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27 settembre 2008

Tariq Ramadan, L'islamista travestito

 

Dal FOGLIO di oggi, 27/09/2008, a pag.2, con il titolo " Nuovo libro di Ramadan, solito salafita travestito da moderno", Giulio Meotti analizza il suo ultimo libro uscito da Einaudi.

In “Islam e libertà” (Einaudi), l’islamologo di grido Tariq Ramadan tocca l’apice della prestidigitazione. L’illusione coltivata da questo astuto venditore di profumo orientalista ha uno scopo ben preciso: occultare il corpo del reato, ovvero la sollevazione islamista in corso da molti anni. Nel libro non fa alcun accenno agli assegni versati alle formazioni terroristiche palestinesi che costituiscono, secondo il verdetto di una corte federale di New York, la causa della sua interdizione da parte del Dipartimento di stato. Ramadan, che si muove nell’alveo dei Fratelli musulmani (è nipote del fondatore), non parla neanche del suo reclutamento da parte della televisione iraniana, cassa di risonanza di un messaggio genocida. L’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia si oppose alla pubblicazione della “Raccolta di fatwa” di Yusuf al Qaradawi, lo sceicco che ha benedetto i kamikaze a Gerusalemme e Baghdad. La prefazione era firmata Ramadan, che non esitò a certificare gli scritti del grande dotto del Qatar per il quale con gli ebrei è possibile dialogare “o con la spada o con la pistola”. Anche di questo nel libro non vi è traccia. Lo sapeva l’ottimo editor di Einaudi Andrea Romano quando gli propose di scrivere il libretto? Un saggio che è la disperata offerta di un’immagine di sé, che annulla le ombre in nome della presentabilità. Ramadan il seduttore dei progressisti, il modernista a proprio agio nel mondo, il banditore di una salafia chic e di una sharia diluita con il culto del consenso. Nel suo profetismo morbido e sereno, RamadanPierluigi Battista sul Corriere della sera definisce con formula preziosa “silenzio reticente”. Nel libro Ramadan, uno che da anni condanna gli attentati ma li correda sempre con giustificazioni e infingimenti retorici, è attento a non apparire come un rigido estremista, coltiva l’immagine dell’amabile tradizionalista, l’agile conversatore che è anche cooperatore sociale. Dietro alle sue matrioske sociologiche, che ne fanno perfino un alfiere della xenofilia, si nasconde un unico obiettivo: l’acculturazione dei musulmani d’Europa, da lui intesa come “dar al shaada”, la terra di missione religiosa. Il suo tema preferito è il destino dell’islam in occidente: il concetto di assimilazione non fa parte del suo orizzonte. Per questo non è in grado di rivolgersi ai musulmani che vivono in America e che amano il Nuovo Mondo. Secondo la sua ricetta, cucinata con sapienza, i musulmani in Europa devono vivere secondo le leggi islamiche, perché l’islam, a suo giudizio, è sempre stato un fatto concreto della vita europea. Il suo sociologismo spirituale descrive i fenomeni e nel descriverli li giustifica. Bolla l’idea di una tradizione giudeo-cristiana come una “ricostruzione ideologica a posteriori”. Prima di lui, già René Guénon aveva provato a condire l’islam in salsa occidentale. Ma Ramadan non vuole informare né fare della buona letteratura. Il suo scopo è attrarre fedeli al Profeta. Appartiene alla tradizione islamica nota come “isma”, che è l’impossibilità di dire qualcosa di sbagliato sul Profeta. Corteggiatodalle cancellerie e dalle università d’Europa, Ramadan si rivela per quello che è, non un fondamentalista letteralista, ma un riformista salafita che combatte ogni rottura dentro all’islam che miri ad abrogare i versetti che incitano alla morte. Nel suo libro su “Maometto” (Einaudi), Ramadan scrive che il Profeta ha raccolto “la voce delle donne del suo mondo, le quali spesso sperimentavano la negazione del diritto, l’esclusione e i maltrattamenti”. Ramadan sa bene che un messaggio oppressivo non passerà mai presso le musulmane europee. Così gioca la carta della persuasione. Ripete che non si devono obbligare le giovani musulmane a portare il velo. Ripete instancabilmente alle donne che una buona musulmana è “pudica”. La donna per Ramadan deve scegliere liberamente l’islam, deve plasmare l’ambiente attorno a sé, è bella, forte, orgogliosa e comunicatrice di principi universali che possono riempire il vuoto europeo. Ramadan afferma che le stragi in Europa, dal 7 luglio di Londra all’assassinio di Theo van Gogh, sono il frutto di una “cattiva integrazione”. Quanto di più falso, visto che gli autori delle stragi erano giovani islamisti ben integrati, nati e cresciuti in quella Europa a cui avrebbero dichiarato guerra in nome di un’ideologia nefanda con la quale Ramadan non ha mai fatto i conti. Questa nuova bibbia portatile del ramadanismo è un miscuglio di lumi rivisitati, comunitarismo, orgoglio religioso, risveglio delle coscienze, pragmatismo e apologia dell’islam come “la soluzione”. Quella definitiva perl’Europa così come la conosciamo con le sue libertà e ideali. Ramadan inveisce contro le “lobby proisraeliane” e afferma che l’idea di un “nuovo antisemitismo” è il ricatto costruito ad hoc per impedire ogni critica a Israele. Una coraggiosa giornalista francese come Caroline Fourest non avrebbe titoli per criticarlo in quanto alfiera del “sionismo più cieco”. Mantenendo saldo il tabù su Israele, lo manifesta in quello stile condivisibile da una parte dell’opinione pubblica occidentale. E’ lo stesso saggista che in “Islam in questions” del 2002 scriveva che i kamikaze assassini di bambini ebrei “trovano giustificazione in decenni di sofferenze accumulate”. L’islamologo di grido ne ha anche per gli “ex musulmani” accusati di “fare il gioco di certi governi”. Il suo abbraccio di “islam e libertà” non convince quando chiede una moratoria delle lapidazioni e non la definitiva messa al bando. Quando chiede lo stato binazionale a Gerusalemme, cioé la fine di Israele. Quando propugna le piscine separate in Francia. Mentre il filosofo Robert Redeker è costretto a vivere nell’ombra e lui parla di “nuova islamofobia”. Quando celebra l’“uomo musulmano”. Il grande storico islamico Fouad Ajami afferma che “Tariq Ramadan non è altro che un frammento staccatosi dall’antico blocco”. I Fratelli musulmani. Grattate la patina dorata con cui ammanta i propri scritti e di Tariq Ramadan non resterà altro che il martellante rigetto di tutto ciò che di meglio ha prodotto la nostra civiltà.

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27 settembre 2008

Vorremmo sapere perché gli immigrati non se li porta in Vaticano.

 

Un altro ayatollah vaticanense

CITTÀ DEL VATICANO

Il governo italiano gioca «al ribasso» sui diritti umani degli immigrati: è quanto afferma, in una intervista alla Radio Vaticana, mons. Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio dei Migranti

                   nella foto la prossima tonaca del ex monsignore

 

Vorremmo sapere perché gli immigrati non se li porta in Vaticano.

 sarcastycon


27 settembre 2008

Immigrazione: dal Governo giro di vite sui ricongiungimenti

 

Nella riunione di martedì 23 settembre il Consiglio dei Ministri ha approvato il Decreto Legge sui ricongiungimenti famigliari degli immigrati che recepisce le misure proposte e approvate nel luglio scorso in commissione, dall'Onorevole Isabella Bertolini, relatrice del provvedimento.
“L’approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri, dei decreti che introducono norme più restrittive sui ricongiungimenti famigliari e sulle richieste di asilo – ha affermato l’On. Bertolini - è di straordinaria importanza. Il governo ha dato un segnale forte introducendo un giro di vite necessario per frenare l'invasione di extracomunitari nel nostro Paese attraverso un canale, come quello dei ricongiungimenti familiari, spesso utilizzato per aggirare le leggi sull'immigrazione. Siamo molto soddisfatti perché i provvedimenti più restrittivi sui ricongiungimenti hanno recepito le nostre richieste. L’obbligo di accompagnare alla domanda di ricongiungimento per gli ultra sessantacinquenni la stipula di una assicurazione obbligatoria o l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale, la cancellazione della norma sul silenzio assenso per ottenere il ricongiungimento, il test del DNA e le altre disposizioni introdotte, porteranno a risultati efficaci nel contrasto all'immigrazione clandestina. In pochi mesi il Governo di centrodestra sta invertendo l’irresponsabile rotta intrapresa dal precedente esecutivo di sinistra che aveva aperto le frontiere a tutti senza alcun controllo. I provvedimenti adottati dall’esecutivo sono in linea con l’Europa, garantiscono equilibrio tra solidarietà ed ordine pubblico e rispondono alle istanze dei cittadini che chiedono più legalità, più garanzie, più sicurezza”
 

LEGGI E SCARICA le novità approvate dal Consiglio dei Ministri


27 settembre 2008

Notizie senza prove, propaganda vera

 

fantascienza in salsa inglese, odio in salsa iraniana

Testata: La Stampa
Data: 27 settembre 2008
Pagina: 17
Autore: Vittorio Sabadin
Titolo: «Bush ha bloccato un attacco aereo di Israele sull'Iran»

Più o meno tutti i quotidiani pubblicano oggi, 27/09/2008, la notizia, ripresa dal GUARDIAN di ieri, che Israele non avrebbe bombardato i siti atomici iraniani essendo mancato il via libera da Bush . La credibilità del quotidiano inglese, per quanto riguarda Israele, è allineata con quella del MANIFESTO. l'unica differenza sta nel fatto che il quotidiano inglese non è finanziato dallo Stato britannico. Pubblichiamo la cronaca di Vittorio Sabadin, corrispondente della STAMPA da Londra, il quale non fa soltanto un rapporto di quanto pubblicato dal GUARDIAN, ma ne sposa in pieno la linea. Dà anche i voti a Tzipi Livni, sempre in omaggio al detto " I fatti separati dalle opinioni ".

