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  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
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26 settembre 2008

Israele: 7,3 milioni di cittadini (76% ebrei

 

 

 

In occasione di Rosh HaShanà (il capodanno ebraico che quest’anno cade il 30 settembre), l’Ufficio Centrale di Statistica israeliano ha pubblicato dati aggiornati sulla popolazione e sulla società israeliane.
A tutto il 2007 vivevano nello Stato di Israele 7.337.000 persone: un aumento dell’1,8% rispetto all’anno 2006. La popolazione musulmana d’Israele è cresciuta di circa il 3% (un tasso in calo rispetto al 3,8% del 2000); quella ebraica dell’1,5%.
Gli israeliani di età inferiore ai 14 anni rappresentano il 28,4% della popolazione, un dato significativamente più alto che negli altri paesi occidentali dove bambini e ragazzi sono mediamente il 17% del totale. Analogamente, il 9,8% della popolazione israeliana è composta da persone di 65 anni o più, contro il 15% dei paesi occidentali.
Di tutti i cittadini israeliani, 5.542.000 (pari al 75,6%) sono ebrei; 1.477.000 (il 20,1%) sono arabi; altri 318.000 (4,4%) appartengono ad altri gruppi di minoranza (compresi molti lavoratori stranieri).
Dal rapporto emerge inoltre che, nel corso del 2007, Israele ha dato il benvenuto a 151.679 neonati, pari a un aumento del 2,4% rispetto all’anno precedente. In media, le donne israeliane nella loro vita danno alla luce 2,9 bambini, partorendo il primo mediamente all’età di 27 anni. Un po’ più alto – ma anch’esso in calo negli anni – l’indice nel settore arabo-israeliano, con circa 4 figli per donna.
Con 18.129 immigrati, fra questo e lo scorso capodanno ebraico, il tasso di immigrazione si attesta sui bassi livelli degli anni ’80.
Tra gli ebrei, il gruppo più numeroso è quello di origine euro-americana (2,2 milioni alla fine del 2997, pari al 38,5% del totale della popolazione ebraica del paese). Il 15% (871.000 persone) è di origine africana (soprattutto dal nord Africa), mentre l’11,9% è di origine asiatica. In ogni caso, il 34,6% del totale è costituito da ebrei nati in Israele da genitori entrambi nati a loro volta in Israele.
Metà della popolazione ebraica del paese risiede nella regione centrale del paese: il 20,7% nel solo distretto di Tel Aviv. Meno del 10% della popolazione ebraica vive nel nord. Viceversa, la popolazione araba d’Israele è concentrata per il 45% nel nord (dove costituisce circa la metà della popolazione totale) e per l’11% nel sud.
Sempre nel 2007, circa 247.000 persone hanno traslocato all’interno di Israele: la regione centrale del paese rimane la destinazione di prima scelta, mentre 6.400 e 2.200 israeliani hanno lasciato rispettivamente le città di Gerusalemme e Haifa per trasferirsi in altre città del paese.
Nella regione centrale, il singolo agglomerato più densamente abitato risulta essere la cittadina di Bnei Brak (poco a est di Tel Aviv) con 20.680 persone per kmq, seguita da Bat Yam (poco a sud di Tel Aviv) con 15.743 persone per kmq.
Il rapporto dell’Ufficio Centrale di Statistica dà uno sguardo anche alla situazione economica. La bilancia dei pagamenti ha presentato nel 2007 un surplus di 4,5 miliardi di dollari. Il debito estero d’Israele, che va costantemente declinando dal 1995, è arrivato a 44,6 miliardi di dollari. Il settore più forte delle esportazioni israeliane (51%) si conferma quello di software, computer e servizi per ricerca e sviluppo. Israele esporta servizi per lo più verso gli Stati Uniti (45%). Nel 2007 Israele ha importato principalmente da Stati Uniti, Cina, Russia, Giappone, Sud Africa, Ucraina, Malaysia e Indonesia.

 YnetNews, Ha’aretz, Jerusalem Post


25 settembre 2008

Iran, tra le bambine Barbie batte la sua rivale islamica

 

Nella foto la bambola Sara

''E' il segno del fallimento della politica del governo''


Sara non riesce a sfondare nei giochi e nei desidere delle piccole iraniane. A rivelarlo è il sito Tabnak. Stessa sorte anche per gli eroi che avrebberto dovuto scalzare i cartoni animati occidentali
Sara non ce la fa. La versione islamica di Barbie non riesce a surclassare nel cuore delle bambine di Teheran l'amata bambola americana, bionda e con gli occhi azzurri.

A rivelarlo è il sito iraniano Tabnak - vicino all'ex comandante dei Pasdaran, Mohsen Rezaii - che, in un articolo dedicato alla riapertura delle scuole, mette in evidenza come, sia alle scuole elementari che alle medie, una bambina su due ha fatto il suo ingresso in classe con zaini, quaderni e quant'altro firmati da Barbie.

Sara, dunque, è praticamente assente dai giochi e dagli oggetti desiderati dalle bambine islamiche. Ma non se la passa meglio neanche l'eroe maschile Dara, lanciato in Iran qualche anno fa nel tentativo di oscurare cartoni animati occidentali come Sherk, le Tartarughe Ninja o l'Uomo Ragno.

Insomma, i bambini iraniani continuano a preferire i miti occidentali, il che - scrive Tabnak - rappresenta il segno evidente del fallimento della politica adottata dal governo per fermare l'invasione occidentale. ign


25 settembre 2008

L'Iran porta l'antisemitismo all'ONU

 

Denuncia la presa di posizione antisemite di Ahmadinejad e blocca l'ingresso di Teheran nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU –Agisci ora

Ieri, il Presidente Iraniano ha fatto un pericoloso discorso antisemita agli stati membri delle Nazioni Unite. Il tipo di odio e di antisemitismo che ha usato sono quelli della propaganda di Hitler e Goebbels per giustificare il genocidio del popolo Ebraico.

Protesta contro questa pericolosa retorica (http://www.wiesenthal.com/site/lookup.asp?c=fwLYKnN8LzH&b=4547233 -link in inglese).

Quello che segue è un breve estratto dal suo discorso:

"La dignità, la decenza ed i diritti degli americani e dei popoli europei vengono manipolati da un piccolo ma furbo gruppo di persone chiamate Sionisti… che controllano importanti centri dell'economia e del potere decisionale… è preoccupante vedere che tanti presidenti e candidati alle presidenziali vadano a trovare queste persone e partecipino alle loro conventions… e si impegnano a fare i loro interessi(dei Sionisti ndr)…. Questi fatti indicano come il popolo americano e quello europeo siano costretti a cedere ad un piccolo gruppo di persone materialistiche ed aggressive… e si rifiutano di applicare i loro poteri e la loro dignità contro i crimini degli occupanti e le minacce del network Sionista contro le loro volontà".

Dopo il suo discorso, Ahmadinejad ha ricevuto gli applausi di capi di stato e diplomatici. Ora, l'Iran sta cercando un seggio al Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

Il Simon Wiesenthal Center non starà tranquillo. Per protesta consegneremo a mano le lettere al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ed ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza domani.

Partecipa alla petizione online del Simon Wiesenthal Center (http://www.kintera.org/TR.asp?a=brKMJYOFIlLOI7I&s=fjKXK7MPKrLXJ8OSJuF&m=cnKJKTNpF8IPE ) per chiedere al Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-Moon di:

1)Denunciare pubblicamente la propaganda dell'odio antisemita (http://www.kintera.org/TR.asp?a=euISK7PRLoKVKhL&s=fjKXK7MPKrLXJ8OSJuF&m=cnKJKTNpF8IPE )

2)Invitare gli Stati Uniti, la Russia, la Francia, la Cina ed il Regno Unito ad impedire all'Iran di diventare un membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (http://www.kintera.org/TR.asp?a=7nJELMMpFhJIIXK&s=fjKXK7MPKrLXJ8OSJuF&m=cnKJKTNpF8IPE )

Lo scorso gennaio il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha dichiarato: "Promettiamo che mai più l'antisemitismo non venga contrastato… Dobbiamo applicare gli insegnamenti della Shoah al mondo di oggi. Dobbiamo andare oltre alla memoria… non è sufficiente ricordare, onorare ed essere dispiaciuti per i morti… dobbiamo applicare le lezioni della Shoah alla nostra vita ed a quella delle prossime generazioni".

Adesso è il momento che il Segretario Generale delle Nazioni Unite agisca denunciando pubblicamente l'antisemitismo di Ahmadinejad ed invitando gli Stati Uniti, la Francia, la Russia, la Cina ed il Regno Unito ad impedire che Teheran diventi un membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

Puoi aggiungere la tua voce firmando la nostra petizione online adesso (http://www.kintera.org/TR.asp?a=agLKIVNBLkIPK7J&s=fjKXK7MPKrLXJ8OSJuF&m=cnKJKTNpF8IPE ) – non lasciare che questo tiranno antisemita sia incontrastato.

