiede permessi sindacali, anzi condanna il cattivo esempio «di chi s'è gestito troppo bene i fatti suoi». Spera, come prigioniera di un'allucinazione, che basti continuare a lavorare perché qualcuno faccia il miracolo. La tensione è sui volti contratti e nei capannelli guardinghi. L'altra Alitalia, forse l'unica, non ride.

Anna Fiorino



21 settembre 2008

A cosa servono ancora gli uomini?

 



Il maschio continua a rivestire un ruolo non sostituibile: quello di massaggiatore morale. Essendo anche l’ultimo rimastogli, vale la pena di approfondirlo. Ci sosterrà nell’impresa Tzipi Livni, futura premier israeliana. Quando le chiedono il contributo del marito al suo cammino esistenziale, la signora non ha dubbi: «Ogni volta che sono a pezzi, lui è lì per rimettermi insieme». Ecco, fratelli, la nostra missione. Esserci. Ascoltarle. O almeno fare finta, ma con un minimo di credibilità (niente cuffie dell’ipod in testa, per capirci).

La femmina contemporanea cresce con l’ansia di prestazione e un’agenda di impegni lavorativi, familiari e personali fatti apposta per provocarle un senso inestinguibile di inadeguatezza. Dal compagno della vita non si aspetta più quasi nulla: meno che mai a letto, dove si corica soltanto per fare ginnastica o l’ennesima telefonata.

L’unica cosa che ancora pretende è di essere rimessa in carreggiata al primo accenno di sbandamento. C’è un momento ciclico in cui si sente brutta, invecchiata, non all’altezza. Allora si rivolge al maschio di casa perché la rassicuri. Funzionano sempre i mantra hollywoodiani: «Non preoccuparti, cara» (Spencer Tracy), «Va tutto bene, amore» (Gregory Peck), «Tu salti, io salto» (Di Caprio). Se però ambite a una Tzipi Livni, serve qualcosa di più. Uno scatto d’umorismo. Dopo il suo primo incontro con Condoleeza Rice, la Livni telefonò agitatissima al marito che l’aveva vista in tv. «Sei stata fantastica, tesoro», la tranquillizzò lui. «Anche se, rispetto alla Rice, ti ho trovato un po’ pallida». Questo sì che è un uomo. 

Massimo Gramellini
 


21 settembre 2008

La Cina e i Laogai, i campi lager comunisti

  

"Altro che Olimpiadi la Cina comunista è un orrore"

 

 
"Altro che Olimpiadi la Cina  è un orrore"

di Gian Micalessin

Parla Harry Wu, il dissidente che ha vissuto 19 anni nei "laogai", i campi lager comunisti
Un orrore lungo 19 anni. Gli cadde addosso nel 1961 quando era uno studente universitario ventitreenne e non lo abbandonò fino al 1979. Diciannove anni nei campi di lavoro della Cina comunista senza una vera colpa, senza un processo, senza un’autentica condanna. La vita di Harry Wu è ancora oggi, a 71 anni suonati, una vita segnata da quell’orrore, dal ricordo dei compagni di prigionia piegati dalla fame e dagli stenti, dalla fatica e dalla determinazione che lo aiutò a uscire dai campi di lavoro dove la Cina di Mao seppellì decine di milioni di cosiddetti «controrivoluzionari». La maggior parte dei suoi compagni di sventura non sopravvisse. Chi ci riuscì spesso non vuole ricordare.
Harry Wu ha fatto di quel ricordo la missione della sua vita. Anche dopo la libertà, dopo la «riabilitazione», dopo la fuga negli Stati Uniti, non ha mai smesso di raccontare quei 19 anni, non ha mai smesso di pronunciare la parola «laogai». Grazie a lui la «rieducazione attraverso il lavoro», introdotta dal maoismo cinese per spegnere qualsiasi opposizione e qualsiasi resistenza, è diventata sinonimo di lager e gulag. Ma il cammino è ancora lungo e Harry Wu lo sa. Nonostante sia tornato in Cina, nonostante la recensione in un dettagliato elenco degli oltre mille campi di lavoro dove ancora oggi la Cina rieduca i suoi dissidenti, nonostante sia stato nuovamente arrestato, nuovamente condannato e definitivamente espulso dalla Cina, la battaglia di Harry Wu non si è mai fermata. Dopo il laogai e i lavori forzati ha denunciato le esecuzioni e i prelievi d’organi dai condannati a morte. Solo grazie a lui molte delle nefandezze del comunismo cinese sono venute alla luce, ma la strada è ancora lunga. Soprattutto in Europa, soprattutto in un continente che in nome degli affari ha spesso dimenticato le battaglie per i diritti umani. Ed ecco allora Laogai. L’orrore cinese, il nuovo libro intervista pubblicato da Spirali in cui il professor Wu ci accompagna nella raccapricciante galleria di sofferenze su cui è cresciuta e si sviluppa la potenza economica cinese. Ma questa potenza, a sentire quanto racconta Harry Wu al Giornale, potrebbe avere un orizzonte limitato perché, come ci ripete il più famoso dissidente cinese, «se a Pechino arriverà una nuova rivoluzione sarà la rivoluzione contro il comunismo».
Pechino può contare su un’economia florida, su un consenso abbastanza generalizzato, su un ferreo apparato di sicurezza e su rapporti internazionali abbastanza solidi: perché mai non dovrebbe sopravvivere?
«Perché chi comanda, il Partito, continua a professare il credo comunista e questo lo porterà a fare i conti con le proprie contraddizioni interne. Il comunismo puntava ad abolire la proprietà privata, la libertà di pensiero, di parola e di religione. Ma oggi la libertà economica diffonde anche un desiderio di libertà autentica. La gente apprezza il benessere, ma desidera la proprietà privata, vuole possedere la terra su cui vive. Ma in Cina nessuno può possedere la terra. Quel diritto spetta solo allo Stato e al Partito. La stessa cosa vale per la religione. Chi è veramente cattolico non sa più cosa farsene dei vescovi nominati da Pechino, pretende di poter ascoltare la parola dei veri vescovi ordinati dal Papa. Lentamente questo processo travolgerà anche l’economia e chi investe i propri soldi pretenderà di sottrarla al controllo dei burocrati venuti dalle fila del Partito. Il Partito diventerà l’espressione di tutto quello che i cinesi non vogliono e sarà spazzato via».
Le Olimpiadi accelereranno questo processo?
«Le Olimpiadi non contano nulla, sono transitorie, passeggere. Quando si spegneranno i riflettori si spegnerà anche l’attenzione per i diritti umani. C’è una grande questione che tutti tendete a dimenticare. I Giochi sono affascinanti, ma passeggeri ed effimeri. La negazione dei diritti umani è invece continua perché connaturata al sistema. Non basta parlarne tre mesi per eliminarla. Conoscete qualcuno veramente disposto a boicottare i Giochi in nome dei diritti umani? Io non ne ho incontrato neppure uno».
Ma le Olimpiadi aiutano a far parlare della Cina...
«Qualsiasi cosa possiate dire, qualsiasi cosa succeda da qui alla fine dei Giochi non rappresenta un grosso problema per Pechino. Guardate il Tibet. A marzo hanno ucciso centinaia di persone e ne hanno imprigionate migliaia. Chi parla più di loro? Chi lotta per loro? Lo stesso Dalai Lama, se continueranno i colloqui con Pechino, sarà forse costretto a presenziare alle Olimpiadi».
Quali sono le violazioni dei diritti umani più plateali?
«In Cina, ci sono le esecuzioni. In Cina, le donne non sono libere di partorire. I Cina non esiste libertà di religione e di organizzazione. In Cina i mezzi di comunicazione sono interamente controllati dai comunisti e sostenuti dalle società come Yahoo, Cisco, Microsoft e Google. In Cina, se ti colleghi a Internet, devi inserire la tua carta magnetica, così la polizia scopre immediatamente che sei su Internet. La sicurezza cinese si fa dare da Yahoo o da qualsiasi altro provider le informazioni sull’indirizzo e-mail, le trasferisce ai tribunali che emettono atti d’accusa e ordini d’arresto. Ma la cosa più aberrante è forse la legge sul controllo delle nascite che toglie a donne e famiglie il diritto naturale alla procreazione. Per mettere al mondo un figlio le famiglie cinesi devono ottenere il permesso dello Stato. Per imporre questo sistema aberrante lo Stato spinge all’aborto milioni di donne e ne condanna altrettante alla sterilizzazione. Non c’è nulla di simile sulla faccia della terra».
Lei è stato il primo a denunciare i trapianti degli organi prelevati ai condannati a morte.
«La Cina, oggi, è l’unico paese al mondo che usa gli organi espiantati ai condannati a morte per i trapianti. Grazie a questa pratica la Cina è oggi il secondo paese al mondo per trapianti d’organo. Il 95 per cento degli organi proviene da prigionieri giustiziati. Di conseguenza la Cina è l’unico paese al mondo in cui il numero dei prigionieri giustiziati cresce ogni anno. E il numero delle esecuzioni resta uno dei meglio custoditi segreti di Stato».
Cosa potrà metter fine a questi orrori?
«Solo la fine del comunismo».
Gian Micalessin



   

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21 settembre 2008

LEGGI RAZZIALI E LA RESPONSABILITA’ DELLA MONARCHIA

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Intervista ad ALBERTO CONTERIO

“… gli ebrei fascisti non erano un corpo estraneo all’ebraismo italiano che era,
(scritto da Nicola Tranfaglia) “profondamente integrato nella società plasmata dal regime fascista”
 e che i suoi più alti ed influenti esponenti proclamavano
“l’assoluta fedeltà degli israeliti al fascismo e al suo duce”.
 Renzo De Felice, nel ’93 sul suo “Storia degli ebrei italiani” scrive inoltre che essi, (gli ebrei),
furono fondatori, per esempio, dei fasci di combattimento di Milano. Senza remore per il tradimento verso la
Monarchia alla quale tanto dovevano e devono, furono finanziatori del partito fascista,
(che sappiamo era repubblicano nel suo programma e nella sua anima, e del suo giornale “Il Popolo d’Italia”),
 ebbero parte attiva nelle squadre di Italo Balbo e figurano persino nel “martirologio ufficiale della rivoluzione fascista”. Furono infine, protagonisti numerosi della “marcia su Roma” … (Alberto Conterio)


CANZANO 1-  Naturalmente come prima domanda do la parola ad un esponente della comunità ebraica Gattegna, visto che sono stati coloro che hanno subito le conseguenze delle leggi razziali, infatti Gattegna afferma: “Le leggi razziali sono state emanate dal regime fascista, convalidate dalla monarchia quindi mi sembra difficile separare le due cose: ritengo che quando si tratta di argomenti così importanti è necessario anche essere molto cauti nelle dichiarazioni e più che singole frasi bisognerebbe approfondire la parte storica, gli avvenimenti e insegnare ai giovani questo passato tragico perchè non si ripeta mai più”.
Che parte ha avuto la monarchia? Sappiamo che le leggi razziali antiebraiche furono abolite  nei  45  giorni  del  governo  Badoglio,  quindi  sotto il  regno di  Vittorio
 Emanuele III.

