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29 settembre 2008

Germania: suicida il «boia di Bassano»

 Ecco il boia di Bassano



Si chiamava Karl Franz Tausch, ha 85 anni, viveva in una villetta a Langen, in Assia. È autore di una delle più orribili stragi naziste: 31 giovani impiccati agli alberi del corso centrale di Bassano del Grappa il 26 settembre 1944. Lui e gli altri responsabili, tedeschi e italiani, non sono mai stati processati



L'immagine rimarrà indelebile nella storia degli eccidi nazisti in Italia. La foto ritrae trentuno corpi di giovani senza vita che penzolano dagli alberi del lungo viale di Bassano del Grappa. Un impiccato per ogni albero, con i piedi, per alcuni, a pochi centimetri dal suolo.



Appesi a piante che appaiono dei grandi funghi.



Le mani legate dietro, davanti, sul petto, un cartello con la scritta "bandito". Lasciati lì, appesi per venti lunghe ore in segno di spregio e per terrorizzare la popolazione.



Italiani che impiccano italiani al comando di un vicebrigadiere delle SS, Karl Franz Tausch foto Barbara


I fantasmi lo devono avere visitato ogni notte, per 64 anni. Fino a giovedì scorso, quando ha impugnato la pistola e si è sparato. Karl Franz Tausch, in Italia conosciuto come «boia di Bassano », non si è però probabilmente pentito nemmeno l'ultimo giorno: nella lettera che ha lasciato non c'è alcuna ammissione delle sue responsabilità in una delle stragi più crudeli commesse dalla Wehrmacht in Italia: 31 ragazzi impiccati ognuno a un albero di tre viali di Bassano del Grappa il 26 settembre 1944. Anzi, anche alla fine, a quasi 86 anni, Tausch ha accusato, come faceva da giovane con i partigiani: questa volta i giornali italiani che lo avrebbero perseguitato. Eppure, le sue responsabilità sembrano ormai accertate, grazie al lavoro del Centro Wiesenthal, di tre storici italiani che hanno ricostruito quei giorni tragici, di un giornalista del settimanale l'Espresso che ha rintracciato Tausch lo scorso luglio.

«Difficile dire cosa gli abbia provocato lo shock di essere scoperto — diceva ieri sera Sonia Residori, una dei tre ricercatori che hanno lavorato sul caso —. Probabilmente è saltato il tappo sotto il quale aveva compresso tutti i crimini che aveva commesso. Mi ha molto colpito il fatto che si sia ucciso con un colpo di pistola alla testa, alla maniera nazista». Nato nel 1922 da una famiglia tedesca in una località dei monti Sudeti, Cecoslovacchia, nel 1943 era entrato nella Wehrmacht e nell'autunno dell'anno dopo, a guerra ormai perduta per la Germania, era vicebrigadiere nella zona del Monte Grappa, agli ordini dell'SS—Obersturmführer Herbert Andorfer. All'interno di un'operazione ordinata dal comando tedesco — che alla fine portò all'uccisione di 264 partigiani nella zona — Andorfer fece affiggere nelle vie di Bassano manifesti dove prometteva ai giovani che erano fuggiti nelle campagne per timore dei rastrellamenti che se si fossero consegnati non sarebbero stati uccisi ma usati per lavori civili al servizio dell'esercito tedesco.

In realtà, si trattava di un tranello: 31 dei ragazzi che si consegnarono furono impiccati con cavi collegati a un camion: secondo testimoni, a dirigere l'operazione, aiutato da giovani fascisti italiani, fu Tausch. I corpi penzolanti furono lasciati esposti per 20 ore. Per la strage, l'uomo non ha mai pagato. «E nemmeno per altri crimini che commise in Emilia e Toscana», dice Residori. Nel 1947 fu condannato a vent'anni dal tribunale di Brno ma per collaborazionismo con i nazisti. Ne scontò solo sette e a metà anni Cinquanta si trasferì in Germania. Fece diversi lavori, cambiò città, negli anni Sessanta fu interrogato dalle autorità tedesche: ma non fu mai chiamato a giudizio.

Fino a quando, tre storici italiani — Sonia Residori, Lorenzo Capovilla, Federico Maistrello — non hanno trovato a Londra documenti che accusano gli uomini di Andorfer (morto nel 2003) della strage. A quel punto, la procura militare di Padova ha aperto un'inchiesta su Tausch e sul suo comandante (ora passata a Verona). E, lo scorso luglio, il giornalista dell'Espresso Paolo Tessadri lo ha scovato in una villetta della cittadina nella quale ha vissuto per decenni, ai Langen, nell'Assia, non lontano da Francoforte. Tausch, che con il giornalista italiano si era rifiutato di parlare, poche ore prima di morire ha dato un'intervista al quotidiano Frankfurter Rundschau. Sosteneva di essere innocente e di essere perseguitato dai giornali e dai ragazzini italiani di Langen che tiravano pietre contro casa sua. Il giorno stesso in cui l'intervista è andata in edicola, si è suicidato: era la vigilia dell'anniversario della strage di Bassano del Grappa.


29 settembre 2008

Se vengono precluse le vie democratiche

 