Abbiamo bisogno del tuo sostegno per continuare il nostro lavoro. Segui questo link per sostenere il lavoro del Simon Wiesenthal Center (https://www.kintera.org/site/apps/ka/sd/donorcustom.asp?c=fwLYKnN8LzH&b=251726&msource=Ban08&tr=y&auid=4051865 ).

Mandate le vostre domande a: information@wiesenthal.net (in lingua inglese)

O mandate la vostra posta a:

Simon Wiesenthal Center

1399 South Roxbury, Los Angeles, California 90035

Telefono: 310-553-9036

Sito web: http://www.wiesenthal.com


25 settembre 2008

I numeri del terrore. Perché non dobbiamo avere paura

 Loretta Napoleoni e Ronald Bee ci spiegano perché non bisogna aver paura del terrorismo in occidente.
 

Guerra al terrorismo, questo è l’imperativo, lo sentiamo nelle parole dello speaker che ci racconta dell’incontro del nostro premier con Dick Cheney, lo sentiamo nel discorso che Sarah Palin, la numero due di uno dei candidati alla casa bianca. Lo sentiamo nelle dichiarazioni dei militari in istanza nelle zone calde del medio oriente.

Ma siamo davvero così in pericolo? Questo terrorismo è davvero una minaccia temibile per la nostra società occidentale? Mentre sondaggi sulla percezione del pericolo dicono che questo non è mai stato così tangibile come in questi anni, i dati ci dicono che l’occidente non è mai stato così al sicuro di oggi.

Non sono invenzioni ma una precisa analisi che Loretta Napoleoni (che abbiamo già conosciuto tra le pagine elettroniche del nostro giornale con “Economia Canaglia” edito da “Il saggiatore”) ha stilato assieme a Ronald Bee. Parliamo de “I numeri del terrore” (Il Saggiatore).

Nelle 140 pagine circa di questo libro viene analizzato tutto dalla parte dei numeri, dal fatto che, a parte l’attentato alle Torri Gemelle, il numero di attentati perpetrati nei paesi del blocco occidentale non è minimamente paragonabile a quelli avvenuti durante gli anni setta ed ottanta.

Anche se, subito dopo l’undici settembre gli americani hanno chiamato l’area in cui sono crollate le torri “Ground zero” a riecheggiare lo scenario nucleare di Hiroshima e Nagasaki rase al suolo dall’atomica, il pericolo nucleare è ben più lontano di quanto si immagini.

Con paragoni e conti alla mano i due autori smontano pezzo per pezzo il fenomeno terrorismo in occidente mostrandoci terroristi arabi particolarmente maldestri  ed incapaci, che per la costruzione delle loro bombe si fanno aiutare da “colleghi” irlandesi e che il terribile evento messo a segno nel duemilauno non è altro che un colpo di fortuna per mettere a segno un attacco che non deve solo aver valenza in occidente, ma soprattutto in medio oriente.

Con particolari precisi, nomi e cognomi viene raccontata la politica del terrore sia dei paesi islamici che dei paesi occidentali, per la divisione e per il potere. Ci sono le macchinazioni dell’amministrazione americana per alzare la popolarità di un presidente troppo incapace di governare, macchinazioni che fanno ricadere nel terrore della guerra fredda la popolazione che cerca di nuovo rifugi antiatomici per salvare se stessa, che beve ogni specialista e tecnico che alla TV inventa al momento la maniera migliore per salvarsi dalle radiazioni di un’improbabile bomba lanciata su una città americana. Per la cronaca servono sei milioni di dollari per fabbricare una bomba atomica e ne servono venti per creare un impianto per la produzione di uranio arricchito, non serve quello delle centrali elettriche, è troppo povero. Per alimentare questo impianto serve parte del PIL di uno stato intero.

La Napoleoni, economista di fama mondiale e Bee, noto per essere sempre in prima linea nei rapporti di integrazione con  il medio oriente ci dimostrano una frase di Franklin D. Roosevelt
Che recita così: «L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura.»

Dopo aver letto il libro, dopo aver visto che ogni fatto è stato rivisto e corretto per il volere politico dei potenti, chi ci dice che anche questo libro sia un manifesto di una nuova falange di pensatori che decostruiscono e ricostruiscono una nuova versione della realtà?
Non ci resta che sperare e usare il sale che abbiamo in zucca per discernere quello che è vero da quello che non lo è.

C’è una cosa certa, da questo libro si evince che il terrorismo fa paura più nei paesi dove nasce. E fa decisamente molti morti in più. Davvero i nostri sforzi sono volti a liberare quelle popolazioni o a preservare la nostra?

Informazioni sul volume:
Titolo: I numeri del terrore. Perché non dobbiamo avere paura
Autore: Napoleoni Loretta; Bee J. Ronald
Prezzo:  € 10,20
Pagine: 143 p., brossura
Traduttore: Rota Sperti S.
Editore: Il Saggiatore  (collana Pamphlet)


25 settembre 2008

EXODUS: Non volevano essere eroi

 

Esclusiva Cds:intervista all'ingegner Mario Pavia

 

Il nonno si chiamava Israle Moise e dalla sua Casale Monferrato andò a Torino negli ultimi decenni dell''800 dove diventò fotografo e rappresentante cinematografico della Fratelli Lumière; il padre era anch'egli un ingegnere giunto a Milano nel 1911 e poi trasferitosi
a Ivrea dove impiantò la sua fabbrica ma con lo scoppio del primo conflitto bellico fu chiamato alle armi. La vita di Mario Pavia, uno dei vincitori del Premio Exodus 2008, è un pezzo di storia d'Italia, di un porto militare come quello della Spezia, di un lavoro clandestino per sfuggire agli arresti dei poliziotti. Ci racconta la sua storia o almeno una parte di essa vista la densità della sua esistenza: 'Nel 1937 venni a lavorare in fabbrica a Milano. Alla liberazione ero nascosto in Piemonte, e volevo tornare a Milano da dove ero fuggito dopo
l'8 settembre. Venni in bicicletta, ospitato dai miei zii che erano tornati a Milano dalla clandestinità. Lo zio mi indirizzò in via Unione,
dove trovai una confusione terribile. In quei giorni vissi tra la Sinagoga, le mense di guerra e la mensa di via Unione. Qui ritrovai
l'amico e compagno di università Gualtiero Morpurgo. Le prime avanguardie dei militari alleati che giunsero ai primi di maggio 1945,
nella Milano già liberata dai partigiani, furono i soldati della compagnia britannica del Genio Reale costituita da trecento ebrei, tecnici della Palestina di allora'. Questi soldati ebrei palestinesi avevano riparato ponti distrutti, costruito ponti di barche, e preparata la strada alle truppe alleate che avanzavano verso Milano. 'Giunsero poi i soldati della Brigata Ebraica Palestinese, successivamente arrivò il grosso delle truppe inglesi ed americane. Alla liberazione era rientrato dalla Svizzera Raffaele Cantoni, formidabile organizzatore e capace di ricostituire la comunità di Milano portando mobili, coperte, letti da campo requisiti ad un treno tedesco che il 4 maggio 1945 non era partito. Così attrezzarono il dormitorio di 150 letti di via Unione e la sede di via Eupili. Fu adibita a convitto per bambini profughi e per quelli provenienti dai conventi dove erano stati nascosti'.
Gualtiero Morpurgo era stato contattato da Marcello Cantoni per lavorare per l'Alià Bet. 'Fu lui a coinvolgermi: io di fatto andavo
nelle navi ad allestirle con tubi innocenti che si mettono nelle case per ospitare i profughi. Mi facevano partire su un camion, spesso per Genova o per altri porti di mare come La Spezia, dove trovavo una scelta squadra di soldati dell'Haganà che lavoravano ai miei ordini,
Lavoravamo nella stiva delle navi clandestinamente nel porto per dieci, quindici giorni. Nella notte arrivavano i camion della Brigata Palestinese e così assistemmo all'imbarco dei profughi,
ancora gonfi e di aspetto malsano ma ora pieni di speranza.
Successe così molte volte fino al fattaccio della 'Fede' e 'Fenice'. Le due navi erano ferme in un cantiere a Le Grazie, avevano guasti a motore e carena, io invece di stare nascosto sono dovuto andare un un alberghetto sopra al cantiere. Era il 1946, col Fede sono partito col
comandante Robonovic, col quale avevo stretto amicizia. Robonovic era venuto a sapere che i 1014 reduci erano stati arrestati dai poliziotti e radunati in piazza a Sarzana: 'Tu scappa che ti vogliono arrestare' - mi disse. Così arrivato in porto a La Spezia c'erano Marpurgo e Levi ad aspettarmi. Non riuscii nemmeno a vederla quella città perchè mi hanno preso e infilato dentro l'auto con una targa falsificata e siamo andati a rifugiarci a Modena da un amico. Solo in un secondo momento tornammo a Milano. Questa è la mia storia, mi andò meglio che ad altri visto che di lì a poco le cose sarebbero cambiate. Tornato a Milano seppi di uno sciopero alla Spezia poi più niente. E' la prima volta che torno dopo tantissimi anni. Non siamo stati più interpellati nè io nè Molpurgo. Poi un giorno vidi un bellissimo video su 'La porta di Sion', prodotto da un'associazione cattolica, credo. E allora mi son detto: 'Perchè non ci chiamano?' Dì lì è nato il contatto, sono ben felice di tornare. Cosa ho fatto nel dopoguerra? Prima lavoravo con Morpurgo, facevamo importazioni ed esportazioni, clandestine perchè non si poteva importare nulla. Poi dopo due anni sono stato assunto alla Necchi di Pavia perchè nella fabbrica in cui lavoravo prima dell'8 settembre ci stavo male e sono durato solo due anni. Figli? Non ne ho, ho adottato tre ragazze che a loro volte hanno avuto figli e nipoti. Siamo in tanti in famiglia'.