CONTERIO – Ha ragione il Sig. Gattegna quando afferma che occorre essere cauti e approfondire la parte storica degli argomenti prima di fare delle dichiarazioni. Occorre soprattutto contestualizzare i fatti accaduti, nel periodo storico in cui si sono verificati, tentando non di giustificarli, ma di capire se vi fossero effettivamente altre vie possibili da poter seguire. E’ per questo, che al contrario del Sig. Gattegna sono giunto alla conclusione opposta, e cioè che la Monarchia Sabauda, non solo deve restare ben distinta dal fascismo e dalla promulgazione di queste odiosissime leggi ma dovrebbe essere rivalutata per aver salvato moltissimi ebrei con il suo operato.
Sarebbe davvero opportuno giungere ad un riconoscimento a Casa Savoia proprio come di recente attribuito a Sua Santità il Papa Pio XII
Nessuno può negare che nella storia gli ebrei vengono sistematicamente cacciati da ogni dove, sin quando dal XV Secolo, molti trovano rifugio sotto le ali della Monarchia Sabauda che consentì loro di costruire sinagoghe e prosperare sino a giungere, nell’Italia unita, ai più alti vertici a ridosso della Corona e a conseguire lo stato nobiliare.
La Legge della Monarchia di Casa Savoia per l’Ebraismo (29 Marzo 1848) è quella di Re Carlo Alberto che “fu tra i primi Sovrani d’Europa nel dare ai suoi sudditi ebrei la piena uguaglianza di diritti, e questa non fu mai revocata nel Regno di Sardegna e poi d’Italia, fino alle famigerate, dissonanti, leggi razziali di Mussolini”, lo scrive Gina Formiggini, nel suo piccolo saggio “Stella d’Italia Stella di David” del 1970.
Leggendo altri testi, si arriva a capire che gli ebrei in Italia, come tanti altri popoli nel mondo (prima del 1938), fecero pessimo uso della democrazia e dei loro diritti civili.
Furono infatti tra i più accaniti sostenitori del fascismo e attivi favoreggiatori della cultura e della politica che avrebbe condotto alle leggi razziali per scimmiottare Hitler.
E gli ebrei fascisti non erano un corpo estraneo all’ebraismo italiano che era, (scritto da Nicola Tranfaglia) “profondamente integrato nella società plasmata dal regime fascista” e che i suoi più alti ed influenti esponenti proclamavano “l’assoluta fedeltà degli israeliti al fascismo e al suo duce”. Renzo De Felice, nel ’93 sul suo “Storia degli ebrei italiani” scrive inoltre che essi, (gli ebrei), furono fondatori, per esempio, dei fasci di combattimento di Milano. Senza remore per il tradimento verso la Monarchia alla quale tanto dovevano e devono, furono finanziatori del partito fascista, (che sappiamo era repubblicano nel suo programma e nella sua anima, e del suo giornale “Il Popolo d’Italia”), ebbero parte attiva nelle squadre di Italo Balbo e figurano persino nel “martirologio ufficiale della rivoluzione fascista”. Furono infine, protagonisti numerosi della “marcia su Roma”
Sempre dal De Felice, apprendiamo che “il fascismo trovò un vasto seguito tra gli ebrei” e Curzio Malaperte, altra “intelligenza scomoda” arriva a scrivere addirittura che “Gli ebrei italiani sono stati fino al 1938 fervidi fascisti nella quasi totalità.”, e poi ancora “Gli ebrei antifascisti erano rari, tra di essi annoveravano addirittura "martiri fascisti". Fascisti fervidi nella quasi loro totalità sino al 1938”.
Arriviamo quindi al 1938, anno in cui il Re Sabaudo, da essi abbandonato, (o meglio tradito dico io, da chi dopo aver avuto dalla Dinastia, ha preferito sostenere un partito repubblicano com’era quello fascista contro la Dinastia stessa), opporsi, solo e con la sola forza di un dettato costituzionale che gli consente di dire “no” solo due volte, alla volontà di quel partito che volle discriminare, brutalmente ed ignobilmente addirittura tra i suoi più ferventi fondatori.
Solo contro un regime, in quel 1938, che non è solo forte della totale adesione del Paese, ma forte anche del voto del Parlamento che dei quattrocento deputati in carica, riuniti alla Camera per votare quella sciagurata legge antiebraica, ne ha presenti 351. Tutti, e ripeto tutti, votarono a favore, anche nello scrutinio segreto. E al Senato,
alla seduta del 20 Dicembre 1938 si contarono 164 presenti. Mancava il numero legale. Tra i presenti vi erano Luigi Einaudi, Da Como, Imperiali, Pecori Giraldi, Salvago Raggi e De Bono, che già si era dichiarato contrario in seno al Gran Consiglio.
Il Re fu l'unico, in Italia, a difendere gli ebrei dalla follia dei politici. Lo fece come meglio poteva da Sovrano costituzionale, meglio in ogni caso di come avrebbe fatto un presidente di repubblica che, in quanto eletto, sarebbe stato complice attivo degli stessi politici che vollero quelle leggi assurde.
Il Re era contrario a quelle norme discriminatorie e rifiutò di firmarle per ben 2 volte, nella speranza che i parlamentari ci ripensassero, ma senza alcun risultato.
Il segnale fermo e chiaro di cui il Re aveva bisogno per bloccare la legge non arrivò affatto. È così che il Re costituzionale, solo, deve alla fine firmare.
A quel punto, Vittorio Emanuele III sapeva che c’erano due possibilità :

1) Non firmare, con la prevedibile conseguenza che le leggi sarebbero state promulgate ugualmente e che Mussolini lo avrebbe esautorato, per mezzo di una legge ad hoc e giustificando tale provvedimento con qualche manovra di carattere propagandistico.
La situazione politica interna di quel periodo vedeva il fascismo all’apice del suo successo e del consenso popolare. Il duce non sopportava la Monarchia, perché questa lo limitava.
Non firmare le leggi in questione avrebbe voluto dare a Mussolini l’appiglio che aspettava da tempo per l’esautorazione della Monarchia.
2) Firmare le leggi, facendo il possibile affinché non venissero applicate rigidamente.

Questo grande Re, la terza volta firmò quindi, ma come abbiamo detto, lo fece facendosi precursore di quella che oggi chiamiamo “disubbidienza civile”. Fu il primo, infatti, a rifiutarsi di licenziare dal suo incarico il medico ebreo Artom di Sant’Agnese, ginecologo di Corte.
Suo figlio, Umberto di Savoia, Principe Ereditario, disubbidì non ottemperando al Regio Decreto con il rifiuto di licenziare il suo aiutante di campo, Salvadori, anch’egli ebreo.
Gli intellettuali del tempo e la stessa Chiesa Cattolica non organizzarono alcuna opposizione aperta nel Paese.
Il Re non era razzista, e lo dimostrano le conferme dello storico Luciano Regolo, di fede repubblicana, e dalle stesse fonti originali fasciste, dove apprendiamo dell’azione moderatrice effettivamente svolta dal Sovrano sui deliranti propositi antisemiti di Mussolini e dei fanatici del regime. La Real Casa, infatti si impegno immediatamente con progetti anche ambiziosi in favore degli ebrei già prima della guerra (ad esempio, il progetto del Viceré d’Etiopia il Duca d’Aosta, dimenticato da tutti) e poi durante la guerra, collaborò attivamente con la Santa Sede per la salvezza di numerosi ebrei Italiani.
I Savoia quindi si rivelarono in quel particolare periodo storico, gli unici veri e fedeli amici degli Ebrei. A dirlo sono gli ebrei stessi. Dal Centro di Documentazione ebraica contemporanea infatti, volume a cura di Guido Valabrega, dal titolo : “Gli ebrei in Italia durante il Fascismo”, marzo 1962 leggiamo : “Si deve obiettivamente riconoscere che fino all’8 settembre 1943 la persecuzione razziale in Italia fu contenuta in limiti moderati e di portata soprattutto economica(…)Dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 comincia per gli ebrei italiani un tremendo periodo nuovo: l’Italia era ormai sotto il tallone tedesco e Mussolini voleva riabilitarsi agli occhi dell’alleato.”
Anche questa pur onesta ammissione è però sufficientemente fumosa, politically correct diremmo oggi, o adatta a regger il lume ai mestatori della Storia che vogliono criminalizzare la Monarchia Sabauda a tutti i costi. Riesce infatti a non nominare il Sovrano, a non dire che i "limiti moderati" dell'antisemitismo erano dovuti alla Corona, a non accennare alla repubblica quale realtà politica che consentì la feroce estensione ed applicazione delle leggi contro gli ebrei.
E' una ammissione che non ha la chiarezza degli slogan repubblicani del dopoguerra alla quale siamo abituati, e che vuole gabbare la Storia. E’ in sintonia quindi con L'Italia d’oggi, che vuole dormire sonni tranquilli sazia di "re fascista" e "re razzista" per occultare al meglio le responsabilità vere (vedasi votazioni alla Camera ed al Senato nel 1938). 
Torno quindi a ribadire con forza e convinzione, che firmando quelle leggi, dopo aver fatto il possibile per evitarle, Vittorio Emanuele III dimostrò ancora una volta di saper fare i conti con la realtà e di essere in grado di agire per il bene dell’Italia e del suo popolo (tutto il popolo, non solo gli ebrei), pur sapendo di esporsi a critiche anche feroci e di mettere a repentaglio la sua immagine.

