.
Annunci online

  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
Diario
 








  







Liberali per Israele 






     
  A Shuny 
                     

    
  




 Contatori visite gratuiti


24 settembre 2008

Non chiamatela guerra

 [9788860521675g.jpg] 

di Luca Del Re
Cairo Editore Euro 14

E’ l’obbligo morale di rendere testimonianza, espressione della sua libertà di raccontare che ha spinto il giornalista Luca Del Re a pubblicare proprio nell’anniversario della Seconda Guerra del Libano questo libro intenso e commovente che racconta senza inutili orpelli la guerra israelo-libanese scoppiata il 12 luglio 2006 e conclusasi trentacinque giorni dopo.
L’aggressione contro lo stato ebraico di Hezbollah, il partito di dio, finanziato dall’Iran che ha portato all’uccisione di soldati israeliani, al rapimento di altri due militari, Udi Goldwasser e Eldad Regev e al lancio di razzi contro centri abitati ha costretto Israele a intraprendere una vasta azione militare per difendersi da un’organizzazione, protetta dalle autorità libanesi, che vuole la distruzione dello stato ebraico.
Per raccontare questa guerra, che nessuno all’inizio definisce tale, Luca Del Re, ebreo della comunità romana e inviato di guerra si reca come corrispondente del Tg La 7
nei luoghi del conflitto e osserva senza pregiudizi, dalla parte israeliana del fronte, lo svolgersi di quell’operazione militare avviata con lo scopo di recuperare in fretta i due soldati rapiti dai guerriglieri di Hezbollah ma che dopo trentacinque giorni di combattimenti aveva provocato centinaia di morti e feriti. Luca Del Re parte per la “guerra d’estate con una Mercedes bianca senza scritte del tipo press o tv sulle fiancate” con Ugo il cameraman e Sofia, la produttrice e “contatto con una lingua sconosciuta”. Gli incontri si susseguono a ritmo serrato e narrano i piccoli gesti, le grandi tragedie, le miserie di una guerra che ancora una volta il popolo israeliano non avrebbe voluto ma che deve combattere per difendere il suo diritto all’esistenza.
Sagy, ufficiale dell’Israeli Air Force che pilota un F16 Fighting Falcon , un caccia da combattimento consapevole che “dovevamo fare qualcosa contro chi ci ha attaccato per primo”; Lama e Kholoud due ragazze arabe che dedicano una poesia straziante al padre Walid colpito, insieme ad altri operai, mentre lavorava alla stazione ferroviaria di Haifa da un razzo dei “guerriglieri di dio”; Tekestè, un ebreo etiope “nero come la notte” unico superstite del massacro di una trentina di riservisti presso il kibbutz Kfar Giladi; Angelica Livnè Calò che riempie scatole ermetiche con lasagne e pizza per il figlio Ygal che comanda un’unità schierata sul confine “a venti minuti di macchina da casa di mamma”; Keren, piccola e bionda che ha studiato meccanica applicata agli elicotteri, ambiva alle missioni peggiori ed era “felice quando veniva chiamata da riservista”, colpita insieme ai suoi quattro compagni in un angolo di Libano che si chiama Yater ancora una volta da un missile di dio. E ancora Metulla, Haifa, Kyriat Shemona, Sasa, Zfat, Zarit, Nahariya sono i luoghi ma anche i volti, le voci, i protagonisti di una guerra che fa morire persone innocenti, donne, bambini, civili e riservisti raccontati dall’autore, uno “scriba” che ha vissuto il conflitto in “presa diretta”, con un ritmo serrato, una prosa scorrevole e incisiva in un libro appassionante che commuove, fa riflettere sulla ineluttabilità di una condizione di guerra eterna e indignare per gli errori dei vertici politici costati la vita a giovani soldati. Un saggio che senza darci lezioni di geopolitica fa conoscere e amare come pochi altri Israele e il suo popolo.
Giorgia Greco


24 settembre 2008

Israele, quegli "angeli" che si oppongono al terrore

 [9-11.jpg] 
“Il passeggero del posto 10B in business class ha sparato a quello del posto 9B. È in corso un dirottamento. Un altro passeggero è stato sgozzato. Quasi certamente è morto”. È la trascrizione della conversazione avuta da una delle hostess del volo American Airlines numero 11, il primo a schiantarsi sul World Trade Center, con un responsabile della compagnia all’aeroporto Logan. In quel posto c’era Daniel Lewin, 31 anni, ex ufficiale dei corpi d’élite dell’esercito israeliano, il Sayeret Matkal, al quale vengono affidate le missioni più segrete e pericolose, come per esempio il raid di Entebbe. Il rapporto della commissione Usa sugli attentati dell’11 settembre 2001 pubblicato nel 2004 confermò la vicenda dell’israeliano Daniel Lewin, che tentò di impedire il dirottamento facendo irruzione nella cabina prima che l’aereo venisse fatto schiantare dai terroristi sui grattacieli del World Trade Center. Fu un israeliano la prima vittima degli attentati di quel giorno. Secondo il rapporto, Daniel Lewin sedeva in prima classe quando vide due dei terroristi del gruppo guidato da Mohammed Atta e Abdul Aziz al-Omri, che si dirigevano verso la cabina. Lewin tentò di fermare i due, ma un terzo terrorista, identificato come Satam al-Sukami, lo assalì alle spalle e lo accoltellò, ferendolo in modo gravissimo probabilmente alla gola.
Non è chiaro se Lewin sia morto subito o se l’abbiano lasciato agonizzare a lungo, come lascerebbero purtroppo intendere le parole registrate di una assistente di volo. Lewin aveva fondato la ditta hi-tech Akamai, con sede a Boston. Nato negli Stati Uniti, era emigrato in Israele con la famiglia all’età di 14 anni e aveva poi servito nelle unità speciali Sayeret Matkal delle Forze di difesa israeliane. Lasciò la moglie e due figli. Il nome di Lewin è rincorso in questi giorni di celebrazioni dell’11 settembre anche in Israele e un amico di lunga data lo ha ricordato su Haaretz. L’istinto di resistere al dirottamento Lewin lo ha appreso in Israele. Un paese dove in questi anni studenti, camerieri, poliziotti, semplici passanti o guidatori di bus hanno letteralmente tolto dalle spalle dei kamikaze gli zainetti esplosivi, fino all’estremo sacrificio di annullare la bomba con il corpo. Sono gli eroi umili e sconosciuti d’Israele. A loro devono la vita oggi centinaia di persone e nuove generazioni di israeliani.
L’eroe del caffè Cafit di Gerusalemme si chiama Shlomi Harel, ha strappato all’uomo-bomba lo zainetto, è corso con l’ordigno lontano dal locale “perché, mi sono detto, se qualcuno deve morire meglio uno che tanti”. L’ebreo turkmeno Mikhail Sarkisov, un immigrato temprato dalla povertà come tanti transfughi dall’ex Unione Sovietica, lavorava al caffè Tayelet sul lungomare di Tel Aviv. Si è gettato addosso al terrorista prima che attivasse l’innesco. Mordechai Tomer aveva 19 anni quando fermò una macchina imbottita di esplosivo prima che entrasse a Gerusalemme. Faceva l’autista di bus Baruch Neuman. All’altezza dell’università Bar Ilan notò un volto sospetto. Gli chiuse la porta in faccia, gli si avventò addosso, scorse il congegno mortale e gridò: “Scappate scappate”. Eli Federman faceva la guardia allo Studio 69, celebre club di Tel Aviv, quando ha visto un’auto lanciata contro il locale. Ha sparato alla testa del terrorista. E come dimenticare l’eroico Liviu Librescu, il professore israeliano che durante la strage al college Virginia Tech salvò la vita di molti suoi studenti a scapito della propria? Una sottile linea rossa marca di vita e di gratitudine la storia e le gesta di questi angeli israeliani.
(Giulio Meotti)


24 settembre 2008

Perché Islam e Cristianesimo non sono uguali

 

  

All’alba del nuovo millennio è giunto il momento d’interrogarsi su una questione vitale, e di farlo senza ipocrisie. Quali sono le differenze – oggi – fra le due maggiori religioni dell’umanità? E sono differenze solo dogmatiche, o coinvolgono in profondità le reciproche culture sociali antropologicamente, behavioristicamente? E, infine, esiste un percorso atto a utilizzare una comune parola religiosa per un fine di pace mondiale?

Prendiamo le mosse da un qualsiasi episodio di quotidiana crudeltà umana e sonno della ragione. Ansa, 29 agosto 2008: in Pakistan cinque donne di una provincia islamica sono state rapite e uccise da autorevoli membri della comunità maschile per aver disubbidito all’imposizione dei loro matrimoni coatti. Sono morte dopo essere state sepolte vive in una fossa. Ma la notizia non è questa. La notizia è che nel Parlamento di Islamabad il senatore che rappresenta il Baluchistan, Israr Ullah Zehri, ha giustificato l’accaduto affermando che «rientra nelle legittime tradizioni secolari del Paese, e solo chi indulge in comportamenti immorali dovrebbe avere paura»; altri parlamentari islamici hanno affermato che si tratta di «questioni interne al Baluchistan».

Ecco, questo è ciò che accade oggi, non 1000 anni fa. Ovviamente nessun media ha riportato l’urlo di condanna della Umma internazionale, nessuna denuncia da parte degli ayatollah, dei mullah, dei governi musulmani, nessun rappresentante di associazioni musulmane europee ha pianto l’episodio stigmatizzandone il totale abominio: e non si è avuta notizia di tale condanna semplicemente perché ancora una volta dal mondo islamico internazionale non si è levata proprio alcuna condanna. Figuriamoci se l’Ucoii, per esempio, ha tempo per occuparsi dei diritti umani e civili delle donne islamiche; è troppo impegnato a imporre loro il velo e a far togliere i crocifissi dalle scuole.