Più interessante l'immagine nella stessa pagina, un grande murale in una strada di Teheran, che, riprendiamo dalla STAMPA, istiga all'odio contro Israele. Vi è rappresentata una mitragliatrice, con disegnati sulle pallottole, i logo di alcune multinazionali "sioniste", tali almeno nell'intenzione della propaganda iraniana. Può essere che lo siano, ma per una mentalità liberale questo ha zero importanza. Nel caso però che lo fossero davvero, inviatiamo i nostri lettori a dare la preferenza ai nomi citati, in caso di acquisti. Se fosse difficile individuarli, li rassumiamo: Intel, MacDonald, Nestlè, L'Oreal, Marks & Spenser, Sara Lee, Timberlind, Estèe Lauder, Coca Cola.

La Stampa: " Bush ha bloccato un attacco aereo di israele sull'Iran ":

I caccia e i bombardieri israeliani erano pronti a decollare nel maggio scorso per colpire i siti nucleari dell’Iran, ma il presidente degli Stati Uniti George Bush li ha fermati, dicendo all’allora premier Ehud Olmert che non avrebbe appoggiato il blitz e non avrebbe cambiato idea fino alla fine del proprio mandato alla Casa Bianca.
La clamorosa rivelazione, pubblicata ieri dal «Guardian» con grande evidenza in prima pagina, rende più comprensibili alcuni avvenimenti degli ultimi mesi, come la spettacolare esercitazione aerea che Israele ha condotto sul Mediterraneo il 2 giugno scorso, pochi giorni dopo avere incassato il no americano. La distanza percorsa dagli aerei era più o meno la stessa che separa Tel Aviv da Natanz, dove si trova uno dei principali laboratori nei quali l’Iran arricchisce l’uranio. Anche se bloccato dal veto della Casa Bianca, Israele ha voluto mostrare i muscoli e fare vedere agli Stati Uniti e ai paesi interessati che resta comunque pronto a colpire.
Bush ha comunicato il proprio parere negativo a interventi militari contro Teheran in un incontro privato con Olmert, avvenuto il 14 maggio, in occasione della visita del presidente americano per il sessantesimo anniversario dello stato di Israele. Al colloquio non erano presenti né interpreti né collaboratori e il «Guardian» ha potuto ricostruirne i contenuti solo grazie a una fonte anonima vicina a un capo di governo europeo, il quale venne messo al corrente da Olmert della nuova posizione della Casa Bianca.
Dopo avere minacciato infinite volte interventi drastici contro il programma nucleare di Mahmoud Ahmadinejad, il presidente americano ha negato il proprio appoggio a Israele sostenendo che il blitz avrebbe avuto come conseguenza un inasprimento degli attacchi contro obiettivi americani in Iraq e in Afghanistan e, quasi certamente, anche nel territorio degli Stati Uniti. Teheran avrebbe inoltre potuto facilmente danneggiare il traffico marittimo nel Golfo, cosa della quale - con le attuali tensioni sui prezzi del petrolio - non si sente alcun bisogno. Secondo gli esperti militari americani, Israele non sarebbe poi stata in grado di annientare gli obiettivi con una sola ondata di attacchi e avrebbe dovuto impegnare i suoi aerei in ripetuti raid per diversi giorni, correndo il rischio di scatenare una guerra su larga scala. I costi dell'attacco - ha detto Bush a Olmert - non avrebbero compensato i benefici.
Per Israele è molto difficile effettuare un blitz sull’Iran senza l’appoggio degli Stati Uniti. I bombardieri devono sorvolare l’Iraq, il cui spazio aereo è completamente sotto il controllo americano, e hanno bisogno di assistenza logistica e militare. Nei mesi scorsi, molte richieste israeliane al Pentagono per la fornitura di bombe in grado di perforare i bunker erano rimaste inevase e ora si capisce per quale ragione. Olmert ha rinunciato a premere il pulsante che avrebbe dato il via all’operazione sia perché senza l’appoggio Usa i rischi di fallimento sarebbero aumentati, ma anche in quanto non poteva permettersi di essere politicamente sconfessato dal più importante alleato.
Nel discorso alla Knesset pronunciato il giorno dopo l’incontro con Olmert, Bush ha tenuto l’atteggiamento di sempre, ribadendo che l’America sta a fianco di Israele nell’opporsi fermamente alle ambizioni nucleari iraniane: «Permettere al principale sponsor mondiale del terrorismo di possedere le armi più micidiali sarebbe un tradimento imperdonabile per le future generazioni». Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, Bush sembra avere deciso di lasciare la pratica iraniana al proprio successore. La sua netta presa di posizione dovrebbe anche scongiurare la «sorpresa di ottobre», quell'evento - come un attacco militare a Teheran - che molti sospettavano accadesse o per sostenere la candidatura di John McCain o come ultimo colpo di coda dei falchi del Pentagono e del vicepresidente Dick Cheney, in previsione di una vittoria di Barack Obama.
Il no di Bush ha forse avuto conseguenze persino in Israele, dove i sostenitori dell'attacco all'Iran hanno dovuto fare un passo indietro. Dopo le dimissioni di Olmert, Shaul Mofaz, che aveva minacciato Teheran contemplando l'opzione militare, è stato sconfitto nel voto per guidare il partito Kadima e diventare primo ministro. Al comando c'è ora Tzipi Livni, una signora di sicuro carattere, ma con posizioni un poco più responsabili.

La Stampa: Istigazione all'odio contro Israele:

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27 settembre 2008

"L'Islam trasformerà l'Occidente".Parola di sceicco

 Sheikh Omar Bakri Mohammedomar bakri.jpg

L’Islam ha le idee chiare e programmi precisi sull’Occidente, ma l’Occidente li ha sull’Islam? Lo sceicco Omar Bakri, originario della Siria, ha istituito e dirige l’Islamic Religious Court a Londra ed è a capo dell’organizzazione islamica Al-Muhajiroun. Tiene lezioni e conferenze in Inghilterra e nel mondo. Queste sono alcune sue tipiche interviste rilasciate recentemente a quotidiani e televisioni. Le sue dichiarazioni e i suoi insegnamenti sono emblematici dei piani islamisti contro le democrazie europee.

Il quotidiano arabo-londinese Al-Hayat, per esempio, in una serie di articoli sulla comunità musulmana in Gran Bretagna, ha raccolto queste sue affermazioni trascritte dal Middle East Media Research Institute.

Intervistatore: Ho ascoltato la sua lezione sulle fondamenta del credo, e sembra che non siate interessati a portare gli studenti nella società britannica, cioè non li aiutate a essere musulmani britannici.

Bakri: Nel mio metodo di educazione sono contrario all’idea di integrazione. Non crediamo che sia consentito integrarsi nelle società in cui viviamo. Non sono un sostenitore dell’isolamento dalla società e non sono un sostenitore dell’integrazione in essa. Sono un sostenitore di cambiare la società per mezzo della mia religione, non per essere cambiato da essa.

E dove condurrà questa vita di separazione?
La vita di separazione condurrà a un cambiamento nella situazione del paese in cui viviamo, come i musulmani hanno cambiato la situazione in Abissinia e in Indonesia. Trasformeremo l’Occidente in un regime islamico per invasione esterna o culturale. Se Allah vuole, trasformeremo l’Occidente in Dar Al-Islam [cioè, in una regione sotto la regola islamica, ndr] per mezzo di un’invasione dall’esterno. Se uno Stato islamico cresce e invade l’Occidente noi saremo il suo esercito e i suoi soldati dall’interno. Altrimenti cambieremo l’Occidente attraverso un’invasione ideologica da qui, senza guerra e uccisioni. O noi predicheremo a loro ed essi accetteranno l’Islam, o noi vivremo tra loro ed essi saranno influenzati dalle nostre vite e accetteranno l’Islam come una soluzione politica ai loro problemi, non come una soluzione ideologica. Gli occidentali ci hanno imposto una legge artificiale, e il futuro regime islamico imporrà loro regole islamico-religiose. Il musulmano agirà secondo questa legge volontariamente e chiunque non sia musulmano farà questo per forza di legge. Io non obbedisco alla legge artificiale. Anche se non la vìolo, non obbedisco ad essa. Allah ha detto: Non obbedite agli infedeli e agli ipocriti.