CANZANO 2- Se il Fascismo aveva voluto le leggi razziali  in omaggio a Hitler, come 
mai  Hitler non mosse  un  dito quando  dette  leggi,  da  lui  evidentemente  ispirate,
venivano di colpo abrogate?

CONTERIO – Di fatto le leggi furono abrogate dal legittimo Governo del Regno d’Italia che all’epoca comprendeva soltanto la parte meridionale della nostra penisola. Hitler sul finire del 1943, non aveva più la possibilità di vendetta sulla quella parte del nostro Paese. Questo perché grazie proprio al trasferimento del Re e del Governo a Brindisi, l’Italia LEGALE poteva continuare a legiferare e ad agire nell’interesse suo e del suo popolo, Ebrei compresi. Senza l’8 settembre insomma non avremmo avuto rinascita nazionale e le leggi razziali sarebbero rimaste valide ancora per diverso tempo. Lo dimostra ciò che avvenne nei territori che dovettero sopportare la follia insultante della RSI, uno stato fantoccio servo della Germania di Hitler.

CANZANO 3- “Il male assoluto sono le leggi razziali volute dal fascismo e che ne determinarono la fine politica e culturale” dice Alemanno. Allora chi le ha volute le leggi razziali?

CONTERIO – Penso onestamente che si arrivò a quelle Leggi senza particolare convinzione anche da parte dei più accesi fascisti dell’epoca.
Vi sono documenti contrastanti, Mussolini sicuramente voleva saldare la sua amicizia con la Germania di Hitler. Come abbiamo già detto in precedenza molti fascisti erano anche Ebrei. Questo penso, dovette essere “imbarazzante” per il Duce, se l’imbarazzo è una sensazione che provano anche politici così spregiudicati. Del resto abbiamo testimonianze di quanto Mussolini si impegno per esse. Una di queste appartiene al genero Ciano, dove nei famosi “Diari”, alla data del 28 novembre 1938, annotò :
“Trovo il Duce indignato col Re. Per tre volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al Duce che prova una “infinita pietà per gli ebrei”. Ha citato casi di persone perseguitate, e tra gli altri il generale Pugliese che, vecchio di ottant’anni e carico di medaglie e di ferite deve rimanere senza domestica. Il Duce ha detto vi sono 20.000 persone con la schiena debole, che si commuovono per la sorte degli ebrei. Il Re ha detto che è tra quelli.
Poi il Re ha parlato anche contro la Germania, per la creazione della quarta divisione alpina.
Il Duce era molto violento nelle espressioni contro la Monarchia. Medita sempre più il cambiamento di sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni...” 

CANZANO 4- Elena Loewenthal sul quotidiano La Stampa del 8.9.2008 scrive: “Queste leggi, tanto spietate quanto assurde, non furono un meteorite precipitato sul ridente pianeta Italia da una remota e maligna regione siderale. Furono il prodotto di forze congiunte: il regime fascista, la consenziente monarchia (i cui degni eredi, forse perché non hanno più nessun regio decreto da firmare, si son dati allo sport, con risultati davvero eccellenti nel lancio di boutades) e il popolo italiano. Stretto nelle maglie di questa orribile storia, che tuttavia è proprio la sua”.
(C:Documents and SettingsGiovanna.UTENTE-OONB0K2VDesktopQuelle leggi razziali italiane - LASTAMPA_it.htm)
Come esponente della monarchia ed italiano cosa vuole ribadire alla Loewenthal?


CONTERIO – Di fronte all’Articolo della Loewenthal, che ho letto, provo un profondo senso di disagio. Ripeto per evitare d’essere frainteso : le leggi fasciste contro la comunità ebraica in Italia sono assurde e vergognose, ma il livore ed il sarcasmo dimostrato contro gli italiani come popolo e contro i discendenti di Casa Savoia di oggi dalla Sig.ra Loewenthal mi paiono francamente esagerati e fuori luogo, come quello delle Boutades, che fino a prova contraria, non hanno mai discriminato o fatto del male a nessuno.
Volendo poi analizzare nei contenuti queste “spietate quanto assurde” leggi, ci si accorge che :  da esse erano esentati i figli ed i parenti di chi :
ha partecipato alla guerra Libica del 1911,
ha partecipato alla Grande Guerra,
ha partecipato alla guerra di Abissinia,
ha partecipato alla guerra Spagnola, il tutto come volontario. Erano parimenti esentati dall'applicazione delle leggi tutti quelli (compresi i parenti) che avevano si partecipato a una o tutte delle suddette guerre ma non da volontari, ma che comunque avessero riportato ferite o mutilazioni o che furono fregiati della croce di guerra.
Era esentato anche chi fosse titolare della tessera dei Fasci di combattimento e del PNF da '19 al '24 (e abbiamo già scritto che non furono casi isolati) o avesse riportato ferite o mutilazioni in guerre o azioni per la causa rivoluzionaria Fascista, inoltre era esentato chi avesse avuto particolari onorificenze conferite da alte cariche dello stato.
Sulla scuola, era bandita si, la fraquentazione scolastica per gli ebrei, ma vennero create a spese dello stato scuole e licei in cui insegneranno esclusivamente docenti ebrei con libri di testo scritti da ebrei ecc. ecc.
In un Paese come il nostro che in 30 anni aveva fatto 4 guerre e una quasi rivoluzione non dovevano essere poche le persone che rientravano in questi requisiti credo…
Torno a ripetere quindi, che se il comportamento degli Italiani contro gli Ebrei fu spietato come lo definisce la Sig.ra Loewenthal, poté esserlo solo dopo l’8 settembre in quei territori “gestiti” direttamente dai Tedeschi con il contributo scellerato e ottuso di chi tra politici e militari aderì all’RSI.



BIOGRAFIA

Sono nato ad Aosta il 5 aprile 1964.
Mio padre è un fabbro così come il nonno. Sarto invece il mio bisnonno ! Di famiglia piccolo borghese quindi cresco alla periferia di Torino, una periferia in espansione e di grandi contrasti. Frequento le scuole pubbliche terminando gli studi con un diploma tecnico di scuola media superiore in un periodo (1983) di gravi conflitti e scontri sociali. Presto servizio militare quale Ufficiale di Complemento nell’Esercito. 
Dopo questa importante parentesi formativa trovo impiego in varie aziende private, operando sempre nel settore della Qualità e della Gestione del Sistema di Qualità.

Iscritto all’associazionismo Monarchico da oltre 25 anni, dal luglio 2005 sono Dirigente dell’Unione Monarchica Italiana per la Provincia di Biella, dove risiedo. Sono promotore di iniziative locali di carattere storico e culturale e gestisco come informatico autodidatta il Sito Web “biellamonarchica.it” ed il Blog “opinionimonarchiche.blogspot.com”.
Per raccogliere la voce dei Monarchici sul Web, ho creato il Forum “Savoia - Monarchia Oggi” all’interno del sito “politicaonline.net”, attualmente il più seguito ed importante Forum Monarchico d’Italia con non meno di 300 interventi settimanali.
Coordino inoltre la redazione del piccolo periodico informativo locale “ARALDO di Biella” attento soprattutto alle problematiche sociali e politiche.
E’ mio diletto puntualizzare gli stati d’animo e le opinioni con lettere ed articoli sovente pubblicati dalla stampa locale e nazionale.
Collaboro spesso con l’Agenzia Stampa FERT.

Nemico dichiarato del caos e dell’anarchia ho recentemente concluso di scrivere un saggio di opinioni, ricco di curiosità per lo più nascoste o dimenticate, che sintetizzano il pensiero di un moderno Monarchico, che facendo tesoro senza pregiudizi della storia, riflette sul futuro del proprio Paese. (Sarà pubblicato a breve) In esso sono raccolti argomenti e tematiche che via via si sono presentate negli ultimi anni, consentendomi di prendere spunto per esternare e rendere pubblico il mio ideale Monarchico che ritengo sempre più attuale.

Sito UMI di Biella
http://www.biellamonarchica.it

Blog – Opinioni Monarchiche
http://www.opinionimonarchiche.blogspot.com

Forum “Savoia-Monarchia Oggi”
http://www.politicaonline.org/forum/forumdisplay.php?f=143

giovanna.canzano@email.it
politicamente corretto.com


21 settembre 2008

IL COMPAGNO YIMOU

 


Una delle più grandi soddisfazioni personali che ho avuto in questo periodo è stata di ricordare che, quando andai a vedere il film “Lanterne rosse” del regista cinese Zhang Yimou, lo trovai insopportabilmente mediocre e noioso. Un paio di ore peggiori le ho passate soltanto con “Il palloncino bianco” del regista iraniano Kiarostami. Insomma, uscii dal cinema imprecando alla Fantozzi-Villaggio: «Lanterne rosse è una cagata bestiale». Perciò ho trovato sommamente confortante (sul piano personale, s’intende) constatare che il regista Zhang Yimou è un emerito imbecille, un omuncolo di regime, un arnese del totalitarismo più becero. Cosa di buono può uscire da una mente asservita e conformista, sul piano artistico, dove soltanto la libertà può farla da padrone?
Zhang Yimou ha dichiarato che l’handicap dell’Occidente è il rispetto dei diritti umani che lo rende inefficiente e non gli consente di raggiungere gli standard elevati dei cinesi. Per il nostro genio il modello supremo sono – pensate un po’ – i nordcoreani le cui manifestazioni politico-culturali sono ispirate a un tipo di «uniformità» che «produce bellezza» di cui, per fortuna, «anche noi cinesi siamo capaci». Zhang Yimou cita la cerimonia iniziale delle Olimpiadi così perfettamente armonica e ordinata perché «gli esecutori obbedivano agli ordini ed erano in grado di farlo come un computer, perché questo è lo spirito cinese». Egli lamenta di aver avuto difficoltà a lavorare in Occidente perché «gli interpreti occidentali lavorano solo quattro giorni e mezzo a settimana, fanno due pause al giorno per il caffè, ma poi non sono nemmeno in grado di stare bene allineati» e oltretutto «hanno a disposizione organizzazioni di ogni tipo e i sindacati». Il risultato è che «i cinesi riescono a realizzare in una settimana quello che gli europei fanno in un mese».
Si potrebbe rispondere che gli italiani, malgrado siano venti volte meno numerosi dei cinesi hanno ottenuto ben più di un ventesimo delle loro medaglie e che gli americani, che sono tre volte di meno, ne hanno ottenute ben più di un terzo. Quindi, il modello cinese non è tanto efficiente. Quanto alla produttività ottenuta col lavoro forzato dei lager, la rinviamo disgustati al mittente. Dello spirito da computer non sappiamo che farcene e preferiamo di gran lunga prendere due caffè al giorno e tenerci i nostri sindacati, magari litigandoci da mane a sera. Ci piacciono da morire le battaglie tra i fannulloni e il ministro Brunetta e ove riuscissimo a realizzare una maggiore auspicata efficienza si tratterà di qualcosa di totalmente diverso dalla nauseante uniformità vantata da quel cantore di regime. Difatti quel che Zhang Yimou sta vantando – se non lo sa è un ignorante, se lo sa è qualcosa di peggio – noi occidentali lo conosciamo purtroppo molto bene, se non altro perché l’abbiamo inventato: il totalitarismo, nazifascista e comunista. E sappiamo che una delle manifestazioni esteriori tipiche del totalitarismo sono le sfilate marziali o ginniche, ordinate e armoniose, che si tratti del passo dell’oca con migliaia di gambe perfettamente allineate o delle esibizioni dei ginnasti sovietici sulla Piazza Rossa.
La tragedia di questa faccenda è che i drammi del totalitarismo novecentesco si riaffacciano nella veste di due potenti nazioni come la Cina e l’Iran, di una terza, la Russia, che vi sta ripiombando; mentre l’Occidente assiste tremebondo e, confondendo la difesa della democrazia e della libertà con il “politicamente corretto”, finisce col piegarsi al nuovo totalitarismo e vezzeggiarlo.
giorgio israel


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21 settembre 2008

Il Likud pronta a ridimensionare la 'nuova Golda Meyr'

 


Tzipi Livni si accinge a guidare un nuovo governo, ma la vera partita si giochera' con Netanyahu alle prossime politiche

 

L'incognita e' rappresentata dallo sconfitto Mofaz

Gerusalemme - Il giorno dopo la vittoria su Shaul Mofaz, attuale Ministro dei Trasporti dimissionario del governo Olmert, alle primarie del partito centrista Kadima, per Tzipi Livni la pragmatica Ministro degli Esteri del gabinetto uscente iniziano le vere difficoltà. Se da una parte infatti l’apertura ai palestinesi ha fatto guadagnare alla nuova “ donna di ferro” della politica israeliana il consenso della maggioranza della gente che si pone al centro dello schieramento politico, ormai stanca di un pluridecennale stato di guerra con i vicini arabi, dall’altro è ancora troppo presto per definire la Livni come la “ nuova Golda Meyr”. 

I prossimi mesi ci diranno qualcosa di più sulle qualità di questa donna, nata in una famiglia di pionieri e cioè di coloro che, sfidando il blocco navale britannico nell’immediato dopoguerra , conquistarono la Terra Promessa. Da giovane la Livni, obbedendo ad una tradizione familiare, militò nelle fila della destra, poi si arruolò nell’esercito ed infine fece parte del Mossad, il temibile ed efficiente servizio segreto del paese di David. Rientrata in politica al fianco di Ariel Sharon, con cui fondò la nuova formazione politica di centro denominata Kadima, ora dovrà dimostrare agli israeliani, che Kadima è in grado di reggersi autonomamente ed indipendentemente dalla presenza del suo fondatore Sharon. 

Il Likud, cioè la destra politica del paese, ovviamente è interessato a dimostrare il contrario, che cioè la formazione centrista è un tipico partito personale che si identifica solamente in Ariel Sharon, che ora vegeta in un letto d’ospedale a causa di un ictus, non in grado di sopravvivergli, senza una precisa identità. Netanyahu, il leader del Likud, infatti mira a riprendersi gran parte dei voti del Kadima, impedire la nascita di un governo Livni che non sia transitorio e di minoranza, ed andare ad elezioni politiche anticipate, vincerle e costringere quello che resta del Kadima all’opposizione insieme al Labour Party di Barak. 

Non è detto che un eventuale governo del Likud non incida profondamente nella giovane storia israeliana conducendo il paese ad una storica pace con il mondo palestinese, ma ora la Terra di Sion deve risolvere contemporaneamente tutta una serie di gravi problemi quali la recessione economica, l’impoverimento della sua popolazione, dovuto anche al fatto che il Paese si trova costretto a spendere ingenti capitali in campo militare, la minaccia di un attacco atomico proveniente dall’Iran integralista. Livni assicura che, in un clima politico rinnovato, si occuperà di tutti questi problemi ma allo stesso tempo avverte che propedeutica al tutto è una pace con i palestinesi. 

Il partito ortodosso Shas, già in maggioranza con Olmert e numericamente decisivo, è invece contrario ad una pace immediata sostenendo che sia meglio al momento fiaccare le baldanzose aspirazioni palestinesi che potrebbero portarli a richiedere pure la sovranità sulla vecchia Gerusalemme, cosa per loro improponibile. Netanyahu ovviamente punta molto sul rifiuto di Shas a sostenere un eventuale gabinetto Livni. Se l’ex ministro degli Esteri la dovesse spuntare, e per fare questo deve necessariamente trovare un accordo con Mofaz da lei battuto alle primarie di Kadima, dimostrerebbe la sua statura di statista. In caso contrario con magari una disfatta alle politiche anticipate per Kadima si aprirebbe un periodo di grandi sofferenze.
 
Forse è ciò che Mofaz desidera, considerato che a Gerusalemme più di un osservatore di cose israeliane scommette su un suo accordo con Netanyahu. 

Sergio Bagnoli


21 settembre 2008

CALCIO: SVEZIA, RE DEL PORNO AZIONISTA DELL'AIK

 


Il porno è sempre più interessato a un veicolo promozionale come il 
calcio.
 Dopo le partite della Fiorentina trasnesse via satellite da un canale 
hard,
 ecco che in Svezia il re della pornografia compra il 10 per cento 
dell'AIK,
 una delle società calcistiche più note. Ma è solo il primo passo. "Voglio
 avere maggiore influenza nel club - dice Bert Milton, 52 anni, capo del
 Private Media Group, che pubblica e distribuisce riviste e Dvd a luci
 rosse -, voglio convincere i tifosi che il calcio non è una battaglia".
 L'AIK, quinto nell'ultimo campionato, da anni deve fare i conti con una
 tifoseria che si è spesso segnalata per comportamenti violenti. E la
 dirigenza considera l'ingresso di Milton tra gli azionisti un nuovo 
problema
 da risolvere. "Non vogliamo avere niente a che fare con la pornografia -
 dichiara infatti il presidente dell'AIK Per Bystedt -. I nostri valori 
sono
 molto lontani da quelli a cui si ispira l'industria a luci rosse".


20 settembre 2008

Libanese grata ad Israele

 

Medio Oriente, Brigitte Gabriel: Io, cristiana grata a Israele

Nel 1975, allo scoppio della guerra in Libano, la sua casa venne distrutta dalle formazioni islamiche libanese che si scontrarono con le milizie cristiane. “Vivevo in una cittadina a sud di nome Marjayoun al confine con Israele. Nell’esplosione io sono rimasta ferita, la mia casa è stata distrutta e mio padre è diventato cieco”. Brigitte Gabriel, giornalista e scrittrice di fama internazionale nonché fondatrice di Act for America, spiega in un’intervista al VELINO cosa l’ha spinta a scrivere “They must be stopped”, un best seller fra i più discussi contro l’islamismo. “Fui ricoverata in ospedale per due mesi, durante i quali mi domandavo. ‘Perché ci fanno questo?’. I miei genitori rispondevano: perché siamo cristiani e i musulmani ci considerano ‘infedeli’. A dieci anni capì che mi volevano morta per il semplice fatto di essere di fede cristiana e di vivere in una città cristiana”.