 

 

Fabio Lugarini


25 settembre 2008

Obama da spazio sui media ai deliri antisemiti di Ahmadinejad

 

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E’ impressionante la complicità succube con cui, ogni anno peggio dell’anno precedente, l’America del politically correct –quindi l’America che tifa Obama- permette che il neonazista Mohammed Ahmadinejad sputi odio antisemita in occasione di ogni suo viaggio a New York.

In questo suo terzo viaggio per la assemblea di apertura della sessione annuale dell’Onu, Ahmadinejad gode per di più di una situazione politica ancora più forte che nel passato. Il suo programma nucleare procede a gonfie vele e le sanzioni non l’hanno neanche intaccato, il gruppo “5 più uno” che dovrebbe definire sanzioni più dure, (come s’è visto oggi) non riesce neanche più a riunirsi perché la Russia di Putin ha deciso di lasciare l’Iran libero di fare quel che vuole, in ritorsione alla difesa occidentale della Georgia e infine, ma non per ultimo, il candidato in pol position alle presidenziali americane ha un suo punto propagandistico forte proprio nel “parlare” con Ahmadinejad.
Uno dei punti su cui –irresponsabilmente- Obama attacca Bush è infatti quello della mancata ricerca di un dialogo diretto con Teheran e con Ahmadinejad personalmente. Una posizione non solo astratta, ma che soprattutto testimonia l’assoluta ignoranza da parte di Obama del dossier iraniano. Già nel 2000, infatti, l’amministrazione Clinton, per bocca di Madaleine Albright, aveva compiuto un passo storico per impostare una trattativa diretta con Teheran. Non c’erano ancora avvisaglie del programma atomico iraniano, non nera ancora avvenuto l’11 settembre, e Gorge W. Bush iniziava appena a correre per le primarie. La Albright non solo non pose condizioni e Teheran per aprire il dialogo –grande “idea” odierna di Obama- ma fece di più: in uno storico discorso chiese formalmente e pubblicamente scusa al popolo e al governo iraniano per le “indebite interferenze” operate dagli Usa in Iran dal golpe contro Mossadeq del 1953, sino all’appoggio al regime dello scià. A fonre di questa vera e propria autoumiliazione degli usa, la risposta di Khamenei –che è il vero leader iraniano, il vedo dittatore del paese- rispose sprezzantemente e tutta la politica successiva dell’amministrazione Bush da quella sprezzante risposta degli ayatollah partì, per valutare improponibile ogni strada di appeasement e elaborare strategie alternative.
Ma Obama non ha una politica estera –almeno sinora- ha una eccezionale retorica, che gli guadagna consensi- a cui piega le indicazioni di politica estera.
Ecco allora che il mondo mediatico americano si piega subito a queste esigenze elettorali e ieri si è assistito a New York allo spettacolo penoso di un dibattito televisivo in cui Ahmadinejad, , ha potuto dire le cose peggiori sull’Occidente e su Israele senza il minimo contraddittorio.
Una libertà di espressione e di propaganda sconcertante –va tenuto conto che una iniziativa unitaria che doveva vedere unite la Hillary Clinton e Sarah Palin per contestare la presenza di Ahmadinejad a New York a causa della repressione delle donne in Iran, è saltata per boicottaggio dei democratici- che lascia presagire poco di buono in caso di vittoria del senatore democratico.
In questo contesto, il discorso di Ahmadinejad all’Onu, in cui ha anche chiesto ancora una volta la presenza dell’Iran quale membro permanente del Consiglio di Sicurezza, è stato se non trionfale, certo non quello di un leader costretto alla difensiva. Tanto che ha ripetuto dal palco delle Nazioni Unite le sue deliranti accuse, aggiornandole con la implicita, chiara, conclusione che “il gruppuscolo di sionisti mendaci che oltre al resto controllano i centri finanziari e monetari della Terra” è responsabile della crisi dei mercati in corso: “Il regime sionista è avviato sulla china del crollo definitivo, e non esiste modo per tirarlo fuori dal pozzo nero che esso stesso e i suoi sostenitori hanno creato”.

Da:http://www.carlopanella.it


25 settembre 2008

COME SI DICE TELECOM IN ARABO? – IL FONDO SOVRANO DI GHEDDAFI PRONTO AD ENTRARE AL 10%

 PER CONCLUDERE, C’È DA ASPETTARE LA FINE DEL RAMADAN – ZAPATERO: FUORI ALIERTA, DENTRO RAMIRO…

Paolo Madron per “Il Sole 24 Ore”

Gheddafi

Non sarà un cavaliere bianco, perché se è vero che Telecom Italia non sta passando uno dei suoi migliori momenti, comunque non ha bisogno di essere salvata. Sarà piuttosto un cavaliere molto danaroso che pomperà nelle sue casse qualche miliardo di euro ricevendone in contropartita fino al 10% del suo capitale. Il cavaliere in questione è arabo, e di nome fa Libyan Investment Authority (Lia), ovvero il fondo sovrano del paese di Gheddafi, una spanna sopra la Lafico che ne è uno dei bracci operativi, e che secondo le prime indiscrezioni era stata indicata come il veicolo deputato all'operazione.

Se il consiglio d'amministrazione della Telecom previsto per domattina darà il suo via libera, la Lia entrerà nell'azienda telefonica con un aumento di capitale, non si sa ancora se a lei totalmente riservato o aperto anche a tutti i soci. Ma sarà comunque il solo investitore straniero a parteciparvi, facendo così automaticamente decadere le trattative "di riserva" in corso con una società privata del Qatar e un'altra del Kuwait, quest'ultima partecipata dal Kio, il fondo sovrano dell'emirato.

Le modalità dello sbarco libico, assieme al dettaglio non secondario del prezzo, saranno discussi appunto nel cda di domani. Se non ci saranno ostacoli, una volta attesa l'imminente fine del Ramadan, si procederà spediti a concludere l'affare. Naturalmente l'obiettivo è quello di far entrare gli arabi a valori nettamente superiori a quelli minimi e oramai cronicamente depressi su cui sta viaggiando il titolo in Borsa.

Pare che allo scopo sul tavolo di Muhammad Layas, il potente Ceo del Lia, sia stato fatto opportunamente recapitare uno studio di Morgan Stanley che in prospettiva valuta il titolo Telecom tra l'1,5 e i 2,3 euro. Ma chi sta conducendo la negoziazione già si fregherebbe le mani dalla gioia se la cifra incassata da Telecom non fosse inferiore ai 3-4 miliardi di euro. Che alla fine sono spiccioli per chi, come il Lia, vanta un patrimonio di 100 miliardi di dollari e che dal 2006, anno della sua fondazione, incamera tutte le eccedenze del prezzo del petrolio che superano i 65 dollari al barile.

Tarak Ben Ammar
© Foto U.Pizzi

Da un calcolo a spanne, visto le mirabolanti quotazioni raggiunte in questi mesi dal greggio, si calcola che sino ad ora la banca centrale libica abbia versato qualcosa come 30 miliardi di dollari all'anno. Il fondo, che nobilmente e pomposamente si prefigge di investire per il bene delle future generazioni, all'indomani dell'uscita della Libia dalla condizione di «Stato canaglia» che la relegava ai margini della comunità internazionale, ha redatto una lista di aziende estere su cui investire. E, bontà sua, anche l'Italia è stata presa in considerazione. Non c'è l'Alitalia, per sfortuna del Governo, ma c'è però la Telecom, cosa che non può che far piacere ai fautori della sua italianità nonché agli attuali azionisti che sull'investimento vantano una drammatica minusvalenza.

Naturalmente la recente visita di Silvio Berlusconi a Muammar Gheddafi, condita con tanto di scuse per i torti subiti dal nostro colonialismo, ha accelerato la pratica. A gestirla l'arabo ormai più famoso d'Italia, Tarak Ben Ammar, che con il colonnello di Tripoli vanta vecchi legami di famiglia, e che è parte in causa essendo amministratore di Telecom, nonché di Mediobanca che ne è suo azionista. Non è la prima volta che Ben Ammar mette lo zampino nelle vicende del gruppo, visto che ai suoi buoni uffici non è estranea nemmeno la recente vendita di Alice France al provider transalpino Iliad.