Allora, quali differenze tra l’attuale Cristianesimo e l’attuale Islam, e perché in Occidente anche noi laici (o agnostici, o atei) dovremmo proteggere il messaggio evangelico, esserne orgogliosi e diffonderlo, invece di sminuirne il valore, salvo poi piangerci addosso per una presunta crisi di valori?

• L’Islam mira alla conquista dello Stato, del potere temporale, non ammette separazione fra Stato e religione, il suo scopo è una società teocratica in cui le leggi esistano solo a protezione del regime oligarchico religioso, e vengano ricavate pretestuosamente dai testi coranici; l’Islam combatte la democrazia (gli Stati musulmani che tentato una democrazia sono attualmente i più bersagliati dalla violenza dell’Islam integralista). – Il Cristianesimo è confinato nella coscienza degli individui, gli Stati e la Chiesa sono separati, non esistono Stati teocratici (tranne l’insignificante Vaticano privo di mire espansionistiche); le Chiese cristiane convivono con le democrazie e ne sono l’humus; ciò vale anche per l’Ebraismo, tant’è che Israele è l’unica nazione democratica del Medio Oriente.

• L’Islam è basato su una concezione maschilista della società, dove le donne sono in varia misura prive di pari diritti umani e civili. – Il Cristianesimo considera di pari dignità ogni persona.

• L’Islam chiama “infedele” ogni non islamico, lo definisce nemico e ne auspica l’annientamento. – Il Cristianesimo considera ogni uomo come un fratello; promuove fra le genti il proprio messaggio evangelico di speranza solo con la non-violenza.

• L’Islam propugna la violenza, l’uccisione e varie forme di tortura (lapidazioni, decapitazioni, amputazioni, flagellazioni, ecc.) a chi non si conforma ai suoi dettami. – Il Cristianesimo aborrisce ogni violenza.

• L’Islam ha un messaggio preponderante di guerra santa contro i non islamici. – Il Cristianesimo ha un messaggio di amore universale.

Il problema non è il male umano, presente – è ovvio – anche in Occidente, bensì la mancata denuncia dei maestri spirituali islamici, delle istituzioni musulmane, dei governi d’Africa e d’Oriente, che invece lo avallano ove corrisponda ai propri interessi. Questa è la grande discrepanza che sta dividendo il mondo occidentale da quello islamico, dove quest’ultimo nei recenti decenni ha fomentato sempre più una strategia conflittuale, oscurantista e retrograda, in primis contro i suoi stessi fedeli (non esiste movimento musulmano che non aspiri a sostituire la democrazia con la sharia, e non esiste Stato musulmano dove si notino degni progressi di moderno illuminismo sociale, politico, economico e, infine, umano).

La Chiesa cristiana, dal suo canto, proprio adesso non deve distrarsi dal suo compito ecumenico di portare la buona novella: l’amore fra gli uomini. Se il meraviglioso messaggio evangelico è stato la divulgazione dell’amore, della fratellanza, dei diritti umani, dell’aiuto ai deboli, ora questo annuncio appare in sordina, presente, sì, ma considerato quasi superfluo. Invece non dev’essere appena sussurrato.

Il Cristianesimo ha la solenne opportunità di distinguersi dallo squallore del mondo solo se ripeterà e lotterà all’infinito per convincere le genti a vivere secondo l’amore, non secondo l’odio. È da questo che in Occidente è nata la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, carta fondamentale negletta nell’universo musulmano. L’Occidente è figlio di due genitori eroici: la carità cristiana e la ragione illuminista. La prima ci regala il concetto di persona, di libertà, di fratellanza; la seconda è in grado di criticare financo sé stessa allontanandoci da superstizioni e ignoranza.

È giunto il momento in cui il Vaticano, i potenti vescovi, i singoli parroci di periferia, smettano d’interessarsi a ciò che si fa sotto le lenzuola e ricomincino prima di tutto ad annunciare in giro per il mondo, a urlare con quanto fiato hanno in gola il messaggio d’amore evangelico. Che tutti gli uomini siano fratelli, che nessuno faccia del male al suo prossimo.

Amore. Questa è la cifra che distingue oggi, nel 2008, un vero cristiano da un falso islamico. Questa è la parola che può unire i popoli in pace. L’Islam è forse pronto a recepirla?


Grazie a  Andrea B. Nardi

www.andreanardi.it 

http://www.loccidentale.


24 settembre 2008

"L'Alleanza Atlantica è il fondamento della politica estera italiana"

 

Non c'è stato spazio per alcuna ritualità qui a Washington, al convegno "Le Nuove Relazioni Transatlantiche 2008", promosso dalla Fondazione Magna Carta in collaborazione con l'American Enterprise Institute (AEI). Il dibattito ha preso sin da subito la forma di un confronto aperto, vero, a tratti anche duro. Si è parlato dei grandi temi internazionali che vedono Europa e Stati Uniti sullo stesso piatto della bilancia e mettono a dura prova la tenuta del legame transatlantico: dalla Russia alla crisi economica americana, dall’Iran alla Cina, da Al Qaeda alle strategie anti-terrorismo. Sono emerse anche visioni divergenti, e ciò ha reso ancor più forte la consapevolezza di dover lavorare insieme per definire una linea d’azione comune. “Possiamo essere orgogliosi come italiani del lavoro fatto”, ha affermato il senatore Gaetano Quagliariello, presidente di Magna Carta. Perché è “attraverso la legittimazione dei principi e degli ideali alla base del legame transatlantico che passa la modernizzazione del nostro Paese”.

A tirare le conclusioni di un dibattito così significativo è stato uno dei principali protagonisti della politica internazionale: il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini. Davanti alle due delegazioni che hanno animato il convegno - una italiana, l’altra americana - il ministro ha voluto sottolineare in primo luogo come Europa e Stati Uniti siano reciprocamente insostituibili. “Senza gli Usa il destino dell’Unione europea è la frammentazione e quindi il fallimento”, ha messo in guardia; d’altro canto “anche l’America ha capito che un’Europa forte e attore globale è un bene perché rappresenta un partner vincente”. L'ascesa di nuovi attori sul palcoscenico internazionale, nota Frattini, “non mette in discussione la leadership degli Stati Uniti”, ma senza l’Europa “l’azione americana può non bastare”. E’ in quest’ottica che l’Europa “deve dimostrarsi partner affidabile per far fronte con successo alle sfide e alle minacce comuni. L'imperativo è incrementare l'impegno nel settore della sicurezza e della difesa: more Europe and no less America, questo deve essere il motto delle relazioni transatlantiche”. Di conseguenza, la cooperazione tra la NATO e l’UE “deve essere sempre più ampia e proficua. L’aggiornamento della strategia di sicurezza europea e del concetto strategico della NATO sono passi in avanti fondamentali”. Il ministro degli Esteri ribadisce che “l’Alleanza Atlantica è la pietra miliare della politica di sicurezza americana ed europea”, e ciò è di particolare rilevanza per l’Italia, dal momento che “l’Alleanza Atlantica è il fondamento della politica estera del nostro Paese”. “La NATO deve andare oltre la sua dimensione militare - spiega Frattini - per approfondire  la sua dimensione politica”. Questa è la chiave del successo “nelle missioni in cui l’Alleanza è coinvolta, specie in Afghanistan e nei Balcani”. Parlando dei rapporti con la Russia, per Frattini la recente crisi nel Caucaso “ha rappresentato un test importante per le relazioni transatlantiche”, un test abbondantemente superato, perché “nonostante le diverse sensibilità, abbiamo tutti convenuto nel condannare la Russia per l’uso sproporzionato della forza e il riconoscimento dell’indipendenza di Ossezia del sud e Abkhazia”. “Abbiamo sostenuto insieme - ha ricordato il ministro - l’integrità territoriale della Georgia, e insieme ne stiamo sostenendo la ricostruzione. Il nostro è il primo Paese contributore”. Nella crisi “l’Italia ha avuto un atteggiamento equilibrato”, nota il ministro, “di solidarietà verso un alleato, senza comunque negare il dialogo con la Russia”. In questo modo, “siamo riusciti ad evitare l’escalation della crisi”. “La possibilità di parlare con Mosca in maniera franca e costruttiva è dunque un valore aggiunto che l’Italia apporta alle relazioni internazionali”. Ciò non compromette “la nostra stretta alleanza con gli Stati Uniti, che è il dato irrinunciabile da cui parte la politica estera del governo Berlusconi”. “Il vantaggio che noi portiamo a questa alleanza - spiega Frattini - è quello di essere fermi quando dobbiamo esseri fermi, come con l’Iran che riteniamo un regime inaccettabile per la sua continua minaccia contro Israele, ma flessibili quando occorre, come con la Russia”. Per cui, conclude il ministro degli Esteri, “l’Italia è un partner leale e affidabile. Il prossimo presidente americano potrà contare sul nostro Paese, che è anche il simbolo di un’Europa che vuole crescere e diventare finalmente un attore globale”.
Emiliano Stornelli
l'occidentale


24 settembre 2008

Cucina ebraica, i dolci

Plume Cake parve con gocce di cioccolata

Ingredienti:

250 g di farina, 4 uova, 200 g di zucchero, 200 g di margarina, una bustina di lievito, 150 g di cioccolata fondente, 100 g di nocciole tritate

Preparazione:

Lavorate il burro con lo zucchero, incorporare le uova una per volta, la farina, le nocciole, la cioccolata fondente a tocchetti piccoli e amalgamare bene l'impasto, per ultimo aggiungere il lievito sciolto in un bicchiere d'acqua mescolandolo con cura.

