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21 settembre 2007

Che sfiga vivere nei soliti 200 metri quadri ai Parioli

 


Al Sindaco di Roma
Gentile signor Sindaco,ho avuto modo, nei giorni scorsi, di avere tra le mani il bilancio di previsione e l'inventario del patrimonio immobiliare della città di cui Lei è sindaco ed in cui io sono residente.Ho avuto così agio di verificare che il comune ha, o aveva, visto che i dati sono relativi al 2000, ben 33.698 unità a destinazione residenziale pubblica (alloggi e pertinenze), a fronte dei quali risulta iscritta, per l'esercizio 2006, una previsione di entrate da canoni di locazione (al codice 3026000 del bilancio) di 30.087.000,00 euro, pari ad un canone medio di locazione di euro 892,84 annui (74,40 mensili).Mi rendo conto che tale edilizia è destinata ad assicurare un alloggio degno a chi non è in grado, per le vicissitudini della vita, di provvedervi con mezzi propri ma mi interrogo, e La interrogo, su alcuni aspetti che mi hanno lasciato interdetto.

Vorrei sapere, in particolare, se è da ritenersi davvero sfortunato chi ha l'impagabile piacere di vivere a spese della municipalità dell'urbe in appartamenti che sul mercato avrebbero prezzi di oltre due milioni di euro, come, ad esempio, i residenti in appartamenti di 100 metri quadrati ai fori imperiali, o in appartamenti di 80 e 90 metri quadrati nelle traverse di Via dei Coronari.

Vorrei inoltre conoscere la ratio che porta a definire un povero sfortunato chi abita in uno dei 53 appartamenti, per la maggior parte di grossa metratura, nel lussuoso Quartiere Parioli.

Vede signor Sindaco, io penso che porre sul mercato quel migliaio di appartamenti posto in zona centrale di Roma, dai Fori Imperiali a Via dei Coronari, dai Parioli a Monte Sacro, dopo aver doverosamente verificato chi siano realmente gli aventi diritto ad una abitazione popolare, consentirebbe un incasso per le casse comunali talmente clamoroso da poter risolvere la questione dell'emergenza abitativa, oltre ad assicurare un introito aggiuntivo da ICI probabilmente superiore ai canoni di locazione che Le ho citato.

In subordine, se proprio non riuscisse ad ottenere quanto Le ho chiesto, sia così gentile da voler far rimuovere l'inventario ed i dati di bilancio dal sito, sa com'è, noi elettori che paghiamo fitti a Roma da 1000 e passa euro mensili, e siamo in tanti, forse vivremmo più tranquilli non sapendo.

Con stima.

 Arnolfo Spezzachini

http://arnolfospezzachini.blog.kataweb.it


21 settembre 2007

Israele: massima allerta per lo "Yom Kippur"

 

Israele e' in massima allerta per le celebrazioni dello "Yom Kippur" - il giorno dell'espiazione e del digiuno - per il timore di attentati: sigilli alle frontiere fino a domenica e mille agenti schierati per le strade di Gerusalemme. Durante lo "Yom Kippur", e' proibito mangiare, bere, lavarsi, truccarsi, indossare scarpe di pelle e avere rapporti sessuali. Israele con il "Yom Kippur" ricorda anche l'ultima grande guerra arabo-israeliana (detta "la guerra dello Yom Kippur") perchè gli arabi approfittarono del momento massimo di indifesa di israele per attaccarli,fu combattuta dal 6 ottobre al 24 ottobre 1973 .


21 settembre 2007

Per Israele la guerra





Il Medio Oriente è in queste ore in preda a venti di opposta intensità: da una parte la visita della Rice che promuove un orizzonte di pace in vista del summit di novembre a Washington; dall’altro numerosi segnali che l’intera area è pericolosamente penzolante verso una possibile guerra. Non aveva l’aria rilassata ieri Condoleezza Rice quando è uscita dall’incontro con Abu Mazen a Ramallah e ha preso il microfono per dire che Bush ha intenzione di invitare a Washington il presidente palestinese e il premier israeliano Olmert solo per concludere qualcosa di sostanziale per lo Stato palestinese e la pace.
Difficile anche l’incontro con Olmert, in cui il premier israeliano ha tuttavia promesso di liberare altri 200 prigionieri palestinesi, perché Olmert, al contrario di Abu Mazen, non vuole fare promesse che gli alienino l’opinione pubblica. Condi appariva stanca della spola fra le speranze di pace e la dura realtà. Tuttavia, nonostante il più volte ventilato desiderio dei palestinesi di rimandare, il summit si farà probabilmente il 15 novembre, mentre dai sauditi e dell’intero schieramento arabo moderato che Condi auspica di costruire contro Ahmadinejad le notizie sono incerte, le promesse vaghe.
In Cisgiordania, a Nablus, dopo tre giorni di durissima battaglia in cui un soldato israeliano è stato ucciso, l’esercito ha arrestato un giovane pronto a compiere un attentato suicida a Tel Aviv. Durante la vasta operazione, che ha impegnato molti soldati e alcune unità speciali, e che dimostra come anche la Cisgiordania sotto la sovranità di Al Fatah sia a tutt’oggi base di lancio di operazioni terroristiche di Hamas e delle Brigate di Al Aqsa, sono stati arrestati 36 ricercati che preparavano attacchi suicidi. Ci sono stati morti e feriti. Intanto, Gaza è stata dichiarata «entità nemica», e la reazione è stata anche ieri quella di nuovi missili Qassam su Sderot, e di reiterate minacce da parte di Khaled Mashaal da Damasco.
Anche i Paesi arabi, com’era da aspettarsi, lanciano condanne contro Israele, e dall’Europa giungono richieste di recedere dalla scelta compiuta ieri dal governo. La scelta di Israele di lanciare il suo anatema verso Gaza insieme al dibattito infuocato sull’operazione di distruggere una struttura nucleare in Siria qualche giorno fa (ormai confermata dalle parole incaute di Netanyahu) proprio durante la visita americana, non è casuale: appare come un memento, in mezzo alle belle intenzioni, di una situazione che forse non è mai stata tanto pericolosa. Quelli a cui piace figurarsi la Siria come un Paese sostanzialmente inerme, che in fondo cerca solo di essere accettato e di fare la pace con Israele, forse apriranno gli occhi dopo l’ottavo assassinio politico degli oppositori libanesi della Siria, quello del deputato antisiriano Antonie Ghanem.Il regime alawita è pronto a tutto pur di preservare il potere, in particolare oggi nell’imminenza dell’elezione del nuovo presidente libanese. I denti li mostra senza paura, e non è un caso, anche dopo aver subìto l’attacco israeliano contro cui ha promesso una risposta. Intanto abbiamo avuto la prima: una grafica descrizione, rossa di sangue, di dove può arrivare la determinazione a non affrontare il processo per l’uccisione di Rafik Hariri, comminato dall’Onu e che se gestito da un Parlamento libanese avverso può indicare Bashar Assad come responsabile.
La Siria agisce così allo scoperto anche perché sente di godere di una potente protezione internazionale, quella dell’Iran e in genere di tutto un grande fronte armato fino ai denti e pronto alla guerra. Gli Hezbollah, l’anno scorso, attaccarono Israele forti della loro protezione iraniana; la Siria, galvanizzata dalla cosiddetta vittoria degli Hezbollah, ha organizzato sulle alture del Golan una «forza di resistenza» contro Israele, poi ha cercato di piazzare delle mine su una strada israeliana sul Golan, e intanto ha costruito una forza missilistica inusitata, mentre firmava nell’aprile 2006 un’intesa di reciproca difesa con l’Iran.
La Siria è forte del fatto che una sua sconfitta sarebbe per l’Iran un colpo indigeribile per il suo disegno di conquista; lo si vede anche in questi giorni, mentre gli iraniani minacciano Israele di vendetta per l’incidente in Siria in cui sono stati uccisi anche tecnici iraniani che costruivano ad Al Safir armi chimiche e presentano un loro nuovo missile simile all’F18 americano. Dopo l’attacco israeliano a un campo di esercitazioni degli Hezbollah nel giugno 1994, il 2 giugno nel centro della comunità ebraica di Buenos Aires 86 persone furono uccise da un’esplosione e 240 furono ferite. Il processo ha trovato tracce iraniane. L’Iran non abbandona i suoi amici e protetti, quindi Bashar Assad, se si vede in pericolo, potrebbe sentirsi spinto verso un incidente che porti a una guerra. Intanto, anche Hamas prepara la sua reazione alla prospettiva del tutto indesiderata della conferenza di pace di novembre.
Fiamma Nirenstein


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21 settembre 2007

Israele si ferma per Yom Kippur

 25 ore di preghiera e di digiuno da venerdì 21 settembre a sabato 22 settembre 2007



 

Il 22 settembre 2007, con inizio al tramonto della sera precedente, ci sarà Yom Kippur e poi, il 27 e 28 settembre (con inizio al tramonto del 26) la festività di Sukkot (che ha comunque durate diverse in Israele e nella diaspora).

Per il Kippur è previsto un digiuno di 25 ore per concentrarsi completamente nella preghiera e nella meditazione.

A Gerusalemme è tradizione recarsi al Muro Occidentale (Ha-Kotel) per chiedere perdono a Dio per le proprie colpe e i peccati commessi.

Kippur comincia con la preghiera in aramaico Kol Nidrei ("Ogni promessa"), che viene ripetuta tre volte in un tono crescente e con cui si chiede a Dio di annullare per il prossimo anno quelle promesse a lui fatte che non possono essere mantenute. 

Il progetto Judaism for Everyone [Ebraismo per tutti] spera quest’anno di attirare 100'000 persone per i suoi eventi di Yom Kippur. Questo sarebbe un astronomico incremento per il programma, che cerca di offrire un’osservanza significativa per Yom Kippur a milioni di israeliani che non trascorreranno in sinagoga il giorno più sacro per l’ebraismo.

Otto anni fa, l’allora Ministro per gli Affari della Diaspora Michael Melchior fondò il progetto perché aveva “la sensazione che solo una parte del pubblico, una parte importante e meravigliosa, ma solo una parte, sia presente a Yom Kippur”.

"Da bambino, Yom Kippur era il giorno in cui quasi non potevo sedermi in sinagoga, tanto questa era affollata. C’era il sentimento che in questo giorno tutti fossero presenti, tutto Am Yisrael [il popolo di Israele], e questo era per me il significato del giorno”.

Nativo della Danimarca, dopo aver fatto la sua aliya nel 1986, Melchior ha avuto purtroppo “la sensazione che questo non fosse vero in Israele”.

Così, come Ministro, nel 1999 ha avviato il progetto Judaism for Everyone per creare uno spazio in cui gli israeliani laici e religiosi possano entrambi interagire con la tradizione ebraica. “C’è l’impressione che nelle preghiere di questo giorno si preghi quasi solo sulle cose personali”, ha detto. “Non ci sono preghiere su come mettersi i filatteri o su come pregare tre volte al giorno. Nel giorno più sacro, si pensa al nostro popolo. È un giorno in qui si prega con i criminali, perché alla fine siamo tutti criminali”.

Nel corso del suo primo anno, il programma condusse degli eventi per Yom Kippur, tra cui delle discussioni sul significato del giorno, sul perdono, e sull’dentità ebraica, in otto centri comunitari e attrasse alcune centinaia di persone.

Quest’anno i programmi si svolgeranno in 230 località con circa 100'000 partecipanti nei kibbutzim, nelle piccole città di periferia e nelle grandi città, offrendo sia tradizionali ed informali servizi di preghiera sia dialoghi intensi sulle relazioni tra laici e religiosi, passando per eventi poetici.

È stato esteso anche il sostegno al programma, che ha ora una partnership con il Ministero per gli Affari della Diaspora, con l’organizzazione Yachad che istruisce buona parte del personale per il programma, la Community Centers Corporation, l’organizzazione rabbinica Tzohar, Amiel, il Ministero per l’Educazione, la UJA e altri ancora.

"Le festività ebraiche appartengono a tutti”, ha detto l’attuale Ministro per gli Affari della Diaspora Isaac Herzog, il cui ministero finanzia una larga parte dell’iniziativa, “e questo programma crea uno spazio culturale comune in cui tutti sono rispettati. È gestito con una prospettiva che invita ed include”. Secondo Herzog, il programma è parte di uno sforzo più vasto. “Intendiamo concentrarci sulle celebrazioni per il 60. anniversario del Paese [il prossimo maggio] per portare le persone a stare assieme e per dare espressione ad un ebraismo dai molti aspetti”, ha detto.

Gli eventi si terranno con questi orari: le preghiere di Kol Nidrei di venerdì sera avranno luogo alle ore 17 locali; le preghiere di sabato mattina alle ore 8:30 locali; il servizio di Ne’ila di sabato sera inizierà alle 17 locali. Le località, così come gli indirizzi e i contatti, possono essere reperiti telefonando allo (03) 606-6440 o nel sito web
www.byachad.org.il. Uno speciale machzorim, o libri di preghiera per il Giorno più sacro, è stato preparato per il programma, e sarà distribuito agli eventi. Può anche essere scaricato dal sito web.

Come può Melchior, un rabbino ortodosso ordinato alla Yeshivat Hakotel a Gerusalemme, creare e sostenere una celebrazione di Yom Kippur al di fuori della sinagoga ?

"Abbiamo capito che non si può attrarre queste persone in sinagoga, perché per alcuni è diventata un luogo che rappresenta la divisione. Non vi si sentono a loro agio o a casa. Così come l’ho detto per la Torah, se questo non è per tutti, non è per tutti. È la stessa cosa per Yom Kippur. Per molti è solo un giorno per andarsene a fare un giro in bicicletta. Mi piacciono le biciclette (sono il capo della lobby per l’ambiente alla Knesset), ma ciò non può essere il messaggio centrale di questo giorno speciale”.


Stando ad un sondaggio commissionato da Ynet Judaism e dall’Istituto Gesher in vista di Yom Kippur, la preghiera Ne’ila è la più popolare tra le signore, il Kol Nidrei tra i signori, i fedeli più anziani sono molto più attenti alle preghiere di Yom Kippur, i giovani sono presi dal digiuno, e tutti sono d’accordo che il Primo Ministro Ehud Olmert, più di qualunque altra persona pubblica, debba stare in sinagoga e chiedere il perdono della nazione.
 
Alla domanda: “A quale preghiera di Yom Kippur è più legato ?”, il 30% degli intervistati ha scelto Ne’ila, che conclude il servizio della giornata; il 27% ha scelto il Kol Nidrei, che apre invece le preghiere del giorno; il 9% ha scelto l’Yizkor, quando i fedeli commemorano i loro familiari defunti, i soldati caduti, le vittime del terrorismo e coloro che sono morti nella Shoah; il 7% ha scelto come favorito il famoso passaggio della U'Netane Tokef . Gli altri non hanno voluto rispondere.
 
Se si segmenta per definizione religiosa, le risposte date mostrano che le persone religiose e strettamente ortodosse sono legate soprattutto a Ne’ila (61% e 48% rispettivamente), mentre gli osservanti e i laici hanno scelto Kol Nidrei come la loro preghiera favorita per Yom Kippur (40% e 25% rispettivamente). Deve essere notato che il 42% dei rispondenti laici non ha voluto rispondere a questa domanda.
 
Un’ulteriore analisi dei dati ha rivelato che il 31% delle donne preferisce la preghiera di chiusura e che il 26% di loro si sente più vicino alla preghiera che le dispensa dalle promesse dell’ultimo anno, mentre gli uomini hanno fornito un risultato all’opposto, con un piccolo margine per Kol Nidrei (30% e 29%). Un’altra chiara distinzione è stata data dall’età dei rispondenti: coloro che hanno un’età compresa tra i 18 e i 24 anni hanno scelto Kol Nidrei, mentre coloro con un’età tra i 25 e i 44 anni si sono detti più vicini alla preghiera di Ne’ila. 
 
Nella seconda parte del sondaggio, si doveva rispondere alla domanda “Qual è la caratteristica più ebraico-israeliana di Yom Kippur ?”. Il 36% dei rispondenti ha indicato il digiuno, il 31% le preghiere, il 20% il silenzio nelle strade, il 7% la memoria della Guerra dello Yom Kippur [1973].
 
Anche qui è stata riscontrata una chiara distinzione tra religiosi e strettamente ortodossi, che ritengono che le preghiere siano la parte più importante della giornata (55% e 66% rispettivamente), mentre gli osservanti e i laici hanno detto che la parte più importante è il digiuno (42% e 38%). Dividendo per sesso, il 36% delle donne ha scelto le preghiere, mentre la maggior parte degli uomini ha scelto il digiuno (40%).
 
I giovani con un’età compresa tra i 18 e i 44 anni credono che il digiuno sia il momento più importante dello Yom Kippur, così come lo credono coloro che hanno un’età compresa tra i 55 e 64 anni. Gli intervistati nella fascia d’età 45-54 anni e con più di 65 anni hanno risposto che secondo loro la più forte caratteristica sono le preghiere.

Nella terza parte del sondaggio, si doveva scegliere da una lista una persona che deve chiedere il perdono della nazione.
 
In testa alle indicazioni è risultato, con il 37% dei voti, il Primo Ministro Ehud Olmert, seguito da Rabbi Ovaia Yosef (24%) per le sue dichiarazioni sui soldati caduti in battaglia, e poi da Boaz Yona (16%), direttore generale dell’impresa di costruzioni Hephzibah, che è fuggito dal Paese lasciando senza casa molti dei suoi clienti [è stato arrestato in Italia, si attende l’estradizione]. Risultati simili sono stati ottenuti anche quando i rispondenti sono stati segmentati per definizione religiosa auto-attribuita. La sola differenza qui riscontrata, ricordando il brutto momento degli studenti di yeshiva di Modi’in Ilit, è che gli ebrei ultraortodossi hanno messo al secondo posto Boaz Yona e al terzo Rabbi Sofer.

Commentando i risultati del sondaggio, l’amministratore delegato di Gesher Shoshi Becker ha detto: “Da una parte, dobbiamo guardare al bicchiere mezzo pieno e vedere che il 66% del pubblico israeliano è legato alle preghiere e agli elementi tradizionali di Yom Kippur”.
 
"D’altra parte, è preoccupante qui stia crescendo una giovane generazione che non ha familiarità con le preghiere e non arriva a capire il potere e il significato della nostra liturgia e tradizione. L’intero Stato di Israele vive lo Yom Kippur, ma la cornice unificante deve essere riempita con i contenuti e il significato ebraico-israeliani”.
 
La Becker ha detto che spera che nei prossimi anni vedremo dei cambiamenti in questo ambito, che i legami con il patrimonio e la tradizione ebraiche cresceranno forti, e che le festività ebraiche saranno colmate di reali contenuti.
 
Il sondaggio è stato condotto dall’Istituto Mutagim Institute tra oltre 500 intervistati che costituiscono un campione rappresentativo della popolazione adulta ebraica di Israele e di lingua ebraica.


Fonte: dal jpost.com, articolo di Haviv Rettig intitolato "'Judaism for Everyone' hopes to draw 100,000" (21.09.2007); da ynetnews.com, articolo di Kobi Nahshoni intitolato  "And the winners are: Kol Nidrei and Ne'ila" (20.09.2007). Traduzione ed adattamento  di Cronache Israeliane


21 settembre 2007

Israele, disputa sull'ora legale

 Accorciata l'estate israeliana su pressione degli ebrei ultraortodossi



«L'inverno è cominciato un mese e mezzo prima. Possiamo ringraziare gli ultraortodossi».

Il commento sconsolato sul sito del quotidiano Haaretz arriva da un rappresentante della «maggioranza laica silenziosa». Che ha deciso di parlare e attaccare una legge votata un paio di anni fa dalla Knesset. Nel 2005, una commissione parlamentare ha stabilito le date di entrata in vigore dell'ora legale (il 2 aprile) e il ritorno a quella solare. O al buio anticipato, come si lamentano molti israeliani in questi giorni.

Le lancette sono tornate avanti di un'ora nella notte tra sabato e domenica scorsi, quando nel Paese ci sono ancora trenta gradi, luce abbagliante e un clima estivo per le strade. E' successo perché i deputati hanno voluto che Yom Kippur cadesse sempre nell'orario invernale. I partiti religiosi hanno fatto pressioni per rendere il digiuno previsto nel Giorno dell'espiazione più «facile » da portare a termine, facendo arrivare prima il tramonto (in realtà la durata dell'astinenza resta uguale). Quest'anno Rosh Hashana (il capodanno ebraico) e Yom Kippur, tra venerdì e sabato, sono celebrati molto presto e con loro si è imposto il cambio di abitudini.

In Europa e negli Stati Uniti l'ora legale andrà avanti fino alla fine di ottobre, un mese e mezzo più tardi che in Israele. L'Autorità palestinese ha scelto di seguire gli standard occidentali e tra Gerusalemme e Ramallah — a pochi chilometri di distanza — gli orologi battono un tempo differente. «Eppure anche gli arabi con il mese di Ramadan hanno il problema della durata del digiuno fino al tramonto », fanno notare i sostenitori del «partito della luce». E dimostrano che nei sei mesi da aprile a settembre lo Stato ebraico ha risparmiato 80 milioni di shekel (attorno ai 14 milioni di euro) come risultato di un calo dello 0,5 per cento nei consumi di elettricità. Se l'ora legale fosse stata mantenuta ancora per 45 giorni, sarebbero stati economizzati altri 20 milioni di shekel (3 milioni e mezzo di euro).

Il primo politico ad aprire la sfida con i partiti ultraortodossi era stato Natan Sharansky, allora ministro degli Interni nel governo di Ariel Sharon. Nel 2000, aveva deciso di estendere «il tempo estivo» di trentaquattro giorni, senza preoccuparsi di Yom Kippur. Cinque anni dopo, la commissione della Knesset ha fissato le regole una volta per tutte, accettando le richieste di formazioni come lo Shas, che fanno parte dell'esecutivo di Ehud Olmert. Ministro degli Interni nel 2005 era il laburista Ophir Pines- Paz e i lavori sono stati guidati da Chaim Oron di Meretz, il partito che più di tutti dice di sostenere le ragioni dei laici.

«Eppure entrambi hanno ceduto — commenta Nehemia Shtrasler sul quotidiano liberal Haaretz — invece di rappresentare gli interessi dei loro elettori. Hanno approvato questo danno non necessario, un danno che colpisce tutto il Paese in nome di una minoranza. Per questa ragione tutti e due devono chiedere perdono nel giorno di Kippur».


21 settembre 2007

5% di sconto su tutte le offerte per Israele

 

 



5% DI SCONTO SU OGNI PROPOSTA DI VIAGGIO PER GLI ISCRITTI ALLA COMMUNITY DI ENJOY ISRAEL!!!
Altro che Last Minute...

Bastano poche righe per illustrare una proposta chiarissima e semplicissima: 5% di sconto su ogni proposta di viaggio, escursioni, attività, soggiorni e quant'altro presente su
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Ottenere questo sconto è molto facile: basta iscriversi alla Community e il gioco è fatto! Una volta iscritti, in fondo all'offerta di viaggio che vi interessa apparirà un codice sconto da inserire nell'apposito campo, oppure nella richiesta di preventivo senza impegno che potrete inviarci in qualunque momento.
Gli staff di Enjoy Israel e Auratours saranno a vostra disposizione anche per elaborare piani di viaggio su misura.
Cordiali saluti
Carmine Monaco 



21 settembre 2007

Usa, arriva lo zaino antiproiettile

 
Protezione contro le stragi a scuola

Dato che negli Stati Uniti non sembra possibile fermare la violenza che dilaga nelle scuole, con sparatorie e stragi come la recente carneficina al Virginia Tech, due genitori hanno messo a punto una soluzione "alternativa", mettendo in commercio uno zainetto antiproiettile. Se non si può fermare il Far West, è stato il ragionamento, almeno fermiamo le pallottole.


 

Il "My Child's Pack" ("Lo zaino di mio figlio", costo al pubblico 175 dollari), è dotato di una lastra di 600 grammi in materiale balistico in grado di fermare le pallottole di armi come una pistola Glock 9mm o di un fucile calibro 22. E anche di resistere ai colpi sferrati con un machete. Insomma, una specie di giubbotto antiproiettile camuffato, che può proteggere gli studenti dai colpi alla schiena e, una volta tolto dalle spalle e utilizzato come scudo, anche dalle pallottole sparate di fronte.

Una pazzia? Forse, dopo l'impennata di massacri nele scuole e nei campus a stelle e strisce i genitori degli studenti americani non sono per nulla tranquilli, e c'è da scommettere che lo zaino antiproiettile avrà un successone.


21 settembre 2007

Politica e affari: ecco perché l’Espresso ha preso di mira Mastella

 

(…) Come mai “L’Espresso” ha sferrato un attacco così forte nei confronti di quello che è un ministro e leader della maggioranza di centrosinistra? La copertina di venerdì indica che qualcosa nella maggioranza è accaduto. La mossa del giornale di De Benedetti non è casuale e i mandanti sono da ricercarsi direttamente nello schieramento di centrosinistra. Per almeno due ragioni. Una politica, l’altra aziendale. Vediamo la prima.

Da tempi ormai l’Udeur ha voltato le spalle a questa maggioranza. Appena ieri in un’intervista al Corriere della Sera Mastella preconizzava la caduta del governo a breve. In effetti alcuni dicono che tutto sia iniziato all’indomani dello scontro con Michele Santoro nella puntata di “Anno Zero” dedicata ai Dico. Da allora il rapporto si sarebbe incrinato, ma nei mesi successivi altri fattori si sono uniti. L’aria intorno a Prodi è diventata irrespirabile. I sondaggi si susseguono e costantemente indicano la perdita di consenso del governo. Il Partito Democratico che non scalda i cuori dell’elettorato e un Cavaliere che va sempre più a gonfie vele. Tutti segnali che un politico astuto come Mastella non poteva non considerare. L’approdo, quindi, è cosa fatta. Mancano solo i dettagli e a Telese Terme durante la Festa nazionale Mastella proprio di questo avrebbe parlato con Berlusconi e i suoi luogotenenti. E sul tavolo avrebbe anche posto la questione della candidatura a presidente della Regione Campania nella prossima tornata elettorale, che Mastella vorrebbe ritagliare per la propria moglie, attualmente presidente del Consiglio regionale della Campania. In quota CdL, chiaramente. Eventualità tutta da verificare, ma lo stato maggiore azzurro non sembra contrario a questa ipotesi, visto che con l’Udeur il centrodestra vincerebbe. Comunque per i tempi del passaggio bisognerà aspettare ancora un po’. Tutto dipenderà dall’evoluzione della Legislatura.

Non c’è solo politica nell’attacco de “L’Espresso”, anche ragioni aziendali. O sarebbe meglio dire affari. E qui potrebbe esserci conflitto d’interesse per “L’Espresso”. Infatti poco prima della pausa estiva l’Udeur annunciò la sua decisione di non sostenere il ddl Gentiloni. Giungendo addirittura a sostenere in Commissione Trasporti a Montecitorio gli emendamenti di Forza Italia. Una decisione che se fosse confermata significherebbe la fine assicurata per il ddl perché senza Udeur, soprattutto al Senato, non si va da nessuna parte. Una legge a cui dalle parti del Gruppo L’Espresso guardano con estrema attenzione e che tradotta in termini economici potrebbe valere tantissimo. Infatti con l’entrata in vigore del ddl Rai2 e Rete4 si trasferirebbero sul satellite liberando frequenze che poi lo Stato assegnerebbe alle varie emittenti. Ed in prima fila guarda caso c’è Rete A, emittente di proprietà del Gruppo L’Espresso. Un affare enorme, quindi, in ballo e che potrebbe andare in fumo se Mastella si mettesse di traverso. Politica ed affari, quindi, all’origine di un attacco tutto interno alla maggioranza. E che alla fine servirà solo a Mastella per accelerare la sua uscita dall’Unione. Lui, il ministro “senza grazia e giustizia”. Ma verso gli interessi del capitalismo targato centrosinistra.

Dario Caselli


21 settembre 2007

IL CORPO POLITICO: RABBINO E DONNA

 L’ebraismo progressivo ha superato l’antica esclusione femminile dalla partecipazione al culto

Nelle sinagoghe dove non c’è la “mekitzah”


 

RABBI BARBARA IRIT AIELLO

 

Vorrei iniziare presentandomi: sono Barbara Irit Aiello, la prima rabbina donna in Italia, esponente dell’ebraismo progressivo, che mette in atto innovazioni e riforme, tra cui spicca la parità dei sessi.
In una sinagoga tradizionale è presente il matroneo, in lingua ebraica «mekitzah», un luogo destinato alle sole donne, una separazione dietro la quale si può solo assistere alle cerimonie, ma non partecipare. Per noi progressisti, invece, sia uomini che donne partecipano e siedono insieme.
La prima rabbina donna in tempi moderni è la rabbina Sally Preisand, che ha ricevuto gli ordini da un'università riformata negli Stati Uniti. Questo cambiamento è accaduto solo 32 anni fa. Prima sarebbe stato impossibile per le altre donne ebree e per me diventare una rabbina.
Come molte altre donne, dopo la laurea all'università, ho fatto molte altre cose, ma ho sempre voluto seguire il mio cuore e diventare una rabbina. Mio padre, un calabrese cresciuto a Serrastretta (vicino a Nicastro), e molti altri della mia famiglia italiana sono stati ebrei in segreto. Mia nonna ha insegnato qualche cosa a mio padre, ma dopo 500 anni senza una sinagoga in Calabria, non ha avuto molte possibilità di trasmettere precetti ebrei a suo figlio. L'inquisizione e altre persecuzioni hanno distrutto la nostra tradizione ebrea.
La festa dello Shabbat, ad esempio, che cade ogni venerdì sera, mia nonna l'ha sempre osservata in segreto: trovati due portacandele in argento li portava sotto nella cantina, e lì accendeva le luci dello Shabbat. Quando arrivò negli Stati Uniti il primo venerdì sera ha fatto la stessa cosa. Invece mio padre le disse: «Mamma sta attenta!. Questa è l'America, la terra della libertà!». Mia nonna gli rispose: «Non ne sono sicura!». E anno dopo anno ha continuato ad accendere le candele nella cantina.
L'inquisizione e le altre persecuzioni hanno portato paura, ma dopo queste tragedie una cosa è rimasta: la luce nei nostri cuori, la luce della nostra religione. Per questo ho scelto il mio lavoro e ho studiato molto in età adulta. Portare la pace tra ogni religione, trovare una terra comune, questo credo sia importante. Ogni religione è diversa, ma tutte vivono una vita spirituale: questa è la nostra terra comune.


21 settembre 2007

Dove Israele si ritira arriva l'Islam

 


 


Due anni dopo il ritiro unilaterale da Gaza e un anno dopo la fallita guerra del Libano, oggi nella striscia di Gaza è al potere un fanatico regime islamico. In un'azione fulminea durata cinque giorni il radicale Hamas ha cacciato la milizia Fatah dalla provincia meridionale palestinese e ha messo sotto il suo controllo la striscia di Gaza. E' incredibile, ma 10.000 miliziani di Hamas hanno sopraffatto le forze di sicurezza di Fatah che disponevano di 60.000 uomini. I sanguinosi scontri hanno provocato più di 300 morti, principalmente tra i membri di Fatah. Entrambe le parti si sono combattute senza pietà, come se si trovassero davanti al "nemico sionista". Non è esagerato dire che si è trattato di una guerra civile palestinese. Terroristi fuggivano davanti ad altri terroristi. Centinaia di seguaci di Fatah, che soltanto poche settimane fa lanciavano razzi Qassam insieme ai loro camerati di Hamas, adesso cercano protezione in Israele. Alla radio palestinese della striscia di Gaza, che adesso è sotto il controllo di Hamas, i palestinesi di Fatah sono descritti come "assassini e criminali", "portatori di fucili sionisti", "piccoli diavoli", "cani di sangue freddo", "code americane", "sporchi peccatori" e così via.
    «Viviamo in un mondo in cui governano l'Islam estremista e i razzi», ha dichiarato a israel heute il capo del Likud Benjamin Netanjahu. «I territori che sgomberiamo unilateralmente sono occupati da forze estremiste islamiche. Dallo sgombero del sud del Libano nel 2000, in quella zona governano gli Hezbollah, e dal 2006 Hamas nella striscia di Gaza. Io ho continuato sempre ad avvertire, ma nessuno ha voluto ascoltarmi.» Come Netanjahu, anche l'esperto di Medio Oriente Ronen Bergmann vede l'Iran dietro la conquista di Hamas della striscia di Gaza. «Israele deve assolutamente spezzare l'asse Iran-Hamas», pensa Bergmann.

Armi invece di aiuti

Giornalisti palestinesi riferiscono a israel heute con quale spietatezza i diversi gruppi palestinesi hanno sparato gli uni contro gli altri. «I soldati israeliani nelle loro incursioni nella striscia di Gaza hanno mostrato di avere più riguardi per la popolazione palestinese che non i palestinesi fra di loro», ha detto Mahmud di Rafah. «Gaza è strapiena di armi, ma la gente non ha abbastanza da mangiare!» Il portavoce di Hamas, Shahawan, ha annunciato con fierezza: «Da ora in poi a Gaza regnerà la giustizia e la sharia (legge islamica)». Jakob Amidror, ex membro dello Stato Maggiore nel servizio informazioni militare, commenta: «Nella striscia di Gaza regna l'anarchia, e chi ne soffre di più è la popolazione palestinese, che nel gennaio 2006 ha votato a grande maggioranza per Hamas. I palestinesi si sono inguaiati da soli.»
    «Abbiamo votato per Hamas perché il governo Fatah sotto Mahmud Abbas ci aveva derubato e non ci aveva dato nessuna speranza», ci ha detto la palestinese Samach, del campo profughi Tschabaliya. «Ma adesso governerà un rigido Islam e di questo molti palestinesi hanno paura.» Come molti paletinesi, anche Samach dà la colpa a Hamas e a Fatah per i sanguinosi scontri. «Tutti e due ci hanno promesso una vita migliore e tutti e due ci hanno ingannato!» Il padre di sette bambini, Antuwan (33 anni) da Khan Yunis nella striscia di Gaza, impreca contro il governo di Hamas: «Invece di provvedere alle persone, da quando ha preso il potere Hamas si preoccupa soltanto del suo armamento. Dal momento che Hamas ha vinto su Fatah, il popolo palestinese ha perso! La nostra vita non diventerà più facile.»

«La colpa è di Israele»

«Il caos nella striscia di Gaza è il risultato della politica fallimentare di Israele negli ultimi 15 anni», ha detto il premio Nobel per l'economia israeliano prof. Israel Aumann, che considera la politica come la causa di una possibile fine dello Stato d'Israele. «Chi vuole la pace deve prepararsi alla guerra. E' una cosa che sapevano già gli antichi romani. Israele deve innanzitutto essere capace di difendersi.» Aumann si è occupato intensamente della relazione tra conflitto e cooperazione. «Dobbiamo essere psicologicamente capaci non soltanto di sopportare perdite, ma se necessario anche di provocare perdite. Non serve continuare a gridare alla pace.»

«Sotto Israele era meglio!»

Sempre più spesso si trovano palestinesi che oggi ammettono che la vita sotto l'amministrazione israeliana era non solo migliore, ma anche molto più comoda che sotto la cosiddetta libertà palestinese. «Se soltanto avessimo immaginato che dopo l'occupazione israeliana saremmo stati esposti a simili conseguenze, non avremmo dato il nostro consenso all'Autonomia palestinese», ci ha detto il trentacinquenne Anwuar della striscia di Gaza. Durante la prima intifada (1987-93) anche lui, come giovane, aveva lanciato pietre contro gli israeliani. «Per 15 anni ci hanno lavato il cervello per farci odiare Israele, ma oggi odio i miei dirigenti più di Israele.» In un'intervista telefonica con israel heute, il politico di Fatah, dr. Sufian Abu Zaida (47 anni), fuggito dalla striscia di Gaza, ha detto di aver perso ogni speranza. «Mi è del tutto passata la voglia di trattare per la pace. Hamas ha distrutto il sogno palestinese», ha detto sospirando il ministro palestinese di Fatah, Abu Zaida, che parla correntemente ebraico.
    Hamas considera la conquista come una seconda liberazione di Gaza dopo lo sgombero degli israeliani. «Nello stesso modo libereremo le altre città palestinesi e introdurremo la legge islamica, compresa Gerusalemme!», ha dichiarato il politico di Hamas Sami Abu Zuhri. «Fino a quel momento non deporremo le armi.» Di fatto a Gaza non esiste più un'Autonomia palestinese. L'incubo di un regime islamico radicale alla frontiera meridionale di Israele è diventato realtà.

Look islamico

Per i cristiani arabi, in tutto duemila, la vita è diventata ancora più pericolosa. In modo particolare per i duecento cristiani nati di nuovo di Gaza città. Durante la rivoluzione islamica una chiesa e una scuola cristiana sono state incendiate da fanatici musulmani. I credenti cristiani non osano parlare al telefono con israeliani, perché Hamas controlla le loro telefonate. Gli uomini si lasciano crescere la barba per non dare nell'occhio in strada. Un aspetto islamico protegge la vita. Fanno così anche ex membri di Fatah che adesso si inseriscono nelle file di Hamas. Un cristiano palestinese di Ramallah ha comunicato a israel heute che la famiglia di suo zio a Gaza non esce più di casa. «Uno dei suoi figli è stato pestato da giovani musulmani, e poiché loro sono cristiani, non ha osato portare suo figlio ferito all'ospedale», ha detto il cristiano di Ramallah, il quale chiede di pregare per i suoi parenti e per la comunità cristiana nella striscia di Gaza.

Israele deve mettersi in ginocchio

«Siamo sull'orlo di una nuova guerra e purtroppo abbiamo ancora il governo più debole che Israele abbia mai avuto», ha detto il responsabile della comunità messianica Shimon Nachum. «Da come si presentano le cose, a Israele non resta che mettersi in ginocchio e supplicare l'aiuto di Dio. E la sua salvezza arriverà, ma come già accaduto spesso nella storia biblica, soltanto all'ultimo momento. Con la sua saggezza Dio metterà ordine nel disordine politico. Come, non sappiamo. Ma chi crede nei miracoli confida nell'intervento di Dio.»

Due palestine

La vittoria di Hamas nella striscia di Gaza mette in nuova luce la soluzione-due-stati. Invece di esserci Palestina qui e Israele lì, adesso praticamente esistono due Palestine - una nella striscia di Gaza sotto il governo di Hamas e l'altra nel territorio biblico Giudea-Samaria sotto il governo di Fatah. Il fatto che Fatah sia ancora al governo in Giudea-Samaria è dovuto all'esercito israeliano che controlla il territorio centrale biblico e non lo ha ancora sgomberato.

israel heute, agosto 2007


21 settembre 2007

GENTE DI ISRAELE

 

 

Sto viaggiando in macchina verso Sderot con un'amica israeliana che oggi mi farà da interprete. E'una persona senza peli sulla lingua come molti altri israeliani, e commenta " Ma perché Prodi non manifesta la sua intenzione di stabilire un dialogo con la Mafia e la Camorra per aiutarle ad evolvere?". Poi aggiunge: " Anche la Mafia e la Camorra presentano i loro uomini alle elezioni, e molte volte in passato sono riuscite a farli eleggere, quindi si potrebbe considerarle democratiche, perché no?".
    Io evito di rilevare il sarcasmo delle sue parole, e provo una sensazione di disagio che assomiglia alla vergogna. Poi torno ad osservare i campi arati, gli eucalipti, gli oleandri lungo le strade e le casette bianche.
    Ieri sono andata a Sderot per visitare un centro della Wizo, un asilo per novanta bambini dai sei mesi ai tre anni. Fa una strana impressione entrare in un asilo che è un bunker.
Un asilo, con una graziosa cupola orientaleggiante sul tetto, le pareti esterne decorate con mattonelline dai colori pastello, gialline, azzurrine, verdine, e tutto vivace all'interno, con fiori nei vasi e giocattoli ovunque e i bambini distribuiti nelle aule che dormono sul pavimento distesi su materassini di gomma, con il ciuccetto in bocca e le bamboline tra le braccia, giacché siamo arrivate durante il riposino pomeridiano.
    Poi ti giri e ti rendi conto che tutte le pareti esterne sono formate da enormi blocchi di cemento armato sovrapposti e dipinti di bianco e che tutte le finestre hanno vetri antiproiettile e che di fronte ad ogni apertura verso l'esterno sono state costruite pareti rinforzate per intercettare le schegge.
    La direttrice ci raggiunge ed è una donna sui quarant'anni con una figura da nuotatrice, alta e atletica, in scarpe da tennis e fuseau, e ci invita nel suo ufficio dai mobili semplicissimi sorridente di un sorriso incredibilmente spontaneo, uno di quei sorrisi non comuni pronti a trasformarsi in una risata di cuore e che ti fanno sentire subito come se tu avessi davanti, a parlare con te, tua sorella o una delle tue amiche più care.
    Per prima entra una bidella un po' intimidita con l'immancabile freschissima limonata alla menta che qui, a quanto pare, viene offerta dovunque, e poi altre collaboratrici. E osservando Ziva Korsa mentre parla a tutte con lo stesso tono rilassato e ridente ho pensato agli arcigni e acidi capetti che tante volte ho incontrato nei miei giri in Italia e a come sarebbe bello il mondo se in ogni luogo di lavoro si potessero avere direttrici e direttori aggraziati quanto lei.
    "Qui a Sderot quest'anno i ragazzi non hanno quasi studiato, perché le lezioni sono state quasi sempre sospese per i bombardamenti, poi a maggio le autorità militari hanno deciso di chiudere le scuole. Durante l'anno le aule erano state ricavate nelle cantine e siccome lo spazio si era rivelato insufficiente, era stato aumentato il numero degli alunni per classe e si facevano i turni per tutto il giorno.
    Per gli esami di maturità invece, gli allievi, sono stati mandati in altre città dove potessero sentirsi più tranquilli. Normalmente l'anno scolastico inizia il primo settembre e termina il 30 giugno.
    Ora stanno rinforzando tutte le scuole ma non so se riusciremo a riaprire per dopo l'estate, perché i genitori hanno paura di mandare i figli a scuola ed inoltre, perché qui, chi prende queste decisioni non è più il sindaco ma il comandante dell'esercito.
    Questo asilo, per ora, è l'unico completamente protetto ed è stato donato dai Rapaport, una famiglia di ebrei svizzeri.
    I missili kassam ci raggiungono da sette anni, ma gli ultimi due anni, dopo che hanno evacuato le colonie da Gaza, sono stati i peggiori, davvero tremendi. Qui c'erano 25.000 abitanti ma con il tempo molta gente è andata via.
    Si calcola che siano andate via circa 4000 persone, sono partiti tutti quelli più ricchi che ne avevano la possibilità, tutti quelli più colti che potevano trovare lavoro anche altrove, i dirigenti, gli uomini d'affari, gli imprenditori, quelli che davano lavoro agli altri e così l'economia ne sta risentendo sempre più e aumenta la disoccupazione.
    La gente che fa? Non lo so, che può fare? La gente prega Dio… e aspetta".
    Ziva alza gli occhi al cielo e guarda un po' me e un po' l'amica che mi fa da interprete. Ha i capelli neri neri corti corti e un ciuffetto bianchissimo proprio in mezzo alla fronte. Io le parlo in inglese, lingua che lei comprende abbastanza, ogni tanto mi risponde anche, con un inglese un po' incerto, poi subito torna all'ebraico.
    "Io una sera andavo a cena da amici. Il tempo di prendere il vassoio con i dolcetti dal portabagagli e di varcare l'uscio di casa e la mia automobile è stata centrata da un kassam e il salotto dei miei amici si è riempito di fumo e di calcinacci e ci siamo ritrovati sconvolti.
La mia bambina era terrorizzata e così l'ho mandata per un mese a Naharia da mia madre, ora è tornata ed è più tranquilla. L'estate scorsa mia madre e mia sorella sono sfollate perché Naharia era sotto il tiro di Hezbollah, sono venute qui per un po', ma qui ci bombardavano peggio che da loro, e così sono rimaste poco, si sono trasferite a Cesarea.
    La mia opinione è che gli ebrei dovrebbero vivere all'interno della Linea Verde, io penso che potrebbe essere una soluzione ed ho fiducia in Abu Mazen. Credo che anche lui voglia la pace. Sono molto ottimista perché c'è speranza e tutti speriamo che venga la pace. Certo con Olmert è un vero problema perché non è amato, non è un leader, non sa conquistare il popolo e non è adatto ad affrontare questa situazione così difficile.
    Io sono nata a Hedera ma sono cresciuta nel kibbutz di Nahal oz. A diciotto anni venni a Sderot perché avevano bisogno di volontari e lavorai per prestare aiuto nelle scuole, e così incontrai il ragazzo che sarebbe diventato mio marito. Dopo il servizio militare lasciai il kibbutz e venni qui a vivere con lui.
    Ho tre figli, la più grande ha 18 anni e tra poche settimane partirà per l'esercito, il secondo ha diciassette anni e partirà l'anno prossimo…".
    Ziva si trasforma, è un attimo e non è più la stessa. Il suo viso si spegne e per la prima volta mi accorgo che i suoi occhi stanno evitando i miei.
    "Ma" e quasi balbetto e inciampo in inglese " ma ci sarà la pace, di sicuro,… si metteranno d'accordo, si stanno già mettendo d'accordo…"
    La verità purtroppo è un'altra, la verità è che non mi sento affatto sicura.
    Ziva sospira e scuote il capo due o tre volte poi riprende.
    "Ci sarà la pace? O è tempo di guerra con la Siria? Potrebbe essere la volta buona per la pace… ma ho paura che la guerra arrivi dalla Siria più che da Gaza.
    Non c'è molta amicizia tra arabi ed ebrei, neppure qui in Israele dove siamo tutti cittadini israeliani.
    Gli arabi non amano gli ebrei e gli ebrei non amano gli arabi. Gli arabi dicono che gli ebrei vengono trattati meglio dal governo, ed è vero, io li capisco. Capisco perché non piacciamo loro, perché per la legge e sulla carta hanno esattamente gli stessi nostri diritti però nella realtà non è così. Perché sono una minoranza, e come in tutto il mondo, anche qui per le minoranze la vita è più dura. Certo gli arabi vorrebbero vivere come gli ebrei…".
    A questo punto l'interprete smette di tradurre e iniziano a discutere e a battibeccare in ebraico tutte accalorate e non so più come chetarle.
    "Gli arabi non fanno il militare e questo secondo alcuni è un grande vantaggio, i beduini o i drusi possono farlo ma non sono obbligati, vengono soltanto come volontari, agli altri non è permesso, invece per gli ebrei è obbligatorio. E' un grande vantaggio però anche questo li fa sentire diversi da noi.
    Anche gli ebrei non amano gli arabi. Gli ebrei ne hanno paura. Anch'io ho paura degli arabi perché sono violenti e non puoi mai fidarti di loro.
I Il cambiamento richiede tempo. Israele per cambiare ha lasciato Gaza e io credevo che fosse una buona decisione. Oggi, nonostante il disastro, forse lo penso ancora, però la nostra vita, da allora, è diventata molto più difficile. Io vorrei la pace, la quiete, vorrei che i miei figli e tutti i bambini di Sderot fossero felici. Ma come si può fare? Io non so come si può fare. Che l'esercito torni là, a Gaza, no, non mi piacerebbe, però se la situazione lo richiederà… a me non piacerebbe l'esercito a Gaza però Sderot deve vivere…".
    Finita la visita la mia amica interprete ed io ce ne andiamo a passeggio per Sderot, in automobile. E' una cittadina molto verde, con le villette coloniali tra i fiori e le palazzine popolari a quattro piani tutte in fila.
    Si vedono i campi di pallacanestro protetti da tettoie a prova di bombe. Le scuole con i lavori in atto, la sede degli scouts con un bunker davanti all' ingresso.
    Ci sono molti prati con le zone giochi per i bambini, proprio come in ogni parte del mondo, con gli scivoli, le altalene e le aiuole di sabbia, però qui nella zona giochi c'è, sempre, anche un bunker nel quale i bambini si rifugiano appena suona l'allarme che annuncia l'arrivo di un missile e concede due minuti di tempo.
    I bunker sono tutti uguali, un cubo di cemento armato, con due lati , quello davanti e quello dietro, appena scostati per lasciare lo spazio di entrata e di uscita.
 
Anna Rolli

Nuova Agenzia Radicale


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21 settembre 2007

GLI INGLESI I PIU' DIFFIDENTI VERSO I MUSULMANI

 

I britannici sono più diffidenti nei confronti dei musulmani che molti altri paesi dell'Ue, oltre che degli Usa: lo affermano i risultati di un sondaggio pubblicato sul Financial Times, che evidenziano numerose diversità nell'atteggiamento che i diversi paesi europei hanno con le comunità dei musulmani. "Solo il 59% dei britannici ritiene sia possibile essere musulmani" e allo stesso tempo anche cittadini del proprio paese, "una proporzione inferiore a quella rilevata in Francia, Germania, Spagna, Italia e Usa", afferma il sondaggio realizzato in sei paesi Ue.

I cittadini britannici sono inoltre al primo posto per quel che riguarda le previsioni di "un grande attacco terroristico" entro i prossimi 12 mesi, risultato dovuto, probabilmente, all'attentato a Londra del luglio 2005: un nuovo attacco è previsto dal 52% dei britannici, percentuale superiore anche a quello della Spagna (32%) dove nel marzo del 2004 vi fu l'attentato di Madrid e dove lo scorso giugno l'Eta ha annunciato la rottura della tregua, degli Usa (30%), oltre che di altri paesi Ue, tra i quali Francia, Italia, Germania, dove il dato oscilla tra il 15% e il 18% degli intervistati.

I britannici sono sempre 'in testa' nel ritenere inoltre che i musulmani abbiano "troppo potere politico" nel loro paese (lo pensa il 46%), a fronte di un terzo degli italiani e dei tedeschi, oltre che nel considerare i musulmani "una minaccia contro la propria sicurezza nazionale". Su altri aspetti relativi all'integrazione - quali avere amici musulmani o accettare che il proprio figlio sposi un musulmano - i britannici sono invece più 'aperti' di molti degli altri paesi Ue, afferma il sondaggio, realizzato online nella prima metà di agosto tramite 6.400 interviste.


21 settembre 2007

Le vere forche

 Le vere forche

imitidicthulhu


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20 settembre 2007

Albert, eroe della Brigata ebraica contro le SS

 

 

Albert Nirenstajn nacque un giorno del 1915. La data esatta non la sappiamo. La metodicità nazista ha cancellato l’anagrafe. Albert Nirenstajn nacque a Baranow, città che la metodicità dei nazisti e il disordine della guerra hanno reso inutile cercare sulla carta geografica. A Varsavia seppe delle imprese, delle sconfitte temporanee, dell’ostinazione che Ben Gurion, cucciolo di leone, affrontava per creare in Palestina uno

stato ebraico. “Saranno i coloni, i contadini, e non i militari e i politici, a creare lo stato d’Israele”, aveva detto Ben Gurion. Nel 1936 Nirenstajn si fece colono. Fu il coraggio di impegnarsi in Palestina a sottrarlo alle stragi nel ghetto di Varsavia, alla deportazione nei campi di sterminio. Fu il coraggio di combattere e la lungimiranza politica a farlo arruolare nel Jewish Brigade Group che l’esercito britannico finì per accettare come contingente autonomo, nazionale. Lealmente, con le brigate ebraiche, con gli Alleati, Albert Nirenstajn sbarcò a Salernò e risalì l’Italia. Depose le armi per continuare la sua guerra. La memoria era altrettanto importante della terra. Ben Gurion, l’antico maestro, aveva già realizzato il suo progetto, era già il primo ministro del nuovo stato indipendente di Israele, aveva già cominciato la guerra infinita contro i vicini arabi ostili, quando Albert Nirenstajn scelse il fronte della memoria. Tornò in Polonia, occupata dai sovietici, a raccogliere le memorie di coloro che avevano combattuto nei ghetti delle città, che erano scomparsi aldilà dei cancelli dei campi di sterminio.

Sfatò il luogo comune degli ebrei che si offrivano all’Olocausto come vittime sacrificali,

raccolse le storie di ragazzi coraggiosi che male armati opposero la loro determinazione di vivere alla determinazione di uccidere delle SS. Ricostruì la scena polacca del più grande crimine della storia. Come aveva tradotto il suo cognome da Nirenstajn in Nirenstein, tradusse i documenti raccolti dall’yiddish e dall’ebraico in Italiano.

I comunisti polacchi che lo avevano lasciato rientrare in patria, si rifiutarono di lasciarlo uscire. La morte di Stalin e l’intervento di Palmiro Togliatti lo aiutarono a lasciare quello che era stato il suo paese e che era ora diventato la sua prigione. Nel 1958 fu pubblicato presso la casa editrice Einaudi un libro destinato a diventare famoso. Il titolo era un versetto del Deutonomio, “Ricordati quello che ti ha fatto Amalek”.

Era forse la prima ricostruzione organica dell’Olocausto mai pubblicata.

 Il Foglio


20 settembre 2007

Cristiani nel mirino: o la conversione all’islam o i kamikaze

 La comunità cristiana di Peshawar ha ricevuto lettere anonime, che esigono la conversione all’islam, pena lo scatenarsi di attentati suicidi. Un deputato dell’Assemblea nazionale denuncia l’episodio. Tra maggio e giugno le stesse minacce anche nel Punjab e nella North-West Frontier Province.


Islamabad  Lettere minatorie che esigono la conversione all’islam, pena attentati suicidi, sono state recapitate a famiglie cristiane in diverse zone di Peshawar. Ora la comunità locale vive “in una grande paura e insicurezza”. A riferirlo è Pervez Masih - deputato per le minoranze - che ha denunciato l’accaduto lo scorso 10 agosto, davanti all’Assemblea nazionale, la Camera del parlamento pakistano.


 

Il politico ha raccontato che i messaggi, titolati “La morte bussa alla porta”, sono tutti scritti a mano e presentano in alto slogan contro gli Stati Uniti e gli infedeli, come pure inviti al jihad. L’Assemblea nazionale ha poi letto il contenuto delle lettere: “A tutti voi chiediamo di abbandonare il cristianesimo e diventare musulmani per assicurarvi un posto in paradiso. Altrimenti, a breve, la vostra colonia sarà distrutta e voi sarete responsabili per la perdita di vite e di proprietà che ne conseguirà. Siate pronti, perché non è una semplice minaccia. I nostri kamikaze vi uccideranno. Consideratelo un ultimatum”.


 

 


 

Secondo Pervez Masih, il governo prenderà in seria considerazione l’incidente, che ha generato un senso di insicurezza tra tutti i cristiani di Peshawar. Le lettere minatorie sono arrivate in diverse zone della città; soprattutto nell’area di Kohati, dove si trovano alcuni dei luoghi di culto cristiani più antichi. Il 10 agosto i responsabili della comunità si sono incontrati con il capo della polizia locale, Majeed Marwat, che ha garantito loro di aumentare le misure di sicurezza ed il controllo intorno agli obiettivi sensibili.


 

 


 

Non è la prima volta che i cristiani in Pakistan subiscono simili intimidazioni. Il 12 giugno scorso, 10 leader politici e religiosi nel villaggio di Shantinagar - distretto di Khanewal, sud Punjab – hanno ricevuto messaggi scritti in urdu, in cui venivano invitati a lasciare il cristianesimo a favore dell’islam oppure ad abbandonare la zona. La stessa minaccia è stata recapitata il 7 maggio ai cristiani di Charsadda City - nella North-West Frontier Province – dove a distanza di pochi giorni messaggi simili sono stati scritti su un muro vicino ad una chiesa.


 

 
Qaiser Felix
Asia news


20 settembre 2007

Figli di una naia minore

 

Lo scrittore israeliano, autore del bestseller «Tredici soldati», presto tradotto in Italia,racconta la generazione perduta dei ragazzi al fronte:

Lontano da Israele. Il più lontano possibile, e per un anno intero. Poi, quando si torna, comincia la vita da grandi. C'è chi lo chiama il pellegrinaggio post-naia, chi lo apostrofa come il passaggio in India dei giovani israeliani. Quello che è certo, è che ogni anno migliaia di ragazzi partono dall'aeroporto di Tel Aviv e se ne vanno in India, in America Latina. Lontano. È considerato un antidoto per dimenticare il servizio militare. «L'urgenza che hanno è quella di dimenticare, di non pensare a nulla, di ricaricarsi, di andare il più lontano possibile da Israele. Salvo che poi - ed è paradossale - ritrovarli in America Latina o in India negli alberghi per israeliani, a mangiare cibo israeliano, a parlare ebraico, astare con i vecchi compagni d'armi».
Ron Leshem parla di loro, dei ragazzini che hanno smesso la divisa, con una empatia tutta particolare. Lui, che è di Tel Aviv, che ha alle spalle una carriera di giornalista di carta stampata e di fronte il cursus honorum di un uomo della televisione. Lui, che appartiene alla Israele bene, che ha bruciato tutte le tappe e a poco più di trent'anni ha un ottimo lavoro nel secondo canale tv. Lui ha rotto alcuni dei tabù più difficili del Paese, e ha raccontato i nuovi soldati. Dando voce a una generazione dimen-ticata, che è stata al fronte, ha combattuto in Libano la prima volta. Ed un anno fa è tornata a nord, oltre la frontiera, a combattere una guerra senza vincitori.
«Per decenni, l'esercito è stato l'esercito del popolo. Tutti gli israeliani hanno fatto il servizio militare e tutti erano uguali sotto le armi. Dagli anni Novanta, invece, l'esercito è molto cambiato. E se si guarda a chi combatte per noi, ci si accorge che sono quelli che vengono dalle famiglie più deboli, più povere. Chi stiamo mandando a morire per noi? Stiamo mandando i più deboli e i più poveri, e noi stiamo seduti qui, nei caffè di Tel Aviv, senza porci troppe domande ».
Al fronte, una generazione dimenticata, soprattutto dagli anni Novanta. Di cui Ron Leshem, quasi involontariamente, è diventato il cantore. Un po' com'è successo a Federico Moccia. Ron Leshem scrive un romanzo, Im Yesh Gam Eden ( Se ci fosse un paradiso), la sua opera prima, lo pubblica due anni fa. Parla di un gruppo di soldati durante la ritirata dell'esercito israeliano dal Libano, un pugno di ragazzi rimasti soli in un castello crociato, quello di Beaufort. Duro, incalzante, aggressivo, pieno di slang e di parolacce. È il trionfo. I ragazzi, quelli che l'Israele culturale dice che non leggono, si comprano il libro, fanno il passaparola. Risultato: 130mila copie vendute, un anno e otto mesi nella classifica dei bestseller, il Sapir Prize, il premio letterario più ambito, dell'edizione 2006. E poi un film che ha sbancato alla scorsa Berlinale, Beaufort di Joseph Cedar, e i diritti venduti in dieci Paesi (compresa l'Italia, dove uscirà a breve per Rizzoli con il titolo Tredici soldati) 


E, soprattutto, l'imprimatur del libro culto, decretato quando - oltre ogni immaginazione dello stesso autore - l'estate scorsa la guerra riscoppia sulla frontiera nord.
«Un anno fa ho passato settimane da un capoall'altro di Israele, con le famiglie di chi aveva perso un figlio in guerra », racconta Ron Leshem, che riceve ancora molte lettere non solo di ragazzi, ma dei loro familiari, per ringraziarlo di averli fatti entrare nel mondo dei propri figli o per colpevolizzarsi perché non avevano capito niente del loro dramma interiore.
«Mi chiamavano gli amici, mi chiedevano di andare a dire qualche parola ai genitori, ai fratelli, ai parenti. Mi dicevano, per esempio, che il figlio, prima di ricevere la cartolina di richiamo, aveva il mio libro sul comodino, e di scrivere qualcosa per loro. Un peso psicologico per me troppo forte. Non avrei mai pensato di dover affrontare situazioni di questo tipo. Avevo scritto, in fondo, un libro con una impronta ottimistica. Pensavo a una guerra finita. E per me il Libano era stato una scusa. La vera storia è avere diciotto anni in Israele. Quando prendi un gruppo di diciottenni e li metti in una sorta di bolla, isolati dal resto del mondo, lontani da Israele, creano la loro lingua, mostrano le loro debolezze».
Aveva ricevuto anche una telefonata importante, pochi mesi dopo l'uscita del libro: Quella di David Grossman. «Aveva letto il mio libro, gli era piaciuto molto, e io ho ascoltato questa lunga telefonata con le lacrime agli occhi, in silenzio per paura di dire qualsiasi cosa e risultare stupido. Mi disse che aveva proibito alla moglie di leggere il mio libro, perché non avrebbe dormito la notte al pensiero di suo figlio, che era a fare il servizio militare. Un anno dopo quella telefonata, Uri Grossman è morto, ed è morto dopo che Israele e Libano avevano già deciso il cessate il fuoco. Nelle 24 ore successive al cessate il fuoco, le nostre autorità hanno deciso di mandare i soldati a compiere missioni stupide, che non avevano logiche strategiche. Il figlio di Grossman è morto per nulla, è la banalità della morte. Non ho avuto il coraggio di chiamarlo».



Ron Leshem parla non solo di una generazione dimenticata, ma di intere guerre dimenticate. Come quella che portò per diciotto anni di fila i soldati israeliani dentro al Libano, dal 1982 al 2000. Sino al ritiro unilaterale. Il motivo di questo oblio risiederebbe, secondo l'autore di Tredici soldati, nell'establishment culturale.
«Nella letteratura e nel cinema israeliani, quando si parla di militari, è solo attraverso gli occhi dei ragazzi dell'èlite di sinistra, contrari alla guerra. Col mio libro per la prima volta l'eroe proviene da una famiglia povera,edè favorevole al conflitto, sino alla fine. Anche se il mio è e rimane un libro contro la guerra».
I ragazzi che vanno a fare il servizio militare al confine nord, attorno a Gaza o dentro la Cisgiordania, appartengono a una Israele diversa, quella delle fratture sociali. «Provengono dalla parte più debole della società, dai nuovi immigrati, dai settori religiosi, ortodossi. Sempre di meno vengono da Tel Aviv, come dimostra il fatto che il 30% dei diciottenni, ora, non va nell'esercito», dice Leshem, che il militare non l'ha fatto e ha deciso di descrivere chi era totalmente distante da lui. E dall'incontro con questa generazione invisibile, ha imparato due cose. Che all'inizio lo odiavano. »Perché non li comprendevo, perché ero diverso da loro, perché venivo da Tel Aviv. E di loro non me ne era importato nulla, su di loro non mi ero fatto troppe domande». E che poi avevano un disperato bisogno di essere riconosciuti. «Volevano realmente che li amassi, che li comprendessi, che fossi vicino a loro. Non vogliono essere dimenticati, non vogliono essere invisibili agli altri israeliani».

   Paola Caridi


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20 settembre 2007

Intollerabile vivere sotto la minaccia dei razzi

 

«Era ora!». È stata questa la reazione della maggior parte degli israeliani alla decisione del governo di imporre sanzioni economiche a Gaza, se altri missili Qassam verranno lanciati dal territorio controllato da Hamas contro Israele. Il governo israeliano ha minacciato in particolare di tagliare l'elettricità agli abitanti della Striscia e sta considerando l'eventualità di bloccare successivamente anche i rifornimenti di combustibile.
Un certo numero di organizzazioni terroristiche — Hamas, la Jihad islamica e le Brigate dei martiri di Al-Aksa, collegate a Fatah — si è reso responsabile del lancio dei missili Qassam contro le colonie ebraiche di confine sin dalla fine del 2001. La cittadina di Sderot è stata colpita da questi lanci per la prima volta nel marzo del 2002. I razzi finora hanno causato scarsi danni e fatto relativamente poche vittime: sino ad oggi si sono contati oltre 1000 missili, che hanno provocato la morte di una dozzina di israeliani e il ferimento di diverse decine. Tuttavia, questa pioggia di razzi ha diffuso il panico a Sderot e molte famiglie hanno preferito abbandonare la zona, quando persino l'intervento dell'esercito israeliano— con lo spiegamento di vari mezzi, tra cui le incursioni di corazzati nei territori palestinesi e attacchi missilistici da elicotteri contro le basi di lancio — si è rivelato impotente a fermare gli assalitori.
Nell'estate del 2005, il premier Ariel Sharon decise il ritiro unilaterale dell'esercito israeliano dalla Striscia di Gaza, smantellando tutti gli insediamenti dei coloni, e lasciando il territorio completamente in mano palestinese, con l'eccezione degli attraversamenti di frontiera. La leadership sperava in tal modo di metter fine alle azioni terroristiche contro Israele. Ma è accaduto il contrario e il numero e la varietà di missili che oggi bersagliano Israele non hanno fatto altro che aumentare. La settimana scorsa, un missile ha centrato un campo mobile di addestramento dell'esercito, facendo una cinquantina di feriti tra i soldati.
La decisione presa ieri dal governo è stata la risposta alle pressioni dell'opinione pubblica. Il primo ministro Ehud Olmert e il suo governo sperano che il taglio progressivo delle forniture elettriche — Israele fornisce alla Striscia 120 dei suoi 200 megawatt di consumo (il resto proviene dall'Egitto e da una centrale di proprietà araba nella Striscia) — farà aumentare la pressione popolare su Hamas per mettere fine al lancio dei missili, che rappresenta un gesto intollerabile, sia sul piano simbolico che pratico, per la maggioranza degli israeliani.

Benny Morris


20 settembre 2007

Soldati a quattro zampe

 Cane soldato in Iraq

Sono circa 2000 i cani al momento addestrati dai diversi corpi militari americani ed impegnati in operazioni all'estero, sopratutto in Medio Oriente.


 

Fiutare esplosivo, tenere sotto controllo le folle e fermare i sospetti sono tra le principali mansioni svolte da questi soldati a quattro zampe, il cui numero e' in continuo aumento: a partire dall'11 settembre 2001, il numero di cani addestrati e arruolati aumenta di circa il 20% l'anno.


 

Di loro si prendono cura 440 veterinari militari, che operano in centri attrezzati, dagli ospedali da campo a delle vere e proprie cliniche specilizzate.
Talvolta i cani soldato vengono trasferiti da un paese all'altro, in tempi rapidissimi, per poter ricevere le cure migliori.
Mentre un tempo per i cani feriti non restava che l'abbattimento, oggi la maggior parte di essi riesce a riprendersi completamente e a tornare in missione in tempi brevi.


 

Una volta congedati i soldati a quattro zampe vengono adottati di dipartimenti di polizia o diventano 'privati cittadini', spesso nelle case dei loro ex-istruttori.


 

Si e' calcolato, come riporta CNN,  che l'esercito americano spenda circa 25.000 dollari (quasi 20.000 euro) per addestrare ed arruolare ogni singolo cane soldato. 


 

Antonello Musina 


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20 settembre 2007

CANADISTAN

 




Libano controllato da Hezbollah? No, questa foto è stata scattata in Canadistan, per la precisione a Windsor (Ontario). Il cartellone di propaganda con il faccione dello sceicco Hassan Nasrallah si trova precisamente all'angolo tra Marion Avenue e Wyandotte Street. Il manifesto pro-Hezbollah ha sulla sinistra uno slogan in inglese: “Lebanese and Arab communities in Windsor city congratulate the Lebanese people for their steadfastness and endeavor to establish peace in Lebanon.” Sulla sinistra c'è una presunta traduzione in lingua araba, che però inneggia alla guerriglia armata. (The Windsor Star)


 


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20 settembre 2007

Roma: il Ghetto ebraico

 

Uno degli edifici più moderni del Ghetto, probabilmente, è la Sinagoga in
travertino, risalente al 1904 e realizzata su progetto degli architetti
Armanni e Costa. La caratteristica cupola con base quadrilatera fu rivestita
di alluminio, materiale molto innovativo per l'epoca. Si accede al Ghetto e
alla Sinagoga da Piazza delle Cinque Scole, intendendo per "Scole" le
sinagoghe, un tempo situate in questa zona, ognuna col suo rito distinto
dalle altre. All'interno della Sinagoga vale la pena di visitare il Museo di
arte ebraica. La vicina Santa Maria del Pianto è una delle chiese in cui
avveniva sistematicamente l'indottrinamento degli ebrei. Il Ghetto sorse in
questa zona, con tanto di mura di recinzione, nel 1556, per costringere gli
ebrei a convertirsi al cattolicesimo. Il muro fu abbattuto nel 1848 e nel
1885 tutti gli edifici vennero rasi al suolo in nome dell'igiene da
ripristinare. I primi ebrei giunsero a Roma già all'epoca di Pompeo Magno,
nel I sec. a.C., e da allora furono interminabili i flussi che confluirono
nella capitale. Fu nel 1200 che molti ebrei che abitavano nella zona di
Trastevere si stabilirono definitivamente sulla sponda opposta, nella zona
del Portico d'Ottavia. La vicenda degli ebrei romani vide la sua parabola
nel Basso Medioevo, quando la Chiesa cattolica cominciò una campagna
denigratoria e persecutoria nei confronti di chi veniva considerato il
discendente dei responsabili della morte di Cristo. La Controriforma
rafforzò la segregazione degli ebrei nel Vicus Judaeorum, successivamente
detto Ghetto. Data la vicinanza al Tevere, anche la peste del 1656 e altre
epidemie in successione contribuirono a decimarne la popolazione. Col
passare degli anni e l'evolversi dei tempi, scomparso il muro divisorio
crollarono le residue resistenze dei cristiani ad accogliere e integrare gli
ebrei nella comunità italiana. Fu allora che questi iniziarono a far parte
della nostra vita pubblica e a ricoprire alte cariche politiche e
istituzionali, fino alla fatidica data, incisa su di una lastra marmorea nel
Portico d'Ottavia, il 1943, anno del vergognoso rastrellamento e della
successiva deportazione nei lager. Già nel 1938 Mussolini aveva varato le
leggi razziali sostenendo la politica d'intolleranza intrapresa da Hitler.
Sulla sinistra del Portico d'Ottavia, oggi, sorge "da Giggetto", ristorante
in cui è possibile gustare le specialità della cucina ebraica romana e, a
breve distanza, numerose botteghe che vendono monili, candelabri e altri
oggetti sacri giudaici. Vale davvero la pena di ammirare i vecchi palazzi,
pregni di storia e dipinti con colori antichi e suggestivi, prospicienti
tale via, volutamente conservati nel loro originario aspetto, a
testimonianza di un passato che non deve essere dimenticato.


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