Come si può vivere in una società in cui si è un estraneo?
L’Islam è una religione della legge della natura. Quando un uomo incontra problemi egli utilizza la legge della natura. In America si è sviluppata recentemente una discussione sulla separazione tra uomini e donne nelle università. Perché? Perché ci sono problemi. Ci sono ragazze che restano incinte a un’età giovane, senza marito. Non c’è alcun motivo di mischiare i sessi all’interno delle università. Io vivo ai margini della legge esistente, finché ciò sia compatibile con la legge naturale e non sia in conflitto con l’Islam. Alcuni paesi hanno cominciato a discutere la questione della punizione dei ladri. Nell’ex Unione Sovietica dicevano che avrebbero tagliato la mano del ladro. Questa è la legge di natura, perché è la legge severa che dissuade il ladro dal commettere il reato.

Lei è accusato di legami con organizzazioni verso le quali la Gran Bretagna è ostile e che essa vede come nemici. Lei predica ai suoi alunni di vedere il movimento talebano e Osama bin Laden come il gruppo che sarà salvato il Giorno del Giudizio.
Finché le mie parole non diventano azioni, non fanno del male!

La seguente intervista, invece, è stata rilasciata alla Tv libanese OTV e riportata da Memri Tv.

Intervistatore: Perché lei ce l’ha con l’Inghilterra?
Bakri: I miei problemi con la Gran Bretagna sono causati dal fatto che la sua legge non è la legge di Allah. Io seguo il vero Salafismo: pregare una religione pura e completa, dove noi brandiremo le armi contro chiunque ci combatterà. Se mi s’impedisce di seguire la legge di Allah, allora non mi rimane che emigrare in Libano. In Gran Bretagna, nelle università, l’Islam si sta diffondendo in misura mai vista prima, e i non musulmani vi si stanno convertendo alla media di 21 persone al giorno. Nel giro di vent’anni la società britannica avrà una maggioranza musulmana. È per questo che le istituzioni di questo regime laico stanno combattendo chiunque si avvicini all’Islam.

Come giudica le vittime innocenti di attentati islamisti?
In caso di autodifesa ci sono vittime innocenti. Vengono uccise per sbaglio, come danni collaterali, non intenzionalmente. Quando le bombe americane colpiscono i musulmani hanno il diritto di fare rappresaglie, e possono esserci vittime.

C’è una differenza tra combattere un soldato americano o un militare israeliano impegnato in operazioni belliche?
Forse che quando un soldato americano si toglie la divisa e si mette in pigiama diventa proibito colpirlo?

C’era una base militare nelle Twin Towers?
Non si è trattato di un attentato solo alle Twin Towers ma anche al Dipartimento della Difesa statunitense. L’Undici settembre è stata un’operazione che ognuno giudica a suo modo, c’è chi è contrario e chi favorevole.

E quando gli esplosivi sono messi sui treni o nei bar? Se si è sotto occupazione nemica e si compiono attacchi è una cosa...
Voi potete definire queste operazioni come terrorismo. Ma oggi l’America rappresenta il campo del terrorismo occidentale. Ci sono due tipi di terrorismo: quello benedetto e quello deplorevole. Lo stesso è per la violenza. La violenza può uccidere o salvare vite. La violenza americana uccide, così il suo terrorismo è condannabile, laddove la violenza dei mujahidin è usata per difesa e come rappresaglia per proteggere vite e onore. Il loro terrorismo è benedetto. Non ogni terrorismo è deprecabile.

Quindi perché lei ha preso la cittadinanza inglese?
Io non l’ho presa. Loro me l’hanno data. Io appartengo all’Islam. Non appartengo all’Inghilterra. Io ero un musulmano che viveva in Inghilterra, ora vivo in Libano.

E allora perché non l’ha rifiutata?
Io non uso i loro documenti, non ho il passaporto inglese, ne ho uno libanese.

Ospite in trasmissione: Quello inglese gliel’hanno tolto.

Intervistatore: Perché non l’ha restituito lei prima che glielo requisissero?
Loro mi hanno tolto il mio diritto di cittadinanza. Non mi hanno più dato il passaporto perché mi sono rifiutato di giurare fedeltà alla regina e alla legge inglese. Io obbedisco solo ad Allah e al suo messaggero.
Andrea B. Nardi
l'ocidentale


27 settembre 2008

Marocco: nozze a 9 anni, chiuso sito

 

Ulema contro teologo Magraoui che autorizza matrimonio bimbe

 Le autorita' marocchine hanno annunciato la chiusura del sito web del teologo Magraoui che autorizza il matrimonio delle bimbe di 9 anni. Lo ha reso noto l'agenzia di stampa Map. Contro la fatwa si e' pronunciato il Consiglio superiore degli ulema del Marocco definendo Magraoui un 'agitatore e un mistificatore'. Il Consiglio, presieduto dal re, ha ricordato che 'l'eta' legale del matrimonio, 18 anni, e' stata approvata dal Parlamento ed elaborata con la partecipazione degli ulema'


27 settembre 2008

Quel binario per Auschwitz

 

Binario 21

 

Nel progetto originale della Stazione Centrale di Milano erano previsti 20 binari per il servizio passeggeri. Più tardi, si decise di utilizzare anche i binari “corti” ai lati della grande volta di acciaio e vetro, e furono numerati fino al 24. Fino a quel momento, il binario 21 era nascosto nel ventre della stazione.
Il progettista Ulisse Stacchini aveva collocato un altro fascio di binari al di sotto di quello principale, destinandolo allo smistamento merci e postale: dopo aver caricato i vagoni, era possibile riportarli direttamente al piano dei binari passeggeri usando un ponte trasbordatore e poi un grosso montacarichi.
E ancora, al di sotto di questi binari un terzo livello accoglieva altri servizi, una vasca di raccolta idrica grande come un lago e un inceneritore per i rifiuti.
Il 30 gennaio 1944 seicento cittadini italiani di religione ebraica furono caricati su camion nel cortile del carcere di San Vittore. I camion raggiunsero via Ferrante Aporti, e il loro carico fu spinto nelle viscere buie della stazione, fra urla e latrati di cani. Le persone e i 40 bambini che erano fra di loro furono stipati su carri bestiame; i carri furono spostati con il ponte mobile e poi sollevati in superficie con l’ascensore.
Sette giorni dopo i vagoni venivano scaricati ad Auschwitz, e nel giro di poche ore cinquecento persone furono gasate e bruciate.
Il primo convoglio era partito carico di 250 deportati il 6 dicembre dell’anno prima, e altri ne sarebbero partiti fino al maggio del 1944.
Oggi l’organizzazione Binario 21 vuole fare di quei sotterranei uno spazio per la memoria, e ha realizzato un film e una mostra per non dimenticare.
Il binario 21 è ancora lì, con lo stesso ponte e lo stesso ascensore.

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Dagli anni 80 i sotterranei della stazione hanno accolto un’umanità dolente e pericolosa. Qualcuno ha portato nei magazzini deserti un letto, una poltrona, un armadio, quasi a rendere domestico l’umido fetore di questi spazi dimenticati. La polizia non entrava in questi cunicoli, se non in forze quando qualcuno spariva, rapito da balordi per una dose o per niente; a volte, veniva ritrovato troppo tardi.
Oggi il terzo livello è allagato, l’inceneritore è fermo e della riserva grande come un lago non si sa più nulla. Il secondo livello è stato sigillato, e negli spazi abbandonati è stata staccata la luce. Lo scalo merci è in disuso. Eppure, ricordo il freddo degli incubi ogni volta che passo davanti alle porte ancora aperte su questo cosmo di buio.





«Ogni volta che mi trovo alla Stazione Centrale vengo travolta dai ricordi, certo, ma anche da un sentimento che mi porto dietro riguardo all’indifferenza: indifferenza di quei questori zelanti che hanno fornito l’elenco degli ebrei da deportare; di coloro che ci hanno così potuto stanare; l’indifferenza di chi abitava intorno a Birkenau e di chi voltava la faccia. E poi un lungo silenzio; il fastidio di ascoltare le nostre storie. Ci sono voluti anni prima che le case editrici, le scuole e i giornali affrontassero il tema della Shoah, fino all’eccesso, tanto che addirittura oggi qualcuno dice che barba. Ma noi sopravvissuti continueremo a parlare finché avremo fiato in gola». Le parole di Liliana Segre pesano come macigni e commuovono. Parole che questa donna schiva ed elegante, sopravvissuta miracolosamente ai lager, non si stanca di ripetere in ogni occasione, in modo sobrio e incisivo.
Liliana Segre fa parte di quei 605 deportati il 30 gennaio 1944 a Auschwitz-Birkenau, di cui 20 sopravvissuti, che riempiranno il «Memoriale della Shoah di Milano - Binario 21», un importante progetto per la nostra città presentato ieri alla presenza delle istituzioni - Regione, Comune, Provincia - nella Sala Reale della Stazione Centrale, proprio dove si trova il Binario 21, luogo simbolo da dove gli ebrei e altri perseguitati vennero deportati ai lager nel 1943-1944 dopo essere stati prelevati dal carcere di San Vittore e caricati su carri di bestiame. L’allestimento del Memoriale - fine lavori previsto nel 2010 - sarà realizzato nella zona sottostante il piano dei binari della Stazione e situato su due livelli, dove sorgeranno un museo, un archivio, una biblioteca, spazi espositivi, un auditorium e un bookshop (vedi box). «Sarà un centro di incontro e di confronto della società civile che ha convinto le istituzioni a collaborare - spiega Roberto Jarach, membro del Comitato dei promotori -. È un laboratorio per la convivenza dove dialogo e conoscenza possono porre le basi per la formazione dei giovani, che avranno la responsabilità di guidare una società sempre più multietnica e multiculturale». «Il Memoriale non è un Museo fine a se stesso bensì un luogo di meditazione - osserva a sua volta Rav Alfonso Arbib, Rabbino Capo di Milano -. I ricordi non devono rimanere cristallizzati nel passato, al contrario devono incidere sul presente. La memoria deve essere una memoria attiva e collettiva». E c’erano proprio tutti in quella che più di una conferenza stampa è stata un’occasione di riflessione; una riflessione sinergica tra istituzioni e non solo, seria, priva di retorica e soprattutto concreta. Si è parlato di valori che contano in riferimento alla società attuale, dell’importanza della memoria e della sua trasmissione soprattutto alle giovani generazioni, in quanto la Shoah, oltre a rappresentare la grande tragedia del popolo ebraico, deve valere come potente monito universale perché tutto questo non si ripeta mai più. La Fondazione Memoriale della Shoah di Milano Onlus, presieduta da Ferruccio De Bortoli, è stata costituita su iniziativa di nove fondatori: Comunità Ebraica di Milano, Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea - CDEC Onlus, Associazione Figli della Shoah, Comunità di Sant’Egidio, Unione delle Comunità Ebraiche, Ferrovie dello Stato S.p.A. Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano. 
Marina Gersony