Foderare uno stampo da plume cake con carta da forno, versare l'impasto all'interno, e infine mettere a cuocere in forno a 180 gradi per un'ora.

Buon appetito!

Torta di mele parve

Ingredienti:

200 g di farina, 200 g di zucchero, 3 uova, 100 g di margarina, 4 mele renette, una bustina di lievito

Preparazione:

Montare lo zucchero con le uova, aggiungere la farina, la margarina, 2 mele grattuggiate e il lievito.

Tagliare a fette le altre 2 mele e disporle sopra a raggiera, cospargere di zucchero e infornate a 150 gradi per 45 minuti.

Buon appetito!


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Cucina ebraica i dolci

permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 24/9/2008 alle 12:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


24 settembre 2008

Ridere (e riflettere) sui guai dell’immigrazione

 

Lily Galili

Durante un gruppo di discussione su “L’umorismo come mezzo di espressione nell’esperienza dell’immigrazione”, che ha accompagnato una manifestazione di due giorni di film di immigranti alla Cinematheque di Tel Aviv il 9 e 10 settembre, il regista Alex Gentelev ha raccontato questa barzelletta. Rabinovitch (l’ebreo in Russia è sempre Rabinovitch) cattura un pesce rosso. Il pesce, come al solito, promette di realizzare qualunque desiderio in cambio della liberazione. “Sono stufo di essere ebreo – brontola Rabinovitch – Voglio essere russo”. “Facile – risponde il pesce con un sospiro di sollievo – Vai in Israele”.
Tra i film proiettati alla manifestazione “People in Motion - Films about Immigration” c’era il film di Gentelev “Yolki Palki”. Il film, dichiarato il miglior documentario israeliano del 2008, descrive gli sforzi del regista stesso per localizzare quelli che erano stati i suoi compagni di viaggio durante il viaggio verso Israele all’inizio degli anni ’90. Il regista racconta che alcune delle barzellette in russo sono state tradotte con parole arabe, per mancanza di un linguaggio abbastanza crudo in ebraico.
Gli israeliani sono così sottili che, in risposta alla domanda se l’immigrazione sia divertente, Gentelev ha raccontato quest’altra storiella. Prima di emigrare, gli fu detto che, con la sua professione, avrebbe potuto vivere solo a Tel Aviv. Quando arrivò, cercò un agente immobiliare e aspettò pazientemente finché questi gli trovò un appartamento adatto. Gentelev si affrettò ad andare a cercare un amico che parlava russo e lo invitò a fargli visita nella sua nuova casa a Neufed Street. “Non esiste una strada con questo nome”, rispose l’amico. Convinto che il suo amico si sbagliasse, Gentelev scese in strada per cercare altre indicazioni. Là, un passante gli spiegò che in effetti si trovava a Bnai Brak (quartiere abitato da ultraortodossi).
Fa ridere? “L’umorismo nell’immigrazione comincia davvero quando possiamo riderci sopra”, dice Gentelev. Finora i suoi film hanno trattato dell’esperienza russa, ma egli si fa un punto d’onore di mostrarli solo in strutture israeliane.”Non sono venuto in Israele per lavorare per i canali tv russi”, spiega.
È anche ansioso di uscire dal cerchio degli argomenti “russi”. Il suo sogno è fare un film sull’argomento più israeliano che esista: la malavita criminale nel paese. Ze'ev Rosenstein gli aveva già promesso l’esclusiva, dice, ma poi il presunto boss del crimine organizzato stato spedito in carcere.
I film sull’immigrazione non sono una novità, basta pensare a Ephraim Kishon e “Salah Shabati”. Ma questi precedenti spingono Dover Koshashvili, il cui film “Late Wedding” fece arrabbiare la comunità degli immigrati georgiani, ad offrire una definizione diversa di questo genere. “Quando si tratta di ashkenaziti è semplicemente un film – dice sarcastico – Quando invece si tratta di Mizrahim [ebrei di ascendenza mediorientale], allora è un film sull’immigrazione. Gli ashkenaziti non sono immigranti. Sono sempre stati qui. Sono sbucati dal terreno”.
Gli immigrati dalla ex Unione Sovietica hanno cambiato questa realtà cinematografica. L’evento alla Cinematheque, sponsorizzato dall’Israel Joint Distribution Committee, dal Gesher Multicultural Film Fund, dal Ministero per l’assorbimento degli immigrati e dall’Unione Europea, è stato un simpatico avvenimento sulla realtà attuale israeliana. Cineasti provenienti dall’Etiopia – come Shmuel Baro, che sta completando il primo lungometraggio fatto in Israele da un regista etiope – si sono mescolati con cineasti dell’ex URSS nel mostrare la loro produzione a immigrati dal Sud America.
In un film di Jorge Weller, che viene dall’Argentina, durante una lezione di ebraico un immigrato russo cerca, con un pesante accento russo, di correggere l’accento ebraico di un altro studente proveniente dall’ Argentina. L’immigrato argentino è un attore di telenovelas che si prepara per un’audizione per una telenovela israeliana in cui spera di interpretare il ruolo di Shimon, un “fratellastro” del quartiere Katamonim di Gerusalemme. Prima di immigrare, aveva recitato nella telenovela “Fratellastro” in Argentina, e solo il piccolo problema dell’accento deve essere risolto per strapparlo al lavoro in una stazione di servizio.
Nella realtà, queste situazioni appaiono meno leggere: mentre parlavo con Gentelev, una vecchia signora che l’aveva sentito nel gruppo di discussione si è avvicinata. “Devi fare qualcosa per il tuo accento russo” l’ha rimproverato, raccontandogli di sua madre che era immigrata in Israele all’inizio del secolo scorso e aveva perduto l’accento straniero in poche settimane. Gentelev, così rimbrottato, ha educatamente risposto che aveva ragione.
E poi c’è Israele come si riflette in “Yiddishe Mama”, un film di Fima Shlick e Gennady Kuchuk, in cui la madre dello stesso Kuchuk fa uno sforzo supremo per impedire a suo figlio di sposare una donna immigrata dall’Etiopia. “Non stiamo attaccando questa madre in particolare, piuttosto ce la prendiamo con una significativa percentuale della popolazione russa che è molto razzista” dice Shlick, 29 anni, immigrato in Israele quando ne aveva 13. “Questo razzismo non è solo russo, è anche israeliano. È dappertutto. Io sono semplicemente una persona che viene da questa comunità particolare, e quindi ne parlo. Sarei molto contento di esprimere una israelianità radicata nei miei film ma, anche se sono venuto qui da adolescente, il mio punto di vista rimarrà sempre un po’ quello di un outsider”.
Questa distanza è l’argomento del breve film “Weitzman St. No. 10” di Pini Tavger, nato in Israele da genitori immigrati dall’Unione Sovietica. La situazione gli è diventata famigliare per le descrizioni di molti immigrati che arrivarono in Israele durante la guerra del Golfo del 1991, in mezzo a sirene e rifugi. Una miscela sempre molto divertente. Ma il film di Tavger – in cui, appena arrivata in Israele, una famiglia di immigranti si trova in una stanza piena zeppa di stranieri che indossano maschere antigas – non è un film sulla guerra: è un film sulla difficoltà di comunicazione. Qui sta, forse, la differenza principale tra i film “israeliani” e i film degli immigrati: nei film degli immigrati la guerra non è solo sangue, sudore e lacrime, ma anche estraneità e alienazione.

(Da: Ha’aretz, 16.09.08)

Nella foto in alto: Un’inquadratura dal film “Weitzman St. No. 10” di Pini Tavger


24 settembre 2008

Cina: soldi a chi parla bene del regime sui blog

 

50 centesimi per chi parla bene del paese su blog e forum

Cina, dopo la censura i post a pagamento

Nuova forma di propaganda per promuovere i valori nazionalisti

Un «esercito» di 30 mila  «navigatori» reclutati per parlare bene del governo cinese: saranno pagati per ogni post positivo (Reuters)
Un «esercito» di 30 mila «navigatori» reclutati per parlare bene del governo cinese: saranno pagati per ogni post positivo (Reuters)

Lo strapotere alle recenti Olimpiadi ha certamente contribuito a far impennare l'orgoglio nazionalista della Cina. Anche su Internet gli umori sono iniziati a cambiare, con molti utenti che rivendicano la superiorità della propria patria su blog e forum. Tanto che il governo, solitamente molto restrittivo quanto a libertà di espressione online, ha ora deciso di far leva su questo sentimento diffuso per sperimentare una nuova carta propagandistica: retribuire gli utenti che parlano bene della nazione online.

50 CENTESIMI A POST – Elogiare le decisioni del governo centrale con i propri amici di social-networking. Diffondere i discorsi dei leader nazionali sui forum di attualità o su Twitter. Rispondere, colpo su colpo, agli insulti che provengono dall'estero, come nel caso della recente uscita del presentatore della Cnn Jack Cafferty («I cinesi sono gli stessi teppisti e delinquenti che erano 50 anni fa»), che è costata una mini-crisi diplomatica e l'oscuramento del sito dell'emittente statunitense in Cina. Pechino ha deciso di andare oltre la semplice arma della censura preventiva, incoraggiando gli utenti che difendono attivamente la patria online, con un risarcimento è di 50 centesimi cinesi ad intervento. Secondo il quotidiano The Guardian, la strategia sembra funzionare alla grande. Anche perché la Cina può contare su un esercito di 350 mila utenti che sono stati già coinvolti in questa nuova forma di propaganda dal basso. All'Università di Shanghai sono stati «assunti» 500 studenti per moderare i forum più caldi, soprattutto in caso di proteste popolari. «E' una combinazione di guadagno economico e responsabilità politica» ha spiegato Oiwan Lam, blogger di Hong Kong.