Evelyn Gordon

Si è registrata negli ultimi tempi un’ondata di attacchi da parte di coloni ai danni sia di palestinesi che di soldati israeliani. Non si tratta di violenze casuali, ma di una politica calcolata. L’obiettivo, dicono gli attivisti, è quello di “far pagare un prezzo” ogni volta che viene smantellato un avamposto o una parte di un insediamento, con l’idea di persuadere le autorità che i vantaggi dello smantellamento degli insediamenti non valgono gli svantaggi. Benché solo una minoranza dei coloni sostenga questa tattica, il numero è in crescita e gli addetti alla sicurezza ritengono che le violenze non potranno che aumentare.
Si tratta di un fenomeno che nessuna società può tollerare e la necessaria risposta deve chiaramente comprendere un’azione più severa per far rispettare la legge.
Ciò nondimeno l’applicazione della legge da sola non basta per risolvere il problema sottostante: che è dato dal fatto che un crescente numero di coloni è giunto alla conclusione che l’azione per via democratica è inutile, il che apre la strada alla violenza come unica opzione logica. Sembra scandaloso? Certo che lo è. Ma si considerino i fatti seguenti.
Nel 1993 la Knesset approvò gli Accordi di Oslo sebbene Yitzhak Rabin avesse vinto le elezioni, l’anno prima, promettendo che non vi sarebbero stati negoziati con l’Olp. La successiva impennata di attentati terroristici disilluse molti sostenitori di Oslo, per cui la destra intravide una concreta possibilità di sconfiggere nel 1995 gli Accordo Olso Due. Così la destra fece esattamente ciò che ci si aspetta da ogni buon democratico: fece opera di convincimento sui parlamentari laburisti e dello Shas e riuscì a guadagnare abbastanza voti per vincere. Finché Rabin, facendosi beffe delle regole, comprò apertamente il voto di due parlamentari eletti in una lista di estrema destra assicurandosi in questo modo una maggioranza di 61 a 59. E giacché l’offerta di contropartite (un posto di ministro e di vice ministero, con tutti i relativi benefici finanziari) era allora vietato dalla legge, usò la sua maggioranza appena comprata per emendare la legge e poter così saldare il debito.
Quel che è peggio, questo pervertimento del meccanismo democratico godette del sostegno monolitico di giornalisti, parlamentari di sinistra, accademici e altri autoproclamati campioni dello stato di diritto. La lezione era ovvia: stare alle regole del gioco democratico non serve perché l’altra parte non si fa scrupolo di scavalcarle quando le conviene. Non è un caso se il peggiore incidente di violenza politica della storia di Israele, l’assassinio di Rabin, sia avvenuto giusto un mese dopo. Se le alternative democratiche vengono precluse, la violenza diventa la sola risorsa. E qualcuno inevitabilmente vi fa ricorso.
Facciamo un salto in avanti alle elezioni del 2003, quando i laburisti si battevano per il ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza mentre Ariel Sharon, del Likud, faceva campagna contro questa idea. Di nuovo la destra fece ciò che ogni buon democratico deve fare: votò in massa per Sharon ed ebbe successo: il Likud ottenne una vittoria schiacciante. Undici mesi più tardi Sharon fece dietro-front e adottò l’idea dei laburisti. Tuttavia offrì una scappatoia democratica: un referendum interno nel Likud. Così la destra, ancora una volta, fece ciò che ci si aspetta da un buon democratico: andò a raccogliere i voti porta a porta fra i membri del partito, e ancora una volta ebbe successo: benché i sondaggi prevedessero una facile vittoria per Sharon, il suo piano fu sconfitto 40 contro 60%. Ma Sharon ignorò il verdetto del suo partito, nonostante di fosse impegnato ad onorarlo. E si rifiutò anche di sottoporre il suo piano a un più ampio test democratico, con nuove elezioni generali o con un referendum nazionale. E naturalmente queste sue scelte furono applaudite dagli autoproclamati campioni di democrazia di tutta la sinistra.
Dunque la destra, che aveva ottenuto due vittorie democratiche, nelle elezioni del 2003 e nel referendum del Likud, dovette prendere atto che entrambe risultavano del tutto prive di valore. Quando Sharon gettò nel cestino i risultati del referendum, gli attivisti di destra protestarono inscenando blocchi stradali un po’ in tutto il paese: cosa che, benché illegale, costituisce una pratica ben consolidata nella tradizione di molte democrazie, compresa quella israeliana. Il sindacato Histadrut, ad esempio, organizzò blocchi stradali per protestare contro il programma di emergenza economia del 2003; associazioni dei disabili che chiedevano un aumento dei fondi paralizzarono la capitale bloccando tutte le strade principali. Ma né i sindacalisti né gli attivisti disabili vennero arrestati. Viceversa gli attivisti anti-disimpegno da Gaza furono arrestati in quantità e trascorsero lunghi periodi agli arresti. Anche qui la lezione era chiara: gli attivisti di destra sarebbero stati arrestati per aver fatto ricorso a tattiche che altri potevano usare impunemente. In breve, la democrazia non è un campo neutro e alle sue regole è del tutto inutile.
La sinistra spesso ribatte che, quand’anche venissero rigorosamente rispettate tutte le regole del processo democratico, i coloni non ne accetterebbero comunque il risultato. Sarà forse vero per una minuscola minoranza, ma certamente non lo è per la grande maggioranza, come si è visto durante la premiership di Ehud Barak. Barak vinse le elezioni nel 1999 promettendo un ritiro unilaterale dal Libano e negoziati con i palestinesi sulla soluzione definitiva. E puntualmente si è ritirato dal Libano nel maggio 2000 e ha offerto ampie concessioni ai palestinesi a Camp David. Aveva una chiaro mandato democratico sia per il ritiro sia per i negoziati. Inoltre la Knesset, per una volta, assolse il suo compito democratico in modo appropriato: obbligandolo a indire elezioni anticipate, permise all’elettorato di approvare o respingere le specifiche concessioni avanzate a Camp David e successivamente a Washington e a Taba. E, miracolo dei miracoli, non ci fu praticamente nessuna opposizione violenta, sebbene la destra fosse totalmente contraria sia a quel ritiro che a quei negoziati. Messi di fronte a un autentico mandato democratico e ad un autentico processo di ratifica, i coloni hanno rispettato le regole del gioco democratico. Purtroppo la premiership di Barak costituì in questo senso un’eccezione. Si poteva pensare che lo stravolgimento delle regole durante il mandato di Rabin rimanesse un caso isolato, ma Sharon ha dimostrato il contrario.
Ecco perché un numero sempre più alto di coloni, soprattutto giovani, non ha più fiducia nel processo decisionale democratico. A che serve vincere le elezioni se il risultato verrà semplicemente ignorato? A che serve fare campagna presso i parlamentari se qualunque successo verrà ribaltato dalla compravendita di voti?
Probabilmente è troppo tardi per cambiare la testa di quelli che oggi fomentano la violenza. Ma se non vogliamo che i loro ranghi si infoltiscano, dobbiamo ripristinare la fiducia delle giovani generazioni nella democrazia. Un passo in questo senso potrebbe essere la legge attualmente in discussione che prescrive un referendum, elezioni o almeno una maggioranza di due terzi della Knesset per cedere territorio israeliano. Ma altrettanto importante è cambiare la cultura politica del paese, e questo potrà avvenire soltanto se tutti i giornalisti, gli accademici, i giuristi e i parlamentari che proclamano ad alta voce la loro dedizione alla democrazia smetteranno di insabbiare le aberrazioni che ne vengono fatte in nome della “pace”, esigendo piuttosto il rigoroso rispetto delle regole del processo decisionale democratico anche quando i risultati sono contrari alla loro parte politica. Altrimenti rischieremo di assistere a un allargamento del circolo della violenza che nessuna azione repressiva riuscirà a spegnere.

(Da: Jerusalem Post)

Nella foto in alto: Una manifestazione di “Pace Adesso“ a Hebron


29 settembre 2008

BANCA LADRONA - I COMUNI RISCHIANO IL BOTTO E TREMONTI INTERVIENE

 

SCHIAFFO DI GIULIETTO ALLE BANCHE:
AZZERATI I DERIVATI PIU' PERICOLOSI SOTTOSCRITTI DAI SINDACI NEL
2007…



La mina derivati negli enti locali sta per esplodere e il ministro
dell'Economia, Giulio Tremonti, si affida alla Ragioneria dello
Stato. Gli sceriffi dei conti pubblici, guidati da Manlio Canzio,
hanno passato al setaccio una valanga di contratti di swap
sottoscritti dai comuni con le banche nel 2007, quando ai city
manager era ancora possibile "giocare" con la finanza spericolata.

Una indagine assai accurata, al termine della quale il Dipartimento
di via Venti Settembre ha rilevato una raffica di irregolarità nelle
operazioni finanziarie degli enti. Di qui la decisione di mettere
nell'angolo le banche - spesso accusate di speculare sulle
difficoltà finanziarie di comuni, province e regioni -
costringendole ad annullare le operazioni più pericolose.

L'attività della Ragioneria dello Stato sul fronte dei titoli
derivanti nella contabilità degli enti locali è descritta nella
relazione annuale dell'ispettorato generale di finanza. Canzio è
sceso su un terreno minato. I sindaci degli 8mila comuni italiani da
parecchi anni ormai fanno ricorso a operazioni finanziarie
complesse. La ragione è spiegata nella stessa relazione di via Venti
Settembre, che in parte punta il dito contro le riforme, approvate
nelle scorse legislature senza tener conto degli effetti
collaterali.

«A fronte di una espansione dei compiti loro attribuiti - si legge
nel report del ministero - gli enti locali hanno progressivamente
visto ridursi le proprie disponibilità finanziarie in termini
reali». I nodi, dunque, sono venuti subito al pettine: «Di
conseguenza, la crisi di liquidità che ha sospinto gli enti
territoriali a un recupero finanziario affidato a un più consistente
ricorso al debito che, negli ultimi tempi, ha segnato livello
crescenti».

Per andare a caccia di denaro, dunque, i derivati sono apparsi la
strada più semplice da percorrere. E in teoria «le operazioni in
derivati (swap, ecc. ) rispondono all'esigenza di fornire adeguata
copertura al rischio finanziario delle operazioni di indebitamento
concluse». Ma i pericoli sono dietro l'angolo.

E pure la Ragioneria - in passato lo ha già fatto la Corte dei
conti - mette in luce, in un passaggio della relazione, il ruolo
delle banche: «Numerosi enti locali, stimolati dagli istituti di
credito hanno deciso di addivenire a una rinegoziazione della
propria massa debitoria, agganciando la stessa a un'operazione in
strumenti derivati, conclusa nella quasi totalità dei casi nella
forma del contratto di interest rate swap».

Contratti che, però, in più di una occasione sono stati sottoscritti
in violazione dei paletti legislativi posti negli ultimi anni. È
stata messa in piedi, perciò, una task force dalla Ragioneria e dal
Tesoro (direzione debito pubblico). Il gruppo di esperti ha messo
sotto la lente di ingrandimento accordi e operazioni realizzate lo
scorso anno e ha avviato un confronto con le principali banche
attive nel campo della finanza locale.

«Dalle prime risposte pervenute è emersa la disponibilità da parte
delle società che hanno proposto le operazioni di swap a modificare
quelle cosiddette illegittime» si legge nel dossier di 178 pagine
della Ragioneria. Le correzioni riguarderanno, in sostanza, le
condizioni e opazioni più pericolose infilate dalle banche nei
contratti , ma in violazione del giro di vite messo sul piatto
dall'ex ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. 