Il giornale


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26 settembre 2008

"Voglio diventare una spogliarellista"Ma è figlia di un predicatore islamico

 

Il padre è Mohammed Omar Bakri, noto come «l'ayatollah di Londra»

Si è fatta cambiare il nome da Yossra a Yasmin. Per ora fa la ballerina nei bar di Londra, ma la sua vera aspirazione è quella di diventare spogliarellista. Nulla di strano se non fosse che Yasmin sia la figlia di Mohammed Omar Bakri, il noto predicatore islamico di origini siriane definito «l’ayatollah di Londra» perche dalla donne pretendeva che si coprissero «dalla testa al piede». Oggi il giornale britannico The Sun, pubblica le foto della figlia del predicatore che nel 2005 ha dovuto lasciare la Gran Bretagna e vive da tre anni a Tripoli nel Libano. «Non ho nessuna rapporto con mio padre e non sono mai stata d’accordo con il suo modo di vivere ne con le sue opinioni estremiste», afferma Yasmin, madre di un figlio di tre anni da un matrimonio finito male con un marito turco.

Mohammed Omar Bakri è un attivista militante islamico che è stato spesso al centro di numerose polemiche come quando, nel dicembre 2004, giurò che i musulmani avrebbero dato all'Occidente un nuovo 11 settenbre «giorno dopo giorno dopo giorno» se i governi non avessero cambiato le proprie politiche. E' stato descritto come molto vicino ad al Quaeda - fu lui a rilasciare i comunicati preparati da Osama bin Laden dopo le bombe all'ambasciata Usa del 1998 - ma anche come l'«ayatollah di Tottenham», considerato da molti solo un personaggio sopra le righe .
Nel 2005, dopo le bombe a Londra del 7 luglio, il Times riportò che «una dozzina di membri» del suo gruppo Al-Muhajiroun «hanno preso parte agli attentati suicidi o sono diventati molto vicini ad Al Quaeda e al suo network di supporto». Poco dopo Bakri ha lasciato la Gran Bretagna per trasferirsi in Libano, da dove non si è più mosso dal momento che il Regno Unito l'ha ufficialmente dichiarato persona indesiderata.

Il quotidiano di Londra, riporta la reazione incredula di Bakri che sembra non avere notizie della figlia da diversi anni: «Se fosse vero quello che mi dite, sarei profondamente scioccato». Tuttavia, l’uomo noto per le sue posizioni contro la «perversione» degli occidentali si mette da parte e afferma: «Mia figlia è sposata ed è suo marito il responsabile di lei»; e aggiunge: «non sono io a doverla perdonare, ma è il padreterno che perdona tutto, ma non che abbia cambiato fede». Bakri, non sa quindi che la bionda Yasmin, è invece divorziata dal marito turco con cui viveva in Turchia. Un suo amico racconta al Sun: «se suo padre vedesse quello che fa Yasmin, gli verrebbe subito un infarto».
la stampa


26 settembre 2008

AD AMSTERDAM ESISTONO 173 MATRIMONI POLIGAMICI DEBITAMENTE REGISTRATI IN COMUNE


26 settembre 2008

Gli scogli per la Livni

 

Gerusalemme. Una cinquantenne, una new comer delle politica, diventerà la donna più potente del Medio oriente? Forse il primo a stupirsene sarebbe proprio il suo mentore, Ariel Sharon, lui che, sostengono i maligni, l’avrebbe messa sotto la sua ala protettiva solo perchè non sopportava altre donne e una doveva pur adottarla.

Eppure, Tzippi Livni sembra avviata a vincere la corsa ad ostacoli lunga un mese e sedersi sulla poltrona più importante e insidiosa d’Israele, quella del premier, a meno di 10 anni dal suo ingresso in politica. Paradossalmente, la vittoria di misura nelle primarie di Kadima, una manciata di voti, 400, sullo sfidante Shaul Mofaz, ha reso più probabile la prospettiva di un nuovo governo, e più lontana quella delle elezioni anticipate. L’attuale ministro degli Esteri, alla guida di un partito diviso, e con una risicata maggioranza dalla sua parte, si è resa conto di aver bisogno di dimostrare le sue capacità prima di affrontare alle urne il navigato Benjamin Netaniahu. Una consapevolezza che la spinge a smussare gli angoli e a cercare un compromesso con i potenziali partner di governo. Lo si è visto nell’incontro con l’uomo che detiene le chiavi del futuro governo, Ehud Barak. Tzippi Livni sembra ora propensa ad offrire una vera partnership al leader laburista, che chiede arrosto, non fumo: un ruolo guida nei futuri negoziati con la Siria. Parallelamente, la Livni si è mostrata più possibilista che in passato ad esaminare le onerose richieste di un altro riottoso alleato della passata coalizione, il partito ultraortodosso Shas, che chiede il ripristino, almeno parziale, dei sussidi per famiglie numerose, tagliati con l’accetta da Netaniahu nel 2002, quando era ministro delle Finanze.

Se a Gerusalemme i principali analisti sono ora pronti a scommettere sulla nascita di un governo Livni, i giudizi sono molto più cauti sulla sua durata. Il vero banco di prova per la donna che Barak ha chiamato col nome intero, Tzippora, che in ebraico suona “old fashion”, e ha accusato di non essere capace di una decisione “né alle 3 di notte né alle tre del pomeriggio”, sarà la gestione delle crisi prossime venture su questioni legate alla sicurezza. Che ce ne saranno, nessuno dubita. La Striscia di Gaza è una polveriera. Gilad Shalit è ancora ostaggio di Hamas. Gli Hetzbollah sono diventati partito di governo in Libano. Gerusalemme Est è terreno di coltura dell’islam più radicale. Senza parlare dell’Iran e del suo programma nucleare.

Non c’è Paese al mondo dove la popolarità è più volatile. Olmert, che aveva portato Kadima orfana del suo fondatore, Sharon, alla vittoria, nella primavera del 2005, nell’estate dello stesso anno è sprofondato negli inferi a causa del deludente esito della guerra in Libano. Tzippi Livni sarà doppiamente sotto analisi, vista la sua relativa inesperienza sottolineata ripetutamente da avversari e rivali.

Una cosa è certa: se diventerà premier, la Livni non può contare neppure su un barlume di luna di miele. Lei ne è pienamente consapevole, e per evitare passi falsi ha arruolato nella sua squadra politici e consiglieri navigati: il Ministro delle Finanze, Roni Bar Or, e Tzachi Hanegbi, che l’hanno accompagnata mano nella mano alla conquista di Kadima. E ha anche ricostruito il cosiddetto “gruppo del ranch”, composto dai più fidati collaboratori di Sharon, che si ritrovavano ogni fine settimana nel suo ranch nel Negev: Eyal Arad, Reuven Adler, Lior Horev. Anche la direzione di marcia è quella tracciata da Sharon: cambiare lo status quo, percepito come una minaccia agli interessi strategici di Israele. Non è un caso che alle cene elettorali organizzate durante le primarie in favore della Livni sono stati visti quasi tutti i più potenti esponenti del mondo della finanza e dell’economia israeliano. “Il tempo non gioca a nostro favore”, ha detto Tzippi Livni nella sua ultima conferenza stampa, riferendosi ai negoziati di pace con i palestinesi. Se riuscirà a divenire premier, dovrà procedere lungo questo stretto sentiero, pieno di mortali insidie.

C. Pagliara su
L'Occidentale


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26 settembre 2008

Consiglio dei diritti dell’uomo: importante battuta d’arresto per la lobby islamica

 

Niente bavaglio (per ora) all'umanità. Respinta la mozione proposta dai rappresentanti dell'islam medievalista.

 

Consiglio dei diritti dell’uomo: importante battuta d’arresto per la lobby islamica

di Kritikon

Potrebbe essere una svolta significativa nel contorto ed annoso dibattito sulla libertà di espressione.