ASTROTURFING – In realtà le autorità cinesi non hanno inventato nulla di nuovo. Hanno semplicemente fatto propria una tecnica di marketing utilizzata da tempo negli Stati Uniti e che sta conoscendo una nuova fortuna online, dove il passa-parola e la «viralità» sono diventati i nuovi ingredienti chiave delle campagne pubblicitarie di successo. In inglese esiste anche un neologismo per indicare questo fenomeno: Astroturfing. Il termine deriva dal nome di una nota azienda produttrice di erbetta sintetica e si contrappone a «grassroot» (che vuol dire invece «erba spontanea» e indica anche i movimenti nati dal basso). 

EUROPA SEVERA – Nike, Coca-Cola, L'Oréal, Microsoft, Wal-Mart: tutte queste aziende occidentali negli scorsi anni sono state accusate di astroturfing. L'esempio più eclatante è la creazione di un falso blog (chiamato in gergo «flog» ) che parla bene di un prodotto ma in realtà è gestito da persone pagate dalle agenzie di comunicazione. Molte altre compagnie spingono i propri dipendenti a intervenire nei forum in maniera anonima per promuovere i propri prodotti a discapito della concorrenza. E anche John McCain di recente è stato accusato di astroturfing: per rispondere all'offensiva sul web di Obama, il suo staff ha iniziato a regalare libri e poster firmati ai sostenitori più attivi. In Europa le aziende devono fare molta più attenzione: una direttiva europea entrata in vigore dall'inizio dell'anno prevede multe fino a 500 mila euro. Sicuramente Pechino per il momento si guarderà bene dall'applicare un simile provvedimento: il primo ad essere multato potrebbe essere il suo stesso governo.

Nicola Bruno
corriere


24 settembre 2008

Israele-Iran chi spegne la miccia

 

Con mio grande rammarico, nel resoconto fatto da Farian Sabahi (La Stampa di lunedì) di una conversazione telefonica intercorsa fra di noi circa un mese fa, ci sono alcuni errori. Non ho mai detto che l’Iran non è un pericolo per Israele. Ho detto invece che l’Iran è un pericolo non solo per Israele, il che fa una bella differenza. In effetti, durante tutta la conversazione, ho ripetuto e insistito sul fatto che la produzione della bomba atomica da parte dell’Iran costituisce un problema per tutta la zona del Golfo e per il Medio Oriente, e che potrebbe diventare anche un problema nel contesto dei rapporti fra il mondo islamico estremista e il resto del mondo. Per questo sono contrario a che Israele, il mio Paese – nonostante sia quello più direttamente e principalmente minacciato – si assuma il compito di un intervento militare tanto complesso come la distruzione delle centrali nucleari iraniane, rischiando con ciò una grave, violenta reazione.

Se, dopo la conquista dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, l’Iran ha davvero timore che la discutibile dottrina formulata da Bush in merito alla «ricostruzione dei popoli» possa metterlo di fronte al rischio di un’invasione americana mossa allo scopo di cambiare il suo regime, se questa fosse la ragione per cui l’Iran sta sviluppando il suo programma nucleare, in tal caso toccherebbe alla comunità internazionale dare all’Iran concrete garanzie che le cose non stanno così. A condizione, ovviamente, che l’Iran interrompa il suo programma di armamento nucleare. Non ho mai detto che gli Stati Uniti hanno già invaso altri Paesi del Medio Oriente, oltre all’Iraq.

In breve, quello dell’Iran è un problema internazionale, e non tocca a Israele risolverlo per conto del resto del mondo. Da questo punto di vista, le interviste rilasciate da Barack Obama offrono un’ottima disamina della questione: per un verso l’umiliazione concreta delle sanzioni internazionali imposte all’Iran, ma per l’altro anche la proposta di avvio di un dialogo altrettanto concreto fra Stati Uniti e Iran. Benché molti siano portati a un paragone automatico fra la Germania nazista e l’Iran khomeinista, io ancora penso che ci siano molte differenze. Perché l’Iran è consapevole che se attaccasse Israele, potrebbe confrontarsi con una reazione di ordine atomico. Perciò non si deve aver premura di accendere una miccia così temibile; si tratta invece di optare per sistemi più morbidi, più semplici, che possano risolvere o quanto meno mitigare il problema nucleare dell’Iran.

 

AVRAHAM B. YEHOSHUA


24 settembre 2008

A Israele si chiede moderazione, mentre si ignora l'oltranzismo palestinese

 

Malgrado la soluzione del rapporto con i palestinesi continui ad essere in primo piano nella politica israeliana, le previsioni di un accordo fra le parti appare sempre più evanescente. Le dichiarazioni ottimiste fanno parte del linguaggio ufficiale, ma è sufficiente un esame serio della situazione per vedere quanto poco affidabile sia la strada da percorrere. La controparte israeliana, quella rappresentata dall'Anp di Abu Mazen, riesce a mala pena, e con sempre maggiori difficoltà, a reggere il governo della Cisgiordania, dove le forze vicine ad Hamas avrebbero già occupato il potere se non ci fosse la presenza di Tzahal ad impedirlo. La scomparsa fisica di Arafat non ha modificato le regole sulle quali si regge l'Anp. Stessa corruzione, nulla che lasci pensare ad uno Stato in fieri, in grado di svilupparsi accanto a quello ebraico. Se non ci fosse l'avversario Hamas, che di fatto governa a Gaza,  sarebbe difficile cogliere  le differenze tra i comportamenti e le scelte di Abu Mazen con quelle del regime precedente. A Israele i media occidentali continuano a rimproverare, e a ricordare, che la pace si fa con il nemico, e che quindi un accordo potrà essere raggiunto solo a patto di < pesanti concessioni >. Una affermazione che, paradossalmente, il governo israeliano, non importa di quale colore politico, ha sempre fatto propria. Non si vede infatti come possa essere definita diversamente l'offerta, nuovamente reiterata, del 93% dei territori, la disponibilità a trattare la cessione di  terre in cambio di quelle diventate di fatto città abitate esclusivamente da israeliani, come Maalè Adumim, Ariel e altre, così come la definizione dei confini definitivi tra i due stati da concordare insieme  e la soluzione del problema rappresentato dalla discontinuità geografica di Gaza e Cisgiordania. Un problema serio ma risolvibile, come la definizione giuridico-legislativa di Gerusalemme est, sempre che intorno al tavolo delle trattative ci sia la volontà di concludere. Mentre continua ad verificarsi il contrario, rafforzato dal fatto che dietro ad Abu Mazen si alza minacciosa l'ombra del potere effettivo di Hamas, che vanifica i già pochi risultati che sembrano realizzarsi dopo ogni incontro tra Olmert e Abu Mazen. Israele rilascia, quale segno di buona volontà, centinaia di prigionieri dell'Anp, anche per rafforzare l'immagine di Abu Mazen , ed ecco che il portavoce di Hamas dichiara che in questo gesto non vi è altro che il rafforzamento della divisione interna palestinese. Devono essere liberati tutti i prigionieri, inclusi quelli di Hamas. Tragicamente, questo appello viene raccolto dalla stessa Anp, che nella persona del primo ministro Salam Fayyad, chiede a Israele il " rilascio di tutti i prigionieri, senza eccezione alcuna", quindi migliaia, e non  come concordato. L'esperienza recente dello scambio tra le salme di Goldwasser e Regev e il rilascio di centinaia di prigionieri, invece di avere come risultato la liberazione di Gilad Shalit, ha visto premiare la politica di Hamas contro Israele. L'aiuto verso la parte moderata palestinese, come era nelle intenzioni, è stato praticamente nullo. L'estremismo islamista sembra inarrestabile, nè il sistema democratico appare la medicina giusta da somministrare. Hamas ha preso il potere a Gaza attraverso elezioni democratiche, e lo stesso pericolo dovranno affrontare altri stati musulmani, nei quali la componente ideologica legata al terrorismo si sta organizzando, per raggiungere i suoi obiettivi attraverso ineccepibili elezioni. Eppure Israele continua, quotidianamente, a dare prova di grande pazienza e comprensione, facendo attenzione a non surriscaldare il clima politico anche quando ce ne sarebbero i motivi. Il governo, per esempio, non ha dato nessun rilievo ad un fatto che sarebbe stato giudicato gravissimo in qualunque altra nazione. All'apertura delle Olimpiadi, durante la sfilata degli atleti che rappresentano le nazioni di tutto il mondo, e che vedono lo sventolio delle bandiere insieme all'esecuzione dell'inno nazionale, il ministro israeliano dello Sport e della Cultura, Raleb Majadele, non era presente sul palco, come tutti gli altri suoi colleghi. Aveva preferito allontanarsi per non dover stare sull'attenti davanti ad una bandiera  e a un inno "che non lo rappresentano", così ha dichiarato. Majadele è un ministro arabo israeliano del governo di Israele, in qualunque altro stato ne sarebbero state chieste le immediate dimissioni. Non in Israele, dove l'obiettivo è il raggiungimento di un accordo di pace con la creazione di uno stato palestinese indipendente, per cui vale la pena far finta di niente pur di non pregiudicare un rapporto già così esile. Ciò che invece non leggiamo mai nei media internazionali, anche se la cosa non ci stupisce affatto, è un richiamo alle forze che sembrano voler tutto tranne che uno stato palestinese, che attaccano, rapiscono, uccidono, e il cui obiettivo non è costruire ma distruggere. A loro non vengono mai chieste concessioni, meno che mai "pesanti", mai una domanda che li porti a spiegare con chiarezza quali sono i loro obiettivi. La regola è la discrezione. Che usino il terrore quale strumento della loro politica, interessa poco. E' Israele che deve spiegare, dare giustificazioni, fare attenzione a non dare risposte "sproporzionate". E i risultati si vedono, la pace è lontana, gli stati canaglia aumentano, la guerra è sempre più vicina.