I libici, per parte loro, sono desiderosi di concludere l'operazione. E se qualche improvvida iniziativa del Governo, tipo l'andare in motovedetta a stuzzicarli sulle loro coste, non ne urterà la suscettibilità, si preparano a fare il loro secondo grande investimento italiano dopo quello fatto nel lontano 1976 in Fiat. Ora, dato per scontato che i soci italiani di Telco li accoglieranno come manna caduta dal cielo, resta da capire l'atteggiamento di Telefonica, ovvero il primo socio della holding che controlla Telecom Italia.

Cesar Alierta

Gli spagnoli hanno un diavolo per capello, e il loro presidente Cesar Alierta è tornato a mani vuote dal suo recente giro italiano delle sette chiese, impressionato soprattutto dalla freddezza con cui lo ha trattato Silvio Berlusconi dopo che qualche mese prima lo aveva invece accolto ad Arcore con inusitata cordialità. La più ben messa Telecom del mondo vorrebbe forzare la situazione, ma si rende conto che un'Opa ostile non avrebbe la benché minima possibilità di riuscire.

E per di più sta perdendo quota anche l'ipotesi di una way out basata sullo scambio con Tim Brasil. A Madrid i soci friggono perché si vedono messi all'angolo, e Alierta ha davanti a sé poco tempo per trovare una soluzione. A meno che non decida di passare la patata bollente a Ramiro Sànchez de Lerìn Garcìa-Ovies, l'attuale segretario del cda con cui l'anno prossimo, alla scadenza del mandato, il premier Zapatero lo vorrebbe



25 settembre 2008

Guerra e propaganda tv Russia il nemico ora è il mondo

 

Da poco più d'un anno, la Tv russa manda in onda il pomeriggio e la
sera un telegiornale in lingua inglese. Il telegiornale si chiama
Russia today, ed è fatto, formalmente, piuttosto bene. Ariosa la
scenografia, moderno il montaggio, e carine – anzi belle, una più
bella dell'altra - le giornaliste che s'avvicendano nell'esposizione
delle notizie. Confesso che le prime due sere a Mosca, la bellezza ed
eleganza delle conduttrici di Russia today mi avevano così avvinto,
distratto, da non farmi cogliere la sostanza giornalistica del
programma. Ma nelle sere successive il Tg russo in lingua inglese s'è
poi rivelato per quello che è: un altro strumento di propaganda in un
Paese dove i principali mezzi d'informazione sono tutti nelle mani
del regime. Un altro veicolo della distorta, non di rado sfrontata
versione dei fatti che il regime impone giorno per giorno, e dunque
l' equivalente, senza nemmeno un tentativo di cosmesi, dei
telegiornali che lo Stato ammannisce in russo ai russi.

Tuttavia, per uno straniero avanti negli anni e con una discreta
memoria, Russia today risulta piuttosto divertente. Le inquadrature
sempre trionfali di Putin e Medvedev, e il modo in cui vengono
descritte le loro giornate (l'impegno titanico nella difesa degli
interessi del popolo, l'incrollabile fermezza nei confronti dei
governi stranieri) ricordano la Germania e l'Italia dei secondi Anni
Trenta, lo stile Leni Riefenstahl e i nostri Film Luce. Mentre lo
spirito complessivo del notiziario, la sua retorica, sembrano
spuntare - nonostante le stupende ragazze che si susseguono sul
teleschermo - dal passato sovietico. Il tema che aleggia costante è
infatti, come allora, il tema della nazione minacciata. La patria in
pericolo, il nemico alle porte. Non c'è frase di Bush, della Rice o
del segretario alla Difesa Gates cui non venga data un'intonazione
aggressiva. E la parola Nato non viene pronunciata come la sigla
dell'Alleanza atlantica, ma come quella d'una specie di Spectre,
d'una fabbrica di complotti contro la Russia. Non basta: perché in
Russia today si colgono poi, riemerse dai magazzini polverosi dei
nazionalismi europei, anche altre e note retoriche, la vittoria
mutilata, le umiliazioni subite, la patria di nuovo in piedi. Il
messaggio è insomma chiarissimo: la Russia deve unirsi, mobilitarsi,
perché fuori dalle frontiere s'addensano minacce ogni giorno più
gravi.

Furono i sovietici a strumentalizzare l'antica paura di un'invasione
incombente. Quella paura covava nei russi dal giugno 1812, quando i
corrieri dello zar portarono ad Alessandro I la notizia che Napoleone
stava avanzando alla testadi 440mila uomini e 1200 cannoni. E le
varie dirigenze comuniste la sfruttarono costantemente, da Lenin in
poi, fomentando l'ossessione della "fortezza assediata". Bene: quel
modo con cui il regime sovietico riuscì a legittimarsi almeno in
parte, creando nei russi un consenso fondato sulla paura d'unattacco
dall'esterno, viene oggi adottato con pieno successo (anche a costo
di sfiorare il ridicolo) dal regime di Vladimir Putin.

«La propaganda anti-occidentale», mi dice Georgy Bovt, uno dei pochi
giornalisti russi che ancora criticano a viso aperto il regime, «è
oggi più battente e rumorosa di quanto non fosse negli Anni Settanta,
in pieno breznevismo. Ed è molto più abile, più scaltra ed efficace:
tanto è vero che in Russia c'è un'ondata di umori anti-americani e
anti-europei, che non ricordavo dal tempo in cui Reagan annunciò il
suo progetto di guerre stellari». Mentre il manager d'un grosso
gruppo industriale europeo mi fornisce un'indicazione ancora più
significativa: «Sono i giovani russi che lavorano con noi, geologi,
ingegneri, informatici, a stupirmi. Molti hanno fatto studi
universitari in America, tutti hanno eccellenti specializzazioni
equindi ottimi stipendi. Cisipoteva perciò aspettare che fossero meno
vulnerabili alla propaganda del Cremlino. Invece, e specie dopo la
guerra in Georgia, li vedo sempre più vicini al regime, pervasi da un
vero e proprio fervore nazionalista».

Anch'io mi stupisco di parecchi aspetti della Russia di Putin. E
soprattutto degli atteggiamenti forzuti, soldateschi, che il regime
ha assunto conlaguerrad'agosto. Lamostra al museo delle Forze armate,
per esempio, in cui sono esposte le spoglie dell'esercito georgiano
sconfitto: uniformi e strumenti militari di provenienza americana,
foto dei carri armati russi all'assalto, l'elenco delle medaglie al
valore conferite dal presidente Medvedev.

Oppure, per fare un altro esempio, grandi pannelli stradali che nel
centro di Mosca inneggiano all'eroismo dei soldati russi: "Grazie
alle Forze Armate che combattono per noi".

LaRussia di Putin potenza militare? No, l'impressione è che in questo
regime ci sia molta cartapesta. E'vero infatti che il Cremlino
annuncia un vasto aumento del bilancio della Difesa, circa 90
miliardi di dollari nei prossimi cinque-sei anni: ma il fatto è che
la potenza militare russa può oggi misurarsi (a parte, si capisce,
l'uso improbabile dell'arma nucleare) soltanto con eserciti come
quello del georgiano Saakashvili, l'esercito d'un Paese che non
arriva a quattro milioni d'abitanti. E invece i toni, le espressioni
grintose adottati in queste settimane da Putin e Medvedev somigliano
a quelli dei gerontocrati del Politburo negli anni in cui il
complesso militar-industriale sovietico sfornava ogni anno 3 000
carri armati, 5000 blindati e 1300 aerei da combattimento.

La propaganda, questa sì, funziona. Ma funzionò anche in certi regimi
europei degli Anni Venti e Trenta, che poi mandarono i loro eserciti
al fronte con le scarpe di cartone. Mi diceva Alexandr Goltz, un
altro dei giornalisti moscoviti che criticano regolarmente, con
ammirevole coraggio, il regime: «Gli otto annidi Putin non sono
riusciti a modernizzare l'esercito russo. Benché quella delle forze
armate fosse annunciata già nel 2000 come una delle prime e più
importanti riforme da affrontare, siamo ancora dov'eravamo dopo il
crollo dell'Urss: un ufficiale per ogni tre o quattro soldati». Non
basta: gli esperti militari hanno accertato che i carri armati
georgiani erano provvisti di sistemi perla visione notturna che
mancavano a quelli russi, mentre la ricognizione aerea i generali di
Putin hanno dovuto farla, in mancanza di meglio, con i bombardieri
strategici.