Il concetto di diffamazione delle religioni, promosso dall'organizzazione della conferenza islamica (ed una parte del gruppo dei rappresentanti dei paesi africani) non ha superato il voto del Consiglio dei diritti dell'uomo (CDH).

Quella della libertà di espressione è diventata progressivamente una problematica centrale nei lavori preparatori per la prossima conferenza sul razzismo (Durban II) che si terrà a Ginevra nell’aprile del prossimo anno.

Moltissime erano state le voci in ambienti diplomatici, non solo Occidentali, che avevano chiaramente avvisato i referenti ONU che, qualora il Consiglio dei Diritti dell’Uomo avesse ceduto su questo punto, sarebbe stata azzerata la credibilità del Consiglio e, di conseguenza, ritenuta più che probabile l’assenza di numerosi paesi ai lavori.

Venerdì scorso, Githu Muigai, relatore speciale sulle forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia ed intolleranza, ha valutato non necessario promuovere il concetto sociologico di diffamazione delle religioni, quanto piuttosto attenersi alla norma giuridica di non incitamento all’odio razziale o religioso.

Githu Muigai ha ripreso nella sua relazione presentata ieri le conclusioni del suo predecessore Doudou Diène.

Jean-battiste Mattei, ambasciatore della Francia accreditato presso l’ONU a Ginevra, parlando a nome dell'Unione europea si è rallegrato per quest'inversione di tendenza. “È fondamentale distinguere tra la critica delle religioni o delle convinzioni e l'incitamento al odio religioso. Occorre combattere e vietare seriamente solamente quest’ultima stortura” .

Per l'ambasciatore francese la libertà d'espressione è un elemento essenziale delle democrazie. “Non si ridurranno le tensioni impedendo l’espressione di idee e convinzioni sulle religioni.”.

Ma alcuni stati a maggioranza musulmana hanno accolto in modo molto stizzito questo risultato. L'ambasciatore dell'Algeria all'ONU, Idriss Jazaïry, ha aspramente criticato questa visione della libertà d'espressione: “L’islamofobìa sta sostituendo l’antisemitismo diventato ”politicamente scorretto” in molti paesi ricchi. La libertà d'espressione non deve permettere di legittimare una nuova forma d'antisemitismo diretto contro gli Arabi ed i musulmani”.

Una dichiarazione piuttosto criticabile.

Prima di tutto perché così dicendo l’ambasciatore lascerebbe intendere che l’antisemitismo dovrebbe essere un patrimonio culturale che andrebbe permesso e recuperato.

Secondaria poi perché rappresenta un paese, l’Algeria, che primeggia per arretratezza giuridica sui diritti dell’uomo e per persecuzione nei confronti dei cristiani (datano di un anno e mezzo fa, non del secolo scorso, le leggi antireligiose).

Il rappresentante siriano presso ONU, Abdulmonem Annan, ha invece deplorato che “Stati ed istituzioni continuino ad interpretare la libertà d'espressione in modo abusivo per umiliare alcuni gruppi religiosi. (…) È stupefacente che la libertà d'espressione non sussiste quando si tratta di parlare dell’assedio della Striscia di Gaza. “

Il signor Annan pare francamente a corto di argomenti.

Dovrebbe ben aver presente che i quattro quinti del pianeta, notoriamente NON musulmani, si aspetterebbero qualche lagnanza di meno e qualche gesto di rispetto per le altre fedi in più proprio dai paesi islamici, notoriamente duri di comprendonio in questo senso.

E dovrebbe cessare di ragionare inserendo in ogni discorso il problema palestinese. Che esula totalmente dal tema interessato.

Ad ogni modo, piaccia o no ai potentati islamici (o islamisti?), ad oggi la questione sella diffamazione delle religioni è (momentaneamente?) sepolta.

Sempre che possa resuscitare.


26 settembre 2008

Sinistra fuori dal Parlamento e dall'edicola: Manifesto e Liberazione a rischio chiusura

 



Il manifesto lancia l´allarme: da oggi siamo in emergenza. Stesso, drammatico grido di dolore sale da Liberazione: siamo agli sgoccioli. E non solo. In altri giornali di partito e in molte cooperative editoriali è scattato il livello di massima allerta: ci ritroviamo ad un passo dalla chiusura.

Nel mirino, il decreto Tremonti che rivede e taglia i contributi ai giornali di partito e alle cooperative non profit. Finito perciò sotto accusa in un´assemblea straordinaria, presenti giornalisti e con il pieno sostegno di Cgil e Uil, da "Mediacoop" (l´associazione delle cooperative editoriali) e da "Media Non Profit": per salvare questi giornali - è la richiesta avanzata - serve un provvedimento urgente, da inserire in un decreto o nella Finanziaria.

Da Valentino Parlato (presidente della cooperativa), e dai direttori del manifesto Mariuccia Ciotta e Garbiele Polo, il quadro della situazione. Il quotidiano, ricordano, da sempre fa i conti con un affannoso equilibrio economico ma ora ad aggravare la situazione è arrivato il decreto Tremonti, che «pone le basi per la nostra chiusura dopo 37 anni di difficile ma vitale presenza in edicola».

Il punto dolente è la trasformazione di un "diritto soggettivo", quello ai finanziamenti, in una "concessione" (che dipende dalle disponibilità del bilancio pubblico). Risultato: la conseguente aleatorietà dei contributi pubblici. «Questo - accusano i direttori del manifesto - ci impedisce di ottenere quelle anticipazioni bancarie sui contributi pubblici, che arrivano - sarebbe meglio dire, arrivavano - con ritardo».

In più, col decreto scattano nuovi tagli. Tutte misure, è l´accusa che si è levata dall´assemblea di ieri, che hanno un senso politico più generale: è un attacco alla libertà di stampa e un vulnus per la democrazia. Battaglia difficile per la sopravvivenza a questo punto anche se, come spiegava sul suo giornale il direttore di Liberazione Piero Sansonetti, le vendite del quotidiano non sono affatto crollate (la perdita è di 850 copie, la diffusione è di 8647 copie).

Ricardo Franco Levi, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, critica anche la bozza di regolamento messa a punto dal governo per «eccesso di delega», escludendo il parere anche consultivo delle commissioni parlamentari. Da Paolo Serventi Longhi, direttore di Rassegna Sindacale, ed ex segretario Fnsi, l´idea di una grande mobilitazione. Vincenzo Vita (Pd) annuncia l´intenzione di chiedere in Senato l´audizione del sottosegretario Bonaiuti.

Repubblica


26 settembre 2008

Unipol: cambia il Gip ma le rogne restano

 



Parlamento nuovo, problemi vecchi. Il giudice per le indagini preliminari non è più Clementina Forleo, trasferita al tribunale di Cremona per incompatibilità ambientale e adesso in causa con il Csm che ha imposto la nuova sede. Ma il tribunale di Milano non si ferma, e adesso c’è un Gip che si chiama Piero Gamacchio a chiedere di poter utilizzare ai fini processuali le conversazioni telefoniche di Nicola Latorre, senatore del Pd. La vicenda è quella della tentata scalata bancaria di Bnl da parte di Unipol.


Per Latorre trattasi di 13 telefonate con Gianni Consorte e Stefano Ricucci fra il 6 e il 18 luglio 2005. Scrive il Gip che nell’ottobre 2007, al governo c’era ancora un traballante Romano Prodi, la Camera aveva concesso l’uso delle telefonate di Piero Fassino, negando quelle di Massimo D’Alema perché all’epoca dei fatti era europarlamentare.

Per Latorre, il tempo era scaduto prima che l’assemblea potesse decidere, causa caduta del governo. Il tribunale si era visto restituire le carte il 29 maggio scorso con l’avviso che «la richiesta può essere rinnovata all’inizio della legislatura» successiva. Detto fatto, il Gip ha reinoltrato la richiesta. La giunta delle elezioni ne discuterà a breve. Per la serie: riprovate e sarete più fortunati.

Il Giornale



26 settembre 2008

Arabia Saudita: Topolino agente di Satana!?

 

La condanna trae origine dal principio espresso dalla legge islamica per la quale “i topi vanno sterminati”. L’autore in agosto ha definito le Olimpiadi “Bikini Olimpics” a causa dell’abbigliamento delle atlete, e le ha condannate.


Topolino, agente di Satana


“Topolino agente di Satana”? E’ la domanda che si pone oggi un editoriale del Middle East Times che commenta così la fatwa di un religioso saudita, Sheikh Mohammed al-Munajid, secondo il quale “la Sharia, ossia la legge islamica, chiama allo sterminio di ogni topo. Questo comprende sia il comune topo di casa che il famoso topo dei cartoon”.  “Il topo – ha spiegato il religioso in una intervista televisiva della quale dà notizia il MEMRI, il Middle East Media Research Institute – è un soldato di Satana ed è guidato da lui”.

Il quotidiano prende spunto dalla vicenda per chiedere che re Abdullah, impegnato in un’opera di moderazione dell’islam e nel dialogo interreligioso, trovi un modo per mettere un freno a questi “esperti”, spesso intervistati dalle televisioni, che con questa “saga di fatwa scellerate” oltraggiano la religione.
 