Francesco De Dominicis "LiberoMercato"


29 settembre 2008

La risiera di San Sabba

 



Collocazione:
alla periferia di Trieste, in direzione della Slovenia

Città nelle vicinanze: Trieste

Dopo che la Repubblica Sociale Italiana ebbe passato sotto la responsabilità tedesca i territori del "Litorale Adriatico" (con le province di Udine, Trieste e Fiume) si accentuarono le operazioni di polizia delle organizzazioni naziste. Alla periferia di Trieste, in un vecchio stabilimento per la pilatura del riso (la Risiera, appunto) i nazisti impiantarono un campo di concentramento dove italiani, sloveni, croati - oppositori politici, ebrei o semplici "sospetti" - vennero rinchiusi, torturati e anche uccisi. Si calcola che di qui transitarono circa 25.000 persone (di queste si conosce con certezza il nome di poche centinaia). La Risiera fu l'unico campo italiano nel quale fu installato un forno crematorio, per l'eliminazione dei corpi delle molte vittime. Il numero esatto delle vittime di questo campo non lo si conoscerà probabilmente mai: certamente furono diverse migliaia.
La macchina dello sterminio funzionò a pieno ritmo fino alla fine della guerra: il 29 aprile, mentre le armate tedesche erano in fuga, gli ultimi prigionieri furono liberati e il forno crematorio fu fatto saltare con la dinamite, per cancellare ogni traccia degli orrendi delitti commessi qui dalle SS.
Nel dopoguerra la Risiera fu a lungo dimenticata, e la stessa esistenza di un campo di sterminio qui fu talora negata. Un incendio doloso distrusse molte delle strutture ancora in piedi. L'edificio è stato dichiarato monumento nazionale nel 1965. Nel 1976, infine, arrivò a termine un lungo processo, fortemente voluto dall'associazione degli ex deportati: i responsabili del campo furono condannati a severe pene (anche se continuarono a vivere tranquillamente in libertà in Germania).

Oggi. La Risiera è stata restaurata secondo le indicazioni uscite da un concorso internazionale. Purtroppo sono andati perduti i graffiti - di cui rimangono alcune vecchie fotografie - tracciati sui muri dai deportati. Una lastra scura indica l'area esatta sulla quale sorgeva il forno crematorio. Il Museo è disponibile per l'organizzazione di visite guidate.

Per saperne di più:

Il sito dell'ANED


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29 settembre 2008

Francia e Russia: nonostante l'agosto 2008, ottimi rapporti

 

L'impressione data dalla Francia di Nicolas Sarkozy, nell'agosto 2008, è stata quella di una nazione troppo schiacciata su posizioni vicine a quelle, criticabili, dell'amministrazione statunitense. La crisi russo-georgiana è stata l'ennesimo episodio che ha visto l'avanzare di una pericolosa divisione interna all'Europa (quella vera, non la pseudo-Europa conosciuta come Unione Europea) e l'atteggiamento francese è stato eccessivamente sbilanciato verso la parte sbagliata (si veda, tra l'altro, le affermazioni del presidente francese, sul superamento di Yalta, quando, allo stato attuale, è proprio un mondo multipolare a garantire "spazi" di sovranità nazionale e di libertà, che il regime mondialista di certo non garantirebbe).

Adesso però arrivano un paio di notizie che riequilibrano un po' il tutto, permettendo di non sfilacciare troppo il continente europeo:

  • La francese Total e la russa Gazprom hanno in questi giorni firmato un accordo energetico in Bolivia, alla presenza del presidente Evo Morales. L'accordo punta al rilevamento di nuove fonti di gas naturale e alla costruzione di raffinerie nel Paese sudamericano.
  • Il primo ministro francese, François Fillon, nei giorni passati, si è recato a Mosca, dove ha ribadito la necessità di una forte collaborazione tra Unione Europea e Russia. Secondo Fillon, Francia e UE devono rafforzare il partenariato col Governo di Mosca, al fine di raggiungere gli obiettivi della pace e della sicurezza.

Diciamo che questo dovrebbe essere il "quotidiano" nei rapporti con Mosca, non lo "sbraitare agostano"...

  • Dall'articolo "Total et Gazprom s'associent en Bolivie" (Agence France Presse, 18 settembre 2008):


La compagnie d'état bolivienne YPFB a annoncé aujourd'hui un accord avec le français Total et le russe Gazprom pour investir 4,5 milliards de dollars dans l'exploration de gaz naturel dans le sud-est du pays andin.

L'accord, qui a été signé en présence du président Evo Morales et de représentants de Total et Gazprom, stipule que la co-entreprise investira 4,5 milliards de dollars pour explorer des gisements et construire des raffineries.

"Nous sommes à une époque nouvelle, nous avons besoin d'investisseurs pour chercher des solutions aux problèmes énergétiques", a déclaré le chef de l'Etat bolivien en soulignant que "les contrats seront bien respectés".

  • Dall'articolo "Fillon veut renforcer le partenariat avec la Russie" (Le Nouvel Observateur, 20 settembre 2008):


Vladimir Poutine et François Fillon appellent de leurs voeux un partenariat plus étroit entre l'Union européenne et la Russie, dont les relations sont mises à mal par la crise géorgienne.
Le Premier ministre français est arrivé dans la soirée du vendredi 19 septembre à Sotchi, lieu de villégiature de son homologue russe sur les bords de la mer Noire, pour le 13e séminaire gouvernemental franco-russe.
François Fillon arrivait de Rome, où il s'est entretenu avec Silvio Berlusconi de la crise dans le Caucase et des autres grands dossiers de la présidence française de l'UE, notamment.
"Nous attachons une très, très grande importance au renforcement du partenariat entre l'Union européenne et la Russie, et singulièrement entre la France et la Russie", a dit le Premier ministre français en préambule d'un entretien avec Vladimir Poutine dans sa résidence officielle.
"La Russie doit jouer un rôle essentiel pour la stabilité du monde", a-t-il souligné.


Poutine salue la ténacité de Sarkozy

"Plus l'Europe et la Russie se parleront, plus elles entretiendront des relations confiantes, plus elles auront des liens économiques étroits, plus la stabilité et la paix seront faciles à construire", a affirmé François Fillon.
"Je suis absolument d'accord", a répondu Vladimir Poutine, soulignant "la grande responsabilité" qui incombe à la France à la tête de l'Union européenne.
Le chef du gouvernement russe a salué la "ténacité", le "talent diplomatique" et la "patience" de Nicolas Sarkozy dans la négociation des accords des 12 août et du 8 septembre sur le conflit entre la Géorgie et la Russie.
"Grâce à lui, beaucoup a été fait au Caucase", a-t-il dit.
De nouveaux entretiens sont prévus samedi entre François Fillon et Vladimir Poutine dans le cadre du séminaire franco-russe.
euro-holocaust


29 settembre 2008

UK: Servizio segreto MI6 recluta personale su Facebook

 

Info MI6 Wikipediahttp://en.wikipedia.org/wiki/MI6

(ANSA) - LONDRA, 28 SET - I servizi segreti britannici Mi6 reclutano personale su Facebook, il sito sociale cui sono iscritti milioni di persone in tutto il mondo. Lo ha detto il ministero degli Esteri a Londra. L'MI6 - o Secret Intelligence Service, servizi di informazione dall'estero - sta pubblicando da qualche settimana annunci su Facebook...
 
Leggi
http://it.notizie.yahoo.com/ansa/20080928/ttc-gb-servizio-segreto-mi6-recluta-pers-f6763c2.html

Servizi segreti di sua Maesta' cercano nuovi 007 su Facebook

Leggi
http://www.la7.it/news/dettaglio_news.asp?id_news=76564&cat=cronaca

MI6 pokes Facebook for new spy recruits

Leggi
:
 
http://news.yahoo.com/s/afp/20080928/wl_uk_afp/britainintelligencesecurityinternetfacebook_080928145950

Is Real James Bond On Facebook?

Leggi
:
 
http://uk.news.yahoo.com/skynews/20080928/tuk-is-real-james-bond-on-facebook-45dbed5.html


29 settembre 2008

“CPA DI CAGLIARI: CLANDESTINI IN RIVOLTA”

 


Pochi giorni fa 87 clandestini algerini hanno dato vita ad una violenta protesta nel centro di prima accoglienza (Cpa) di Elmas, in provincia di Cagliari.

La manifestazione di protesta, iniziata durante la notte poco prima dell’una, è durata sino alle tre e solo grazie all’intervento di carabinieri e polizia la situazione è tornata alla normalità verso le cinque. Il secondo piano del Cpa di Elmas, che ospitava i clandestini algerini, è attualmente inagibile: sono state infatti infrante le finestre, i tavoli, le porte, lanciati fuori i materassi e devastata l’infermeria dalla quale sono stati portati via strumenti e farmaci.

Il Cpa è un Centro di prima accoglienza e di ristoro per i clandestini, ma poi questi devono essere trasferiti ed a quanto pare sarebbe questo il motivo della protesta, ovvero i clandestini non volevano più restare nella struttura sarda. Ed infatti già è iniziato il trasferimento degli algerini, in un centro di espulsione ed identificazione della Penisola. Secondo i testimoni tra i manifestanti non sono stati segnalati feriti e neppure sono stati presi provvedimenti nei loro confronti per i danni.

Polizia e carabinieri infatti hanno dichiarato che decideranno eventuali azioni giudiziarie solo dopo un’attenta visione dei filmati delle telecamere.

Intanto il Sindacato italiano appartenente alla polizia ( Siap) con il segretario nazionale, Massimo Zucconi Martelli, ha chiesto con urgenza che venga chiarita la situazione del Cpa di Elmas dove lavorano solo otto operatori delle Forze dell’Ordine, a fronte di oltre un centinaio di immigrati presenti.

Non solo li sfamiamo, diamo loro un ricovero ma non basta ai clandestini che vorrebbero assoluta libertà di girare per l’Italia senza controllo alcuno. In poco tempo si sistemerebbero più che bene fra rapine, prostituzione e furti in ville.

E pensare che basterebbe non lasciarli entrare in Italia, ma qualsiasi governo che si succede è troppo buono, caritatevole, mai proibirebbe l’entrata di un immigrato, tutti possono entrare e fare i loro comodi, tanto chi paga è sempre Pantalone. Ma se si pensasse a quante persone sono morte a causa di immigrati ubriachi sarebbe ora di chiudere le porte e mandare a casa loro gli ospiti indesiderati.

ERCOLINA MILANESI


29 settembre 2008

Israele deve far pace con se stesso

 

A partire da stasera, per due giorni gli ebrei festeggiano il nuovo anno, il 5769° del calendario biblico. Nonostante lo scambio degli auguri e il fatto che in Israele i due giorni sono ormai diventati giorni di giorni di vacanza fuori casa per una larga parte della popolazione, per gli osservanti della tradizione la ricorrenza non è festiva ma l’inizio di 10 giorni di introspezione e confessione dei peccati culminante nel digiuno del Kippur quel «giorno del perdono» in cui il tribunale celeste conferma le sorti di tutti gli esseri viventi per i prossimi 12 mesi: chi vivrà, chi morirà, chi avrà pace, fortuna e chi no.
È anche l’occasione per passare dal privato al collettivo e per i politici sottomettersi al giudizio dell’opinione pubblica a cominciare dal premier dimissionario Olmert il quale forte della prassi locale continua ad agire con pieni poteri. Questi potrebbero estendersi a sei mesi se il nuovo leader del partito Kadima Zipi Livni non riuscisse a formare un nuovo esecutivo e l’elettorato fosse chiamato a elezioni anticipate. Le sfide che Israele ha dovuto affrontare nell’anno che finisce sono state grandi: la minaccia atomica iraniana e il rifiuto americano di autorizzare una operazione preventiva contro di essa; l’impasse nei negoziati coi palestinesi, i rapporti ambivalenti con la Siria e gli Hezbollah del Libano che hanno ottenuto uno scambio leonino di loro prigionieri contro cadaveri di militari israeliani; il risveglio del nazionalismo arabo in Israele e la radicalizzazione del movimento dei coloni decisi a difendere la loro presenza nelle zone occupate anche contro l’esercito e i loro concittadini difensori della pace con uno Stato palestinese. Queste sfide hanno appannato i successi dei 12 mesi passati, la celebrazione del 60° anniversario della creazione dello Stato, il continuato sviluppo economico, tecnologico e scientifico; la riforma delle forze armate e della difesa civile dopo la mancata vittoria nella seconda guerra del Libano; la cessazione dei bombardamenti missilistici da parte dei palestinesi di Gaza; la riuscita operazione militare e politica contro l'erigenda base nucleare siriana; l’elevazione del livello dei rapporti con la Comunità europea, il miglioramento dei rapporti con l’Egitto più impegnato nella lotta contro il contrabbando di armi dall’Egitto a Gaza, la riduzione dell’80% degli attacchi terroristici, l’impegno di ambo i candidati alla Casa Bianca e dei governi di Francia, Inghilterra, Italia e Germania alla difesa e allo sviluppo economico dello Stato.
Tutto questo non ha però inciso sullo sconforto di una vibrante democrazia che dopo 60 anni vede ancora il suo diritto all’esistenza contestato, i suoi confini e la sua capitale non internazionalmente e la sua identità nazionale indebolita. Sono problemi di non facile soluzione che attendono l’emergere di una nuova coraggiosa dirigenza capace non soltanto di guidare il Paese in una nuova crisi militare ma di comprendere che non si può raggiungere la pace con gli altri se prima non si comprendono e correggono le cause della mancata pace con se stessi.
R. A. Segre


29 settembre 2008

Parlare senza parole, in battaglia

 

Le forze armate USA vogliono comunicare con la sola forza del pensiero. E lavorano ad un dispositivo in grado di trasformare l'impossibile in possibile. Spalleggiati da gamer entusiasti
 
 
Al centro di una giungla intricata, il plotone aperto a ventaglio attende il momento giusto per far scattare la trappola contro i nemici. Ad un cenno del capo del comandante tutti gli uomini scattano in sincrono, nel silenzio assoluto, cogliendo le proprie vittime di sorpresa: neppure un mugugno ha tradito la presenza degli incursori fino ad un attimo prima dell'assalto. E da dove sono spuntati quei rinforzi aerotrasportati?

L'Esercito USA ci riprova. Dopo aver
esplorato le possibilità di una macchina in grado di "leggere" le corde vocali senza fare rumore, ora punta tutto sulla lettura del pensiero: un dispositivo che decodifichi le onde cerebrali o, per meglio dire, lo schema di funzionamento della materia grigia per trasformare il pensiero del soldato in azione. Non ci sarà bisogno di parlare per impartire o disobbedire agli ordini, basterà pensare di farlo.

Gli "elmetti pensanti" sono l'obiettivo a cui puntano le forze armate statunitensi: per il momento ci hanno investito 4 milioni di dollari, equamente suddivisi tra gli scienziati di
Università del Maryland, Università di Irvine (California) e Carnegie Mellon, che collaborano allo sviluppo. Gli elmetti dovrebbero trasformarsi, secondo il capo del programma Elmar Schmeisser, in "radio senza microfono" attraverso le quali i commilitoni si scambierebbero messaggi pensieri in "linguaggio semplice, chiaro e in codice". All'interno del tech-elmetto non meno di 128 sensori, incaricati di tracciare un elettroencefalogramma del soggetto. Qualcosa di molto simile a quanto già si trova in vendita, in versione molto meno sofisticata ed evoluta, sotto forma di controller neurale per i videogame: in questo caso, come nel precedente, un computer tenta di decodificare ed identificare gli schemi cerebrali che corrispondono ad un pensiero o all'intenzione di svolgere un'azione, traducendo gli stessi in un effetto tangibile nell'universo fisico.

Se nel caso di un videogioco ci si può spostare avanti o indietro, per i soldati si tenterà di fare di più: "Riteniamo di poter impiegare il computer per identificare le onde che corrispondono ad un comando che il cervello impartisce a labbra e lingua" spiega Schmeisser. A questo punto, il comando verrebbe trasformato in una informazione da passare al, o agli, interessati. Scavalcando, tuttavia, tutta una serie di difficoltà tecniche di varia entità.

Mike D'Zmura, ricercatore di Irvine, ne illustra alcune: decodificare l'impronta di un pensiero in un
EEG non è così scontato, ad esempio, e può constare anche di un complesso lavoro di analisi di diversi flussi per scremare solo le informazioni utili allo scopo. Un'operazione, quest'ultima, che può essere resa possibile in tempo reale solo da una adeguata potenza di calcolo a monte, ma che non può prescindere, tra l'altro, dalle differenze delle onde cerebrali di ciascun individuo: la macchina dovrebbe quindi essere tarata per ciascuna "testa pensante".

Rigettata ogni accusa di "leggere nel pensiero" dei coscritti: "Per far funzionare il dispositivo bisogna volerlo, bisogna allenare il sistema a leggerti la mente - chiarisce D'Zmura - Impossibile farlo senza il contributo e l'impegno del soggetto". Quest'ultimo dovrebbe allenarsi a "pensare forte" per rendere cristalline le proprie intenzioni al computer, fattore questo che prevede - almeno per il momento - una certa dose di preparazione per l'utilizzatore.

In prospettiva, vale a dire tra almeno una decina d'anni, Schmeisser ritiene che questo tipo di interfaccia possa farsi strada anche tra i civili: ad esempio come strumento di conversazione realmente discreta, anche negli spazi
più angusti, a prova di maleducati. Resta da capire come, oltre ad ascoltare, l'elmetto pensate sarà in grado anche di parlare al cervello di chi lo indossa.

Luca Annunziata p.informatico


28 settembre 2008

Stasera Rosh Ha-Shanà – Il capodanno ebraico

 



Fette di mela intinta nel miele della fratellanza e della condivisione con la  comunità ebraica
 
Rosh Ha-Shanà – Il capodanno ebraico

Rosh Ha-Shanà cade i primi due giorni del mese di Tishrì ed è il capo d'anno per la numerazione degli anni, per il computo dei giubilei e per la validità dei documenti.
Ha un carattere e un'atmosfera assai diversi da quella normalmente vigente nel capo d'anno "civile" in Italia. Infatti è considerato giorno di riflessione, di introspezione, di auto esame e di rinnovamento spirituale. E' il giorno in cui, secondo la tradizione, il Signore esamina tutti gli uomini e tiene conto delle azioni buone o malvagie che hanno compiuto nel corso dell'anno precedente. Nel Talmud infatti è scritto "A Rosh Ha-Shanà tutte le creature sono esaminate davanti al Signore". Non a caso tale giorno nella tradizione ebraica è chiamato anche "Yom Ha Din", il giorno del giudizio. Il giudizio divino verrà sigillato nel giorno di Kippur, il giorno dell'espiazione.
Tra queste due date corrono sette giorni che sommati ai due di Rosh Ha-Shanà e a quello di Kippur
vengono detti i "dieci giorni penitenziali". Rosh Ha-Shanà riguarda il singolo individuo, il rapporto che ha con il suo prossimo e con Dio, le sue intenzioni di miglioramento.



Nella Torà, (Levitico 23:23,24) il primo giorno del mese di Tishrì è designato come "giorno di astensione dal lavoro, ricordo del suono, sacra convocazione", e nuovamente in Numeri (29:1,6) è ripetuto che è "un giorno di suono strepitoso": un altro dei nomi di questa festa è "Yom Teru'a", giorno del suono dello Shofar, il grande corno. In ottemperanza al comando biblico in questo giorno viene suonato lo Shofar, simbolo del richiamo all'uomo verso il Signore. Questo suono serve a suscitare una rinascita spirituale e a portare verso la teshuvà, il pentimento, il ritorno verso la giusta via. Lo Shofar, oltre a chiamare a raduno, ricorda l'episodio biblico del "sacrificio" di Isacco, sacrificio in realtà mai avvenuto in quanto fu
sacrificato un montone al posto del ragazzo. Il corno deve essere di un animale ovino o caprino in ricordo di questo episodio. Inoltre lo shofar ricorda il dono della Torà nel Sinai che era accompagnato da questo suono e allude anche al Grande Shofar citato in Isaia (27:13) "E in quel giorno suonerà un grande shofar", annunciatore dei tempi messianici. I suoni che vengono emessi da questo strumento sono di diverso tipo: note brevi, lunghe e interrotte; secondo una interpretazione esse sono emesse in onore dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. Rosh Ha-Shanà è chiamato anche Giorno del Ricordo, infatti la tradizione vuole che Dio proprio in questa data abbia finito la Sua opera di creazione e sarebbe stato creato Adamo, il primo uomo. Un uso legato a questa giornata vede l'ebreo recarsi verso un corso d'acqua o verso il mare e lì recitare delle preghiere e svuotarsi le tasche, atto che rappresenta simbolicamente il disfarsi delle colpe commesse e un impegno simbolico a rigettare ogni cattivo comportamento, come scritto nel libro biblico di Michà : "Getterai i nostri peccati nelle profondità del
mare".

Gli ebrei azkenaziti in questo giorno vestono di bianco, simbolo di purezza e rinnovamento spirituale. Anche i rotoli della Torà e l'Arca vengono vestiti di questo colore. Quest'usanza può essere ricondotta al verso di Isaia (1:18) in cui è scritto: "quand'anche i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diverranno bianchi come la neve". A Rosh Ha-Shanà si usa mangiare cibi il cui nome o la cui dolcezza possa essere ben augurante per l'anno a venire. Il pane tipico della festa assume una forma rotonda, a simbolo della
corona di Dio e anche della ciclicità dell'anno. Con l'augurio che l'anno nuovo sia dolce, si usa mangiare uno spicchio di mela intinta nel miele. Si usa anche piantare dei semini di grano e di granturco che germoglieranno in questo periodo, in segno di prosperità.



28 settembre 2008

Assassinata in Afghanistan la poliziotta delle donne

 

Afghanistan: Kandahar, uccisa la poliziotta delle donne (Video Reporter)


KANDAHAR - Era la prima donna divenuta poliziotto a Kandahar dopo la caduta dei taliban. L'hanno uccisa stamane, davanti alla porta di casa. Stava andando a lavorare. E' rimasto ferito gravemente anche uno dei suoi figli. Malalai Kakar era la poliziotta più famosa dell'Afghanistan, un simbolo del riscatto femminile nella terra che fu culla del movimento fondamentalista religioso. Aveva rinunciato a portare il burqa due anni fa e i taliban l'avevano minacciata più volte...

Leggihttp://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/esteri/afghanistan-9/uccisa-poliziotta/uccisa-poliziotta.html

Taliban kill top Afghani policewoman

Leggi
http://au.news.yahoo.com/a/-/world/5045501/taliban-kill-top-afghani-policewoman/


Malalai Kakar

Un gruppo di taliban ha fatto fuoco davanti a casa sua. Ferito
gravemente un figlio Dirigeva il Dipartimento per i reati sessuali nella terra del
fondamentalismo religioso Kandahar, uccisa la poliziotta delle donne simbolo del riscatto femminile in Afghanistan
Presa di posizione dell'Unione europea: "Per tutte le afgane serviva da esempio"

Malalai Kakar
KANDAHAR - Era la prima donna divenuta poliziotto a Kandahar dopo la
caduta dei taliban. Un'eroina nazionale, simbolo della rinascita
femminile in Afghanistan. L'hanno uccisa stamane, davanti alla porta
di casa. Stava andando a lavorare. E' rimasto ferito gravemente anche
uno dei suoi figli. Malalai Kakar era la poliziotta più famosa
dell'Afghanistan, un simbolo del riscatto femminile nella terra che
fu culla del movimento fondamentalista religioso. Aveva rinunciato a
portare il burqa due anni fa e i taliban l'avevano minacciata più
volte.

Contro i reati sessuali. Ma lei non aveva mai chinato la testa: "Era
una donna molto coraggiosa", dicono adesso i suoi colleghi. Dirigeva
il dipartimento reati contro le donne nella roccaforte dei taliban e
sapeva di essere nel mirino dei fondamentalisti. "Girava sempre con
la pistola - racconta un agente del suo dipartimento - e sempre
insieme a un uomo della sua famiglia". Anche la precedente
responsabile del Dipartimento crimini contro le donne di Kandahar era
stata uccisa due anni fa.

Quella volta che uccise tre killer. Ma stamane non le è servito
essere armata. Le hanno sparato alla testa ed è morta sul colpo.
Aveva quarant'anni ed era madre di sei figli. Suo padre e suo
fratello erano poliziotti come lei. Nelle forze dell'ordine era
entrata già alla fine degli anni Ottanta, ma poi l'ascesa dei taliban
l'aveva costretta a fuggire in Pakistan. Era rientrata alla caduta
del loro regime nel 2001 e aveva assunto il comando del Dipartimento
con il grado di capitano. Scampata a numerosi tentativi di
assassinio, la sua fama era dovuta a quella volta quando uccise i tre
killer che volevano ucciderla.

La condanna della Ue. "E' un omicidio ripugnante", ha detto Ettore
Sequi, rappresentante speciale della Ue per l'Afghanistan.
Associandosi al tono dei commenti espressi dalla presidenza di turno
francese dell'Unione europea, Sequi ha giudicato "ripugnante
l'uccisione di una donna che prestava servizio non solo al paese, ma
a tutte le afgane per cui serviva da esempio".

"Ho liberato molte donne". In una recente intervista ad una cronista
occidentale, Malalai Kakar ammise che i "crimini alle donne sono
reati su cui i miei colleghi maschi non vogliono investigare. Ricordo
di quella volta che scoprii una donna e sua figlia incatenati al
letto. La donna era vedova e i famigliari l'avevano passata in moglie
al cognato che però l'aveva legata al letto per dieci giorni a pane e
acqua. Ho liberato molte donne dalla schiavitù dei loro uomini e
questo mi è valsa una certa notaritetà tra le donne che mi amano e mi
fanno sentire forte contro le minacce di morte".

Settecento agenti uccisi in 6 mesi. Da quando la coalizione
internazionale guidata dagli Stati Uniti li ha cacciati dal potere, i
taliban hanno lanciato una vera e propria guerriglia mortale.
Malgrado la presenza di 70mila soldati delle forze multinazionali, da
due anni le violenze sono aumentate di intensità. Negli ultimi sei
mesi i fondamentalisti hanno ucciso 720 agenti. Prima di Malalai
Kakar, un'altra donna poliziotto è stata assassinata in Afghanistan
nel giugno scorso. Anche allora, la polizia locale di Herat aveva
accusato dell'omicidio i taliban.



28 settembre 2008

E' MORTO PAUL NEWMAN,MA ARI BEN CANAAN VIVRA' PER SEMPRE

 

Exodus dimenticato, lo ricordiamo noi

  

Immagine
Maghen David!



E' morto Paul Newman, ma Ari Ben Canaan vivrà per sempre


Testata: Informazione Corretta
Data: 28 settembre 2008
Pagina: 1
Autore: la redazione
Titolo: «E' morto Paul Newman, ma Ari Ben Canaan vivrà per sempre»
 

Tutti i TG di ieri sera, sabato 27 settembre 2008, hanno aperto con l'annuncio della morte di Paul Newman, e così i giornali di oggi domenica 28. Ma nè in televisione, nè su nessun quotidiano è stato ricordato EXODUS (1960), il film che gli ha dato la fama. Non una immagine, neppure la citazione del titolo. Qualcuno potrebbe dire che è un caso, può essere, anche se ne dubitiamo fortemente. Eppure EXODUS era un film pacifista, l'intera trama era un inno alla possibile convivenza fra ebrei e arabi. Ma era anche il primo film che esaltava il coraggio e l'abnegazione degli ebrei per la ricostruzione del loro Stato. Paul Newman, l'Ari Ben Canaan del film, era il sabra che combatte per il suo popolo, per la sua patria. Un'immagine ben diversa da quella dell'ebreo che è sempre piaciuto agli antisemiti, l'ebreo privo di identità, l'ebreo invisibile nella società dei gentili. Per questo, tollerato ma non accettato, e, appena è stato possibile, sterminato.   Ari Ben Canaan era l'opposto, era un combattente, uno delle tante migliaia di eroi sconosciuti che hanno costruito lo Stato d'Israele. Gli dedichiamo queste poche righe, in solitudine, mentre si sprecano le pagine che ricordano lo spaccone dai bellissimi occhi blu. Paul Newman è morto, ma Ari Ben Canaan vivrà sempre sullo schermo. locandina


28 settembre 2008

Flagellato perché accusato di vendere carne in modo non islamico

 Ecco il tipo di "giustizia" rapida che gli islamici vogliono imporre al mondo

 

Secondo il giornale in lingua ourdou
Roznama Express, i talibani della regione del Swat nella provincia pakistana del Nord-ovest hanno pubblicamente flagellato un uomo accusato di avere venduto carne in modo non islamico.

scettico72


28 settembre 2008

STIAMO ALLEVANDO SERPENTI AL NOSTRO SENO

 

Ottima analisi da parte di chi si è sempre schierato a favore della società multirazziale 
 

Quei giovani arrabbiati destinati alla ribellione.
 
La seconda generazione è per sua natura destinata alla rivolta: lo insegna ormai da un secolo la sociologia dell´immigrazione, e non è certo difficile intuire il perché. I figli degli affamati giunti da lontano in cerca di un lavoro purchessia, non provano la medesima rassegnazione dei genitori. Percepiscono semmai la falsità di una cittadinanza formale concessa loro dal paese in cui sono nati senza riuscire a sentirsi veramente a casa propria.
 Invece di stupirci per la scoperta di una "rabbia nera" che per la prima volta - da Castelvolturno al centro di Milano - si manifesta con intemperanza contro gli "italiani bastardi", dovremmo rammaricarci di non averne colto per tempo le avvisaglie.
 Lo scatenarsi delle pandillas, le bande giovanili latino-americane, a Genova nel 2004. La rivolta della Chinatown milanese, con tanto di bandiere rosse, nell´aprile 2007. La pacifica disobbedienza civile dei beurs, i giovani maghrebini laici che a Treviso inscenano da mesi improvvise adunate di "preghiera proibita" per protestare contro il generalizzato boicottaggio leghista del culto islamico. Le (per ora) timide manifestazioni dei rom e dei sinti oggetto di sgomberi e taglio di luce e acqua nelle baraccopoli di Roma. I blacks italo-africani sono dunque solo gli ultimi a organizzarsi, forse perché più deboli degli altri, ma il conflitto etnico fa già parte del nostro panorama metropolitano. Inesorabili presagi di una guerra favorita dall´assenza di sensibilità condivisa: solo di rado i loro morti ottengono la visibilità tributata agli italiani assassinati da stranieri. Tanto meno la cronaca registra gli innumerevoli episodi quotidiani di
umiliazione della loro dignità. Anche perché nel nostro paese gli immigrati, nonostante molti di loro abbiano già conseguito con fatica la cittadinanza italiana, restano quasi del tutto privi della rappresentanza politica di cui già godono nelle altre democrazie europee.
 Purtroppo parlando di seconda generazione ci soffermiamo soprattutto sulle nude cifre - i giovani di origine straniera erano circa 400 mila nel 2003, si calcola che saranno un milione nel 2015 - ma fatichiamo a inquadrarne la condizione esistenziale. Ragazzi i cui genitori hanno pochissimo tempo da dedicare alla loro educazione. Famiglie spesso ancora separate, con madri e padri impreparati a seguire il percorso scolastico dei figli, quasi sempre prive di quel sostegno di accudimento fondamentale rappresentato dai nonni. Giovani smarriti, dunque, come ci ricorda il più autorevole studioso italiano della seconda generazione, Maurizio Ambrosini.
 Eppure si tratta di ragazzi bene o male inseriti in una società che fornisce loro un reddito sufficiente alla sopravvivenza, e che condividono le mode, i miti consumistici, le aspirazioni dei loro coetanei.
Qui scatta la maledizione di un sistema bloccato che penalizza qualsivoglia aspettativa di ascesa sociale. I figli degli immigrati sono italiani che dunque tenderanno a rifiutare i lavori tipici degli immigrati. Non vorranno fare la vita dei loro genitori, anche perché ce l´hanno sotto gli occhi. Entrano nel mondo del lavoro con standard occidentali, del tutto ignari delle condizioni di vita nei loro paesi d´origine. Se la prima generazione immigrata era disposta a sopportare enormi sacrifici pur di realizzare un progetto di sistemazione a lungo termine, i giovani nati in Italia (o approdati nella prima infanzia) sono titolari di ben altre aspettative. E se l´alternativa proposta loro fosse solo quella fra condizioni di lavoro degradanti e una
vita di espedienti, siano pure illegali, potrà apparire loro conveniente anche il reclutamento o l´auto-organizzazione criminale. Tutto, pur di non fare la fine dei loro padri sfruttati nel lavoro nero o delle loro madri badanti.
 
È in questo retroterra che si diffonde il pericoloso stato d´animo degli stranieri in patria, intenzionati a sfuggire l´antica condizione dei meteci relegati alle necessità produttive ma privi di cittadinanza reale. Senza che possa essere presa in considerazione neppure l´ipotesi di un ritorno al paese da cui partirono i genitori, entità mitica che gli appartiene solo nella fantasia, oggetto di quella nuova forma di nostalgia che le diaspore esasperano nella relazione con luoghi sconosciuti, irrecuperabili. La seconda generazione è italiana, dunque non estradabile.
 La tunica di raso marrone indossata dal padre di Abdoul Salam Guiebre alla cerimonia funebre di Cernusco sul Naviglio, preannunciava ben di più che un richiamo folklorico. Perché quella salma di un giovane cittadino italiano stava per essere imbarcata su un aereo, destinata a una sepoltura nel Burkina Faso, lontano migliaia di chilometri dal luogo in cui aveva vissuto. Segno di rottura con un paese rivelatosi d´improvviso atrocemente inospitale.
In Africa, la seconda generazione può ritornarci da morta, mentre i fratelli di Abdoul soffriranno d´ora in poi una cittadinanza dimezzata. Coltiveranno probabilmente un´africanità che le circostanze paiono contrapporre all´italianità, spezzando il percorso dell´integrazione cui pure avevano lavorato gli insegnanti, gli amici, i vicini di casa, i datori di lavoro. Il recupero di un´identità alternativa, anche se spesso deformata e posticcia, pare l´esito inevitabile di questa disgregazione sociale.
Tipico è il caso di Meryem Fourdaus, la fantasiosa marocchina ventunenne di Treviso che ha dato vita al movimento "Seconda generazione". Giunta in Italia all´età di 10 anni, il padre operaio in cassa integrazione, la madre addetta alle pulizie in un ospedale, Meryem frequenta all´università di Padova un corso di Economia Internazionale e intanto fa la commessa part time. Non porta il velo islamico, si dichiara non praticante. Ma ciò non le ha impedito di organizzare per dieci settimane in un parcheggio della sua città la sorpresa della "preghiera segreta". Paradossalmente, la sua storia dimostra come possa essere l´ottusità leghista, il divieto di moschea, la causa di un riavvicinamento forzato alla religione di giovani che se n´erano allontanati.
 La deriva di una guerra annunciata, il diffondersi sul nostro territorio di un conflitto etnico a cui si sentono richiamati molti cittadini italiani immigrati di seconda generazione, procede dunque come la più classica delle profezie di sventura che si autoavverano.  

GAD LERNER
La Repubblica 


28 settembre 2008

Israele non dimentica chi è Israele

 


Mercoledi, ore 17.00, la sala, in un posto qualunque in Israele, è gremita di mamme, padri, nonni, fratelli emozionati e orgogliosi. 70 giovanotti di 20 anni, siedono in fila, belli, tesi e sorridenti. Hanno terminato il corso infermieri di guerra. «Io, soldato nel reparto medicina dell'Esercito di Difesa dello Stato d'Israele, giuro solennemente di porgere la mano ad ogni ferito e a ogni malato, a persona qualunque o a persona importante, ad amico o a nemico, ad ogni uomo in quanto uomo. Io giuro di portare sollievo e rimedio al corpo e all'anima, di tenere il segreto, di essere fedele, di rispettare, di pesare le mie decisioni con saggezza e con amore per l'uomo in quanto uomo. Mi prenderò cura dei miei fratelli durante la battaglia se dovrò essere accanto a una barella o a un letto di sofferenza. Giuro che nel mio cuore rimarrà scolpita per sempre la legge più importante del sacrificio: non abbandonare una ferito nel campo. Lo giuro!». Un alto ufficiale benedice i ragazzi e conclude dicendo: «Sperando che non dobbiate mai far uso di ciò che avete imparato!» Un coro di voci risponde: «Amen, e cosi sia!». Poi arriviamo a casa e nostro figlio che è tra quei giovani che hanno appena giurato solennemente, inizia un discorso con i fratelli più giovani: «Una delle cose più difficili sono stati i dilemmi che ci hanno posto. Se arrivate dopo un attentato e c'è della gente ferita ma non gravemente e l'attentatore che non è morto ma è gravemente ferito, il vostro dovere è di salvare prima di tutto il ferito più grave, cioè l'attentatore». Noi guardiamo nostro figlio con gli occhi sgranati e i fratelli gli dicono: «Ma non è giusto!». Il nostro soldato ci guarda con grande serieta: «E' un uomo, e il nostro primo compito è di salvarlo! Poi gli faranno un processo e lo puniranno! Noi diamo la vita. Non la togliamo!». Ho un figlio soldato. è già diventato un uomo.
Angelica Calò Livné


28 settembre 2008

Non solo latte: tutti i prodotti con la melamina killer

 Cina

In Asia, e non solo, si rincorrono le denunce di prodotti alimentari cinesi “alla melamina”. Il South China Morning Post di Hong Kong riferisce che gli esperti dell’Autorità Alimentare di Singapore hanno trovato melamina nel latte alla banana e al miele della marca Dutch Lady, nei crackers al gusto di patata (un alimento che, sulla base delle informazioni contenute nell’etichettatura, non dovrebbero contenere latte) e in un paio di merendine della Xu-Fu-Ji.

Prodotti alla melamina Lo Straits Times di Singapore, a sua volta, precisa che questi prodotti si aggiungono al latte Dutch lady alla fragola, allo yoghurt della Yili e alle famose caramelle del Coniglio Bianco della Shanghai Guan Sheng Yuan Food. Contemporaneamente, la testata di Singapore rassicura la popolazione specificando che le quantità di melamina rintracciate in questi alimenti non sono così alte da risultare tossiche nel breve periodo, ma ribadisce la necessità di ritirare dal mercato tutti i prodotti lattiero-caseari importati dalla Cina.

Il New Zealand Herald, invece, conferma il ritrovamento da parte dei propri esperti sanitari di una elevatissima quantità di melamina nelle caramelle gommose del Coniglio Bianco, consigliando ai loro consumatori abituali di recarsi il più presto possibile in ospedale per una visita specialistica. Allo stesso tempo, la testata rimane vaga relativamente ai risultati dei test condotti su altri alimenti cinesi.

birra_tsingtao Il New Straits Times malese, infine, riferisce che ben 53 prodotti alimentari importati dalla Cina sarebbero stati analizzati nei laboratori chimici del Paese, e non appena verranno resi noti i risultati dei test il Governo provvederà a ritirare i prodotti contaminati dal mercato.

Tuttavia, la novità di oggi sta nel fatto che tracce di sostanza tossica sarebbero state ritrovate anche nella iperpopolare birra Tsingtao, nel vino di riso (bevanda alcolica molto diffusa in Cina) Kweichow Moutai, e in quello tradizionale Yantai Changyu Pioneer. Si tratterebbe di nitrato di sodio, una sostanza chimica che può provocare tumori se consumata in quantità eccessive. L’associazione vinicola cinese si difende sostenendo che queste accuse non siano altro che il risultato di una paranoia collettiva alimentata dalle dichiarazioni, spesso false o parziali, diffuse attraverso i blog. Ma i risultati delle analisi, sottolinea il South China Morning Post, parlano chiaro.

A sua volta, il China Daily riferisce che il Ministero dell’Agricoltura cinese non solo ha creato una commissione speciale a cui è stata affidata la stesura dei nuovi regolamenti per il settore lattiero-caseario nazionale, ma si è anche impegnato a elargire sussidi ai produttori per alleggerire i costi di mantenimento ed alimentazione del bestiame.

Prodotti alla melamina Tuttavia, sembra che nemmeno i cinesi si fidino delle dichiarazioni del Governo e delle associazioni settoriali, dato che negli ultimi giorni hanno iniziato a offrire cifre da capogiro (anche mille euro al mese, l’equivalente del salario di un anno intero per la maggior parte degli operai) alle poche balie disponibili ad allattare i loro figli.


28 settembre 2008

Israele: radar contro missili Iran

 

Stampa, si trova nel Sud del paese ed e' gestito da tecnici Usa

 Gli Usa hanno installato in Israele un radar anti-missile, destinato principalmente a individuare lanci di missili balistici iraniani. Lo ha reso noto oggi la radio pubblica israeliana. Il radar, che ha una portata di oltre 2.000 chilometri, e' stato installato in modo permanente nel sud di Israele - ha precisato la radio - ed e' gestito da 120 tecnici dell'esercito americano.