Tra l'altro il regime è meno compatto, più diviso sulle scelte
strategiche da adottare, di quanto non cerchi d'apparire. Per
Alexandr Goltz, la guerra in Georgia aveva infatti anche motivazioni
interne. «Attenzione», dice, «a non trascurare i nervosismi che
avevano creato nei dintorni del Cremlino i discorsi di Medvedev,
prima e dopo la sua elezione alla presidenza. I programmi di
liberalizzazione, riforma del sistema giudiziario, lotta alla
corruzione, e soprattutto la critica al doppio ruolo dei grandi del
regime, che in tanti casi sono membri dell'esecutivo e allo stesso
tempo presidenti o amministratori delegati dei monopoli di Stato. Che
altro se non una guerra facile, dall'esito scontato, e le reazioni
internazionali che ne sarebbero seguite, poteva meglio acquietare le
rivalità trai diversi clan che Putin ha portato al potere? Certo,
l'intenzione di chiudere la partita con Mikheil Saakashvili rimonta
all'inizio dell'anno. Ma la stupida provocazione del presidente
georgiano è venuta al momento giusto per ricompattare il regime».

L'ipotesi non è peregrina visto che Sergheij Markov, deputato di
Russia unita, il partito di cui Putin è presidente, si lascia
sfuggire a un certo punto, dopo avermi tediato con torrenziali ed
entusiastiche ripetizioni di quel che il Cremlino va dicendo in
questi giorni, un paio di frasi che sembrano confermare la tesi di
Goltz. «Tra giugno e luglio c'erano nell'aria vari segni d'uno
scollamento al vertice. Tendenze diverse, interessi contrastanti. Ma
oggi è tutto risolto, tutto finito, e l'armonia tra le istituzioni è
tornata quella che era».

Un vecchio amico, storico di professione, che sento da più di
vent'anni ogni volta che vengo a Mosca (ma di cui stavolta non farò
il nome), mi accoglie con un sogghigno. «Il ritorno della potenza
russa, il regime russo che mette in riga l'Occidente? Quando leggo i
giornali americani ed europei e vi colgo un palpabile timore della
Russia di Putin, quasi non credo ai miei occhi. La sola forza di cui
la Russia disponga oggi è infatti la debolezza occidentale. Il
declino americano dopo otto anni di governo del presidente più
incapace che gli Stati Uniti abbiano mai avuto, le divisioni
el'imprevidenza degli europei, l'errore di non essere mai andati a
vedere, dal discorso di Monaco del febbraio 2007 in poi, i "bluff" di
Putin.

«Certo», continua lo storico, «la leva energetica ha contato: il
vedere i manager della Esso, della Total, della Shell, della Bp e
dell'Eni in fila aMo scacol cappello in mano, mentre nei forzieri
della Banca centrale si stavano man mano ammassando riserve per 570-
580 miliardi di dollari. Ma il regime non avrebbe messo il petto in
fuori, non avrebbe battuto i pugni sul tavolo, se la porta non gli
fosse stata spalancata dalla catastrofica presidenza Bush. E adesso
la Russia è il rompicapo dell'Occidente. Perché isolarla, col suo
arsenale nucleare, il veto all'Onu e le enormi risorse energetiche,
non è possibile. Ma gli occidentali non possono neppure far finta di
non vedere, e legittimare l'autoritarismo, gli strappi al diritto
internazionale, la boria del regime. Perché l'appeasement lo
sappiamo, ha sempre incoraggiato i duri, gli avventuristi».
sandro viola
repubblica


25 settembre 2008

Arriva Iman: la musulmana in formato manga

 

 
Iman è nata per mostrare al mondo che con la preghiera tutto è possibile. È una giovane eroina musulmana che ama aiutare la gente in difficoltà. Ha una grande fede in Dio, è praticante ed ogni volta che prega assume una forza potente. Spiega agli altri il Corano e gli aspetti positivi dell’Islam, come religione tollerante e rispettosa verso il prossimo. Iman è la prima super eroina musulmana, la storia è tratta dalla collana di libri dal titolo “Le avventure di Iman”. Iman è bella, atletica, simpatica, religiosa, tutto quanto può piacere ad un pubblico di bambine musulmane. Porta l’hijab e una collana con su scritto il nome di Allah.

L’idea di realizzare la serie è della 34enne Rima Khoreibi. Il primo libro è intitolato “As One”. Iman dice che il razzismo non ha niente a che fare con l’Islam e nel secondo libro l’eroina aiuta un amico ad allontanarsi dalla droga. Iman non è solo per le ragazze musulmane e non solo per arabe, poiché lei non ha una nazionalità. L’autrice della serie è convinta che i suoi figli avranno molto da imparare da Iman.

Rima è nata a Sidon, in Libano ed ha trascorso la sua infanzia in Arabia Saudita. All’età di 11 si trasferì con la famiglia a Toronto (Canada). Sposò all’età di 24 anni un giordano e si trasferì con lui in Giordania. Dopo la nascita dei figli si trasferirono a Dubai, dove Rima si occupa dei diritti delle donne nell’Islam e dei suoi libri. Le avventure di Iman sono distribuite in Giordania, Libano, Egitto, Palestina, Marocco, Siria ecc … L’Artwork è ispirato ai Manga giapponesi.

 


25 settembre 2008

Iraq/ Hacker bloccano sito internet dell'ayatollah Al Sistani

 

Il sito internet dell'ayatollah Ali al Sistani, massima guida spirituale sciita in Iraq, è stato attaccato giovedì scorso da hacker che vi hanno pubblicato un messaggio nel quale si accusa l'esponente religioso di aver diffuso fatwa contrarie all'Islam.

Nella stessa giornata oltre trecento siti internet di esponenti religiosi e comunità religiose sciite iraniane erano stati attaccati dagli hacker: secondo le autorità di Teheran i responsabili sarebbero musulmani sunniti che operano fuori dal territorio dell'Iran.

Secondo l'agenzia semiufficiale Fars gli hacker avrebbero agito dagli Emirati Arabi Uniti, dove si trova una numerosa colonia iraniana, parte della quale formata da oppositori del regime degli ayatollah.


25 settembre 2008

Egitto, polizia trova nascondiglio

 

 La polizia egiziana ha scoperto nel Sinai un nascondiglio di armi ed esplosivi destinati a essere clandestinamente introdotti nella Striscia di Gaza. Lo ha annunciato un responsabile dei servizi di sicurezza egiziani.

"La polizia ha scoperto una tonnellata di tritolo, una grossa quantità di granate e proiettili per mortai nella zona di Sadr El Hitan, nel centro del Sinai" ha precisato il responsabile, aggiungendo che la scoperta è stata fatta grazie a un'informazione ottenuta da alcuni abitanti della zona. Non è stato effettuato alcun arresto. Stati Uniti e Israele hanno spesso accusato l'Egitto di non lottare in maniera efficace contro il contrabbando d'armi, benzina e sigarette verso la striscia di Gaza, contrabbando effettuato attraverso dei tunnel sotterranei.


25 settembre 2008

Iran, per chi non suona la campana di allarme

 Ahmadinejad? Assolto da Abraham Yehoshua. Berlusconi? “maleducato”

 



In un mondo alla rovescia, lo scrittore Abraham Yehoshua dichiara a La Stampa che l’Iran non è un pericolo per Israele. In un mondo alla rovescia, è il regime iraniano, che minaccia di “cancellare l’entità sionista”, a rimproveranza una “mancanza di stile” a Silvio Berlusconi. Perché ha paragonato indirettamente il presidente di Teheran a Hitler. E lo stesso Ahmadinejad, oratore all’Onu, parla dello sviluppo dei popoli. Abraham Yehoshua è sicuramente un grande scrittore, ma di politica capisce assai poco. Nell’intervista pubblicata ieri sul quotidiano La Stampa, lo scrittore israeliano non solo mostra di sottovalutare la minaccia iraniana, ma sembra anche voler preventivamente rimproverare a Israele alcune scelte che lo Stato ebraico potrebbe essere costretto a compiere, suo malgrado, nel prossimo futuro. Il titolo stesso del pezzo (“Teheran non è un pericolo per Israele”) è tutto un programma. “Ahmadinejad non è Hitler, perché non ha altrettanto potere ed è consapevole che Israele può distruggere l’Iran”. Forse Yehoshua non conosce quanta irrazionalità vi fosse nel nazismo e in Hitler? E quanta ve ne sia oggi nel fondamentalismo islamico? Egli dimostra di non aver riflettuto abbastanza sulla natura intrinsecamente folle del fanatismo religioso, del quale i kamikaze rappresentano solo il tragico epifenomeno. Sulla base di questo argomento, non sarebbe mai potuta scoppiare la II Guerra Mondiale, un’autentica apoteosi di irrazionalità anche sul piano militare.