L’editoriale ricorda che Al-Munajid faceva parte del Dipartimento affari islamici dell’ambasciata saudita a Washington, prima di essere “destituito e richiamato in patria”. “Il problema è che lui, e altri come lui, continuano a fare dichiarazioni scervellate”, come quella del 10 agosto, quando ha definito le Olimpiadi “Bikini Olimpics” e le ha condannati a causa dell’“abbigliamento senza modestia” delle atlete. Anche in questo caso emise una fatwa, contro la partecipazione delle donne ai Giochi, definendola “satanica”.
 
Sempre lui, tre anni fa, a quanto risulta al Religious Intelligence, gruppo inglese specializzato in notizie religiose, aveva chiesto il bando del calcio, perché i pantaloni corti usati dai giocatori “mostravano nudità”.

AsiaNews



26 settembre 2008

Il rischio di una nuova intifada

 

Guy Bechor

Finché il mondo palestinese è rimasto diviso in due entità separate fra loro solo sul piano fisico, le cose potevano andare avanti. Ma a gennaio quel mondo verrà diviso in due anche sul piano legale, uno sviluppo che potrebbe segnare il definitivo collasso della politica palestinese.
Ciò che accadde ai palestinesi nel 1936 e nel 1948 potrebbe verificarsi di nuovo: fra circa quattro mesi, il 14 gennaio 2009, scadrà il mandato presidenziale del 73enne Mahmoud Abbas (Abu Mazen). E sarà bufera.
Hamas non permetterà che si tengano elezioni nella striscia di Gaza, specie se il candidato alla presidenza sarà Abu Mazen o un'altra figura di Fatah. Di conseguenza sarà impossibile tenere regolari elezioni presidenziali. Hamas sta aspettando appunto che si concretizzi questo scenario per sostenere che, in base alla costituzione e alla legge elettorale palestinese, un presidente decaduto deve essere sostituito dallo speaker del parlamento. L’attuale speaker del parlamento palestinese, da quando Hamas ha assunto il controllo del parlamento che di fatto non funziona, è Aziz Dweik, un uomo di Hamas. Ma Dweik è agli arresti in Israele, per cui Hamas sostiene che il prossimo presidente dovrebbe essere il suo vice, Ahmed Bahar, che naturalmente è un altro uomo di Hamas. È questa la strada attraverso cui Hamas conta di assumere il controllo su tutti i territori dell’Autorità Palestinese.
Cosa emerge da questo scenario?
- La striscia di Gaza costituisce di fatto lo stato palestinese. Ha completa sovranità, anche se isolata e non riconosciuta. Non solo non ha più rapporti con il regno di Giudea e Samaria (Cisgiordania), ma le due entità sono in questo momento ostili fra loro.
- Il desiderio del governo israeliano di arrivare a una soluzione diplomatica con Abu Mazen entro la fine dell’anno non è realistico. Nei prossimi mesi Abu Mazen si farà più estremista a gesti e a parole. Non è un caso che sia andato in Libano a incontrare (il terrorista infanticida) Samir Kuntar e che continui a dichiarare che i profughi dovranno avere il diritto di stabilirsi in Israele. Abu Mazen radicalizzerà le sue dichiarazioni e i suoi obiettivi per non essere accusato di capitolare davanti a Israele.
- Tutte le istituzioni dell’Autorità Palestinese non stanno funzionando, cosa che ne fa un’entità del tutto artificiale che continua ad esistere solo grazie al cattivo nemico, Israele, sia a Gaza che in Cisgiordania. Israele, e solo Israele, sta risparmiando ai palestinesi un completo collasso politico, economico e sociale.
- Siamo arrivati alla assurda situazione per cui, in questo momento, tutto ruota attorno ad Abu Mazen. Il forzato sostegno di Condoleezza Rice ad Abu Mazen lo ha trasformato in un uno degli attori principali: se rimane, si può forse arrivare a una soluzione diplomatica; se invece se ne va, tutto crolla con lui. Un’assurdità.
- Questo stato di cose, che conferisce ad Abu Mazen peso e importanza, riflette anche un fondamentale elemento di debolezza. Come si potrà raggiungere un accordo con lui se la sua futura presidenza sarà antidemocratica? In pratica ha dissolto il parlamento, ha istituito un governo illegittimo senza l’approvazione del parlamento (dove Hamas detiene la maggioranza assoluta), e ora potrebbe prolungare il suo mandato oltre i termini di legge. Cosa accadrà se, contemporaneamente, vedremo un altro palestinese, un uomo di Hamas, assumere la carica di presidente?
- Infine, una volta fatta fallire la prospettiva elettorale, Hamas porrà termine al sogno di unità palestinese rendendo evidente che abbiamo a che fare con due gruppi di popolazione con due destini. In questo senso, la visione palestinese si estenderà a quel punto su ben quattro paesi distinti: striscia di Gaza, Cisgiordania, Giordania e Israele. Niente male per della gente che non ha neanche uno stato.
Ma attenzione: l’unica via d’uscita da questo vicolo cieco, per i palestinesi, potrebbe essere una nuova intifada, una qualche forma di attività armata contro Israele tale da riunificare le disperse forze palestinesi. L’incarico a Tzipi Livni, se sarà lei il primo ministro, potrebbe incoraggiare ulteriormente questo sbocco giacché ai palestinesi Israele parrà sempre più vulnerabile. Siamo pronti per tutto questo? Nel vuoto di leadership che affligge Israele, c’è qualcuno che si sta attrezzando per l’eventuale collasso palestinese e le conseguenze che coinvolgerebbero tutti noi?

 YnetNews,


26 settembre 2008

DIRITTI UMANI. Teheran ordina silenzio stampa su esecuzioni

 

(Nessunotocchicaino.it) - Nel tentativo di arginare le proteste internazionali, le autorità iraniane hanno vietato ai giornali del paese di pubblicare notizie relative ad esecuzioni capitali, in particolar modo di minorenni.

Lo denuncia il Consiglio Nazionale della Resistenza dell'Iran, secondo cui nel caso dei quotidiani Kargozaran e Etemaad l'ordine è partito direttamente dal Ministero della Cultura e della Guida Islamica. Altre redazioni in tutto il paese sarebbero state contattate nelle ultime settimane da agenti del Ministero dell'Intelligence e della Sicurezza (MOIS), con l'ordine di licenziare i reporter ancora intenzionati a trattare questo tipo di notizie.

I quotidiani Etemaad-Meli e Sarmaeh ed il settimanale Shahrvand sono solo alcuni degli organi di stampa cui è stata imposta la censura.

Sempre la Resistenza Iraniana denuncia che il MOIS disporrebbe di una lista-nera di tutti gli opinionisti, editori e giornalisti considerati inaffidabili dal regime di Teheran.

Il MOIS avrebbe ordinato di effettuare i licenziamenti prima delle elezioni presidenziali del prossimo giugno, imponendo agli editori il silenzio su queste pressioni.


26 settembre 2008

Analisi critica della Carta dei musulmani d'Europa

 

Ce l'hanno presentata come un passo avanti. E' invece un coacervo di propositi propedeutici alla teocrazia.

 



Così com’è questa Carta non serve proprio a nessuno. Né all’Europa, né ai musulmani.

Ecco tutti i perchè, paragrafo per paragrafo





26 settembre 2008

La moschea di Boston chiamerà alla preghiera con gli altoparlanti

 

Le concessioni fatte a cuor leggero ad "un certo islam" si pagano con gli interessi




 


Fonti: Novopressjihadwatch e Bivouac

Dimentichi delle “ampie” garanzie (verbali, s’intende) date ai cittadini della zona di Roxbury da parte del portavoce della “Muslim American Society” quando la nuova moschea della città di Boston era ancora soltanto in fase di costruzione, gli attuali dirigenti di quella che ora si chiama la Società Islamica del centro culturale di Boston, hanno alla fine deciso che l'appello alla preghiera sarà diffuso cinque volte al giorno grazie ad un sistema di altoparlanti installati nel minareto.

La moschea, manco a dirlo, è al centro di una polemica oramai decennale.

Un'associazione locale, denominata David Project, rivelò già nel 2004, l'esistenza di legami tra i promotori della costruzione e l'organizzazione estremista dei Fratelli Musulmani (quelli, per capirci, sponsorizzati da Tariq Ramadan).

L’associazione già prima della denuncia, non mancò di ricordare alle teste d’uovo di Boston con un memorandum pubblicato nel 1991, come gli stessi fratelli musulmani sono impegnati in un Jihad planetario il cui scopo è di distruggere dapprima la civilizzazione occidentale. Per poi sottomettere il resto dell’umanità.

Il piano, mai smentito e ben noto a chi ha un minimo di dimestichezza con l’ambiente e le pubblicazioni in materia, prevede di minare la società occidentale dall'interno affinché la religione di Allah sia vittoriosa di tutte le altre religioni.

La direzione della società islamica di Boston aveva intentato, proprio nel 2005, un'azione giudiziaria affermando che le affermazioni di cui era oggetto erano diffamatorie.

Tuttavia, la stessa associazione islamica ritirò la propria azione giudiziaria a fronte del ritiro della contestazione al progetto della moschea.