Angelo Pezzana shalom


23 settembre 2008

Tra studenti e prof niente sesso in Israele

 [Mount_Scoupus.jpg] 
 università di Gerusalemme


La Hebrew University mette al bando gli amori in ateneo: "Troppi abusi"
Si fossero incontrati qui, tra i vialetti ordinati della Hebrew University, la matricola Simone de Beauvoir e il professor Jean-Paul Sartre avrebbero fatto bene a non pubblicizzare troppo il loro colpo di fulmine. Non oggi, almeno. La Sorbona del 1929 appare lontanissima dall’ateneo gerosolimitano contemporaneo dove, alcuni giorni fa, la Commissione dei saggi ha vietato ufficialmente ogni relazione sessuale tra studenti e professori. Nessuna chance per il docente che s’invaghisce, non solo intellettualmente, dell’allievo, topos letterario e romantico sin dai tempi dell’antica Grecia: il nuovo ordinamento della Hebrew - 24 mila iscritti, 2600 candidati al Phd e 1200 ordinari - minaccia gli eventuali colpevoli con «sanzioni disciplinari» severe quanto quelle che puniscono le molestie. Negli Stati Uniti, modello culturale della scuola israeliana, il divieto dura fino a tre anni dopo la fine del rapporto didattico. «Un’esagerazione», commenta l’aspirante avvocato Ruth Ravid, 21 anni, fazzoletto in testa come le ragazze religiose, jeans e manuale di diritto sotto il braccio. Lei, ammette uscendo dal campus stile americano sul Monte Scopus, è indifferente al fascino del docente, sogna un uomo che si occupi della famiglia a tempo pieno e i professori le sembrano «troppo astratti». Ma la nuova legge no, non la convince affatto: «Basterà che gli amanti stiano un po’ più attenti». Il provvedimento, senza precedenti nazionali, non c’entra affatto con la deriva ultrareligiosa della Città Santa, per arginare la quale la Jerusalem Foundation e il Jerusalem Institute for Israeli Studies hanno appena lanciato il programma Vision for Jerusalem, un piano strategico per portare a vivere qui 100 mila abitanti non ortodossi entro il 2020. Piuttosto, spiegano in amministrazione, risponde allo scandalo di Eyal Ben-Ari, il ricercatore del dipartimento di sociologia della Hebrew University arrestato alla fine di luglio con l’accusa di aver piegato ai suoi desideri non esattamente platonici diverse studentesse in cambio di borse di studio o raccomandazioni. Allora, a quella contro Ben-Ari, seguirono decine di denunce fino a quel punto taciute «per pudore». «L’università non è un’istituzione puritana e non pretende di interferire nelle storie private tra insegnanti e allievi», dice al quotidiano
Haaretz il portavoce dell’ateneo Orit Soliciano. «Ma giacché questo tipo di relazioni esiste, ci limitiamo a prescrivere che non siano simultanee». Chi tiene un corso insomma, deve fare una scelta. Secondo il Consiglio dei saggi le ragioni del cuore fatte valere in classe aprono «un conflitto d’interessi», «creano un’inadeguata atmosfera educativa» e possono «indurre il superiore a sfruttare la sua condizione di vantaggio». L’età degli innamorati non conta, né tantomeno che siano consenzienti: professori e studenti, laureandi e relatori di tesi, membri di facoltà e borsisti stipendiati, tutti ugualmente diffidati dall’abbandonarsi alla passione. «In linea di principio sono d’accordo, ma sono certa che non funzionerà», afferma Sharon Bar Lev, iscritta al primo anno di scienze della comunicazione a Monte Scopus. E poi: varrà solo per i neofiti o riguarderà anche i veterani? La bozza licenziata dal Consiglio prevede che nel caso di un coppie già formate l’insegnante debba «troncare immediatamente la relazione accademica» con la dolce metà o «informare il proprio superiore perché possa modificare il corso di studi dello studente». Cambia poco che, come ricorda il newyorkese Thomas Lowinger sul blog del campus, «la Torah non proibisce le relazione con una donna non sposata». In questo caso c’è in ballo molto di più, il potere della cultura e il suo potenziale abuso. Violare qualsiasi capitolo del nuovo regolamento costituirà «un’infrazione» grave, equiparabile, nota il vice rettore professor Miri Gur-Arye, al reato di Eyal Ben-Ari. Vale a dire che innamorarsi, ricambiati, può costare quanto allungare la mano sotto la cattedra in piena sessione d’esami. I potenziali protagonisti non commentano. Miha Mihaeli, docente di economia e il collega Avraham Sela, titolare del corso di scienze politiche, rimandano al portavoce dell’università, «no comment». Le frecce di Cupido troveranno più d’un ostacolo. Il presidente dell’ateneo della liberale Tel Aviv professor Zvi Galil ha appena istituito una Commissione per valutare modifiche, modello Hebrew, al codice che definisce il rapporto docenti-allievi. Che siano poveri amanti o futuri compagni Sarte-de Beauvoir.


23 settembre 2008

Palestinesi verso la guerra civile?

 

Moshe Elad

L’incontro che ha avuto luogo la scorsa settimana a Beit El, che ha visto la partecipazione di dieci capi della sicurezza palestinese in Cisgiordania e di diversi ufficiali delle forze armate e di polizia israeliane, attesta un cambiamento spostamento da parte di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e dei suoi. Non si tratta ancora di un cambiamento strategico, e certo non ancora di un’alleanza tra Fatah e Israele contro Hamas; ma è senz’altro uno spostamento.
Il campo nazionalista palestinese guidato da Fatah e il campo estremista palestinese guidato da Hamas sono più vicini che mai ad uno storico scontro violento a tutto campo: una vera e propria guerra civile.
Le dichiarazioni fatte da alti rappresentanti di Fatah durante l’incontro sono senza precedenti. Gli ufficiali di Fatah hanno parlato apertamente di una “azione congiunta con Israele contro il nemico comune Hamas”, e hanno espresso la loro “volontà di occuparsi delle moschee e delle istituzioni di Hamas usando informazioni fornite da Israele”.
Si tratta senz’altro di una novità interessante. Mi domando quale sarà la reazione di Jibril Rajoub e Mohammad Dahlan, che giuravano che Fatah non sarebbe mai diventata un contractor della sicurezza di Israele nei territori. Forse questo è il motivo per cui oggi Dahlan è un imprenditore edile e Rajoub guida un’associazione calcistica palestinese.
La prima “intifada intra-palestinese” potrebbe scoppiare nei prossimi due o tre mesi e raggiungere l’apice nel gennaio 2009. Tre sono gli elementi alla base di questa guerra civile, che per la prima volta potrebbe trasformarsi in una resa dei conti sanguinosa e senza compromessi, fino alla disfatta del nemico interno.
Il primo elemento è la prevista sfida di Hamas alla legittimità della presidenza di Abu Mazen. Il mandato di quattro anni del presidente palestinese scadrà nel gennaio 2009. Mentre Abu Mazen ignora “i golpisti di Hamas a Gaza” e sembra deciso a restare in carica per un quinto anno, il leader di Hamas Khaled Mashaal lo ha già sollecitato a concludere l’incarico e lasciare che si indicano libere elezioni presidenziali, nella speranza che il prossimo presidente sia un uomo di Hamas. Dal canto suo Abu Mazen ha già annunciato che una sfida alla sua presidenza lo spingerebbe a dichiarare la striscia di Gaza “territorio sovversivo”, conducendo al completo distacco tra i due territori dell’Autorità Palestinese.
Il secondo elemento è la volontà di Abu Mazen di impedire che si ripetano in Cisgiordania gli eventi di Gaza del giugno 2007. L’imbarazzo – come lo chiamano i palestinesi –, vale a dire l’imbarazzante umiliazione di Dahlan a delle sue forze a Gaza, costituisce un ammonimento che sviluppi simili potrebbero prodursi anche in Cisgiordania. Sebbene Hamas non abbia in Cisgiordania di robuste basi militari e forze combattenti paragonabili a quelle di cui dispone nella striscia di Gaza, il sostegno ideologico di cui gode l’organizzazione jihadista palestinese in Cisgiordania non è minore di quello su cui può contare a Gaza.
Non meno preoccupati di Abu Mazen sono il generale americano Keith Dayton, che si sta adoperando per ricostruire le forze difensive dell’Autorità Palestinese, e gli ufficiali delle Forze di Difesa e dei servizi di sicurezza israeliani, che raccomandano di fornire assistenza israeliana a Fatah in vista della guerra civile. Molti palestinesi sono convinti che, senza l’appoggio delle Forze di Difesa israeliane ad Abu Mazen in Cisgiordania, Hamas avrebbe già da tempo buttato fuori Fatah a bastonate. Sia Dayton che i militari israeliani sono angustiati dalla “sindrome del giugno 2007”, quando lo zelo ideologico di Hamas sconfisse la ricca e corrota Fatah, odiata dai palestinesi della strada di Gaza.
Bisognare tenere a mente che in Cisgiordania Fatah è percepita come un’organizzazione corrotta imbottita di denari e armi occidentali: percezione che certamente non aiuta quando si tratta di raccogliere consensi nell’opinione pubblica locale. Alla fin fine quello che ci si può aspettare in Cisgiordania è uno scontro tra le forze militari di Fatah e la forza popolare di Hamas. E la vittoria di Fatah è tutt’altro che scontata.
Il terzo motivo per un imminente scontro fra palestinesi è il fatto che, per la prima volta dagli Accordi di Oslo, Abu Mazen e le sue forze sono davvero con le spalle al muro. Abu Mazen gode, è vero, del sostegno occidentale; ma sa bene che, differenza delle precedenti battaglie che hanno visto Fatah sconfitta, la prossima avrà luogo anche nei quartieri governativi di Ramallah. E non ha nessuna voglia di vedere masse religiose esaltate assediare il suo ufficio chiedendo la sua testa.
I leader di Fatah hanno piani di fuga di emergenza, e la maggior parte di loro possiede già case all’estero. Non dovremo stupirci se torneranno a farne uso in questa circostanza. Ma questa volta sembra che Abu Mazen ordinerà come minimo a Fatah di aprire il fuoco contro Hamas: questa volta assisteremo a un definitivo braccio di ferro per il potere in campo palestinese.