L’Iran, sostiene Yehoshua, rappresenta una minaccia assai più per i paesi del Golfo che per Israele. Ma questo non significa nulla: una minaccia non esclude l’altra, anzi la rafforza. E’ vero, l’Iran punta all’atomica, ammette ancora lo scrittore, ma perché teme un’aggressione americana come quella all’Iraq. Sulla base di questa giustificazione, tutti i paesi del mondo dovrebbero possedere l’atomica, poiché “minacciati” dai soli 8 che attualmente ne dispongono. E la Corea del Nord, allora? E La Corea del Sud, di conseguenza? E tutti gli altri, perché no? Yehoshua definisce “inaccettabile” il modo in cui Ahmadinejad parla di Israele, ma ritiene che sia l’Occidente a doversi fare carico del problema. “L’Iran non è affar nostro”, arriva a dire: parole degne di uno sprovveduto. Un attacco trasformerebbe l’Iran da nemico “passivo” (quale sarebbe ora) ad attivo, pertanto gli israeliani non devono fare la guerra, “soprattutto non per primi”, ammonisce il letterato pacifista. Ma se l’Iran avrà la bomba, solo chi attacca per primo avrà speranza di sopravvivere. Nell’analisi di Yehoshua, Israele deve continuare a mantenere la calma ai suoi confini. Il pensiero che Iran, Hezbollah e Hamas attaccheranno al momento opportuno, neppure lo sfiora. “Non dobbiamo buttare benzina sul fuoco... Non è nostro dovere attaccare l’Iran” è la conclusione. Il fatto che la minaccia iraniana non sia ancora pronta, caro professore, non significa che non sia reale. Al contrario, significa che quando sarà pronta, sarà troppo tardi. Forse un attacco preventivo non sarà il “dovere” di Israele, come dice Yehoshua, ma certo è un suo diritto. Nel frattempo, per avere implicitamente paragonato Ahmadinejad a Hitler, una nota diplomatica iraniana accusa Silvio Berlusconi di “atteggiamento non equilibrato e al di fuori delle regole protocollari per un capo di governo europeo”. Senti chi parla. Per un capo di governo iraniano, evidentemente, queste stesse regole non valgono. Ieri notte “Hitler” parlava all’Onu. Chissà che lezione di stile.
di Alessandro Litta Modignani
lìopinione


25 settembre 2008

A Colonia la paura della destra ha reso tutti più razzisti

 
 
Ecco i bravi ragazzi che si definiscono "antifa" giunti da tutta Europa sotto l'abile regia del gran mufti di Colonia Fritz Schrammallah mettere in pratica l'unica "democrathia" che conoscono: quella della demonizzazione, del ridurre al silenzio e del picchiare selvaggiamente tutti coloro che non la pensano come il gran mufti e i suoi pari comandano http://www.lisistrata.com/cgi-bin/tgfhydrdeswqenhgty/index.cgi?action=viewnews&id=3600

Nella manifestazione anti-Islam anche due ebrei sono stati picchiati perché accusati di “nazismo”


di Paolo Della Sala

Eurabia risorge a Colonia. Nella città delle cattedrali gotiche è arrivata un’onda di intolleranza e incomprensione che riporta ad anni oscuri e deve far riflettere chi crede nella libertà di parola e nella tolleranza. E’ vero, in Europa non si può scrivere “Stop Islam”. Ma chi manifestava dall’altra parte ha posto bavagli e usato la forza. E’ la “conventio ad excludendum” che deve far riflettere; è la banalità del male (politico) e il pressapochismo dei media mainstream a destare preoccupazione. Il blog yankee Atlas Shrugs riporta una mail di un ebreo che ha tentato di partecipare alla manifestazione di Colonia, dalla parte degli “xenofobi”. Era un pazzo? Sì, era un pazzo, se ci abbeveriamo alle fonti di La Repubblica. Si legga un articolo del corrispondente Andrea Tarquini, alquanto apodittico: “I populisti di destra, gli xenofobi, gli anti-islamici di tutta Europa hanno incassato in Germania la loro Stalingrado. La ‘conferenza contro l’islamizzazione’… è stata proibita all’ultimo istante per imperativi di pubblica sicurezza dopo che la città intera si era mobilitata con cortei… E’ una vittoria di Colonia, città tollerante…, una città che ha tolleranza zero contro l’eurofascismo”, ha detto esultante il sindaco democristiano. Fantapolitica di La Repubblica, che cerca la propria rifondazione multiculturalista.

Ma chi erano questi ultradestri sconfitti da una “città intera”? Il sito Lisistrata e la mail inviata ad Atlas Shrugs parlano di cittadini inermi presi a calci, di un ebreo che cerca di entrare nella sede del convegno e viene picchiato dai “ultras antifascisti” nella Eibahnstrasse. Parla di due ebrei picchiati perché accusati di essere “nazisti”. Si noti che uno dei due indossava la kippah, e quindi era facilmente riconoscibile come ebreo. “Sono tornato a casa coi vestiti a pezzi, ma con l’orgoglio di non essermi buttato in ginocchio davanti a costoro”. A leggere la cronaca reale si scopre un mondo rovesciato rispetto a ciò che raccontano i media politicamente corretti, che producono dei mostri, esattamente come il “sonno della ragione” cui si riferiva Oriana Fallaci. Inoltre gli europei non credono più alle verità filodrammatiche. Sul sito del Corriere della Sera un sondaggio sull’operato del borgomastro di Colonia si schiera contro il divieto imposto dal sindaco e dai “democratici”. Si deve considerare che la Germania ha il sacro e giusto terrore di ogni risorgenza nazista. Alla manifestazione “antislamica”, in effetti, erano segnalati anche aderenti al movimento neonazista Npd. Gli organizzatori “di destra” avrebbero dovuto bloccarli loro per primi, evitando ciò che poi è successo.

Ma la polizia doveva fermare anche gli squadristi rossi che hanno approfittato del nero passato tedesco per praticare l’eterno ritorno del “marxislamismo”. La Germania non sa fare i conti col nazismo, ma non capisce nemmeno il comunismo e l’islamizzazione. Cosa grave, visto che a Colonia un terzo della popolazione è di cultura islamica, mentre autorevoli fonti islamiche moderate dicono che il 95% delle moschee (in Italia) è gestito da Hamas-Fratelli Musulmani o “peggio”… I borgomastri tedeschi dovrebbero ricordare la nefasta alleanza tra una parte dell’Islam e il nazismo. Nei mesi della Shoah divisioni di Ss arabe combatterono in Europa a fianco degli hitleriani. Erano truppe organizzate dal Gran Muftì di Gerusalemme, amico di Mussolini e Hitler e da loro armato, un leader politico-religioso che, dopo il fallimento della sua rivolta anti-inglese, fuggì a Berlino, dove fu ospitato nelle case dei massimi e peggiori gerarchi nazisti.


25 settembre 2008

Israele: pugno duro contro i renitenti alla leva

 

Gerusalemme - Giaffa gate

 

Haaretz, il più antico quotidiano israeliano, ha di recente dato ampio spazio alla notizia che Menachem Mazuz, il procuratore generale di Israele, ha richiesto alla polizia di avviare un'indagine di tipo penale sull'organizzazione New Profile, responsabile di aver fornito ai giovani israeliani "dritte" per evitare il servizio di leva. Il sito, secondo l'accusa, avrebbe contribuito con i suoi consigli a incentivare ed aumentare il fenomeno della diserzione tra la gioventù israeliana. Nonostante ci siano una serie di eccezioni legali sono in molti, tra i cittadini di entrambi i sessi, a cercare un espediente per sottrarsi ai tre anni di leva obbligatoria, cui va aggiunto un richiamo annuale di circa un mese che nel caso degli uomini termina intorno ai 45 anni.
Mazuz quindi, che oltre a ricoprire il ruolo di procuratore generale è anche "consigliere legale" del governo, ha deciso di fare propria l'istanza dell'avvocato generale delle forze armate israeliane, fortemente preoccupato dell'allarmante fenomeno.
chicca


25 settembre 2008

In aeroporto lo scanner che legge i pensieri

 

 


Contro i malintenzionati, in futuro negli aeroporti ci sarà uno nuovo scanner in grado di leggere nel pensiero.  Malintent, questo il nome dell'ultima novità tecnologica nella lotta al terrorismo, usa sofisticati sensori che registrano il battito cardiaco, la temperatura corporea e il respiro. Inoltre, è in grado di valutare le espressioni facciali per comprendere gli "intenti criminali". Ma, cosa più importante, riconosce le persone che sono semplicemente stressate o nervose dai reali "terroristi".

Lo scanner, sviluppato da U.S. Department for Homeland Security, verrà utilizzato negli aeroporti, negli stadi e durante tutti gli eventi che richiedono misure di sicurezza elevate.

La tecnologia attualmente è installata in un laboratorio mobile che analizza il comportamento delle "cavie" con molteplici  sensori. Il primo test, su 140 volontari, è avvenuto la settimana scorsa in Maryland. «Siamo ancora nella fase iniziale di sperimentazione, ma i risultati sono molto promettenti» dice John Verrico. «Abbiamo rilevato - aggiunge- circa il 78 per cento delle cattive intenzioni». Per Amy Kudwa del DHS la strada da percorrere è ancora  lunga: «Prima di applicare la tecnologia ci vorranno ancora molti anni».


