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16 settembre 2008

Iran - Il piano di Khamenei per la bomba atomica Verrà simulato "un guasto nella centrale di Bushehr"

 


La suprema guida spirituale dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, ha elaborato un "piano segreto per accelerare la produzione di armi atomiche simulando un guasto nella centrale di Bushehr". Lo scrive oggi La Stampa, che cita un documento dei servizi di intelligence occidentali.
"L'iniziativa di Khamenei - scrive La Stampa - risale all'indomani del 6 settembre 2007 quando l'aviazione israeliana colpì a sorpresa nel Nord della Siria distruggendo quello che Gerusalemme e Washington consideravano un reattore nucleare in via di realizzazione. L'efficacia di quell'attacco fece temere a Khamenei un simile pericolo per gli impianti nucleari iraniani".
Il leader spirituale iraniano decise allora di convocare una riunione con i responsabili del sicurezza e del programma nucleare, e in quella occasione fece presente che era necessario "accelerare il progetto militare". In particolare chiese "la redazione di un piano per sfruttare il combustibile nucleare di Bushehr al fine di ottenere plutonio", utilizzabile a fini militari.



16 settembre 2008

Le immagini nella stanza di Anne Frank conservate per le generazioni future

 <i>Da sinistra a destra: Otto Frank, la coppia Hacket-Goodrich (autori dell’adattamento teatrale) e Garson Kanin, il regista (1954).</i>

Da sinistra a destra: Otto Frank, la coppia Hacket-Goodrich (autori dell’adattamento teatrale) e Garson Kanin, il regista (1954).



Le immagini che Anne Frank aveva incollato alla parete della sua cameretta nell’Alloggio segreto sono state restaurate. Si tratta di 59 immagini, che comprendono fotografie di divi del cinema, di bambini e di opere d’arte tratte dalla rivista femminile Libelle. Sono stati restaurati anche i segni sulla parete, fatti da Otto Frank per registrare la crescita di Anne e Margot, e la cartina della Normandia su cui egli seguiva l'avanzata degli Alleati. Contemporaneamente, nella casa sul canale e nell’Alloggio segreto è stato introdotto un sistema a clima controllato, cosicché i pezzi originali non verranno piú minacciati da variazioni climatiche. Grazie agli interventi di conservazione, le tracce originali lasciate dai clandestini nell’Alloggio segreto rimarranno intatte per le generazioni future.

Anne nel luglio del 1942, durante la prima settimana trascorsa in clandestinità, decorò la sua cameretta con una parte della sua collezione di cartoline e di fotografie di divi cinematografici. Le immagini rivelano gli interessi di Anne e il mutamento a tale riguardo avvenuto durante la clandestinità. Infatti, se inizialmente le piacevano gli attori, le attrici e le case reali, successivamente s’interessò maggiormente alla storia (dell’arte). Questo cambiamento si manifesta nel diario e nelle immagini nella sua stanza. Ad esempio, Anne incollò una fotografia della Pietà di Michelangelo sopra un’immagine delle Lane Sisters di Hollywood, e l’immagine di un autoritratto di Leonardo da Vinci su una cartolina con il disegno di una ragazzina.

Testimonianze tangibili

Testimonianze tangibili

Nel frattempo sono trascorsi più di 65 anni da quando Anne Frank incollò queste immagini. Le immagini e i pezzi di carta da parati originali sono una delle poche testimonianze tangibili del suo soggiorno nel nascondiglio. Grazie agli interventi di restauro, i visitatori del Museo potranno ancora per molti anni entrare nella stanzetta di Anne Frank ed osservare da vicino tutte le immagini originali.

Esperti

I primi passi nello sviluppo e nell’esecuzione di questo grande piano di restauro conservativo risalgono al 1998. La Casa di Anne Frank ha consultato vari esperti, sia in Olanda sia in altri paesi. Il piano comprendeva indagini delle condizioni climatiche e storiche ed analisi dei materiali. I lavori di restauro conservativo sono stati eseguiti da dagli studi Lingbeek Papierrestauratie, WVAU Architecten, dagli studi tecnici Ingenieursbureau Knipscheer, Jurriëns Bouwservice Amsterdam, BAM Techniek e Burgers Ergon.

Finanziario

Il progetto ha potuto essere eseguito anche grazie al sostegno finanziario del BankGiro Loterij, VSB Fonds, dell’Anne Frank Fonds di Basilea, del Comune di Amsterdam, del Ministero olandese della Sanità, del Benessere e dello Sport, del Fonds olandese per la Libertà e l’Assistenza ai Veterani di Guerra e del Prins Bernhard Cultuurfonds, il fondo olandese per la cultura.


16 settembre 2008

Per Rinascita giusto macellare gli studenti ebrei

 

Comunicato Honest Reporting Italia 15 settembre 2008

Questa volta, contrariamente alle nostre abitudini, non commenteremo l'articolo di Hesham Tellawi pubblicato su Rinascita lo scorso 5 settembre che - con qualche ritardo, perché ci era sfuggito - vi presentiamo, ma ci accontenteremo di segnalarvelo, sia perché non si saprebbe da dove cominciare a commentarlo, sia perché, detto in tutta franchezza, non ci regge lo stomaco. Ci limiteremo dunque a mettere qui all'inizio alcune annotazioni - all'inizio, perché non siamo sicuri che riuscirete a leggerlo fino alla fine, anche se vi consigliamo caldamente di tentare almeno di leggerne il più possibile.
Segnaliamo innanzitutto l'incipit, in cui l'autore tiene a dimostrare che lui non odia gli israeliani a priori, e infatti ci spiega che l'attentato alla yeshiva Merkaz Harav gli farebbe sinceramente orrore, se questo lavoro di bassa macelleria fosse stato realmente perpetrato contro dei ragazzi innocenti, ed è solo quando scopre che la scuola è in realtà un campo di addestramento per terroristi israliani che capisce che si tratta di un'azione giusta e sacrosanta. Notiamo poi un continuo slittamento tra israeliani ed ebrei, ad ulteriore dimostrazione - se mai ce ne fosse bisogno - di quanto il cosiddetto antisionismo sia una mera maschera del più classico antisemitismo. Impressionanti poi i deliri - degni dei Protocolli - che assurgono a vertici cui mai Preziosi, Interlandi, Evola e affini sono riusciti ad assurgere, su intenzioni e metodi degli ebrei. Consuetudine fissa è poi, in tutto l'articolo, quella di prendere una singola frase di un qualche singolo personaggio ebreo e spacciarla per norma ebraica universalmente condivisa, o per legge dello stato di Israele; e se i perfidi giudei non si rivelano abbastanza perfidi, si traducono le frasi in questione in rinascitese e si spiega al lettore che il significato effettivo è quello. E non si contano le invenzioni di pura fantasia su ciò che accade in Israele (ci si potrebbe chiedere, tra l'altro, come mai un popolo sottoposto a sistematico sterminio si sia decuplicato in poco più di mezzo secolo). E ci piacerebbe infine chiedere all'autore come mai parla di "sessant'anni di occupazione": intende forse dire che anche Israele è "territorio occupato", entità illegittima e abusiva, e che pertanto deve scomparire?
Ancora due annotazioni, prima di lasciarvi alla lettura. Sugli avvenimenti di Deir Yassin, citati nell'articolo, vi invitiamo a leggere questo documento, che aiuterà a fare un po' di chiarezza tra fatti e leggenda, e il link a questo articolo per dimostrare ai nostri lettori che esiste veramente, onde non rischiare il sospetto che quanto segue sia frutto di delirio etilico da parte di chi cura Honest Reporting Italia.
I messaggi a Rinascita vanno scritti su http://www.rinascita.info/sito/contatti.shtml. E ora fatevi coraggio e leggete.


Il massacro dei palestinesi è una guerra nel nome di Dio?

Quando la voce annunciò alla radio: “Terroristi palestinesi hanno ucciso otto scolari a Gerusalemme”, pensai fra me e me: “Che cosa orribile”. Secondo quello che diceva l’annunciatore, c’erano bambini che giocavano nel cortile della scuola e il fatto terroristico li aveva assassinati a sangue freddo. In un’altra trasmissione, l’annunciatore presentò nuovi particolari e disse che l’attacco era stato portato contro un seminario, il che aumentò “il disgusto” per l’azione feroce. Mi raffiguravo questi bambini quieti, piccoli, simili a monachelli a pregare per la pace, l’armonia e quell’ “ama il tuo vicino” che si ritiene essere parte del regno di dio. “Che cosa atroce - pensai - semplicemente orribile”
Come in tutte le cose in questa era di informazione controllata, sospettai che vi fosse dell’altro. Tornai a casa e mi misi a leggere il giornale, quindi lessi ancora, e poi ancora, ed ecco - ci siamo - “il diavolo nei particolari”, come si dice.
Vi era un altro lato della medaglia taciuto, un lato altrettanto orribile quanto la storia della stessa uccisione; in un attimo realizzai che questa uccisione a scuola conteneva la chiave per risolvere, o per lo meno capire, il conflitto israelo-palestinese così come era presentato da gran parte dei “media” occidentali.
La scuola in questione (o il “seminario”, come veniva chiamato), in realtà era un campo di addestramento per terroristi israeliani, non molto diverso di quel che ci fa vedere la televisione, militanti islamici che corrono verso gli ostacoli con i Kalishnikov e gridando “Allah akhbar!” (Dio è grande!). Come gran parte delle cose di oggi, era abilmente camuffato sotto il nome che suona religioso “Merkaz Harav”, o “Il centro rabbi”. Merkaz fu fondato nel 1924 da Abraham Yitzak Kook, rabbino-capo della Palestina. In realtà il “buon rabbi” era un fanatico, non solo nel sostegno al Sionismo, ma anche nella nuova ideologia che aveva inventato nei primi anni del 1900.
Kook vedeva “Merkaz” come il centro più adatto per addestrare capi ebrei che avrebbero costruito la “vera” società ebraica sulla terra che dio aveva donato “al suo popolo”, il risultato del quale avrebbe condotto alla redenzione universale religiosa. In breve, la sottile linea che separa il Paradiso in terra dall’inferno era il popolo ebraico che avrebbe redento” la terra di Palestina con tutti i mezzi necessari.
Nel corso degli anni, Merkaz crebbe per diventare il campo di addestramento religioso numero 1 in Palestina, dove gli allievi sono nutriti con l’ideologia che la Palestina fu un dono di dio agli ebrei e che è un loro dovere religioso espellerne gli abitanti nel modo comandato da dio. Secondo il rabbi, questa era l’unica via che avrebbe condotto alla salvezza e alla redenzione. Merkaz era visto da molti come “dono di dio” ai movimenti sionisti perché finalmente ecco che veniva qualcuno che interpretava il sionismo come il messia lungamente atteso. Kook insegnava che il messia è una entità che non deve necessariamente apparire in sembianze umane, intendendo che forse era un’idea.
Questo contribuisce molto a spiegare la brutalità perpetrata contro la popolazione civile palestinese da molti dei capi ebrei durante la storia recente. Uno dei tali “graduati” di Merkaz fa David Raziel, il primo comandante del gruppo terrorista Irgun, i cui membri si resero responsabili dello spregevole massacro di Deir Yassin, dove 250 uomini, donne, bambini ed anziani furono sterminati. Gli assassinii furono compiuti con mitragliatrici, bombe a mano e coltelli. Alcune vittime furono decapitate; 52 bambini furono uccisi e mutilati davanti alle loro madri; 25 donne incinte furono pugnalate nel ventre ed i loro bambini fatti a pezzi davanti alle madri morenti.
I sopravvissuti furono caricati su autocarri e condotti a Gerusalemme, ove furono schierati in parata in entrambi i lati della strada nel mezzo di una folla tumultuante che sputava loro addosso, gettava rifiuti, pietre, escrementi animali, scarpe e qualsiasi cosa sui terrorizzati Palestinesi – e tutto questo in nome della “redenzione”.
Menachem Begin, successivamente primo ministro di Israele, e premio nobel per la Pace, fu il pianificatore del massacro di Deir Yassin. Egli emise una dichiarazione dopo la strage congratulandosi con i massacratori ebrei per il loro santo lavoro ben fatto: “Accetttate le mie congratulazioni per questo splendido atto di conquista. Recate i miei saluti a tutti i comandanti ed ai soldati. Stringiamo le mani. Siamo orgogliosi per l’eccellente comando e lo spirito combattente in questo glorioso attacco… Dite ai soldati: avete fatto la storia in Israele con il vostro attacco e la vostra conquista. Continuate fino alla vittoria. Come in Deir Yassin, così dappertutto, attaccheremo e sbaraglieremo il nemico. Dio, Dio, Tu ci hai scelti per la conquista”.
Il Merkaz Harav divenne uno dei più influenti centri religiosi in Israele ad attuare politiche riguardanti gli insediamenti illegali israeliani sulla terra palestinese. Il noto gruppo terrorista Gush Emunim fu fondato all’interno del Merkaz e si occupò dell’insediamento ebraico in Palestina, un “dono di dio” agli ebrei. Nel 1974 Shimon Peres (attualmente presidente di Israele e destinatario del premio nobel per la Pace) fu all’epoca ministro della Difesa di Israele, il che significa che i territori palestinesi occupati ricadevano sotto la sua sorveglianza. Sotto il suo comando questo movimento terrorista fu aiutato ad acquisire territorio nella West Bank e a Gaza. Peres chiamò questa politica “compromesso funzionale” allo scopo di ottenere appoggio politico del Gush Emunim e movimenti di coloni.
E’ bene ricordare che l’influenza dei movimenti dei coloni nella politica israeliana non è per niente irrilevante. E’ invece diffusa fra le molte migliaia di studenti che si diplomano presso Merkaz ed altri istituti e finiscono con l’occupare posizioni nel governo, militari, accademiche ed altre della società israeliana. Nessun governo israeliano ha potuto evitare l’ira di questo movimento estremista la cui influenza cresce di giorno in giorno dal 1974. Per il Merkaz, “lo stato di Israele è il fondamento su cui poggia il Trono di Dio in questo mondo”.
Attraverso i secoli il giudaismo ha visto molte trasformazioni nella sua teologia fino al punto che una persona si sentirebbe nel giusto descrivendolo come una religione totalmente diversa nel corso della sua storia. I suoi seguaci dipendevano soprattutto dai loro rabbi per la comprensione della dottrina. Le diverse scuole di pensiero hanno visto i loro alti e bassi in dipendenza della forza e del potere dei rabbi del tempo.
Oggi in Israele la teologia dominante è l’insegnamento di un rabbi americano solitario (conosciuto come “il rebbe” dai suoi seguaci), Menachem Mendel Schneerson, i cui studenti considerano il messia. Si crede che sarà lui a condurre gli Ebrei alla redenzione, benché sia morto nel 1994. Dopo la sua morte, i membri della Camera dei rappresentanti Chuck Schumer, John Lewis e Newt Gingrich, insieme con il comico Jerry Lewis e 220 parlamentari gli hanno conferito, alla memoria la medaglia d’oro del Congresso ed altrettanto il Senato. Il presidente Clinton ha perfino pronunciato un elogio: “L’eminenza del defunto rabbi come guida morale della nostra Nazione è stata riconosciuta da tutti i presidenti da Nixon in poi”.
Ho cercato notizie su questa medaglia ed ho trovato: “A Congressional Gold Medal is the highest civilian award which may be bestowed by the United States Congress”. La decorazione è concessa ad un individuo che si sia distinto per altissimi meriti o atti di servizio nell’interesse degli Stati Uniti. Quindi ho meditato sui più profondi pensieri del rabbi ed ho riscontrato:
“La differenza fra un ebreo ed un no-ebreo deriva dalla espressione comune “differenziamoci”. Per cui, non abbiamo un caso di profondo cambiamento per cui una persona sta semplicemente ad un livello superiore. Abbiamo, invece, un caso di differenziazione fra specie totalmente diverse. Questo è quanto occorre dire riguardo al corpo. Il corpo di un ebreo è di qualità totalmente diversa da quello delle persone di tutto il mondo. La realtà di un non-ebreo è soltanto vanità. L’intera creazione esiste solo per gli ebrei”
Credo che il lettore concordi che quest’uomo sia considerato un ebreo razzista ed un “supremacist” i cui pensieri e le espressioni sono contrari alla libertà ed alla eguaglianza su cui si fonda il Congresso. Ma eppure, incredibilmente, troviamo uomini e donne che avevano giurato di sostenere la Costituzione degli Stati Uniti, che hanno venduto per 30 denari la loro coscienza ed i principi americani di “libertà e giustizia”.
I capi religiosi ebrei hanno sempre paragonato i Palestinesi agli antichi Canaaniti il cui sterminio e/o l’espulsione sono predestinati per disegno divino. Ancora, questo spiega l’atteggiamento della gente di Israele verso le richieste dei partiti religiosi di espellere i Palestinesi dalla loro terra. La legge ebraica permette ad alcuni non-ebrei di risiedere in Israele a certe condizioni, che possono essere così sintetizzate: “Essi devono pagare le tasse ed accettare sofferenze ed umiliazioni e servitù”, come si è espresso Mordechai Nisan della università ebraica di Gerusalemme che si basa sulla legge dei Maimoniti. Per coloro non al corrente delle norme di questo “grande” dottore sulla legge ebraica, “la legge prescrive che un non-ebreo sia tenuto in giù, che non alzi la testa contro gli ebrei, che nessun non-ebreo sia nominato in qualsiasi carica ufficiale o posizione di forza sopra gli ebrei, e se tale non-ebreo rifiuta di vivere in queste condizioni questo è un segno di disobbedienza che richiede guerra contro di lui”.
Nel 1990, un libro pubblicato da Shlomo Aviner del Merkaz Harav, dà le risposte alle domande della Prima Intifada palestinese. Una domanda era: “C’è una differenza fra il punire un bambino arabo ed un adulto per il disturbo della nostra pace?”. La risposta iniziò con il mettere in guardia gli ebrei dal paragonare ebrei e non ebrei nell’applicazione della legge ebraica e particolarmente nel punire un ragazzo ebreo sotto i 13 anni o una bambina ebrea sotto i 12. La risposta era chiara – le leggi dei Maimoniti sono state scritte per i soli ebrei. Il rabbi riassunse dicendo che qualsiasi non-ebreo deve pagare per ogni torto commesso, ma non necessariamente gli ebrei stessi. Questo spiega in parte perché vi sia un così alto numero di bambini o uccisi dall’esercito ebraico o dai loro teppisti militanti o trattenuti nelle prigioni israeliane.
Un discorso bellicoso del Rabbi Ya’akob Shapira, capo del Merkaz, in seguito al recente attacco di Gerusalemme, diceva: “Questo mostruoso attacco deve condurre ad un grande e sostanziale cambiamento. Noi invitiamo e chiediamo al governo di Israele di svegliarsi e combattere fino alla fine, senza pietà, contro i nemici di Israele. Questa è una crisi terribile! E’ un lutto privato e nazionale. Ma gli “yeshiva” continueranno il loro percorso di studio, insegnamento, per la crescita e la disseminazione della Torah israeliana nella nostra completa e sacra terra di Israele”.
Invece di riconoscere che l’attacco era una risposta all’assassinio di massa di non-ebrei (Arabi mussulmani e cristiani), gli yeshiva continano con la loro politica di sterminio chiedendo al governo di “combattere fino alla fine” contro il popolo palestinese e di farlo senza pietà.
La scuola continuò il suo percorso di disseminare il suo odio ed i suoi insegnamenti assassini, di ripulire completamente la “loro terra santa di Israele” nella speranza che questo conduca alla “redenzione universale”. Molti degli “studenti” alla Merkaz hanno completato il loro servizio militare e molti sono ancora ufficiali dell’esercito. Questo risulta chiaro da un rapporto di “Haaretz” pubblicato l’8 marzo 2008, dove uno “studente” dj nome Yitzak Danon ha dichiarato alla televisione israeliana Canale2 che “sparò due colpi alla testa dell’attaccante”. Una domanda che viene in mente è: quando per l’ultima volta avete sentito dire di studenti che portano in classe armi automatiche di grande potenza? E, ricordate, questa non è una scuola ordinaria: ci è stato detto che è “un seminario”.
Nelle parole di Rabbi Shapira gli “yeshiva servono come base di addestramento per rabbi e studenti per scendere in campo in tutte le parti di Israele” e nelle parole di Rabbi Kook alla vigilia della guerra del 1967: “Sì, dov’è il nostro Hebron, l’abbiamo dimenticato? E Gerico? E Nablus? Li dimenticheremo? E l’ultima parte della Giordania, è nostra , ogni zolla di terra, ogni regione ed ogni pezzettino di terra appartengono a dio”.
Bene, ma il problema è che la terra è stata abitata durante le ultime migliaia di anni dal popolo di quella terra, il popolo originario di quella terra, non da ebrei vissuti per secoli e secoli in Europa e che pensano che “dio” l’ha data loro in dono. Rabbi Kook ha inoltre proclamato una proibizione religiosa – ordini di dio - contro la cessione di qualsiasi parte di Israele a non-ebrei. In altre parole, Kook ha detto al suo popolo che Dio ordina in effetti “Non lasciate non-ebrei sulla terra. Essi debbono essere tutti uccisi”. Questa dichiarazione, nelle parole del portavoce Yeshiva, Yehoshua Mor-Yousef, suona come segue: “Questa è la base di tutto ciò che crediamo”. E’ un chiaro invito per una guerra di sterminio contro ogni singolo palestinese non-ebreo da parte della più grande scuola religiosa di Israele. Nel corso degli anni, questo Merkaz ha emesso decreti religiosi concedendo licenza ai soldati israeliani di uccidere civili palestinesi, bambini inclusi. Rabbi Lior, un associato al Merkaz e già studente dello Yeshiva, che è inoltre il rabbi dell’insediamento illegale di Kiryat Arba, ha detto ai soldati israeliani, ed ai militanti civili, ex studenti dello Yeshiva, che è permesso uccidere bambini palestinesi. E’ una crescente opinione di molti religiosi, che gli israeliani sionisti credenti devono affrettare il processo di pulizia della terra uccidendo più Palestinesi sia possibile per creare le condizioni appropriate per favorire l’apparizione del messia durante la loro vita.
I capi dei partiti religiosi in Israele (e specialmente i Merkaz Harav) fortemente osteggiano qualsiasi accordo con i Palestinesi. Inoltre, l’idea di creare uno Stato palestinese nella West Bank e Gaza con Gerusalemme Est come capitale è una falsa pista che sarà percorsa sui loro corpi.
L’idea di uno scambio “pace contro terra” è totalmente contraria alla loro fede religiosa, perché impedirà l’apparizione del “messia”. Essendo questo il caso, qualsiasi negoziato con i Palestinesi è privo di significato fin quando i partiti religiosi controlleranno la politica israeliana. L’influenza dei partiti religiosi nell’esercito è più profonda della sua presenza nell’arena politica. Questo spiega, ancora, la brutalità e la natura barbarica delle azioni dell’esercito nei confronti dei Palestinesi. Recentemente il rabbi Hershel Schachter, decano della Yeshiva University, ha detto agli studenti di pensare bene prima di arruolarsi nell’esercito, dicendo: “Non c’è un “mitzvah” (comandamento) per distruggere la terra di Israele. Se l’esercito vi domanda di smantellare qualcuno degli insediamenti, e se il governo ordina all’esercito di dividere Gerusalemme, direi a tutti di dimettervi dall’esercito. Direi loro di sparare al primo ministro”. Tutta questa teologia è stata elaborata dal fondatore del Merkaz, rabbi Kook, che una volta ha urlato che “La differenza fra un’anima ebraica e le anime dei non-ebrei… è più grande e profonda della differenza fra quella di un umano e quella di una bestia”. Non meraviglia che i militari israeliani non abbiano rimorso di uccidere bambini palestinesi perché non li considerano umani. Per un ebreo uccidere un palestinese è come cacciare un coniglio o un’oca in un bosco. E’ anche peggio che vi siano stagionalità nel mondo della caccia con regole che bisogna seguire, ma in Palestina, è caccia aperta tutto l’anno.
Ponendo in mente quanto sopra, ci è facile comprendere il pensiero religioso dominante in Israele e perché molti religiosi ebrei in tutto il mondo credono che “la redenzione” sia ad un passo. Essi credono che il potere di Satana – che si manifesta nei non-ebrei - debba essere sconfitto. Per cui, il furto della terra è considerato redenzione della terra quando è in possesso in mani ebraiche. Credono che il passaggio dalla sfera satanica a quella divina la “ripulisca” dal male. La vedono come una terra santificata. Questo inoltre spiega il fatto che un ebreo in Israele può uccidere un non-ebreo ed andarsene tranquillo, ma se accade viceversa, ciò è considerato dalla legge ebraica come il delitto peggiore. Rifacendoci al codice dei Maimoniti e alla legge giudaica conosciuta come Halacha, è stabilito che “Un ebreo che uccide un non-ebreo è esente dal giudizio umano”, come se colui (o colei) non avesse violato la proibizione di assassinio secondo la legge ebraica sulla quale si basa Israele. I rabbi hanno sempre sostenuto che gli ebrei che uccidono arabi non dovrebbero essere puniti. Questo risulta chiaro dalle richieste ai governi Likud, laburisti e Kadim di Israele di non rilasciare prigionieri palestinesi che si fossero macchiate le mani di sangue ebraico. Se tanto non fosse sufficiente, la legge ebraica consente il trapianto di parti umane appartenenti ad un non-ebreo per salvare la vita ad un ebreo, secondo un altro rabbi di Merkaz Harav, Yitzhak Ginsburg. Costui ha detto che l’uccisione di un palestinese è una “virtù ebraica”. Un passo avanti ancora, il rabbi Dov Lior, uno dei più elevati studenti del rabbi Kook, ha proposto di usare Palestinesi catturati per condurre esperimenti medici. Come gli scienziati usano topi o conigli per i test, la teologia ebraica permette l’uso dei non-ebrei per questi esperimenti. Ascoltiamo ancora quello che dicono questi lunatici del 21° secolo: “Non abbiamo nessun potente amico di alcun genere? Apriamo la nostra Tenach (Bibbia) a BaMidbar (numeri), capitolo 33:50-53 e 55”. Queste scritture rendono assai chiaro che abbiamo un potente amico. Il dio della Bibbia è con Israele”. E da dove prendono quest’idea, che dio stia dalla loro parte? Da qui, il Libro dei Numeri, 35:
“Ed il Signore parlò a Mosè nella piana di Moab sul Giordano a Gerico, dicendo: ‘Parla ai figli di Israele, dì loro: quando passate dal Giordano nella terra di Canaan, cacciate via tutti gli abitanti della terra davanti a voi, e distruggete tutte le figure di pietra, e tutte le immagini metalliche, e demolite tutti i loro luoghi alti e indugiatevici; perché a voi ho dato in possesso la terra . . . Ma se non cacciate via gli abitanti della terra davanti a voi, allora quelli che lasciate nella terra saranno spine nei vostri occhi, e rimorsi da parte vostra, e vi tormenteranno nella terra dove voi indugerete”.
Recentemente, Shmuel Eliyahu, capo rabbino di Safad, ha chiesto al governo di permettere agli ebrei di “prendersi vendette contro gli Arabi”. Ha proposto di impiccare i figli della persona che ha attaccato Merkaz Harav Yeshiva ad un albero, e farlo a chiunque attacchi Israele “finchè essi (i Palestinesi) non cadano con la faccia a terra e gridino ‘aiuto!’”. Ha detto inoltre che i Palestinesi hanno bisogno di capire molto bene “la lingua della vendetta”.
Ed ecco che entra in scena l’ipocrisia e la prostituzione politica del nostro segretario di Stato, Condoleezza Rice, che si è pronunciata sull’attacco yeshiva: “Gli Stati Uniti condannano l’atto perverso terroristico di stanotte. Questa azione barbara non ha posto fra la gente civile e scuote la coscienza di tutte le Nazioni amanti della pace. Nessuna causa potrà mai giustificare quest’atto” .
E questo mentre l’esercito israeliano uccideva non bambini, ma neonati, a Gaza, deliberatamente, il che non è considerato barbaro dalla coscienza delle nazioni amanti della pace, Israele e gli Stati Uniti.
La coscienza di “tutte le nazioni amanti della pace” non è scossa quando i bambini palestinesi sono seppelliti dai calcinacci delle loro case demolite mentre dormono nelle loro culle. Ancor peggio, la coscienza guardò dall’altra parte quando teste ed altre parti di corpi umani cospargevano le strade di Gaza appena un giorno prima dell’attacco al centro addestramento yeshiva.
Il presidente Bush ha parlato con il presidente cinese sulla dura repressione della Intifada tibetana, ma non ha avuto parole per il presidente israeliano o il primo ministro per il modo barbaro, inumano, selvaggio nell’affrontare la richiesta palestinese per la libertà dall’oppressione.
La coscienza americana è in forte ritardo quando si tratta di stabilire se gli Stati Uniti siano una nazione civile e moderna.
In conclusione, il popolo palestinese ha scelte limitate per risolvere i suoi 60 anni di occupazione e diaspora. Potrebbe tentare di rivolgersi a dio per convincerlo a cambiare parere sulla donazione della terra palestinese agli Ebrei. Forse potrebbe stabilire un nuovo patto con gli Ebrei per convincerli a condividere un pezzo di Palestina come mezzo per redimerli ed anche di dimenticare questa idea di essere “prescelti” per uccidere i Palestinesi.
L’altra sola opzione è di convincere Israele e gli Stati Uniti di chiudere tutti i “yeshivas” che insegnano e promuovono la teologia dell’uccisione dei Palestinesi. La ”guerra al terrore” – se genuina ed efficace – deve andare alle radici del terrore, ed una di queste radici è l’idea che gli Ebrei siano superiori ai non-ebrei e che dio è un razzista ebreo.
Coloro che volessero sottilizzare su questi suggerimenti di riesaminare i comportamenti razzisti ebraici (e sionisti), dovrebbero chiedere questa domanda: Non è questo ciò che il mondo ha sentito in questi ultimi sette anni quando si parla di Islam?

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16 settembre 2008

India, la caccia ai cristiani non smuove l'Occidente

 



Questa notizia è dedicata soprattutto a coloro che si informano soltanto attraverso il TG1 delle 20. Costoro infatti, ancora non sanno che in India, più precisamente nello stato dell'Orissa, si è scatenata la caccia al cristiano da parte dei fondamentalisti indù.

Finora il bilancio parla di 14 morti, una cinquantina di chiese distrutte, centinaia di case bruciate o distrutte, villaggi messi a ferro e fuoco, decine di migliaia di sfollati. Le violenze anti-cristiane in Orissa vanno avanti da molto tempo, ma l'ondata scatenatasi in questi giorni non ha precedenti. Ad innescarla la morte di un leader religioso indù, pretestuosamente attribuita ai cristiani proprio per scatenare la reazione. A fomentare le violenze sono i gruppi estremisti indù, che mescolano il fondamentalismo religioso al nazionalismo più estremo, ma le autorità locali appaiono compiacenti mentre il governo centrale non sembra avere né la forza né la volontà di fermare le violenze.

Per questo motivo la Chiesa indiana ha chiuso per protesta le 25mila scuole cattoliche dell'India, un pilastro del sistema educativo indiano. La protesta intende ricordare la carneficina dei cristiani nell'Orissa sottolinea il Card. Osvaldo Gracias, presidente della Conferenza episcopale indiana, in un articolo acuita dall'incapacità del governo centrale di fermare le violenze, mentre nel Paese monta un sentimento anti-cristiano e i fedeli sono torturati e uccisi. Il Prelato afferma di voler mandare un segnale chiaro non solo all'India, ma in tutto il mondo sull'importanza della presenza della comunità cristiana, da sempre in prima fila nel sociale, nell'educazione e nell'opera di assistenza verso i bisognosi. Un'opera ancora più significativa in India perché non tiene conto della differenza di casta e abbraccia tutta la popolazione.

Ed è proprio quest'ultimo uno dei motivi fondamentali dell'odio anti-cristiano: la minaccia che i cattolici portano a quella forma di schiavitù che è il sistema delle caste, difeso con forza dai gruppi nazionalisti indù.

Monsignor Fisichella Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e rettore della Pontificia Università Lateranense, accennando alle violenze e all'intolleranza dei fondamentalisti indù nella regione dell'Orissa in India, ha affermato che "la Chiesa è violentata e beffeggiata", anzi "Questo è ancora il tempo dei martiri, per la Chiesa", Monsignor Fisichella critica la civiltà occidentale, in particolare l'Europa che non rispetta le proprie radici culturali e storiche che sono quelle cristiane e in particolare impassibilmente si assiste ad episodi di violenza e intolleranza inaudite.

Siccome i cristiani dovrebbero formare un corpo solo, la persecuzione e la morte di altri nostri fratelli è un problema che ci tocca in prima persona, è come se fossimo martirizzati noi stessi.

Nell'intervento tenuto il 29 agosto in occasione dell'incontro dal titolo "Chiesa e modernità: il dialogo necessario", monsignor Fisichella aveva detto: Siamo credibili, perché siamo capaci di dare dei martiri.

Alessandro Pagano
Domenico Bonvegna
Vincenzo Siragusa


16 settembre 2008

La doppia conversione all'ombra del rogo

 

di Anna Foa

Nel 1320, mentre Papa Giovanni xxii regnava ad Avignone, la crociata dei Pastorelli dilagò nel Sud della Francia. Una crociata di marginali, adolescenti, contadini, che attaccò le istituzioni ecclesiastiche e si rivolse in particolare contro gli ebrei, le cui comunità in Provenza furono attaccate e distrutte. Gli ebrei furono costretti a convertirsi sul filo della spada, chi si rifiutava venne massacrato.

Un episodio di violenza indiscriminata dal basso, non condiviso, anzi avversato e temuto dalle alte gerarchie ecclesiastiche, ma che incontrò in molte parti il favore del clero più basso.

A Tolosa, i Pastorelli arrivarono nel mese di giugno. L'ebreo Baruch, un rabbino di origine tedesca molto famoso per il suo sapere, era nella sua stanza intento a studiare quando il quartiere ebraico fu invaso dalla folla dei Pastorelli e del popolino che li seguiva.

Baruch fu portato nella cattedrale, dove due preti lo spinsero a battezzarsi subito, se voleva evitare di essere messo a morte. Baruch chiese allora di essere portato da un frate domenicano del convento, che voleva fosse suo padrino nel battesimo. Era un suo amico, una persona con cui era solito discutere e studiare, e sperava di potersi, tramite suo, salvare senza dover accettare il battesimo.

La folla in tumulto impedì però che i due preti riuscissero a fargli raggiungere il convento. Sotto una minaccia di morte così immediata, in mezzo ai cadaveri degli ebrei che avevano rifiutato il battesimo, Baruch fu così portato al fonte battesimale e fu battezzato all'istante, prendendo il nome di Giovanni.
Pochi giorni dopo, allontanatisi i Pastorelli, Baruch lasciò Tolosa e tornò alla sua religione. Il battesimo era stato un atto forzato, la sua conversione era avvenuta sotto la minaccia diretta di morte. Era un uomo coscienzioso, tuttavia, e volle sistemare le cose per bene, a scanso di ulteriori sorprese.

Si recò quindi dal locale inquisitore, e gli espose il suo caso. L'inquisitore non ebbe dubbi: si trattava di un battesimo forzato, quindi invalido secondo il diritto canonico. Baruch tornò ai suoi studi, tranquillo, anche se lasciò Tolosa per Pamiers.
Pochi mesi dopo, il cistercense Jacques Fournier, che nel 1334 diverrà Papa con il nome di Benedetto xii, divenne vescovo di Pamiers. I suoi registri d'Inquisizione, conservati nella Biblioteca Vaticana e pubblicati nel 1965 da Jacques Duvernoy, ci descrivono la sua intensa attività contro i Catari, il suo principale obiettivo nella zona.

L'unico ebreo da lui processato fu Baruch, e molte pagine del suo registro sono dedicate al suo caso.
Jacques Fournier era un inquisitore colto, molto addentro ai meccanismi del diritto canonico, a differenza, evidentemente, del locale inquisitore a cui Baruch si era rivolto per ottenere la conferma dell'invalidità del suo battesimo. Venuto a conoscenza del suo caso, convocò Baruch e gli comunicò che la sua conversione, dal punto di vista del diritto canonico, non era affatto nulla.

Avrebbe dovuto quindi tornare al cristianesimo, e abbandonare l'ebraismo, o sarebbe stato considerato come un apostata e bruciato sul rogo. Ma perché una conversione sulla punta della spada era considerata valida dal diritto canonico nel 1320, mentre non lo era nel 1096, quando i vescovi della Germania renana avevano consentito il ritorno all'ebraismo di quanti si erano convertiti durante i pogrom operati dalle bande marginali della Prima crociata?

In realtà, è vero che le norme stavano cambiando, e in un certo senso l'inquisitore locale non era davvero ignorante del diritto canonico, ma semplicemente non ne conoscevano i più recenti sviluppi, che prevedevano una distinzione fra forza assoluta e forza relativa.

La forza assoluta era quella che comportava che l'acqua del battesimo fosse gettata su qualcuno mentre costui continuava a protestare ad alta voce di non volersi battezzare. In questo caso, il sacramento non era valido, il sigillo del battesimo non era impresso. In tutti gli altri casi, il battesimo era valido, il sigillo era impresso, l'ebreo o l'infedele diveniva cristiano. Anche il battesimo imposto con la spada ricadeva in questa seconda categoria, perché lasciava pur sempre la scelta fra la conversione o la morte.

Informato da Jacques Fournier di queste norme, Baruch comprese rapidamente di non avere scelta, a meno di non voler affrontare il rogo come apostata.

Ma volle, nondimeno, dire la sua, e chiese di essere convinto delle verità della fede cristiana, prima di accettarle. Volle, insomma, trasformare un battesimo forzato in un battesimo liberamente accettato.

O forse volle soltanto prendersi una rivincita e disputare di teologia con l'inquisitore, come altre volte aveva discusso con il suo amico domenicano, alla pari? Oppure, c'era una qualche connessione fra la sua frequentazione del frate domenicano, la sua conversione forzata e la sua scelta di preferire la conversione al martirio? Non lo sappiamo, ma sappiamo che fu, in qualche settimana, convinto dei principi basilari della fede cristiana, della Trinità, della messianicità di Cristo. E divenne cristiano. Passò il resto della sua vita, riteniamo, come un cristiano.

Non lo sappiamo con certezza, perché il registro di Jacques Fournier non lo nomina più.

Ma ci resta questa storia incredibile, di un rabbino convertito a forza e di un inquisitore destinato ad esser Papa che disputano sottilmente all'ombra di un rogo, per fortuna solo minacciato. Non sappiamo davvero se Baruch si sia davvero convinto e sia diventato cristiano nel cuore, certo lo rimase di fatto.

Era troppo pericoloso ormai, per lui, compiere qualsiasi atto sia pur lontanamente giudaizzante. Ma ci piace immaginare che, allontanatosi Fournier a scovare Catari nelle vicinanze, il neofita sia tornato alle conversazioni con il suo amico domenicano, e forse, a volte, si siano ambedue dimenticati, nella foga, di essere ormai della stessa religione, ed abbiano ricominciato a discutere come se l'uno avesse già il suo Messia e l'altro, l'ebreo Baruch, ancora lo attendesse.

(©L'Osservatore Romano - 3 settembre 2008)


16 settembre 2008

Inattese collaborazioni fra scienziati israeliani, iraniani e palestinesi al CERN di Ginevra

 È stata definita una indagine da “Alice nel paese delle meraviglie” sulla formazione dell’universo o, alternativamente, una pericolosa manomissione della natura. In realtà, gli scienziati che lavorano a questo storico “Big Bang” in laboratorio, che ha inizio questa settimana a Ginevra, sperano di rivelare molte sorprese sull’universo e le sue origini. E respingono senza mezzi termini le paranoie sulla possibile fine del mondo.
Il Large Hadron Collider (LHC), il più grande e potente acceleratore di particelle mai costruito, esplorerà le più minuscole particelle e si avvicinerà come mai prima d’ora a una simulazione della teoria del big bang, secondo cui una colossale esplosione è ciò che ha dato vita all’universo.
L’acceleratore, costruito al CERN (European Centre for Nuclear Research), serve per lanciare un raggio di protoni fin quasi alla velocità della luce, facendoli fischiare undicimila volte al secondo nel tunnel ad anello lungo 27 km, scavato sotto l’amena campagna al confine tra Francia e Svizzera. Una volta lanciato con successo il raggio in senso anti-orario ne seguirà un secondo in senso orario. A quel punto gli scienziati punteranno un raggio contro l’altro in modo da far collidere i protoni, mandandoli in frantumi e facendoli rilasciare energia sotto lo sguardo attento dei numerosi rilevatori che punteggiano il tunnel nella sua caverna grande come una cattedrale.
Secondo Robert Aymar, il fisico francese che guida il centro di ricerche CERN, le scoperte che deriveranno da questo progetto porteranno enormi progressi per la società umana. “Se non salteranno fuori alcune delle cose che ci aspettiamo e ne salteranno fuori altre che non abbiamo previsto – dice il fisico inglese Brian Cox – allora sarà ancora più stimolante, perché vuol dire che della natura capiamo meno di quanto pensassimo”.
[…] Il progetto ha attirato ricercatori da 80 paesi, circa 1.200 dei quali sono arrivati dagli Stati Uniti che, insieme al Giappone, hanno lo status di osservatori al CERN e hanno contribuito con 531 milioni di dollari ai 4 miliardi necessari.
Israele, è coinvolto a vario titolo nel progetto. Sono 40 gli scienziati israeliani del Technion e delle Università di Haifa e di Tel Aviv che hanno impiegato gran parte degli ultimi dieci anni a sviluppare diversi sistemi elettronici del progetto, in particolare il sistema rilevatore centrale che deve decifrare e analizzare i risultati dell’esperimento. “L’industria scientifica israeliana gode di un’eccellente reputazione in Svizzera, soprattutto quando si tratta della tecnologia delle fibre ottiche di alto livello”, spiega il professor Giora Mikenberg, del Dipartimento fisica delle particelle dell’Istituto Weizmann, che guida la squadra israeliana.
Il progetto ha anche portato ad alcune inattese collaborazioni, quando gli scienziati israeliani che hanno lavorato fianco a fianco con colleghi libanesi, pachistani e iraniani. Ma, tra tutti, risalta il caloroso legame che si è stabilito con un giovane scienziato palestinese dell’Università Birzeit (Cisgiordania). Quando è terminato il lavoro sul progetto, la squadra israeliana ha perfino organizzato un party di saluto insieme agli scienziati libanese e palestinese: vi erano esposte entrambe le bandiere, quella israeliana e quella palestinese.
Un giorno, ricorda Mikenberg, vinti da una irresistibile nostalgia per un po’ di humus decente, gli scienziati libanese, palestinese e israeliani “hanno fatto una volata a Parigi a divorarne un po’, israeliani e arabi insieme. La scienza non conosce nemici né confini: è una cosa meravigliosa”.

(Da: YnetNews)


16 settembre 2008

Trovare la Mecca è facile: basta guardare il cellulare

 

Un'applicazione consente di segnalare la corretta direzione della Mecca.

ZEUS Newsmuslim

Tutti i cellulari (smartphone, palmary, Blackberry...) compatibili con Java possono installare un software che consente di identificare esattamente il posizionamento della Mecca.

Per conoscere la direzione è sufficiente impostare i parametri di riferimento del luogo in cui ci si trova, qualunque esso sia, e poi orientare il cellulare verso il sole.

Il software sarà in grado di determinare le coordinate della città santa dell'Islam e mostrare sul display del telefonino un indicatore fisso: sarà quindi sufficiente voltarsi nella direzione indicata per avere la certezza di rivolgere la propria preghiera verso il luogo sacro.

Il software è scaricabile presso il sito Zero9. Per scaricare il software bisogna però attivare un servizio in abbonamento da 5 euro a settimana: se non si è interessati, è bene disdirlo al più presto (le modalità sono indicate sul sito stesso).


16 settembre 2008

Talebani più sicuri con il VoIP

 Le milizie occidentali impegnate in Afghanistan avrebbero confermato l'utilizzo da parte dei soldati talebani di tecnologie come il VoIP, in particolare Skype, a cui farebbero ricorso per evitare le intercettazioni delle comunicazioni da parte dei propri nemici.

milizie talebaneA parlarne nelle scorse ore
è stato l'Evening Standard britannico. Il giornale cita in particolare "fonti delle forze di sicurezza" secondo cui la battaglia contro l'esercito britannico viene portata avanti anche grazie a Skype e alle telefonate cifrate che il celebre software consente di eseguire.

Secondo il giornale britannico,
ripreso anche da Computer Weekly, vi sarebbero notevoli investimenti in seno alle forze militari britanniche e statunitensi per riuscire a decifrare quelle chiamate. Il tutto però si intesse con i mai sopiti tentativi nel Regno Unito come anche in Germania di trovare una soluzione alle comunicazioni cifrate via VoIP, qualcosa che consenta un monitoraggio delle stesse. Una conferma della pesantezza della situazione giunge dall'intelligence britannica, i cui capi hanno di recente dichiarato in Parlamento quanto le chiamate via Internet possano ostacolare "Il problema con questa tecnologia - avrebbe riferito la fonte allo Standard - è che è facilmente utilizzabile ma estremamente difficile da craccare. A questa tecnologia si può accedere su dispositivi Internet mobili, e la rete di telefonia mobile del paese va espandendosi rapidamente". Il che è certo ironico, se si ricorda quanto i talebani hanno fatto per distruggere quella rete, salvo poi ripensarci.

fonte immagine
p.informatico


16 settembre 2008

La Bomba in cantina

 Gli esperti in scienze politiche amano presupporre la razionalità. Ma riguardo all’Iran, né gli Stati Uniti né Israele hanno veramente agito, finora, secondo il proprio interesse. Entrambi hanno già permesso che la minaccia crescesse fino a un possibile punto di non ritorno. E, per Israele, il prezzo della inazione potrebbe tradursi in un danno insostenibile.
Come mai? I leader nazionali fanno ostinatamente affidamento sulla speranza. Questo malriposto ottimismo ha l’effetto – emotivamente gratificante ma strategicamente deleterio – di bloccare politiche utili. Può persino promuovere forme di terrorismo e guerre catastrofiche.
L’Iran prosegue la sua marcia verso le armi nucleari, ma né Israele né gli Stati Uniti sono disposti ad agire in modo preventivo. Questo li costringerà a perseguire la loro sicurezza nella cosiddetta logica della deterrenza, rendendoli paradossalmente del tutto dipendenti da una presunta razionalità. I nostri leader tenteranno vanamente di conseguire una stabile deterrenza con Teheran, nella speranza di poter instaurare un equilibrio del terrore sul modello della guerra fredda Usa-Urss. Ma resteranno amaramente disillusi.
La deterrenza si fonderà verosimilmente su basi psicologiche assai deboli. Per Israele, una componente principale della sua strategia politica è sempre stata quella di tenersi la Bomba in cantina. Ma presto si svilupperà un dibattito sull’opportunità o meno di mantenere questa calcolata ambiguità. Finora molto probabilmente l’opacità nucleare ha funzionato. Sebbene non sia servita a molto per dissuadere aggressioni convenzionali o raffiche di attentati terroristici, tuttavia è riuscita a dissuadere i nemici del paese dall’imbastire attacchi vitali: attacchi che viceversa, in assenza di armi nucleari o biologiche, sarebbero stati probabilmente tentati giacché – come scriveva il teorico della strategia militare von Clausewitz – c’è un punto in cui “la massa fa la differenza”. I nemici di Israele hanno sempre goduto di un evidente vantaggio numerico. Nessuno di loro possiede la Bomba ma, agendo simultaneamente tutti insieme, questi stati e i loro vari derivati, anche senza armi nucleari avrebbero potuto infliggere colpi vitali allo stato ebraico.
Affinché l’arma nucleare israeliana funzioni come deterrente verso un Iran pienamente nuclearizzato, è necessario che Teheran sia ben convinta che tale arma è inattaccabile e capace di penetrare le difese del nemico. Qualunque valutazione iraniana sulla reale determinazione di Israele a difendersi con armi nucleari dipenderà in buona misura dalle congetture che farà Teheran su quelle armi. L’eventuale convinzione iraniana che le armi nucleari israeliane siano solo del tipo mega-distruttivo deve essere modificata. Il nemico deve convincersi che lo stato ebraico dispone di tutta una gamma di armi in grado di rispondere a diversi livelli di minaccia, cosicché la credibilità della postura deterrente possa variare in ragione inversa alla distruttività percepita delle armi israeliane.
Dovendo coesistere con un Iran già nuclearizzato, Israele dunque trarrebbe beneficio non tanto da un aumento delle segretezza nucleare, quanto piuttosto da una maggiore trasparenza. L’Iran potrebbe decidere di condividere alcune delle sue componenti e dei suoi materiali nucleari con Hezbollah o altri gruppi terroristi affini. Per impedirlo, Gerusalemme deve poter convincere l’Iran di essere in possesso di una gamma di opzioni nucleari concretamente utilizzabili. Anche qui, l’ambiguità potrebbe non risultare abbastanza persuasiva.
L’ideale sarebbe che Israele e Stati Uniti non permettessero del tutto all’Iran di diventare pienamente nucleare. Ma se tale prevenzione non si realizzerà, non sarà più sufficiente che i nemici di Israele sospettino solo a grandi linee la potenzialità nucleare di Israele. Gerusalemme dovrà decidere di passare ad un definito livello di trasparenza. Ciò che bisognerà calcolare in fretta è l’esatto grado di sottigliezza con cui Israele dovrà comunicare la sua posizione, le sue intenzioni e le sue capacità in campo nucleare.
La logica di qualunque grado di trasparenza nucleare verrà deciso dovrà fondarsi sulla cognizione che le armi nucleari possono servire alla sicurezza di Israele in un certo numero di modalità diversi. Una volta messo di fronte al fatto compiuto di Teheran, Israele dovrà convincere il suo principale nemico che possiede sia la determinazione sia le armi necessarie per rendere qualunque progetto di aggressione nucleare molto più dannosa che conveniente.
D’altra parte, per definizione, nessuna trasparenza è utile nel caso di un nemico nucleare irrazionale, che sia in Iran o altrove. Se la leadership iraniana aderisce alla visione dell’apocalisse sciita, il paese potrebbe abbandonare ogni comportamento razionale. In questo caso l’Iran potrebbe effettivamente diventare una sorta di attentatore suicida nucleare di proporzioni macroscopiche: una prospettiva destabilizzante improbabile, ma non impossibile.
Per proteggersi dai colpi nemici, specie quelli che potrebbero minacciarne l’esistenza, Israele deve sfruttare rapidamente ogni aspetto e funzione del suo tuttora opaco arsenale nucleare. Il successo dei suoi sforzi dipenderà non solo dalla sua scelta di possibili azioni e controreazioni, ma anche della misura in cui questa scelta verrà fatta conoscere in anticipo ai paesi nemici e ai loro surrogati non statuali. Affinché tali nemici vengano dissuasi dal lo sferrare il primo colpo, e anche dal lanciare attacchi di rappresaglia dopo eventuali operazioni convenzionali di prevenzioni anti-nucleare, non sarà sufficiente il semplice sospetto che Israele ha la Bomba. Questi nemici dovranno convincersi che le armi nucleari israeliane sono effettivamente inattaccabili e che alcune di esse sono puntate su obiettivi di primissimo valore strategico.
Tirare fuori la Bomba dalla cantina è ciò che potrebbe davvero incrementare la deterrenza strategica. Tale calcolata cessazione della voluta ambiguità servirebbe anche a sottolineare la determinazione israeliana ad usare tali armi in risposta a “primi colpi” del nemico o a determinate sue reazioni di rappresaglia. Per ora la Bomba è meglio che resti nell’ambiguità. Ma presto, e certamente prima di scoprire che l’Iran è sul punto di ottenere armi nucleari, lo stato ebraico dovrà mettere fine alla sua ambiguità.
Non vi può essere nessuna pace credibile con un Iran nucleare, a meno che non cambi radicalmente il suo regime. Se né Israele né gli Stati Uniti si adopereranno per la demolizione preventiva del programma nucleare iraniano, allora Israele sarà costretto a tirar fuori la sua Bomba dalla cantina. Rimangono ottime ragioni per dubitare che tale mossa basterebbe a preservare la sua forza deterrente, ma chiaramente sarà meglio farlo che non farlo. Non porre fine all’ambiguità nucleare al momento giusto potrebbe ledere anche la sicurezza degli Stati Uniti e dell’occidente.
Certe forme di prevenzione sono previste anche dal diritto internazionale: sono correttamente indicate come forme di auto-difesa anticipata. Il rispetto del diritto internazionale, infatti, non esige il suicidio da parte di uno stato.

Louis René Beres
(Da: Jerusalem Post, 10.09.08)

Nell’immagine in alto: Foto satellitari del presunto sito nucleare siriano, prima e dopo il raid preventivo israeliano del 6 settembre 2007


15 settembre 2008

Buone frontiere creano buon vicinato

 

Da un articolo di Gilad Sharon

Le dune di Halutsa, nel sud di Israele, sono un’area aperta e disabitata: costituiscono la riserva di territorio per il piccolo e sovrappopolato Israele.
Eppure ad ogni momento salta fuori qualche nuovo illuso che vuole cedere quest’area ai palestinesi, nel quadro di uno scambio di territori. Secondo la logica di questo approccio, Israele tratterrebbe alcuni blocchi di insediamenti in Cisgiordania offrendo in cambio ai palestinesi dell’altro territorio, nella speranza di spingerli in questo modo ad accettare l’accordo.
Fin qui la proposta sembra ragionevole. Ma è da qui in avanti che diventa sbagliata. Località (israeliane) come Kfar Bara, dove risiede lo sceicco estremista Raed Salah, o come Umm al-Fahm, dove si tengono continuamente manifestazioni infarcite di odio anti-israeliano, sono destinate a rimanere all’interno di Israele, mentre la quieta e desertica regione delle dune Halutsa verrebbe riempita di palestinesi della striscia di Gaza.
Torna in mente la barzelletta di quando la polizia di Mosca decise, un giorno, di lanciare una campagna per incoraggiare, nei propri agenti, atteggiamenti più garbati verso i cittadini. Quel giorno un agente viene avvicinato in strada da una donna che inizia a bombardarlo con una serie infinita di domande sciocche. Il poliziotto non ne può più, ma deve eseguire gli ordini e quindi cerca di mantenersi cortese. Alla fine sbotta: “Senta, signora, facciamo così: lei resta qui e io vado al diavolo”.
Ecco, a Raed Salah a alla gente del suo stampo io direi: “Voi restate a casa vostra, e noi ce ne andiamo al diavolo”. O più precisamente: ridefiniamo la linea di confine in modo tale che corra a ovest delle vostre località.
Dopotutto, quando si ascolta quello che dite e guardiamo le bandiere che sventolate in tutti i vostri raduni, si capisce che voi siete comunque sull’altro lato della frontiera. Si può cercare finché si vuole una bandiera israeliana, in quei raduni tenuti dai cittadini israeliani di quelle località: l’unico posto dove la si potrà trovare è accanto a quella americana, entrambe bruciate e calpestate sotto i piedi dei manifestanti.
L’ultimo illuso in ordine di tempo che ha preso in considerazione l’idea di scambiare le dune Halutsa, stando ai mass-media, è il primo ministro d’Israele. Nel quadro del suo toccante sforzo per entrare nei libri di storia, ha sollevato di nuovo questa idea stolta e stravagante.
La separazione di gruppi di popolazione in conflitto fra loro è una sperimentata formula per calmare situazioni esplosive. A Cipro abbiamo visto prevalere la calma da quando i turchi sono da una parte e i greci dall’altra. Lo stesso vale più o meno in ogni altra parte del mondo: un buon confine crea buon vicinato. Se è destino che questa terra venga spartita, la spartizione deve essere tale da garantire la calma per molti anni e generazioni a venire. Forse che la soluzione più auspicabile è quella di trasformare zone tranquille di confine in luoghi di frizione e di attrito e, nello stesso tempo, mantenere all’interno di Israele luoghi di crescente conflittualità? Direi di no.

(DA: YnetNews, 11.09.08)

Nella mappa in alto: La posizione di Umm al-Fahm


15 settembre 2008

Obama corre verso la sconfitta e potrebbe persino farcela

 

Charles Krauthammer

 

I Democratici sono in preda al panico: in una gara presidenziale impossibile da perdere, stanno rimanendo indietro. I seguaci di Obama danno febbrili consigli: Tom Friedman gli intima di “cominciare a sbattere il telefono in faccia a qualcuno”; Camille Paglia gli suggerisce di “essere più noioso”.

Nel frattempo, una congrega di avvocati Democratici, cronisti, bloggers sinistrorsi ed altri personaggi contagiati dalla Obama-mania passano a setaccio la vasta tundra dell’Alaska alla ricerca di qualcosa, qualsiasi cosa, in grado di screditare Sarah Palin: la gravidanza di sua figlia, la questione del cognato, i suoi 60 dollari al giorno, ed ora la sua religione (la CNN ci informa –con uno scoop lampo, pensate!- che pare che Palin non abbia mai parlato in una lingua straniera). Sin da quando Enrico II chiese che qualcuno si sbarazzasse del suo scomodo prete, non si era mai visto un tale zelo manifestarsi spontaneamente nella società.

Tuttavia, Sarah Palin non costituisce soltanto un problema per Barack Obama: è anche il sintomo del male che lo affligge. Prima che arrivasse Palin, Obama era decisamente il candidato più popolare: mai prima, per nessun candidato presidenziale che la storia ricordi, il margine tra venerazione e risultati concreti era stato così ampio –ed è proprio per questo che le pubblicità di Paris Hilton su McCain hanno toccato un nervo così scoperto. L’ascesa meteoritica di Obama non è basata sui principi (difatti non c’era chissà quale differenza tra lui e Hillary Clinton sugli specifici issues); bensì sull’eloquenza, sulla capacità oratoria, sul carisma.

Il senso di disagio alla convention di Denver, il rimorso nell’aver comprato qualcosa di cui poi ci si è pentiti, ha dimostrato come i Democratici abbiano realizzato che la celebrità di Obama è in caduta libera –e si appresta ora ad entrare nella sua fase di più rapida decadenza. Il fatto che Palin sia stata in grado di rubargli il posto sotto i riflettori così rapidamente non è altro che una conseguenza del declino della sua celebrità.

Era inevitabile. Obama è riuscito a mantenersi a galla per quattro anni interi, ma nessuno può rimanere in vetta per sempre. Cinque discorsi pubblici permettono di mappare più precisamente la parabola Obama.

Obama raggiunge la celebrità in maniera immediate dopo il suo brillante e commovente discorso alla convention Democratica nel 2004. Questo fa sì che uno sconosciuto Senatore diventi improvvisamente un personaggio di interesse nazionale, ed un legittimo candidato presidenziale.

Il suo seguente momento di gloria coincide con la notte in cui si svolgono i caucus dell’Iowa, quando Obama tiene un discorso altrettanto toccante in toni accesi ed intriganti, in grado di ammaliare la platea che si sintonizza da tutto il paese per seguire i risultati.

Il problema a questo punto è stato che Obama ha cominciato a credere nei suoi poteri magici: le litanie, gli svenimenti, l’auto-infatuazione degli slogan che recitano “noi-siamo-i-prescelti”. Proprio come Ronald Reagan, Obama ha saputo creare un movimento, seppur fondato interamente sulla personalità del suo leader; tuttavia, mentre la rivoluzione di Reagan si basava su concrete idee politiche (economia di mercato, liberalizzazione dello stato sociale, interesse nazionale), in grado di trascendere l’uomo che le rappresentava, per il movimento condotto da Obama l’uomo è l’elemento trascendente.

Tutto ciò ha dato alla sua campagna politica un vago sentore di culto. In occasione di ognuna delle primarie, ad ogni ripetizione della fluente ed autoreferenziale retorica, la mancanza di sostanza della campagna stessa è divenuta sempre più evidente. Una volta giunti alla notte in cui si sono svolte le ultime primarie, le truppe erano provate e demotivate; per mantenersi sulla cresta dell’onda, Obama doveva nuovamente stabilire un contatto. Da questo bisogno è scaturita la sua dichiarazione trionfale, secondo la quale la storia avrebbe guardato a quella notte, alla sua vittoria, alla sua ascesa, come “al momento in cui l’innalzamento degli oceani inizia ad arrestarsi e il pianeta si incammina sulla via della guarigione”.

Si sente in sottofondo il rumore dei cocci rotti. Obama però dà soltanto ascolto alle folle che lo acclamano e, non comprendendo che il modello pseudo-messianico sta finendo in pezzi, va a Berlino passando il punto di non ritorno. Le grandiloquenze che proclamano un universalismo insostanziale cancellano ogni dubbio: ora la grandiosità è diventata una fissazione.

A quel punto, il passo che lo separa da Paris Hilton è decisamente breve. E proprio in quest’attimo, i seguaci di Obama capiscono tutto, vedendo in prospettiva l’ombra del fallimento: per questo il successivo discorso a Denver, quello in cui Obama accetta la nomination, è così deliberatamente pedissequo, programmatico, ricalca fedelmente i toni del Discorso per lo Stato dell’Unione ed ha un solo breve momento lirico (con quella conclusione che richiama la Marcia su Washington).

Ciò nonostante, il problema è che Obama ha già da tempo annunciato che il discorso si sarebbe tenuto presso l’Invesco Field. Per colpa della sua hubris pre-berlinese, ora i Democratici non possono più disfarsi delle colonne greche, dell’atmosfera da circo, dei fuochi d’artificio che salutano le rockstar –in contrapposizione alla convention tradizionale dall’aria familiare, con i palloncini che riempiono la sala. L’incongruenza tra il contesto e il discorso non può essere più stridente: Obama che cerca di presentarsi come un candidato ordinario, misurato, ricordandosi a malapena come fare.

Ma mentre cade una stella, un’altra sorge più luminosa. La mattina successiva, McCain sceglie Sarah Palin e una nuova celebrità viene alla luce –e nel mondo delle celebrità, le novità sono sempre un elemento vincente. Con la sua storia personale, il suo carattere, il suo carisma che sta portando la campagna presidenziale di McCain dove mai si era creduto potesse arrivare –e dove per logica non aveva ragione di andare-, Sarah Palin ricorda il cammino di ascesa seguito da Obama.

Tuttavia, il suo compito è molto più semplice: deve restare sulla cresta dell’onda solo per sette settimane. Obama ha mantenuto quota per quattro stupefacenti anni: ma in politica, come in qualsiasi gioco, conta soltanto chi arriva vincente al traguardo.

© Townhall.com

Traduzione Alia K. Nardini


15 settembre 2008

«Volenterosi carnefici. In buona fede»

 


C' è grande apprensione, nell'Associazione internazionale delle vittime della buona fede (altrui). Leggono ultimamente molte dichiarazioni sul tema della buona fede. Apprendono che, soggettivamente, i combattenti di Salò erano animati da nobili intenzioni. Che nel petto degli assassini del commissario Calabresi, sdegnati per la strage di Piazza Fontana, non albergavano cuori malvagi. Che secondo lo storico Paolo Spriano, lo storico del Pci di cui il domenicale del Sole 24 Ore ha rievocato la figura, i militanti comunisti erano «rivoluzionari dotati di grande spirito di abnegazione». Quelli dell'Associazione cominciano a trarne l'amara lezione: che la storia dei carnefici si può prima o poi riscrivere, mentre alle vittime il massimo che si può umanamente concedere è la riscrittura della loro epigrafe funebre.
Quelli dell'Associazione non mettono tuttavia in discussione la buona fede di chi soppresse la vita dei propri cari. Piuttosto constatano con amarezza quanto labile sia spesso il confine che dovrebbe separare la comprensione dalla giustificazione. Si limitano a ricordare che, a proposito del comunismo, l'argomento delle «buone intenzioni», deplorato da François Furet, ha già provveduto ad assolvere, soggettivamente e in generale, i colpevoli di crimini la cui somma nel corso del ventesimo secolo si dice ammonti a circa un centinaio di milioni di vittime. Ma le cifre vanno prese con beneficio di inventario, per non incorrere in quella «macabra contabilità» dei morti che i difensori dell'Ideale comunista hanno sempre stigmatizzato come lugubre deriva quantitativista, incapace di interpretare lo slancio vitale di chi voleva edificare il paradiso terrestre dell'uguaglianza anche a costo di spedire sottoterra un numero elevatissimo di intralci umani sulla via della società perfetta. Quelli dell'Associazione mettono piuttosto in guardia da una dilatazione eccessiva del rimedio autoassolutorio della buona fede. Chi crebbe nel delirio razzista del nazismo fu inesorabilmente indottrinato nel dogma che gli ebrei rappresentassero gli insetti che deturpavano la purezza ariana. Si può escludere che un'assoluta buona fede animasse molti volenterosi aguzzini disposti ad ammettere che le camere a gas fossero uno sbrigativo ma efficace insetticida? In Italia non c'era buona fede in chi, sconvolto dalla morte della Patria, tra il '43 e il '45, si trovò dalla stessa parte dei feroci rastrellatori con la svastica? E inoltre, cambiando tempi e scenari, se un giovane italiano degli anni Settanta si fosse persuaso che il mondo nuovo avrebbe dovuto annunciarsi con le pistolettate somministrate a un certo numero di nemici del popolo, potrebbe ragionevolmente escludersi l'attenuante della buona fede?
L'Associazione internazionale delle vittime della buona fede (altrui) stila perciò un comunicato implorando gli storici, i politici e gli opinion makers di fare un uso molto sobrio di categorie che, enfatizzando la generosità delle intenzioni soggettive di chi si macchiò di gravi colpe nei confronti di esseri umani soggettivamente del tutto innocenti, potrebbero nondimeno suonare come un estremo oltraggio a chi non ha più possibilità di replicare. Un omaggio tardivo al principio di responsabilità. Un'elementare norma di autocontrollo e forse di rispetto. Postumo.
Pierluigi Battista
Corriere 




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15 settembre 2008

Afghanistan: miliziani tagliano orecchie a un maestro perché «lavora per il governo»

  

Raid del 22 agosto (90 civili morti): «Usa guidati da false informazioni per vendetta»

Afghanistan: miliziani tagliano orecchie a un maestro perché «lavora per il governo»

Il ministero dell'Istruzione: «Sono stati i talebani». Un loro portavoce: «Non siamo stati noi»

I resti di un'autobomba presso Kabul (Epa)
I resti di un'autobomba presso Kabul (Epa)

KABUL - In Afghanistan un gruppo che si è presentato come appartenente ai talebani, sabato scorso ha assaltato una moschea nella provincia meridionale di Zabul, ha trascinato fuori un maestro di scuola e gli ha tagliato le orecchie come punizione perché «lavora per il governo». Lo ha reso noto un responsabile del ministero dell'Istruzione di Kabul. I guerriglieri hanno inoltre malmenato una decina di uomini, in gran parte anziani, ha aggiunto il responsabile provinciale del ministero. I fatti sono stati confermati da testimoni locali, i quali hanno spiegato che l'insegnante lavorava in una scuola aperta da cinque mesi e che i terroristi hanno ammonito che tutti coloro che lavoreranno per il governo di Kabul faranno la stessa fine.

TALEBANI SMENTISCONO - Yusuf Ahmadi, un portavoce dei talebani, ha smentito che i mujaheddin siano implicati in quanto avvenuto nella provincia di Zabul. Resta il fatto che negli ultimi anni i talebani hanno ucciso centinaia di persone che a qualsiasi titolo collaboravano con il governo Karzai, accandendosi in modo partitolare contro il mondo dell'istruzione.

ATTENTATO - Intanto tre persone sono rimaste uccise e altre sette ferite in un attentato suicida lunedì mattina nella provincia di Herat. Bersaglio degli attentatori - che hanno fatto esplodere un mezzo imbottito di esplosivo contro due auto - era il capo distrettuale di Shindand, rimasto leggermente ferito, mentre è morto suo figlio. L'attentato è stato rivendicato dai talebani.

RAID - Humayun Hamidzada, portavoce del presidente Hamid Karzai, ha riferito che tre persone sono state arrestate per aver fornito false informazioni agli americani per il bombardamento aereo del 22 agosto ad Azizabad che uccise almeno 90 civili (tra cui 60 bambini), secondo gli afghani e nessun talebano. Secondo le forze Usa invece nel raid sono morti almeno 35 guerriglieri al comando di Mullah Sidiq e sette civili. Secondo il governo dell'Afghanistan, invece, i tre arrestati avrebbero fornito false informazioni per vendicarsi di una tribù rivale. Una commissione del governo di Kabul, avvallata in parte anche da un rapporto preliminare dell'Onu, ha riferito che l'obiettivo del raid era una gruppo famigliare che lavorava per una società britannica. Accortisi dell'errore, secondo Kabul, gli americani sarebbero poi intervenuti per recuperare i resti delle munizioni sparate. Uno di quelli che avrebbe fornito le false informazioni, Nader Tawakil, secondo gli afghani sarebbe sotto la protezione degli Usa, i quali non hanno commentato questa informazione. Dopo un video in cui si vedevano almeno dieci bambini morti nel raid e altre 40 vittime, gli Usa hanno deciso di inviare un generale per indagare sui fatti.

corriere


15 settembre 2008

Londonistan, Corti e leggi islamiche. Allarme in Inghilterra

 

Nel 1980, il Consiglio musulmano d'Europa (Islamic Muslim Council) pubblicò
un libro dal titolo Comunità musulmane in Stati non musulmani, in cui
spiegava quali dovevano essere gli obiettivi degli islamici nel Vecchio
Continente.

Nel capitolo «I problemi delle minoranze musulmane e le loro soluzioni», M.
Ali Kettani chiedeva ai confratelli che vivono in Paesi non musulmani di
riunirsi e organizzarsi al fine di stabilire una comunità basata su principi
islamici. Li invitava a fondare moschee, centri sociali e scuole coraniche.
E a resistere all'integrazione o all'assimilazione con il resto della
popolazione, a meno che ciò avvenisse al fine di diffondere il messaggio
dell'Islam.L'obiettivo ultimo di questa strategia, scriveva l'autore, «è
quello di diventare maggioranza e governare il Paese in cui ci si trova
secondo la legge musulmana». Da allora, in Gran Bretagna, la presenza
islamica è andata aumentando in modo considerevole, arrivando a 1, 6 milioni
di persone secondo le stime ufficiali (ma si parla di tre milioni). Ed è
cresciuta anche la determinazione di almeno alcune frange di imporre la
propria cultura e i propri costumi.

Qualche settimana fa, il primate della Chiesa Anglicana, Rowan Williams, ha
sconcertato il Paese sostenendo che è ormai inevitabile adottare alcuni
aspetti della sharia. Eppure, l'acceso dibattito scaturito dal suo
intervento ha faticato a prendere atto di una realtà che già esiste in Gran
Bretagna da più di vent'anni: quella delle corti islamiche. Gli Islamic
Councils si occupano di risolvere dispute relative a controversie familiari
dei musulmani britannici, secondo quanto dettato dalla legge islamica. Di
solito hanno sede all'interno di moschee, scuole coraniche o associazioni e
decidono prevalentemente in materia di divorzio, questioni finanziarie o
ereditarie. Non esistono solo nella tollerante e multiculturale Londra: sono
presenti in tutto il Paese. La più importante, il Consiglio della Sharia
islamica, si trova a Leyton.

La più controversa è a Dewsbury, nel West Yorkshire, città di Mohammed
Siddique Khan, il kamikaze principale responsabile dell'attentato a Londra
del 7 luglio 2005, in cui persero la vita 52 persone. La corte islamica di
Dewsbury risiede all'interno di quello che un tempo era un tradizionale pub
inglese ed è registrata ufficialmente come ente benefico per godere di
esenzioni fiscali. Non sono solo i cristiani ad opporsi a una legislazione a
due corsie.

Il Consiglio musulmano della Gran-Bretagna, un'organizzazione non sempre
moderata nelle sue prese di posizione, si oppone al sistema duale. «L'
islamizzazione dell'Europa sta diventando inarrestabile», denuncia Patrick
Sookhdeo, canonico anglicano, difensore dei cristiani perseguitati nel mondo
con la sua associazione Barnabas, consulente dell'esercito britannico e
della Nato. «Alcuni cristiani - sottolinea Sookhdeo, che è nato in una
famiglia islamica e solo in età matura si è convertito - dicono che è troppo
pessimista chi predice un passaggio del Continente alla religione musulmana
entro la fine del secolo. Ma non si può dimenticare che le regioni oggi
comprese nei confini dell'Afganistan e del Pakistan erano un tempo
cristiane, così come il nord Africa.

L'avanzata dell'Islam ha completamente sradicato la Chiesa da quelle zone.
Sarebbe dunque molto azzardato pensare che una cosa del genere non possa mai
accadere in Europa». E prosegue: «I musulmani non vogliono integrarsi,
puntano a prendere il controllo della società. È per questo che tendono a
stabilirsi in determinate zone e a raccogliersi in moschee finanziate da
ricchi uomini d'affari sauditi dove ascoltare la predicazione di imam che
giungono qui dai Paesi islamici». In Gran Bretagna, la comunità è
concentrata nel Nord­Ovest, nelle Midlands e a Londra.

Alcune di queste zone sono off limits per i non musulmani; in altre, i
cristiani quotidianamente subiscono minacce verbali e aggressioni. Nella
terra di Sua Maestà, l'Islam sta muovendo passi particolarmente rapidi
perché è aiutato anche da un atteggiamento molto british, che ha origine nel
timore di violare il codice della correttezza politica. I britannici
preferiscono subire le prevaricazioni pur di non passare per intolleranti.
Basti qualche esempio: nelle scuole, negli ospedali e nelle prigioni, viene
spesso servita a tutti carne halal (macellata secondo il rito musulmano) per
non urtare gli islamici; in classe, le ragazze musulmane, a differenza della
Francia, possono indossare il velo; nel quartiere londinese di Tower Hamlets
sono stati cambiati i nomi di alcuni distretti perché quelli originali
avevano «ascendenze troppo cristiane». In molti istituti statali, in cui l'
ora di religione non è obbligatoria, lo studio delle origini dell'Islam
ottiene spesso la precedenza rispetto al cristianesimo. Non solo, dice
ancora Sookhdeo, «un numero sempre maggiore di università del Regno Unito
riceve fondi dall'Arabia Saudita a condizione che gli atenei promuovano una
certa linea di pensiero in sintonia con la fede musulmana».

Londra - o Londonistan, com'è spesso chiamata per la deriva islamica - è una
città in cui hanno trovato a lungo asilo esponenti del terrorismo
internazionale. Eppure qui, come nel resto dell'Europa - spiega il direttore
di Barnabas -, «molti musulmani continuano a comportarsi come se fossero
vittime, quando il resto della popolazione fa di tutto per non offenderli».

«La domanda - suggerisce il canonico - è come sopravviverà la comunità
cristiana in Gran Bretagna?». Se la Francia sembra determinata a proteggere
la sua laicità bandendo il velo dalle scuole e l'Olanda, dopo l'uccisione
del regista Theo van Gogh da parte di un giovane musulmano nel 2004,
ridisegna il suo multiculturalismo chiudendo le frontiere, «la Gran
Bretagna - conclude Sookhdeo - appare sempre più orientata a una sorta di
segregazione geografica e legale, dove già ora alla comunità musulmana è
consentito rispettare una legislazione diversa e dove i cristiani rischiano
di essere discriminati e di non avere tutele, in nome di una correttezza
politica senza senso».



Elisabetta Del Soldato - Avvenire


15 settembre 2008

L'ebreo che sognava di abbattere Wall Street

 


Morì nel 1967, alla vigilia del '68, di quella rivolta dove, dopo tanta
attesa, avrebbe visto avvicinarsi, se non realizzata, la sua attesa
messianica: «Oh, rivoluzione dei lavoratori, tu hai portato la speranza nel
ragazzo solitario, sull'orlo del suicidio, che io ero allora. Tu sei il vero
Messia. Quando verrai, raderai al suolo l'East Side, e farai sorgere al
posto suo un giardino per gli spiriti fraterni». Perché alla Rivoluzione,
quella con la maiuscola, Michael Gold lavorò tutta la vita, fin da quando
era un ragazzo arrabbiato con la storia e con l'America e si chiamava ancora
Irwin Granich.Uno dei milioni di ebrei che erano arrivati nella Terra
Promessa salvo scoprire presto che New York e le altre città del nuovo mondo
più che alla terra di Sion somigliavano all'inferno dei cristiani:
«Null'altro che pietra. È una seconda Pompei; con la differenza che sette
milioni di creature piene d'amore per la terra sono condannate a vivere per
le strade di morta lava».
L'America, la New York, il Lower East Side in cui crebbe era un miscuglio di
razze e di miseria, di religioni e disperazione,di violenza e di passioni
che al cinema ha saputo capire soltanto Sergio Leone in C'era una volta
l'America e che, mezzo secolo prima di lui, Michael Gold raccontò in Ebrei
senza denaro, scritto negli anni della Grande Depressione, pubblicato negli
Stati Uniti nel 1930 e in Italia un'unica volta, soltanto nel 1934, prima
che oggi sia stato riscoperto da Baldini Castoldi Dalai (pagg. 290, euro
16,50). Un libro che, nella tradizione della letteratura ebraica, è
l'autobiografico e commovente romanzo d'iniziazione del protagonista,ma
anche il rabbioso strumento con cui un giovane ebreo in rivolta contro il
Dio dei suoi avi e l'Ordine dei suoi genitori compie l'inevitabile
parricidio con cui taglia ogni radice, cerca di distruggere una millenaria
tradizione per costruire un mondo nuovo.
Difficilmente in quegli anni, persino nella più ideologizzata letteratura di
partito, perfino nelle più grottesche caricature si è letta una simile
esplosione di antisemitismo, come quella in cui il giovane protagonista
descrive il suo maestro di Talmud:«Reb Moisha aveva una faccia cerea e
scarna di cadavere, incorniciata da una barba nera come l'inchiostro, e
sormontata da una papalina. I suoi occhi scintillavano e vagavano
instancabili come quelli di un orco affamato di sangue di ragazzini».
Perché gli ebrei che Gold racconta, il popolo da cui nasce e di cui si porta
il sangue, diventano il simbolo di ciò che bisogna rifiutare, l'espressione
di quel capitalismo in cui, se non si riesce a primeggiare, si diventa
vittime. E che Gold combatterà per tutta la vita,come membro del Partito
Comunista, come giornalista, come autore di libelli, come scrittore di un
unico libro che, in quegli anni Trenta maledetti e bellissimi, sarà una
sorta di popolarissimo Manifesto rivoluzionario, la denuncia di un sistema
spietato, il preannuncio della rivoluzione da parte di chi aveva sostituito
al Messia atteso per millenni dal suo popolo un nuovo Messia chiamato
Rivoluzione.
Ecco allora il disprezzo commosso e lucido con cui l'ebreo Gold racconta il
modo di essere ebreo che,nel dopoguerra, con i Roth e Saul Bellow ma anche
Woody Allen, diventerà l'icona dell'intellettualità borghese americana,
perdendo però quella crudeltà popolana, ma anche quella verità politicamente
scorretta che il rivoluzionario Gold possedeva: «Discorrere è sempre stata
la gioia del popolo ebraico: grandi torrenti di parole sfrenate, esaltate.
Il discorrere non esaurisce l'ebreo come gli altri popoli, non logora loro
il cervello. Anzi, li rinfresca. Discorrere è il baseball, il golf, il
poker,l'amore e la guerra dell'ebreo». «I cristiani, per lei, non erano
gente vera. Erano un'astrazione. Rappresentavano il gran nemico, quello che
bisognava odiare, temere e maledire (...) Ogni volta che passavamo davanti a
una chiesa cristiana, avevamo cura di sputare tre volte; altrimenti potevamo
star certi di incappare in qualche sventura».
Unico libro, si diceva, perché dopo l'esaltazione delle battaglie politiche
degli anni Trenta, dopo l'orrore del patto nazi-sovietico e della Guerra,
dopo le miserie delle persecuzioni maccartiste,Michael Gold si accorse di
aver consumato il suo talento dietro l'ombra di una rivoluzione mai
scoppiata. E quando, invece dell'incendio apocalittico, arriveranno i
fuocherelli delle rivolte del '68, non lo troveranno più vivo, per una
cinica vendetta del destino che solo un grande scrittore ebreo avrebbe
potuto inventare.
Angelo Ascoli


15 settembre 2008

Pillole di Israele

 



Violazione della tregua: missile Qassam palestinese domenica pomeriggio dalla striscia di Gaza su Sderot (Israele). Nella foto: la zona dell’impatto

  Violazione della tregua: un missile Qassam palestinese lanciato domenica pomeriggio dalla striscia di Gaza verso Israele si è abbattuto nella zona di Sderot. Israele ha reagito ordinando la chiusura per un giorno dei valichi di frontiera.

  “Il petrolio finanzia il terrorismo e questo è un grande pericolo”. Lo ha detto domenica il presidente d’Israele Shimon Peres, che ha aggiunto: “Il nostro problema centrale, e quello del mondo intero, è abbassare il prezzo del petrolio: così i paesi esportatori non avranno la possibilità di sprecare denaro nell’arricchimento dell’uranio e in armi”. Secondo Peres, Israele sarà tra i primi paesi “ad abbassare il consumo di petrolio utilizzando energie alternative”.

  Il parlamento iracheno all’unanimità ha tolto l’immunità parlamentare al parlamentare Mithal al-Alusi per essersi recato in Israele, dove ha partecipato questo mese a un convegno sulla lotta al terrorismo.

  “Gilad Shalit vive in un paradiso, vengono festeggiati i suoi compleanni e può uscire ogni tanto a prendere aria”. Lo hanno detto al Sunday Times Abu Khatab Doghmush, capo clan dell’Esercito dell’Islam, parlando dell’ostaggio israeliano da 812 giorni nelle mani di terroristi palestinesi. Abu Khatab ha aggiunto che l’ostaggio, verosimilmente rapito dal suo gruppo, è ora sotto il totale controllo delle Brigate Qassam (Hamas).

  L’ex presidente iraniano Mohamed Khatami ha vivacemente criticato sul giornale riformista Kargozaaran la gestione dell’attuale presidente Mahmoud Ahmadinejad e del governo, accusandoli di “formulare slogan aggressivi che fungono da pretesto ai nemici per nuocere al paese e al suo regime”.
  “Non esiste più l’integrità di tutta la Terra d’Israele: chi ne parla si nutre di illusioni”. Lo ha detto domenica il primo ministro israeliano Ehud Olmert concludendo al consiglio dei ministri il dibattito sul progetto di legge che incoraggia trasferimenti volontari dalla Cisgiordania”.

 Paul McCartney, atteso per un concerto in Israele il 25 settembre, ha ricevuto minacce di morte. Il predicatore integralista britannico Omar Bacri, esiliato in Libano, ha definito la star dei Beatles un “nemico dei musulmani” poiché “ha accettato per denaro di esibirsi presso l’occupante israeliano”. E ha aggiunto: “Non ci vada, se ci tiene alla sua vita”.

  Proposta di legge sugli incentivi ai trasferimenti volontari dalla Cisgiordania: secondo il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni “non occorre prendere adesso una decisione”. La Livni si è detta comunque favorevole a “insediamenti nel Negev e in Galilea, anziché nei territori contesi”.

  Proposta di legge sugli incentivi ai trasferimenti volontari dalla Cisgiordania: il ministro Haim Ramon propone 1,1 milioni di shekel per ogni famiglia disposta a traslocare di propria volontà, più una sovvenzione supplementare del 25% se decide di traslocare nel Negev, del 15% se opta per la Galilea.
 La Giordania è preoccupata per un eventuale accordo di pace israelo-siriano. Secondo un giornale locale, il regno Hashemita teme che un tale accordo possa contemplare intese sull’uso delle risorse idriche a scapito dei suoi diritti sul fiume Yarmuk.

 Dopo avere condannato gli israeliani responsabili delle violenze di sabato a Yitzhar (Cisgiordania), il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha criticato le “dichiarazioni irresponsabili” del prof. Ben Israel (Kadima) sul raid aereo israeliana in Siria di un anno fa. Ben Israel aveva criticato sabato il ministro della difesa Ehud Barak rivelando che si era opposto all\'incursione israeliana contro il reattore nucleare di Al Kibar: una grave gaffe dal momento che i dirigenti israeliani avevano deciso di non commentare in pubblico questo fatto riferito da fonti estere.

  Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha garantito domenica che sarà fatto tutto il necessario per proteggere i cittadini israeliani (uno dei quali, di 9 anni, è stato accoltellato sabato a Yitzhar) e imporre il rispetto della legge nei territori. Sabato sera Barak aveva condannato gli atti di violenza perpetrati da alcuni israeliani di Cisgiordania, in particolare mercoledì contro un ufficiale delle Forze di Difesa vicino all’avamposto di Yad Yair.

  “Non tollereremo dei pogrom in Israele contro abitanti arabi”. Lo ha dichiarato il primo ministro israeliano Ehud Olmert in apertura del consiglio dei ministri di domenica, rrendosi agli abitanti dell’insediamento di Yitzhar (Cisgiordania) che sabato hanno aggredito un villaggio palestinese come reazione a un attentato all’arma bianca che aveva colpito poco prima un bambino israeliano di 9 anni.

 Il dipartimento della difesa Usa ha annunciato venerdì che intende consegnare a Israele 1.000 bombe di tipo GBU-39 capaci di bucare molti metri di calcestruzzo e distruggere bunker sotterranei.

  Dopo il tentativo di attentato a Yitzhar contro un bambino israeliano e la violenta reazione degli abitanti israeliani contro il villaggio palestinese vicino, le Forze di Difesa israeliane ritengono che il solo modo per evitare che i civili si facciano giustizia da sé è un dispiegamento più importante di agenti di sicurezza nella regione.
  Attentato a Yitzhar (Cisgiordania settentrionale): approfittando del riposto del sabato, un palestinese è entrato nell’insediamento e ha dato a fuoco una casa; ha poi inflitto 5 colpi di coltello a un bambino israeliano di 9 anni che aveva tentato di farlo fuggire e l’ha gettato da un balcone a 4 m del suolo. Il bambino è stato poi ricoverato. Il terrorista è riuscito a fuggire nella vicina località di Assira al-Kabilya. Per reazione, alcuni abitanti di Yitzhar hanno assalito il villaggio palestinese, ferendo 4 abitanti.
 
Secondo un rapporto della AIEA diffuso venerdì, la Libia era in contatto con il padre della bomba atomica pakistana, Abdul Qadeer Khan, sin dal 1984. “Khan – si legge nel rapporto – aveva descritto a un ufficiale libico le tecnologie, le risorse e le competenze necessarie per dotarsi di materiale nucleare”. La Libia ha ufficialmente rinunciato ai suoi programmi militari non convenzionali nel 2003, dopo la caduta di Saddam Hussein.


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15 settembre 2008

"Asset Stripping" - Ovvero l'arte dell'auto-saccheggio

 

ville abusive, Pizzo Sella, Salerno

 Ville abusive di Pizzo Sella, Palermo

 

Per festeggiare "degnamente" il rientro dalle ferie niente di meglio di un post di quelli tosti!

Ugo Bardi, professore universitario, fiesolano, per chi non lo sapesse, è il Presidente di Aspo Italia , Il tesoriere di Eurozev ( in questo ultimo compito al  momento decisamente disoccupato) ed un sacco di altre cose, tra cui un amico.

 

Un post "alla Kunstler " di Ugo Bardi

Giuseppe Flavio ci racconta nel suo "de bello judaico" dell'assedio di Gerusalemme da parte dei Romani intorno al 70 d.c. Fra le altre cose, ci acconta di come, dalla parte degli assediati, un folle salisse tutti i giorni sugli spalti gridando a gran voce "sventura su Israele". Un classico profeta di sventura, se mai ce ne fu uno. E' probabile che i difensori della città lo considerassero un catastrofista menagramo e che fossero contenti quando, come ci dice Giuseppe Flavio, il folle fu preso in pieno da un masso lanciato da una catapulta romana e questa fu la fine delle sue profezie.

D'altra parte, ci voleva poco a fare profezie di sventura a quel tempo quando, guardando dagli spalti di Gerusalemme assediata, si potevano vedere quattro legioni romane equipaggiate con trabucchi, mangonelli, onagri, scorpioni e altre macchine ossidionali. Andreotti diceva che a pensar male spesso ci si azzecca; non so se per "pensar male" si possa intendere fare una profezia di sventura, ma ho l'impressione che anche con quelle ci si azzecchi spesso. A proposito di  Gerusalemme, la profezia del folle si avverò puntualmente con la sconfitta dei difensori e il saccheggio e l'incendio del Tempio. C'è una cosa particolare da notare a questo proposito: l'impero romano era cresciuto nei secoli conquistando e saccheggiando i paesi vicini. Ma, al tempo dell'assedio di Gerusalemme, aveva cominciato a praticare l' "auto-saccheggio". La Giudea era una provincia romana ormai da molti decenni; l'impero divorava se stesso per trovare le risorse per sopravvivere.

Il saccheggio interno, o auto-saccheggio è tipico di situazioni di decadenza economica dove non rimane che recuperare quello che è possibile da strutture ormai in disfacimento. Ai nostri giorni, si chiama "asset stripping", letteralmente, "spogliare un bene". Si chiama anche "urban mining" (miniere urbane), ma questo termine è riservato più che altro al recupero di materie prime dai rifiuti. Il caso classico di asset stripping è stato quello dell'Unione Sovietica, dove è stato praticato su larga scala soprattutto sull'obsoleta industria pesante e sulle installazioni militari. Ma in URSS lo si è praticato anche, per esempio, sulle istituzioni scientifiche: interi centri di ricerca che ospitavano migliaia di ricercatori sono stati strippati e non sono rimaste che le mura. Un po' la fine che ha fatto il Colosseo nel Medio Evo.

E da noi? Beh, ancora di asset stripping non si parla molto. Il collasso economico è ancora nei suoi primissimi stadi e vediamo solo occasionali furti di grondaie di rame
( ma non solo, ndr) qua e la. Non ancora sufficienti da poterli qualificare come al livello dell'attività industriale di strippaggio che ci fu in Unione Sovietica negli anni 1990. Niente ci vieta, però, di ragionarci sopra e cercare di farci un'idea di quello che potrebbe succedere. Dove sono i beni da strippare in Italia?

Una differenza fra Italia e Unione Sovietica è che quest'ultima era concentrata sull'industria pesante; che è stata la vittima principale dello strippaggio. Da noi, l'industria è un po' più agile e adattabile, ciononostante, lo strippaggio degli asset industriali è cominciato ormai da un bel pezzo. Se c'è ancora qualcosa di utilizzabile, lo si manda nell'Europa dell'Est; il capannone si trasforma in appartamenti, oppure rimane li'; vuoto. Però, da noi, l'asset veramente interessante da strippare è l'industria turistica. Pensateci sopra: alberghi, pensioni,villaggi turistici, seconde case, residence, resort, eccetera. Tutti edifici isolati, non serviti dai mezzi pubblici, lontani da raggiungere con mezzi privati a corto di carburante, disabitati e inutilizzati in inverno, altrettanto impossibili da difendere di quanto lo era il palazzo di Cnosso al tempo della talassocrazia cretese. (eh, si, anche quello fu strippato).

Proprio l'altro giorno ero ospite di una casa sulla costa toscana; non ho detto alla padrona di casa cosa stavo pensando mentre mi guardavo intorno - credo che non le avrebbe fatto piacere. Comunque, a un rapido calcolo, fra rame, acciaio, legno massello di qualità, rubinetteria, mobili, suppellettili e utensili ancora utilizzabili, dallo strippaggio totale di una casa del genere (ovvero lasciando soltanto i muri) si potrebbero ricavare, ai prezzi attuali, un buon centinaio di euro e
forse più. Un buon bersaglio per chi ha un camioncino e qualche attrezzo adatto.

Certo, ci possiamo immaginare che la cosa sia graduale. Inizialmente, gli strippatori si limiteranno a rapidi raid diretti alle grondaie di rame (cosa che sta già succedendo) e alle suppellettili facilmente asportabili. Fintanto che il valore di mercato degli immobili supera quello del loro stripping, i proprietari cercheranno di opporsi.Metteranno porte blindate (tutto metallo buono per lo stripping) oppure sistemi di allarme (ottimi per far sapere quali case vale la pena di strippare per prime). A lungo andare, però, sarà molto difficile opporsi allo stripping conpleto della maggior parte degli asset turistici. Anzi, a un certo momento il valore di mercato di unità abitative impossibili da abitare è destinato a scendere a zero (sic transit gloria mundi, e pensare quanta gente ci ha investito la liquidazione). A questo punto, saranno gli stessi proprietari a strippare le loro case, lasciando solo
le mura in piedi. Ci sono circa tre milioni di seconde case in Italia, ci sarà da lavorare. Ma non tutte saranno strippate. Le ville al mare dei ricchi sopravviveranno circondate da mura e reticolati che proteggeranno interi quartieri. Si fa così anche a Baghdad: si chiama zona verde.

E cosi' vediamo il destino dei vari hotel, resort e villaggi vacanze. Strippati e abbandonati. Pensate anche ai tanti yacht parcheggiati nei porticcioli turistici. La maggior parte sono a motore; consumano quantità enormi di carburante; non servono per andare in nessun posto e nemmeno si può pensare di usarli andare a pesca (e, comunque, vista la situazione, non ne varrebbe la pena a meno che non vi piaccia la medusa impanata e fritta). Asset stripping, quindi, anche per queste barche.
D'altra parte, è quello che si fa anche con i vecchi transatlantici. E gli aeroporti? Eh, beh.....

Bene; mi fermo qui. Mi sono divertito a fare un post stile "
James
Kunstler
" che è un po' il padre di tutti i picchisti-catastrofisti e che
da molto tempo prevede lo stripping e la distruzione di quelle
casette
di legno dei sobborghi
che sono tipiche dell'American way of living. Intendiamoci: è tutto "scenario planning"; non è detto che gli scenari si avverino, ma è
sempre un buon esercizio pensare a dei ventagli di scenari che includano
anche i casi peggiori (proprio quello che sosteniamo io e Debora, ndr).

Non sono sicuro di come saranno le coste italiane, diciamo, da qui a 10 anni, o anche prima, ma ho qualche sospetto che l'aspetto potrebbe essere molto diverso da come è adesso.


15 settembre 2008

Le guerre di contro-insurrezione hanno diritto a una prova d'appello?

 

Pezzo in lingua originale inglese: Must Counterinsurgency Wars Fail?

Quando una nazione arriva a combattere un nemico che non è uno stato, l'impressione diffusa è che lo stato sia destinato a fallire.

Nel 1968, Robert F. Kennedy arguì che la vittoria in Vietnam era "probabilmente al di là della nostra portata" e chiese un accordo pacifico. Nel 1983, l'analista Shahran Chubin scrisse che i sovietici in Afghanistan sono stati coinvolti in una guerra "impossibile da vincere". Nel 1992, funzionari statunitensi si guardarono bene dal lasciarsi coinvolgere in Bosnia, per timore di rimanere invischiati in un secolare conflitto. Nel 2002, Wesley Clark, generale americano in pensione, descrisse lo sforzo americano in Afghanistan come un'impresa difficile da portare a compimento con successo. Nel 2004, il presidente George W. Bush, parlando della guerra al terrore, disse "Non pensiamo di poterla vincere". Nel 2007, la Commissione Winograd considerò impossibile da vincere la guerra di Israele contro Hezbollah.

Più di ogni altra recente guerra, lo sforzo bellico delle forze alleate in Iraq è stato visto come una sconfitta certa, specie nel periodo 2004-2006. L'ex segretario di Stato Henry A. Kissinger, l'ex ministro britannico Tony Benn e l'ex inviato speciale statunitense James Dobbins, tutti l'hanno definito come un'impresa superiore alle forze statunitensi. L'Iraq Study Group Report (il rapporto del gruppo di studio sull'Iraq), di cui James Baker III e Lee H. Hamilton sono autori di spicco, ha fatto eco a questo punto di vista. L'analista militare David Hackworth, tra gli altri, ha esplicitamente paragonato l'Iraq al Vietnam: "Come per il Vietnam, era così facile cadere nella trappola catramata irachena, ma sembra essere proprio duro uscirne".

La lista di "guerre impossibili da vincere" prosegue e include, ad esempio, le contro-insurrezioni in Sri Lanka e in Nepal. "Alla base di tutte queste analisi", osserva Yaakov Amidror, un generale di divisione israeliano in pensione, sta l'ipotesi "che le campagne di contro-insurrezione si trasformano necessariamente in conflitti protratti che inevitabilmente perderanno l'appoggio politico".

Ma Amidror dissente su questa valutazione. In un recente studio pubblicato dal Jerusalem Center for Public Affairs, dal titolo Winning Counterinsurgency War: The Israeli Experience, egli sostiene in modo convincente che gli stati non sono in grado di sconfiggere gli attori non statali.

Questo dibattito è di estrema importanza perché, se i pessimisti hanno ragione, le forze occidentali sono destinate a perdere ogni conflitto in corso e futuro, senza coinvolgere le forze convenzionali (vale a dire aerei, navi e carri armati). Il futuro potrebbe sembrare cupo, con la prospettiva di insurrezioni coronate da successo in tutto il mondo e perfino nello stesso Occidente. Non si può far altro che rabbrividire alla prospettiva di una intifada di tipo israeliano, ad esempio, negli Stati Uniti. Casualmente, la scorsa settimana è giunta notizia dall'Australia di un gruppo islamista che reclama un "jihad della foresta" con massicci incendi boschivi in seno al paese.

Amidror sostiene che la vittoria sulle insurrezioni è possibile, ma non è facile. Senza porre l'accento sulla dimensione delle forze e degli arsenali nelle guerre tradizionali, egli postula quattro condizioni di natura essenzialmente politica, necessarie per sconfiggere le rivolte. Due di esse riguardano lo stato, dove la leadership nazionale deve:

  • Comprendere e accettare la sfida dei rapporti pubblici e politici coinvolti nella lotta ai ribelli.
  • Apprezzare il ruolo vitale dell'intelligence, investire in essa ed esigere che le forze armate la utilizzino con efficacia.

Altre due condizioni riguardano le operazioni di controterrorismo, che devono:

  • Isolare i terroristi dalla popolazione civile non-terrorista.
  • Controllare e isolare i territori dove i terroristi vivono e combattono.

Conformandosi con successo a queste guidelines, ciò che ne conseguirà non sarà una cerimonia per la firma di un accordo e una sfilata per la vittoria, ma qualcosa di più sottile: quello che Amidror definisce una "vittoria sufficiente" e che io chiamerei un "controllo sufficiente". Con ciò, egli intende un esito "che non sancisce parecchi anni di tranquillità, ma che piuttosto si limita a conseguire una ‘quiete repressa', che necessita di continui sforzi per preservarla". Ad esempio, Amidror presenta un successo britannico in Irlanda del Nord e uno spagnolo per quanto riguarda i Paesi Baschi

Amidror argomenta che, una volta soddisfatte queste condizioni, inizia "la difficile, complessa, distruttrice, noiosa guerra, senza bandiere e trombe". Quella guerra implica che "vengano fatti combaciare pezzi di informazioni di intelligence, che vengano tratte delle conclusioni, fatte diventare operative delle piccole forze, in condizioni difficili, in seno a una popolazione costituita da terroristi e civili innocenti, in centri urbani altamente popolati o in isolati villaggi e [implica altresì] delle piccole vittorie tattiche".

Seguendo questi precetti di base si consegue il successo e nel secolo scorso i paesi occidentali hanno di fatto goduto di una impressionante sequela di vittorie sui ribelli. Per due volte, le forze americane hanno sconfitto gli insorti nelle Filippine (1899-1902 e 1946-54), come pure gli inglesi in Palestina (1936-39), Malesia (1952-57) e Oman (1964-75), gli israeliani in Cisgiordania (Operazione Scudo difensivo, 2002) e più di recente il surge americano in Iraq.

Le guerre di contro-insurrezione sono impossibili da vincere, ma hanno i loro imperativi, che sono ben differenti da quelli che contraddistinguono la guerra convenzionale.

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15 settembre 2008

“ L’ULTIMA BATTAGLIA DEL NORDEST: NON VOGLIAMO PIU’ MOSCHEE”

 

Attualmente nel Nordest i musulmani sono 150mila con una quarantina di culto censiti. Ma a loro non bastano, ne pretendono sempre di più sia moschee che minareti.

Si sentono talmente padroni che, causa uno sgombero del sindaco di Treviso, i musulmani hanno picchiato un consigliere leghista.

L’ondata di contestazione verso le sale di preghiera islamiche percorre tutto il Nordest, un tempo “ la sagrestia d’Italia”. A Padova le due moschee non creano alcun problema nei rapporti con i cittadini del posto, mentre a Treviso e dintorni in questi giorni si assiste alla presa di posizione incondizionata di una minoranza che in nome dell’islam vuole invadere il territorio, correre per conto suo e fomentare così l’intolleranza e l’odio.

L’islam moderato si adegua a qualsiasi sistema pur di trovare la location più adatta alla libertà di esercizio della propria preghiera. Questa minoranza sono degli estremisti, quelli meno integrati, coloro che non parlano e non vogliono imparare l’italiano e si scontrano con la comunità locale e anche con gli altri fedeli più moderati, più tolleranti.

E’ una partita politica ma anche economica. Dietro ogni moschea c’è anche business. Libri in vendita, generi alimentari, dopo la preghiera molti dei centri islamici si trasformano in supermarket, all’interno vi sono punti vendita che finiscono per arricchire chi li gestisce ma anche l’iman che ne favorisce l’apertura.

E chi finanzia i minareti ? Chi paga le moschee? Forse coloro che ritornano da un pellegrinaggio da paesi come l’Arabia Saudita e lo Yemen?

Questo dovrebbe appurare il governo per arginare queste frange estremiste.

Sempre a Treviso il vice sindaco Gentilini ha espresso contrarietà alla presenza islamica perché la città ha espresso la volontà popolare di respingere la preghiera dei musulmani nel quartiere di san Liberale ove si vuole costruire una moschea. Mentre don Paolo Zago, parroco di San Liberale si è rivolto al comune affinché sia dato un luogo per pregare ai musulmani.

E intanto, ogni giorno, vi sono nuovi sbarchi sulle coste italiane di immigrati che non sappiamo più dove mettere, il loro mantenimento è gravoso, lavoro per loro non esiste, concesso che vogliano lavorare e non farsi solo mantenere. Il risultato sarà il solito, per vivere dovranno prostituirsi o rubare, ne più ne meno di quello che fanno i rom.

Ma quando si metterà uno stop alle invasioni di immigrati come succede in Spagna e in Francia che non lasciano più entrare nessuno?

Forse il governo teme di passare per razzista, meglio questo che lasciarci invadere al punto che presto saremo noi a dover emigrare perché senza più spazio.

ERCOLINA MILANESI


15 settembre 2008

YouTube espelle il terrorismo?

 

Saranno esiliati da YouTube coloro che con un video incitano i netizen a commettere atti violenti o illegali. Il portale di video sharing aggiorna la propria policy, e subito infuria la polemica: Mountain View si sarebbe piegata alle raccomandazioni e alle condanne formulate da coloro che additano YouTube come un centro di reclutamento per le organizzazioni terroristiche.

YouTube, spiegano da Mountain View nelle
Community Guidelines, si scaglierà contro coloro che "incitino gli altri a commettere atti violenti o a violare le condizioni di uso del servizio": al pari di coloro che vengano colti a diffondere videominacce o a disseminare dati personali che potrebbero essere radiati dal servizio. La nuova policy è entrata in vigore con l'annuncio sul blog ufficiale di YouTube: per adeguarsi all'uso che l'utenza fa di YouTube sono stati aggiunti le nuove restrizioni e i relativi consigli esplicativi.

Nel momento in cui si scrive, tali consigli sono irraggiungibili ma Wired
riporta che nella sezione di esempi e suggerimenti dedicata agli "atti illegali" YouTube raccomanda di "non incitare alla violenza o incoraggiare attività pericolose o illegali che implichino il rischio di arrecare danni fisici o la morte". YouTube esemplifica citando i video in cui si mostrano simulazioni di imboscate, consigli per affrontare al meglio una corsa clandestina, sessioni di allenamento per aspiranti terroristi. Il collegamento alle attività terroristiche è però quello che è emerso immediatamente sulle pagine di numerosissimi commentatori. Complice sarebbe una dichiarazione del senatore Joe Lieberman, a capo della commissione del Senato che si occupa della sicurezza degli States, che ha comunicato la propria approvazione nei confronti dei provvedimenti emessi da YouTube. Lieberman nei mesi scorsi aveva diffidato la Grande G dal fare da cassa di risonanza ai comunicati delle milizie di Al-Qaeda. Da YouTube si erano dimostrati impermeabili alle invettive di Lieberman e avevano difeso il diritto per gli utenti ad informarsi e ad informare nella maniera più libera possibile, a condizione che avessero rispettato i termini di utilizzo del servizio.

Il senatore è tornato a farsi sentire anche in queste ore: "YouTube è stato usato dalle organizzazioni terroristiche islamiche per reclutare e addestrare attraverso Internet e per incitare attacchi terroristici in giro per il mondo, Stati Uniti compresi, e Google dovrebbe essere elogiata per questo? - si è chiesto Lieberman, che poi prosegue - Mi aspetto che queste linee guida più severe possano ridurre il numero dei video su YouTube prodotti da Al-Qaeda e dalle organizzazioni terroristiche islamiche affiliate". Se il senatore Lieberman sembra dunque assumersi implicitamente la responsabilità dell'inasprimento delle regole di YouTube, c'è invece
chi presuppone il collegamento in maniera esplicita.

Ma non di solo terrorismo si tratta: YouTube traccia un nuovo parametro sulla base del quale giudicare la liceità o la rimozione di contenuti prodotti dagli utenti e
segnalati da netizen che li ritengono inappropriati. YouTube si dovrà confrontare con nuovi interrogativi. Le immagini di una corsa clandestina sono da ritenersi incitazioni ad un comportamento illegale e pericoloso oppure la testimonianza di un atto illegale? La dichiarazione di intenti di un gruppo che si definisce terrorista è una notizia o un documento da rimuovere? C'è inoltre chi ritene che, comunque si comporti YouTube, regole e provvedimenti di questo genere siano completamente inefficaci nel sopprimere la circolazione di manifestazioni del pensiero dei cittadini della rete: "Questo cambiamento non avrà alcun effetto - ha spiegato John Morris del Center for Democracy and Technology (CDT) - non è possibile rimuovere questi video da Internet".

Gaia Bottà p.informatico


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