(Da: YnetNews, 22.09.08)

Nella vignetta in alto: Re Salomone ai nostri tempi. “La buona notizia è che la maggior parte dei palestinesi oggi vuole la soluzione due-stati”. “E la notizia cattiva?”. “Vogliono uno stato per Hamas e un altro per Fatah”.


23 settembre 2008

NONIE DARWISH RACCONTA DEL SUO INDOTTRINAMENTO AL JIHAD DURANTE LA SUA INFANZIA A GAZA

 Molti di voi conoscono già Nonie Darwish e la sua storia, ma ho deciso di riproporvela.



Alessandra


23 settembre 2008

Una questione di confini?

 L’amministrazione Bush vorrebbe che israeliani e palestinesi concordassero un confine cosicché tutto il resto – Gerusalemme, insediamenti, l’occupazione, i profughi, l’acqua – possa andare a posto. Ciò presuppone che i palestinesi considerino il loro conflitto con Israele come un conflitto centrato essenzialmente su una questione di confini. Magari fosse così.
Già la mappa stabilita dagli inglesi nel 1921-23 disegnava dei confini che dividevano la Palestina Mandataria fra una sede nazionale ebraica a ovest del fiume Giordano (ciò che oggi è Israele, Cisgiordania e striscia di Gaza), e un’area a est del Giordano preclusa all’insediamento ebraico (ciò che oggi è la Giordania). La risposta araba a quella mappa fu: non è una questione di confini.
Nel 1937 la Commissione Peel offrì altri confini. La Transgiordania naturalmente rimaneva in mani arabe, e anche quasi tutto quello che restava a ovest del Giordano sarebbe stato arabo. Agli ebrei veniva data una striscia di terra che andava da Tel Aviv verso nord, lungo la piana costiera, e qualche pezzo di Galilea. Ma gli arabi dissero: non è una questione di confini.
Una terza mappa, proposta dall’Onu nel 1947 con la risoluzione 181 dell’Assemblea Generale – il Piano di Spartizione – divideva la Palestina a ovest del fiume Giordano (la Palestina a est era diventata il regno hashemita di Transgiordania): agli ebrei veniva dato un indifendibile territorio a scacchiera, diviso in tre parti la maggiore delle quali era l’arido deserto meridionale del Negev; Gerusalemme, epicentro delle aspirazioni ebraiche sin dal 70 e.v., avrebbe dovuto essere internazionalizzata; uno stretto corridoio avrebbe collegato le tre parti di Israele: per andare in Galilea gli ebrei avrebbero dovuto passare attraverso la Palestina araba. Gli ebrei accettarono il piano. Ma gli arabi dissero: non è una questione di confini.
Il 15 maggio 1948 – sessanta’anni fa – gli eserciti egiziano, giordano, saudita, siriano e libanese, insieme a irregolari palestinesi, cercarono di strangolare Israele alla nascita. Il loro fallimento generò le Linee Armistiziali del 1949: Cisgiordania, striscia di Gaza, alture del Golan e Gerusalemme est finirono in mani arabe. Non c’era nessuna “occupazione” israeliana. Gli ebrei chiesero: ora possiamo vivere in pace? Ma gli arabi dissero: non è una questione di confini.
Nel maggio di quarantun anni fa (1967) le truppe egiziane entrarono nel Sinai mentre Gamal Abdel Nasser dichiarava una “guerra totale”. I siriani, da parte loro, promettevano un “annientamento”. Persino re Hussein pensò che fosse giunto il momento di colpire. Invece, anziché distruggere Israele, gli arabi persero altro territorio. Il cuore del patrimonio ebraico, Giudea e Samaria (Cisgiordania), era ora nelle mani di Israele, così come il Monte del Tempio di Gerusalemme. Anche così, gli ebrei dissero: scambiamo delle terre in cambio di pace. Ma alla fine di agosto 1967 i leader arabi, riuniti a Khartoum, diedero la loro risposta: no alla pace, no ai negoziati, no al riconoscimento.
Dieci anni dopo, con l’elezione di Menachem Begin, il coraggioso Anwar Sadat venne alla Knesset con un messaggio: “Vi diamo davvero e sinceramente il benvenuto a vivere tra di noi in pace e sicurezza”. Egitto e Israele concordarono un confine e firmarono un trattato di pace. Gli arabi ostracizzarono l’Egitto e Sadat venne assassinato. La pace non è mai veramente sbocciata, ma perlomeno il confine ha tenuto.
Poi, nel 1993, Yitzhak Rabin si assunse un rischio strategico straordinario, trasferendo parti della Cisgiordania ad una Autorità Palestinese creata per l’occasione: Hebron, Betlemme, Ramallah, Nablus, Jenin, Gerico, Tulkarem e Kalkilya passarono tutte sotto piena giurisdizione palestinese. Altro territorio venne posto sotto il controllo civile dell’Autorità Palestinese, che si assunse anche la responsabilità per i centri a popolazione palestinese nella striscia di Gaza. In quel tempo divenne normale vedere in giro per Israele le targhe verdi dell’Autorità Palestinese, i posti di blocco vennero ridotti al minimo, la comunità internazionale investì grandi quantità di denaro nelle aree palestinesi. Finalmente i palestinesi avevano i parametri di uno stato in formazione: un orizzonte politico. Le parti dovevano ancora dirimere questioni assai complicate, ma la realtà sul terreno era enormemente migliorata.
Nel 2000 a Camp David Ehud Barak offrì la sua visione di uno stato palestinese concretamente realizzabile. La controfferta di Yasser Arafat fu l’intifada al-Aqsa, una mattanza di attentati suicidi in tutta Israele e di imboscate a fuoco sulle strade di Cisgiordania, che costarono la vita a più di mille israeliani. Evidentemente, per Arafat, non era una questione di confini.
Perché gli israeliani prendano sul serio, ora, un “auto-accordo” su confini, i palestinesi dovrebbero innanzitutto dichiarare, una volta per tutte, che il loro contenzioso con Israele riguarda davvero i confini. E che accettano il diritto d’Israele di esistere come stato ebraico sovrano. Se lo faranno, tutto il resto potrà andare a posto.

Jerusalem Post
Nell'immagine in alto: Un francobollo emesso dalla Giordania nel 1964 in cui era rappresentata la rivendicazione araba su tutta la Palestina Mandataria: nessuno spazio per Israele


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Una questione di confini?

permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 23/9/2008 alle 19:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


23 settembre 2008

Fatwa saudita: Mickey Mouse è di esercito Satana,va ucciso

 Predicatore tv: Topolini creature abominevoli e corrutrici


Mickey Mouse e Jerry, i famosi topolini dei cartoni animati amati dai bambini di tutto il mondo non sono altro che creature "abominevoli" e "sataniche", e quindi in contrasto con i dettami della Sharia islamica. Motivo per cui si rende necessario emanare una solenna Fatwa (editto religioso) per decretare l'uccisione dei topi senza alcuna pieta'. E' cosi', almeno per il dotto islamico saudita Mohammed al Munjid che ha annunciato la sua sentenza attraverso il canale televisivo al Majd, come scrive stamane il quotidiano panarabo al Quds al Arabi.

Il "ferocissimo" attacco lanciato contro i topolini di tutto il mondo è motivato con dovizie di particolare dal predicatore tv saudita. "I topi sono creature abominevoli e a causa dei cartoni animati stanno diventando dei personaggi amati", ha detto l'ulema mettendo sotto accusa in particolare il topolino della Disney: "Questo Mikey Mouse cosi' magnificato, per la legge islamica ucciderlo è lecito".