28 settembre 2008

I veri martiri

 

 Socrate d'Atene, Gesù di Nazareth, Lucio Anneo Seneca, Thomas Becket, Thomas More,Gordon Pascià, Giacomo Matteotti, Maximilian Kolbe, Mohandas Karamchand Gandhi, Martin Luther King, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, gli studenti di Piazza Tienammen, la missionaria Annalena Tonelli, i pompieri dell' 11 settembre, gli studenti iraniani anti-ayatollah,Theo Van Gogh,  le vittime dei lager nazisti ( 12 milioni) dei gulag comunisti ( 85 milioni ) e del jiahd da Maometto ad oggi ( 100 milioni )

 Tutti uccisi e non uccisori. Tutti martiri per amore della vita.

Non Mohammed Atta, al Qaeda, Hamas, i martiri di al Aqsa, i comabattenti del jihad e questi ammirati da Ahmadinejad da Hamza Piccardo e dalla sinistra nostrana ( già ammiratori del terrorista Che Guevara )
                                   Andrea Sartori


27 settembre 2008

Islam/ Fatwa saudita: Donne guardino con un solo occhio

 Uomini impongano a moglie un niqab monofessura



Sono troppi, davvero troppi i centimetri di pelle che il niqab - il velo integrale islamico - permette di vedere. La sensibilità d'un uomo potrebbe essere turbata osservando le fessure che mostrano gli occhi, spesso truccati, delle donne. Quindi, il noto dotto islamico Sheikh Mohammed al Habdan ha invitato i pii mariti a fare pressione sulle loro mogli per utilizzare un niqab con una sola fessura e, possibilmente, piccola: in fondo, guardare da un solo occhio è sufficiente per non inciampare.

Il sito web della tv al Arabiya riporta estesamente il nuovo editto religioso del predicatore, molto noto per le sue apparizioni televisive. "Una donna pia non esce di casa truccata anche se coperta con il niqab", premette il dottore della legge. Quindi è opportuno che le donne indossino un velo che non permetta d'intravedere la lascivia del trucco. Cioè, "un niqab con una sola fessura, possibilmente piccola, giusto per non inciampare quando si cammina".

La controversa "fatwa" è stata pronunciata in una trasmissione dell'emittente satellitare religiosa, al Majd. L'imam ha invitato gli uomini a "fare pressione sulle proprie donne" perché adottino il niqab monocululare. E ha dato diverse motivazioni. Una delle quali di carattere economico. "La donna, per abbellire la zona intorno agli occhi, spende un sproposito", ha affermato il religioso, con un'argomentazione che fa pensare a esperienze vissute in prima persona.

Ma l'argomento più forte è quello sessuale. Le donne, con quel filo di trucco che s'intravede tra le fessure del niqab, "inducono in tentazione i giovani, facendo loro salire il sangue al cervello". Non parliamo del "colmo" di quelle donne, anche sposate, che osano truccarsi sotto il velo. "A che pro lo fanno?" chiede lo sceicco, facendo intendere d'essere ben informato sugli scopi reconditi d'un comportamento così "provocatorio".

Come si rimedia, allora? Facile, le donne guardino da un solo occhio e indossino niqab all'uopo realizzati. L'imam sostiene che bisognerebbe vietare "la vendita dei niqab non consoni alla Shariya islamica", i quali "hanno ben due fessure e, per giunta, sono spesso talmente grandi da fare intravedere le guance". Bisogna, continua il dotto, ritornare ai saggi discepoli del Profeta, che hanno imposto alle loro donne un velo casto "con una fessura piccola per un solo occhio". In fin dei conti cosa è peggio? "Inciampare su una pietra per la strada, oppure fare incendiare le voglie d'un giovane, guadagnandosi la dannazione eterna?"


27 settembre 2008

Il concerto di Paul McCartney a Tel Aviv

 

 «Hipushiot Haketzev». Quarantatre anni fa i biglietti storpiavano il nome dei Beatles (in ebraico suonava gli scarafaggi del ritmo) e costavano poco meno di 4 euro. Oggi per sedersi a pochi metri da Paul McCartney ministri, divi, uomini d'affari e chi se l'è potuto permettere ne hanno pagati mille. Tutti gli altri — 50mila dicono gli organizzatori — nel prato per non meno di cento.
Quarantatre anni fa Israele non aveva la televisione e le ballate più cantate erano quelle che celebravano il raccolto nei kibbutz. I Beatles erano considerati una minaccia per la gioventù sionista: «Il gruppo ha un insufficiente livello artistico, non può aggiungere nulla alla sviluppo spirituale e culturale dei nostri ragazzi», aveva sentenziato la commissione ministeriale che bocciò il finanziamento per il concerto. Oggi il promoter Dudu Zarzevsky ha messo insieme 5 milioni e mezzo di euro per organizzare lo show e McCartney può scherzare: «Mi piacerebbe cantare "Hey Jews" (salve ebrei) invece di "Hey Jude"».
Sul palco, tenta qualche parola di ebraico. Il classico saluto «Shalom Tel Aviv» e si avventura in un augurio per il Capodanno, che cade la settimana prossima: «Shanà Tovà». Poi precisa: «Dovrò parlare anche un po' d'inglese». Abito scuro e camicia rosa (resta presto senza giacca, bagnato dal caldo umido), sa di essere — ancora di più in questa serata — l'ambasciatore di tutti i Beatles. Quando canta i brani del gruppo, sullo schermo gigante scorrono immagini dell'epoca e collage con i volti degli altri componenti. Con 43 anni di ritardo, tutta la band sbarca a Tel Aviv.
La città si è svuotata per accoglierlo. La gente si muove a piedi verso il concerto, il centro è deserto come al tramonto prima dello Shabbat. Nel parco Yarkon, è una festa romantica, non c'è politica. «Il messaggio è pace e amore», dice Sir Paul. Si siede al piano, da solo, e lascia che il pubblico canti in coro con lui: «Stasera sono tutto per voi». Ricorda quando George Harrison («molto tempo fa») e lui si sedevano insieme a suonare la chitarra: «Qualche pezzo classico, come Bach». Prova un arpeggio e parte con
Blackbird.
Il baronetto inglese è arrivato martedì sera, suite di 200 metri quadri (la stessa usata da Madonna) in un albergo sulla spiaggia, chef personale, maggiordomo (dell'hotel) a disposizione, un centinaio tra assistenti e musicisti. «All you need is love» («tutto quello di cui hai bisogno è amore») ironizzava una vignetta sul quotidiano
Haaretz, con McCartney circondato da lusso e una corte di servitori. In realtà, le critiche non ci sono state, tutti ammettono che il concerto è l'evento dell'anno. Sir Paul ha resistito alle minacce del predicatore fondamentalista Omar Bakri («gli artefici del martirio lo aspetteranno ») e dei gruppi che gli chiedevano di boicottare Israele. «Sono stato invitato a non presentarmi, ho fatto ciò che ritengo giusto. Molti amici mi hanno incoraggiato a venire», ha replicato il cantante. Che mercoledì ha visitato la basilica della Natività a Betlemme e il conservatorio musicale intitolato a Edward Said, l'intellettuale palestinese simbolo della lotta contro gli israeliani.
Le radio da giorni trasmettono canzoni dei Beatles. I poster di McCartney hanno riempito Tel Aviv e gli israeliani sono pronti a ripagarlo del mancato invito nel 1965. «Allora non avevamo televisione e solo radio governative — ricorca il giornalista Yoel Esteron, al
New York Times —. Vivevamo in un ghetto culturale e quando cancellarono il concerto, i ragazzi si ribellarono ai loro genitori, litigarono in casa per settimane ».
In gennaio, Ron Prosor, l'ambasciatore a Londra, aveva inviato una lettera a McCartney e Ringo Starr chiedendo scusa per la «mancata opportunità» e invitandoli a suonare nel Paese. Yossi Sarid, ex parlamentare della sinistra con Meretz, ha approfittato del concerto riparatorio per emendare la memoria del padre, direttore generale del ministero della Cultura e responsabile della bocciatura. «Posso assicurarvi — ha scritto in prima pagina su Haaretz
— che mio padre non ha mai saputo nulla dei Beatles. Lo show è stato bloccato per la rivalità tra due impresari».
Tre anni prima, un promoter aveva già tentato di portare il quartetto di Liverpool, quando l'occasione era sfumata si sarebbe vendicato convincendo la commissione che i Beatles avrebbero corrotto i giovani. Dal palco, McCartney non fa neppure un accenno all'incidente del 1965. Le scuse sono accettate.
Davide Frattini
Corriere


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