Ciò che preoccupa non poco gli abitanti è il fatto che l’associazione islamica continui a distribuire, senza grosse difficoltà, le pubblicazioni del noto predicatore di odio, lo sceicco egiziano Al Qawadari (quello per intenderci che si rese famoso quale primo religioso musulmano ad emettere una fatwa che autorizzava ed incoraggiava le donne a commettere attentati suicidi).

Costruita in una zona in cui prevale la popolazione di colore, obiettivo primario per il proselitismo musulmano, la moschea ha pure beneficiato di un considerevole aiuto finanziario dell'amministrazione comunale.

Aiuto concretizzatosi in particolare per l'acquisto del terreno, di un valore di oltre 2 milioni di dollari, ma ceduto per meno di 200 mila.

Secondo Charles Jacobs, ex presidente di David Project, la preoccupazione suscitata nella popolazione è giustificata dai legami che i dirigenti della società islamica di Boston e dell'Associazione dei musulmani americani hanno con correnti prossime agli ambienti terroristici e con i predicatori di odio.

Questa preoccupazione con gli anni è stata alimentata dal fatto che i direttivi di questi due movimenti hanno reiteratamente pubblicato prese di posizione estremiste favorendo una progressiva radicalizzazione di oltre l’80% delle moschee.

Ma il peggio viene dal fatto che è diventato molto difficile per i cittadini americani esprimersi liberamente ed apertamente su questi argomenti pena la considerazione automatica come intolleranti o islamofobi.

Resta il fatto che questa decisione, dai risvolti “acustici”, non mancherà di ricordare ad amministratori e cittadini, cinque volte al dì, che l’islam non fa sconti a nessuno.


 


26 settembre 2008

Il vero nemico: l'Islam

  

"Forse anche noi abbiamo dimenticato i nostri valori? O forse loro hanno una idea più chiara della nostra?"



Quale minoranza?

Callosa d’Ensarria, classe di seconda elementare, piccolo paese perso nella geografia spagnola. Dai 25 bambini in classe, soltanto 4 spagnoli. Il resto, Mohamed, Yusuf, Aisha, e anche Pavel, Brian, Micaela ... In alcuni casi non ci si capiva qual’era il nome e quale il cognome, mentre inviavamo delle lettere ai genitori.

Rotterdam, in una scuola media un ragazzino cristiano dovette togliere dal suo zaino uno sticker con la scritta “io amo Gesù” perchè i suoi compagni, di maggioranza musulmana, fecero pressione sulla maestra e sul preside.

Londra, Storia simile in una scuola pubblica, una ragazzina dovette togliere la catenina con un simbolo cristiano.

In Inghilterra, il 40 per cento dei musulmani vivono a Londra, in alcuni quartieri, per esempio: London Borough of Tower Hamlets, la percentuale è del 36.4%, e nelle scuole, molto più alta.

In Europa , Mohamed è il secondo nome più usato tra i neonati.

Potrei citare più esempi, più città e situazioni.. e vedendo i numeri non sarà difficile fare anche delle previsioni.  Quale stà diventando la vera minoranza in Europa?  Verso chì è indirizzata la discriminazione? E quale sarà il futuro per un continente che contempla ingenuamente la perdita della sua identità?

I pericoli dell’integralismo
Per considerare un futuro di libertà in Europa,  bisogna considerare che passa inesorabilmente non perdendo di vista l’integralismo islamico.  Per riconoscere i suoi pericoli, non c’è nessuno meglio di Ayaan Hirsi Ali, nata musulmana, ex-deputata olandese-somala che rinunciò all’Islam, con una storia personale tragica. Hirsi Ali riconosce la natura antidemocratica dell’ islam nella sua forma più ortodossa. Ali è stata anche l’autrice del copione del film “Submission”, che costò la vita al direttore di cinema olandese Theo van Gogh, ucisso  da un integralista islamico nel 2004.

Attraverso i suoi libri, tradotti in italiano: “Non sottomessa”, “Infidel” e “Se Dio vuole”  Hirsi Ali ci racconta la sua vita e la sua lotta per chiarire i miti dell’Islam e  creare le basi di un’Europa  libera e democratica. Nei link a continuazione, tra cui il suo blog personale in diverse lingue, troverete informazione ed approfondimenti sul tema.

http://ayaanhirsiali.web-log.nl/ayaanhirsiali/espaol/
http://it.youtube.com/watch?v=q6Wrhivp7eQ

La rivoluzione nel senso positivo che tutti vorremo, punta a rafforzare le libertà individuali, il progresso in tutte le aree, insomma la costruzione di una società migliore da consegnare alle future generazioni. Ma, in che direzione sta andando l’Europa?..

L’orientalista britannico Bernard Lewis dice che, in base alle tendenze attuali, l’Europa avrà una maggioranza musulmana verso la fine del ventunesimo secolo e sarà parte integrante dell’Occidente Arabo, il Magreb. Gran parte d’Europa  ha voltato le spalle alla sua eredità cristiana, ciò che potrebbe essere chiamato una silenziosa apostasia. Una delle ragioni menzionate da lui.

Soltanto guerra di religioni? ...
È semplicemente questa una guerra di “religioni” nel senso più stretto della parola?

L’Islam viene considerato come una religione con delle sfumature politiche ...  Ma, tanti concordano che sia proprio l’opposto: “un sistema politico con delle sfumature religiose”. Credo che qui sta il tranello ...

Noi non siamo chiamati a combattere contro una religione, non sembra logico, ma contro un sistema politico che consideriamo sbagliato, più temibile del comunismo o di ogni ideologìa che annienti le libertà individuali ed i valori assoluti sui quali l’Europa è stata concepita. 

Il cardinale Joseph  Ratzinger, prima di diventare Papa avvertiva rispetto della “dittatura del relativismo”...Papa Benedetto XVI la descrisse come un solvente che si mangia le fondamenta morali della civilizzazione europea e la sua capacità di difesa ...

E così il “multiculturalismo”, le “alleanze delle civilizzazioni”..ecc ecc...Non possiamo giudicare altre culture attraverso gli standards della nostra cultura ...???.in essenza la verità è sempre legata ad un punto di riferimento.??? Tutto questo frutto del relativismo.

Durante un incontro ufficiale sul dialogo islamico-cristiano, l’Arcivescovo Giuseppe Bernardini, citò le dichiarazzioni di un autorevole personaggio musulmano ... –“Grazie alle vostre leggi democratiche, vi invaderemo, grazie alle vostre leggi religiose, vi domineremo. I petrodollari che entrano in Arabia Saudita ed altri paesi arabi sono utilizzati per costruire moschee e centri culturali nei paesi cristiani con immigrazione islamica..tra cui, Roma”.

Vi invito a seguire il link di questo blog sull’islamizzazione dell’Europa, potrete trovare tanta informazione interessante, purtroppo in spagnolo. Troverete anche i pezzi del film “Fitna”, controverso documentale sull’Islam di poco più di 15 min che fece il politico olandese e membro del parlamento,  Geert Wilders.

http://alianzacivilizaciones.blogspot.com/2007/09/europa-la-invasin-tolerada.html

Voglio fare una differenza fra “multiculturale”, provenire da paesi diversi, aggettivo, e “multiculturalismo”. Nelle stesse parole di Hirsi Ali, il “multiculturalismo”, sostiene che diversi gruppi minoritari, dentro una società, possono conservare le proprie usanze culturali e religione, anche se non sono compattibili con la costituzione o la legge. É proprio questo “multiculturalismo” che diventa razzista. 

Ci sono tanti esempi. Per citarne uno recente: un agente di polizia musulmano inglese a Londra è stato esonerato ad adempiere certi obblighi per motivi religiosi.  Ma di quali obblighi è stato esentato?...di mangiare carne di maiale?....No! gli è stato permesso di rifiutare di fare la guardia davanti all’ambasciata israeliana e di non intervenire nel caso in cui un ebreo fosse attaccato o derubato...L’agente di polizia aveva rifiutato certi obblighi sulla base delle sue convinzioni morali e religiose... Ma non dovrebbe essere che un poliziotto deve sempre difendere la legge ed i cittadini?...indipendentemente delle sue convinzioni morali e religiose’...quindi la legge non è più assoluta:- questo  sí che è razzismo. “La legge è uguale per tutti”.   Per vedere questa notizia potete seguire il link:

 http://it.youtube.com/watch?v=0fOzyi2gz_U

Europa, diventerà presto Eurabia? ...
Secondo wikipedia, Eurabia è un neologismo polìtico che si riferisce al futuro dell’Europa, perdendo la sua identità occidentale e mettendo allo stesso tempo a rischio le proprie libertà civili, oltre alla laicità degli stati. Motivi, tanti...la massiccia immigrazione islamica, la scarsa natalità delle popolazione autoctone...ecc ecc.. Secondo questa “teoria”, il cambio culturale sarebbe incominciato dopo la crisi del petrolio negli anni 70 costringendo i dirigenti europei a fare delle concessioni con i paesi produttori arabi...

http://it.wikipedia.org/wiki/Eurabia

La responsabilità de La Destra
Tra gli appunti che ho riletto sulla Filosofia del partito (LA DESTRA), trovo questa affermazione:

“Solo attraverso un’Europa forte che sappia porsi come interlocutore principale nel pianeta si potranno arginare e scongiurare i rischi di un conflitto di civiltà che sembra emergere ogni giorno di più tra le piaghe del terrorismo ed il disordine mondiale oggi imperante”...Si ribadisce l’impegno contro ogni focolaio di fondamentalismo...al fine di creare un modello di ordine nel mondo atto a garantire giustizia, prosperità e armonia tra i popoli e nazioni diverse...

Ma verso dove sta andando l’Europa che vogliamo per i nostri figli? Quale piano, quale azione intraprendere finchè non muoia questa Europa concepita sulle basi democratiche, tradizione cristiana e le libertà individuali?

“Loro vogliono guidare macchine occidentali, vivere in case con invenzioni occidentali, volare in aereo, vogliono il lato materiale dell’Occidente, ma negano i nostri valori occidentali...”

Forse anche noi abbiamo dimenticato i nostri valori?  O forse loro hanno una idea più chiara della nostra?.....

Credo che la soluzione non passa per uno scontro tra culture e religioni, ma nel riaffermare e rivendicare i nostri valori assoluti, raggiunti dopo secoli di lotte, di battaglie, insomma di sangue e, anche,  nella risolutezza di non “negoziare”  o “concedere” mettendo in gioco i principi che la nostra civilizzazione possiede.  E questa è anche una battaglia che incomincia individualmente,  per poi estendersi alle istituzioni...ai governi ... ai paesi ...

La Destra, è stata, come partito politico nelle ultime elezioni, l’unico, non solo ad individuare questo pericolo, sino anche ad alzare la voce, a denunciare senza chiedere scuse le contradizioni di una letterale invasione su tutti i livelli.

Credo anche che sia imperioso continuare nella stessa tessitura, alzando la voce contro questo nemico del presente con la stessa grinta con la quale si è sempre battuta contro i nemici del passato.

Non scarto che le mie conclusioni possano essere “soggettive” e non tanto accurate, credo però che colui che decida di investigare a fondo il tema resterà convinto e, allo stesso tempo perplesso, dal breve tempo in cui tutto ciò sia accaduto.

Il mio grande dubbio dopo che ci penso è: Troppo tardi?... Saremo ancora in tempo? O resteremo soltanto in attessa di vedere San Pietro e St. Paul Cathedral cambiare la croce per la mezza luna? ...

* Susana Luján Crea - Italia chiama Italia

Consigliere Com.It.Es. Circoscrizione Consolare di Barcellona, Candidata alla Camera dei Deputati per La Destra, Circoscrizione Estero, Rip. Europa




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 26/9/2008 alle 10:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


26 settembre 2008

Siria al bivio per la propria sopravvivenza politica. Vincerà il partito filo-russo o quello dei mullah?

 

LA SIRIA CERCA MOSCA. PER RIPUDIARE TEHERAN.

di Kritikon

Hisham al-Labadani
, parente e collaboratore del segretario generale di Hamas “sarebbe” stato tratto di forza fuori della propria auto per poi essere freddato da suoi assalitori.
I mass media arabi mettono quest'assassinio in correlazione molto stretta con quello del generale Sleiman, il capo della sicurezza personale di Bechar Assad.
Tutto ciò andrebbe più precisamente inquadrato nel contesto di una sordida guerra interna al regime siriano, guerra che vede contrapposti i partigiani di un cambiamento delle alleanze ed i fautori della prosecuzione dell’attuale alleanza con i mullah.
Benché Mechaal sia un alleato di Teheran, quest'assassinio è chiaramente un messaggio diretto proprio a lui, e non certo a Teheran.

Vediamo perchè.

Ai primi di agosto, proprio mentre il presidente Siriano Assad si trova a Teheran per incontrare lo scomodissimo alleato, il generale Sleiman, responsabile della sua sicurezza personale viene eliminato.
Gli assassini così facendo recapitano al presidente siriano un messaggio che anche uno sprovveduto sarebbe capace di leggere.
Nell’occasione agli osservatori inrenazionali non sfugge certo il particolare che, mentre Assad riparte da Teheran con un’aria a dir poco dimessa (hanno pur sempre eliminato il suo amico ed uomo di fiducia) , il suo interlocutore iraniano appare sorridente e pontificante come non mai.
Gesti ampi e luminosi distanti anni luce dalla preoccupazione del proprio alleato.
Non può certo bastare la comune linea di accusa, invero piuttosto arruffata: evocare l'omicidio per accusare come sempre Israele

Alcuni addetti ai lavori (i più ottimisti) non hanno tardato a cogliere un specifico significato dell'assassinio. E più esattamente quello di fissare un limite preciso alle aperture criptate (e nemmeno tanto) della Siria verso le richieste occidentali.

Altri, forse più pragmatici hanno rilevato nell’indiscutibile “messaggio” (chiamiamolo così) un ammonimento a Damasco a temperare le proprie pulsioni di “emanciparsi da Teheran” (più che di dialogare con l’Occidente).
Questo tentativo di “riqualificazione” nel binomio fortemente asimmetrico (a favore dell’Iran) per Damasco è zeppo di rischi.
E questo non solo perchè Teheran fornisce gratuitamente (e questa parola, gratis, è essenziale) petrolio ed armi alla Siria. Una Siria, detto per inciso che, senza queste forniture sarebbe sul baratro economico.
Una Siria, aggiungo senza timore di smentite, che nella regione conterebbe poco meno del due a scopa se non ci fossero gli alleati per eccellenza di Teheran: Hamas ed Hizbullah.

Ma c’è un problema.

I fiori all’occhiello di Teheran, Hamas ed Hizbullah cominciano ad avere un costo politico sempre più elevato. La Siria si cala in un progressivo isolamento diplomatico che non viene neanche lontanamente surrogato dai servi di Dio.
Di più. Damasco ha progressivamente visto sfuggire la saldissima presa sul Libano e, di converso, non ha progredito di un’acca nel contenzioso con Israele per il Golan.
Assad si è allora voltato verso la Russia. Vecchia alleata dei tempi di Kossighin.
Mosca, che sta scoprendo un nuovo imperialismo non socialista, possiede importanti riserve naturali, tiene per la collottola l’Occidente molto più dell’Iran con il ricatto energetico e, per di più, è in grado di fornire un invidiabile catalogo dei migliori armamenti del mondo che renderebbero la Siria un interlocutore, come dire, “necessario” per Israele.
Non è dunque un caso che il 20 agosto (due settimane dopo la visita a Teheran) Assad, lasciatosi alle spalle lo sghignazzante Ahmadinejad, sia partito per Mosca per incontrare Medvedev.
Assad non ha rilasciato dichiarazioni significative ma, il linguaggio della cripto-diplomazia insegna, non gli sono di certo mancati validi argomenti per riallacciare le fila con gli storici alleati del partito Baath siriano.

La Russia, da parte sua, ha piena coscienza dell’importanza strategica della Siria nello scacchiere Mediorientale e, soprattutto, la ghiotta occasione di poter finalmente recuperare un prezioso pied-à-terre sul Mediterraneo.
Sarà un caso che 3 giorni dopo quest’incontro fra Assad e Medvdev, il 23 agosto, al largo del porto siriano di Tartous vada a zonzo un imponente contingente navale russo, guidato dalla portaerei Admiral Kuznetsov e dal più importante lanciamissili russo, il Moskva. Discretamente accompagnati da almeno quattro sommergibili dotati anch'essi di armamenti nucleari?
La contropartita comune sarebbe, dunque, il monopolio politico militare della regione tramite i collaudatissimi strumenti di Hamas ed Hezbollah, nel frattempo strappati dall’influenza degli ingombranti mullah.
Questa è la lente attraverso la quale andrebbe letto il ventilato assassinio di Hisham al-Labadani, segretario del capo del politburo di Hamas.

Anche qui, in linguaggio cripto-diplomatico, un leggibilissimo avvertimento indirizzato a Khaled Mechaal, grande amico dei mullah.
Si fosse trattato di un omicidio perpetrato dai servizi israeliani, le denunzie del Hamas e di Teheran avrebbero saturato l’etere sino alla nausea.
Ma sia gli uni che gli altri sono rimasti muti!
La preoccupazione di Teheran è ancora più giustificata: è forse la fine del sogno di un ruolo regionale dei mullah.
Sia Khaled Mechaal che il suo compare Nasrallah, capo dello Hezbollah, vivono in Siria. Rifugio blindato ai tempi della guerra del Libano.

Ma oggi è un altro giorno.

I due alfieri della dittatura sciita avrebbero poco da scegliere nel caso della vittoria della fazione antiraniana: o la morte o l’evoluzione filosiriana dei loro rispettivi apparati militari.
E che a Damasco sembri avere più successo la balalaica russa piuttosto che il tar iraniano, è sintomo che sul palcoscenico mediterraneo ci si appresti a suonare una nuova musica.
Non a caso Assad ha sottolineato questa sempre più malcelata volontà facendo annunciare da parte di Walid Moallem, ministro degli esteri, la propria decisione di iniziare negoziati diretti con Tel Aviv, a prescindere dai risultati delle prossime elezioni israeliane.
Roba da far morire di orticaria Khatami, Ahmadinejad e Rafsanjani messi assieme!
Aggiungiamoci che intanto Tzipi Livni si insedia nel posto giusto, al momento giusto
Ed un pensiero corre spontaneo.

Mi sa che Ahmadinejad non ride più….


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