Nella sua dotta disquisizione in giurisprudenza religiosa, il predicatore afferma che la Sharia islamica impone l'uccisione di questo animale, perchè "i topi fanno parte dell'Esercito di Satana e sono comandate dal Diavolo" per "diffondere la corruzione sulla terra". Bambini di tutto il mondo, siete avvisati


23 settembre 2008

Avanti, verso il passato

 

Jonathan Spyer

Nelle ultime settimane diversi importanti esponenti di Fatah hanno avanzato l’idea che il loro movimento potrebbe abbandonare l’obiettivo della soluzione “due popoli-due stati” per tornare alla rivendicazione pre-1988: sostituire Israele con un singolo stato su tutta l’area tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo. Sostengono che la politica israeliana in Cisgiordania li costringerebbe a riconsiderare il loro impegno per la spartizione.
In realtà, quello che tempo fa veniva indicato come “uno stato secolare e democratico”, e che oggi si preferisce chiamare “la soluzione con un unico stato”, è rimasto l’obiettivo finale del moderno nazionalismo palestinese per la maggior parte della sua storia. Il fatto che oggi torni a galla non dovrebbe stupire nessuno: non è che la naturale conseguenza della rappresentazione che ha del conflitto il nazionalismo palestinese.
La soluzione “un unico stato” viene descritta dai suoi sostenitori come l’alternativa non-etnica e non-nazionalista al nazionalismo etnico che sarebbe rappresentato da Israele e dal sionismo. Israele – secondo Virginia Tilly, nota sostenitrice occidentale dell’ipotesi “stato unico” – si basa sulla “screditata idea che un gruppo etnico possa legittimamente rivendicare la sovranità permanente su uno stato territoriale”. Affermazione alquanto disonesta. Ahmed Qorei (Abu Ala) e Sari Nusseibeh, due eminenti personalità palestinesi che paiono sempre più inclini all’idea dello “stato unico”, sono anche importanti esponenti di un movimento (arabo-palestinese) dichiaratamente nazionalista, forgiato in un contesto culturale che si definisce arabo e musulmano. L’Autorità Palestinese, nella sua stessa bozza di costituzione, descrive il popolo palestinese in termini etnici e religiosi come “parte della nazione araba e musulmana” e dichiara che l’islam sarà la religione ufficiale dello stato palestinese, citando la sharia, la legge islamica, come sua “fonte principale del diritto”. Dunque, quali che siano le critiche che i sostenitori dello “stato unico” hanno da rivolgere a Israele, esse evidentemente non nascono da un’obiezione di principio al concetto di nazionalismo etnico.
E allora perché sostengono la natura “non nazionale”, da diritti civili, della rivendicazione di uno “stato unico” (che sarebbe invece con tutta evidenza uno stato arabo e musulmano)? Ci sono ragioni sia pragmatiche sia teoriche che spiegano l’ambiguità che sta alla radice dell’idea di uno “stato unico”.
Dal punto di vista pragmatico, una pretesa pubblica ed esplicita di negare i diritti nazionali della controparte risulterebbe controproducente e alienerebbe le simpatie di europei e americani, cioè di coloro che in gran parte saldano il conto-spese del progetto nazionale palestinese. Invece, riformulando il nazionalismo arabo-palestinese stile Fatah nel linguaggio dei movimenti per i diritti civili americani di cinquant’anni fa si spera di ottenere che almeno una parte degli osservatori non si accorga di come la soluzione “unico stato” comporti guarda caso la comparsa di un nuovo stato arabo e la scomparsa di uno stato ebraico legalmente costituito (l’unico esistente), e di conseguenza la fine del diritto all’autodeterminazione degli ebrei d’Israele. In altre parole la soluzione “stato unico”, a dispetto del suo presunto carattere non-etnico e non-nazionalista, si tradurrebbe nella piena realizzazione del programma massimalista del nazionalismo palestinese.
Questo tentativo di confondere le acque risulta abbastanza patetico. Sul piano concettuale, invece, il revival dell’idea “stato unico” è di maggior interesse. Mostra infatti fino a che punto il pensiero prevalente nel nazionalismo palestinese continui a considerare il conflitto con Israele come un conflitto fra un disegno di colonizzazione (quello sionista) e un movimento di liberazione (arabo-palestinese). Nonostante il breve periodo in cui sembrava avesse aderito all’impegno per la spartizione della terra fra due movimenti nazionali (la spartizione rifiutata dagli arabi nel 1947), in realtà il nazionalismo palestinese non ha mai avviato una vera rivoluzione teorica nel senso di una riformulazione del conflitto come un conflitto fra raggruppamenti nazionali rivali, entrambi fondamentalmente legittimi. Che era, naturalmente, la formulazione dei suoi interlocutori in campo israeliano: una concezione non ha trovato e non trova eco fra i palestinesi.
Fatah rimane profondamente convinta che il conflitto sia tra un’entità colonialista usurpatrice e un movimento di resistenza autoctono. Il che spiega la facilità con cui possa vagheggiare piani che implicano la cancellazione della collettività ebraico-israeliana. Sono scomparsi i rhodesiani in Africa australe, sono scomparsi i “pied-noir” in Algeria, e allora perché mai i loro equivalenti locali dovrebbero sperare in un futuro diverso? Secondo questa interpretazione, negare i diritti nazionali agli ebrei d’Israele, riducendoli a una minoranza dentro uno stato arabo-musulmano, non è affatto una negazione di diritti, giacché appartenere a una collettività storicamente illegittima non conferisce diritti.
Il problema, naturalmente, è che gli ebrei d’Israele non sono né rhodesiani né “pied-noir” e pertanto non hanno alcuna intenzione di recitare la parte che toccherebbe loro secondo il pensiero di Fatah.
Se Fatah tornasse effettivamente alla sua vecchia posizione militante di quarant’anni fa si trasformerebbe in una pallida imitazione dei suoi rivali islamisti, solo un po’ meno religiosa. La prognosi più probabile, tuttavia, è che non andrà così. Nella vita reale, i leader di Fatah temono Hamas molto più di Israele, e in ogni caso sono ormai profondamente invischiati con l’occidente in una relazione del tipo protettore-cliente. Così, quello che verosimilmente ci attende è un periodo caratterizzato più che altro da un’ondata di verbosità con grandi accuse e minacce generiche, prontamente rilanciate dagli amici di Fatah nell’accademia e nei mass-media occidentali.
Fatah ha più volte respinto la possibilità di spartire la terra, in definitiva perché la sua gente e la sua leadership non si sono mai del tutto liberate dalla camicia di forza concettuale dello “stato unico”. Oggi il movimento minaccia di arretrare ulteriormente sulla strada che aveva percorso nel corso degli anni ’90, fino a tornare al punto da cui era partito negli anni ’60. L’estenuante spettacolo di un nazionalismo intransigente e sciovinista che si atteggia a Martin Luther King non è che l’ultimo bizzarro frutto di questa impareggiabile miscela di tragedia e farsa che è il Medio Oriente.

Haartez
Nella foto in alto: La mappa della Palestina mandata in onda dalla Tv dell’Autorità Palestinese il 28 novembre 2007: lo stato di Israele è cancellato. Il giorno prima, ad Annapolis, Ehud Olmert e Abu Mazen avevano ribadito l'impegno verso "l'obiettivo di due stati, Israele e Palestina, che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza".


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Avanti verso il passato

permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 23/9/2008 alle 16:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


23 settembre 2008

La vera domanda è: cosa faranno i palestinesi?

 

Herb Keinon

La domanda che hanno in mente i giornalisti stranieri che seguono le primarie di Kadima, che siano danesi, vietnamiti o inglesi, è quale impatto avrà il risultato sul processo diplomatico. Che queste votazioni non siano nate come un referendum sul processo diplomatico, né come un voto di sfiducia sulla gestione della seconda guerra in Libano da parte del primo ministro israeliano Ehud Olmert, bensì come frutto di inchieste su casi di corruzione non sembra importare molto a coloro che osservano da fuori gli sviluppi in Israele. Raramente fanno domande su cosa significhi arrivare ad elezioni sulla scia di uno scandalo o, tanto per dire, sulla società israeliana. Tutti per lo più chiedono quale significato avranno le primarie di Kadima per i palestinesi, per i siriani o addirittura per gli iraniani. “Chi sarebbe meglio, per i negoziati con i palestinesi?”, è stata ad esempio la domanda posta mercoledì da un famoso reporter della tv vietnamita in video-conferenza. Che faceva seguito all’altra domanda classica: “Se fossi palestinese, per chi voteresti?”.
La natura delle domande del reporter vietnamita rivela un assunto di fondo che, in realtà, non è affatto scontato: e cioè che se soltanto Israele eleggesse il leader “giusto”, la pace arriverebbe subito con grande facilità. Il che non è vero. Il leader di Israele può anche desiderare fortemente un accordo, ma se la dirigenza dell’altra parte non lo vuole, o non è in grado di far accettare un accordo alla popolazione palestinese, allora tutte le migliori intenzioni del leader israeliano non servono a granché.
Il destino del processo diplomatico israelo-palestinese dipenderà più da chi i palestinesi sceglieranno come loro leader il prossimo gennaio – sempre ammesso che si tengano regolari elezioni nell’Autorità Palestinese – che non da chi hanno scelto di mettere al posto di Olmert i circa 40.000 membri di Kadima che mercoledì si sono presi il disturbo di votare alle primarie.
Noi israeliani amiamo pensare d’avere sempre il controllo della situazione e di poter dettare il corso degli eventi di pace e di guerra. Ma non è così. Esiste una controparte, e ciò che avviene all’interno della controparte è altrettanto se non più importante, per le sorti del processo diplomatico, di quanto non avvenga all’interno di Israele. A lungo termine, per il processo di pace, conta molto di più la questione se Hamas riuscirà a strappare a Fatah il controllo dell’Autorità Palestinese o se Fatah riuscirà a riprendere il controllo sulla striscia di Gaza, che non la questione se sarà Tzipi Livni o Shaul Mofaz il prossimo leader di Kadima e magari, per qualche mese, primo ministro.
Sia Livni che Mofaz, in nome della continuità e per salvare almeno le apparenze, porteranno avanti in ogni caso i negoziati con i palestinesi. E Fatah sicuramente farà automaticamente lo stesso con qualunque israeliano venga eletto. Viceversa Hamas rifiuta questa posizione. Ecco perché stabilire chi controlla la piazza palestinese è infinitamente più importante, per il processo di pace, che vedere chi vince le primarie di Kadima.