25 settembre 2008

Terrorismo, Gli attentatori “spontanei” devono sapere che i loro crimini non resteranno impuniti

 L'attentatore ucciso a colpi di arma da fuoco 

 


 

Dissuadere il terrorismo 
Alex Fishman

Nessun allarme, nessuna deterrenza e – peggio – apparati di sicurezza senza soluzioni. E, come non bastasse, il sistema legale israeliano che ostacola qualunque idea di deterrenza. Per questo continueremo a contare, giorno dopo giorno, sempre più tentativi e più attentati di questo tipo, definiti “attacchi terroristici spontanei”: un solo attentatore, non affiliato ad alcuna organizzazione, che una mattina si sveglia e decide di chiudere i conti in proprio con gli ebrei. E per farlo è disposto a morire. Tanto può morire in pace. Sa che nessuno, a parte lui, dovrà pagare alcun prezzo. La sua famiglia guadagnerà prestigio e adeguati indennizzi, in alcuni casi percepirà persino l’indennità dal Servizio Previdenziale israeliano. Nessuno toccherà la sua casa, nulla verrà demolito.
Che ne è della decisione del ministro della difesa, all’indomani della strage alla yeshiva di Gerusalemme e dei precedenti attacchi con bulldozer, di procedere alla demolizione della casa degli assassini? Gli uffici legali hanno presentato ricorsi e l’idea è svanita nel nulla. Hanno fatto affidamento sulla memoria corta dell’opinione pubblica. Abbiamo avuto un breve periodo di respiro, a Gerusalemme, e siamo tornati alla routine quotidiana senza aver preso alcun reale provvedimento.
Ora, alla madre di quel soldato che ha perso un occhio e rischia di perdere il secondo dopo che una palestinese fuori di testa gli ha gettato in faccia dell’acido a un posto di blocco, chi va a spiegarle che non c’era nulla che si potesse fare, che si trattava di un’attentatrice solitaria non affiliata ad alcuna organizzazione, che non aveva ricevuto ordini né da Beirut né da Nablus? Non sappiamo niente di lei e dunque non avremmo potuto bloccarla in tempo.
Chi va a spiegare ai parenti delle vittime di quest’ultimo attacco di lunedì che era impossibile prevedere il comportamento del terrorista palestinese, e che in questi casi non c’è davvero nulla che si possa fare, che non abbiamo abbastanza poliziotti e soldati e agenti dei servizi di sicurezza per controllare ogni singolo palestinese che entra a Gerusalemme?
È vero, i funzionari avevano promesso di introdurre controlli più rigorosi sui lavoratori palestinesi che vengono a lavorare a Gerusalemme ovest, e che sarebbero stati verificati i permessi e il curriculum di tutti i palestinesi che usano macchinari pesanti. E allora? Tutto questo non è servito né a fermare né certamente a dissuadere nessuno. Aggressioni e tentativi di aggressione al coltello sono diventati un evento quasi quotidiano, che a volte stenta persino ad arrivare sulle pagine dei giornali locali.
Tutti convengono che non esiste nessun tipo di possibile preallarme, quando si tratta del tipo di attentati che abbiamo visto lunedì sera a Gerusalemme. Ma questo non significa che dobbiamo rinunciare in partenza alla lotta per creare un effetto deterrente. Se non creiamo un nuovo livello di deterrenza e non mettiamo bene in chiaro che questo genere di atti, d’ora in poi, comporteranno immediatamente un prezzo pesante per i famigliari e le proprietà dell’attentatore – ad esempio con la demolizione dell’abitazione e l’espulsione della famiglia – allora continueremo a vivere sotto questa minaccia. Ogni attentato riuscito sarà seguito da un altro e da un altro ancora, fino a quando la sequenza si tradurrà in una minaccia alla nostra stessa esistenza. La gente avrà paura di camminare per la strada esattamente come, pochi anni fa, aveva paura di salire sugli autobus. E noi ci manterremo molto giusti e umani, ma anche stolti, inermi e disgraziati. Sarebbe un suicidio.
Demolire le case dei terroristi e perseguire i famigliari è cosa atroce e spietata. Ma finora non c’è nessuno che abbia saputo suggerire una soluzione più efficace per dissuadere questa ondata di attentati. O forse dovremmo semplicemente aspettare che trionfi la pace?

(Da: YnetNews, 23.09.08)

Nella foto in alto: Attentato lunedì sera a Gerusalemme: un terrorista si è scagliato con l’auto sui pedoni in piazza Tzahal ,17 feriti


24 settembre 2008

"Il discorso di Ahmadinejad un regresso ai tempi oscuri di odio"

 

Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad: “La sorte di Israele è segnata, come quella di un aereo senza motore”



"Ho avuto modo di leggere il discorso che terrà all'Onu il presidente iraniano: è un discorso che invoca un regresso a tempi oscuri di odio, ostilità e mancanza di rispetto per i più basilari diritti umani". Lo ha detto martedì il presidente d'Israele Shimon Peres, che ha aggiunto: "Ahmadinejad crede di essere l'autorità suprema del mondo, ma non ha alcun diritto di decidere chi è buono e chi è cattivo. La verità è che i figli di tutte le religioni, colori e nazionalità sono creati eguali. Noi non abbiamo mai chiesto la distruzione di un altro paese, e non consideriamo come nemico il popolo iraniano. Una lunga storia ci lega, Ciro il Grande fu il primo sionista". (L'editto di Ciro del 538 a.e.v. permise il ritorno degli ebrei a Gerusalemme dall'esilio di Babilonia e la ricostruzione del Tempio).

 Il presidente d'Israele Shimon Peres ha dichiarato che la lotta contro il terrorismo richiede "di agire sul fronte dei prezzi del petrolio. Il prezzo elevato del petrolio finanzia il terrorismo nel mondo. Se si vuole prosciugare la palude in cui prosperano le zanzare del terrorismo dobbiamo arginare la fiammata dei prezzi petroliferi".


L’Associazione iraniana per la difesa dei diritti dei detenuti critica le condizioni di reclusione dei prigionieri d’opinione. “Le autorità non riconoscono l’esistenza di prigionieri politici – ha dichiarato un membro dell’associazione – mentre è vero che studenti o attivisti politici vengono arrestati soltanto per avere criticato la situazione esistente. Sono persone che non dovrebbero essere incarcerate solo per avere espresso la propria opinione”.

 

 La Somalia e l’Iraq sono in fondo alla lista dei paesi del mondo in base al grado di corruzione percepita, secondo il rapporto 2008 della ong Transparency International. Anche Sudan e Siria si trovano in fondo all’elenco. In testa, Danimarca e Nuova Zelanda. Israele risulta al 33esimo posto (su 180 paesi), l’Italia al 55esimo.
 

Il presidente d’Israele Shimon Peres, da New York, dove si trova per la seduta inaugurale dell’Assemblea generale dell’ONU, ha dichiarato che “non si può assolutamente restare impassibili mentre l’Iran produce una bomba atomica”.
 

 “La sorte di Israele è segnata, come quella di un aereo senza motore”. Lo ha dichiarato il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in un’intervista al Los Angeles Times poche ore prima del suo intervento alla tribuna dell’Onu.
 

“Se i negoziati arrivano a un punto morto, allora la resistenza è legittima in tutte le sue forme”. Lo ha dichiarato martedì il capo negoziatore palestinese Ahmed Qorei (Abu Ala) in un messaggio al ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni all’indomani dell’attentato a Gerusalemme (17 feriti).
 

 Il ministro della difesa e capo del partito laburista Ehud Barak ha dichiarato che si adopererà per la nascita di un governo stabile, dopo il rifiuto del Likud di unirsi a un governo d’emergenza di unità nazionale.
 

 Qassem Mughrabi, il terrorista che lunedì sera si è lanciato con la sua BMW sui pedoni in un piazza nel centro di Gerusalemme, era membro di Hamas. Lo afferma l’agenzia di stampa palestinese Ma\'an. Mughrabi proveniva da Jebl Mukaber, lo stesso villaggio di Gerusalemem est dove abitava il terrorista che lo scorso marzo uccise 8 studenti nella scuola talmudica di Mercaz Harav. Secondo il portavoce della polizia israeliana Shmuel Ben-Ruby, Mughrabi, che non aveva precedenti, ha deciso di compiere l’attentato dopo essere stato rifiutato da una cugina che avrebbe voluto sposare
 

 Libano: un’esplosione martedì nel campo palestinese di Ein el-Hilweh (alla periferia di Sidone) avrebbe causato un morto e 4 feriti.
 

 Il ministro della difesa e capo del partito laburista Ehud Barak ha dichiarato martedì che, se farà parte del nuovo governo, proseguirà gli sforzi per sviluppare il Negev e la Galilea. La settimana scorsa anche il primo ministro israeliano (dimissionario) Ehud Olmert aveva affermato che “il Negev è la prossima sfida d’Israele”.
 

24/09/2008 Secondo l\'istituto di ricerca arabo Asharq al-Awsat, con sede in Giordania, la proroga del mandato presidenziale di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) sarebbe illegale. Secondo tale posizione, le elezioni presidenziali palestinesi dovrebbero tenersi alla data prevista, cioè l’8 gennaio 2009.
 

 In una caricatura pubblicata dall’organo ufficiale dell’Autorità Palestinese, la nuova leader di Kadima Tzipi Livni viene presentata con in mano un coltello grondante sangue accanto a una colomba della pace con la testa infilata in un nodo scorsoio.
 

Hamas e Jihad Islamica palestinese hanno salutato con entusiasmo l’attentato di lunedì sera nel centro di Gerusalemme. Nel frattempo l’attentato è stato rivendicato dalle “Aquile di Galilea”, un gruppo pressoché sconosciuto che potrebbe coincidere con i sedicenti “Liberatori della Galilea” che di recente hanno rivendicato attentati analoghi.
 

 Il ministro della difesa e capo del partito laburista Ehud Barak chiede la demolizione dell’abitazione del terrorista della BMW, giudicando necessario “adottare immediatamente misure volte a dissuadere altri potenziali terroristi suicidi”.
 

 Il Governatore della Banca d’Israele Stanley Fischer riassicura: “L’economia israeliana è senz’altro interessata dagli scossoni dei mercati finanziari americani e bisogna fare fronte a questa situazione, ma globalmente l’economia e il sistema finanziario del paese vanno bene”.



24 settembre 2008

Iran/Ayatollah: le donne senza velo peggio dell’Aids

 


Rigorosamente velate!

Sulla questione femminile è in corso una pesante escalation da parte dei custodi della Rivoluzione iraniana. L’ayatollah Seyyed Ahmad Elm al Hoda, guida della preghiera del venerdì di Mashad, la città più santa dell’Iran meta di milioni di pellegrini in visita al mausoleo dell’imam Reza, ha definito le donne che non indossano il velo come “fanterie del nemico” e come un male “peggiore dell’Aids”. “L’Occidente ha testato la sua ‘rivoluzione morbida’ in Georgia e Ucraina, perchè vuole metterla in pratica anche nel nostro paese - ha detto Elm al Hoda -. Diffondendo la prostituzione e incoraggiando le donne a non rispettare l’obbligo del hijab, il nemico vuole allontanarci da Allah.

Le donne senza il velo e le ‘malvelate’ sono la fanteria del nemico, anzi sono veri e propri siluri lanciati per affondare la Repubblica Islamica”, ha aggiunto Elm al Hoda che ha invitato il governo “ad abbandonare gesti democratici”. “Le donne senza il velo - ha concluso - sono un virus peggiore dell’Aids”. “Le atlete iraniane non devono più andare in trasferta all’estero” aveva detto l’ayatollah. Per al Hoda “è in gioco l’onore della fede, del paese e degli uomini” iraniani che “devono reagire e difendere l’onorabilità delle proprie donne, protestando contro questi atti disonorevoli. Non si può - ha aggiunto il religioso - mettere in gioco in nome dello sport la dignità del paese e far sfilare davanti agli occhi indiscreti degli stranieri persone che rappresentano il nostro onore”.

Giulio Meotti


24 settembre 2008

Al Qaeda: in 20 anni 40.000 vittime, sorattutto ... musulmane!?

 

L'organizzazione di Osama combatte l'occidente "crociato", massacrando musulmani: probabilmente  dovrebbe chiarirsi le idee ...
Hurricane 53



“Al Qaeda è in crisi: sta implodendo perchè i suoi metodi non sono condivisi da un’ampia parte della popolazione islamica”. Queste le dichiarazioni di Dell Dailey, che coordina i servizi anti-terrorismo del Dipartimento di Stato. Negli ultimi anni a causa degli attentati suicidi e delle auto-bombe di al Qaeda sono morti molti più musulmani che occidentali, soprattutto in Iraq, dove le tribù si sono ribellate all’organizzazione di Bin Laden. Il bilancio è impressionante: 9500 civili sono morti nel 2007 a causa della violenza estremista nei paesi islamici. Non bisogna però aspettarsi un declino improvviso di al Qaeda. Le zone tribali del Pakistan al confine con l’Afghanistan sono le sue nuove roccaforti.

Preoccupano anche le continue operazioni effettuate da gruppi terroristici legati ad al Qaeda in Nord Africa e in altre parti del mondo. Da ultimo lo Yemen. Al Qaeda nacque a Peshawar fra l’11 e il 20 agosto 1988. Questo è il suo ventesimo anno di attività. In quei giorni si svolse il grande incontro fra i capi del jihad organizzato dallo sceicco palestinese Abdallah Azzam e da Osama bin Laden. Lì apparve per la prima volta il nome “Al Qaida al Askariyya”, la base militare. Daniel Byman, ricercatore al prestigioso Institute for National Security Studies di Tel Aviv, sul magazine americano Slate ha scritto un’analisi sui vent’anni dell’organizzazione. Una delle tante apparse in questi giorni per un periodo di tempo di vita più che consistente per un movimento terrorista.

Se il primo decennale di al Qaeda fu segnato da un successo sensazionale, con le stragi simultanee in Kenya e Tanzania e la prospettiva di conquista di territori da cui lanciare attacchi all’America, questo anniversario è noto come quello della crisi. Di uomini, di idee, di terra, di anime. E’ vero, dice Byman, che al Qaeda è riuscita a espandersi in Bosnia, Afghanistan, Pakistan, Cecenia, Egitto, Iraq, Kashmir, Indonesia, Filippine, Uzbekistan e in Europa, come dimostra il primo messaggio in inglese appena trasmesso da Ayman al Zawahiri, ma il bilancio è a dir poco pessimista. Si calcola che in dieci anni, 40 mila persone siano morte per mano di al Qaeda. È il loro unico bottino, con l’Iraq praticamente bonificato dalla guerriglia islamista. L’Economist parla di “gene autodistruttivo” di al Qaeda e Peter Bergen, autore di volumi sull’argomento, dice che “l’autodistruzione è nel suo Dna”. Uno degli ideologi del movimento, Abu Bakar Naji, nel suo nuovo libro “Edarat al-Wahsh”, che in arabo sta per governo in un mondo selvaggio, abbandona l’idea di califfato e auspica una nuova politica del terrore dentro e fuori la umma. Si parla già di “piani B”.

All’interno della cupola, si registrano nuovi casi di scisma contro l’uso indiscriminato della violenza. Molti luogotenenti sono stati uccisi e la mente dell’11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, è processato a Guantanamo. A maggio il più grande seminario deobandi, da cui sono usciti numerosi talebani, ha decretato una “fatwa contro il terrorismo”. Dall’Afghanistan è partita una condanna a morte del re saudita Abdallah, che sembra aver abbandonato la nota ambivalenza di Riad e spinto i suoi imam a condannare la teologia delle stragi. Le popolazioni di Iraq, Algeria, Egitto e Arabia Saudita hanno rifiutato l’ideologia qaedista (spettacolare il rigetto a Bagdad). Ma ha ragione John Horgan, direttore dell’International Centre for the study of terrorism, quando dice che al Qaeda ha cessato di essere organizzazione per diventare simbolo al quale affiliarsi. Lawrence Wright, autore di inchieste su al Qaeda, ha riferito al Congresso sul futuro del movimento. “È capace di adattarsi, è flessibile, in evoluzione. Il comando è ridotto rispetto a prima dell’11 settembre e ha trovato un santuario nelle aree tribali del Pakistan. Al Qaeda non ha conquistato nulla di concreto per i suoi aderenti”.

È stato lo stesso numero tre dell’organizzazione terrorista, Abu Yahya al Libi, in un recente video a spiegare come l’occidente, quello che non ha rinunciato a combattere il jihad, sia riuscito a isolarli. “Dando credito ai jihadisti che rinunciano alla violenza; pubblicizzando le atrocità jihadiste sui musulmani; ingaggiando i religiosi musulmani per tacciare come eretici i jihadisti; sostenendo l’islam che enfatizza la politica rispetto al jihad; screditando l’ideologia jihadista ed esponendo le dispute dottrinali fra jihadisti”. L’Economist invita a partire da questo manifesto. “Dichiarare se al Qaeda sta ‘vincendo’ o ‘perdendo’ dipende dal criterio di giudizio” afferma Byman, autore di “The five front war”. “In vent’anni Bin Laden ha costruito una formidabile macchina terroristica che resta capace di lanciare attacchi letali in tutto il mondo. Ma allo stesso tempo ha scoperto che i suoi piani di conquista del potere e di uno stato islamico sono stati sconfitti”. Vent’anni fa alla nascita di al Qaeda c’era anche Sayyid Imam al Sharif, alias Dr. Fadl. Oggi è uno dei suoi principali accusatori.

Giulio Meotti


24 settembre 2008

Paul McCartney minacciato: 'Niente concerto a Tel Aviv, se non vuoi morire'

 
Il concerto di Paul McCartney a Tel Aviv (previsto per il 25 settembre) continua a creare problemi all'ex Beatle: la sua prima volta in Israele è stata già bollata come "Immorale" da una Ong britannica alcune settimane fa, e ora Sir Paul è stato addirittura minacciato di morte.
A recapitare il messaggio è stato un predicatore islamico, che ha intimato all'artista di rinunciare alla data se ha cara la sua vita.


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