Quella bomba ha cambiato per sempre la sua vita. “Vissi i sette anni successivi in un rifugio senza elettricità, acqua e cibo. Siamo sopravvissuti senza sapere se avremmo visto il giorno seguente”. Da cristiana e da araba, Brigitte parla al suo popolo dell’amore verso lo stato ebraico. “Israele fu l’unico paese che comprese ciò che stava accadendo in Libano e venne in aiuto dei cristiani cercando di ridare loro la democrazia ed espellere i gruppi islamici radicali che avevano conquistato il paese. Israele fu l’unico luogo dove recarci per le cure, dal momento che il Libano ci aveva escluso in quanto associati a Israele. Yasser Arafat aiutava i gruppi terroristici usando il Libano come base da cui attaccare Israele, uccidere gli ebrei e ricacciarli in mare. Israele salvò le nostre vite”. Un amore così forte da spingerla a seppellire i genitori in terra ebraica. “Li portai a Gerusalemme perché volevo onorarli. È quella la Terra Santa dove molti vorrebbero essere sepolti. Volevo inoltre che il mio gesto parlasse da sé e che spiegasse a coloro che non vi sono nati cosa significhi Israele: l’unico paese in Medio Oriente che rappresenta la democrazia, i diritti umani, l’illuminismo, il progresso e la civiltà”.

Quanto alle minacce che le sono arrivate da gruppi radicali, Brigitte taglia corto: “Se non parliamo adesso, quando?”. Ha un debito anche per l’America. “Sono stata così fortunata a crescere i miei figli negli Stati Uniti. L’America è il sogno diventato il mio indirizzo. Mi sveglio al mattino e ringrazio Dio. Non c’è posto simile all’America dove poter vivere, esprimere le proprie opinioni. È il paese dell’opportunità, il cielo è il suo unico limite. Il momento più bello è stato quando in tribunale ho giurato come cittadina americana”.

Da
Il Velino

E a proposito di solidarietà, fate sentire le vostre proteste (grazie alla segnalazione di Barbara e di Claudia)


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20 settembre 2008

“ POVERACCI QUELLI DELLA SINISTRA…”

 

Appena aprono bocca i vari leader sinistroidi attaccano Berlusconi e lo incolpano della rovina dell’Italia. Sono di una monotonia e mancanza di fantasia, non sanno parlare d’altro, ma i cretini sono coloro che li vanno ad ascoltare nei loro comizi e credono pure alle palle che raccontano. Veltroni è come Di Pietro sputano odio da ogni parte e insistono a citare solo Berlusconi, non sapendo che oltre a rompere la scatoline, non sono neppure più creduti da parte dei loro militanti.

Berlusconi ha rovinato l’Italia e ha portato solo povertà? E lor signori della sinistra che hanno fatto quando erano al governo? Si sono sistemati per benino, una buona vecchiaia è assicurata, appartamenti a gogò e non solo in Italia. Ma dove hanno preso tutti quei soldi per il mattone che costa così caro, specie in America?

Veltroni e Amato si sono comperati una “casupola” a New York, Di Pietro a Bruxelles, la Meandri, vera snob, a Malindi in Kenia ha acquistato una villa accanto a quella di Briatore, una cosa da due soldi. Ma la meta preferita dei nostri sinistroidi è la Francia, specie Parigi.

Sandro Curzi, Padoa-Schioppa, Rossana Rossanda, Franco Bassanini hanno scelto la capitale francese per acquistare un pied à terre, mentre Goffredo Bettini ha ben sei residenze in Thailandia ma intestate a gente del luogo. Prodi ha solo un appartamento a Bruxelles, sempre se sia credibile.

Ma sono di destra o di sinistra questi signori che si comperano appartamenti all’estero? Quando tengono concioni nei vari teatri pare che stiano per morire di fame, ovvio sempre per colpa di Berlusconi, e poi si scopre che hanno più case e un portafoglio ben fornito.

E’ inutile che ricorrano a scuse meschine per voler nascondere i loro acquisti, precisando che han comprato con soldi legittimamente guadagnati.

Che fare il politico sia il miglior business è lapalissiano, rende da matti, specie quando non si guarda tanto per il sottile, ma si pensa solo ad arraffare più che si può perché i governi cambiano a velocità supersonica ed è meglio un uovo oggi che una gallina domani.

Cari sinistroidi è risaputo che la ricchezza dei Presidente del Consiglio vi da sui nervi e volete emularlo, ma non ce la farete mai. Berlusconi è divenuto ricco perché intelligente, affarista, ottimo imprenditore e non ha mai avuto bisogno di nessuno. Si è fatto da sé.

Voi, invece, cari leader della sinistra, come avete fatto ad arricchirvi rimane un mistero ma, forse, dovete dire grazie all’amico dell’amico.

A buon intenditor…

 

ercolinamilanesi


20 settembre 2008

Colonia: tafferugli contro corteo anti-islam

 




Dura la polemica di Borghezio: "aveva ragione la grande Oriana Fallaci. E' un'Europa che si e' gia' arresa all'Islam"

 

"La sicurezza degli abitanti di Colonia ha la precedenza"

Berlino - "La sicurezza degli abitanti di Colonia ha la precedenza" ha detto un portavoce in merito ai disordini di piazza per la manifestazione di estremisti di destra e populisti europei indetta per oggi contro una moschea in costruzione e contro l'asserita islamizzazione in corso in Germania. Un poliziotto coinvolto nei tafferugli è rimasto ferito al viso da un mortaretto. "In vari punti siamo stati aggrediti da gruppi di estremisti di sinistra" ha detto il portavoce. Questa mattina intorno al Duomo di Colonia, invece, dalcune migliaia di persone hanno preso parte a controdimostrazione pacifica.

"La decisione delle autorità tedesche di impedire la manifestazione 'stop Islam' indetta dal comitato pro-Koeln conferma pienamente la nostra tesi: siamo di fronte a una strategia islamista di criminalizzazione di chiunque osi parlare o, peggio, dimostrare democraticamente contro il totalitarismo islamico" con queste parole Mario Borghezio (Lega nord) ha ricordato che "aveva ragione al cento per cento la grande Oriana Fallaci. E' un' Europa vile e tremebonda quella che si è già arresa all'Islam. Noi invece, partigiani della nuova resistenza al totalitarismo del ventunesimo secolo, continueremo incuranti delle loro minacce a lottare contro questo progetto di islamizzazione dell'Europa e per la libertà dei popoli europei".

Valentina Pellegrino


20 settembre 2008

Molto carino

 SIAMO ALL'AEROPORTO DI TEL AVIV:

Sicurezza in aeroporto

Descrizione:
Per fortuna, ormai il livello di sicurezza è elevatissimo in tutti gli aeroporti...
 
Grazie a Chicca


20 settembre 2008

Se uccidere i cristiani non fa scandalo

   Ma quante pretese, e che tormento con questa storia dei cristiani perseguitati nel mondo, delle suore arse vive dai fondamentalisti indù, con la Chiesa che implora addirittura un intervento dell'Onu perché metta un freno a quegli sporadici episodi di discriminazione religiosa che esageratamente i cattolici definiscono «cristianofobia».

Ma davvero, con tutti i guai che infestano il Pianeta, dovremmo preoccuparci dei villaggi cristiani in India rasi al suolo, degli orfanotrofi incendiati, dei bambini inseguiti fin dentro la giungla da branchi di fanatici armati di coltelli?

Dovremmo dare credito ai rapporti sulla Chiesa oppressa nel mondo dettagliatamente illustrati sul Giornale da Gian Micalessin e Rolla Scolari? Come se davvero potessero smuovere la coscienza mondiale i vescovi cinesi spariti per non aver accettato la sottomissione del silenzio patteggiata con il regime, i 300 mila cristiani inghiottiti nel nulla nella Corea del Nord, i sacerdoti sterminati e le suore eliminate, le decine e decine di missionari (cattolici e protestanti) massacrati negli agguati che insanguinano il Sud delle Filippine, gli attentati in Indonesia contro le comunità cristiane colpevoli soltanto di aver esibito un crocefisso. In Arabia Saudita i cristiani non possono costruire chiese, se vengono trovati in possesso di una croce rischiano la morte, sono sottoposti all'attenzione asfissiante di un corpo speciale di aguzzini, la polizia religiosa, e accusati (e sommariamente condannati) per un niente se solo si azzardano a fare «proselitismo».

Dovranno forse turbare la quiete religiosa del mondo con simili inezie? E chi chiede un rudimentale principio di reciprocità nell'espressione della libertà di culto (libere chiese e libere moschee in liberi Stati) non si fa forse paladino di una deleteria campagna di avvelenamento dello scontro tra religioni?

Nel Sud del Sudan i cristiani uccisi dalle bande schiaviste che hanno agito nel nome dell'islam più radicale ammontano a due milioni (sì, due milioni): non fa più notizia. Nemmeno nel Darfur, dove la carneficina continua, milioni di persone perdono la vita per via della loro religione e della loro razza, ma l'Onu saggiamente e prudentemente si ostina a non chiamare genocidio il genocidio.

In Nigeria i fondamentalisti, con apposite spedizioni punitive su cui sarebbe il caso che la comunità internazionale continuasse a non intervenire per non guastare con ingiustificato sdegno la pacifica coesistenza tra popoli e religioni, hanno annientato 20mila cristiani e distrutto non meno di 500 chiese.

Ma sarebbe assurdo, e pericoloso per la serenità del mondo, avvalorare la stolta tesi della «cristianofobia». In Somalia, una suora di oltre 60 anni troppo temeraria e fanaticamente convinta che fosse il caso di aprire a Mogadiscio un centro di raccolta per bambini dispersi e senza famiglia, Suor Leonella, è stata uccisa davanti al cancello dell'ospedale. I cristiani sono sottoposti a persecuzione, ridotti al silenzio, messi nell'impossibilità di conservare sia pur nascosti e non esibiti i simboli della loro fede, in Egitto, Pakistan, Afghanistan, Iran, Yemen ma non si dovrebbe generalizzare per non dare spazio ai nemici della pace religiosa.

E per non intasare gli uffici dell'Onu, già oberato di lavoro per dover affrontare anche queste quisquilie. O no?

 Battista Pierluigi
Corriere della Sera


20 settembre 2008

Moda, sesso, hi tech le mille domande delle italo-islamiche

 
Qui siamo al delirio puro!

Donne e ragazze musulmane pongono domande e si danno risposte sul forum
di un sito internet in italiano gestito da un giovane genovese convertito

Sessualità, moda, tecnologia
'Cosa può fare una donna islamica?'

Sì ai tacchi purché non "la camminata non diventi ondeggiante"
Sì anche al rossetto, ma chattare tra ragazzi e ragazze può essere sconveniente


 

Sessualità, moda, tecnologia 'Cosa può fare una donna islamica?'

Ragazze saudite a Jeddah

di STEFANIA CULURGIONI
Le scarpe coi tacchi? "Una musulmana le può indossare. Basta che il tacco non sia troppo alto, sennò la camminata diventa ondeggiante e questo non sarebbe dignitoso". E i pantaloni? Li può mettere una donna? "Sì, basta che siano larghi e che non lascino intravedere le forme. Anzi, a volte vanno pure meglio del vestito lungo, che magari si sposta e lascia scoperte le caviglie". E le infradito? E lo smalto? E msn "per comunicare col mio ragazzo? E' lecito oppure è proibito"? Amore, sessualità, moda. E il tentativo di coniugarli con i precetti della religione.

Si chiama
"Discussioni sull'islam" il forum che, lanciato un anno fa sul web, sta diventando un punto di riferimento per le donne musulmane italiane (o meglio italofone, visto che molte scrivono anche dall'estero). Studentesse e lavoratrici, donne sposate, fidanzate con un credente oppure single, già musulmane oppure fresche d'islam. Donne, insomma, che vogliono sapere come si fa, nel ventunesimo secolo, ad essere perfettamente praticanti e pienamente donne. Come si può continuare ad essere trendy senza però commettere peccato.

Lanciato un anno fa da uno studente genovese di 23 anni convertito all'islam (si chiama Umar Andrea Lazzaro, è anche titolare di un blog antiamericanista e per le sue posizioni radicali è stato più volte contestato all'interno di altri forum, non musulmani), il sito è una raccolta di pensieri, domande e risposte sulla religione e su come farla combaciare con la vita di tutti i giorni.
Più di 400 gli utenti, oltre 7mila i messaggi arrivati dall'apertura ad oggi, trenta i macro argomenti su cui chi si registra può intervenire e lasciare il suo post. Tra questi, appunto, la sezione dedicata alle donne: "Islam al femminile". E' dentro quelle pagine che, dal giugno dell'anno scorso, tante ragazze esternano i loro dubbi. Chiedono e si danno consigli facendo riferimento al Corano e cercando risposte nei siti di esperti accreditati che hanno interpretato le sacre scritture.


I topic più gettonati? "Vero", utente senior, ha chiesto dove poteva trovare parrucchiere per le donne che, anche durante il taglio, non possono mostrare i capelli a un uomo che, eventualmente entrasse nel negozio. Parrucchieri dotati di paraventi o "chiusi" al sesso maschile? "Sicuramente non ci sono strutture islamiche specifiche che offrano tali servizi - le ha risposto "Pensosa", la moderatrice - tuttavia puoi sempre cercare delle sorelle esperte nel campo". Oppure, le dice qualcun'altra, chiedere alla parrucchiere di non far entrare uomini mentre ti fai la piega.

"L'importante, infatti, è che orecchie, collo e capelli non vengano esposti ad estranei dell'altro sesso - chiarisce l'amministratore - oppure, secondo le interpretazioni più restrittive, di fronte a donne non musulmane".

Maria, che abita a Bologna, chiede invece dove si possono trovare negozi che vendono l'abbigliamento adatto. Dino vuole sapere se le donne possono indossare le infradito ("sì, purché il piede non sia nudo - fa sapere Talib - perché le uniche parti che una donna può tenere scoperte sono il viso e le mani"). Justroby si vuole mettere lo smalto, ma non è sicura che si possa fare ("Lo puoi fare - è la risposta - ma come ogni altro trucco e abbigliamento, non lo possono vedere gli estranei ma solo tuo marito. E comunque, lo devi togliere per le abluzioni").

Mouslima è una studentessa e dice che vorrebbe tanto indossare il velo a scuola ma ha paura delle battutine dei compagni, e teme di non riuscire ad affrontare le lezioni di educazione fisica. E poi c'è Ucaoe che, da Varese, chiede se secondo i precetti dell'Islam si può usare msn: "un ragazzo e una ragazza che abitano lontani, si vedono una volta alla settimana e vogliono sposarsi, possono usare msn per comunicare?".

Una domanda cruciale, di questi tempi, e anche insidiosa su cui il forum, per un attimo, ha oscillato. "Non credo ci siano problemi - le ha risposto Ummah - basta che sia usato in maniera costruttiva.. Ma le vostre famiglie lo sanno?". La drizzata è arrivata però dall'amministratore, con tanto di link a "sapienti" in lingua inglese a confermare le sue risposte: "L'utilizzo di msn, come di qualsiasi altro mezzo elettronico, la chat eccetera, tra estranei di sesso diverso è proibito - dice - ma capisco quanto sia difficile tra fidanzati. Sarebbe meglio allora utilizzare il telefono con lo scopo di conoscervi un po' ma senza esagerare nella durata, e mantenendo sempre una comunicazione modesta ed halal (cioé "che sta dentro le regole"; ndr). Premessa di tutto ciò: i genitori devono saperlo, ed il ragazzo aver fatto la proposta di matrimonio".

La domanda, però, nasce spontanea: e il forum? "Questo spazio - ha spiegato Andrea Lazzaro - grazie a Dio e al suo permesso è diventato il forum islamico in italiano più frequentato e visitato". Un modo, insomma, per diffondere la cultura islamica. Ma non è anch'esso un mezzo elettronico che fa comunicare estranei di sesso diverso?
repubblica


20 settembre 2008

Libano/ Al Qaida si espande e si infiltra in campi profughi

 
Sette anni dopo l'11 settembre, al Qaida non solo non e' stata sconfitta ma continua a ramificarsi in Medio Oriente ed uno dei suoi obiettivi principali resta il Libano. La stampa araba, in particolare il quotidiano internazionale al Hayat, riferisce che militanti dell'organizzazione guidata da Osama Bin Laden e Ayman Zawahry si sono infiltrati in Libano del sud e hanno stabilito una loro base nel piu' grande dei campi profughi palestinesi, Ain al Hilweh (Sidone), da dove pianificano attacchi e attentati.

Citando fonti dei servizi segreti giordani, al Hayat ha rivelato che decine di uomini di al Qaida, costretti a fuggire dalla provincia irachena di al Anbar (tra questi 25 cittadini giordani ma anche arabi in possesso di passaporti europei), sono entrati nel Paese dei Cedri e hanno raggiunto Ain al Hilweh trovando ospitalita' e aiuti. Secondo i servizi giordani la loro presenza e' volta a destabilizzare il fragile sistema confessionale libanese e, in particolare, il sud del Paese dove il movimento sciita Hezbollah, considerato "nemico" da al Qaida, esercita una forte influenza politica e militare.

Nel sud e' presente anche il contingente internazionale dell'Unifil (Onu), forte di molte migliaia di uomini, tra i quali 2.500 soldati italiani, incaricato di garantire il rispetto del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah.

Ad Ain al Hilweh peraltro sono gia' presenti da tempo formazioni radicali islamiche, come Jund a-Sham e Usbat al Ansar, ideologicamente vicine al gruppo di Bin Laden. Lo scorso anno l'esercito libanese fu impegnato per mesi in un sanguinoso e logorante conflitto con Fatah al Islam, una formazione qaedista che si era infiltrata nel campo profughi palestinese di Nahr al Bared, nel nord del Paese, a pochi km dalla citta' portuale di Tripoli, una storica roccaforte del salafismo sunnita.

A lanciare l'allarme e' stato anche il generale della riserva Elias Hanna, docente di scienze politiche all'universita' libanese "Notre Dame". "Un numero elevato di combattenti di al Qaida e' riuscito ad entrare in Libano grazie ai controlli poco rigorosi alle frontiere", ha avvertito rispondendo alle domande del quotidiano Daily Star di Beirut. "Da Ain al Hilweh, questi miliziani possono creare grosse difficolta' ad Hezbollah, all'Unifil, al governo libanese e anche a Israele", ha aggiunto.

Un ex portavoce di Unifil, Timor Goksel, da parte sua ha detto che l'Unfil e' consapevole della presenza di "elementi radicali" in Ain al Hilweh e, pertanto, tiene sotto costante osservazione cio' che accade nel campo profughi palestinese.



20 settembre 2008

Nel mese del Ramadan scoppia la guerra delle telenovele arabe

 

Sheherazade narrava le sue storie al sultano al calar della sera e smetteva quando faceva giorno, lasciando sospeso il finale e curioso il suo ascoltatore. E al calar della sera, in una versione moderna della raccolta di novelle orientali, milioni di arabi si stringono in questi giorni sul divano, assieme ai familiari, per assistere alle sempre più celebri telenovele di Ramadan.
È il mese più sacro dell’anno islamico, momento di digiuno, preghiera, meditazione e anche di vita in famiglia. Pochi minuti prima della rottura del digiuno, il traffico delle grandi capitali arabe diventa ancor più caotico: tutti corrono verso le proprie case, dov’è già imbandita una ricca tavola. Poi, sulle strade, scende improvvisamente la tranquillità e dalle finestre delle case e dai caffè arriva il profumo dei cibi, del fumo dolce dei narghilè, il rumore delle chiacchiere, delle posate e in sottofondo la voce della televisione. Da qualche anno, infatti, alle tradizioni religiose del Ramadan se ne aggiunge una meno ortodossa: dopo il pasto tanto atteso, è il momento di mettersi davanti alle soap opera preparate dai produttori di tutto il mondo arabo. La nuova abitudine ha però attirato le critiche di alcuni uomini di religione che accusano i produttori di svuotare con anticipo le moschee e di togliere al mese del digiuno l’atmosfera di meditazione e sacralità che lo caratterizza.
Gli arabi restano però incollati allo schermo per un altro episodio di Bab el Hara (La porta del quartiere). Come l’anno scorso, la celebre soap siriana, ambientata nella vecchia Damasco sotto i francesi, fa impazzire tutti. A farne le spese è stato perfino il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, popolare in tutta la regione. Incauto, nonostante la sua sapienza mediatica, aveva tenuto nel 2007 un discorso televisivo alla stessa ora della serie. Palestinesi e libanesi avevano preferito Bab el Hara e l’auditel aveva inchiodato lo sceicco più di ogni strategia del rivale israeliano. E poca voce hanno avuto sui palinsesti le femministe arabe che accusano la soap di dipingere una donna sottomessa.
Anche quest’anno i dibattiti non mancano: Asmahan è una serie sulla vita della cantante siriana che secondo gli sceneggiatori sarebbe stata una spia britannica in Egitto. Quanto basta per smuovere la famiglia, che ha intentato una causa. In Arabia Saudita, una serie sulle antiche lotte tra due tribù della penisola arabica avvenute tre secoli fa ha attizzato battaglie reali tra i due clan ancora esistenti, obbligando le autorità a fermarne la messa in onda.
Nel 2007, la soap su re Farouk, il monarca egiziano costretto ad abdicare nel 1952, in seguito al colpo di Stato degli «Ufficiali liberi» di Gamal Abdel Nasser, dipinto dal regime come un sovrano corrotto, grasso, donnaiolo e debosciato, nella soap saudita revisionista diventava un patriota: una sorta di sfida al rais Hosni Mubarak, erede di quegli ufficiali che misero fine alla monarchia.
Le telenovele di Ramadan hanno anche creato screzi tra Paesi: nel 2003 la serie siriana in onda in Egitto, Cavallo senza cavaliere, fortemente antisemita, basava il racconto sui Protocolli dei Savi di Sion, falso zarista che sostiene l’esistenza di un complotto ebraico per controllare il mondo. Provocò le condanne d’Israele e l’indignazione dei governi occidentali.
Politica e attualità giocano spesso un ruolo: nel 2006, un episodio della popolare serie satirica saudita, Tash ma Tash , che prendeva in giro i terroristi islamici, attirò le ire dei fondamentalisti e gli attori ricevettero minacce di morte. Il tema del terrorismo era centrale anche nella serie siriana al Mariqun - disertori - del 2006. Matabb, la nuova telenovela palestinese, è stata appena messa fuori onda perché considerata dai vertici politici non sufficientemente anti israeliana.
Rolla scolari
giornale


20 settembre 2008

Sventato il sequestro di cittadini israeliani

 

IU servizi di sicurezza israeliani hanno sventato almeno cinque tentativi di rapimento da parte di Hezbollah ai danni di altrettanti uomini d'affari dello Stato ebraico in Africa, Asia e in Sud America. In ogni occasione il partito di Dio ha utilizzato cellule dormienti nascoste tra le comunità sciite locali.

Peraltro, i piani per i rapimenti erano tutti a uno stadio avanzato.
Israele da febbraio, quando è stato assassinato a Damasco il comandante militare di Hezbollah Imad Mughniyeh si trova in stato di massima allerta, in quanto Gerusalemme è stata accusata dal movimento sciita di essere il mandante dell'attentato, anche se Israele ha sempre negato ogni coinvolgimento. A seguito di ciò, lo scorso mese Israele ha inviato un messaggio a tutti i suoi cittadini nel quale li si avverte, in caso debbano intraprendere viaggi nel Paese o all'estero, di porre molta attenzione e di prendere tutte le precauzioni possibili contro un possibile rapimento o attacco da parte di membri di Hezbollah.
In particolare l'ufficio antiterrorismo, che ha compilato la nota, ha avvisato che i pericoli maggiori si potrebbero concretizzare negli hotel, nei ristoranti e negli spazi ricreativi. Perciò, si chiede agli uomini di affari israeliani di evitare di recarvisi se ci si trova con persone conosciute da poco o comunque sospette. La paura, infatti, è che si torni a luglio 2006 quando il movimento sciita rapì due soldati del Paese ebraico (i loro corpi furono restituiti in cambio di alcuni prigionieri nel luglio scorso), scatenando la seconda guerra israelo-libanese.
Questa rivelazione viene fuori in seguito al lieto fine del sequestro di un uomo d'affari israeliano, Ehud Avni, di 60 anni, liberato ieri dopo che era stato rapito da un uomo armato per cause ancora sconosciute in Nigeria. Per la liberazione erano stati chiesti 12 milioni di dollari di riscatto.


20 settembre 2008

Olmert chiude con la Grande Israele.Il ritiro dalla Cisgiordania si avvicina

 

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Per Israele e i territori palestinesi è stato l'ennesimo week-end carico di avvenimenti. Prima di tutto sul piano della convivenza quotidiana: agli scontri di sabato nel West Bank tra coloni israeliani e palestinesi, domenica si è aggiunto il lancio di un razzo Qassam dalla Striscia di Gaza – una delle sporadiche scintille che potrebbero compromettere la tregua in atto tra Hamas e Gerusalemme. Poi sul piano politico: il progetto israeliano di rientro dei coloni dalla Cisgiordania – di cui "L'Occidentale" ha reso conto la scorsa settimana – si è concretizzato ufficialmente sul tavolo dei ministri israeliani, suscitando polemiche all'interno della coalizione di governo e tra i partiti di opposizione.

Ad innescare gli scontri tra coloni israeliani e palestinesi – la prima scintilla di un teso fine settimana – è stata l'incursione nella comunità di Yitzhar da parte di un palestinese, che sabato mattina ha accoltellato e ferito un bambino israeliano di nove anni. Le forze dell'ordine israeliane hanno subito innescato la caccia all'uomo, mentre il bambino è stato trasferito all'ospedale di Petah Tikva. Ma immediata è stata anche la reazione dei coloni israeliani, che si sono lanciati contro il villaggio palestinese di Asira el-Kabalya: Hosni Sharaf – il sindaco – racconta di spari in aria e finestre distrutte, mentre i concittadini cercavano di respingere l'assalto lanciando pietre. Polizia ed esercito israeliano si sono recati sul posto, ma la rivolta è proseguita per tre ore: i bollettini medici parlano di tre palestinesi con ferite di arma da fuoco, senza contare i numerosi danni arrecati a case, strade e automobili.

La ritorsione dei coloni ha suscitato immediate reazioni di condanna, la più dura delle quali è giunta dal premier israeliano Olmert. In occasione della riunione dei ministri di domenica, il premier ha paragonato l'assalto dei coloni a un "pogrom": "Nello Stato d'Israele non ci saranno pogrom contro i non ebrei". "Questo è un fenomeno intollerabile – ha proseguito Olmert, in diretta tv – di cui si occuperanno con durezza le autorità legali israeliane". Fonti della polizia di stanza del West Bank – sentite dal quotidiano "Haaretz" – puntano però il dito contro le indagini di Gerusalemme: nonostante le organizzazioni umanitarie abbiano fornito videoregistrazioni degli assalti, nessun arresto sarebbe ancora stato effettuato. Per mezzo della stampa israeliana, molti coloni israeliani nel West Bank esprimono inoltre soddisfazione per l'assalto di sabato. Secondo Rivka Ben Ya'akov, residente di un villaggio vicino a Yitzhar, "la reazione contro il villaggio è stata un riflesso sano e giusto". Revital Ofen – che ha lottato contro l'infiltrato palestinese – non usa parole diverse: "Non è stato certo il modo migliore per trascorrere lo Sabbath, ma era necessario farlo".

Domenica pomeriggio intanto – mentre la questione dei coloni nel West Bank teneva banco tra ministri e media israeliani – un altro fronte si è improvvisamente riaperto. Dalla Striscia di Gaza è partito un razzo Qassam, atterrato in un campo deserto nei pressi di Sderot: si tratta del primo attacco di questo tipo dal 26 agosto, quando due razzi vennero lanciati contro Israele in violazione della fragile tregua con Hamas (in vigore dal 19 giugno). Ma se di rottura degli accordi con Gaza per ora non si parla, il ministro della Difesa Barak ha comunque provveduto a chiudere tutti i valichi per la Striscia fino a nuovo ordine: in occasione degli ultimi due Qassam, i valichi restarono chiusi per 48 ore.

La giornata di domenica è stata però al centro dell'attenzione soprattutto per il consiglio dei ministri presieduto da Olmert. Il piano di rientro dei coloni israeliani dagli avamposti illegali nel West Bank – già ventilato la settimana precedente – è stato infatti dettagliatamente illustrato dal vicepremier Ramon, responsabile del progetto. Secondo il vicepremier, circa 11.000 coloni (il 18% del totale) che vivono oltre i confini israeliani con la Cisgiordania accetterebbero di essere "spostati" in cambio di una compensazione economica. Il costo del progetto globale di rilocazione si aggirerebbe intorno ai 728 milioni di dollari: ad ogni nucleo familiare riportato entro i confini israeliani andrebbe un compenso di circa 308.000 dollari – il prezzo di un appartamento con due camere da letto nella zona centrale di Israele. Secondo Ramon, "l'evacuazione dei residenti di Giudea e Samaria è un passo inevitabile per chi crede nel progetto di due Stati per due popoli, cioè per la maggior parte della popolazione israeliana". A ribadire il concetto, ci ha pensato poi Olmert: "La Grande Israele è finita. Non esiste più qualcosa di simile. Chi ancora ne parla andrà incontro a una delusione".

Immediate sono giunte le reazioni. Le più dure sono quelle della YESHA – l'organizzazione che raggruppa parte dei coloni israeliani residenti nel West Bank – che ha ironicamente ribattuto chiedendo "l'evacuazione del governo Olmert (Ramon incluso) dalla vita pubblica". Reazioni simili a quelle del partito ortodosso Shas, per il quale "questo piano è un errore strategico colossale e presenta Israele come uno Stato senza principi". Ma a mostrarsi fredda è stata anche Tzipi Livni, ministro degli Esteri e principale candidata alle primarie di Kadima (che designeranno presto il successore di Olmert): secondo la Livni, discutere dell'evacuazione dei coloni è quantomeno prematuro.

La sensazione è che ora la sfida si giochi sui tempi. Olmert resterà in carica finché non verrà formato un nuovo governo – o non si terranno elezioni anticipate: il tempo potrebbe essere sufficiente per dare avvio al progetto di rientro dei coloni, sul quale il premier si mostra deciso. Secondo Channel 2 – che in serata ha dato ampio risalto alla notizia – Olmert sarebbe pronto a offrire ad Abu Mazen il 98,1% della Cisgiordania: si tratterebbe di un offerta record, in passato non è mai stato offerto più del 96% del territorio. Olmert e Abbas – che ha dichiarato di voler rimanere in carica fino al 2010, "nonostante Hamas" – si incontreranno domani: il presidente dell'Anp si sarebbe detto disponibile a negoziare lo status dei quartieri di Gerusalemme di Gilo e French Hill. In cambio, però, pretenderebbe da Israele la cessione degli insediamenti Maaleh Adumim e Givat Zeev, siti a Gerusalemme Est. Senza più nulla da perdere, Olmert sembra voler dare nuovo vigore alle trattative di pace: il problema, per gli israeliani, è fin dove il premier si potrebbe spingere.
Luca meneghel
L'occidentale


19 settembre 2008

Vietato agli ebrei": singolare iniziativa a Vallecrosia contro le leggi razziali

 


"... Titolo duro ma che meglio fa comprendere cosa provarono i cittadini dell'epoca quando avranno visto pubblicato le varie "ordinanze" in materia...".

Si chiama 'Vietato agli ebrei' l'iniziativa, dal titolo volutamente provocatorio, organizzata dal Comune di Vallecrosia, con l'associazione 'Il Ponte', per ricordare l'anniversario delle Leggi Razziali, promulgate, a fine settembre del 1938. In programma: una tavola rotonda, una mostra fotografica (con i giornali originali italiani ed esteri, a commento della promulgazione delle Leggi Razziali e documenti d'epoca inediti e fotografie) e la proiezione di un film, in programma il 26 e 27 settembre prossimi.
'E' un titolo duro - spiega l'assessore alla Cultura, Armando Biasi - ma che meglio fa comprendere cosa provarono i cittadini dell'epoca, al vedere pubblicate le varie 'ordinanze'. Tra l'altro, Vallecrosia ospito', unica in provincia, un campo per internati, in transito per i campi di concentramento del nord europa'. Il campo fu aperto, nel 1944. Come scriveva Primo Levi, "chi ignora gli errori della storia è destinato a ripeterli..."".


19 settembre 2008

Sar El: testimonianza di un volontario per Israele

 



TESTIMONIANZA NEL SITO DI SAR-EL[*]
*****
Non sapevo cosa aspettarmi quando decisi di partecipare al programma di Sar-El ...
Il mio interesse nei programmi di Sar-El nacque quando fui invitato a una riunione in una grande sinagoga di San Francisco. La parte più interessante della riunione fu il racconto di un giovane israeliano, un membro delle riserve delle forze armate israeliane. Il giovane cominciò dicendo: “Forse voi credete che un soldato israeliano sia un fervente sionista imbevuto di ideali eroici e patriottici. La realtà è molto diversa. La maggior parte dell’esercito consiste di ragazzi che spesso hanno solo 18 anni e possono trovarsi di fronte a situazioni che richiederebbero una maturità di giudizio di solito non disponibile ad adolescenti inesperti”. Poi continuò con la storia di un esiguo plotone di giovani soldati che dovevano preparare un’imboscata vicino a un villaggio palestinese. I soldati passarono la notte nascondendosi tra i cespugli.
All’alba un gregge di capre guidato da un vecchio arabo si fermò vicino al nascondiglio e le capre cominciarono a brucare i cespugli. In principio i soldati non erano visibili, ma man mano che le capre brucavano il nascondiglio cominciava a sparire. Alla fine il vecchio capraio scorse gli israeliani e impallidì di paura. A quel punto i ragazzi erano posti di fronte a un dilemma: cosa fare? Le alternative erano 1) non fare niente, ma il vecchio sarebbe corso di ritorno al villaggio seguito dalle capre, dando l’allarme ai compaesani che forse avrebbero attaccato il piccolo gruppo di soldati; 2) uccidere il vecchio, ma le capre, spaventate, sarebbero fuggite verso l’ovile, mettendo in subbuglio il villaggio con il loro inaspettato ritorno; 3) uccidere tutte le capre risparmiando il capraio, che tornando al villaggio avrebbe suscitato una sommossa; 4) uccidere capre e capraio, la soluzione peggiore sia dal punto di vista morale che tattico. “Queste sono le decisioni che spesso confrontano giovani ed inesperti soldati”, concluse il riservista. Il giovane non diede al pubblico la soluzione del problema, e nessuno dei presenti ebbe la chutzpah[*] di chiederla.
La mia curiosità di Sar-El fu stimolata dal racconto del riservista, e decisi di iscrivermi al programma di tre settimane di durata. Alcune settimane dopo presi un volo per Tel Aviv per recarmi alla base militare assegnatami. Sarei stato ospite dell’esercito israeliano come Volontario per Israele non coinvolto in azioni militari di qualsiasi tipo, ma solo allo scopo di dare una mano d’aiuto nella riorganizzazione di magazzini, lavoro in cucina, trasporto di materiali, e simili attività di ordinaria amministrazione.
In realtà non sapevo esattamente cosa aspettarmi quando decisi di partecipare al programma. Fui piacevolmente sorpreso di trovare la mole di lavoro fin troppo ragionevole, il cibo buono e abbondante, e la sistemazione logistica adeguata. Mi è piaciuto soprattutto il rapporto di amicizia che si è stabilito quasi immediatamente con gli altri membri del mio gruppo di volontari: 27 persone hanno vissuto insieme per due o tre settimane, condividendo abitazione, pasti e mezzi di trasporto, riuscendo ad andare perfettamente d’accordo. Un risultato sorprendente, considerando le differenze di età, sesso e nazionalità: uomini e donne, coppie di mezza età, ragazze americane ciarliere e sempre allegre, persone anziane come me, provenienti da Stati Uniti, Canada, Europa e Sudamerica. Molti di noi, ma non tutti, erano ebrei. Sar-El accetta chiunque, la regola basilare è il rispetto reciproco. Eravamo uniti dalla comune esperienza di vita in un paese esotico, rimossi per breve tempo dalle cure del quotidiano; ma soprattutto ci univa lo stesso sentimento di supporto per Israele.
Tutti i soldati incontrati, ragazze e ragazzi di prima leva e riservisti più maturi, ci hanno dimostrato amicizia e riconoscenza per il nostro aiuto, per quanto limitato in scopo e durata. Parlando con loro ho potuto conoscere meglio il paese e rendermi conto delle difficoltà incontrate ogni giorno dalla popolazione. Il Dr. Aaron Davidi, generale a riposo, fondatore e presidente di Sar-El, ci aveva ricevuto al nostro arrivo all’aeroporto ed è venuto a visitarci due volte alla nostra base. I due giovani soldati assegnati al nostro gruppo, le madrichot (guide) Danielle Chaimovitz e Hadas Avrech, sono state di grande aiuto. Pamela Lazarus, l’organizzatrice locale di Sar-El, è stata infaticabile. Sono grato per i giri turistici di Gerusalemme e Tel Aviv sovvenzionati dal programma, e mi considero privilegiato per aver avuto l’opportunità di vivere in seno alle Forze di Difesa di Israele.
Ci si può innamorare a prima vista di un paese come di una donna. Israele, questo antico-giovane paese esotico ed eccitante, è affascinante. Un giorno dovrò ritornarvi per abbracciare ancora una volta le millenarie pietre del Kotel HaMaariv che parlano di storie cruenti e gloriose.
Sono partito per Israele come un simpatizzante per la causa degli ebrei. Ne sono ripartito come un sionista nello stampo del sogno di Theodor Herzl, quello di un paese ispirato da principi di liberalità, tolleranza e amore per l’umanità. Spero che le decisioni politiche del governo di Israele e dei palestinesi conducano finalmente alla risoluzione dei conflitti con i paesi circostanti e alla creazione di una pacifica Sion.

Glauco Romeo
Fremont, California


*1. Sar-El è l’abbreviazione di Sherut Le Israel, Servizio per Israele.
*2. Faccia tosta, in yiddish.



Glauco Romeo e' un italiano, non ebreo, che vive da molti anni in California. Quando era in Israele per il suo volontariato in Sar El mi telefono' perche' aveva letto i miei articoli e voleva conoscermi. Ci siamo incontrati al "Kanion ha gadol" di Rehovot (centro commerciale). Non sapevo come fosse e non avevamo in mano un garofano come segno di riconoscimento ma mentre vagavo per il Centro commerciale vidi un signore altissimo, vestito da israeliano, non da turista straniero : maglietta di zahal, jeans e zaino in spalla.
Ci siamo abbracciati come vecchi amici e abbiamo parlato per ore , seduti in un bar. Caffe', sigarette e Israele Israele Israele.
Stava per ritornare in America e aveva gia' nostalgia di questo paese.
Questa e' una sua testimonianza pubblicata in inglese sul sito di Sar El. Ha scritto anche un libro sulla sua esperienza come volontario per Israele che dovrebbe essere pubblicato a breve.


 
 


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