Jerusalem Post


23 settembre 2008

Al Qaida si espande e si infiltra in campi profughi

 

Sette anni dopo l'11 settembre, al Qaida non solo non e' stata sconfitta ma continua a ramificarsi in Medio Oriente ed uno dei suoi obiettivi principali resta il Libano. La stampa araba, in particolare il quotidiano internazionale al Hayat, riferisce che militanti dell'organizzazione guidata da Osama Bin Laden e Ayman Zawahry si sono infiltrati in Libano del sud e hanno stabilito una loro base nel piu' grande dei campi profughi palestinesi, Ain al Hilweh (Sidone), da dove pianificano attacchi e attentati.

Citando fonti dei servizi segreti giordani, al Hayat ha rivelato che decine di uomini di al Qaida, costretti a fuggire dalla provincia irachena di al Anbar (tra questi 25 cittadini giordani ma anche arabi in possesso di passaporti europei), sono entrati nel Paese dei Cedri e hanno raggiunto Ain al Hilweh trovando ospitalita' e aiuti. Secondo i servizi giordani la loro presenza e' volta a destabilizzare il fragile sistema confessionale libanese e, in particolare, il sud del Paese dove il movimento sciita Hezbollah, considerato "nemico" da al Qaida, esercita una forte influenza politica e militare.

Nel sud e' presente anche il contingente internazionale dell'Unifil (Onu), forte di molte migliaia di uomini, tra i quali 2.500 soldati italiani, incaricato di garantire il rispetto del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah.

Ad Ain al Hilweh peraltro sono gia' presenti da tempo formazioni radicali islamiche, come Jund a-Sham e Usbat al Ansar, ideologicamente vicine al gruppo di Bin Laden. Lo scorso anno l'esercito libanese fu impegnato per mesi in un sanguinoso e logorante conflitto con Fatah al Islam, una formazione qaedista che si era infiltrata nel campo profughi palestinese di Nahr al Bared, nel nord del Paese, a pochi km dalla citta' portuale di Tripoli, una storica roccaforte del salafismo sunnita.

A lanciare l'allarme e' stato anche il generale della riserva Elias Hanna, docente di scienze politiche all'universita' libanese "Notre Dame". "Un numero elevato di combattenti di al Qaida e' riuscito ad entrare in Libano grazie ai controlli poco rigorosi alle frontiere", ha avvertito rispondendo alle domande del quotidiano Daily Star di Beirut. "Da Ain al Hilweh, questi miliziani possono creare grosse difficolta' ad Hezbollah, all'Unifil, al governo libanese e anche a Israele", ha aggiunto.

Un ex portavoce di Unifil, Timor Goksel, da parte sua ha detto che l'Unfil e' consapevole della presenza di "elementi radicali" in Ain al Hilweh e, pertanto, tiene sotto costante osservazione cio' che accade nel campo profughi palestinese.


23 settembre 2008

Iraq, deputato sunnita rischia pena di morte: visitò Israele

 

Iraq, deputato sunnita rischia pena di morte: visitò Israele

 Il deputato iracheno Mithal al-Alusi rischia la pena di morte per aver visitato Israele. Lo scrive il Jerusalem Post. Già una settimana fa il Parlamento di Bagdad, dominato dagli sciiti, aveva revocato l’immunità ad al-Alusi, colpevole di aver partecipato ad Herziliya, a nord di Tel Aviv, a una conferenza internazionale sull’antiterrorismo. Secondo una legge irachena del 1950, chiunque visiti lo Stato ebraico è passibile di morte. Il deputato sunnita ha una doppia cittadinanza e si è recato alla conferenza viaggiando con il suo passaporto tedesco. Al Post, Eitan Azani, uno degli organizzatori dell’evento voluto dall’ International Institute for Counterterrorism, ha dichiarato che al-Alusi “non era iscritto a parlare ma ha seguito i lavori e conversato durante una sessione sul terrorismo in Iraq, Afghanistan e Israele”. “Non l’avevamo invitato - ha anche aggiunto Eitani – ma è venuto di sua spontanea volontà”.


Al-Alusi non è nuovo a questo genere di iniziative. Già nel 2004 il deputato aveva visitato Israele per la stessa conferenza. Pochi mesi dopo il politico sunnita rimase vittima di un attentato – di matrice sciita secondo gli osservatori - dal quale uscì illeso ma che costò la vita ai suoi due figli. Nelle ultime ore al-Alusi è stato accusato da molti suoi colleghi “di gettare il paese nella vergogna” per aver visitato uno stato nemico. Parlando alla Associated Press del dibattito in aula che gli è costata l’immunità parlamentare, al-Alusi ha parlato “di una catastrofe per la democrazia. Nel giro di un’ora il Parlamento è diventato il poliziotto, l’investigatore, il giudice, il governo e la legge. È stato un processo farsa”. Oltre alle visite nel Paese ebraico, al-Alusi è in rotta di collisione con il mondo sciita per le sue affermazioni riguardo all’Iran, “che è dietro Hamas, Hezbollah e molte altre organizzazioni terroristiche”, e sulla necessità di giungere alla pace con Israele.


23 settembre 2008

Il Kuwait blocca YouTube: contenuti offensivi per l'Islam

 

Il Ministero delle Comunicazioni ordina la sospensione del sito

Foto Il Kuwait blocca YouTube: contenuti offensivi per l'Islam

Immagini di Maometto e canzoni sul Corano

Madinat al-Kuwait - Le autorità del Kuwait hanno decretato il blocco totale del noto sito YouTube, dove gli utenti hanno la possibilità di caricare i propri video in maniera gratuita. Sotto accusa la presenza nel portale di immagini di Maometto, e di alcune canzoni sul Corano giudicate irrispettose.

Al momento il Ministero delle Comunicazioni del Kuwait ha rilasciato un comunicato stampa che annuncia la chiusura del portale, anche se dal paese per il momento è ancora possibile accedere a YouTube. La decisione sarebbe stata presa dal ministero sotto la pressione di autorità tribali islamiche.


23 settembre 2008

M.O., sondaggio rileva: italiani più filoisraeliani

 

M.O., sondaggio rileva: italiani più filoisraeliani

Passa il tempo e cambia il giudizio degli italiani sul conflitto israelo-palestinese. Una rilevazione della Ferrari Nasi & Grisantelli mostra come in poco più di tre anni - dal luglio del 2005 al settembre 2008 - sia cresciuta la comprensione per le ragioni del governo di Tel Aviv, mentre sia scesa quella per i palestinesi. Alla domanda “prova maggior solidarietà, comprensione per i palestinesi o per gli israeliani?” ora il 14,1 per cento degli intervistati sceglie i secondi, il 12,7 per cento i primi. Tre anni fa i pareri erano capovolti: il 18,5 per cento “appoggiava” le ragioni dei palestinesi, l’11,1 quelle degli israeliani. Oggi, quindi, il 34,4 per cento degli italiani non prende posizione e sostiene “entrambi circa allo stesso livello”, tre anni fa era il 47,8 degli intervistati. Il sondaggio, diffuso alla vigilia del trentennale degli storici accordi tra Israele ed Egitto, fotografa anche il modo in cui gli italiani intendono la nascita dello Stato di Israele. Cresce il numero delle persone che non crede che “lo Stato di Palestina esiste da più tempo di quello di Israele”: il 27 per cento rispetto al 14,7. Interessante è anche rilevare come alla domanda se “Israele, appena fondato, ha attaccato militarmente i paesi circostanti anche per ampliare il suo territorio?” il 38,8 per cento risponda sì, mentre nel 2005 ne era convinto il 41,3 per cento del campione.


Infine, i dati che indicano “l’indice di conoscenza dei fatti intorno alla nascita di Israele” dimostrano come l’origine dello Stato ebraico sia ai più quasi sconosciuta: solo il 2,2 per cento degli intervistati ha saputo rispondere a quattro domande su quattro. “Soprattutto come docente universitario non posso non rilevare che neanche un quarto dei laureati conosca correttamente il contesto in cui si svolge la vicenda israelo-palestinese” commenta Arnaldo Ferrari Nasi, sociologo e docente alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova. “Anche come ‘datore di lavoro’ - aggiunge - ho dovuto toccare con mano il problema. Prima dell’estate ho fatto alcuni colloqui per un annuncio da assistente ricercatore presso il nostro istituto, chiedendo di inquadrarmi un po’ la questione tra Israele e Palestina. Ho avuto risposte del tipo: ‘Non leggo mai i giornali’, ‘io non so niente, ma i miei amici dicono che’, ‘non mi chieda, dopo l’esame di Storia ho rimosso tutto’. Si trattava di lauree magistrali in nel campo sociopolitico di noti atenei italiani”.
 
(Umberto Di Giacomo)


sfoglia     agosto   <<  1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10  >>   ottobre
 

 rubriche

Diario
La cucina ebraica
Filmati e humour
Documenti
Israele
Archivio
Ebraismo
Viale dei giusti e degli eroi
Made in Israel
Il meglio in libreria
Kibbutz

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

Komunistelli
il reazionario
animaliediritti
Facebook
yahoo gruppi
informazione
israele
ucei
hurricane
CERCO CASA
Esperimento
Antikom
societapertalivorno
iljester
lehaim
milleeunadonna
lideale
bendetto
focusonisrael
asianews
viva israele
giuliafresca
stefanorissetto
ilberrettoasonagli
pensieroliberale
jewishnewssite
ControCorrente
Fort
Centro Pannunzio
bosco100acri
essere liberi
Fiamma
Maralai
Nomi in Ebraico
Barbara
Raccoon
Salon-Voltaire
Frine
Serafico
Enzo Cumpostu
Israele-Dossier.info
Dilwica
300705
Deborah Fait
Nuvole di parole
calendario laico
gabbianourlante
imitidicthulhu
Fosca
Geppy Nitto
Topgonzo

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom